di Francesco Campi
Il Gazzettino, 13 gennaio 2021
Ancora preoccupazioni sul piano che vedrebbe "la Casa Circondariale di Rovigo come contenitore di detenuti positivi al Covid provenienti da tutto il Distretto del Triveneto" e la richiesta di un confronto urgenze anche per esaminare tutte le criticità che questo comporta data la situazione della struttura polesana: questo quanto chiedono il coordinatore veneto della Fp Cgil penitenziari Gianpietro Pegoraro e la segretaria regionale della Fp Cgil Franca Vanto in una lettera inviata al presidente della Regione Luca Zaia, all'assessore Manuela Lanzarin, oltre che al garante nazionale dei diritti dei detenuti e al Provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria.
Rischio diffusione - Perché le sbarre non proteggono dal virus. Anzi, le carceri, come comunità di persone costrette a convivere sotto uno stretto tetto e in spazi volutamente angusti, sono un luogo particolarmente fragile per quanto riguarda la diffusione del contagio, come già evidenziato nella prima ondata della pandemia. In questo momento negli istituti penitenziari del Triveneto la situazione sembra complessivamente ancora sotto controllo, con l'ultimo bollettino disponibile, aggiornato al 7 gennaio, che indica la positività di 36 agenti di polizia penitenziaria e di 108 detenuti. Ma, ovviamente, ci sono situazioni diverse, alcune decisamente più critiche, come Venezia e Vicenza.
Unico contagio - Non è il caso, almeno per il momento, del carcere di Rovigo, dove risulta un solo contagio, fra il personale di sorveglianza. Ma la previsione di un utilizzo della casa circondariale rodigina come carcere Covid, con 34 posti per accogliere i positivi da altre carceri nel caso i loro reparti si saturassero, continua a preoccupare la Cgil. Che torna a chiedere chiarimenti sul tema specifico ma anche l'inserimento di operatori e detenuti fra le priorità del piano vaccinale: "In materia di vaccinazioni nelle carceri sottolineano in una lettera che Pegoraro e Vanto hanno inviato chiedendo un incontro, - riteniamo che esse devono essere svolte subito dopo i lavoratori a rischio e alle Rsa, non a settembre come si vocifera: occorre ricordare che le carceri sono polveriere pronte a esplodere in qualsiasi momento, come è successo a marzo a Modena e Bologna e successivamente a Venezia, situazioni da evitare. Come sindacato poniamo al centro del nostro intervento la tutela della persona, sia essa poliziotta che detenuta in quanto entrambe fanno parte, in maniera diversa, della stessa comunità, che è il carcere".
Priorità nei vaccini - A nome della Cgil Pegoraro e Vanto si dicono poi "contrari alla ghettizzazione del carcere, come è stata individuata nel piano operativo per la prevenzione e il contenimento emergenza sanitaria Covid emanato dal Provveditorato in accordo con l'osservatorio Veneto della sanità, che individua nel carcere di Rovigo il luogo in cui inviare detenuti, positivi al Covid classificati media e alta sicurezza, provenienti da altri carceri del Triveneto". Un tema, questo, già sollevato a più riprese. Già a novembre, all'indomani dell'elaborazione del piano operativo del Provveditorato regionale, la Cgil aveva sottolineato come secondo questi indirizzi "i detenuti di altri istituti positivi, se la sezione individuata come isolamento Covid non riesce più a contenerli, vengono trasferiti in base alle classificazioni di pericolosità: per Trento solo detenuti e detenute a media sicurezza, mentre per Rovigo ad alta e media sicurezza", sottolineando le problematiche strutturali, legate alla posizione di questo reparto, vicino a quello dei non positivi e con scale comuni, ma anche l'assenza in carcere di ventilatori polmonari e della mancanza di aree di isolamento nell'ospedale di Rovigo con la conseguente necessità di eventuale piantonamento, oltre che di organico, sia di personale sorveglianza che infermieristico.
Appello al prefetto - Preoccupazioni reiterate in un'accorata nuova richiesta di confronto, inviata il mese scorso anche al prefetto di Rovigo, al sindaco Gaffeo e al dg dell'Ulss, sottoscritta anche dal segretario polesano della Fp Cgil Davide Benazzo.
di Silvia Moranduzzo
Il Gazzettino, 13 gennaio 2021
Sono 5 gli agenti di polizia penitenziaria positivi, a cui si aggiunge un detenuto del Due Palazzi, stando agli ultimi dati diffusi dal Ministero della Giustizia. Se la situazione a livello di numero di contagi all'interno della cittadella carceraria appare sotto controllo, la pentola a pressione si va scaldando e potrebbe scoppiare. Il nodo della questione sta nel vaccino che dovrebbe varcare le sbarre della prigione solo a luglio, in piena estate. Troppo tardi, secondo i sindacati che temono lo scoppio di disordini all'interno del carcere.
"In questo momento la situazione non è grave all'interno del Due Palazzi dice Gianpietro Pegoraro, Cgil Penitenziaria Se la confrontiamo con Venezia (9 agenti e 45 detenuti positivi) e Vicenza (1 agente e 28 detenuti positivi) siamo messi meglio. C'è una grande attenzione al protocollo, i dispositivi non mancano e tutti seguono le regole con dovizia. È altro che crea tensione, cioè la data delle vaccinazioni stabilita per luglio. Abbiamo scritto anche una lettera al presidente della Regione Luca Zaia, perché un carcere è una realtà particolare e semmai dovrebbe essere terzo, venire quindi dopo il personale sanitario e le Rsa, assieme alle forze dell'ordine".
