di Liana Milella
La Repubblica, 17 aprile 2021
Enrico Costa di Azione propone lo "spazza-correnti", il voto singolo trasferibile, lo stesso sistema che il costituzionalista Massimo Luciani, al vertice del gruppo di lavoro che in via Arenula studia la riforma, ha già definito come una soluzione "assai adatta". Al Csm stanno già facendo i conti di chi, tra di loro, potrebbe restare per altri due anni dopo il 2022 quando l'attuale Consiglio dovrebbe andare a casa. Perché da via Arenula giungono spifferi sempre più insistenti sull'ipotesi che la ministra Marta Cartabia faccia sul serio con l'idea del "rinnovo parziale" del Consiglio. Ne aveva parlato - come ipotesi - sia alla Camera che al Senato davanti alle due commissioni Giustizia prima di Pasqua. Ma adesso il tam tam si fa sempre più insistente. Nella ormai prossima riforma del Csm e del suo sistema elettorale - in calendario nell'aula della Camera già a giugno - si potrebbe concretizzare anche la soluzione di rinnovare solo parzialmente il Csm, perché la metà dei consiglieri resterebbe in carica per altri due anni, garantendo in questo modo una continuità rispetto al ricambio totale. E per questo gli attuali consiglieri, già in questi giorni, fanno ipotesi su cosa accadrà l'anno prossimo. Magari un sorteggio potrebbe stabilire chi, tra di loro, resta, e chi invece va via. In un Consiglio che ha visto tre elezioni suppletive dopo le sei dimissioni per via del caso Palamara, potrebbe restare in carica anche chi è stato eletto dopo la votazione principale del 2018 per raggiungere comunque i due anni di permanenza.
Certo è che l'argomento del "rinnovo parziale" è - al momento - tra i più gettonati a palazzo dei Marescialli. Proprio perché chi ritiene di essere bene informato garantisce che il gruppo di lavoro istituito da Cartabia al ministero per studiare la riforma e gli emendamenti al testo dell'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede starebbe lavorando anche in questa direzione. Parliamo della commissione - ma Cartabia l'ha battezzata "gruppo di lavoro" - presieduta dal costituzionalista Massimo Luciani che, nel massimo riserbo, sta studiando le soluzioni possibili.
E neanche a farlo apposta, ecco un'altra coincidenza che sta creando scompiglio tra le correnti della magistratura sempre a proposito del Csm. Perché il responsabile Giustizia di Azione Enrico Costa, particolarmente vivace nel presentare proposte (suoi gli ordini del giorno sulla presunzione di innocenza, sul via libera del gip per i tabulati, nonché l'emendamento sulle intercettazioni per imporre il decreto di sequestro per agenda, foto e filmati nel cellulare spiato dal Trojan), stavolta ha calato la carta del "voto singolo trasferibile", un sistema elettorale che ha battezzato "spazzacorrenti". Perché, come spiega lui, "l'elettore non vota le liste, ma solo i singoli candidati indipendentemente dalla loro appartenenza, e può esprimere più preferenze in ordine di gradimento, ma quei voti non avranno tutti lo stesso valore". Varrà il primo in senso assoluto, mentre il secondo e il terzo varranno di meno ma potranno saldarsi con quello che resta del primo, scombussolando del tutto il risultato.
Sapeva Costa che quella del "voto singolo trasferibile" era proprio la proposta che piace a Massimo Luciani? Infatti, non l'appena l'ha depositata alla Camera, più di un deputato ha avvicinato Costa per dirgli, "ma lo sai che al ministero stanno lavorando proprio su questo?". Eh già, perché il noto costituzionalista Luciani - che adesso non risponde neppure al telefono e si trincera dietro il più assoluto riserbo - parlò del "voto singolo trasferibile" in un forum di giuristi organizzato da "Quaderni costituzionali" nell'ottobre del 2020, i cui atti sono poi stati pubblicati il 2 gennaio di quest'anno. Dove il giudizio di Luciani è netto: "Trovo che sia una soluzione assai adatta".
Parere che, per esempio, non è affatto condiviso da un magistrato come l'ex procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati, uno dei più esperti sui sistemi elettorali per il Csm, come dimostra l'analisi contenuta nel suo libro sulla Storia della magistratura (Laterza). Il suo giudizio è netto: "Intanto non è affatto una proposta nuova. È stata il cavallo di battaglia di Mario Cicala (toga di Magistratura indipendente, ndr.). L'ha proposta la commissione Balboni nel 1996. L'ha rilanciata Luciani. È un'ipotesi interessante. Anche se il sistema è contorto e di difficile prevedibilità. E poi io resto dell'idea che vanno evitati i sistemi che non sono stati sperimentati, perché sortiscono risultati opposti a quelli desiderati".
