di Viviana Daloiso
Avvenire, 11 gennaio 2021
Vista oggi, l'Italia degli anni Settanta alle prese con eroina e vittime per il "buco", sembra un altro pianeta. Eppure occorre partire da lì per capire la strada che (non) è stata fatta. A guardarla oggi, in tempi di overdose da purple drank (il tristemente famoso mix di sciroppo alla codeina e soda le cui istruzioni per l'uso si trovano facilmente online) e spaccio delivery (in un anno il Covid ha trasferito il mercato della droga dalle piazze alle porte di casa), l'Italia degli anni Settanta sembra un altro pianeta.
Erano i giorni del buco, dei tossici che si facevano per la strada, delle famiglie perbene senza strumenti per capire cosa stesse accadendo ai propri figli. Nemmeno il tempo di realizzarla, l'emergenza dell'eroina, che subito a farla da padroni furono fastidio e vergogna: il popolo della roba, così scomodo e difficile da gestire, andava messo sotto lo zerbino. O in comunità.
Le prime, non a caso, nacquero allora: zerbini divennero presto casali rimaneggiati sulle colline delle città, ville abbandonate nelle periferie. E i pionieri, ben prima di quel Vincenzo Muccioli che storia e tribunali hanno già giudicato e che oggi è il protagonista del discusso docufilm in onda su Netflix, furono tanti sacerdoti e suore "di strada": Picchi, Ciotti, Benzi, Mazzi, Gallo, Gelmini, madre Elvira Petrozzi. Anche loro con storie spesso contrastate e discusse, consegnate a libri e giornali.
Da quelle prime figure carismatiche, cattoliche e laiche, da quel modello rudimentale d'accoglienza costruito sull'amore per i derelitti e sul contributo dei volontari (la maggior parte ex tossici) sono passati sessant'anni.
Le comunità di recupero oggi sono un mondo profondamente cambiato - costruito su figure professionali eterogenee e metodi educativi condivisi a livello internazionale - come profondamente cambiato è quello delle dipendenze: l'eroina, pur con la sua ripresa negli ultimi anni, è un ricordo lontano, soppiantata da cocaina e nuove sostanze (ne nascono talmente tante che le autorità sanitarie non sanno più nemmeno identificarle), l'alcol è una piaga in drammatica espansione (il lockdown ha segnato un aumento del 200% dei consumi a rischio), azzardo e Internet mietono vittime a ritmo crescente, così come gli psicofarmaci. Succede a milioni di italiani ogni anno: 8 mediamente utilizzano sostanze, oltre 10 consumano alcolici in maniera smodata, altrettanti gli antidepressivi.
Numeri da brivido, secondo gli esperti destinati ad aggravarsi per effetto della pandemia. E se appena in 136mila nel 2019 - sono gli ultimi dati disponibili, contenuti nella Relazione del Dipartimento delle politiche antidroga pubblicati a novembre - hanno avviato un percorso all'interno dei Servizi pubblici dedicati (i famosi SerD), per altro mediamente sette anni dopo l'inizio della dipendenza (un dato altrettanto drammatico), quasi 30mila sono invece stati accolti dalle comunità: 908 quelle esistenti da Nord a Sud, di cui 821 (il 90%) private.
Come e perché si arriva in queste strutture? Cosa succede al loro interno? Quando e come se ne esce? Non ci sono misteri o opacità. I percorsi socio-riabilitativi viaggiano su due binari: per la maggior parte vengono gestiti proprio dai SerD, che indirizzano le persone più bisognose di aiuto alle comunità (accreditate in base a criteri stringenti) nell'ottica di un rapporto pubblico-privato che in passato ha fatto fatica a decollare, ma che oggi risulta piuttosto "rodato". In questi casi è lo Stato a pagare la diaria degli utenti, purtroppo ancora disomogenea a livello nazionale e legata ai budget sanitari delle singole Regioni (si va dai 40 ai 100 euro al giorno a ospite).
