di Grazia Longo
La Stampa, 12 gennaio 2021
La bozza del ministero della Salute: se le risorse sono scarse, privilegiare i pazienti che traggono più beneficio. Meglio tardi che mai. È finalmente pronta la bozza del nuovo piano pandemico 2021-2023 che, sulla scorta dell'emergenza coronavirus sostituirà il piano influenzale datato 2006, poi aggiornato, ma di fatto rimasto identico rispetto alla sua formulazione originaria. E già non mancano le polemiche, soprattutto per la possibilità di privilegiare chi curare.
Tra le novità della bozza del nuovo piano strategico, che verrà poi sottoposta alle Regioni, ci sono la necessità di produrre velocemente mascherine e dispositivi di protezione individuale a livello nazionale sia per medici e infermieri sia per i cittadini, la possibilità di realizzare in tempi brevi nuovi posti letto in terapia intensiva, l'esigenza di scorte nazionali di farmaci antivirali e di una formazione continua degli operatori sanitari. Il testo della bozza, elaborato dal ministero della Salute, prevede inoltre esercitazioni, definizione della catena di comando e azioni di monitoraggio dell'attuazione. Preziose saranno un'anagrafe vaccinale nazionale, la predisposizione di piattaforme informatiche per il monitoraggio sei servizi sanitaria, una comunicazione costante tra le varie autorità.
Viene poi ribadito che è possibile scegliere chi curare per prima nel caso in cui mancano le risorse. "Quando la scarsità rende le risorse insufficienti rispetto alle necessità - si legge nel testo -, i principi di etica possono consentire di allocare risorse scarse in modo da fornire trattamenti necessari preferenzialmente a quei pazienti che hanno maggiori possibilità di trarne beneficio". Si precisa tuttavia che "non è consentito agire violando gli standard dell'etica e della deontologia ma può essere necessario per esempio privilegiare il principio di beneficialità rispetto all'autonomia, cui si attribuisce particolare importanza nella medicina clinica in condizioni ordinarie. Condizione necessaria affinché il diverso bilanciamento tra i valori nelle varie circostanze sia eticamente accettabile è mantenere la centralità della persona".
Nel documento, si sottolinea anche che "la preparazione a una pandemia influenzale è un processo continuo di pianificazione, esercitazioni, revisioni e traduzioni in azioni nazionali e regionali, dei piani di risposta. Un piano pandemico è quindi un documento dinamico che viene implementato anche attraverso documenti, circolari, rapporti tecnici". Il dilagare del Covid "conferma l'imprevedibilità di tali fenomeni e che bisogna essere il più preparati possibile ad attuare tutte le misure per contenerli sul piano locale, nazionale e globale". Per questo è necessario disporre di "sistemi di preparazione che si basino su alcuni elementi comuni rispetto ai quali garantire la presenza diffusamente nel Paese ed altri più flessibili da modellare in funzione della specificità del patogeno che possa emergere".
Il piano pandemico dovrà pure definire le procedure per i trasferimenti e trasporti di emergenza, oltre al monitoraggio centralizzato dei posti letto e la distribuzione centralizzata dei pazienti. Riferendosi quindi ai piani regionali, nella bozza si osserva che questi "devono essere attuati dopo 120 giorni dall'approvazione del Piano nazionale e ogni anno va redatto lo stato di attuazione". Tra le 140 pagine della bozza, stilata dal Dipartimento Prevenzione del ministero, è più volte rimarcata la necessità di una "formazione continua finalizzata al controllo delle infezioni respiratorie e non solo, in ambito ospedaliero e comunitario" con un'attiva collaborazione tra livello nazionale e servizi sanitari regionali.
di Federico Rampini
La Repubblica, 12 gennaio 2021
L'Fbi lancia un allarme: tutti i Parlamenti dei 50 Stati Usa sono bersagli di altrettanti "attacchi armati" da parte di milizie dell'estrema destra, in un'offensiva che può colpire dal 16 al 20 gennaio. Un bis dell'assalto al Congresso di Washington, esteso su scala nazionale. Lo riferisce la Cnn che ha diffuso per prima un comunicato ufficiale della polizia federale.