A Padova finora si è riusciti a mantenere la tensione e la paura sotto controllo, ma la bomba può scoppiare in qualunque momento.
Il 17 dicembre morì di Covid-19 il serial killer Donato Bilancia, all'età di 69 anni. Bilancia rifiutò le terapie, si ipotizza perché non ne potesse più della reclusione e fosse attanagliato dai rimorsi, e si è spento per complicanze dovute proprio al coronavirus, che in un luogo come il carcere è facile si propaghi velocemente vista la vicinanza tra i detenuti.
Secondo i sindacati, nonostante tutte le precauzioni che si possono prendere, la vita in carcere ha delle particolarità che la rendono pericolosa.
"I detenuti si vedono condannare non una ma più volte continua Pegoraro Oltre alla condanna stabilita dal tribunale rischiano di ammalarsi e non possono nemmeno più lavorare o partecipare a quelle attività formative che hanno l'obiettivo di rieducare il reo. Ma anche noi che nel carcere ci lavoriamo, vederci messi in un angolino è veramente brutto. Quando lo abbiamo visto siamo rimasti davvero basiti. Siamo tutti sotto stress, la paura del contagio c'è sia tra gli agenti di polizia penitenziaria sia tra i detenuti.
Abbiamo visto cosa è accaduto a Modena all'inizio di marzo dello scorso anno (le rivolte durate diverse giorni in carcere, con un bilancio di 9 detenuti morti durante gli scontri, ndr). Finora a Padova siamo riusciti a tenere la situazione sotto controllo, ma nulla garantisce che non salti tutto in aria. E allora saranno coinvolti anche polizia e carabinieri, perché il carcere è una cittadella. Per carità, giustissimo che prima di tutto vengano vaccinati i medici, gli infermieri e gli anziani delle case di riposo ma sembra che il carcere proprio non venga considerato". La richiesta è quella di anticipare le vaccinazioni ad aprile, nello stesso momento in cui saranno vaccinate le altre forze dell'ordine.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 gennaio 2021
Detenuto a Parma è stato ricoverato il 29 dicembre. L'avvocato Francesco Calabrese ricorda che le istanze per i domiciliari sono state sempre respinte. Il 29 dicembre viene ricoverato d'urgenza in ospedale, con dolori al petto e febbre altissima. Una volta finito al pronto soccorso, è andato in arresto cardiaco e ricoverato in terapia intensiva. Ma a oggi i familiari non hanno più notizie dall'ospedale, nonostante l'informativa della direzione del carcere di Parma abbia scritto nero su bianco che "le informazioni sullo stato di salute del detenuto potranno essere ottenute presso i referenti dell'azienda unità sanitaria locale negli II.PP. di Parma e presso i referenti dell'azienda ospedaliero universitaria di Parma". È un detenuto 76enne malato, ha bisogno da tempo di un defibrillatore cardiaco impiantabile che i sanitari del carcere di Parma non sono in grado di garantire, ma nonostante numerose istanze, per i giudici è compatibile con l'istituto penitenziario.
L'avvocato Calabrese: "Per fortuna si è sentito male in ospedale" - L'avvocato Francesco Calabrese, legale di Giovanni Fontana, così si chiama il recluso ricoverato d'urgenza in ospedale, spiega a Il Dubbio che solo per un caso fortuito l'arresto cardiaco è avvenuto in ospedale. "In carcere si sarebbe salvato?", si chiede l'avvocato sottolineando il fatto che il quadro clinico del suo assistito in attesa di giudizio definitivo è allarmante. Tant'è vero che nel tempo sono state fatte numerose istanze per i domiciliari, puntualmente respinte. L'ultima in ordine cronologico, è il caso di dirlo, ha lanciato un allarme che puntualmente si è concretizzato con il ricovero urgente. Non solo. Tramite una consulenza medica predisposta dall'avvocato, è emerso che il quadro clinico di Fontana è peggiorato con il tempo. Dall'analisi della documentazione sanitaria e dalla visita congiunta effettuata si evidenzia, infatti, che il detenuto è affetto da: "Scompenso in cardiopatia ipocinetica-dilatativa FE: 27% con acinesia posteriore medio-basale; laterale medio- basale settale posteriore basale, ipertensione arteriosa severa, diabete mellito di grado severo con retinopatia diabetica ed arteriopatia vascolare periferica grave e diffusa agli arti inferiori ed ai tronchi sopra aortici marcata extrasistolia ventricolare spesso organizzata bigemino, plurime rivascolarizzazioni sia chirurgiche che con angioplastica e stent; osteoartrosi grave e lombo sacralgia, TBC polmonare".
