Il Sole 24 Ore, 14 gennaio 2021
Spetta la giudice richiedente illustrare le conseguenze sulla libertà personale della mancanza di un atto presupposto valido. Un mandato d'arresto europeo è considerato non valido se non è basato su un mandato d'arresto nazionale o su qualsiasi altra decisione giudiziaria esecutiva avente la stessa forza. Spetta al giudice competente dello Stato membro emittente determinare, conformemente al diritto nazionale, quali conseguenze può avere la mancanza di un mandato d'arresto nazionale valido per la decisione di custodia cautelare e, successivamente, per la detenzione di una persona sottoposta a procedimento penale.
La Corte di giustizia dell'Unione europea con la sentenza sulla causa C-414/20 PPU ha, infatti precisato che il sistema del mandato d'arresto europeo si basa sul principio del reciproco riconoscimento, che si fonda sulla fiducia reciproca tra gli Stati membri per quanto riguarda il fatto che il mandato d'arresto europeo è stato emesso in conformità ai requisiti minimi da cui dipende la sua validità.
Il diritto dell'Unione prevede in particolare che il mandato d'arresto europeo debba essere basato su un "mandato d'arresto o su qualsiasi altra decisione giudiziaria avente la stessa forza". A nulla rileva la denominazione dell'atto presupposto, ma la sostanza dei suoi effetti giuridici e le relative garanzie di difesa. Mentre nel caso specifico l'atto nazionale in base al quale è stato emesso il mandato d'arresto europeo aveva il solo scopo di notificare all'interessato le accuse a suo carico e di dargli la possibilità di difendersi fornendo spiegazioni e offerte di prova.
Per la Cgue è assente in tal caso la verifica, che spetta al giudice nazionale, sul Mae mirata ad accertarne il fondamento giuridico, ossia l'esistenza di "un mandato d'arresto nazionale o una decisione giudiziaria esecutiva avente la stessa forza". Da tale circostanza deriva l'invalidità del Mae. Inoltre la Cgue conclude che il sistema del mandato d'arresto europeo offre una protezione a due livelli. Pertanto, oltre alla protezione giudiziaria fornita al momento dell'adozione di una decisione nazionale, come il mandato d'arresto nazionale, esiste anche una protezione giudiziaria fornita al momento dell'emissione del mandato d'arresto europeo. Poiché la misura può incidere sul diritto alla libertà della persona interessata, tale protezione implica che una decisione che soddisfi i requisiti dei due livelli di protezione deve essere presa in considerazione dalle autorità competenti
foggiatoday.it, 14 gennaio 2021
Coronavirus: 26 detenuti e 46 agenti positivi nelle carceri in Puglia. "La situazione è molto delicata". La denuncia di Federico Pilagatti, segretario del Sappe, il sindacato degli agenti penitenziari che chiede l'intervento della Regione a garanzie della salute dei detenuti e degli operatori carcerari.
Secondo il report carceri aggiornato all'11 gennaio del Dap, Dipartimento Amministrazione Penitenziario, gli attualmente positivi al Covid-19 nei 12 istituti penitenziari puglisi sono 71, di cui 26 detenuti e 45 agenti. Di queste dieci sono reclusi nella casa circondariale di Lucera, da dove vengono anche gli unici due ricoverati del territorio.
Tutti negativi, invece, a Melfi, San Severo, Trani (femminile) e Turi. Manca la strumentazione necessaria per fare i test rapidi. E gli agenti della polizia penitenziaria delle carceri pugliesi attendono. La denuncia arriva da Federico Pilagatti, segretario del Sappe, il sindacato degli agenti penitenziari che chiede l'intervento della Regione a garanzie della salute dei detenuti e degli operatori carcerari.
Come riporta l'agenzia di stampa Dire, il sindacalista evidenzia che "le Asl pugliesi si comportano diversamente: le aziende di Foggia, Bat, Bari si dimostrano collaborative con l'amministrazione penitenziaria, quelle di Lecce e Taranto non sembrano tanto preoccuparsi della questione, nonostante siano state invitate in più occasioni ad effettuare i testi ai poliziotti al fine di tracciare eventuali situazioni anomale".