L'Fbi considera elevato anche il rischio di un attentato contro Joe Biden, teso a eliminare il presidente-eletto prima ancora che possa assumere i poteri con l'Inauguration Day del 20 gennaio. Lui però assicura: "Non ho paura di giurare all'esterno, siamo stati informati". Il presidente uscente Donald Trump ha approvato lo stato di emergenza per il giorno in cui passerà il testimone al nuovo leader.
Misure di protezione speciale vengono aggiunte a quelle che già il Secret Service stava rafforzando dopo l'attacco del 6 gennaio attorno alla persona del futuro presidente, della sua vice Kamala Harris, della presidente della Camera Nancy Pelosi. Infine le milizie minacciano una "insurrezione armata nazionale" qualora il vicepresidente Mike Pence invochi il 25esimo emendamento per sostituirsi a Trump negli ultimi giorni del mandato.
L'Fbi ha cominciato ad avere un quadro aggiornato dei piani delle milizie di estrema destra a partire dall'8 gennaio, due giorni dopo l'assalto al Congresso di Washington. L'offensiva pianificata è ancora più a vasto raggio di quanto si credeva. Le trame delle milizie includono tutte le Capitol Hill d'America, cioè le sedi dei Parlamenti dei singoli Stati, spesso anche sedi di altri palazzi governativi; non si limitano a quegli Stati che hanno certificato la vittoria di Biden.
La difesa di così tanti obiettivi richiederà una mobilitazione eccezionale, senza precedenti. Già oggi è stato deciso di schierare un dispositivo di 15.000 uomini della Guardia Nazionale a difesa della capitale. Intanto nella stessa Washington si allarga lo scandalo delle collusioni fra polizia e manifestanti. Ora non si tratta più dei numerosi casi di poliziotti in libera uscita, venuti da altri Stati per manifestare a favore di Trump. Gli ultimi casi riguardano agenti in servizio presso la Capitol Police, indagati per atteggiamenti di aperta solidarietà e collusione con i manifestanti.
di Antonio Crispino
Corriere della Sera, 12 gennaio 2021
Viaggio all'interno della "Casa del giovane" a Pavia. Il responsabile della struttura terapeutica Simone Feder: "Figli della Milano bene, ormai non c'è più differenza tra sostanze leggere e pesanti". Le testimonianze choc: "Mi illudevo di farmi tanti amici". Seduto davanti alla scrivania di Simone Feder c'è un ragazzo di 17 anni: ha il volto spento, le mani nelle tasche del piumino con il cappuccio, la schiena ricurva. Simone lo ha convinto da poco a entrare nella sua comunità di recupero per tossicodipendenti "La Casa del giovane" a Pavia.
Quasi tutti minorenni. Lo ha letteralmente strappato dal bosco di Rogoredo (clicca qui per leggere lo speciale su Rogoredo con foto, video e notizie) dove faceva lo spacciatore. Oggi è sotto protezione perché quello che ha iniziato a raccontare è più di uno spaccato sul mondo della droga a Milano e provincia. Entrato nel boschetto per acquistare una dose per uso personale ne è uscito praticamente "capo piazza". O meglio, non è mai più uscito. Parla del suo orario di lavoro ininterrotto dalle 8,30 del mattino fino alle 21,00. Solo di eroina ne vendeva 70 grammi al giorno: acquistata dal fornitore albanese a 6 euro e rivenduta a 20 euro. La comprava a etti. La "scura", la "nera", la "brutta" sono i nomignoli della droga che si pensava dimenticata negli anni '80 e che invece sta registrando un prepotente ritorno.
"Figli di papà" - "I ragazzi di oggi non hanno vissuto la devastazione che l'eroina ha fatto in quegli anni, non hanno memoria storica per cui si buttano in queste droghe non conoscendone quasi niente", spiega Simone mentre riascolta gli audio delle testimonianze in cui quel ragazzino gli parla dei soldi che riusciva a portare a casa: anche settemila euro al giorno più due grammi di eroina e mezzo grammo di cocaina in omaggio, una sorta di bonus produzione. E poi la lista dei clienti insospettabili, il traffico ininterrotto di auto di lusso in fila per prendere una dose.
"C'era una signora che veniva al boschetto con il bambino neonato seduto sul sedile posteriore, comprava mezzo grammo di coca, si fermava dieci metri più avanti per fumarla nella stagnola e poi andava via. Quasi ogni giorno almeno due volte al giorno".
