La Repubblica, 15 gennaio 2021
Corey Johnson ha ricevuto un'iniezione letale: un giudice aveva sospeso la condanna, spiegando che viste le cattive condizioni dei polmoni, l'uomo sarebbe stato sottoposto a una sofferenza maggiore. Ma la sentenza è stata ribaltata. Un ex narcotrafficante condannato a morte per il suo coinvolgimento in 10 omicidi, Corey Johnson, è stato giustiziato ieri negli Stati Uniti nonostante fosse malato di Covid-19. Lo riportano i media americani. Un tribunale aveva sospeso l'esecuzione di Johnson e di un altro condannato a morte, Dustin Higgs, proprio perché entrambi avevano contratto il coronavirus, ma una corte d'appello federale ha revocato lo stop mercoledì e la Corte Suprema ha dato il via libera all'esecuzione di Johnson ieri.
L'uomo, un afroamericano di 52 anni membro di una gang responsabile di 10 omicidi nel 1992 nello Stato della Virginia, è stato giustiziato ieri sera con un'iniezione letale nel carcere di Terre Haute, in Indiana. "Avrei voluto chiedere scusa prima, ma non sapevo come", sono state le ultime parole di Johnson rivolte ai familiari delle sue vittime, "spero troverete pace". Per oggi, è in programma l'esecuzione del 48enne Dustin Higgs, condannato per il rapimento e l'uccisione di tre giovani donne vicino a Washington, nel 1996. Anche lui è positivo al Covid-19.
Per il fatto che a causa delle condizioni dei polmoni dei due l'iniezione letale avrebbe potuto causare loro sofferenze proibiti dalla Costituzione, un giudice, martedì, aveva posticipato la loro esecuzione di alcune settimane. Un tribunale d'appello, però, ha ribaltato il verdetto e la Corte Suprema ha deciso per l'esecuzione questa settimana. Qualche giorno fa era stata messa a morte Lisa Montgomery, nella prima condanna federale di una donna avvenuta in 70 anni.
di Arianna Poletti
Il Manifesto, 15 gennaio 2021
Il 14 gennaio 2011 Ben Ali lasciava Tunisi per fuggire in Arabia Saudita. Dieci anni dopo, la Tunisia non può festeggiare l'anniversario della sua rivoluzione. Più di duemila persone si sarebbero dovute riunire ieri in Avenue Bourguiba per commemorare la caduta della dittatura, ma un annuncio imprevisto del ministro della Sanità le ha costrette a rinunciare alla manifestazione che ogni anno si tiene lungo la via principale di Tunisi. Proprio a partire da questo 14 gennaio, per un periodo di soli quattro giorni, nel paese è tornato il lockdown a causa di un nuovo aumento dei casi di Covid-19 (più di 3500 nelle ultime 24 ore). Una scelta che fa storcere il naso ai pochi passanti che si incontrano per le vie centrali della capitale.
Se per qualcuno "la rivoluzione si può festeggiare a casa quando la situazione sanitaria nel paese si aggrava di ora in ora", altri interpretano in maniera diversa la decisione del governo. "Fino a ieri non è stato fatto nulla per prevenire l'aumento dei contagi. Questa scelta è politica", sostiene Hishem, che era in piazza nel 2011, mentre insacchetta la spesa poco prima del coprifuoco, anticipato dalle 20h alle 16h. Per lui la rivoluzione continua: "Il braccio di ferro tra popolo e polizia non è ancora finito, e lo vediamo oggi".
Nonostante il lockdown, mercati e supermercati della capitale restano aperti, come la maggior parte degli uffici. Qualche bar serve il caffè di nascosto, tram e taxi circolano normalmente in città. Ma più ci si avvicina ad Avenue Bourguiba, più i posti di blocco della polizia aumentano. Gli striscioni sono rari, qualcuno si affaccia alla finestra per scattare una foto.