Il Giorno, 14 gennaio 2021
Dai dati ministeriali più recenti, Lombardia maglia nera per diffusione del virus. Contagiati in regione anche 90 poliziotti. Lombardia maglia nera tra le regioni d'Italia per numero di positivi al virus in cella. E i tre penitenziari milanesi danno il loro contributo. Come riportato nel report carceri del Dap, aggiornato all'11 gennaio, nei 18 istituti penitenziari del territorio lombardo sono 185 i detenuti contagiati e 9 quelli ricoverati in ospedale.
Nel milanese, 83 sono i casi positivi nel carcere di Bollate, dove è stato allestito un hub covid per i detenuti con virus provenienti da tutti gli istituti della Regione. Tra loro anche quelli che arrivano da San Vittore, dove i positivi sono 36, 10 quelli di Opera. Novanta, invece, gli appartenenti al corpo di Polizia Penitenziaria positivi al virus in regione, dei quali 15 al Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria con sede a Milano.
Più in generale, stando ai dati di questo inizio settimana sono 624 i detenuti positivi al virus negli istituti penitenziari d'Italia, 587 dei quali asintomatici, 26 ricoverati. Un numero complessivo che cresce, a sorpresa, per gli agenti della polizia penitenziaria: 647 i contagiati, 64 dei quali sintomatici. Sessantuno i positivi, invece, fra il personale amministrativo e dirigenziale penitenziario. Sono dati che assumono un certo peso anche in considerazione di quello complessivo: 52.404 i detenuti reclusi nei 190 istituti penitenziari del Paese all'11 gennaio scorso, 36.939 i poliziotti penitenziari.
"Quella del virus tra i detenuti è una situazione difficile che monitoriamo giorno per giorno - spiega il Garante per i detenuti della Lombardia Carlo Lio - la mia solidarietà va a loro ma anche agli addetti della Polizia penitenziaria che stanno affrontando il virus". Lio ieri ha scritto una lettera al nuovo assessore regionale al Welfare Letizia Moratti, anche per chiederle un incontro sul tema della salute dietro le sbarre. "Nonostante i problemi legati alla pandemia - aggiunge il Garante - stiamo continuando i colloqui via web con i detenuti dei vari istituti che chiedono di parlare con il nostro uffici per i motivi più diversi".
Nei giorni scorsi anche la Caritas ambrosiana è intervenuta mettendo il dito nelle piaghe del sistema carcerario milanese dove il sovraffollamento è ancora oltre i limiti di guardia, si registra un aumento dei positivi al Covid rispetto alla prima ondata e sofferenze aggiuntive comportano ai detenuti le misure coercitive assunte in nome della sicurezza sanitaria, come la sospensione di alcune attività risocializzanti, per esempio la scuola, e quella di servizi essenziali affidati ai volontari, la cui presenza è stata drasticamente ridimensionata in nome della sicurezza sanitaria. Temi, questi, emersi dal documento elaborato dagli operatori dell'area carcere di Caritas Ambrosiana, in particolare sulla situazione degli istituti penitenziari di San Vittore, Bollate e Opera.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 14 gennaio 2021
Da più di un mese il padiglione San Paolo del carcere di Poggioreale, quello che ospita i detenuti con problemi di salute, è senza ascensore e le stanze allestite per consentire ai detenuti di sottoporsi a dialisi restano ancora chiuse, le apparecchiature inutilizzate. E tutto a causa di problemi alla guaina del tetto e delle infiltrazioni che ne sono state la conseguenza.
Le infiltrazioni di acqua piovana sarebbero infatti all'origine del guasto al vano motore che ha messo fuori uso l'ascensore con tutto quello che ciò può significare per quei reclusi con problemi di deambulazione, ma anche per coloro che, a causa di patologie varie, hanno comunque difficoltà a fare a piedi le scale per raggiungere, dal secondo o terzo piano dove si trovano le loro celle, il piano dove ci sono i locali per eseguire screening e visite mediche specialistiche.
E così, da diverse settimane, tra i reclusi del padiglione San Paolo in molti sono costretti a vivere una sorta di doppia prigionia, non riuscendo ad allontanarsi dalle proprie celle nemmeno per la cosiddetta ora d'aria perché non possono spostarsi fino alla zona passeggio e, soprattutto, senza poter sottoporsi alle visite mediche perché impossibilitati a muoversi a piedi da un piano a un altro.
