di Giulia Merlo
Il Domani, 20 aprile 2021
Di rinvio in rinvio, il termine per gli emendamenti al disegno di legge di riforma del processo penale sta per scadere. Tutti i gruppi parlamentari sono al lavoro per presentare le loro proposte entro venerdì 23 aprile alle 17 e il testo rischia di essere l'ennesimo campo di battaglia in commissione Giustizia alla Camera, che ha visto contrapporsi due schieramenti all'interno della maggioranza. Da una parte il centrodestra di Lega e Forza Italia insieme a Italia viva, dall'altro Partito democratico con Leu e Movimento 5 stelle.
Il fronte politicamente più caldo è quello della modifica della prescrizione, che è stato il cuore della riforma Bonafede e uno dei baluardi dei grillini. La ministra della Giustizia, Marta Cartabia, sta vigilando per evitare scontri e, al momento del suo insediamento, ha ottenuto la fiducia di tutta la maggioranza con il ritiro degli emendamenti che avrebbero potuto far esplodere una crisi. Il patto, però, era che comunque la norma che stoppa la prescrizione dopo il primo grado sarebbe stata modificata.
Ora il tentativo di Pd e Leu è quello di proporre una modifica che non sconfessi interamente il progetto di Bonafede ma che ne corregga alcuni effetti, offrendo garanzie maggiori agli assolti. Obiettivo: "smitizzare" la prescrizione e riportarla nell'alveo del più ampio meccanismo processuale penale e nello sforzo di ridurre la durata dei processi. Sul fronte di Leu il più impegnato è il deputato Federico Conte, da cui ha preso il nome il cosiddetto lodo Conte bis, redatto durante il governo Conte II e che aveva trovato l'accordo anche dei Cinque stelle, che doveva modificare la norma Bonafede differenziando i condannati in primo grado dagli assolti, ripristinando per questi ultimi il decorso della prescrizione.
La proposta - Proprio a partire dall'accordo politico su questo testo, Conte sta redigendo un emendamento che recepisca il lodo Conte bis, a cui aggiungere anche un meccanismo di prescrizione processuale per il secondo grado.
L'emendamento prevedrà l'introduzione di una sanzione processuale: in caso di condanna in primo grado la prescrizione si stoppa ma se l'appello dura più di due anni (tempo considerato nel ddl penale come congruo per la durata di questo grado di giudizio), il condannato in secondo grado ottiene uno sconto di pena, fissato in 45 giorni per ogni 6 mesi di durata del processo in più rispetto ai due anni previsti.
Nel caso di assoluzione in primo grado in cui la sentenza sia stata impugnata, se il processo di appello non si svolge entro due anni, la conseguenza processuale dovrebbe essere l'estinzione del processo (ferme restando le azioni civili), traducendo l'inerzia dello stato in perdita di interesse all'azione penale.
"Questa proposta muove dallo schema del lodo Conte bis, di cui rappresenta uno sviluppo e interviene nella fase di appello per introdurre presidi processuali ai termini di fase già individuati nel disegno di legge delega. In piena coerenza con l'impostazione sul tema data dalla ministra Cartabia", ha detto Conte. Se ogni gruppo presenterà propri emendamenti, l'impostazione di Conte è coerente anche con le intenzioni del Pd.
I dem stanno lavorando alle loro proposte ed "è ragionevole pensare anche al tema del rispetto dei tempi e dei termini dei gradi processuali, oltre i quali - se sussistono determinate condizioni - si potrebbe lavorare a una sorta di prescrizione processuale. Ma con una drastica riduzione dei tempi del processo il tema della prescrizione si ridimensiona drasticamente", ha detto Water Verini, membro della commissione Giustizia.
L'obiettivo di Pd e Leu sarebbe quello di trovare una soluzione condivisa di compromesso che non tagli fuori il Movimento 5 stelle ma che si muova in coerenza con le richieste di Cartabia e soprattutto non presti il fianco agli attacchi di quella parte di maggioranza - Enrico Costa di Azione, Italia viva e Forza Italia in testa - che punta a cancellare la riforma grillina.
di Liana Milella
La Repubblica, 20 aprile 2021
Ma come trattenersi se in ballo c'è l'odiata/amata prescrizione? Amata dai 5S che l'hanno proposta con Bonafede. Per dire che i tempi della prescrizione si fermano dopo la sentenza, ma solo di condanna, di primo grado. Anche quella volta - era novembre del 2018 - con un emendamento che cambiava a sorpresa pure il titolo della legge penale inserendo in un articolo di poche righe la nuova prescrizione, e che scatenò subito una bufera perché a presentarlo non fu il Guardasigilli, ma la relatrice Francesca Businarolo di M5S.
C'era il governo gialloverde, e subito la Lega con la ministra per la Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno protestò parlando di "bomba atomica sul processo penale". Adesso l'ora della prescrizione è arrivata. La Lega, come allora, fa parte del governo. La Bongiorno muove le pedine della giustizia con i suoi parlamentari. Come si è visto nel caso delle intercettazioni.
Fioccheranno le richieste per buttare giù la prescrizione di Bonafede perché anche il compromesso raggiunto con la mediazione dell'ex premier Giuseppe Conte - il lodo Conte-bis - non piace a nessuno. Perché le Camere penali con il loro leader Gian Domenico Caiazza martellano ogni giorno. E questo sarà certamente il punto più sofferto dell'intero disegno di legge.
L'unica via d'uscita, il compromesso possibile, adombrato dallo stesso Bonafede nelle ultime ore del suo governo, quando il precipitare degli eventi gli impedirono - il 27 marzo al Senato, il 29 all'inaugurazione dell'anno giudiziario in Cassazione, il 30 in Calabria, dov'era riuscito a realizzare l'aula bunker di Lamezia Terme per il processo Rinascita Scott del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri - di spiegare quale fosse la sua soluzione. E cioè un processo penale talmente breve e celere - due anni in primo grado, uno in appello e uno in Cassazione per 4 anni complessivi - tale da annullare per ciò stesso la prescrizione. Una formula che vedrebbe d'accordo sia M5S che Pd e che sarebbe difficile da contestare da parte delle opposizioni.
