italiastarmagazine.it, 21 aprile 2021
Un appello degli intellettuali francesi, pubblicato su Le Monde, ribadisce la visione democratica e soprattutto umana la Dottrina Mitterand. Nei giorni scorsi, la ministra Cartabia aveva avuto colloqui con l'omologo francese. Nei giorni scorsi, l'annuncio di un fitto colloquio fra il ministro della giustizia italiana Marta Cartabia e il suo omologo francese Éric Dupont-Moretti aveva riacceso le speranze di una svolta epocale sull'estradizione di terroristi italiani che avevano ottenuto protezione da parte del governo francese, sulla scia della discussa "Dottrina Mitterand". La guardasigilli italiana ha consegnato l'elenco con i nomi degli 11 terroristi latitanti, 4 dei quali condannati all'ergastolo in contumacia.
Tra gli altri Luigi Bergamin, tra gli ideologi dei "Pac" a cui apparteneva anche Cesare Battisti, Ermenegildo Marinelli, accusato di banda armata e omicidio, oggi imprenditore, Maurizio Di Marzio, accusato di assalto e tentativo di sequestro dell'agente Nicola Simone, Enzo Calvitti, con tre condanne per omicidio, Marina Petrella, coinvolta nel sequestro Moro, e ancora Giovanni Alimonti, Raffaele Ventura, Giorgio Pietrostefani, Narcisio Manenti, Roberta Cappelli, Sergio Tornaghi e Paolo Ceriani Sebregondi.
Ma ora, in favore degli "esuli politici italiani" è arrivata una levata di scudi sotto forma di lettera firmata da un gruppo di intellettuali francesi. Pubblicata su "le Monde", la lettera è un appello al governo francese per difendere la dottrina Mitterand, che "non significa dare lezioni all'Italia in materia di giustizia, ma ricordare che in alcuni casi il funzionamento della giustizia italiana faceva temere che non tutte le garanzie di equità sarebbero state rispettate". La lettera prosegue ricordando che tutti gli "esuli" hanno pubblicamente dichiarato di aver "abbandonato la militanza politica, considerando la loro attività come conclusa, ripudiando la violenza".
"Oggi i militanti italiani esuli arrivati all'inizio degli anni Ottanta hanno 40 anni di più. Sono ormai ampiamente nell'età della pensione. Sono stati giornalisti, ristoratori, medici, grafici, documentaristi, psicologi. Hanno avuto figli e nipoti. Non hanno mai smesso di ripetere che la guerra è finita e sono da molto tempo estranei a quello che erano stati, senza mai rifiutare di ammettere la loro responsabilità. È a queste donne e a questi uomini, 40 anni dopo che si chiedono i conti nel nome di una giustizia secondo cui il perdono equivale all'oblio e che la riconciliazione vale meno della riapertura delle ferite. La Dottrina Mitterrand è un modo di rifiutare la concezione della giustizia come puro strumento di vendetta, anche 40 anni dopo, una norma che noi consideriamo come un passaggio illuminato della democrazia".
di Leonardo Fiorentini
Il Manifesto, 21 aprile 2021
New York, New Mexico e Virginia. In poco più di una settimana 30 milioni di americani hanno visto il proprio Stato legalizzare la cannabis. Questi sono diventati 18, più il Distretto della Capitale Washington, le Isole Marianne Settentrionali e Guam: oltre il 40% della popolazione statunitense vive in uno stato che ha abbandonato il proibizionismo sulla cannabis.
Il 30 marzo 2021, esattamente 60 anni dopo la firma, proprio a New York, della Convenzione Unica sugli stupefacenti che aveva introdotto il divieto globale della cannabis, lo Stato della Grande Mela ha legalizzato la cannabis. Il Governatore Cuomo, in difficoltà nei sondaggi ed alla ricerca di una issue popolare ha sfruttato il largo consenso nell'opinione pubblica: il 64% dei newyorchesi è favorevole alla legalizzazione. "Non saremo i primi, ma il nostro programma sarà il migliore" aveva dichiarato, presentando la cannabis come priorità assoluta del suo governo per il 2021 e riuscendo ad approvarla letteralmente dalla mattina alla sera.