Con l'ascensore fuori uso, l'unica alternativa possibile sarebbe quella di portare questi reclusi in braccio ma è facile immaginare che si tratta di una eventualità assai remota. Quindi si attende. Si attende che il guasto all'ascensore venga riparato. Il caso è stato segnalato al grande regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello, il quale nelle scorse settimane ha scritto al direttore del carcere Carlo Berdini per rappresentare i disagi visti dai detenuti. Il direttore del carcere ha risposto spiegando di aver richiesto gli interventi di manutenzione per rimettere in funzione l'impianto. Certo, c'è una burocrazia e si sono tempi "tecnici" da rispettare, ma il guasto non è stato ancora riparato.
Ieri una squadra di operai avrebbe dovuto eseguire la riparazione ma c'è stato l'ennesimo intoppo. E dire che il padiglione San Paolo del carcere di Poggioreale è un padiglione rimesso a nuovo non da molto tempo, che la struttura è dotata di mezzi e risorse per garantire assistenza medica e specialistica ai reclusi che necessitano di cure e monitoraggi periodici e che c'è anche una cucina dove vengono preparati i pasti adatti alle esigenze di salute dei reclusi che vivono in quel padiglione. Si tratta di 54 detenuti, una dozzina dei quali costretti su una sedia a rotelle e da settimane costretti a trascorrere le giornate in cella, rinunciando a utilizzare gli altri spazi per l'impossibilità di fare le scale senza l'uso dell'ascensore. "Sono queste piccole cose, dal valore non quantificabile, che incidono sulla garanzia dei diritti e sulla tutela della dignità di una persona", osserva il garante Ciambriello. Il riferimento è anche alla situazione dei locali dove i detenuti che hanno bisogno di cicli di dialisi potrebbero sottoporsi alle terapie senza dover affrontare i trasferimenti e le attese per ottenerli. Anche in questo caso a fermare la tutela del diritto alla salute in carcere è un problema tecnico, un guasto, una perdita dal tetto che causa infiltrazioni. Può sembrare una causa apparentemente banale ma finisce per determinare conseguenze ben più gravi.
Le stanze all'ultimo piano del padiglione San Paolo, infatti, sono pronte da mesi eppure non si può inaugurarle né si possono utilizzare i macchinari che Asl e amministrazione penitenziaria hanno messo a disposizione dei detenuti. Perché? Perché le infiltrazioni hanno causato macchie di umidità in una delle stanze destinate al personale sanitario. Di qui lo stop, e l'attesa. E il diritto alla salute continua a essere messo a dura prova. Il caso di Poggioreale riapre un antico dibattito e accende i fari sul diritto alla salute in carcere che è un diritto spesso sacrificato, sulla necessità di investimenti per migliorare l'edilizia penitenziaria che è in molti casi un'edilizia vecchia o fatiscente, sulla difficile vita dietro le sbarre.
di Selvaggia Bovani
La Provincia Pavese, 14 gennaio 2021
Sono stati trasferiti a Bollate e San Vittore. La Cgil: "Subito individuati grazie agli screening giornalieri". Diciassette detenuti nel carcere di Vigevano sono stati trovati positivi al Covid: è già scattata l'operazione di smistamento in altre strutture. "Tutto è nato con un tampone rapido eseguito a un detenuto sintomatico - spiega Patrizia Sturini, sindacalista della Cgil - esame che è risultato appunto positivo. Grazie a un grande lavoro di equipe e alla prontezza del direttore Davide Pisapia, che ha acquistato subito i test rapidi, è stato possibile identificare tutti i casi sospetti, che sono stati immediatamente isolati in un settore Covid. La scoperta è avvenuta domenica e martedì sono stati trasferiti nelle strutture hub del milanese indicate da Regione Lombardia, come il carcere di San Vittore e quello di Bollate".
calabria7.it, 14 gennaio 2021
Anche il Movimento Forense di Crotone, attraverso il presidente Salvatore Rocca, aderisce all'iniziativa per la stipula di un accordo che definisce i criteri organizzativi e di gestione operativa dello Sportello di orientamento al percorso legale da istituire presso la casa circondariale di Crotone. L'idea, promossa dal Garante dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale del Comune di Crotone, Federico Ferraro, è da concordare di concerto con il provveditorato dell'amministrazione penitenziaria regionale Calabria, la direzione della casa circondariale di Crotone, oltre a tutte le istituzioni e associazioni Forensi del crotonese.