"Stiamo predisponendo gli emendamenti. Certo. Ma non so dire quanti saranno alla fine. Certo i punti da modificare della legge sono tanti per noi..." ammette Lucia Annibali, la responsabile Giustizia di Italia viva che proprio sulla prescrizione ha fatto una battaglia nel precedente governo cercando di spostare il termine di entrata in vigore il più avanti possibile.
La stessa battaglia di Enrico Costa, responsabile Giustizia di Azione, che già dalle fila di Forza Italia aveva cannoneggiato contro la prescrizione di Bonafede in tutte le occasioni possibili cercando di far cadere il governo in un tranello parlamentare. Anche lui non vuole rivelare nulla degli emendamenti: "Ci sito lavorando - dice -. Saranno molti. La legge va cambiata in tantissimi punti. Non soltanto sulla prescrizione". C'è da scommettere che da lui arriveranno richieste sulle responsabilità del pm quando le indagini durano troppo.
Il Pd cerca di fare da pontiere tra l'ansia della destra per una giustizia del tutto garantista e il giustizialismo di M5S. Il capogruppo in commissione Giustizia Alfredo Bazoli dice che "sì, gli emendamenti non saranno moltissimi, ma non saranno neppure pochi". E quel fascicolo, sul tavolo di Cartabia, rivelerà il necessario compromesso tecnico da raggiungere per non spaccare la maggioranza. Non sarà una sfida facile. Neppure per una mediatrice nata come Marta Cartabia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 aprile 2021
È la risposta dell'azienda locale, sollecitata dal Garante nazionale sul caso di Vincenzino Iannazzo, detenuto al 41 bis al carcere di Parma. La pena, recita la nostra Costituzione, non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Vale per tutti, anche per chi si è macchiato di delitti mafiosi. In più aggiunge che non è ammessa la pena di morte. Eppure in questo momento è in atto un grave problema che rischia di disattendere tali principi, compreso il preservare la vita dei reclusi. Nel carcere di Parma, in particolar modo il centro clinico, non si è più in grado di dare assistenza ai detenuti che hanno gravi patologie fisiche.
Lo scrive nero su bianco la Asl locale tramite una segnalazione alle autorità. Accade così che Vincenzino Iannazzo detenuto al 41 bis nel carcere di Parma, con gravi patologie fisiche e psichiche, necessiti di assistenza intensiva, ma l'autorità sanitaria scrive nero su bianco che "l'assidua assistenza nello svolgimento delle attività quotidiane (H24), così come la corretta assunzione sopraindicata (terapia e alimentazione, ndr), non sono garantite in questi istituti". Non solo. La Asl approfitta per segnalare un problema generale.
Vale la pena riportare il passaggio del documento che Il Dubbio ha potuto visionare. "Si approfitta dell'occasione per segnalare che tali assegnazioni senza preavviso presso i nostri Istituti al fine di avvalersi del Sai per soggetti con patologie - si legge nella missiva - , necessitanti in ogni caso assistenza sanitaria intensiva, sta mettendo in seria difficoltà lo standard assistenziale di questa Unità Operativa: ad oggi si contano in Istituto circa n. 220 persone malate e con età avanzata, per la maggior parte allocate presso le Sezioni Ordinarie comprensibilmente inadeguate per la loro assistenza".
La relazione della Asl dopo la richiesta del garante sulle condizioni di un recluso - Tale relazione sul carcere di Parma nasce su richiesta del Garante nazionale delle persone private della libertà, per accertare le problematiche segnalate dall'associazione Yairaiha Onlus in merito alla vicenda del recluso Vincenzino Iannazzo.
Il responsabile sanitario infatti, dopo aver illustrato la modalità di trasferimento (senza preavviso e privo dei farmaci necessari, condizione questa già segnalata dal dirigente sanitario al direttore che a sua volta informava il Gip, il ministero, il provveditorato regionale e l'ufficio di sorveglianza e anche dall'associazione Yairaiha all'ufficio del Garante) riassume le patologie di cui è affetto Iannazzo: insufficienza renale cronica in paziente trapiantato di rene e fistola arterovenosa arto sup. sn.; demenza a corpi di Lewy con deterioramento cognitivo grave e Vasculopatia cerebrale cronica; cardiopatia ipertensiva; calcolosi della colecisti; sindrome ansioso-depressiva; spondiloartrosi diffusa. Una volta giunto al centro clinico, i medici hanno potuto accertare non solo tutte queste malattie, ma anche un aggravio. Soprattutto quello mentale. Iannazzo, che ricordiamo è al 41 bis, presenta allucinazioni visive e uditive. Si apprende che dal punto di vista cognitivo è presente un deterioramento cognitivo di grado grave caratterizzato da "una compromissione multi-dominio con gravi deficit di tutte le funzioni cognitive (memoria, funzioni esecutive, attenzione, prassi, ragionamento e linguaggio)".
Viene da pensare perché sia al 41 bis, visto che tale regime nasce non per torturare o per estorcere confessioni, ma per evitare che un boss dia ordini al proprio gruppo mafioso di appartenenza. Nonostante tutte queste patologie, su richiesta dell'Ufficio di Sorveglianza di Reggio Emilia, è stata prodotta una relazione medico legale nella quale il dottore si è espresso, nel complesso, per una situazione gestibile anche in ambiente carcerario, nonostante le criticità neurologiche, ma solo a patto "che al detenuto venga garantita un'assidua assistenza nello svolgimento delle attività quotidiane in merito alla corretta assunzione sia della terapia che dell'alimentazione".
Sandra Berardi, presidente dell'associazione Yairaiha: "Questa è la rieducazione?" - Ma, com'è detto, la Asl dice chiaramente che al carcere di Parma non sono in grado di poter garantire un'assidua assistenza sanitaria. Sandra Berardi, presidente dell'associazione Yairaiha, spiega a Il Dubbio che la prevalenza delle loro segnalazioni sono relative a gravi, se non gravissime, problematiche di salute che all'interno delle strutture penitenziarie non riescono ad essere affrontate e ciò vanno a "configurare quel trattamento inumano e degradante che la nostra Costituzione, e prima ancora la nostra umanità, vietano espressamente".