Il viale simbolo della rivoluzione del 2011 ieri era è vuoto, silenzioso, inaccessibile. Come non lo si vedeva da dieci anni. Il contrasto tra le immagini di quel 14 gennaio 2011 - quando la folla gridava "dégage" (vattene) di fronte alla sede del Ministero dell'Interno, emblema dell'apparato repressivo - e quelle del 14 gennaio 2021 fa discutere sui social, unico spazio di confronto per la società civile in questa giornata di festa nazionale. Per strada, nessuno ha il diritto di oltrepassare le recinzioni che circondano Avenue Bourguiba senza un'autorizzazione del ministero dell'Interno. Nemmeno l'unico gruppo di manifestanti che osa sfidare le direttive del governo Mechichi, il gruppo dei martiri e dei feriti della rivoluzione, respinti con violenza dalle forze dell'ordine dopo aver tentato di oltrepassare un posto di blocco.
Dal 17 dicembre, le famiglie delle vittime della repressione nel 2011 occupano la sede dell'Autorità generale dei combattenti della resistenza, dei martiri e dei feriti della rivoluzione e degli attacchi terroristici tentando di attirare l'attenzione del governo sulla propria sorte. Chiedono l'applicazione delle raccomandazioni pubblicate dal Comitato superiore per i diritti umani e le libertà fondamentali e la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della lista definitiva delle vittime di gennaio 2011. Questa garantirebbe loro cure mediche, un sussidio economico e, non meno importante, un riconoscimento simbolico del proprio sacrificio. La lista è pronta e include i nomi di più di 600 persone tra morti e feriti, ma il governo tunisino continua a ritardarne la pubblicazione, rimandata ieri al 20 marzo 2021. Riconoscere ufficialmente le responsabilità morali e giuridiche dell'apparato di repressione statale rimane una questione politica in un paese in piena transizione democratica, dove l'apparato di polizia è ancora molto influente. Proprio in rispetto delle vittime della rivoluzione, l'attivista volto delle proteste Lina Ben Mhenni, deceduta nel 2020, rifiutava l'attributo floreale di "rivoluzione dei gelsomini".
Ma chi racconta la propria esperienza di ieri non può fare a meno di ricordare quella di oggi. La Tunisia affronta la peggiore crisi economica dai tempi della sua indipendenza nel 1956. "Dove sono oggi il lavoro, la dignità, la libertà?", si interroga un partecipante al sit-in dei martiri e dei feriti di fronte alle telecamere delle televisioni locali, ricordando il celebre slogan della rivoluzione tunisina. Le stesse richieste delle rivolte di allora, cominciate con l'immolazione di Mohamed Bouazizi a Sidi Bouzid, le ritroviamo oggi sugli striscioni dei manifestanti che da mesi scendono in piazza in tutto il paese, da sud a nord, scandendo: "thawra mustamirra", la rivoluzione continua. Il Forum tunisino per i Diritti economici e sociali (Ftdes), una delle principali organizzazioni della società civile, ha contato 8.759 movimenti di protesta nel 2020, più di 1000 solo a dicembre. Secondo l'ultimo comunicato dell'associazione "una vera transizione democratica coerente con le aspirazioni popolari e le conquiste costituzionali raggiunte richiede la garanzia di nuove politiche pubbliche, basate su più giustizia sociale e dignità per tutti i tunisini e capaci di rompere con un modello economico che svuota del suo contenuto ogni richiesta di maggior sviluppo nel paese".
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 14 gennaio 2021
Uno Stato, che sa riconoscere la condizione di estrema debolezza che stanno vivendo le persone che ha in custodia nelle sue carceri, e che ha il coraggio di non punirle ulteriormente, ma di curarle nel modo più scrupoloso e di proteggerle, è uno Stato più forte.
Ogni volta che, negli incontri di confronto tra le scuole e il carcere, sento qualche studente fare delle domande sulla vita detentiva, e sento qualche persona detenuta rispondere che alcuni aspetti della giornata di un detenuto, in fondo, sono un po' come fuori, penso che no, non è vero, non c'è niente nella vita da galera, neppure nella migliore delle galere, che assomigli alla vita libera.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 gennaio 2021
Per contrastare il Covid in carcere il Dap ha diffuso ieri la circolare con i moduli di adesione solo per il personale penitenziario. Il presidente del Consiglio Conte ha detto che era tutto sotto controllo per il Covid in carcere, forte dei dati dei contagi che fisiologicamente erano scesi in carcere. Ma come Il Dubbio ha più volte scritto, c'era il rischio che potesse ripetersi ciò che è avvenuto alla fine della prima ondata: la quiete prima della tempesta.
di Laura Fazzini
osservatoriodiritti.it, 14 gennaio 2021
Le associazioni chiedono urgenti correzioni alla legge che permette ai bambini di restare in carcere con le mamme fino a 6 anni d'età. L'accesso alle case famiglia protette è troppo limitato, mentre gli istituti a custodia attenuata sono troppo usati. E a rimetterci sono i bambini, privati della libertà nel loro percorso di crescita.