Poi ci sono gli ingressi indipendenti, gestiti in maniera autonoma dalle comunità (e finanziati, anche, in maniera autonoma). Nelle strutture partono progetti personalizzati di durata variabile (dai 6 ai 18 mesi, in alcuni casi più lunghi), dove a una prima fase di accoglienza e di disintossicazione si affianca un percorso di ricostruzione - personale prima e di reinserimento sociale poi - gestito da figure professionali preparate: operatori sanitari, psichiatri e psicologi, educatori. Gli utenti sono separati in base alle età e alle dipendenze, oltre che alle condizioni fisiche: all'interno delle comunità - anche in questo caso siamo su un altro pianeta rispetto agli anni Ottanta - esistono strutture dedicate ai malati di Aids, ai giocatori d'azzardo, ai cocainomani, alle doppie diagnosi (cioè a chi ha problemi psichiatrici), ai minori.
E le famiglie vengono considerate alla stregua dell'utenza: con genitori, coniugi e figli partono percorsi paralleli di formazione e consulenza psicologica, anche questi gestiti da professionisti. Buone, le percentuali di successo, anche se non quantificabili a livello generale: ognuno fa i conti per sé, ogni ricetta mostra pregi e limiti, ma l'offerta di una "cura" che vada al di là del metadone, nel semi-deserto di offerte messe in campo dalle istituzioni (anche e soprattutto sul fronte della prevenzione), è già tantissimo.
Tutto codificato in un testo di legge e seguito passo passo dallo Stato? Nient'affatto, e qui veniamo alle note dolenti. Se servizi territoriali e comunità sono cambiate tentando - spesso a rischio della propria sopravvivenza - di stare al passo coi tempi, le norme sono rimaste (queste sì) le stesse dal 1990. Ad allora risale il Testo unico sulle dipendenze, la famosa legge Vassalli-Jervolino, ritoccata fra le polemiche nel corso degli anni relativamente al concetto di "modica quantità" e alle sanzioni.
Nessuna modifica, invece, sul fronte di cosa si intenda per dipendenza, su come vada gestita e curata, sul ruolo e le prerogative da assegnare a ciascuno degli attori impegnati sul campo e su come farli dialogare tra loro. Nell'ottobre del 2019 tutte le comunità (oggi tornate a dividersi nel dibattito sulla figura di Muccioli) si fecero promotrici di un appello forte, a Montecitorio, affinché il governo ricominciasse a guardare al mondo delle dipendenze con interesse, riformando regole e norme: un grido risuonato nel vuoto, come quello lanciato nei primi mesi del Covid, quando nessuno si occupò di pensare a protocolli specifici per i tossicodipendenti dentro e fuori dalle comunità (la delega alle Politiche antidroga, d'altronde, giace inerte nelle mani del premier Conte dai tempi del ministro leghista Fontana). Dimenticate per quello che sono oggi, infangate per quello che - in alcuni casi - hanno sbagliato sessant'anni fa mentre tutti gli altri stavano a guardare, le comunità restano drammaticamente sole. Coi loro 30mila ragazzi da salvare ogni anno.
La docuserie di Netflix che divide il Paese - Accuse, critiche, ripensamenti, ma anche plausi: le cinque puntate della docuserie "SanPa" uscito su Netflix il 30 dicembre scorso (scritto da Gianluca Neri, Carlo Gabardini e Paolo Bernardelli per la regia di Cosima Spender) sono tornati a dividere politica, società civile e opinione pubblica sulla figura contrastata di Vincenzo Muccioli, fondatore della comunità di San Patrignano, finito sotto processo negli anni Ottanta (e alla fine assolto) per i metodi utilizzati coi tossicodipendenti.
I primi a lamentare la miopia dell'operazione sono stati proprio i vertici della comunità di Coriano, nel Riminese: "Si tratta di un racconto sbilanciato, che si ferma al 1995 e che ignora la nostra storia". La comunità, per altro, avrebbe messo a disposizione una lunga lista di persone da sentire per costruire il documentario, del tutto ignorate da chi l'ha girato.
Anche Letizia Moratti, da sempre sostenitrice insieme al marito Gian Marco della comunità, non è stata coinvolta nel montaggio: "Mi ha colpito vedere nel docu-film soltanto ombre. Non aver raccontato nessuna delle storie di fragilità che poi sono diventate forza e vita piena è stata un'occasione persa". Mentre il figlio di Muccioli, Andrea, ha sostenuto che "non si tratta di un documentario, ma di una fiction. Cerca l'effetto choc e falsifica la storia, ci riesce benissimo".
di Luisa Bove
chiesadimilano.it, 11 gennaio 2021
Il Garante dei diritti, che si occupa di San Vittore, Opera, Bollate e del Beccaria: "Abbiamo verificato che non venissero violati i diritti fondamentali".