"Compito dello Sportello - dice il presidente Rocca - è fornire ai detenuti che lo richiedano informazioni e orientamento al percorso legale su tutte le materie del diritto e, se necessario, l'assistenza nell'individuazione di un professionista iscritto in appositi elenchi per l'eventuale conferimento del mandato. È vietata l'informazione sui giudizi pendenti, secondo quanto previsto dall'art. 1 Reg. Cnf 19 aprile 2013, al servizio possono accedere tutti i detenuti tramite la compilazione di un'apposita domanda che viene raccolta e gestita da personale volontario messo a disposizione dello Sportello".
di Elisa Grossi
Corriere di Bologna, 14 gennaio 2021
Torna la voce che porta cultura, spiritualità e intrattenimento nel carcere della Dozza. Dopo una fase sperimentale tra aprile e ottobre 2020 e un'edizione speciale natalizia, la trasmissione radiotelevisiva "Liberi dentro-Eduradio" entra a pieno titolo nel programma educativo e didattico dell'istituto. Il progetto è nato durante il lockdown per mantenere una vicinanza ai detenuti quando, a causa della pandemia, si sono dovute sospendere tutte le attività educative e didattiche che animano l'istituto in via del Gomito. Ora il programma viene rilanciato con il sostegno del Comune e di Asp (Azienda pubblica di servizi alla persona). A partire dalla settimana prossima, tutti i giorni da lunedì a venerdì, dalle 9 alle 9.30 sulle frequenze di Radio Città Fujiko 103.1 Fm e poi dalle 10.30 alle 11 sul canale 636 Teletricolore, riprenderà il filo diretto con i detenuti grazie alla trasmissione "Buongiorno da Liberi dentro Eduradio".
Da febbraio saranno coperti anche il fine settimana e altre fasce orarie con rubriche e approfondimenti curati dall'ampia rete di partner del progetto. Il palinsesto prevede lezioni scolastiche, rubriche culturali, messaggi spirituali, consigli di lettura e ascolto dal mondo del volontariato, musica e teatro. Alla conduzione c'è sempre Caterina Bombarda, affiancata da Frate Ignazio De Francesco. Nella squadra dei relatori ci sono insegnanti, volontari, il cappellano della Dozza Padre Marcello Matté e i Garanti dei detenuti.
di Chiara Dino
Corriere Fiorentino, 14 gennaio 2021
Il regista della Compagnia della Fortezza: ora serve il teatro stabile. Trent'anni di Compagnia della Fortezza per un grande progetto: riuscire a trasformare un'esperienza da tanti premi Ubu in una compagnia di teatrale stabile. Armando Punzo, il napoletano Punzo, si è trasferito a Volterra negli anni 80 per incontrare il Gruppo Internazionale L'Avventura, un'esperienza autonoma figlia del parateatro grotowskiano, e qui è rimasto lavorando su uno dei più innovativi progetti teatrali italiani: quello che vede andare in scena i detenuti in un dialogo costante con il tema delle prigioni, fisiche o mentali. È grazie a lui che Aniello Arena è diventato un grande attore.
Per l'anno da capitale Punzo porterà in scena, nel carcere di Volterra, la settima puntata, se così può dirsi, di Naturae, spettacolo che come tutti i precedenti sarà l'esito dei laboratori svolti dentro le mura della prigione. Come in un processo di astrazione - partito da quando questi presero il via nel 1988 - tutte le sue azioni sceniche accompagnano lo spettatore in un viaggio che per usare le parole di Punzo "vuole ricalcare quello dantesco che dall'Inferno arriva al Paradiso passando dal Purgatorio.