Berardi denuncia con forza: "Mi chiedo che senso abbia la detenzione per una persona come Iannazzo e per tutti quelli si trovano in condizioni simili. Qual è la funzione che esercita su di loro? Questa è la rieducazione? È così che si realizza la sicurezza dell'Italia? Qual è il pericolo che corre la società da questa persona tanto da dovergli continuare ad applicare il regime di 41 bis?". E conclude: "La scorsa estate, per Iannazzo è stato rinnovato il decreto applicativo del 41 bis ed è stata presentata opposizione dai suoi legali (ad oggi il ricorso risulta ancora pendente al Tribunale di Sorveglianza); un caso in cui mi sembra corra l'obbligo del differimento della pena, come da Costituzione e leggi attualmente in vigore".
Una situazione critica già segnalata in un documento del marzo 2020
Il carcere di Parma è una casa di reclusione che al suo interno è suddivisa in quattro strutture: una per i detenuti in alta sicurezza (AS3), un'altra per i detenuti comuni di media sicurezza, un'altra ancora per l'alta sicurezza per gli ex 41 bis (AS1) e infine il 41 bis. Oggi risultano 14 detenuti positivi al covid, 10 solo al 41 bis. Fortunatamente non hanno condizioni preoccupanti.
A prescindere dall'emergenza covid, la questione sanitaria è in difficoltà. Il centro clinico del carcere di Parma - adibito per un massimo di 29 posti - è diventato un punto di riferimento anche per gli altri penitenziari: inviano i loro detenuti (anche comuni) malati che, una volta superata la fase diagnostica, rimangono però nel carcere. Il risultato è quello denunciato dalla relazione della Asl che Il Dubbio ha reso pubblico oggi: 220 persone malate e con età avanzata, per la maggior parte allocate presso le Sezioni Ordinarie comprensibilmente inadeguate per la loro assistenza.
Questo fa il paio con l'altro documento, sempre reso pubblico da Il Dubbio, che uscì nel pieno della prima ondata. Vale la pena ricordarlo, anche perché - paragonato con la relazione attuale - sembrerebbe che la situazione sia rimasta invariata. Il centro clinico ospita detenuti con trapianti, immunodepressi, diabetici scompensati, carcinomi, lesioni ossee. A tutto questo si aggiunge un altro elemento critico. "Preme segnalare - si legge nel documento risalente a marzo del 2020 - che sono state disposte allocazioni inappropriate direttamente dall'amministrazione penitenziaria, senza alcuna certificazione o parere medico".
Non solo. La Asl parte dal presupposto che il centro clinico - secondo l'accordo Stato- Regioni del 2015 - ospita in ambienti penitenziari detenuti che, per situazioni di rischio sanitario, possono richiedere un maggiore e più specifico intervento clinico non effettuabili nelle sezioni comuni, restando comunque candidabili per una misura alternativa o per il differimento o la sospensione della pena per motivi di salute. Quindi l'inserimento in tali strutture risponde a valutazioni strettamente sanitarie e il venir meno delle motivazioni cliniche che giustificano la presenza nel centro clinico, dovrebbero essere sufficienti di per sé a portare la direzione degli Istituti penitenziari alla tempestiva ritraduzione del paziente all'istituto di provenienza. Invece accadrebbe il contrario. È stato preso in considerazione ciò che si denunciava già a marzo del 2020?
di Rossella Grasso
Il Riformista, 20 aprile 2021
Una nuova tragedia si abbatte nelle carceri campane. Domenico, 55enne, si è tolto la vita nel carcere di Bellizzi Irpino. Era arrivato il primo aprile. Il suo è il terzo suicidio in pochi giorni. Padre di tre figli, la prima figlia oggi festeggiava il suo 28esimo compleanno. Pugliese di nascita, arrestato nel novembre dello scorso anno era giunto da Foggia da poco. L'ultimo suicidio nel carcere di Bellizzi risale al 2018.
Durante la notte Domenico approfittando del sonno dei compagni di cella si è tolto la vita impiccandosi a un termosifone. A darne notizia è stato Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Regione Campania. "In Italia dall'inizio dell'anno ci sono stati 15 suicidi nelle carceri - ha detto il Garante - Nei primi mesi dell'anno si sono già registrati due suicidi in Campania: un sedicenne che si è tolto la vita in una comunità del Casertano e un detenuto del carcere di Santa Maria Capua Vetere che si è ucciso dopo appena tre giorni dal suo ingresso in cella. Domenico, che si è suicidato oggi era giunto il primo aprile nel carcere di Bellizzi Irpino, è il terzo".
"Anche se i suicidi sono ascrivibili a diverse motivazioni - continua Ciambriello - il carcere continua ad uccidere. Continuo a ribadire la necessita di implementare progetti rieducativi e umanizzanti, distribuendoli su tutto il corso della giornata, al fine di combattere l'isolamento. E poi più figure sociali di accompagnamento (Psicologi, psichiatri, pedagogisti, educatori), più attività di inclusione, di lavoro, di studio e formazione". "In questo periodo di distanziamento sociale dovuto all'emergenza sanitaria sono ancor più venuti a mancare i contatti con i propri affetti, la comunicazione, l'ascolto e la presenza di figure sociali", conclude Ciambriello.
di Giorgio Barbieri
Il Mattino di Padova, 20 aprile 2021
Al terzo tentativo fumata bianca in Consiglio comunale. Il professore designato: "Metto a disposizione la mia esperienza". Per il garante dei detenuti è finalmente arrivata l'attesa fumata bianca. Dopo due sedute andate a vuoto, la prima con il voto a Messina Denaro che ha fatto scandalo e la seconda nella quale non si è raggiunta la maggioranza di due terzi, ieri finalmente il Consiglio comunale è riuscito a eleggere Antonio Bincoletto grazie a 20 voti, ossia la maggioranza semplice e non quella assoluta del Consiglio. Nove le schede nulle, una scheda bianca e un voto a Maria Pia Piva.
La settimana scorsa era stato anche il sindaco Sergio Giordani a chiedere all'aula un gesto di serietà. Parole attaccate da Ubaldo Lonardi, vicepresidente del Consiglio comunale a nome dei gruppi consiliari di centrodestra. "Questa brutta figura", ha detto Lonardi, "è ascrivibile solo a lei e alla maggioranza che rappresenta, evidentemente capace di ragionare solo con la logica dei numeri, per cui quando gliene manca uno, per regolamento, si trova incapace a favorire quel percorso di dialogo sostanziale e non ricattatorio, compito che almeno la figura del sindaco dovrebbe garantire per il bene di tutta la città".