In effetti il testo tiene conto di luci e ombre di questi primi anni di regolamentazione legale, a partire dal tema della giustizia sociale e della cancellazione dei precedenti penali. Ricordiamo che New York ha storicamente dato la linea alle politiche repressive sulle droghe, a partire dalle Rockfeller Drug Laws degli anni 70, sino alla zero tolerance di Rudolph Giuliani.
Secondo l'American Civil Liberties Union, nel 2018, quasi 60.000 newyorkesi sono stati arrestati per violazioni della legge sulla marijuana, di questi, il 95% per solo possesso. Secondo la Legal Aid Society nel 2020 nei cinque distretti di New York City, neri e ispanici rappresentavano oltre il 93% degli arrestati per violazioni per cannabis.
Tenendo conto di ciò saranno cancellate automaticamente dalle fedine penali le condanne per condotte rese oggi legali, mentre coloro che consumano cannabis, o lavorano nell'industria saranno protetti contro discriminazioni in materia di alloggi, accesso all'istruzione e diritti genitoriali.
La polizia inoltre non potrà più usare l'odore della cannabis come giustificazione per le perquisizioni. Il sistema di licenze impedisce l'integrazione verticale, onde evitare concentrazioni e favorire i piccoli produttori locali, ad eccezione delle micro imprese e degli operatori già esistenti nel programma della cannabis medica. Per quel che riguarda invece l'equità sociale e la riparazione dei danni del proibizionismo, l'obiettivo è di avere almeno il 50% delle licenze commerciali rilasciate a richiedenti provenienti da "comunità colpite in modo sproporzionato dall'applicazione del divieto della cannabis", nonché imprese di proprietà di minoranze e donne, veterani disabili e agricoltori in difficoltà finanziaria.
Le entrate fiscali, oltre a coprire i costi del programma, saranno ripartite in questo modo: il 40% ad un fondo di reinvestimento sulle comunità, il 40% a sostegno delle scuole pubbliche statali e il 20% alle strutture per il trattamento degli usi problematici di droghe e per campagne e programmi di educazione pubblica. La cannabis vola alto anche nel paese: oltre il 75% degli americani è oggi contrario alla sua proibizione e criminalizzazione. Forte anche di questo il leader della maggioranza democratica al Senato Schumer ha ribadito la sua intenzione di andare avanti con la proposta di legalizzazione a livello federale "con o senza l'accordo di Biden".
Se la legalizzazione in California ha rappresentato il punto di non ritorno del processo di riforma negli USA, è evidente che New York rappresenta un passaggio simbolico decisivo nei confronti di tutto il mondo. Ancora di più pensando che nella città saranno anche consentiti luoghi di consumo sociale della cannabis: New York tornerebbe alle origini, un poco New Amsterdam.
di Annarita Digiorgio
Il Foglio, 20 aprile 2021
Il generale Figliuolo la vaccinazione nelle carceri non la voleva proprio fare. È da febbraio che, fosse stato per lui, l'avrebbe sospesa, eliminandola dalle priorità in cui era stata inserita sin dal piano Speranza/Arcuri di dicembre scorso. L'avvicendamento col nuovo governo aveva rafforzato questa priorità, prima con le parole del ministro Cartabia poi, inaspettatamente, con quelle del presidente Draghi che aveva sottolineato l'importanza di vaccinare i detenuti addirittura durante il discorso di fiducia (votata anche da Salvini).
di Francesco Grignetti
La Stampa, 20 aprile 2021
Il piano con i soldi del Recovery: otto nuovi padiglioni e quattro istituti per minori ristrutturati. "Il carcere deve avere finestre aperte su un futuro, deve essere un tempo volto a un futuro di reinserimento sociale, come esige la Costituzione. Ma le modalità debbono diversificarsi, debbono tenere in considerazione le specificità di ogni situazione".
di Errico Novi
Il Dubbio, 20 aprile 2021
Messaggio sulla necessità di conciliare "diritto alla speranza" e "valore dell'educazione" Poi la guardasigilli assicura: "Riprese le vaccinazioni in cella, col Dap chiediamo rapidità".