Riassume la trasformazione di ragazzini diventati pusher come lui ma prima ancora rapinatori, scippatori, aggressori, qualcuno omicida come i due ragazzini di 14 e 15 anni che a Monza hanno massacrato con 20 coltellate un uomo per una dose. "In dieci chilometri ci sono dieci squadre di spacciatori, ognuno con il suo giro di clienti nella Milano bene" racconta. Del resto, molti di loro fanno parte proprio di quel mondo. Simone li chiama "figli di papà" e li troviamo ampiamente rappresentati nella comunità di recupero. Comprese le donne, poco più che bambine come Alice che nei loro 15 anni di vita hanno già messo in fila crack, erba, cocaina, eroina, prostituzione.
Gli psichiatri per le crisi - Feder non vuol sentir parlare di droghe leggere e droghe pesanti. "Anche la cannabis ha raggiunto livelli di principio attivo così alti che questa distinzione non ha più senso. Tutti quelli che ho in comunità hanno cominciato rollando canne e sono finiti con l'eroina comprata per pochi euro. Si devastano in pochissimo tempo alla ricerca della 'botta' che dura sempre meno e lascia segni permanenti sempre più profondi".
È un vomito di episodi che rovesciati così, tutti insieme, non dicono molto se non la distanza siderale tra due mondi. Ma che poi si intrecciano con le vite del resto della società e diventano la spiegazione di quella giornata che fu sconvolta dal fatto di microcriminalità: la rapina sotto casa, lo scippo dell'orologio, la borsetta strappata via da un ragazzino sul motorino, il furto dell'auto, il coltello alla gola... I protagonisti ora sono davanti a una telecamera con lo sguardo fisso, le rughe della fronte che disegnano timidezza, gli occhi hanno perso la furia sanguinaria. Restano i tic, l'ansia, il parlare accelerato di alcuni entrati ancora da troppo poco tempo in comunità. Per gestire la "scimmia", come vengono chiamate in gergo le crisi d'astinenza, Feder ha due psichiatri che li monitorano costantemente. La spavalderia non c'è e forse senza droga non c'era nemmeno prima. Quei visi che si spingevano sotto il muso a dirti di consegnare i soldi ora sono distanti, preoccupati di dimostrare che non erano se stessi, che se ne vergognano.
"Lo rendeva un mostro" - Non è così per tutti che di quella vita hanno ancora in mente lo sballo delle feste a base di sesso, droga e alcol nel chiuso di appartamenti senza genitori. Figli di medici, avvocati, imprenditori, impiegati, quadri aziendali. Genitori che sapevano che i figli a 12 anni si sfinivano di coca e non sono riusciti a tirare il freno. Hanno deragliato insieme.
Hanno lasciato le professioni, le auto costose, i vestiti firmati e sono venuti in questo viottolo a Pavia a piangere fuori la porta di Simone, pregandolo di prendersi cura del proprio figlio. Ci sarebbe posto solo per sei ragazzi ma ne ospita dodici: "Il centro è pieno ma come fai a dire di no a un papà che viene in lacrime a portarti il figlio?".
Quei figli li rivedono una volta alla settimana. Con le mani sporche di fatica; dalla carpenteria alla falegnameria si lavora sodo. E c'è il piacere di farlo. Come racconta un quindicenne con i capelli tagliati ancora alla moda, il gubbino nero con il cappuccio. Qualche mese fa lo alzava sulla testa, volto coperto, per andare a rapinare la gente in strada con un cacciavite. Doveva soddisfare il bisogno di 3-4 grammi di coca al giorno. Una quantità tale da renderlo un mostro. Così doveva apparire alle vittime quando in strada le picchiava senza un motivo, solo per divertimento. Ora racconta di quanto sia bello avere "qualcuno che ti spiega come si lavora", gli piace, non avverte l'obbligo anche se è in comunità perché un giudice lo messo alla prova.