Un quadro clinico che non può essere affrontato in carcere - È quindi emerso che il quadro patologico è di tale gravità da richiedere cure e trattamenti che non possono essere adeguatamente prestati in carcere. Nell'ultimo periodo - secondo il parere del medico - è visibilmente ed obiettivamente peggiorato. Infatti si è reso necessario un trattamento con diuretici ad alte dosi e riospedalizzazioni frequenti e ravvicinate ed indicazioni per impiantare un defibrillatore. Secondo il consulente di parte, "trattasi, infatti, di patologia ad alto rischio non passibile di guarigione che sta peggiorando nel tempo".
D'altronde, come evidenziato dalla stessa relazione del direttore sanitario della Casa circondariale di Parma, le pluripatologie dell'ultrasettantenne stavano avendo una grave evoluzione. Secondo la relazione del medico di parte, il protrarsi della carcerazione sta creando grave pregiudizio alla salute di Giovanni Fontana. Difatti, già risultava affetto da un marcato quadro di cardiopatia ischemica che determina ripetuti e purtroppo sempre più ravvicinati, episodi di scompenso cardiaco acuto. Il responso è stato netto.
"Malgrado l'implementata terapia farmacologica attuata - si legge nella relazione - le condizioni di salute presentano in atto caratteristiche di estrema gravità tali da risultare incompatibili con la detenzione carceraria". Parole che sono purtroppo risultate profetiche. A fine dicembre, ricoverato d'urgenza in ospedale, ha avuto in seguito l'arresto cardiaco. È stato rianimato e portato in terapia intensiva. I famigliari sono preoccupati visto che ancora non vengono informati sulle sue attuali condizioni fisiche.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 13 gennaio 2021
L'appello al Viminale per cinque aerei che realizzino una prima evacuazione d'urgenza è stato firmato da Ong e reti antirazziste: "Non c'è più tempo da perdere". Sbloccare una prima evacuazione di emergenza di alcune centinaia di rifugiati detenuti in Libia autorizzando la partenza di cinque aerei. È la richiesta avanzata ieri alla ministra dell'Interno Luciana Lamorgese da Ong, associazioni, reti antirazziste, esperti di immigrazione e attivisti alla vigilia della video conferenza organizzata oggi dal Viminale.
L'incontro sarà coordinato dal prefetto Michele di Bari, capo del dipartimento Libertà civili e immigrazione, e vedrà la presenza dei soggetti umanitari che hanno proposto di far arrivare in sicurezza alcuni dei rifugiati che al momento si trovano al di là del Mediterraneo, messi in pericolo dal conflitto militare, dalle milizie dei trafficanti e dalla terribile situazione sanitaria.
"I soggetti organizzatori, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, la Tavola Valdese e la Comunità di Sant'Egidio, sono gli stessi che da anni evacuano con successo rifugiati siriani dal Libano e hanno, quindi, tutte le carte in regola per gestire accoglienza e ricollocamento di persone nei vari Paesi europei senza gravare sullo Stato italiano", si legge nella lettera. Tra i firmatari ci sono Alarm Phone, Baobab, Borderline, Mediterranea, LasciatCIEntrare, Josi & Loni Project, Possibile e poi Don Mussie Zerai, l'ex sindaca di Lampedusa Giusi Nicolini, il regista Daniele Vicari, gli avvocati Fulvio Vassallo Paleologo e Arturo Salerni.
Il progetto per l'arrivo in sicurezza dei rifugiati sarebbe sul tavolo del Viminale da diversi mesi, ma fino a oggi non ci sono state risposte concrete. Nel frattempo però "le condizioni dei migranti in Libia peggiorano di giorno in giorno", scrivono le associazioni. E fanno i nomi di ragazze e ragazzi con cui sono in contatto telefonico che recentemente sono stati venduti come schiavi, torturati o destinati ai lavori forzati: Maryam, Samira, Fatima, Paul, Sebastian. Accanto a loro ci sono quelli che hanno perso la vita proprio nelle ultime settimane. Il succo della lettera è: non c'è più tempo da perdere.
"Serve un'evacuazione di emergenza, vista la situazione sanitaria e le minacce alla sicurezza di queste persone, che ogni giorno vedono i propri diritti calpestati e rischiano la vita - afferma Don Mussie Zerai, prete cattolico da sempre al fianco dei rifugiati e candidato al Nobel per la pace nel 2015 - Ormai tutti sanno cosa accade nei lager libici e anche nelle città, dove i profughi sono esposti ad aggressioni e attacchi continui, derubati del poco che hanno casa per casa. È ora di agire". Secondo l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) nel corso del 2020 sono state 36.418 le persone arrivate in Europa, sulle coste italiane e maltesi, percorrendo la rotta migratoria del Mediterraneo centrale (che registra le partenze da Libia, Tunisia e in parte Algeria). Durante lo stesso anno ben 11.981 sono state catturate dalla cosiddetta "guardia costiera" di Tripoli e riportate indietro, nell'orrore dei centri di prigionia.
di Giovanni Rossi*
Il Manifesto, 13 gennaio 2021
Salute mentale e gestione del rischio nelle attività sanitarie. Elena Casetto morì il 13 agosto del 2019, nell'incendio della stanza in cui era rinchiusa, legata al letto. Era ricoverata all'interno del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (Spdc) dell'Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Ora il PM Letizia Ruggeri conclude le indagini ritenendo responsabili dell'incendio "per imperizia e negligenza" i due addetti al servizio di pronto intervento antincendio dell'ospedale.