"Il carcere deve avere, per tutti, finestre aperte su un futuro, deve essere un tempo volto a un futuro di reinserimento sociale, come esige la Costituzione. Ma le modalità debbono diversificarsi, tenere in conto le specificità di ogni situazione". È la frase chiave di un intervento pronunciato, ieri a Bergamo, dalla guardasigilli Marta Cartabia destinato a essere l'architrave di tutto il futuro dibattito politico sull'ergastolo ostativo. La ministra della Giustizia interviene pochi giorni dopo la sentenza con cui la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la preclusione, prevista per i mafiosi condannati al fine pena mai, del beneficio più importante, la liberazione condizionale.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 20 aprile 2021
Abbiate il coraggio di dirlo, se volete seppellire in un buco nero quel vecchio che un giorno fu ragazzo crudele. Se volete condannarlo alla morte sociale senza tenere in nessun conto il suo cambiamento, allora siete per la pena di morte. E' così. In Italia c'è una parte della classe politica e della magistratura favorevole alla pena capitale.
Non lo dicono, ma lo pensano. Vogliono eliminare dalla società civile coloro che hanno commesso gravi delitti o che comunque per reati di mafia o terrorismo siano stati condannati. Li vogliono togliere di mezzo, nasconderli dietro l'ergastolo ostativo e non vederli più, cancellarli, annientarli. Esprimono una forma di ferocia vendicativa, anche se ben nascosta, nel momento in cui negano alla persona l'esistenza come individuo e fanno coincidere il reo con il reato.
Per questi soggetti - esponenti politici o pubblici ministeri che siano - non esistono il mafioso o il terrorista, ma solo la mafia e il terrorismo. Chiudendo le porte del carcere con il "fine pena mai", hanno così chiuso la vita stessa del condannato.
Mi ha colpito l'intervista (Sole 24 ore, 18 aprile) alla dottoressa Alessandra Dolci, coordinatrice della Dda di Milano da quando è andata in pensione Ilda Boccassini. Un magistrato che, ne sono certa, si considera di sicura fede democratica e contraria alla pena di morte. E anche, persino, a un eccessivo uso delle manette. Tanto da dire che "in un inondo ideale sarei pure d'accordo nel destinare il carcere solo a pochi criminali a elevatissimo tasso di pericolosità. Purtroppo però non viviamo in un inondo ideale".
Anche perché, in un inondo "ideale", o forse anche soltanto in rum società liberale, dovrebbe essere soprattutto il concetto di prigione come unica forma di pena, a essere messa in discussione, prima ancora che il numero di persone da catturare. E tralasciamo una questioncina piccola piccola, che è quella del carcere preventivo, cioè quella custodia cautelare che riempie le carceri del 40% del totale dei detenuti e che è semplicemente una forma di pena anticipata, nei confronti di colpevoli e innocenti. Ma guardiamo alla qualità della detenzione.
Non è ammissibile che magistrati ed esponenti politici ignorino due riforme essenziali dell'ordinamento penitenziario del passato, quella del 1975 e la Gozzini del 1986. Cui andrebbe aggiunta quella che ha cambiato radicalmente nel 1989 il codice di procedura penale. Stiamo parlando di cose del secolo scorso, certo. Ma se hai vinto un concorso per entrare in magistratura o se hai vinto le elezioni e sei entrato in Parlamento non puoi ignorarle.
Proprio come siamo tutti obbligati, dal momento che abbiamo almeno il diploma della scuola dell'obbligo, a saper leggere scrivere e far di conio. Ma pare non essere così. È vero che nel corso degli anni nessun Parlamento ha avuto il coraggio di abolire l'ergastolo come era stata abolita (per due volte, dopo che il fascismo l'aveva ripristinata) la pena di morte, ma l'insieme delle riforme del secolo scorso l'aveva nei fatti reso inoffensivo, fissando allo scadere dei 26 anni di carcere il momento per poter chiedere l'accesso alla liberazione condizionale.