"Cut off" - L'unico contatto con il mondo di prima è la visita settimanale dei genitori. È così che la famiglia ricompare gradualmente nelle loro vite. Guardano negli occhi la sorellina di 11 anni a cui rubavano i risparmi per comprare la droga e piangono. Come è stato possibile? Si sentono in debito. Ogni tanto qualcuno scappa, attratto dall'andazzo di prima. Poi torna, più sconfitto di prima e con danni cerebrali ancora più importanti di prima.
Il più piccolo a varcare questi cancelli è stato un ragazzino di 13 anni con un tasso di cocaina nel sangue che nemmeno un tossicomane di vecchia data riesce a toccare. Il cut-off (l'esame che determina il livello di droga nel sangue) segnava più di tremila. Per essere positivi occorre superare la soglia di trecento. "Il primo contatto di un ragazzino con la droga ha cambiato aspetto, tempistiche e motivazione" spiega Feder.
Prima accadeva durante gli anni del liceo, ora nei bagni delle scuole medie. Il pusher non aspetta all'uscita di scuola ma è già dentro. Alcuni frequentano le lezioni solo per poterla spacciare. Mario, 16 anni, il nome vero non si può scrivere, ha iniziato perché bullizzato. Sedeva nei banchi della seconda media con qualche chilo di troppo, motivo sufficiente per mortificarlo. Lui che già aveva subito lo schiaffo di un padre che lo ha abbandonato e di una madre assente.
Rave party 15 anni - "Mi son detto: se è così che funziona allora anche io voglio diventare come loro e la cocaina mi ha dato la forza". Da vittima si è trasformato in carnefice, era l'incubo dei compagni di scuola. Non riesce a smettere di parlare, non fa pause. Così ha annegato la timidezza che riemerge per fargli confessare la paura più grande: "Non voglio restare solo". E non ti sentivi solo quando ti drogavi? "Ora posso dire di sì ma prima mi dava l'illusione di avere tanti amici. I ragazzi stavano con me e guardavano ammirati perché in un giorno riuscivo a procurarmi cento euro di cocaina". Altri suoi compagni di classe hanno lunghi mesi di assenze scolastiche e tante presenze nel bosco di Rogoredo. E non solo in quello.
"Nelle campagne del Pavese ce ne sono almeno dieci di boschetti come quello milanese". Gabriele, nome di fantasia, ha iniziato a fare i rave party in giro per l'Italia a 15 anni. Dopo un anno i genitori lo hanno cacciato di casa. A 16 anni viveva in strada o a casa di amici. Così ha iniziato ad acquistare "erba" a credito che faceva circolare durante le ore di ricreazione a scuola. Strafatto di tutto quello che si poteva provare oggi ha ricordi labili. Sente il bisogno di scusarsi: "Ti dico la verità, non mi ricordo molto di quegli anni". In totale ne sono sei. Anni buttati, cancellati. La droga ha devastato la memoria e fatto terra bruciata attorno. Da qualche mese inizia lentamente ad assorbire nozioni di carpenteria nel laboratorio della comunità. Ha una buona manualità. Dalle sue mani spunta un fiore giallo di metallo. È bellissimo, è l'unica cosa colorata in mezzo a tanta ferraglia.
Il Sole 24 Ore, 12 gennaio 2021
Londra prende le distanze da Pechino, introducendo limiti sia all'importazione di merci cinesi prodotte con lavoro forzato sia all'export di prodotti e tecnologia made in Britain che potrebbero essere utilizzati come strumenti di repressione.
Il Governo britannico si schiera in particolare contro i "campi di rieducazione" nella provincia di Xinjiang e il lavoro forzato dei musulmani di etnia uigura, documentato da numerose fonti. Il ministro degli Esteri britannico Dominic Raab annuncerà domani in Parlamento nuove misure per bloccare l'importazione di prodotti cinesi se provenienti da zone a rischio.
Le nuove regole impongono alle imprese importatrici di controllare la loro filiera di produzione per assicurarsi che sia "etica", altrimenti saranno soggette a pesanti multe. La provincia dello Xinjiang produce oltre il 20% di tutto il cotone mondiale. Raab intende rafforzare il Modern Slavery Act, la legge contro la schiavitù approvata nel 2015, introducendo misure più stringenti. Diverse ditte britanniche, soprattutto nel settore abbigliamento, hanno già preso misure per non utilizzare cotone o capi prodotti nei campi di lavoro forzato dello Xinjiang, evitando così di essere boicottate dai consumatori. Il Governo cinese ha sempre negato di utilizzare lavoro forzato, di perseguitare gli uiguri odi avere avviato campagne di sterilizzazione forzata nello Xinjiang. L'ambasciatore uscente a Londra, Liu Xiaoming, ha consigliato al Regno Unito di rispettare "le norme base che regolano i rapporti internazionali, compresa la non interferenza negli affari interni di un altro Paese".