Occupandomi da molti anni di salute mentale ma anche di gestione del rischio nelle attività sanitarie mi pongo alcune domande. Se è vero che ogni evento avverso origina da una serie di concause organizzative, nel caso di Elena, come possiamo ricostruire la catena degli eventi? Per un corto circuito nella stanza? Per iniziativa della stessa Elena, che sarebbe stata in possesso di un accendino?
Consideriamo quest'ultima circostanza. Elena fu rinchiusa e legata al letto, perché si riteneva che potesse essere di danno a se stessa. Come è potuto accadere che avesse, se dimostrato, un accendino? Possiamo fare due ipotesi sul perché Elena abbia usato l'accendino: per suicidarsi o per liberarsi delle cinghie di contenzione. In ambedue i casi, è evidente che la presenza di un operatore sanitario nella stanza avrebbe impedito che il fuoco fosse appiccato o si sarebbe potuto soffocare subito.
La seconda domanda riguarda la solitudine di Elena. Nessuno si accorse che Elena stava male e perciò necessitava della presenza costante di un operatore al suo fianco, quantomeno per sorvegliarla se non, come sarebbe stato auspicabile, per darle sostegno e ascolto?
Si dice: "Sono state rispettate le indicazioni che richiedono il monitoraggio ogni 15 minuti". Questo fa porre una ulteriore domanda, sull'adeguatezza di tali indicazioni. Nel caso di Elena non furono adeguate e dobbiamo chiederci se in realtà non siano state dannose, spingendo gli operatori a osservare le regole piuttosto che Elena, con il suo star male.
Continuando a risalire la catena degli eventi, c'è da chiedersi perché Elena fu isolata e contenuta. La contenzione è ormai da tutti considerata una extrema ratio, solo nei casi di "stato di necessità", per evitare un danno grave alla persona. Dobbiamo chiederci se davvero sussistessero, all'interno di un servizio con medici e infermieri specializzati nel trattamento del disagio psichico, le condizioni di "forza maggiore" per privare Elena della libertà. La domanda è ancora più pressante, considerato che in quel Spdc risultano nel 2019 ben 300 contenzioni meccaniche nei confronti di 86 persone. Un numero decisamente elevato per giustificarle tutte con lo "stato di necessità".
Se non esistevano ragioni di necessità per contenere Elena, allora proprio la contenzione sarebbe da collegarsi alla sua morte. Infine, un'ultima domanda. Elena si era ricoverata volontariamente nell'Ospedale Papa Giovanni XXIII. Quando si ipotizzò la necessità di un Trattamento Sanitario contro la sua volontà, furono preventivamente verificate eventuali alternative insieme a lei o alla sua famiglia?
Il Sistema Sanitario della Lombardia si incardina sul diritto di scelta del cittadino tra diverse opzioni di cura, pubbliche e private. Viene da chiedersi se tale principio sia stato rispettato nel caso di Elena, oppure no. Accade spesso che la scelta non sia concessa alle persone con problemi di salute mentale, quasi fossero cittadini meno uguali e con meno diritti di altri.
Ancora: è stata richiesta una seconda opinione, da parte di un esperto esterno, allo scopo di migliorare nel confronto con il collega il progetto di cura? È stato richiesto il secondo parere per il TSO, come la legge richiede? Immagino che chi ha svolto le indagini giudiziarie si sia posto queste domande. Sono curioso di conoscere le risposte.
*Presidente Club Spdc No Restraint
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 13 gennaio 2021
Ciò che spinge la gente in piazza non sono tanto le diseguaglianze e i disagi economici. Quel che conta è il sentimento di giustizia offeso, fondato o meno che sia non importa. Oggi a Washington e domani a Roma o a Berlino? Forse no, ma qualcosa di grave sta succedendo di sicuro nelle nostre società se al loro interno stanno proliferando gruppi sempre più folti di persone convinte delle più singolari teorie a sfondo complottistico, pronte a negare verità ritenute assodate e a farsi beffe delle regole. Se sono sempre più numerose le persone che nutrono una sfiducia di principio verso istituzioni e autorità considerate con disprezzo "il potere": persone all'apparenza normali ma disponibili in ogni istante a trasformarsi in vulcani d'odio. Certo, frange folli ci sono sempre state, ma oggi è diverso. Oggi si sente sempre più spesso salire dal fondo delle nostre società un rabbioso sentimento di anomia e di non appartenenza, una puntigliosa volontà da parte di tanti di non riconoscersi in ciò che è considerato normale, nei valori ufficialmente professati. Aleggia da molte parti un clima di diffidenza preconcetta e aggressiva verso chiunque o qualunque cosa abbia a che fare con l'ordine costituito, siano i media e i giornalisti o i princìpi del governo rappresentativo e i suoi attori.
Da dove nasce tutto questo? da dove nascono il senso di anomia, il clima di sospetto paranoico, la rabbia aggressiva, la sfiducia sprezzante verso la democrazia e i suoi istituti che sempre più si vanno formando negli strati inferiori delle società occidentali? La risposta più comune è: dalle diseguaglianze economiche cresciute a dismisura negli ultimi decenni. Che esistono certamente: basta confrontare l'andamento delle retribuzioni dei manager con quelle degli operai, dove nell'arco degli ultimi decenni il differenziale è arrivato a toccare la misura di cento a uno!