Diverse associazioni che si occupano di carcere domandano di cambiare la legge 62 del 2011: nata con l'intenzione di far uscire i bambini dagli Istituti di pena femminili promuovendo sei Istituti a custodia attenuata per madri (Icam), la norma ha finito per raddoppiare la carcerazione dei più piccoli, che possono stare in queste strutture fino a 6 anni d'età, contro i 3 previsti in precedenza.
Il Sole 24 Ore, 14 gennaio 2021
"L'obiettivo è garantire la ragionevole durata del processo attraverso l'innovazione dei modelli organizzativi e assicurando un più efficiente impiego delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione". Ci sono 2 miliardi di euro per l'"Innovazione organizzativa della Giustizia" nella bozza di Recovery plan approvata la notte scorsa dal Consiglio dei ministri senza il voto dei ministri di Italia Viva (Teresa Bellanova ed Elena Bonetti) che lamentano l'assenza del Mes. Ad essi vanno poi aggiunti, si legge nel documento, "risorse complementari per 1 miliardo e 10 milioni dagli stanziamenti della Legge di Bilancio".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 14 gennaio 2021
Come bisogna leggere l'accelerazione data in commissione Giustizia al Senato alla riforma della magistratura onoraria? La domanda non ha una risposta scontata, come vedremo a breve. Intanto, ecco cosa è successo: due giorni fa, su proposta dell'opposizione, si è deciso all'unanimità che l'esame del testo procederà in sede deliberante, senza cioè passare per la trattazione in Aula.
Il Sole 24 Ore, 14 gennaio 2021
Il Senato ha approvato definitivamente il Ddl 1944 di Ratifica ed esecuzione della Convenzione dell'Organizzazione internazionale del lavoro n. 190. Il Senato ha approvato definitivamente il Ddl 1944, Ratifica ed esecuzione della Convenzione dell'Organizzazione internazionale del lavoro n. 190 sull'eliminazione della violenza e delle molestie sul luogo di lavoro, adottata a Ginevra il 21 giugno 2019 nel corso della 108ª sessione della Conferenza generale della medesima Organizzazione. Hanno svolto dichiarazione di voto favorevole i senatori Laura Garavini (IV-PSI), Isabella Rauti (FdI), Loredana De Petris (Misto-LeU), Anna Rossomando (PD), Aimi (FI), Iwobi (L-SP), Alessandra Maiorino (M5S).
di Leonardo Sciascia*
Il Dubbio, 14 gennaio 2021
Quando ho sentito dell'arresto di Adriano Sofri, ho subito pensato: se è davvero colpevole, appena davanti al giudice confesserà. E non che il fatto che non abbia confessato assuma per me piena convinzione di innocenza: ma è un elemento di intuizione, di impressione, cui altri più razionali, si aggiungono.
Io non ho conosciuto Sofri negli anni ruggenti intorno al Sessantotto. L'ho conosciuto dieci anni dopo. E mi è parso, di fronte alla vita, di fronte ai libri, nei rapporti umani, un uomo 'religioso'. Davvero era tanto diverso prima? Non riesco a crederlo. Io ho avuto un amico, che è stato anche amico di Vitaliano Brancati e di cui Brancati, dandogli altro nome, parla in un racconto, che per la sua idea e il suo sentimento della rivoluzione, specialmente negli anni del fascismo, avrebbe incendiato il mondo, ma non c'era persona, comunque la pensasse, che non fosse degna del suo rispetto.