Ma indipendentemente da assenze e "mal di pancia" nella maggioranza, si è finalmente riusciti a eleggere il garante dei detenuti. Ma per farlo è stato necessario arrivare alla terza votazione, dopo che lunedì scorso erano stati raccolti 19 voti sui 22 necessari. Il caso era scoppiato dopo che nella prima votazione, lo scorso 3 marzo, era emerso un voto dato segretamente al superlatitante Matteo Messina Denaro. Una vicenda che ha fatto molto discutere. Una scelta non troppo opportuna (coperta dal segreto del voto) che ha scatenato le reazioni di mezzo consiglio comunale, e in pochi giorni è finito anche sui tavoli delle ministre di Giustizia e Interno, dopo una pioggia di interrogazioni portate a Roma dai parlamentari di Pd e Fratelli d'Italia.
"Certo non posso negare che mi aspettavo maggiore linearità in questa vicenda", ha detto Bincoletto che ieri non è andato in Consiglio comunale attendendo da casa l'esito della votazione, "sarà un impegno importante che dovrà garantire il dettato costituzionale. Quella carceraria è una realtà che conosco bene".
Antonio Bincoletto, il candidato che è stato eletto della maggioranza, è nato a Noventa di Piave (nel Veneziano) ma vive a Padova ormai da molti anni. Nella città del Santo si è laureato e specializzato in filosofia. Dagli anni Ottanta insegna letteratura e storia negli Istituti superiori. Ha frequentato anche corsi di Perfezionamento e di Alta formazione presso il Centro Diritti umani del Bo.
di Ciro Cuozzo
Il Riformista, 20 aprile 2021
A Secondigliano e Poggioreale adesioni e rinunce: "Troppe fake news". Due ultra ottantenni nel carcere di Secondigliano e altri due nella casa circondariale di Poggioreale si sono registrati per la vaccinazione anti-covid. È quanto fa sapere il garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello al Riformista che nei giorni scorsi ha inviato una lettera ai vertici dell'Unità di Crisi regionale e ai direttori delle Asl delle cinque province campane ringraziandoli per la sensibilità mostrata verso i "diversamente liberi che non devono subire una doppia pena: carcere ed esclusione sociale" suggerendo di accompagnare la campagna vaccinale con "provvedimenti incisivi per coloro che decidono volontariamente di essere vaccinati".
Oltre agli over 80, sempre tra Secondigliano e Poggioreale sono 39 i detenuti nella fascia d'età 70-79 che hanno deciso di vaccinarsi mentre un gruppetto ha deciso invece di non farlo. A tal proposito "ho potuto constatare dalle mie visite presso gli istituti penitenziari - ricorda Ciambriello ai vertici della sanità campana - che c'è necessità di incrementare la campagna informativa in maniera incisiva circa l'importanza dei vaccini, essenziale in un momento come questo caratterizzato da una forte disinformazione e da fake news che determinano una particolare riduzione di coloro che risultano predisposti alla somministrazione vaccinale".
Figliuolo annuncia ripresa campagna - Sulla campagna vaccinale nelle carceri, il commissario per l'emergenza Francesco Figliuolo, d'intesa con il ministero della Salute, ha disposto la ripresa delle vaccinazioni "per mettere in sicurezza il comparto".
Somministrazioni che procederanno "parallelamente" a quelle delle categorie prioritarie, vale a dire over 80, fragili, fasce d'età 70-79 e 60-69. Le vaccinazioni interesseranno "il personale della Polizia Penitenziaria e i detenuti negli istituti penitenziari non ancora sottoposti alla prima somministrazione tenendo in considerazione anche il personale amministrativo che opera in presenza".
Riguardo le fasce fragili, ecco l'elenco dei soggetti che possono richiedere la vaccinazione: diabetici, cirrotici, trapiantati, gravi obesi, oncologici, ematologici, affetti da patologie gravi e croniche a carico dell'apparato respiratorio, dializzati, immunodepressi, riconosciuti portatori di legge 104/ 90 con connotato di gravità.
Cartabia: "Oltre 9600 detenuti vaccinati, ora si procederà senza interruzione" - "Ho avuto la comunicazione dal generale Figliuolo che si procederà senza interruzione nel completamento delle vaccinazioni in carcere" ha dichiarato il ministro della Giustizia, Marta Cartabia, in un passaggio del suo intervento alla cerimonia di intitolazione del carcere di Bergamo a don Fausto Resmini.
"Ad oggi, a livello nazionale sono risultati positivi al Covid 737 detenuti, 478 agenti di Polizia Penitenziaria e 41 addetti alle funzioni centrali - ha ricordato Cartabia - mentre sono stati coinvolti nel piano vaccinale 9.624 detenuti, 16.819 agenti di Polizia Penitenziaria e 1.780 addetti alle funzioni centrali". "Ci auguriamo che il vaccino possa dare sollievo a tutti e speriamo possa essere, oltre che una fondamentale protezione sanitaria da un virus cosi insidioso, anche una luce capace di alleviare le non meno faticose sofferenze psicologiche che la pandemia ha portato con sé", ha aggiunto.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 aprile 2021
Giustizia riparativa ed ergastolo ostativo, il discorso della guardasigilli in occasione della cerimonia d'intitolazione della Casa circondariale di Bergamo a don Fausto Resmini. Il ministro della Giustizia, Marta Carabia, ha iniziato la sua prima visita ufficiale in Lombardia con un incontro alla comunità educativa per minori don Lorenzo Milani di Sorisole, in provincia di Bergamo. La ministra ha incontrato i giovani ospiti della comunità che è stata diretta da don Fausto Resmini fino alla sua morte per Covid, avvenuta il 23 marzo del 2020, e ha ascoltato le storie dei ragazzi prima di raggiungere la Casa circondariale.