I primi anni sono partito dal teatro shakespeariano con i suoi sentimenti e caratteri così vividi da renderci immediata l'identificazione, poi sono passata a una visione della mente umana più borgesiana in cui i sentimenti non sono realtà immutabili. Volevo dare spazio alla possibilità di trasformazione e di evoluzione dell'essere umano. Siamo alle idee di Borges più che alle storie tangibili di Shakespeare. La terza fase di questo viaggio è Naturae, appunto, dove senza autori ci si allontana dall'umanità e ci si imbatte in personaggi più eterei che sono le qualità dell'essere umano". Tutto questo è avvenuto e continua ad avvenire a Volterra perché lo stesso Punzo a un certo punto della sua vita ha capito di aver bisogno della prigione per comprendere e raccontare la prigione esistenziale cui tutti noi siamo reclusi. "Si tratta di veri muri di cui è necessario prendere consapevolezza - ci dice - e che vanno raccontati per fare i conti con essi. Per fare tutto questo non volevo professionisti che mi parlassero di arte poesia e cultura".
Oggi, sperimentata lungamente questa esigenza, volge lo sguardo al futuro per dare concretezza alla realizzazione dentro alle mura del carcere di Volterra di un Teatro Stabile e manda a dire al ministro Dario Franceschini: "Questa candidatura merita di andare in porto perché dimostra che ci sono luoghi impensabili dove si riuniscono persone con sensibilità e idee e questi luoghi non sono per forza grandi città. Qui non siamo a Roma, Milano o Napoli". Un valore aggiunto.
di Davide Dionisi
L'Osservatore Romano, 14 gennaio 2021
I giorni delle feste natalizie raccontati dal cappellano dell'istituto penale per minori di Casal del Marmo. "Non lasciatevi rubare la speranza. Sempre avanti!".
L'esortazione di Francesco del 28 marzo 2013 riecheggia ancora lungo i corridoi dell'Istituto Penale maschile e femminile per minorenni Casal del Marmo, a Roma. Era giovedì santo e qui il Papa celebrò la messa in Cena Domini e lavò i piedi a dodici ragazzi di nazionalità e di fedi diverse. Tra loro anche musulmani perché, allora, la maggior parte dei giovani ospiti erano stranieri, per lo più nordafricani e slavi.
Sei anni prima, il 18 marzo 2007, fu Benedetto xvi a visitare l'Istituto presiedendo la liturgia nella cappella del Padre Misericordioso. Nell'occasione il Pontefice parlò ai ragazzi del Figliol prodigo e del suo cammino di conversione: "Voleva una vita libera, diceva di voler essere solo e avere la vita tutta e totalmente per sé, con tutte le sue bellezze. Ma la vita senza Dio - spiegò Ratzinger -non funziona, perché manca la luce, manca il senso di cosa significa essere uomo". Di quella luce, soprattutto durante il periodo natalizio, ne ha parlato con i suoi ragazzi don Nicolò Ceccolini, cappellano a Casal del Marmo: "Molti di loro mi hanno chiesto: "Che senso ha festeggiare il Natale in queste condizioni? Perché celebrarlo dentro un carcere? Ha ancora da dire qualcosa quel Dio bambino in cui i cristiani credono nato a Betlemme"?
Gli ho risposto che il Natale, anche in questi luoghi così opprimenti, è la festa di una grande luce che entra nel buio delle nostre vite, nel buio dei guai e dei problemi. Oggi non vediamo la vittoria piena di questa luce, ma possiamo essere coloro che seminano piccoli lampi nella vita di tanti. È il Natale in fondo a seminare questa bellezza in mezzo a questa bruttezza". Don Ceccolini racconta le feste accanto ai suoi ragazzi, descrivendo il clima di collaborazione che si è creato con gli agenti e con tutti coloro che, a vario titolo, lavorano nella struttura. "Qualche settimana fa abbiamo allestito un bellissimo presepe nella chiesa del carcere.