Così mi pare Sofri, per carattere oltre che per delusione ideologica e per le riflessioni su quella delusione: e posso immaginare le sue intemperanze di un tempo, ma tra le intemperanze e l'omicidio e per giunta, a freddo, commissionato ad altri c'è una gran differenza. Se è suo, lo stesso articolo pubblicato da ' Lotta continua' all'indomani dell'assassinio di Calabresi e che può sembrare di rivendicazione, a me pare risponda a degli astratti canoni rivoluzionari e mi pare, anche, che segni oggi un punto per la difesa piuttosto che per l'accusa. Nel senso della domanda che dobbiamo pur porci: possibile che Sofri e i suoi più vicini, se dalla loro decisione fosse venuto l'assassinio di Calabresi, siano stati tanto sciocchi da attirare subito l'attenzione della polizia sul loro gruppuscolo?
So, per come l'istruttoria viene istruendosi, qual è la risposta: avevano bisogno di segnalarsi come guida dell'intero movimento, e da eroi quasi assumersi la paternità di quel delitto. Ma, ritenendo che non fossero sciocchi nemmeno allora, nel furore rivoluzionario, per me regge l'ipotesi di segno opposto: che erano sicuri la polizia non potesse trovar traccia tra loro dell'organizzazione di quel delitto, e per il semplice fatto che era stato da altri organizzato e consumato; e non potendo dunque essere accusati di omicidio, potevano permettersi di incorrere nell'apologia di reato: irrisoria imputazione, e specialmente in quel momento. E nasceva, l'apologia, bisogna riconoscerlo, da una ' provocazione' dello Stato che non solo toccava i rivoluzionari, ma la gran parte degli italiani. Ancora oggi, quale verità abbiamo sulla morte dell'anarchico Pinelli se non quella che ciascuno e tutti ci siamo costruita facilmente, e con più o meno gravi varianti a carico di coloro che lo interrogavano? Pinelli non ha resistito alle torture morali e psichiche, e si è buttato giù dalla finestra: variante la più leggera. O non ha resistito alle torture fisiche, cogliendo il momento di distrazione degli astanti per buttarsi giù. O alle torture non ha resistito, morendo, ed è stato buttato giù. Ipotesi, quest'ultima, che trova riscontro di probabilità nel più recente e accertato caso verificatosi negli uffici di polizia palermitani.
Ed è da ribadire che un delitto cosi consumato 'dentro' le istituzioni è incommensurabilmente più grave di qualsiasi delitto consumato 'fuori'. (Alberto Savinio diceva: 'Avverto gli imbecilli che le loro proteste cadranno ai piedi della mia gelida indifferenza'. Ma si possono dire soltanto imbecilli coloro che disapproveranno questa mia affermazione?) E comunque: non è il momento di dire la verità sulla morte di Pinelli, restituendo onore alla memoria di Calabresi se, com'è stato detto, non c'entrava?
Non è possibile trovare, tra chi c'era, un 'pentito' che finalmente dica la verità? Ma tornando a Sofri, è da dire che casi come il suo sono di quelli che non solo si presentano ambigui nell'immediato, ma sono destinati, nell'opinione dei più, a restar tali; di interna contraddizione, di doppia verità. Perché non ai dati di fatto, alla concomitanza di indizi, al convergere di testimonianze più o meno dirette, la ricerca della verità può affidarsi e arrivare a una soluzione 'al di là di ogni dubbio', ma alle soggettive impressioni che si possono avere dal trovarsi di fronte agli accusati e all'accusatore, dall'averli conosciuti o, come sta accadendo ai giudici, dal conoscerli ora, dal dialogare con loro, dallo scrutarli.
Ed è dentro questo limite dell'averlo conosciuto, dello stimarlo, del crederlo incapace di aver ordinato un assassinio che è stata firmata, anche da me, una lettera che a Sofri sarà più di conforto che di aiuto. Non mai, come da qualche parte è stata intesa, in quanto affermazione di una equivalenza tra l'intellettualità e l'innocenza. Nemmeno lo spirito di corpo o di casta, di cui peraltro sono sprovvisto, può far stravedere fino a questo punto. Ci sono stati intellettuali capaci di delitti più ignobili ed efferati; e un intellettuale che volesse ignorarlo non sarebbe un intellettuale ma un cretino. Ed è inutile dire che si era ben lontani, con quella lettera, dal vagheggiare l'impunità o dall'invocare il ' perdonismo'. Si voleva e si vuole, soltanto e assolutamente, la giusta giustizia.