Dopo la visita "mi rimane innanzitutto questa completezza con cui" don Resmini "affrontava il problema della giustizia", ha detto la ministra intervenendo alla cerimonia di intitolazione del carcere di Bergamo di cui il Don Resmini è stato a lungo cappellano. Don Resmini, "mentre aveva grande attenzione ai detenuti - aggiunge Cartabia - al loro disagio, nel frattempo, ha costruito una grande opera educativa. Il binomio educazione e giustizia è quello che mi colpisce, sia perché la giustizia deve mirare alla rieducazione sia perché credo che nello spirito di don Fausto la forte educazione possa anche prevenire tanti guai con la giustizia e con la società". "Un uomo che praticava la giustizia, un uomo teso a rigenerare, senza facili assoluzioni, il percorso di vita di tutti", ricorda la ministra nel suo discorso.
"Ciascuno di coloro che ha incrociato il suo cammino, dentro e fuori il carcere, ha un suo ricordo particolare, un episodio che fissa in lui la sua memoria" ha aggiunto, spiegando che da don Resmini arrivava "una proposta esigente e nient'affatto buonista come si è tentati di pensare di fronte a testimoni come lui. Ripeteva spesso che per il recupero di chi deve fare i conti con il male commesso occorre un un cammino spesso lungo e sempre segnato da tre momenti: il riconoscimento dell'errore, la richiesta di perdono e la riconciliazione con le vittime". "All'interno del carcere, così isolato da tutto e da tutti in questo lungo anno, il disagio può rischiare a volte di spegnere del tutto la fiducia e la speranza, come provano i drammatici suicidi tra agenti della polizia penitenziaria, tra il personale e tra detenuti. Sono già 16 dall'inizio dell'anno, l'ultimo ieri", ha spiegato la guardasigilli.
"Sono fatti a cui non possiamo abituarci - ha aggiunto -. Sono richiami forti, gridi di aiuto. Questo tempo di pandemia ha acceso un faro sulle tante problematiche connesse alla salute fisica e psichica che in carcere si amplificano e attendono risposte più adeguate di quelle attualmente esistenti. Sono drammi che non possono essere ignorati - ha concluso -. La memoria di don Fausto che oggi consegniamo alla città sia sempre stimolo all'impegno di tutti, soprattutto in questa direzione".
"Il carcere ha molti volti e occorre conoscerli da vicino. Oggi abbiamo dovuto conoscere il carcere della pandemia - pandemia che ha colpito così duramente la città di Bergamo, sin dagli inizi e da cui la città ha saputo riscattarsi grazie alla generosità di tanti. Il carcere della pandemia ha portato in primo piano i problemi della salute.
Oggi, siamo chiamati a farci carico prioritariamente della salute di chi opera nel carcere e di chi nel carcere è ospitato, per proteggere tutta la comunità carceraria", ha affermato Cartabia, assicurando di aver "avuto la comunicazione dal generale Figliuolo che si procederà senza interruzione nel completamento delle vaccinazioni in carcere".
"Occorre procedere con le vaccinazioni - ha aggiunto - e a questo scopo io e il Capo del dipartimento penitenziario, Bernardo Petralia siamo in continuo contatto con le autorità competenti perché il piano vaccinale non subisca interruzioni fino al suo completamento. Desidero rassicurare tutti su questo punto, anche quanti negli ultimi giorni avevano nutrito preoccupazioni a riguardo".
Cartabia ha precisato che "a oggi, a livello nazionale sono risultati positivi al Covid 737 detenuti, 478 agenti di polizia penitenziaria e 41 addetti alle funzioni centrali, mentre sono stati coinvolti nel piano vaccinale 9.624 detenuti, 16.819 agenti di polizia penitenziaria e 1.780 addetti alle funzioni centrali. Ci auguriamo - è il suo auspicio - che il vaccino possa dare sollievo a tutti e speriamo possa essere, oltre che una fondamentale protezione sanitaria da un virus così insidioso, anche una luce capace di alleviare le non meno faticose sofferenze psicologiche che la pandemia ha portato con sé".
"Per tutti, il carcere deve avere finestre aperte su un futuro, deve essere un tempo volto a un futuro di reinserimento sociale, come esige la Costituzione. Ma le modalità debbono diversificarsi, debbono tenere in considerazione le specificità di ogni situazione", ha spiegato quindi la ministra.
"Credo che debba essere letta in questa chiave anche la pronuncia della Corte costituzionale, annunciata dal comunicato stampa dello scorso 15 aprile, sull'ergastolo ostativo - ha aggiunto Cartabia. Bisognerà leggere con attenzione le motivazioni che chiariranno l'esatto significato della decisione. Mi pare che sin da ora si possa ritenere che la Corte ha già individuato nell'attuale regime dell'ergastolo ostativo elementi di contrasto con la Costituzione, ma chiede al legislatore di approntare gli interventi che permettano di rimuovere l'ostatività tenendo conto della peculiare natura dei reati connessi alla criminalità organizzata di stampo mafioso, e quindi nel rispetto di regole specifiche e adeguate".
Nel corso della cerimonia la ministra ha quindi ricordato l'importanza della "giustizia riparativa", come "aspetto della nostra giustizia ancora tutto da sviluppare - ha aggiunto - e che, come ho avuto modo di dire anche in Parlamento, mi sta molto a cuore e desidero sostenere attraverso l'azione di governo, per quanto sarà nelle mie possibilità".
di Pietro Senaldi
Libero, 20 aprile 2021
Franco Coppi: "La verità è che la politica ignora i problemi della giustizia, che si abbattono soprattutto sui cittadini comuni, e che ai magistrati interessa più la loro politica interna, correntizia, piuttosto che quella del Palazzo. E la prova è che tutti parlano dei mali dell'amministrazione dei tribunali, però sono discorsi che sento da più di cinquant' anni senza che sia mai stata trovata una soluzione. Anzi, ho l'impressione che, più se ne parla, meno si fa e più i mali della giustizia si aggravano. Prenda la lunghezza dei processi: sembravano eterni già negli anni Settanta, oggi durano ancora di più La ragione di tutto questo? Sciatteria, è la prima parola che mi viene in mente".