Diseguaglianze economiche che a loro volta sono una delle origini del crescente orientamento oligarchico che si sta producendo nei sistemi democratici. Nei quali, per l'appunto, si assiste alla concentrazione e all'esercizio di poteri cruciali in poche mani e in modi assolutamente impropri: si veda ad esempio il caso - da molti già segnalato - dei gruppi imprenditoriali padroni di Facebook e di Twitter che di loro iniziativa, senza alcuna autorizzazione dell'unico potere legittimo in un caso del genere (quello giudiziario), hanno nella crisi americana ancora in corso deciso di togliere la possibilità di comunicare al presidente Trump (che questi se lo meritasse ampiamente è un altro discorso: ma non possono essere certo i signori Bezos, Zuckerberg o Dorsey a deciderlo).
Tuttavia, in aggiunta e in certo senso al di là delle cause appena elencate, ce n'è un'altra forse più importante, che specie negli strati popolari o tra la piccola borghesia semi-scolarizzata ha favorito e favorisce una crescente delegittimazione della democrazia e con essa il diffondersi di una rabbia aggressiva. È una causa che non ha nulla di economico. Consiste nel non riuscire più a riconoscersi nella società in cui si è nati e a cui un tempo invece si era sicuri di appartenere condividendone i valori. Nel non sentirsi più parte viva e organica di essa bensì quasi tollerati come un corpo culturalmente estraneo. Nel sentirsi vittime, insomma, di una sorta di vera e propria emarginazione che relega di fatto quasi nella condizione di paria civile, benché il luogo dove ciò accade sia il proprio Paese.
È questo uno dei frutti avvelenati delle gigantesche trasformazioni ideologiche e del costume avvenute nelle società occidentali nel corso degli ultimi due o tre decenni. Allorché la morale tradizionale si è repentinamente dissolta e le sue agenzie di formazione, i suoi punti di riferimento - la nazione, la famiglia, i partiti politici, la Chiesa, la scuola - o hanno visto cambiare decisamente le proprie regole o sono state investiti da critiche radicali e per molti aspetti messi fuori gioco.
Nel medesimo tempo i rapporti tra i sessi e quelli tra le generazioni, l'ambito della genitorialità, il senso del pudore, il principio gerarchico legato all'autorità così come quello legato al sapere e al saper fare, sono stati variamente e più o meno radicalmente contestati e sottoposti a cambiamenti decisi, talora estremi. L'aborto è stato pressoché dovunque legalizzato. La pornografia e l'uso delle sostanze stupefacenti si sono visti in ampia misura legittimati e il loro consumo è divenuto sostanzialmente di massa. Lo stesso passato storico - oggetto sovente di memorie care, personali o familiari - è oggi sottoposto a revisioni fino a qualche tempo fa impensabili, quando non addirittura rifiutato in blocco.
Si badi, qui non si tratta di stabilire se questi cambiamenti siano stati in sé positivi o negativi. Si tratta piuttosto di rendersi conto della loro portata realmente enorme, della rapidità con cui sono avvenuti tutti insieme, che ne ha aumentato moltissimo l'impatto, e specialmente di un altro elemento decisivo.
Del fatto che questo massiccio mutamento di valori è avvenuto in seguito a un dibattito pubblico in cui ben presto la voce dei dissenzienti è stata soverchiata: non tanto perché numericamente meno forte ma soprattutto perché priva della presentabilità e quindi dell'autorevolezza, diciamo così socio-culturale, di cui poteva invece godere la controparte. Non a caso intellettuali accreditati, scrittori e giornalisti di fama, il cinema e la televisione, leader sociali di ogni tipo, organizzazioni internazionali, si sono schierati sempre tutti o quasi dalla parte del cambiamento. E con essi regolarmente anche le classi elevate e benestanti nel loro complesso.
Quest'ultimo elemento in particolare ha rappresentato un'autentica rottura storica. Nella società borghese-capitalistica sopravvissuta fin oltre la metà del Ventesimo secolo esisteva infatti, tra le classi popolari e quella proprietaria e dirigente, una notevole identità di valori e di cultura.
L'etica del lavoro, l'orientamento religioso, l'apprezzamento per la probità, per il risparmio, la tenacia, l'unità della famiglia, erano tratti comuni alle une e all'altra. La grande trasformazione culturale delle società occidentali sul finire del '900 - non più dominate dall'etica del lavoro produttivo ma dalla terziarizzazione e dalla finanza globalizzata - avviene invece lungo linee che tendenzialmente spaccano in due la compagine sociale. Con una parte che risulta come non mai oggetto anziché soggetto, e che nel proprio intimo non può fare a meno di avvertire oscuramente di essere anche la parte sempre perdente. Alla quale, per giunta, a causa del degrado generale dell'istituzione scolastica, viene contemporaneamente meno anche il possibile aiuto dell'istruzione: vuoi per capire quanto è accaduto vuoi per potervi magari avere un ruolo non subalterno.