Bruti spiega che votare per il Csm è come votare in un paese dove ci sono 9mila anime, quanti sono i magistrati in Italia, "in cui tutti si conoscono". E senza fare una simulazione preventiva non si può prevedere l'esito di una nuova legge. La sua conclusione è netta: "Non si possono trasferire sistemi che valgono per milioni di persone su 9mila". Secondo Bruti, i tentativi fatti finora per cambiare la legge del Csm, come quello dell'ex ministro leghista Roberto Castelli nel 2002, "hanno sempre prodotto risultati opposti a quelli voluti, per cui anziché eliminare le correnti, di fatto se ne possono creare delle altre".
Costa invece è convinto che la sua proposta "spazza-correnti" potrebbe destrutturare il sistema. Perché, sostiene, è "un meccanismo che fa prevalere la persona e il suo valore e non un voto delle correnti, e fa vincere il candidato più trasversale e più apprezzato". Le liste potrebbero anche esserci, "ma l'elettore non vota le liste, ma i singoli candidati indipendentemente dalla loro appartenenza. Chi vota può esprimere più preferenze in ordine di gradimento, ma non hanno tutte lo stesso valore". Infatti solo la prima ha un valore "pieno", mentre le altre valgono di meno. Costa spiega che ci sarà "un quoziente per vincere che deriva dal rapporto tra numero degli elettori e numero dei seggi". Ma alla fine è improbabile che un candidato vinca solo in base alla prima preferenza, saranno necessarie anche le seconde e le terze. Costa lo definisce come "un compromesso tra chi vuole il sorteggio e chi invece insiste su un sistema elettorale tradizionale". La cosa certa è che già le toghe storcono il naso. Ma Luciani la pensa come lui.
anteprima24.it, 17 aprile 2021
Un detenuto di 38 anni è deceduto oggi nel carcere di Poggioreale. A renderlo noto è il garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello. Ancora non si conoscono le cause che hanno portato al decesso dell'uomo. "Si continua a morire in carcere e di carcere. Un detenuto di 38 anni è morto oggi a Poggioreale, per cause ancora da accertare. Era ristretto, da gennaio, nel reparto Roma, per tossicodipendenti. Riposa in pace. Condoglianze alla famiglia", commenta Ciambriello.
di Valerio Esposito
Il Riformista, 17 aprile 2021
Il Tribunale del Riesame ha accolto l'appello della Procura e ha ripristinato la custodia cautelare in carcere per Vincenzo Lo Presto, ritenuto responsabile in primo grado dell'omicidio di Fortuna Bellisario. L'uomo, costretto sulla sedia a rotelle, dopo due anni di detenzione era stato scarcerato il 23 febbraio scorso e per lui erano scattati i domiciliari. Non abbiamo alcun dubbio che la decisione del Riesame sia stata ponderata e anche sofferta.
L'auspicio sincero è che l'eco mediatica che ha avuto la vicenda non abbia inciso più di tanto sulla decisione. Sul punto - e al di là del singolo caso - è indiscutibile che, quando il processo fuoriesce in modo così prepotente dalle aule di giustizia finendo e diventa un "processo popolare", è difficilissimo per tutti i protagonisti mantenere il distacco e la serenità necessaria che costituiscono la pre-condizione per l'esercizio di ogni attività decisionale.
Riteniamo doveroso ribadirlo: parenti e amici di Fortuna sono stati ammirevoli, hanno manifestato il loro dolore con compostezza e sobrietà. Non è certo a loro che ci riferiamo quando parliamo di "processo popolare", anche perché essi sono evidentemente protagonisti di un processo in cui si accertano le responsabilità per la perdita di una persona da loro amata.
Il caso di Fortuna è, per molti versi, particolare e indubbiamente diverso da tanti altri casi in cui, partendo da tragiche vicende processuali, si sono imbastiti cinici show mediatici. In questo caso - è questa la nostra convinzione - i professionisti dei media non hanno cavalcato strumentalmente un'onda.
Rispetto a questa vicenda, noi riconosciamo l'onestà intellettuale di chi ha pensato di partire da un tragico caso di cronaca per dar vita a un'operazione di sensibilizzazione dell'opinione pubblica su un tema indubbiamente centrale, quale la condizione della donna nel nostro Paese. Ed è probabilmente per questo che anche taluni protagonisti della giustizia, di solito non adusi alla spettacolarizzazione del processo, si sono lasciati andare ad alcune esternazioni che non abbiamo condiviso perché potenzialmente lesive dell'indipendenza e dell'autonomia del Gup che aveva assunto la decisione.