C'è un uomo solo che può parlare delle relazioni tra magistratura e politica senza essere accusato di imparzialità, perché ha difeso da pesantissime accuse dei pm i due leader più longevi della storia della Repubblica, Andreotti e Berlusconi, e li ha fatti assolvere, ma non ha mai ceduto alle lusinghe del Parlamento, che pure lo ha corteggiato. La sua toga è immacolata, il suo nome è Franco Coppi. L'avvocato più famoso d'Italia è disincantato, la passione per il diritto è la stessa di un ragazzino, malgrado gli 82 anni, la disamina è amorevolmente spietata, la diagnosi lascia poche speranze perché non si intravede volontà di ravvedimento operoso. "Riforme ne sono state fatte negli anni", per una volta il tono è quello della requisitoria e non dell'arringa, "ma stando ai risultati sono state quasi tutte inutili, non ho visto miglioramenti".
Devo dedurne che la giustizia italiana è irriformabile?
"Nulla lo è, a patto che ci sia la volontà. Riformare davvero richiede il coraggio delle proprie decisioni e la disponibilità a esporsi a critiche anche feroci. Se pensi a quanti voti perdi se separi pm e giudici o se togli l'abuso d'ufficio, non vai da nessuna parte. Devi fare quel che ritieni giusto, senza curarti delle conseguenze".
I politici dicono che riformare la giustizia è impossibile perché i giudici non vogliono...
"Io penso invece che temano di perdere il consenso se toccano la magistratura".
Ma la magistratura non ha perso credibilità negli ultimi anni?
"Comunque meno della politica".
I politici dicono di temere la reazione dei pm, pronti a indagarli se smantellano il suo potere...
"Io non credo che ci sia una guerra della magistratura contro la politica tout court. Non creiamo falsi problemi: la magistratura ha un potere enorme ma quello del legislatore è ancora più grande. Se il Parlamento avesse la forza di cambiare la legge, alla fine Procure e Tribunali sarebbero costretti ad assoggettarsi".
Secondo lei quindi è stata la politica a cavalcare la magistratura più che la magistratura a tenere sotto scacco la politica?
"Questa è un'analisi che contiene della verità: certo alcune parti politiche hanno speculato sulle disavventure giudiziarie degli avversari. Sgradevole che quasi sempre sia avvenuto prima della sentenza definitiva, che spesso è stata di assoluzione, come nei processi che ho seguito per Andreotti e Berlusconi. Però, se intendo il senso provocatorio della sua domanda, il fatto che una giustizia così screditata sia in un certo senso funzionale agli interessi della politica è una tesi suggestiva e non infondata".
Ma se la politica non è ferma per timore della reazione della magistratura, perché allora la subisce?
"Sudditanza psicologica? O piuttosto anche una forma strana di indifferenza rispetto ai problemi. Il Parlamento oggi sembra avere dimenticato il motto latino "Iustitia fondamentum regni": con istruzione e sanità, il funzionamento dei tribunali è il cardine di un Paese civile. Noi invece abbiamo messo anche la giustizia in lockdown, ma i danni sono irreparabili".
È così difficile apportare queste modifiche?
"Basterebbero 24 ore. Però temo che uno dei grandi problemi sia il deficit di competenza. La politica in realtà non sa dove mettere le mani per migliorare il diritto. Non ha gli uomini, dovrebbe appaltare la riforma della giustizia a una commissione di una dozzina di giuristi".
I giudici insorgerebbero subito...
"Se le proposte fossero concrete e ragionevoli, non potrebbero opporvisi. E anche se lo facessero, chi se ne importa?".
Ritiene che le toghe siano troppo politicizzate?
"Di magistrati ne ho conosciuti tanti. Sono una piccola parte quelli condizionati dalla politica".
Captatio benevolentiae...
"Guardi, ho visto molti più giudici influenzati dall'opinione pubblica, dai giornali o dalle mode che dalla politica. C'è chi mi ha confessato, prima dell'udienza, di essersi fatto un'opinione guardando i talkshow".
Le intercettazioni di Palamara però hanno rivelato che Salvini è a processo perché ritenuto un avversario politico e non un sequestratore di immigrati...
"Sarebbe una cosa spregevole".
Cosa pensa di quello che sta venendo fuori sulla magistratura?
"Non tutto è una novità, di certe cose si parlava da tempo. La cosa più sgradevole è il sistema di nomine, tutte raccomandazioni, dispute, calcoli: se fosse davvero così, sarebbe sconcertante".
Che quadro ne emerge della magistratura?
"Un potere autoreferenziale concentrato su se stesso, più interessato alla politica interna che a quella nazionale".
Vede segnali di pentimento nella casta in toga?
"Vedo imbarazzo nei molti magistrati onesti. È auspicabile che l'intera categoria si senta ferita".
Cambierà qualcosa?
"Per cambiare serve volontà. Quel che vedo non mi fa essere ottimista".
Bisognerebbe abolire l'Associazione Nazionale Magistrati?
"L'abolizione del parlamentino delle toghe è un problema che non mi sono mai posto. La sua esistenza mi lascia indifferente: se c'è, è naturale che si divida in correnti, ma i problemi veri della magistratura sono altri".
Quali, secondo lei?
"Vedo troppa anarchia nei tribunali, ogni giudice fa quel che gli pare e i processi hanno spesso sviluppi cervellotici, sfociano in sentenze imprevedibili. Avrei paura a essere giudicato da questa magistratura".
Colpa del Consiglio Superiore della Magistratura?
"Il Csm non può intervenire sui processi ma sui comportamenti deontologici dei giudici. È il capo degli uffici, il Procuratore o il Presidente del Tribunale che deve far lavorare i suoi sottoposti e mettere un argine a decisioni e comportamenti stravaganti. Solo che, appena lo fa, si parla di attentato all'indipendenza del giudice. Invece secondo me è indispensabile un capo che riprenda e metta ordine".
La sua ex collaboratrice, Giulia Bongiorno, ha detto che nell'esame di magistratura bisognerebbe inserire un test psicologico. Lei sarebbe d'accordo?
"Sono d'accordo che servirebbero mezzi di selezione più rigorosi. Non è ammissibile che si diventi magistrati, acquistando diritto di vita e di morte sugli italiani, dopo due o tre compitini di legge. Ci vorrebbero esami più articolati attraverso i quali saggiare anche la preparazione morale e spirituale e l'equilibrio psicologico e politico del candidato".