È così che nasce e si diffonde il senso di anomia e di emarginazione di cui dicevo sopra; l'idea che la democrazia sia alla fine un gioco sempre truccato, dominato da una volontà occulta che impone di ascoltare sempre la voce di alcuni e mai degli altri. È così che acquista spazio la sensazione rabbiosa di essere condannati per principio ad essere sempre dalla parte del torto. Sarebbe bene ricordarlo: ciò che spinge la gente in piazza decisa a fare tabula rasa non sono tanto le diseguaglianze e i disagi economici. Quel che più conta è il sentimento di giustizia offeso, fondato o meno che sia non importa. In un lontano 14 luglio di tanto tempo fa la folla non diede infatti l'assalto ai forni: assaltò la Bastiglia.
cagliaripost.com, 13 gennaio 2021
Il Cada Die Teatro torna sul palco con "Arcipelaghi", lo spettacolo tratto dal romanzo della scrittrice, saggista e insegnante Maria Giacobbe e diretto da Alessandro Lay, domani, 13 gennaio, per i detenuti della Colonia penale di Is Arenas, giovedì 14 per gli ospiti della Casa di reclusione "Salvatore Moro" di Massama e mercoledì 20 gennaio per una nuova sezione di detenuti della Casa circondariale di Uta.
"Le nostre speranze di poter riprendere a far teatro in presenza a gennaio sono svanite. Ma per noi non è pensabile star fermi, abbiamo una responsabilità che è quella di portare l'arte ovunque, e in particolar modo nei luoghi non convenzionali, dove gli spunti di riflessione sono ancor più necessari che altrove. Sostenuti e sollecitati da operatori carcerari e insegnanti dei Cpia (Centri Provinciali per l'Istruzione degli Adulti), abbiamo deciso di proseguire questo particolare tour nelle carceri attraverso lo strumento dello streaming, sia pur in diretta e non con la messa in onda di una registrazione" spiegano Alessandro Mascia e Pierpaolo Piludu, ideatori del progetto e interpreti dello spettacolo.
Indispensabile è anche tutta la fase di preparazione dei detenuti ad opera dei docenti dei Cpia. "È la prima volta che i detenuti di Massama si confrontano con un progetto di questo tipo. La scuola e le attività di laboratorio come il teatro, sono l'unica apertura verso il mondo esterno. Ma ora tutto è fermo, da marzo scorso non abbiamo la possibilità di incontrare i nostri allievi, neppure a distanza. Pertanto, l'incontro con la cultura e la bellezza del teatro diviene un'esperienza ancora più preziosa, un ponte tra la realtà carceraria e la società esterna, un'occasione culturale e formativa che contribuisce al miglioramento della condizione attuale di ogni soggetto recluso. Per chi vive tra le pareti del carcere, anche una piccola finestra verso l'esterno rappresenta una risorsa fondamentale" spiega Carmensita Feltrin, dirigente scolastico del Cpia 4 di Oristano.
D'accordo su tutta la linea anche Giuseppe Ennas, dirigente scolastico del Cpia 1 di Cagliari cui fanno capo gli istituti di Uta, Quartucciu e Isili: "Il primo obiettivo che vorremmo raggiungere è quello del recupero e della riabilitazione di chi ha commesso errori nella propria vita, ma è pronto a rientrare in società. Con i laboratori teatrali si ha poi l'opportunità di acquisire competenze in campo lavorativo. Si pensi, solo per degli esempi, ai falegnami per la costruzione delle scenografie o agli elettricisti che si occupano degli impianti. Inoltre abbiamo la dimostrazione che questo tipo di attività, e in particolare l'incontro e il confronto con i protagonisti dei progetti, favorisce la capacità di relazionarsi agli altri e incentiva una responsabilizzazione dei detenuti" conclude Ennas.
Ecco perché il lavoro della compagnia assume contorni di ancora maggiore rilevanza. Pur trattandosi di un'alternativa "forzata" al contatto vero e proprio con gli spettatori, Mascia tiene a sottolineare uno degli aspetti più interessanti di questa esperienza: "Anche se separati da uno schermo, al termine dei nostri spettacoli ci confrontiamo con i detenuti. È un momento irrinunciabile e certamente uno degli aspetti che più ci stimolano ad andare avanti in questo percorso".
Piludu spiega perché è stato scelto proprio questo racconto: "La bellissima e terribile storia di Maria Giacobbe è una riflessione profonda sia sui temi della violenza, della vendetta e della pena, che sulle debolezze e difficoltà che possono spingere qualsiasi essere umano a compiere azioni delittuose. È un invito a metterci nei panni di tutti i protagonisti della storia facendoci riflettere sul dolore che ogni nostro comportamento può determinare in altri esseri umani".
Quale miglior platea dunque, di chi è chiamato a rispondere di una o più scelte sbagliate fatte nella vita?: "Il teatro, come tutta l'arte, ha il compito e il dovere non tanto di dare risposte ma di porre domande, possibilmente scomode e di non facile soluzione: domande che invitino lo spettatore a prendere posizione su quello che dal palcoscenico gli viene proposto. Lo spettacolo racconta non una ma più vicende, non espone una verità ma, come fossero vere e proprie isole che man mano affiorano, porta a galla le diverse visioni di ognuno dei personaggi, fino a formare appunto un "arcipelago" di verità in cui decidere cos'è giusto e cosa no resta un compito del lettore o, nel nostro caso, dello spettatore" aggiunge il regista Alessandro Lay.