Ripercorre le varie fasi della pandemia e ciò che è avvenuto negli istituti di pena milanesi Francesco Maisto, garante dei diritti delle persone private della libertà a Milano, che si occupa di San Vittore, Opera, Bollate e del carcere minorile Beccaria. Parla dei primi disordini scoppiati l'8 e 9 marzo scorso a San Vittore e Opera: nel primo istituto la calma è tornata senza grandi problemi e soltanto con danni alle cose, mentre nel secondo "c'è stato un approccio violento per riportare l'ordine". Quello che lo ha "addolorato molto", anche nei mesi successivi, "è stata la punizione collettiva, anche a persone che non avevano partecipato alla rivolta - ammette. Sono dovuto intervenire più volte, perché negare la possibilità di fare la spesa, concedere solo ad alcune celle la possibilità di avere le sigarette, ridurre ogni tipo di colloquio è stato punitivo oltre ogni misura. E poi diversi detenuti non hanno potuto beneficiare di misure alternative al carcere, seppure fossero previste nei due provvedimenti del governo".
Quali sono state le richieste più frequenti che le sono arrivate?
Nella prima fase c'è stata una grande paura da parte dei detenuti per la loro sorte e per le condizioni delle loro famiglie e dei figli. Non ricevevano informazioni. Ho ricevuto mail di genitori di detenuti giovani, soprattutto di tossicodipendenti o con problemi di salute mentale, che non sapevano più nulla dei loro figli. Quando li abbiamo rintracciati, soprattutto grazie all'impegno degli operatori di San Vittore, sono stati estremamente grati. Abbiamo svolto un ruolo di cerniera tra l'interno e l'esterno, poi c'è stata un'attività di collaborazione e stimolo con l'Amministrazione penitenziaria per assicurare i collegamenti: in alcuni istituti sono stati distribuiti addirittura gli iphone per le videochiamate, in altri è stato attivato l'uso di skype.
E ora?
La paura sottotraccia continua. Non ne siamo ancora fuori. Nonostante l'Amministrazione penitenziaria della Lombardia sia stata la prima in Italia ad adottare alcune misure (hub a San Vittore e a Bollate, reparti di isolamento per le quarantene e triage), c'è stata poi la seconda fase. Il Covid è arrivato addirittura nel reparto 41 bis di Opera, che dovrebbe essere quello di massima sicurezza contro l'evasione, ma anche in termini di protezione sanitaria. Per noi è stato importante verificare che non venissero violati i diritti fondamentali. Nei mesi scorsi in alcuni casi siamo riusciti a sbloccare la situazione dei detenuti in permesso premio di Opera, Bollate e San Vittore, e dei semiliberi. Non solo. In Lombardia il sovraffollamento degli istituti penitenziari è superiore a quello di altre regioni e ora con la pandemia bisogna trovare spazio e assicurare il più possibile il distanziamento fisico.
Cos'altro ha rilevato in questi mesi?
Altra situazione grave imposta dal Covid è stato l'allontanamento degli operatori introducendo lo smart working. Eppure occorre un incontro ravvicinato per osservare un detenuto, valutare il suo percorso e una revisione di vita per poi inviare la relazione alla Magistratura di sorveglianza; questo per molti non è ancora possibile. Il confinamento nelle celle per certi aspetti è giustificato e tornare alla sorveglianza dinamica cui si era abituati in molti istituti non è oggettivamente possibile. Però bisogna operare perché si creino le condizioni logistiche affinché i detenuti possano muoversi di più all'interno.
Anche il volontariato penitenziario ha sofferto...