Tuttavia, riteniamo che una simile operazione - per quanto mossa dalle migliori intenzioni - sia sbagliata. Occorre, infatti, aver chiaro che la risoluzione dei problemi non avverrà mai attraverso il ricorso al diritto penale. Nel processo penale si accerta un singolo fatto, lo si interpreta e poi si condanna o si assolve. Attraverso i processi non si riscrive la storia, non si debellano i fenomeni, difficilmente si cambia la società. Nessuna pena esemplare potrà avere efficacia dissuasiva di condotte spesso irrazionali; solo una nuova struttura materiale e culturale della società consentirà davvero alle donne di allontanarsi in tempo dai propri aguzzini.
E allora, fare di un singolo caso un paradigma, illudersi che una pena esemplare salverà altre donne in futuro rischia di produrre solo un'altra colossale ingiustizia; scaricare sulle spalle del malcapitato imputato (parte debole, per antonomasia, qualunque sia il reato contestato) un ulteriore peso: fungere da capro espiatorio, da simbolo di un vasto e stratificato problema che attanaglia la nostra società da secoli.
di Concita De Gregorio
La Repubblica, 17 aprile 2021
Della tragedia di Giovanna Boda, la dirigente del Miur che si è buttata dalla finestra dell'ufficio in cui stava aspettando il suo avvocato - giù prima di parlare con lui - c'è un dettaglio ripugnante. Gli investigatori, si legge in un inciso, erano "probabilmente ispirati dall'interno del ministero". Cioè esiste qualcuno, in questo momento, da qualche parte, magari seduto a tre porte dalla stanza vuota della dottoressa Boda, che ha "ispirato" l'indagine sulla dirigente: con una denuncia anonima, una telefonata confidenziale, un passa parola arrivato a chi doveva.
Probabilmente, non se ne ha certezza. Ma certo c'è almeno un'altra voce, un'altra mano che ha fatto filtrare ai giornali che le cose potrebbero essere andate così. Indipendentemente dai fatti, che la giustizia accerterà speriamo con maggiore rapidità del consueto, toglie il fiato e leva il sonno sapere che nel luogo dove lavoriamo insieme ci sia qualcuno che lavora contro di noi.
Tutti ne abbiamo fatto esperienza, in gravi o minori occasioni: di chi per invidia, antagonismo, antipatia, rivalsa ci tende una trappola. Sorride, incrociandoci, e di nascosto pugnala. Che poi i fatti contestati siano reali, da questa prospettiva, è secondario.
Molto spesso non lo sono e la gogna, il processo, il sospetto sono già da soli una condanna - specie per chi è innocente. C'è chi è in grado di sopportare la battaglia, anzi persino si esalta. C'è chi soccombe. La delazione è ignobile, e non basta pensare che chi di soffiata ferisce prima o dopo di dossier perisce. Dopo è sempre tardi. Chissà come sarà, in queste notti, il sonno dell'anonimo che ha pensato, un giorno: ora quella la sistemo io.
ansa.it, 17 aprile 2021
"Con la nomina della nuova garante dei detenuti del Comune di Alessandria torna a completarsi la rete dei garanti comunali piemontesi nelle 12 città sede di carcere". Lo annuncia il garante regionale Bruno Mellano all'indomani della nomina, da parte del sindaco Gianfranco Cuttica di Revigliasco, di Alice Bonivardo.
"Il Comune di Alessandria - continua Mellano, che oggi ha incontrato la neogarante - è l'unica città piemontese ad avere due strutture detentive per reclusi adulti, la Casa circondariale 'Don Soria' e la Casa di reclusione 'San Michele', recentemente unificate con la denominazione 'Istituti penali riuniti Cantiello e Gaeta'.
Dopo Davide Petrini, garante nel biennio 2017-2018, e Marco Revelli, dimessosi il 26 febbraio scorso, Bonivardo, da tempo tutor del Polo universitario di Torino presso le carceri 'Lorusso e Cutugno' di Torino e 'Rodolfo Morandi' di Saluzzo (Cuneo), è la terza garante comunale indicata dal Comune di Alessandria, il cui mandato coincide con la durata di quello del sindaco.