La trama dello spettacolo "Arcipelaghi" - Giosuè, un ragazzino di quattordici anni, viene ucciso perché ha visto troppo; nessuno sa chi è stato. Tre mesi dopo nella notte di S. Antonio "la notte dei fuochi", un uomo viene freddato con un colpo di pistola. La mattina successiva Oreste, anche lui di quattordici anni, si presenta lacero e bagnato fradicio a casa dei Rudas, amici di famiglia che vivono in un paese a parecchi chilometri dal suo. Cos'è successo? Quella che pian piano iniziamo a immaginare è la verità? Applicare la legge, punire, equivale sempre a riparare all'errore? E qual è il vero significato di giustizia?
sulpezzo.info, 13 gennaio 2021
Si terrà venerdì 15 gennaio 2021, alle 18.30, sui canali social della cooperativa Radici Future, il primo degli incontri annuali di LegalItria, il Festival nazionale della Legalità ideato dalla cooperativa Radici Future Produzioni e realizzato in collaborazione con l'associazione LegalItria, promosso dal Senato della Repubblica e dalla Regione Puglia e dai Garanti regionali Piero Rossi (Garante dei diritti delle persone private della libertà) e Ludovico Abbaticchio, (Garante dei diritti del Minore).
Una scelta che dipende direttamente dal trend in crescita che il Festival ha registrato nella terza edizione quando gli studenti raggiunti sono stati 110mila e 2mila i volumi distribuiti nelle scuole secondarie di primo e secondo grado. Ad oggi, ai 7 Comuni coinvolti (Alberobello, Cisternino, Fasano, Locorotondo, Manduria, Martina Franca, Noci), si sono aggiunti 12 nuovi comuni pugliesi e 2 Comuni del Veneto, e si sta definendo l'adesione di altri 10 Comuni tra Puglia, Veneto e Lombardia.
Gli incontri, per il momento on line, si intitoleranno tutti "LegalItria è" con l'indicazione, di volta in volta, del settore di interesse. Racconteranno infatti tutte le declinazioni del Festival e dunque i diritti sotto ogni forma: le mafie e il rapporto tra cittadinanza attiva e legalità, il lavoro, l'informazione, i diritti delle donne e degli omosessuali, i rapporti tra chiesa e mafie.
Nel primo appuntamento, venerdì 15 gennaio, organizzato in collaborazione con l'ufficio regionale del Garante dei diritti delle persone private della libertà, ci si occuperà dei diritti dei detenuti e della relazione tra l'eventuale sviluppo di attività collaterali di carattere educativo che li riguardano e l'impatto sulla società. LegalItria, in sostanza, non si fermerà ad attivare un progetto lettura, ma attiverà un percorso di acquisizione della consapevolezza sui diritti dei detenuti e sul loro impatto sulla società.
Interverranno dunque il garante regionale Piero Rossi, Giuseppe Campesi, docente di sociologia del diritto all'Università degli Studi di Bari Aldo Moro, esperto legale e membro fondatore dell'Osservatorio sulla detenzione amministrativa degli immigrati e l'accoglienza dei richiedenti asilo in Puglia, e Leonardo Palmisano, presidente della cooperativa Radici Future Produzioni.
Gli incontri saranno trasmessi on line e potranno essere seguiti su: pagina Facebook di Radici Future Produzioni, canale YouTube di Radici Future Produzioni, Lieskill.eu, il social network generalista eticamente certificato.
di Marco Cinque
Il Manifesto, 13 gennaio 2021
Da quando il presidente uscente Donald Trump ha sottoscritto la ripresa delle esecuzioni capitali a livello federale, per la prima volta nella storia degli Usa ci sono state più uccisioni legalizzate compiute dal governo federale che in tutti gli Stati dell'Unione messi assieme. Solo nella seconda metà del 2020 sono già stati messi a morte 10 condannati, 3 dei quali spediti sul patibolo dopo l'elezione di Biden.
"La politica dell'amministrazione Trump in merito alla pena di morte è storicamente aberrante - ha dichiarato Robert Dunham, direttore esecutivo del Death Penalty Information Center. Il fatto che si verifichi un numero record di esecuzioni federali, mentre siamo vicini al minimo record di esecuzioni statali, nel mezzo di una pandemia, mostra quanto l'amministrazione Trump sia anacronistica e non possa resistere dal compiere atti gratuiti di crudeltà". Tutte queste condanne a morte eseguite a raffica e in piena emergenza pandemica hanno lasciato strascichi. Infatti, a seguito dell'esecuzione del condannato Orlando Hall, ucciso con iniezione letale il 19 novembre scorso, sei membri della squadra di esecuzione più un'altra dozzina di membri dello staff del penitenziario di Terre Haute hanno contratto il virus Covid-19. Questo non ha però fermato la mano dei boia federali.
Il 10 dicembre è poi toccato al 40enne afroamericano Brandon Bernard, appena 18enne all'epoca del crimine. Durante il periodo della sua detenzione Brandon è stato un prigioniero modello, aiutando i giovani più fragili e a rischio. Di lui la stessa accusatrice federale, Angela Moore, aveva scritto: "Avendo imparato così tanto e avendo visto Brandon crescere fino a diventare un adulto, umile e pieno di rimorsi, pienamente capace di vivere pacificamente in prigione, come possiamo metterlo a morte?". Il giorno successivo all'esecuzione di Brandon, l'11 dicembre, è stata la volta di un altro afroamericano, il 56enne Alfred Bourgeois, ucciso nonostante fosse un disabile mentale.