Londra deve scegliere se trattare Pechino "come partner o come rivale", secondo l'ambasciatore. L'impegno di Raab, che era un avvocato specializzato in diritti umani prima di entrare in politica, non è comunque sufficiente per alcuni deputati, che chiedono sanzioni individuali contro esponenti del regime cinese responsabili della gestione dei campi di lavoro e dei programmi di sterilizzazione forzata delle donne uigure. Nel luglio scorso Londra aveva annunciato le prime sanzioni mirate contro persone ritenute responsabili di abusi dei diritti umani in Russia, Arabia Saudita, Myanmar e Corea del Nord, e non ha escluso di imporle contro funzionari cinesi in futuro. Raab ha detto che la lista sarà "costantemente rivista e aggiornata".
Iain Duncan Smith, ex leader del partito conservatore, ora deputato, ha accolto con favore la mossa di Raab ma ha detto che non basta "a gestire il problema crescente che dobbiamo affrontare con la Cina". Un gruppo di deputati conservatori ha formato il China Research Group e fa pressioni sul Governo perché adotti una linea più dura contro Pechino. Chiede anche che la Gran Bretagna non possa stringere accordi commerciali con Paesi colpevoli di genocidio, secondo quanto stabilito da un tribunale britannico. Il Governo è contrario, perché sostiene che spetti solo ai tribunali internazionali, e non a quelli britannici, stabilire se un regime straniero sia colpevole di genocidio o meno. I rapporti tra Londra e Pechino sono diventati sempre più tesi negli ultimi mesi, sia per la polemica sui presunti ritardi cinesi nel segnalare l'epidemia di coronavirus, sia per la decisione britannica di tagliare fuori il colosso cinese Huawei dalla nuova rete 5G, sia infine per la repressione del movimento pro-democrazia nell'ex colonia britannica di Hong Kong.
Decine di attivisti sono stati arrestati e incarcerati di recente a Hong Kong in seguito all'approvazione della draconiana legge sulla sicurezza, a lungo osteggiata da Londra. In un comunicato due giorni fa il ministero degli Esteri ha ribadito che la legge "è una chiara violazione della dichiarazione congiunta sino-britannica e della formula un Paese, due sistemi ed è chiaro che viene utilizzata per soffocare il dissenso politico".
Il Governo britannico ha irritato il regime cinese offrendo a partire dal 31 gennaio visti, permessi di lavoro e un percorso preferenziale verso la cittadinanza britannica per oltre 4 milioni di residenti di Hong Kong con un passaporto britannico speciale riservato ai territori d'oltremare. La misura potrebbe portare a un boom dell'immigrazione.
di Franco Corleone
Messaggero Veneto, 11 gennaio 2021
Il Piano strategico nazionale di vaccinazione presenta una incomprensibile contraddizione laddove prevede nella prima fase la somministrazione del vaccino al personale sanitario, ospedaliero e territoriale e agli ospiti e operatori delle Rsa, che hanno pagato un prezzo doloroso di morti nella prima fase della pandemia.
di Nado Dalla Chiesa
Il Fatto Quotidiano, 11 gennaio 2021
Prof, ma allora abbiamo sbagliato tutto?". "Ma di che sta parlando? Non capisco". "I dati Eurispes sulla criminalità nelle province italiane. Non ha visto?". No, in effetti non ho visto. Al telefono è Marco, mio laureato comasco. Anni addietro fece la tesi di laurea sulle organizzazioni mafiose a Como. E poi la tesi magistrale sulla criminalità organizzata in Lituania.