La cosa più bella è stata la collaborazione nata tra i ragazzi e gli agenti di polizia penitenziaria" prosegue il cappellano. "A cosa serve il presepe, che di per sé è un segno così piccolo, se non a seminare un momento bello nel cuore di questi ragazzi, ad insegnare loro a custodirlo, a tenerlo lì affinché possa in futuro tornare fuori come punto luminoso della propria vita e restituirlo ad altri? In fondo - rileva il sacerdote - penso sempre che duemila anni fa non stavano meglio di noi, i problemi c'erano ieri, come ci sono oggi, eppure quel Dio in cui i cristiani credono non ha avuto problemi a entrare nella mangiatoia povera di un paese sperduto. Non ha provato vergogna a bussare ai nostri cuori per seminare qualcosa di bello, unico e irripetibile. Dio ama in modo speciale ognuno e questa è la luce che permette di vincere la notte più oscura della paura".
I giovani di don Ceccolini sono portatori di disagi personali enormi. Disagi che si ingigantiscono ulteriormente quando subentra la coscienza di essere ghettizzati, reclusi tutti insieme, come scarto della società. "Qualche tempo fa ho chiesto ad uno di loro che cosa fosse per lui la paura, sentimento oggi così dominante davanti all'emergenza sanitaria che stiamo vivendo. Mi ha risposto che ragazzi come lui non hanno tanta paura della morte, in quanto sono sempre tentati a sfidarla all'uscita delle discoteche, sfrecciando sulle strade, quanto piuttosto della vita. Hanno timore di rimanere soli davanti all'esistenza".
Negli anni trascorsi a Casal del Marmo, il giovane cappellano ha scoperto che "quella paura di rimanere soli si trasformava in rabbia, in vendetta e l'odio diventava la scintilla che faceva compiere a questi ragazzi atti sbagliati, a volte anche efferati". Parlando della doppia detenzione, la prima dovuta alla pena da scontare, l'altra al Covid, rivela: "Oggi anche noi viviamo il tempo della paura e siamo bloccati, incarcerati.
La pandemia che ci sta accompagnando e che ha così fortemente segnato il 2020 ci ha costretto a rinunciare all'abbraccio dei nostri cari, a muoverci, facendoci sentire un po' tutti reclusi. È un'esperienza a cui non eravamo abituati, né tantomeno pronti, ma forse questo ci permetterà di condividere e di comprendere almeno un po' quella sofferenza dovuta all'isolamento, alla solitudine e a volte anche all'abbandono che tanti dei nostri ragazzi vivono dentro le carceri".
Il cappellano spesso affianca l'educatore che, in carcere, non è unicamente una figura professionale. Men che meno lo è in un istituto penale minorile perché il rapporto che si stabilisce è molto intenso, un legame forte, fatto di emozioni, di affetti. "Quando arrivano le feste, prevale la tristezza e il rammarico di non poter trascorrere quei giorni insieme a loro" spiega Elisabetta Ferrari, coordinatrice dell'area pedagogica. "Spesso si creano delle relazioni che durano anni, sia per la lunghezza della pena, sia perché entrano ed escono più volte. A Natale ci si rende ancora più conto della loro sofferenza causata dalla lontananza dai cari. Non hanno la possibilità di parlare con le famiglie, se non tramite il telefono. E stiamo parlando di giovanissimi, per cui la privazione è ancora più sentita. Gli unici riferimenti siamo noi che diventiamo la loro famiglia".
L'educatrice descrive, poi, i momenti della festa: "Cerchiamo di organizzare un pranzo o una cena. Prestando servizio al fianco delle ragazze, regalo un fondotinta, un ombretto, una t-shirt. Doni dal valore irrisorio, ma che assumono un significato importante nel momento in cui si ricevono. Gli occhi cominciano a brillare e si riapre, anche se per pochi attimi, il mondo alla normalità. La gratitudine per quell'oggetto di una manciata di euro diventa il collante che ci unisce".
E la "loro" festa? "Per me il Natale vuol dire famiglia" spiega uno dei ragazzi. "Ma io non ricordo più cosa è il Natale e quale è il suo significato perché ormai sono quattro anni che lo trascorro da solo. Prima in carcere, poi in casa senza nessuno e quest'anno di nuovo dietro le sbarre. Quindi per me è un giorno come tutti gli altri.