"Prossimamente - conclude Mellano - si aprirà il bando pubblico per la selezione del nuovo garante per la Città di Cuneo, a seguito delle dimissioni di Mario Tretola, recentemente eletto presidente delle Acli regionali, che sta operando in proroga in attesa dell'avvio delle procedure di sostituzione".
di Simona Musco
Il Dubbio, 17 aprile 2021
Parla Don Mussie Zerai, il parroco che aiuta la gente in fuga. "Il numero di padre Zerai è scritto sui muri delle prigioni libiche, nei capannoni dei trafficanti, sulle pareti dei cassoni dei camion che attraversano il deserto", si legge nel libro "La frontiera", dell'indimenticato Alessandro Leogrande.
Ed è forse questo il motivo per cui la Procura di Trapani aveva iscritto il nome di don Mussie Zerai - prete cattolico e attivista impegnato a salvare i migranti nel Mediterraneo - nel registro degli indagati nell'inchiesta sulla nave Iuventa, finita nell'occhio del ciclone per le intercettazioni che hanno coinvolto diversi giornalisti e avvocati, questi ultimi "spiati" mentre svolgevano la propria funzione difensiva. Per don Zerai la procura ha chiesto l'archiviazione. L'ipotesi d'accusa, gravissima, era di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
Un'ipotesi, a quanto pare, infondata, basata sulle chiamate che don Zerai riceve da anni da parte di persone in situazioni di pericolo. "Ogni volta che qualcuno mi chiama - ha spiegato al Dubbio - avviso le autorità competenti, chiedendo un loro intervento per salvare quelle persone. Sia che si tratti di persone in mare, sia nei casi di centri di detenzione, ho sempre informato l'Unhcr e chiunque potesse intervenire in quella zona".
Zerai, ovviamente, è stato intercettato. Anche quando parlava al telefono con il proprio difensore, Arturo Salerni, o con il senatore Luigi Manconi, all'epoca presidente della Commissione straordinaria diritti umani, al quale si rivolgeva per tutelare i migranti vittime di gravissime violazioni.
"Hanno trascritto le intercettazioni con il mio avvocato, conversazioni che non erano utili al processo - ha spiegato. Mi chiedo perché conservarle, perché trascriverle, perché non sono state distrutte". Nel corso delle indagini, Zerai ha contattato Salerni, chiedendo di prendere contatto con la procura di Trapani, dando la propria disponibilità per essere sentito e chiarire la sua posizione. Ma il punto, spiega il parroco, è un altro: "La funzione difensiva è protetta - ha sottolineato. In quelle telefonate avremmo potuto discutere di come impostare la difesa. Se anche quel momento viene violato è un gioco ad armi impari".
Zerai è stato registrato nell'agosto 2017, quando al telefono tentava una via, assieme al proprio difensore, per dimostrare la propria innocenza. Sottolineava anche la sua convinzione che alcuni media stessero tentando di screditare il lavoro delle Ong nel Mediterraneo. Al telefono con Manconi, invece, Zerai aveva chiesto un intervento per aiutare centinaia di eritrei sfrattati da un edificio a Roma, sui quali la polizia si era accanita anche con gli idranti.
"Ho chiesto che intervenisse per tutelare i loro diritti. Quelli di persone che lo Stato italiano, sulla carta, dice di accogliere e alle quali sostiene di riconoscere una protezione internazionale - ha aggiunto -. Ma la protezione non può tradursi in un abbandono totale".
Zerai venne intercettato anche al telefono con Mario Morcone, all'epoca capo gabinetto del ministero dell'Interno, al quale chiedeva aiuto per i migranti lasciati per strada. La richiesta era semplice: trovare un'alternativa per sistemare quelle persone prima di procedere allo sgombero. "C'erano donne e bambini, molte famiglie, persone di una certa età, invalidi. Qando ho visto che venivano cacciati con gli idranti ho mandato un sms, anche quello trascritto, al prefetto, al capo gabinetto del ministro, dicendo: almeno trattateli umanamente", ha aggiunto.
Zerai conosce le condizioni dei migranti in Libia, dove ci sono vari tipi di lager. Luoghi di detenzione e di tortura che rimangono sconosciuti alle delegazioni europee, che una volta sul posto vengono guidate in un tour tra i centri meno degradanti o tirati a lucido per l'occasione. Ma la realtà, spiega il parroco, è molto diversa. Il contesto è chiaro: sia l'Italia sia il resto dell'Ue, secondo l'attivista, si sforzano di impedire l'arrivo di queste persone. E poco importa in quali condizioni si trovino a "casa loro": i loro diritti "non interessano a nessuno".
Ed è così che le norme internazionali risultano valide solo sulla carta. "Convenzioni e trattati - ha aggiunto - valgono solo per chi è nato da questa parte, non per chi nasce lì. I diritti sono trasformati in privilegi. E allora non dobbiamo più chiamarli diritti: è elemosina".