Per un breve periodo c'è stata l'esclusione, come per tutti. Le restrizioni non sono state uguali nei vari istituti. A San Vittore per esempio è stato assicurato il servizio del guardaroba da parte della Sesta Opera, anche se i volontari erano ridotti di numero e non potevano incontrare direttamente i nuovi giunti per sapere che cosa avevano bisogno. L'obiettivo è che le associazioni di volontariato facciano la loro parte e svolgano le attività secondo le proprie finalità, però pensare di fare tutto come prima è impossibile. Si dovranno riorganizzare gli spazi e inventare forme nuove, anche per evitare che i detenuti rimangano in ozio, buttati sulle brande all'interno delle celle.
Il Tirreno, 11 gennaio 2021
La Procura di Firenze ha svolto un'inchiesta che ipotizza torture all'interno del carcere di Sollicciano ai danni di almeno due detenuti. L'indagine coinvolge un'ispettrice di polizia penitenziaria e otto agenti. La graduata e due agenti sono stati messi agli arresti domiciliari. Tutti sono stati sospesi dal servizio e sei sono stati interdetti per un anno dai pubblici uffici e sottoposti all'obbligo di dimora.
Sulla vicenda è intervenuta l'assessora regionale alle politiche sociali Serena Spinelli: "Se l'ipotesi investigativa venisse confermata si tratterebbe di fatti assolutamente inaccettabili che condanniamo con la massima fermezza.
La Regione Toscana seguirà con attenzione i prossimi sviluppi giudiziari e, per quanto di nostra competenza, ci impegneremo affinché le carceri toscane garantiscano una detenzione dignitosa e la riabilitazione dei detenuti, nel rispetto della Costituzione e delle norme vigenti che prevedono il recupero della persona e non la mera detenzione punitiva. Le carceri non devono essere mai luoghi di violenza e sopraffazione". L'assessora ha ricordato anche come le condizioni carcerarie siano difficili: "Abbiamo istituti fatiscenti, il sovraffollamento è divenuto ormai la norma e le misure alternative rischiano troppo spesso di restare sulla carta. Desidero inoltre evitare ogni possibile generalizzazione, sappiamo che la maggioranza delle guardie penitenziarie svolge correttamente il proprio lavoro, in condizioni purtroppo dure e con stipendi non adeguati".
di Veronica Manca
quotidianogiuridico.it, 11 gennaio 2021
Applicata la sentenza n. 253/2019 della Consulta. Con ordinanza depositata il 10 dicembre 2020, il Tribunale di Sorveglianza di Perugia ha emesso un'ordinanza importante in materia di accesso al permesso premio per l'ergastolano ostativo, autore di delitti di mafia. Il caso trae origine dalla questione che è giunta alla Corte costituzionale, e, da quest'ultima decisa, con la sentenza n. 253 del 2019. Sulla base della decisione della Consulta, il Tribunale di Sorveglianza ha potuto entrare nel merito dell'istanza (prima dichiarata inammissibile), e, con ciò, valutare il percorso intramurario del detenuto, interessato ad accedere al primo permesso premio, dopo una lunghissima carcerazione. Una delle prime decisioni in materia, che sicuramente farà "storia" in fatto di argomentazioni ed iter istruttorio.
Con ordinanza del 10 dicembre 2020, il Tribunale di Sorveglianza di Perugia ha emesso un'ordinanza importante in materia di accesso al permesso premio per l'ergastolano ostativo, autore di delitti di mafia. Il caso trae origine dalla questione che è giunta alla Corte costituzionale, e, da quest'ultima decisa, con la sentenza n. 253 del 2019. Sulla base della decisione della Consulta, il Tribunale di Sorveglianza è potuto entrare nel merito dell'istanza (prima dichiarata inammissibile), e, con ciò, valutare il percorso intramurario del detenuto, interessato ad accedere al primo permesso premio, dopo una lunghissima carcerazione. Una delle prime decisioni in materia, che sicuramente farà "storia" in fatto di argomentazioni ed iter istruttorio.
Il Tribunale di Sorveglianza di Perugia, chiamato a decidere sul reclamo del detenuto avverso l'inammissibilità pronunciata dal Magistrato di Sorveglianza di Spoleto, ha sollevato questione di legittimità costituzionale in relazione all'art. 4-bis, co. 1 della legge dell'ordinamento penitenziario, nella misura in cui - in forza di tale disposizione e dell'art. 58-ter ord. penit. - risultava precluso l'accesso ai benefici penitenziari per gli autori di reati inerenti alla criminalità organizzata, fatta eccezione per la sola utile collaborazione con la giustizia.