Da quel che il cosiddetto segreto istruttorio lascia affluire ai giornali, la condizione di Sofri e di altri due imputati sembra esser questa: c'è un quarto uomo che si autoaccusa e li accusa dell'omicidio Calabresi. Due mandanti, Sofri e Pietrostefani; due esecutori, Bompressi e Marino: e Marino è quello che si autoaccusa ed accusa. Ma dopo sedici anni, e nel vigore delle leggi che beneficano i pentiti. Altro sembra che non ci sia, a suffragare le accuse di Marino, se non la confidenza a polizia e magistratura di altri pentiti, che appartengono alla preistoria del pentitismo, che l'assassinio di Calabresi sia stata opera del gruppo di 'Lotta continua'.
E qui le domande si affollano: che riguardano il passato e il presente, la storia del terrorismo e la storia del 'perdonismo'. Ma per fermarci all'oggi: in che misura, una volta accertata, Marino pagherebbe la sua partecipazione al delitto? Quali sono stati i suoi rapporti con Sofri in questi sedici anni? Fino a che data gli si rivolse per avere qualche soccorso finanziario e da qual giorno ne fu deluso? Si rivolse anche a Pietrostefani? Quale la sua situazione economica e morale al momento in cui va ad autoaccusarsi e ad accusare, la sua situazione familiare, i suoi rapporti con la moglie particolarmente?
Ma il cittadino qualsiasi non ha, come invece ha il magistrato, né l'opportunità né i mezzi per aver risposta a queste e ad altre simili domande. Chi conosce Sofri e lo stima, si sente in diritto di avere l'opinione, fino a contraria e netta prova, che Marino sia un personaggio che ha trovato il suo autore nella legge sui pentiti. In quanto ai moventi psicologici che possono aver suscitato in lui la decisione di autoaccusarsi per accusare, tanti se ne possono trovare, a lume di esperienza di vita come di letteratura dal sentimento della gratitudine, per molti difficile e insostenibile e di cui spesso si scaricano con sentimento opposto, al rancore in cui non rare volte si mutano ammirazioni, devozioni e mitizzazioni; dal fissarsi nell'idea che il passato rivoluzionario sia stato di giovamento ai furbi e di danno a se stessi ingenui, alla voglia di giungere a una notorietà, a una forma di successo, per altre strade preclusa e da quella delle rivelazioni giudiziarie aperta. E così via. E non si dice che i moventi di Marino siano questi, ma questi possono essere stati, se crediamo nella estraneità di Sofri a quel delitto. L'albero del pentimento può dare, come ha dato, di questi frutti. Avremmo potuto sperare che i segni del 'prima ti arresto e poi cerco le prove', che anche in questo caso purtroppo si intravedono, i giudici riuscissero al più presto a dissolverli. Ma la comunicazione giudiziaria a Boato e ad altri allontana di molto questa speranza.
*Articolo pubblicato su L'Espresso del 28 agosto 1988
di Gianluigi Nuzzi
La Stampa, 14 gennaio 2021
Caso Yara, la Cassazione accoglie il ricorso sull'accesso ai reperti. La strada (stretta) per sospendere la carcerazione. L'ergastolano Massimo Bossetti potrà accedere ai vestiti che indossava Yara Gambirasio quando la sera del 26 novembre del 2010 lasciò dopo gli allenamenti la palestra di Brembate di Sopra, salì, senza conoscerlo e per motivi rimasti ignoti, sul furgone verde chiaro Daily Iveco del muratore assassino e venne poi ritrovata priva di vita nel febbraio successivo in un campo a Chignolo d'Isola. È quanto ha deciso la Cassazione che ha annullato, rinviando alla corte d'Appello di Bergamo, le precedenti pronunce dei giudici di secondo grado che avevano negato a Bossetti di accedere ai 98 reperti tra i quali 54 campioni di Dna ritrovati sui leggings e gli slip dell'adolescente.
In sei anni e mezzo dal giorno delle manette, per Bossetti è la prima volta che i giudici accolgono una sua istanza. I suoi difensori, Claudio Salvagni e Piero Camporini, sono convinti che in questi reperti si troveranno gli elementi per ottenere la revisione del processo e quindi scardinare la prova regina che inchioda alla responsabilità dell'omicidio della ragazzina: una traccia mista di Dna di carnefice e vittima sugli slip, resistita per mesi alle intemperie, priva della parte mitocondriale. Bossetti in carcere a Bollate (alle porte di Milano) torna a sperare e così la moglie Marita che dopo un periodo di tensione con il marito detenuto sembra essersi riavvicinata al congiunto.