E le mura dei penitenziari erano state rese valicabili anche dalle misure alternative. Questi importanti cambi di passo erano stati una vera rivoluzione copernicana, che metteva al centro il detenuto, prima del reato. Il "trattamento" è l'apriscatole per il percorso di cambiamento della persona. Il reato è lì, fermo e immutabile, fa parte della storia da cui non si può tornare indietro. Ma l'individuo cambia. Nel suo discorso programmatico alle Commissioni giustizia di Camera e Senato la ministra Marta Cartabia ha messo t'accento con particolare passione sulla necessità che nel processo penale entri la "giustizia riparativa", punto di incontro tra chi ha rotto il patto con la comunità e chi ne è rimasto vittima.
L'opposto del concetto di pena eterna, di carcere senza speranza. Un inno al cambiamento. Vorrei chiedere ai vari Salvini o Meloni (tralasciamo per un attimo la banda dei Cinque Stelle) o Grasso, o ad altri di sinistra, piuttosto che alla dottoressa Dolci e a tutti i suoi colleghi "antimafia", se riescono a volgere i propri occhi all'indietro per un attimo e a guardare se stessi come erano dieci o venti o trent'anni fa. Che cosa vedete, quale persona vedete rispetto a quel che siete oggi? Rispondete con sincerità e poi riflettete.
Quando nel nostro ordinamento furono introdotti l'ergastolo ostativo e l'articolo 41bis, erano appena stati ammazzati dalla mafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il che determinò (cosa dm non dovrebbe mai accadere) una reazione emotiva da parte del Parlamento e la conseguente approvazione di norme incostituzionali. Cosa che l'Alta Corte non ha mai fino a poco tempo fa voluto constatare. Ma i tanti piccoli passi cui ci sta conducendo oggi, insieme a una se rie di sentenze della corte di cassazione, dovrebbero servire a far aprire gli occhi anche a chi finora non ha voluto vedere.
Per esempio, quando vengono sbloccati il divieto di saluto tra detenuti, o l'impossibilità di tenere cibo o di leggere un giornale o di sottoporsi alla fisioterapia se si è gravemente malati, mi domando, quanti leader politici che straparlano di buttare la chiave, conoscevano l'esistenza di questi divieti vessatori? O c'è ancora qualcuno che pensa che il carcere speciale, o anche quello normale, siano hotel di lusso? La Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato più volte l'Italia per i suoi trattamenti inumani e degradanti nelle carceri.
Tra questi c'è il "fine pena mai" dell'ergastolo ostativo. Oso dire che la gran parte dei detenuti al carcere a vita è profondamente cambiato. Non è l'intuizione di un'ottimista sognatrice, è la realtà scritta nero su bianco da decine e decine di operatori e volontari che ogni giorno si dedicano al "trattamento" dei detenuti.
E anche da tanti giudici di sorveglianza, categoria di magistrati spesso sottovalutata. Vede, dottoressa Dolci (e con lei i tanti suoi colleghi "antimafia"), quando lei dice "in assenza di elementi di collaborazione, come è possibile arrivare a dire con esattezza che il detenuto ha rescisso i legami con l'associazione criminale di provenienza?" è a questo inondo carcerario che dovrebbe chiedere. A persone che trattano con altre persone.
Con quei detenuti che non sono la fotografia di quel che ciascuno di loro era alla data in cui hanno commesso il delitto, ma che sono i protagonisti di un film che si è evoluto nel corso del tempo. Se lei, se voi, guardate solo quell'immagine fissa, se volete seppellire in un buco nero quel vecchio che un giorno fu ragazzo crudele, allora dite chiaramente che volete la condanna a morte. Siate sinceri e ditelo, almeno.
di Liana Milella
La Repubblica, 20 aprile 2021
Venerdì 23 aprile, nella commissione Giustizia della Camera, scade il termine per presentare gli emendamenti alla riforma del processo penale. Tutto il centrodestra e Italia viva vanno all'assalto della "odiata" riforma Bonafede. Il caso Grillo acuisce i contrasti. In via Arenula gli esperti di Cartabia sono al lavoro per le modifiche proporrà la ministra.