Per tali ragioni, il procedimento de quo è stato sospeso in attesa della pronuncia della Corte costituzionale (in termini analoghi, per altro caso, la Prima Sezione della Corte di Cassazione).
La Corte costituzionale, come è noto, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 4-bis co. 1 dell'ordinamento penitenziario per i delitti in esame oltre a quelli compresi nel co. 1, per identità di ratio, ammettendo l'esame anche nel merito di istanze di permesso premio, anche in assenza dell'intervenuta collaborazione con la giustizia (o, in assenza di un previo esperimento della c.d. collaborazione impossibile e/o inesigibile, o, in presenza di una dichiarazione negativa). In ragione del novum, il Tribunale di Sorveglianza di Perugia ha potuto esaminare nel merito la posizione sottoposta alla sua di attenzione.
Nella articolatissima motivazione, il Collegio dà conto, in primo luogo, di un positivo percorso intramurario del detenuto, costellato da numerose soddisfazioni personali in ambito scolastico (con l'iscrizione anche ad un corso di sociologia, e partecipazioni e a numerosi corsi di poesia e scrittura). Oltre al positivo percorso del detenuto, vengono riportate tutte le argomentazioni in merito all'assenza di pericolosità sociale: oltre al provvedimento di declassificazione da Alta sicurezza in circuito di media e comune sicurezza AS3, il Collegio fa presente che la mancanza di attualità di pericolosità sociale è insita nelle stesse motivazioni di revoca del 41-bis ord. penit., in cui il Tribunale di Sorveglianza di Perugia aveva attentamente esaminato il profilo della permanenza dei collegamenti con l'esterno e con la consorteria criminale di appartenenza. Negative anche le informative acquisite per il tramite della Guardia di Finanza. Nessun tipo di segnalazione rispetto al nucleo familiare, estraneo a collegamenti con la criminalità organizzata. Mentre le informative della Dna e Dda di Reggio Calabria si riferiscono ad elementi passati, e, per questo, secondo il Collegio, superabili.
Alla luce, quindi, di una valutazione completa, arricchita anche dalle relazioni di sintesi dell'area educativa, il Tribunale di Sorveglianza ha ritenuto concedibile anche nel merito il permesso premio, ovviamente, mantenendo delle condizioni di bilanciamento per la pericolosità sociale del detenuto: si autorizza, infatti, come del resto, nei pochi precedenti emessi in materia, la permanenza fuori dal carcere per un giorno solamente con la presenza dei familiari, previo accompagnamento da e per la struttura penitenziaria. L'ordinanza in esame, ricca nelle motivazioni, anche rispetto ad ogni singolo profilo sia nel merito della posizione sia con riguardo alla pericolosità sociale del detenuto, potrebbe fungere da esempio applicativo per tutti i casi analoghi pendenti dinanzi agli Uffici di Sorveglianza, in istruttoria e in attesa di decisione. In poche parole, con tale ordinanza il Tribunale di Sorveglianza di Perugia contribuisce attivamente e coraggiosamente a forgiare il nuovo diritto penitenziario "vivente".
di Luisa Bove
chiesadimilano.it, 11 gennaio 2021
Pietro Buffa, provveditore dell'Amministrazione penitenziaria della Lombardia, fa il punto sulla pandemia vissuta dietro le sbarre. Ammette: "La chiusura è stata pressoché totale, siamo tornati indietro di quasi 50 anni". Ma sottolinea gli sforzi fatti su più fronti, dalla scuola alle funzioni religiose. E aggiunge: "L'introduzione delle videochiamate è stata una sorpresa".
Non era ancora esplosa la pandemia, la sera del 22 febbraio 2020, quando Pietro Buffa, provveditore dell'Amministrazione penitenziaria della Lombardia convocò d'urgenza direttori e comandanti. "Di fronte a situazioni del genere - dice oggi - bisogna immaginare lo scenario più buio". Non perse tempo e insieme ai suoi collaboratori predispose linee guida approvate addirittura dall'Oms: "Abbiamo realizzato prima a San Vittore e poi a Bollate reparti specializzati, non per la cura perché le persone malate sono state ricoverate in ospedale, ma per i positivi, cercando soluzioni per collocarli in modo da ridurre la possibilità di contagio".