Ipotizza anche verifiche nel corso della carriera?
"Queste dovrebbero farle i capi dei giudici. In realtà credo che bisognerebbe dare più importanza alla produzione di un giudice per valutarne gli avanzamenti di carriera. Oggi si procede solo per anzianità, ma questo ti porta in processi importanti, magari in Cassazione, a trovarti davanti a giudici che mai avresti immaginato a certi livelli. Dovrebbero contare anche i processi vinti o persi e le sentenze impugnate o cassate. Come in tutti i lavori, il risultato deve avere un peso nella carriera. Trovo molte diversità nei livelli di preparazione di una toga rispetto a un'altra".
Si dice che i giudici non pagano mai per i loro errori...
"Lavorare sotto il timore di uno sbaglio che può costare caro toglie serenità e distacco".
Però lei se sbaglia, paga...
"Io non ho mai desiderato fare il giudice perché mi angoscerebbe l'idea di decidere sulla sorte di un uomo. Pensi che ci sono certi processi, dove non sono riuscito a far assolvere imputati che ritenevo innocenti, per i quali ancora non dormo la notte a distanza di anni".
Che qualità dovrebbero essere indispensabili per un giudice?
"A parte la preparazione tecnica, che non sempre riscontro, un giudice deve avere equilibrio e umanità, per ricostruire i fatti e valutarli. Deve essere dotato di un alto valore morale e sociale, perché diventa interprete della realtà che sta vivendo".
Si ha l'impressione che certe sentenze vogliano cambiare la società anziché seguirne l'evoluzione...
"Talvolta nelle motivazioni dei verdetti c'è la volontà di impartire qualche lezioncina. Però quando parlo di valore morale non voglio dire intento moralizzatore, che è una cosa dalla quale il giudice dovrebbe sempre rifuggire".
Le mutazioni della società hanno portato anche a una proliferazione delle fattispecie di reato...
"Alcuni nuovi reati sono inevitabili, come quello che punisce le comunicazioni sociali che manipolano il mercato. Altri sono gratuiti".
Tipo il femminicidio o i reati della legge Zan?
"Talvolta introdurre un nuovo reato serve al legislatore per levarsi il pensiero. C'è un problema sociale? Creo un reato e sparo una condanna, così ho la coscienza a posto e mi mostro sensibile. La realtà è che bisognerebbe depenalizzare, non creare nuovi reati; oggi abbiamo liti di condominio che finiscono in Cassazione".
Com' è cambiata la giustizia da che ha iniziato lei?
"Essendo anziano non vorrei passare per un laudator temporis acti, ma non posso evitare di constatare un degrado generale, nella magistratura quanto nell'avvocatura. Ricordo che un tempo, quando andavo ad ascoltare i grandi per imparare, c'erano livelli di discussione giuridica ben più alti. Oggi, a causa anche del carico di lavoro eccessivo, i tribunali sono diventati delle fabbriche del diritto, le sentenze vengono scritte in fretta. Ma sono nostalgico anche anche per quanto riguarda la cifra stilistica: girando per le aule mi sembra che manchino l'eleganza e il decoro di un tempo".
È stato più facile far assolvere Andreotti o Berlusconi?
"Quello di Andreotti è un processo che non si sarebbe dovuto tenere".
E quello di Berlusconi, l'ha vinto in punta di diritto?
"No, l'ho vinto sui fatti: quelli contestati non configuravano un reato".
Però si era messa male ...
Per vincere non ho dovuto scalare le montagne, molto lavoro era stato fatto dai miei predecessori, io ho dovuto solo convincere i giudici che la qualificazione giuridica dei fatti portava necessariamente all'assoluzione".
Fortuna che quella volta non si è imbattuto in un giudice moralista?
"Non sono un mondano, la sera preferisco stare a casa con mia moglie e le mie figlie, abitiamo tutti vicini. Però alle cene di Arcore ci sarei andato, e mi sarei pure divertito".
Perché ha chiamato il suo cane Ghedini?
"Perché me l'ha regalato proprio Niccolò. Io sono un grande cinofilo. Il cane si chiama Rocki, io gli ho dato un cognome, ma è un gesto d'affetto verso chi me l'ha donato. Mi ha fatto un regalo che mi ha commosso e del quale gli sarò sempre grato".
di Carlo Lania
Il Manifesto, 20 aprile 2021
In programma un vertice in Italia con esponenti libici e le agenzie Onu sui diritti umani. Con un occhio al prossimo decreto missioni. L'impegno a organizzare a Roma un incontro tra esponenti del governo libico e le agenzie dell'Onu, Unhcr e Oim, che si occupano di rifugiati e migranti. Ma anche le (ormai) consuete pressioni perché Tripoli eserciti maggiori controlli sulle sue frontiere meridionali dalle quali passano decine di migliaia di migranti, e lungo le coste per arginare le partenze dei barconi. In cambio, l'impegno dell'Italia a sostenere progetti di collaborazione allo sviluppo coinvolgendo anche l'Unione europea.
Nonostante le trasferte già avvenute del premier Mario Draghi e del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, al Viminale preferiscono ancora considerare il viaggio compiuto ieri in Libia dalla ministra Luciana Lamorgese come un "primo approccio", l'avvio di una collaborazione tra Italia e il nuovo governo di unità nazionale guidato al premier Abdlamid Dabaiba che ieri la ministra ha incontrato insieme al presidente del Consiglio presidenziale dello Stato Mohames Younis Ahmed al-Menfi e al ministro dell'Interno Khaled Tijani Mazen. La missione libica ha però anche una forte valenza politica interna, specie dopo che gli apprezzamenti rivolti da Draghi alla Libia per i "salvataggi" compiuti dalla cosiddetta Guardia costiera libica, hanno di nuovo riaperto la questione della sistematica violazione dei diritti umani nel Paese nordafricano.