Si avvicina l'ora del destino della prescrizione dell'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede. E non solo, ma anche quella dei futuri tempi del processo, la cui rapidità figura come una promessa nel piano per ottenere i miliardi del Recovery plan. Ma il destino coinvolge anche il processo di Appello, con quali limiti continuerà ad esistere. E le azioni disciplinari contro il pm "colpevole" di impiegare troppo tempo nelle sue indagini e che non deposita rapidamente, e con i dovuti omissis, le carte per garantire un congruo diritto di difesa. E ovviamente anche le intercettazioni, il loro uso (e per i nemici dello strumento "l'abuso"). E la sorte che avranno il rito abbreviato e il patteggiamento, antichi fiori all'occhiello del nuovo codice del 1989.
Venerdì 23 aprile, ore 12. È la data segnata in rosso sul calendario della commissione Giustizia della Camera. Scadenza rossa soprattutto per il centrodestra di governo, Lega, Forza Italia, Azione, e all'opposizione, Fratelli d'Italia. Data rossa anche per Italia viva. Mentre il M5S gioca in difesa per salvare il più possibile della riforma Bonafede. Il Pd punta soprattutto sulla giurista Marta Cartabia, la ministra che in via Arenula ha messo al lavoro il gruppo presieduto da Giorgio Lattanzi, l'ex presidente della Consulta che l'ha preceduta nello stesso incarico, giurista ed ex presidente della prima sezione penale della Cassazione, quella deputata ad affrontare e risolvere i casi giuridicamente più difficili.
Sarà una partita difficilissima, sulla quale da ieri incombe anche il caso di Beppe Grillo, il suo video a difesa del figlio, le polemiche durissime che ne sono scaturite. Un giustizialista divenuto improvvisamente garantista se a finire nelle mani dei pm è un parente strettissimo. Una partita sicuramente ricca di colpi di scena. Sulla quale, almeno fino a ieri sera, tutti giocavano a carte molto coperte. Nessuna indiscrezione ancora sulle richieste di emendamento. "Sicuramente saranno molte..." ammette Pierantonio Zanettin di Forza Italia ed ex laico del Csm che se ne sta occupando. E che aggiunge: "Anche se la Cartabia ci ha raccomandato di limitarci...".
di Alberto Cisterna*
Il Riformista, 20 aprile 2021
La decisione della Corte costituzionale sull'ergastolo ostativo ha suscitato contrapposte prese di posizione, e prevale tra quanti si attendevano una decisione definitiva l'impressione che la Consulta abbia voluto guadagnare tempo e riservarsi l'ultima parola sul punto solo se costretta (chiare le parole di V. Zagrebelsky, "Se la Corte sceglie di non decidere", su La Stampa del 16 aprile).
Dar tempo al Legislatore, come insegna la vicenda Cappato, è in gran parte inutile in questo paese e l'ostinazione con cui la Corte applica un rigido self-restraint in casi come questo è il segno che anche questa partizione della Costituzione dovrebbe essere ampiamente rimaneggiata per conferire all'Alto consesso i poteri di intervento che la modernità e il consolidarsi di una legislazione multilivello (regionale, nazionale, europea, sovranazionale) esigerebbero ormai. Certo la presenza di un ministro della Giustizia di altissimo spessore induce, questa volta, a qualche speranza.
Se non fosse che l'oculato e misurato comunicato stampa della Consulta evoca scenari tutt'altro che rassicuranti circa la possibilità di una reale riforma; soprattutto in presenza di una legislatura al suo secondo quadrante e con una maggioranza eterogenea e fortemente contrapposta sui temi della giustizia. Veniamo al pronunciamento della Corte, o meglio, all'anticipazione delle motivazioni a sostegno della dilazione temporale concessa al Parlamento (maggio 2022).