Gli esempi non mancano e Zerai classifica tra questi anche le parole di Mario Draghi in Libia, nonché la visita del presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e del presidente del Consiglio europeo Charles Michel in Turchia. "Che ci sono andati a fare lì? - si è chiesto Zerai. A chiedere ad Erdogan di continuare a chiudere i confini e trattenere i siriani. Ma come vengono trattenuti, in che condizioni vivono, che futuro ha quella gente? Anche loro hanno diritto alla sicurezza, ad un futuro, a vivere in condizioni dignitose".
In questo panorama, si inserisce il lavoro della magistratura. Che, con le proprie inchieste, contribuisce a riscrivere le vicende, assegnando alle Ong il ruolo dei "cattivi". "Io spero che la magistratura, che si dice indipendente, non abbia tentato di riscrivere la storia e mettersi al servizio della politica, ma abbia agito per indagare seriamente e cercare di colpire chi ha commesso un reato - ha concluso Zerai.
Le ong, che io sappia, non assecondano alcun traffico. Hanno salvato migliaia e migliaia di persone. Basta considerare solo che, da quando è stata chiusa l'operazione Mare Nostrum, se non ci fossero state le tante ong oggi i morti non sarebbero solo 40mila ma il doppio, come minimo. Il vuoto che le istituzioni hanno lasciato nel Mediterraneo, sapendo che la gente sarebbe partita comunque, è immenso. Non è colpa delle Ong se le persone partono: lo facevano anche prima.
Il problema sono gli incendi, le guerre, la fame e le persecuzioni che ci sono a casa loro. L'Europa, anziché spendere miliardi per bloccare queste persone, avrebbero dovuto spenderli per bloccare le persecuzioni. E chi investiga avrebbe dovuto farlo sulle omissioni di soccorso nel Mediterraneo".
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 17 aprile 2021
Minniti, ministro degli Interni di un partito ritenuto di centrosinistra, ipotizzò miliziani del califfato sui barconi. Oggi la rinnega quell'"ipotesi". Ma ha fatto danni incalcolabili. Invasori e qualche terrorista dell'Isis: "sentimenti" d'Italia sui migranti Un lavoratore stagionale arrivato dal Mali raccoglie mandarini nella piana di Gioia Tauro. La raccolta è in novembre, la paga tra 15 e 25 euro a giornata.
Questa foto ci ritrae tutti perché - e forse alcuni tra noi non se ne sono neppure accorti - in un dato momento ci sono state raccontate dinamiche che non corrispondevano a verità, per convincerci che i flussi migratori andassero bloccati, che fossimo vittime di una invasione incontrollata e - addirittura - che tra i disperati che dall'Africa tentavano la traversata per l'Europa, via Italia, ci fossero anche miliziani dell'Isis, terroristi.
Ho scelto questa foto perché ci ritrae tutti. Sì, certo, vedete un immigrato che raccoglie mandarini e non riuscite a capire perché io in questa foto ci vedo tutti noi. In Italia la terra la coltivano gli immigrati: sono loro a raccogliere la maggior parte della frutta e degli ortaggi che finisce sui banchi dei supermercati e nelle nostre case. Molti sono senza contratto, vivono in baracche dove capita che muoiano, arsi vivi da incendi divampati da malmesse stufe o bracieri improvvisati. Questa foto ci ritrae tutti perché - e forse alcuni tra noi non se ne sono nemmeno accorti - in un dato momento ci sono state raccontate dinamiche che non corrispondevano a verità, per convincerci che i flussi migratori andassero bloccati, che fossimo vittime di una invasione incontrollata e - addirittura - che tra i disperati che dall'Africa tentavano la traversata per l'Europa, via Italia, ci fossero anche miliziani dell'Isis, terroristi.
Bisognava costruire il nemico perfetto con un duplice scopo: da un lato legittimare il finanziamento da parte dell'Italia alla Guardia costiera libica (nel panorama più vasto dei rapporti Italia-Libia con riferimento agli stabilimenti di petrolio di cui bisognava e bisogna garantire la sicurezza) per bloccare migranti in partenza, dall'altro compattare l'elettorato italiano sul tema della paura: ti voto perché prometti di liberarmi da un sentimento di insicurezza e inquietudine.
Non dimenticherò mai quando Marco Minniti, da ministro degli Interni, definì la sicurezza "un sentire, qualcosa di vicino al sentimento" e disse che "dove si ragiona con le statistiche non c'è sentimento".