di Linda Maisto
ilsussidiario.net, 11 gennaio 2021
A causa della pandemia Tribunali e avvocatura sono al collasso. Perché allora non vaccinare giudici e avvocati assieme agli operatori degli altri servizi essenziali? Come ho cercato di spiegare in un mio precedente articolo, l'avvocatura è ormai al collasso a causa del Covid-19. Ogni giorno assistiamo alla morte silenziosa e dolorosa di centinaia di studi legali e, con essa, dei diritti dei cittadini. Ebbene sì, quando l'avvocatura muore, con essa muore la legalità e la domanda di tutela del cittadino da parte dello Stato.
di Liana Milella
La Repubblica, 11 gennaio 2021
Sul filo dello scontro, il sindacato dei giudici sceglie i nuovi magistrati che dovranno esaminare le chat di Perugia. Entra Gabriella Luccioli, la prima donna in magistratura e autrice delle sentenze Englaro. Bocciato Felice Lima proposto da Articolo Centouno. Magistratura indipendente porta l'ex Pg di Milano Roberto Alfonso protagonista di scontri con la procura.
di Errico Novi
Il Dubbio, 11 gennaio 2021
Il "sindacato" delle toghe ordinarie approva all'unanimità una mozione a favore dei colleghi "non professionali". Che precisa: Bonafede preservi le "situazioni soggettive maturate". Cioè stipendi e pensioni non di tutti, ma di chi da anni è impiegato "in maniera massiccia a colpi di proroga". È comunque un passo avanti.
di Cataldo Intrieri
linkiesta.it, 11 gennaio 2021
La Cassazione non ha assolto gli imputati: molte delle pene sono state confermate e per altri due ci sarà un nuovo esame delle responsabilità. Magistrati, giornalisti e politici invece di commentare cose che non conoscono farebbero meglio a studiare e a occuparsi delle vere cause dei giudizi che non condividono.
"Viareggio senza colpevoli". Con questo titolo il quotidiano torinese La Stampa, definisce per il lettore frettoloso l'esito del giudizio di Cassazione nel processo contro l'ex amministratore delegato di FSI e RFI Mauro Moretti e contro altri manager e addetti del gruppo e di due società tedesche, tutti imputati per il disastro ferroviario di Viareggio avvenuto dodici anni fa.
Dello stesso tenore i commenti e i titoli degli altri giornali, di qualche politico, come al solito disinformato sui processi che non riguardino il suo partito (ma a volte anche di quelli) e finanche, sorprendentemente, di qualche autorevole addetto ai lavori come l'ex procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli che di fronte alla Cassazione rievoca addirittura il ricordo dei vecchi procuratori generali dediti al rispettoso insabbiamento di ogni inchiesta che potesse insidiare la grande industria.
Sul versante opposto Piero Sansonetti, incallito garantista, coglie la palla al balzo per scagliarsi contro la barbara abitudine secondo cui "una sentenza di assoluzione, ormai da molti anni, è vissuta dalla nostra società come una vergogna". Stranamente silente il ministro Alfonso Bonafede che in casi del genere non manca mai di stigmatizzare i giudici e di inviare un'ispezione. I grillini della Commissione giustizia invece hanno sottolineato che il blocco della prescrizione voluto dal Guardasigilli impedirà per il futuro un tale scempio, mentre il senatore di Forza Italia Francesco Giro si dice contento per Moretti "che verrà sicuramente assolto".
Orbene, nessuno tra gli autorevoli commentatori qui citati ci ha azzeccato e ciò che è successo ieri in Cassazione costituisce uno dei più allarmanti esempi dei guasti che una dilagante ignoranza unita in qualche caso a malafede può arrecare al diritto a una corretta informazione per la pubblica opinione.
Il dispositivo della sentenza racconta una diversa realtà: se per Moretti ed Elia (all'epoca dei fatti amministratore delegato di RFI, la società addetta alla rete ferroviaria) l'annullamento delle condanne porterà a un nuovo, parziale, esame delle responsabilità, per altri 11 imputati (Kriebel Uwe, Brödel Helmut, Schröter Andreas, Linowsky Peter, Kogelheide Rainer, Mayer Roman, Mansbart Johannes, Pizzadini Paolo, Gobbi Frattini Daniele, Soprano Vincenzo e Castaldo Mario) la Cassazione ha dichiarato "irrevocabile l'affermazione di responsabilità", dunque definitivamente accertata la colpevolezza e non più a rischio di prescrizione per il reato di disastro ferroviario colposo. Si tratterà di ritoccare verso il basso le pene comminate in secondo grado (tra gli otto e i quattro anni) e sarà una diversa sezione della Corte di Appello di Firenze che se ne occuperà.