Poche righe che, per un verso, hanno dato forza alle tesi abolizioniste e, per altro, hanno lasciato un barlume di speranza ai teorici dell'oltranzismo sanzionatorio. Una scelta, certo, non casuale che concede al legislatore poche opzioni sul versante dell'ergastolo ostativo, ma che gli lascia mano ampia sul crinale della collaborazione di giustizia. Il regime attuale è chiaro: se sei mafioso e non collabori non puoi accedere alla liberazione condizionale.
Questo regime è, secondo il giudizio già anticipato dalla Corte, incostituzionale perché "...tale disciplina ostativa, facendo della collaborazione l'unico modo per il condannato di recuperare la libertà, è in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione e con l'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo".
Punto e a capo. Sennonché la Consulta non si è limitata a questo rilievo sulla singola norma - con un contegno per così dire ortodosso e in linea con le sue funzioni - ma è andata oltre constatando che "... l'accoglimento immediato delle questioni rischierebbe di inserirsi in modo inadeguato nell'attuale sistema di contrasto alla criminalità organizzata".
Ragione per cui si deve "consentire al legislatore gli interventi che tengano conto sia della peculiare natura dei reati connessi alla criminalità organizzata di stampo mafioso, e delle relative regole penitenziarie, sia della necessità di preservare il valore della collaborazione con la giustizia in questi casi".
Qui la questione si complica, e non di poco. Si prefigura una sorta horror vacui, ossia il timore che - rimuovendo il divieto per i condannati per mafia - si possa aprire una falla nell'intero sistema di contrasto alla criminalità organizzata. Una valutazione di scenario certamente politica, anche se non irrituale nella giurisprudenza della Corte. Veniamo alle parole. Il tema della "peculiare natura" del delitto di mafia introduce argomenti e suggerisce riflessioni molto ampie che, in questa sede, possono essere solo menzionate.
È chiaro che, negli ultimi tre decenni, si è costruito non solo un binario sanzionatorio, processuale e penitenziario alternativo a quello applicato ai reati ordinari, ma si sono anche poste le basi per una più profonda classificazione dei detenuti distinguendoli non sulla scorta della loro personalità, ma delle condotte di cui rispondono.
Un approccio antropologico radicale ed esclusivo fondato su una sorta di teorema per cui il mafioso non si deduca mai, almeno che non diventi un pentito. Secondo questo pensiero solo la collaborazione di giustizia può smentire la presunzione assoluta che avvinghia il condannato per mafia, poiché l'umanità del mafioso non è emendabile in alcun modo e ogni atteggiamento remissivo durante la sua detenzione è una mera finzione.
Libri di basso conio, film, serie televisive, interviste, dichiarazioni di asseriti esperti hanno alimentato e sostenuto questa presunzione conseguendone la inevitabile implementazione normativa; proprio quel radicamento legislativo con cui le Corti nazionali ed europea sono ora chiamate a fare in conti tra mille dubbi e cautele. Per sviluppare un dibattito sul punto che coinvolge l'etica del legislatore, la sua capacità di costruire un sistema normativa scevro da suggestioni, campagne di stampa e connessi carrierismi, occorrerebbe trovare un punto di riflessione in comune. Punto di riflessione che, al momento, semplicemente non esiste.
Talmente sedimentata è la convinzione che il mafioso sia sempre mafioso - ossia che la mafia sia innanzitutto una scelta esistenziale e interiore irretrattabile e non uno dei modi (neppure il più conveniente) per arricchirsi illecitamente - che in questa impostazione è impossibile ritenere che il carcere possa davvero emendare, correggere, purgare, risollevare.