Il sentimento gli fece insinuare una cosa gravissima, che nei barconi dei migranti potevano arrivare anche terroristi: "Un'ipotesi", disse, "che non possiamo scartare". Oggi la rinnega quell'"ipotesi". Ma ha fatto danni incalcolabili. In quella foto ci siamo anche noi, perché quando ci fu detto che i migranti andavano bloccati, che sui barconi potevano arrivare anche terroristi, abbiamo iniziato a guardare con sospetto qualunque straniero, a provare diffidenza e a legittimare la mancanza di diritti nelle loro vite. E così è avvenuto che il ministro degli Interni di un partito ritenuto di centrosinistra abbia dato la stura all'istinto razzista più bieco, pavimentando la strada alla peggiore destra dal secondo dopoguerra. È in questa Italia che avviene quello che io definii un attentato terroristico di matrice fascista.
Il 3 febbraio 2018, a Macerata, Luca Traini con una pistola semiautomatica ferì sei persone, tutti immigrati di origine sub-sahariana. Fu un attentato terroristico di matrice fascista, non facendo Traini mistero del suo orientamento politico. Ogni tentativo di edulcorare o rendere neutra la notizia, dissi, è connivenza. E in effetti ci fu chi tentò di edulcorare.
Sempre Marco Minniti definì i fatti di Macerata una "iniziativa individuale" e disse anche: "Ho fermato gli sbarchi perché avevo previsto Traini". Sui media, incredibilmente, prevalse la linea del gesto di un folle motivato dall'invasione di migranti. Fu bloccata ogni possibile empatia quando il sindaco di Macerata, appoggiato da Minniti (e non solo da lui) chiese la sospensione del corteo nazionale antifascista del 10 febbraio 2018. Ci fu comunque, 20 mila persone a sfilare, ma non gli fu data rilevanza mediatica. Di quei fatti si occupano Marcello Maneri e Fabio Quassoli in Un attentato "quasi terroristico".
Macerata 2018, il razzismo e la sfera pubblica al tempo dei social media edito da Carocci, libro che consiglio. Dopo il 3 febbraio 2018, gli immigrati nel nostro Paese, milioni di persone che qui vivono e lavorano da anni, bambini e ragazzi nati e cresciuti in Italia, si sono sentiti in pericolo. Guardiamola bene questa foto perché ci ricorda che, in un attimo, l'azione di qualche politico spregiudicato può farci ripiombare indietro di decenni e perdere diritti che davamo per scontati.
Gazzetta di Reggio, 17 aprile 2021
La situazione della Pulce spinge l'assessore Tria il consigliere regionale Amico e il garante Marighelli a formulare questo appello. "Bisogna istituire una figura che ancora manca sul territorio di Reggio Emilia, il garante delle persone private della libertà personale".
Lo affermano Federico Amico (presidente della commissione regionale Parità e diritti delle persone), Nicola Tria (assessore comunale a Legalità e coesione sociale) e Marcello Marighelli (garante delle persone private della libertà personale per la Regione Emilia-Romagna) in una nota congiunta. A preoccuparli è la situazione nel carcere di Reggio, dove si contano ancora più di cento detenuti positivi, di cui cinque ricoverati in ospedale.
"Uno scenario complesso a causa del sovraffollamento e dell'isolamento legato all'epidemia, che mina la dignità delle persone recluse e può diventare esplosivo", dicono i tre. Ecco perché, sostengono, è necessario intensificare il presidio delle istituzioni: "In questo contesto - spiegano - appare evidente la necessità di pensare all'istituzione di una autorità indipendente a tutela di chi è detenuto, che garantisca la corretta esecuzione della custodia secondo le norme nazionali e internazionali".
Il garante, per come è definito dall'ordinamento nazionale, esercita il potere di visita senza autorizzazione nelle carceri, può effettuare colloqui con i detenuti e ricevere da loro corrispondenza privata. "Un agevolatore di relazioni e di progetti - concludono - e un'opportunità per l'intera provincia, che entrerebbe così a far parte di una rete nazionale e internazionale a tutela della dignità, salute e incolumità delle persone detenute".
di Greta Privitera
Il Foglio, 17 aprile 2021
Un superstite di Columbine ci racconta la sua battaglia. La proposta di Biden e il rischio del fallimento. Craig Scott conosce la paura che fa stare sdraiati a pancia in giù mentre due compagni sparano alle spalle di altri, senza sosta. Conosce l'odore della polvere da sparo mischiata al sangue, il suono del pianto di decine di madri e padri fuori da un liceo in cui c'è appena stato un massacro.