E ora com'è la situazione?
Su 18 istituti di pena della Lombardia, 10 sono rimasti "puliti", non ci sono stati casi. Oggi Milano e Bollate hanno rispettivamente 29 e 47 persone che però arrivano anche da altre carceri. Abbiamo invece focolai a Busto Arsizio e a Opera, ma si stanno estinguendo. Attualmente, negli istituti presenti sul territorio della Diocesi, ci sono 113 positivi (a fronte di 18.188 tamponi eseguiti) e 8 ricoverati. Però nella seconda fase Covid, all'inizio di dicembre, abbiamo sfiorato i 400 positivi, mentre nella prima erano stati al massimo 41. Gli agenti positivi sono più di 500, di cui 100 a San Vittore, 95 a Opera e 101 a Monza.
E poi?
Negli ultimi mesi abbiamo modificato l'intervento. Oltre a mantenere i due hub, laddove le infezioni coinvolgevano una o più sezioni, abbiamo valutato se trasferire i detenuti oppure no. Per esempio da Busto e Monza non abbiamo spostato nessuno e abbiamo gestito le sezioni "cristallizzate". Per fortuna abbiamo collaborato con due medici infettivologi: Roberto Ranieri, referente in Regione dell'unità operativa di Medicina penitenziaria, e Ruggero Giuliani, incaricato a San Vittore, che ha lavorato con Medici senza frontiere ai tempi dell'Ebola. Questo ci ha consentito di prendere contatti con l'associazione e ricevere un grande aiuto sull'efficienza e sulla formazione. Abbiamo anche inventato video tutorial che inviamo negli istituti per mostrare i comportamenti corretti (e sbagliati) per tutelarsi, rivolti anche ai detenuti perché tradotti in lingua.
Qual è il clima che si respira oggi negli istituti?
È un clima complicato dalla pandemia: la paura poi accomuna tutti, dentro e fuori dalle carceri. È evidente che ci sono state restrizioni importantissime, fin dai primi giorni di marzo, e si è intervenuti su una serie di diritti. La chiusura ha lasciato fuori anche operatori penitenziari e il carcere si è trovato ancora più "oziante" di prima: le opportunità di scambio, relazione, impegno sono diminuite, tornando al carcere del 1974, precedente alla riforma dell'Ordinamento penitenziario che chiedeva di aprire alla società.
Soprattutto si è interrotto il rapporto diretto con i familiari...
È vero. Tuttavia l'introduzione delle videochiamate è stata una sorpresa, perché ci sono state persone che hanno potuto rivedere casa loro dopo anni, hanno parlato con parenti anziani come i nonni che non potevano fare 400 chilometri per incontrare i nipoti. Questo è stato fatto a normativa invariata: perché abbiamo dovuto aspettare una pandemia per adottare questo metodo? Oggi quindi si vive peggio rispetto a quando il carcere era più aperto e dinamico; uno dei gravi problemi della pena carceraria è proprio l'ozio.
I detenuti e la polizia penitenziaria, come anche gli anziani delle Rsa, vivono a stretto contatto tra loro. Quando potranno essere vaccinati?
Nei giorni scorsi ho telefonato in Prefettura per capire se c'erano novità, ma quando arriveranno per noi i vaccini non sono ancora in grado di dirlo. Intanto iniziamo a prepararci. È chiaro però che il carcere, per la sua conformazione e la vicinanza delle persone, andrà preso in considerazione con urgenza, non solo perché la relazione umana è molto ravvicinata, ma per la presenza di persone fragili, sia anziane, sia malate.
Nonostante l'emergenza sanitaria quali sono le attività consentite oggi ai detenuti?