Sia Bernard che Bourgeois sono stati entrambi condannati in Texas, notoriamente lo stato più forcaiolo d'America. Dopo questa carneficina, purtroppo, c'è ancora tempo per ammazzare qualcuno e Trump, nella sua foga sanguinaria, intende far uccidere altri 3 detenuti prima di rimettere il suo mandato, il 20 gennaio prossimo. La prima persona che doveva finire sul lettino di morte nel 2021 è Lisa M. Montgomery, unica donna nel braccio della morte federale. La sua esecuzione era prevista per ieri 12 gennaio, ma il giudice Patrick Hanlon l'ha sospesa per valutarne le capacità mentali. Infatti anche Lisa è affetta da una grave disabilità intellettiva, causata da traumi risalenti al suo passato.
Trump impersona perfettamente l'imperatore nell'arena col pollice verso, padrone assoluto della vita e della morte. Come ha scritto recentemente su queste pagine Giuseppe Cassini, il presidente uscente ha concesso la grazia 94 volte a detenuti incriminati per truffa e corruzione, nonché a serial killer in divisa, distintisi per la ferocia scientifica con cui hanno sterminato civili inermi in Iraq. Il pollice verso di Trump si abbatte invece, chissà quanto casualmente, su una donna, su malati mentali e afroamericani. Per le altre due date sul calendario di morte federale, 14 e 15 gennaio, ci sono rispettivamente segnati i nomi di Cory Johnson e Dustin Higgs.
A quanto pare l'amministrazione Trump non si limita ad uccidere quanti più condannati è possibile, ma vuole rendere difficile al successore Biden la limitazione della pena di morte nel Paese. Infatti il Dipartimento di Giustizia ha pubblicato una norma che consentirebbe di usare altri metodi di esecuzione oltre all'iniezione letale, cioè fucilazione, camera a gas e sedia elettrica. Quando finalmente Trump rimetterà il suo mandato, lo farà con disonore e, in tema di pena capitale, verrà comunque ricordato come il presidente più spietato della storia degli Stati uniti.
La Repubblica, 13 gennaio 2021
È stata eseguita la pena di morte per l'unica donna detenuta in un braccio della morte. La prima in quasi 70 anni dopo che l'ormai ex presidente Donald Trump ha ripristinato la pena capitale per reati di competenza governativa. Il giudice distrettuale James Patrick Hanlon aveva bloccato l'iniezione letale prevista per ieri per Lisa Montgomery sostenendo che prima una corte deve accertare le capacità mentali della detenuta. Una decisione che si pensava avrebbe fatto slittare l'esecuzione a dopo l'insediamento del presidente appena eletto Joe Biden, che avrebbe potrebbe graziare o commutare la condanna essendosi impegnato a lavorare per abolire la pena di morte.
La Corte Suprema degli Stati Uniti ha poi dato il via libera al dipartimento di Giustizia. La sentenza ha quindi consentito all'Ufficio federale delle carceri di procedere con l'esecuzione. Nel dicembre 2004 Montgomery uccise la 23enne Bobbie Jo Stinnett, rimuovendo il bambino dal grembo della donna e poi tentando di far passare per suo il neonato. Gli avvocati di Montgomery, 52 anni, hanno affermato che abusi sessuali subiti durante l'infanzia di Montgomery abbiano portato a "danni cerebrali e gravi malattie mentali". Violenze subite dal patrigno con l'omertà della madre. La donna partì dal Kansas e andò a casa di Bobbie Jo Stinnett, in Missouri, fingendo di voler acquistare uno dei cuccioli di cane allevati dalla donna, all'epoca incinta di otto mesi. Ma, una volta entrata, la strangolò e le tagliò il ventre con un coltello da cucina per estrarre la bambina, ancora viva, con l'obiettivo di far credere che fosse sua figlia. Il caso, che scosse l'America, ispirò libri ed episodi tv.
L'ultima donna ad essere giustiziata in Usa era stata Bonnie Heady, nel 1953 in una camera a gas del Missouri. Insieme al marito Carl Hall, anche lui condannato a morte, rapì a scuola il figlio di sei anni di un ricco imprenditore, lo uccise e chiese quello che allora fu il più grande riscatto nella storia americana: 600.000 mila dollari, l'equivalente oggi di oltre 5 milioni di dollari. Trump aveva già supervisionato 10 esecuzioni, rifiutandosi di bloccare le tre restanti nonostante la consueta 'tregua' nel periodo di transizione: se verranno portate a termine, sarà il presidente che ne ha collezionato di più in oltre un secolo.
- Medio Oriente. Donne palestinesi nell'inferno del carcere di Damon
- Stati Uniti. Il dilemma Guantánamo per "Joe": ancora 40 nel buco nero degli abusi
- Russia. L'amministrazione penitenziaria chiede il carcere per Alexei Navalny
- Covid: dimezzati i contagi tra i detenuti
- "Niente domiciliari, in cella si è più protetti dal rischio Covid"