Solo se ti penti e collabori, solo allora lo Stato può fidarsi di te, perché compi una scelta incompatibile con il tuo status interiore, rinnegandolo. Uno stereotipo vetero-antropologico, ovviamente, ma ampiamente e agguerritamente sostenuto da un manipolo di agitatori più o meno interessati. Ecco la Corte, con le poche parole di quel comunicato, sembra voler infrangere definitivamente il muro di questo teorema e riportare al centro della discussione l'idea, democratica e costituzionale, che non si possono creare correlazioni tra pena e pentimento o generalizzazioni tra mafia e collaborazione di giustizia.
Eppure il punto di crisi dell'assolutismo carcerario sarebbe abbastanza evidente se la detenzione non corregge e non rieduca di per sé, ci si dovrebbe chiedere il pentimento cosi auspicato da quali pulsioni interiori deriva. Se il trattamento non aiuta l'emenda interiore, perché la delazione dovrebbe meritare una così decisa considerazione. In fondo sono, sono state quasi sempre, scelte di mero interesse.
L'ergastolano collabora, quasi sempre, perché soffre la detenzione e la sua durezza. Ma questo cosa abbia a che vedere con la Costituzione e con la funzione rieducativa della pena, non è chiaro. Certo si può e si deve conservare l'importanza della collaborazione di giustizia in tema di mafia che, però, già l'ordinamento (dal 1991) favorisce e incoraggia.
Impedire la concessione personalizzata e motivata dei benefici carcerari da parte del giudice di sorveglianza sino a quando non si collabori è un modo per ammettere che il carcere è uno strumento di pressione e di coercizione e non il luogo della rieducazione.
Ecco chi sostiene le ragioni infrante dalla Corte costituzionale dovrebbe uscire dalla penombra dei giudizi morali e delle valutazioni antropologiche e dire la verità sul punto. Certo non guasterebbe prima aver letto qualcosa di serio e proveniente da ambienti scientifici non contaminati dal sospetto, a esempio Frederick Schauer, "Di ogni erba un fascio. Generalizzazioni, profili, stereotipi nel mondo della giustizia", Cambridge Mass., 2003, d'alt. 2008. Ma per troppi è chiedere troppo.
*Magistrato
di Vincenzo Vitale
L'Opinione, 20 aprile 2021
Per capire come e quanto la Corte costituzionale sia ormai preda di una pericolosa deriva - e noi tutti vi siamo trascinati - basti considerare ciò che essa ha fatto pochi giorni or sono. Chiamata a valutare la eventuale illegittimità costituzionale di una norma, che esclude dal beneficio della liberazione condizionale gli ergastolani condannati per reati di mafia che non abbiano collaborato con gli investigatori, la Corte ha dichiarato illegittima la norma, ma ha evitato di cassarla - come avrebbe dovuto per semplice rispetto delle norme costituzionali e delle leggi che gliene fanno specifico obbligo - dando al Parlamento oltre un anno di tempo per modificarla.
di Stefano Anastasìa
Il Domani, 20 aprile 2021
La decisione era attesa quanto contrastata, e così la Corte costituzionale ha tirato fuori dal suo cilindro l'ultimo dei suoi ritrovati: la sentenza a efficacia differita. Era stato così nel caso Cappato, del suicidio assistito di Dj Fabo, ed è stato così nel caso del reato di diffamazione a mezzo stampa. La Corte ha dato al legislatore un anno di tempo per sanare "per via politica" le violazioni della Costituzione e della Convenzione europea dei diritti umani insite nel cosiddetto "ergastolo ostativo", l'ergastolo senza possibilità di revisione, se non nel caso della collaborazione con l'autorità giudiziaria.
- Prescrizione processuale, il progetto di Leu e Pd
- Riforma penale, la gara degli emendamenti tra Cartabia e Montecitorio
- Parma. Bomba sanitaria al carcere. L'Asl: "Non siamo in grado di assistere 220 detenuti gravi"
- Avellino. Detenuto suicida in carcere: s'è impiccato al termosifone della cella
- Padova. Garante dei detenuti, eletto Bincoletto