La chiusura è stata pressoché totale, anche se abbiamo fatto molti sforzi: a fine maggio abbiamo tentato una riapertura e in parte c'è stata. A seguito del protocollo tra Stato e Vaticano sono riprese le funzioni religiose con una serie di prescrizioni; la scuola ha cercato di andare avanti, ma non supportata da una rete informatica efficace e si è fatta molta fatica. A luglio avevamo istituti che avevano riaperto le attività al 50% e altri al 5%. Non era certo un risultato brillante, ma bisogna comprendere le paure e le cautele. Poi durante l'estate c'è stato il vuoto e a settembre abbiamo dovuto fare i conti con la seconda ondata e siamo fermi lì. So che a San Vittore, e non solo, c'erano educatori che facevano il giro cella per cella a parlare con i detenuti. Non ci ha fatto piacere chiudere le attività, è meglio tenere le persone aperte che chiuse perché la rabbia cova di più nel vuoto. In questi giorni affronteremo la questione della terza ondata, perché non si può escludere che ci sia.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 11 gennaio 2021
Attenzione a lasciarsi coinvolgere in battibecchi sui social perché lanciare in rete post offensivi può costare una condanna per diffamazione aggravata dall'uso del mezzo di pubblicità. Il reato è quello previsto dall'articolo 595, comma 3, del Codice penale che punisce (con la reclusione da sei mesi a tre anni o conia multa minima di 516 euro) chi offenda l'altrui reputazione comunicando con un mezzo di pubblicità.
Per i giudici, infatti, anche un messaggio postato a un gruppo limitato di amici ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone. Così, uno sfogo rischia di sconfinare in crimine se - per tenore letterale o contenuto - sfori i limiti del rispetto delle persone coinvolte. A stabilire i confini tra commenti solo inopportuni e le fattispecie di reato è la giurisprudenza. Le pronunce Scatta la diffamazione aggravata, ad esempio, per chi con un post visibile a tutti i suoi contatti offenda l'ex accusandolo di non contribuire al mantenimento dei figli (Tribunale di Torino, 299/2020). Stessa sorte per la moglie separata che in bacheca, considerata luogo aperto al pubblico poiché fruibile dagli iscritti al social, insulti il marito qualificandolo come "un miserabile" bisognoso di cure psichiatriche (Corte d'appello di Cagliari, 257/2020) o per chi, nella spasmodica ricerca di "giustizia nel placet di un esercito virtuale di utenti", denigri una professoressa sul piano familiare, privato e lavorativo (Tribunale di Ascoli Piceno, 90/2020).
Condannato anche chi - riferendosi alla vicenda di un operaio di uno stabilimento siderurgico tragicamente morto sul lavoro - pubblichi sul suo profilo pesanti offese a un sindacalista definendolo "viscido e senza spina dorsale" (Tribunale di Taranto, 123/2020). Diffamatorio, inoltre, il commento che marchi un giornalista come uno "pseudo giornalaio (...) pagato per blaterare" per infangarne la reputazione e offuscarne il patrimonio intellettuale, politico, religioso, sociale e ideologico (Tribunale di Campobasso, 43/2020).
Il reato si configura se le espressioni adoperate sono tali da gettare una luce oggettivamente negativa sulla vittima. Sfuggirà a responsabilità penale, pertanto, chi - interagendo sulla piattaforma di Youtube - auguri a un dottore che aveva rilasciato un'intervista critica sull'omosessualità che le figlie siano lesbiche e sposino dei gay, eventualità che nella realtà non riveste un connotato spregevole (Cassazione, 17944/2020).
Del resto, il bene protetto è l'onore "sociale", ossia la reputazione di qualcuno in un certo gruppo e in un particolare contesto storico. Prova e risarcimento Per inchiodare il colpevole di un post offensivo e dimostrarne la paternità, puntualizza la Corte di Cassazione con sentenza 9105/2020, è superfluo ricorrere alla macchinosa procedura della rogatoria internazionale nella sede americana di Facebook se l'imputato non solo ha firmato e diffuso lo scritto su siti di libero accesso ma - diffidato dalla persona offesa - ha provveduto a rimuoverlo.
La persona diffamata può quindi costituirsi parte civile nel processo penale o rivolgersi direttamente al giudice civile per ottenere il risarcimento del danno morale da calcolare in via equitativa (Tribunale di Vicenza, 1673/2020). Falso profilo Una fattispecie diversa si configura se si "ruba" l'immagine di una persona per creare una falsa identità digitale associata a un nickname di fantasia e da lì si fanno partire delle offese.