Craig Scott sa tutto e lo racconta ogni giorno nelle scuole d'America perché crede che la sua testimonianza abbia la forza di cambiare un paese che con le leggi fa fatica a cambiare. Mentre Dylan Klebold, 17 anni, e Eric Harris, 18, scaricavano i loro fucili semiautomatici per i corridoi della Columbine High School, il liceo di Littleton, in Colorado, Scott fingeva di essere morto. "Tenevo gli occhi chiusi e cercavo di respirare piano. Accanto a me c'era il mio migliore amico Isaiah, appena ucciso da una pallottola", dice al Foglio.
Il 20 aprile ricorre il ventiduesimo anniversario della strage di Colombine, ieri a Indianapolis, una nuova sparatoria, otto persone sono rimaste uccise. Nel 2021 le vittime da mass shooting sono già 163 e negli Stati Uniti, ogni giorno muoiono circa 100 persone, uccise da armi da fuoco. Craig e la sua famiglia, con l'associazione Value Up, hanno dedicato la vita a sensibilizzare i più giovani contro la violenza e il bullismo. Le cause, dice, sono la cultura individualistica e la solitudine. "Sarei molto contento - aggiunge - se Biden riuscisse a far passare una legge in grado di prevenire stragi. Ma in 20 anni, non ci è riuscito nessuno".
A marzo, dopo le sparatorie in Georgia, Colorado e California, il presidente degli Stati Uniti ha annunciato ordini esecutivi che non hanno bisogno dell'approvazione del Congresso per arginare quella che ha definito "un'epidemia". Il provvedimento più importante riguarda le ghost gun, le armi non tracciabili perché costruite con pezzi assemblati acquistati sul web e quindi senza matricola. Un passo avanti, ma ancora troppo poco. È difficile capire perché in America nessuna amministrazione sia riuscita ad arginare la violenza armata.
Che non riguarda solo le sparatorie di massa: il numero delle vittime da suicidi e litigi familiari è molto più alto. "Avremmo bisogno di politici coraggiosi. Per la maggioranza dei repubblicani al Congresso, il secondo emendamento - che garantisce il diritto di possedere armi - è un dogma", dice al Foglio Matt Valentine, professore dell'università del Texas e co-autore di "Campus Carry: Confronting a Loaded Issue in Higher Education".
Secondo Gallup, il 60 per cento degli americani è favorevole a leggi più severe sul tema. Ma in alcuni stati, come Texas, Kentucky e Tennessee, il fucile è una religione e il secondo emendamento è la Bibbia. Secondo Small Arms Survey, negli Stati Uniti circolano 393 milioni di armi, più d'una per americano, il 46 per cento di tutte quelle di proprietà civile nel mondo. Come ha spiegato il giornalista German Lopez di Vox: "Secondo i ricercatori, gli alti livelli di possesso di armi sono una delle ragioni per cui in America la percentuale di violenza è molto più alta rispetto agli altri paesi occidentali".
A fermare il cambiamento, oltre a problemi strutturali noti, ci sono gli errori dei democratici che da 25 anni fanno le stesse proposte e non affrontano il punto principale del problema: ridurre la circolazione di fucili e pistole. Sempre Lopez sostiene che sarebbe necessario un piano delle dimensioni del Green New Deal: "Si potrebbero vietare più tipi di armi- forse tutte le semiautomatiche o tutte le pistole - e pensare a un programma di riacquisto obbligatorio, come in Australia".
Valentine racconta che negli Stati Uniti c'è una legge che funziona, ed è quella del 1934, il National Firearms Act, nata perché i mafiosi utilizzavano i fucili mitragliatori Thompson per commettere massacri. "Un atto che si applica solo ai fucili a canna corta e alle mitragliatrici automatiche, ma che obbliga il tracciamento di tutti i possessori e che richiede controlli molto più approfonditi. Biden vorrebbe estendere questa legge", dice.
Valentine è fiducioso e pensa che le cose cambieranno. Così come è successo per molti diritti civili, come con i matrimoni gay. "I giovani non sono rappresentati al Congresso, ma sono il futuro", dice. Intanto, però secondo lui i singoli stati e le città dovrebbero fare il possibile per avere leggi più severe. Quel giorno di 22 anni fa, Craig è riuscito a scappare e arrivare sul piazzale della scuola. Una volta fuori ha preso il telefono e ha chiamato la madre: "Mamma, deve essere successo qualcosa a Rachel". Se lo sentiva. Rachel era sua sorella, aveva 17 anni ed è stata la prima vittima nella strage di Columbine.
di Alessandro Trocino
Corriere della Sera, 17 aprile 2021
La ministra, a favore della cannabis legale, criticata per la delega contro le dipendenze. A rivedere una sua presentazione del 2012, per quella pratica bizzarra delle graticole video a cui si sottoponevano gli aspiranti 5 Stelle, si capisce già molto. C'è una ragazza di 29 anni davanti a una casa piemontese sobria come si conviene, che parla con piglio deciso e dice cose piuttosto di sinistra. Racconta di aver costretto il comune di Mondovì, con un ricorso al Tar, ad aggiungere una donna in giunta per rispettare le quote rosa.