Il nuovo processo, come spiega uno dei difensori delle parti civili, Enrico Marzaduri, è reso necessario dal fatto che la Cassazione non riconoscendo l'aggravante della violazione di norme anti-infortunistiche ha dichiarato la prescrizione del reato più grave, l'omicidio colposo, e ciò ha comportato il rigetto delle richieste di risarcimento per la mancata tutela dei lavoratori (nessuno dei quali tra le vittime) di alcune associazioni sindacali che si erano costituite.
Più complessa la situazione dei due principali imputati, Moretti ed Elia, verso cui si sono levate le proteste più forti. Come ha spiegato un comunicato della Suprema Corte, presieduta da uno dei magistrati più esperti della materia, Giacomo Fumu, forse allarmata dalla piega dei commenti, l'annullamento delle sentenze di condanna riguarda "alcuni profili di colpa".
Insolitamente la Cassazione ha tenuto a precisare che la prescrizione riguarda tutti i ricorrenti condannati per omicidio colposo plurimo "con l'eccezione dell'imputato che aveva rinunciato alla prescrizione", vale a dire Mauro Moretti, che aveva formulato tale dichiarazione davanti ai giudici di appello.
La questione sarà uno dei punti caldi del nuovo giudizio giacché i difensori dell'ex amministratore delegato hanno escluso che la rinuncia riguardasse il reato più grave. Se l'interpretazione della Corte fosse esatta il destino di Moretti ed Elia resterebbe pericolosamente in bilico.
Ancora la Corte ha tenuto a sottolineare l'estrema rapidità con cui si è svolto il giudizio di ultimo grado, "in poco più di otto mesi e le udienze, pur in tempo di pandemia, sono state celebrate con la partecipazione diretta dei difensori e in assoluta sicurezza per tutte le parti". In effetti una non frequente dimostrazione di efficienza della giustizia. Proprio questa insolita precisazione tocca il vero punto dolente della vicenda processuale, che non riguarda certo il verdetto di venerdì ma ciò che è successo prima e che si omette di sottolineare un po' per ignoranza e molto per faziosità e malafede.
Ciò che dovrebbe indignare le parti civili e i vari commentatori non è la decisione della Cassazione che ha confermato il quadro di responsabilità dei rappresentati dell'azienda ferroviaria come dei responsabili della fabbricazione e della manutenzione del vagone incendiato, quanto l'inaccettabile durata della prima fase. Otto anni per avere una sentenza di condanna del Tribunale. Appare chiaro che a questo incredibile dato non avrebbe posto rimedio neanche la nuova e vantata legge sulla prescrizione che oggi si blocca solo dopo il primo grado.
Il problema è che gran parte dei termini di prescrizione si sono consumati nel tempo necessario alle indagini, allo svolgimento delle perizie ed al dibattimento. Come è stato possibile? Perché tanto tempo? Come mai, vista la mole del processo e le dimensioni del Tribunale di Lucca, non si è provveduto da parte dei vari ministri di giustizia a potenziare il numero dei magistrati in sede onde consentire a quelli impegnati nel processo di dedicarcisi a tempo pieno?
Di questo bisognerebbe chiedere conto allo Stato e scandalizzarsi, invece la percezione strisciante ed estremamente preoccupante, di cui è eloquente esempio il commento prima citato di Caselli, è che si pretenda invece del controllo di legalità dei giudici di merito e legittimità sull'operato degli inquirenti, la mera ratifica delle ipotesi accusatorie delle procure.
In questa ottica l'esito non conforme alle aspettative giustizialiste, l'assoluzione come pure il semplice approfondimento di un nuovo processo sono solo "perdite di tempo" di fronte a ciò che il PM di turno ha accertato e diffuso presso i media come l'unica verità possibile. Lo si è scritto qui altre volte: manca in Italia un giornalismo giudiziario colto ed esperto della materia, che sia in grado di leggere e analizzare una sentenza. L'ignoranza genera populismo e insofferenza: abbiamo visto a Washington cosa può innescare una miscela del genere.
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