Per questo Lamorgese è tornata a chiedere una risposta alle osservazioni presentate a luglio dello scorso anno da Roma al Memorandum Italia-Libia con le quali si sollecitava un maggior coinvolgimento proprio di Unhcr e Oim nel controllare le condizioni di vita dei migranti nei centri di detenzione libici, condizioni che saranno anche oggetto del futuro vertice romano. Ottenere rassicurazioni in tal senso, è quindi importante per il governo in vista dell'imminente discussione in parlamento del decreto missioni per provare a disinnescare possibili contestazioni a un nuovo finanziamento alla Marina libica tra le forze della maggioranza che sostiene Draghi. E poco importa se analoghe rassicurazioni erano state fornite anche nel 2020 dal precedente esecutivo guidato a Fayez al-Sarraj senza che nel frattempo nulla sia cambiato.
Il viaggio di ieri è stato preceduto da una telefonata tra Lamorgese e Mazen ed avviene in un momento in cui in Libia l'Italia deve ritrovare il suo spazio. Oltre alla Turchia e alla Russia, che si dividono il Paese, il mese scorso la Francia ha riaperto la sua ambasciata e Macron, insieme alla promessa di finanziamenti per la formazione della polizia di frontiera cerca, per ora senza successo, di assumere il controllo della frontiera con il Niger per arginare i flussi dei migranti ed eventuali infiltrazioni da parte di terroristi. L'Unione europea, invece, si prepara a inviare entro la fine di aprile un proprio ambasciatore a Tripoli. In questo scenario ci sono i dati dell'agenzia europea Frontex che segnalano come il numero dei migranti che a marzo hanno attraversato il Mediterraneo centrale sia quadruplicato (1.800) rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, quando la pandemia era appena cominciata. Numeri che fanno temere al Viminale un'impennata degli arrivi non appena le condizioni del tempo lo permetteranno.
Intervenire nella gestione di questi flussi per Roma diventa quindi fondamentale, anche se la questione migranti più che nelle mani del governo libico è in quelle della Turchia che nella base navale di al Khums, recentemente ricostruita, addestra da mesi la Guardia costiera di Tripoli. Ieri comunque, per non smentirsi, in serata il ministero dell'Interno libico ha ricordato come Mazen abbia tra l'altro chiesto a Lamorgese corsi di formazione per "l'aviazione della polizia, la sicurezza costiera e altri corsi specialistici nel campo della lotta all'immigrazione illegale".
Lamorgese si è impegnata ad alleggerire la pressione in Libia ricominciando a organizzare corridoi umanitari verso l'Italia. Tecnicamente più che corridoi, come spiega l'Unhcr, si tratta di evacuazioni umanitarie dei soggetti più vulnerabili - persone malate, donne sole o incinta, minori e famiglie - e per quanto importanti, finora si tratta ancora di numeri limitati: dal 2017 al 12 settembre 2019 ne sono stati effettuati in tutto appena otto (sei direttamente dalla Libia all'Italia e due passando dal Niger), che hanno permesso il trasferimento in Italia di 913 persone.
di Sofia Segre Reinach*
Corriere della Sera, 20 aprile 2021
Oltre la chemio e le sbarre nel segno della speranza. I ragazzi affetti da patologie gravi che realizzano Il Bullone si sono confrontati con i reclusi del carcere milanese. Le paure del dopo Covid e una certezza: "Insieme imperiamo sempre qualcosa".
I B.Liver, ragazzi affetti da patologie gravi e croniche che realizzano il giornale mensile Il Bullone (nella foto la copertina dell'ultimo numero), e i reclusi del carcere di Opera. Non è la prima volta. Era già successo due volte, prima del lockdown, un confronto in presenza duro e sincero, sulla libertà, il senso della giustizia, la malattia e il confronto, chissà perché inevitabile, tra chemio e sbarre. Anche sabato 10 aprile il bisogno di incrociarsi tra due comunità così diverse ma con tratti simili ha spinto Bill Niada, il fondatore del Bullone e Giovanna Musco, responsabile dell'Associazione In Opera, a mettere insieme ragazzi e detenuti.
Un incontro in remoto, come si dice adesso quando uno sta a casa sua e gli altri tutti insieme in una stanza. In una bolla del carcere. Il Covid ha diviso i raggi in bolle, i detenuti 30-40 stanno insieme dalla mattina alla sera, sempre loro, senza contatti con altri reclusi per ridurre al minimo eventuali contagi. La tecnologia ha aiutato tutti a dimenticare la sofferenza che si aggiunge ad altra sofferenza che ci ha colpito da più di un anno.
Prima domanda: abbiamo davanti a noi ragioni di speranza? Ci sono ragioni che possono preservarci dalla disperazione? Che servono a mantenerci in cammino? E si apre il dibattito tra speranza "che in carcere è forse solo una parola, ma non la perdiamo mai", come ha detto Giuseppe, e la bolla. Bolla tra le celle, negli ospedali, a casa propria, sul lavoro. "Prigioni diverse" ha aggiunto Giulia, una B.Liver stanca di aspettare che tutto finisca.
Carlo, un altro recluso, ha preferito andare oltre: "Io sono oltre la bolla. Che cosa succederà dopo? Come mi adatterò al nuovo corso? Come quando uscirò da qui: riuscirò a reinserirmi in una vita sociale normale?". Mattia: "La bolla? Un modo come un altro per riscoprire se stessi, capiti gli errori che ci hanno portato qua dentro". La B.Liver Oriana accarezza: "Quanto coraggio che avete, mi piace parlate con voi s'impara sempre". Alex, un altro detenuto, accetta la carezza in remoto e rilancia: "Siamo noi che impariamo da voi, stiamo bene insieme quando ci confrontiamo".
Mai nessuno ha chiesto: qual è il tuo reato? Come mai nessuno ha chiesto: qual è la tua malattia? Due citazioni, invece. Un recluso ha parlato di Saramago, Cecità: "Se dovessimo tutti insieme perdere la vista... provate ad immaginare che cosa succederebbe...". Un B.Liver è andato su Kierkegaard che ha definito la speranza "la passione del possibile". E tre ore sono volate via, è mancato solo l'abbraccio finale. Con Andrea, come Carlo, Giuseppe, Alex, Alessio, Mattia, che saluta tutti e dice: "Torniamo nella nostra bolla, a presto". Sarah saluta anche lei da casa con il suo iPad: le parole sono creature viventi. Si sta bene anche così.
*Operatrice de "Il Bullone"
- Trapani. Il vescovo ai detenuti di A.S.: "Fermare alluvione della mafia e delle mistificazioni"
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