Reclama diritti per gli invisibili: "Se sei clandestino o prostituta non esisti". Rivendica lo ius soli e parla di "diritto all'eutanasia": "Voglio uno Stato laico". Non stupisce dunque, che diventata ministra (ora alle Politiche giovanili) e ottenuta dal premier Mario Draghi la delega per la lotta alla droga, venga attaccata con violenza dalla destra. Anche la foto pubblicata l'8 marzo sui social non poteva piacere: c'è una ministra con i piedi sul tavolo, le scarpe décolleté in vernice rossa (simbolo della lotta contro la violenza alle donne), la felpa dei Nirvana.
Il testo era a tono: "Ho 37 anni e sono una "ragazzina" (per questo Paese) ma faccio il Ministro, non sono sposata ma scelgo ogni giorno di stare col mio compagno, ho due figli bellissimi che portano il mio cognome, amo la musica rock pesante ma non mi vesto in maniera "alternativa", guardo film strappalacrime ma sono emotivamente fredda come il ghiaccio".
Le polemiche - Di recente la ministra metallara - che può fare dirette su Twitch o collegarsi a Palazzo Chigi dall'ospedale dove ha appena partorito - ha firmato una proposta di legge per la legalizzazione della cannabis. Quanto basta per provocare la reazione furibonda di Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Maurizio Gasparri. L'ha stupita? "Sì, non me l'aspettavo. La cosa che mi ha ferito di più - racconta - è che hanno detto che non rappresento un modello positivo per i giovani. Hanno usato argomentazioni bieche, strumentali, vuote".
A Un giorno da pecora le hanno chiesto se si è mai fatta una canna. Non ha risposto. Qualcosa da nascondere, ha chiesto retoricamente il Secolo d'Italia? "No, se avessi risposto, avrei dato ragione alla logica del modello positivo o negativo". Ha chiesto il test antidroga: "Ma sì, se la mettiamo sui modelli, allora facciamo tutti un bel test dei capelli". Sa che non tutti ne uscirebbero immacolati? "Ah non so - ride -. Comunque non ho avuto adesioni".
La conferenza sulla droga - Il suo primo atto è stato l'annuncio della convocazione della conferenza sulla droga: "Mi hanno subito attaccato. Ma la conferenza non si riunisce dal 2009. E l'8 maggio 2019 lo stesso annuncio lo diede il ministro leghista Fontana".
Non proprio sulla stessa linea. Dadone non ha visto la serie "Sanpa" e non giudica Muccioli, ma qualcosa la dice sulle politiche che hanno guidato l'Italia: "L'approccio proibizionista è tipico delle destre, che la mettono come droga sì o no, come se fosse un pacchetto completo. Non possiamo non renderci conto che il panorama delle dipendenze è vasto e vario. E poi non c'è solo la droga, ci sono anche l'alcol e la ludopatia".
Antiproibizionismo - Alla domanda se si definisce "antiproibizionista", risponde sì, ma poi si corregge: "Non è una questione di definizioni, mi piacerebbe che ci si confrontasse. Anche perché oggi la Dadone non deve decidere niente, non deve approvare nessuna legge. Il Parlamento è sovrano, non è una questione che riguarda il governo.
La cosa più urgente per me è quella sulla cannabis terapeutica. Ho ricevuto molte chiamate di persone con sclerosi e distrofie che chiedono aiuto perché devono andare a trovare la marijuana per strada, commettendo reato. Non mi sembra una cosa civile. Perché il Parlamento non può affrontare il problema e discuterlo?". Servirebbe "più solidarietà umana", spiegava nel vecchio video la ministra dalle scarpe rosse, che non sembra poi così "emotivamente fredda come il ghiaccio".
- Così la Guardia costiera libica lascia affogare i migranti
- Hong Kong. Condannato Jimmy Lai, il miliardario oppositore
- Libia. Grandi: "Con la tregua ci sarà una finestra per chiudere i Centri di detenzione"
- Egitto. Patrick Zaki: governo italiano coinvolto negli affari, ma non sui diritti umani
- Ergastolo ostativo incostituzionale. Un anno di tempo per la riforma