A causa del Covid, fuori di qui - prosegue - sono tutti nelle stesse nostre condizioni e questo mi fa sperare che si riesca a capire meglio quanto sia difficile per noi vivere questo tempo da detenuti. Ma spero soprattutto che nessuno si trovi mai in situazioni simili, perché il carcere è proprio un posto brutto. Mi auguro che questa esperienza finisca al più presto perché voglio tornare ad essere felice come una volta e a stare di nuovo vicino ai miei cari. L'auspicio è quello di recuperare tutto il tempo che ho perso".
Gli fa eco un suo compagno: "Senza la famiglia e senza i nostri figli, qui è dura. Spero che questo virus finisca presto, così potremo tornare a stare insieme, senza preoccupazione per chi è fuori. Quando penso al Natale, mi viene in mente la nascita di quel Bambino che ci ha lasciato una speranza, quella che Dio è sempre con noi e non ci abbandonerà mai perché ci ama anche se siamo peccatori. In un mondo pieno di violenza e di cattiveria, esiste la strada della speranza che ci offre l'opportunità di scegliere che vita fare. Il Natale ci insegna che è possibile amarci ed aiutarci a vicenda perché siamo tutti imperfetti e abbiamo tutti bisogno degli altri. Ogni persona ha cose buone da donarci ed esperienze cattive da cui possiamo imparare".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 gennaio 2021
È riuscito a sopravvivere alle violenze in Libia e al mare, ma nel nostro Paese no. C'è chi chiede verità e giustizia per Abdallah Said e l'immediata dismissione delle navi quarantena. Quella di Abdallah è una vicenda ancora da chiarire e forse qualche responsabilità da parte della autorità italiane c'è. A ripercorrere la sua storia è Lasciate-CIEentrare, lanciando una campagna di MailBombing: invio massiccio di email indirizzate ai ministeri e la Croce rossa.
Abdallah, migrante minore di origine somala affetto da tubercolosi, è morto all'ospedale Cannizzaro di Catania per encefalite il 14 settembre scorso, dopo aver trascorso diversi giorni sulla nave quarantena GNV Azzurra, in rada al porto di Augusta. Il confinamento sulla nave, giustificato dalle misure per il contenimento della pandemia da Covid- 19, secondo LasciateCIEntrare si sarebbe "svolto in condizioni di mancanza di assistenza sanitaria e di tutela del diritto alla salute e alla vita, nonché alla protezione in quanto minore". Infatti, è emerso che le condizioni di salute di Abdallah erano già gravi durante il trasbordo sulla nave quarantena GNV Azzurra, dove aveva manifestato sintomi di malessere. La patologia tubercolare di cui era affetto non sarebbe stata seriamente presa in carico e il ritardo nell'identificazione del suo stato di sofferenza avrebbe provocato l'aggravamento delle condizioni di salute del minore.
Sono già tre le morti che riguardano persone tenute sulle navi quarantena: gli altri due sono Bilal Ben Messaud a maggio 2020 e di Abou Dakite ad ottobre 2020. Ciò dimostrerebbe che questi luoghi non sono in grado di svolgere la funzione di presidi sanitari. "Condizioni di promiscuità, di affollamento e di non rispetto delle misure sanitarie, fanno delle navi quarantena dei luoghi non idonei alla tutela della salute, nonché dei dispositivi privativi della libertà personale che producono gravi violazioni dei diritti", denuncia sempre LasciateCIEntrare.
Ricordiamo il recente documento sottoscritto da oltre 150 associazioni dove si chiede che vengano dismesse le navi quarantena, che sembrano rispondere più a paure indotte che a criteri di una gestione sicura, ragionevole e umana dell'epidemia e dei flussi migratori e reinvestiti i finanziamenti previsti nell'adeguamento dei centri di accoglienza a terra; e che, nel mentre, vengano fornite comunicazioni pubbliche ed esaustive sulla situazione a bordo delle navi, rendendo trasparenti e pubbliche le procedure adottate in particolare nei confronti dei minori e di persone anche con gravi vulnerabilità.
Il documento inoltre pone l'attenzione sulla necessità di garantire un'adeguata informazione legale e sanitaria a tutte le persone attualmente presenti sulle navi e l'impegno formale affinché non vengano più trasferite sulle navi anche persone già presenti sul territorio. Infine, chiedono che venga sospesa la prassi della consegna dei decreti di respingimento differito e delle espulsioni consegnate al momento dello sbarco.
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