Ora spetterà ai giudici di Bergamo ritornare a pronunciarsi sull'accesso a una serie infinita di reperti. Appunto si parte dagli indumenti di Yara, e quindi pantaloni, scarpe da ginnastica, slip, reggiseno, felpa di colore nero, giubbotto scuro e maglietta blu, si arriva alle provette di Dna, fino alle paillettes prelevate sotto il sedile posteriore sinistro del furgone. Basterà tutto questo a trovare elementi decisivi per chiedere e ottenere la riapertura del processo?
E' ancora prematuro dirlo, di certo i giudici non potranno ignorare la scelta della suprema corte di annullare la precedente decisione, dopo un lungo braccio di ferro. Infatti, il presidente della corte d'assise Giovanni Petillo già nel novembre del 2019 aveva concesso la riesamina dei reperti per poi fare una mezza marcia indietro solo quattro giorni dopo quando tracciò i confini in cui si sarebbe potuta muovere la difesa, ovvero "una mera ricognizione dei corpi di reato (...) operazione che dovrà essere eseguita sotto la vigilanza della polizia giudiziaria (...) rimanendo esclusa qualsiasi operazione di prelievo o analisi degli stessi".
Ma qui interessa soprattutto quanto la difesa chiese il 30 aprile 2020 ovvero "un'istanza intesa a ottenere dalla corte d'assise, l'accesso ai corpi di reato e la ricognizione degli stessi, e, in generale, di tutti i reperti mancanti". Ed è qui che si aprirà la battaglia finale per la revisione del processo. Il codice infatti prevede il nuovo processo "se dopo la condanna sono sopravvenute o si scoprono nuove prove che, sole o unite a quelle già valutate, dimostrano che il condannato deve essere prosciolto".
In realtà la giurisprudenza della Suprema Corte da qualche tempo ha introdotto una interpretazione sicuramente più ampia del dettato, sottolineando che vanno considerate prove nuove rilevanti, al fine dell'ammissibilità dell' istanza di revisione, vanno intese non solo quelle scoperte successivamente alla sentenza di condanna, ma anche quelle non acquisite nel precedente giudizio ovvero acquisite, ma non soppesate neanche indirettamente, purché non si tratti di prove ritenute ininfluenti dal giudice. È chiaro quindi che il dettato che scolpiva nelle "nuove prove" l'unica strada per sperare in un dibattimento bis, oggi è assai più ampio.
Ecco spiegato perché l'istanza di revisione può essere accolta anche quando ha ad oggetto prove non nuove. E' quindi requisito fondamentale che si tratti di prove preesistenti già nel fascicolo ma non acquisite ovvero acquisite ma non valutate adeguatamente. Nel caso di Yara, Bossetti ritiene che ci si trovi proprio in quest'ultimo caso. Da qui la guerra sui reperti.
Ma c'è anche un altro aspetto rilevante. Seppur di certo prematuro, non bisogna nemmeno dimenticare che l'istanza di revisione qualora ritenuta ammissibile può determinare la sospensione dell'esecuzione della pena. In altre parole se un domani venisse presentata la richiesta di un nuovo processo e questa venisse ritenuta esaminabile, gli avvocati potrebbero ottenere la scarcerazione del proprio assistito in attesa del dibattimento da celebrare. Tutti argomenti ed elementi che fino a ieri sembravano nella storia dell'omicidio della povera Yara fantascienza giudiziaria ma che oggi iniziano a coagularsi in uno scenario alternativo da spingere l'avvocato Salvagni a gridare all'orrore contro "uno dei più gravi errori giudiziari della storia italiana".
- Mae invalido se non è basato su mandato d'arresto nazionale o atto equivalente
- Puglia. Covid, 26 detenuti e 45 agenti positivi nelle carceri regionali
- Milano. Nelle tre carceri cittadine i positivi al Covid sono 129
- Napoli. Poggioreale, doppia prigionia: ascensore guasto, detenuti malati isolati
- Vigevano. Focolaio Covid nel carcere, risultano contagiati 17 detenuti