È infatti configurabile il reato di sostituzione di persona, insieme con la diffamazione aggravata a mezzo stampa qualora con l'acquisizione degli screenshot si appuri che le offese siano state divulgate con post visibili agli "amici" del profilo e non con l'invio di messaggi in privato (Cassazione, 22049/2020). Per scovare l'autore dei contenuti infamanti occorre individuare con gli indirizzi IP (Internet Protocol Address) il numero del datagramma che identifica univocamente un dispositivo (host).
di Rossella Grasso
Il Riformista, 11 gennaio 2021
I familiari di Giuseppe disperati chiedono giustizia. "È morto da solo come un cane in un ospedale. Avrà pensato che la sua famiglia lo aveva abbandonato ma non è così: noi non sapevamo nemmeno che stava male ed era stato ricoverato".
Il racconto di Ramona Di Lorenzo, nipote di Giuseppe Di Lorenzo, 51 anni di Nola, è agghiacciante. Suo zio era detenuto nel carcere di Poggioreale da qualche mese ed è morto il 4 gennaio. Era sieropositivo e soffriva con il fegato ma quando il 28 dicembre aveva fatto la consueta videochiamata, la famiglia lo aveva trovato abbastanza bene. Sono gli stessi familiari a raccontare che il 4 gennaio alla famiglia è arrivata una telefonata: "Giuseppe è stato scarcerato".
Così due degli undici fratelli sono andati al cancello del carcere per riportarlo a casa. Ma lì non c'era nessuno. Poco dopo la telefonata del loro avvocato, Michele Russo, che gli comunicava che Giuseppe era invece al Cardarelli, morto. "Cosa gli fosse successo non si sapeva, non sapevamo nemmeno che stava male", dice Ramona.
A raccontare la vicenda è la famiglia, molto numerosa e unita, di Giuseppe che ha deciso di denunciare alla Procura di Napoli quella improvvisa, strana e non annunciata morte del loro congiunto. La famiglia chiede che vengano accertate le cause della morte, che venga fatta l'autopsia sulla salma e che vengano sequestrate le cartelle cliniche di Giuseppe sia dal carcere di Poggioreale sia dall'Ospedale Cardarelli di Napoli.
Nel verbale di notifica della scarcerazione emesso dal Magistrato di sorveglianza si legge che questa è avvenuta alle 17 del 4 gennaio presso l'Ospedale Cardarelli. "All'atto della consegna del provvedimento al Di Lorenzo non essendo in grado di firmare l'atto concessivo, la copia viene consegnata al sanitario di turno", c'è scritto. Ed è proprio questa congiuntura di orari con la comunicazione dell'avvocato del decesso ad aver allarmato la famiglia.
"Solo dopo la sua morte abbiamo saputo che, dopo il colloquio con i familiari, zio Peppe è stato portato all'ospedale - racconta Ramona - Possibile che fino al 4 gennaio nessuno ci abbia detto nulla? Ora non ci sanno dire ancora com'è morto. A Capodanno abbiamo festeggiato con spumante e panettone e mio zio era in ospedale da solo, senza il conforto dei suoi cari che non sapevano nulla di cosa gli stesse succedendo".
"È giusto che uno che ha sbagliato debba pagare una pena, ma non con la propria vita - ha detto il fratello Vincenzo Di Lorenzo - Noi vogliamo sapere cosa è successo a mio fratello, che sia fatta giustizia. Non abbiamo bisogno di nulla, solo di giustizia: lo dobbiamo a lui e agli altri detenuti che ancora devono soffrire".
La faccenda è oscura e solo le indagini potranno chiarire quanto accaduto. Nemmeno i garanti dei detenuti sono stati informati dell'accaduto. Un fatto è certo: la famiglia non era a conoscenza delle drammatiche ore che stava vivendo Giuseppe.
"Dal carcere ci vuole più trasparenza - ha detto Pietro Ioia, garante dei detenuti del Comune di Napoli - La famiglia doveva essere informata subito. Ormai non si può nascondere più nulla, soprattutto ai familiari e ai garanti. È necessario fare dei tavoli per confrontarci sul problema delle carceri. È inutile nascondersi, i problemi ci sono. E intanto il Governo continua a essere assente per tutte le carceri italiane".
di Giulio Isola
Avvenire, 11 gennaio 2021
Aprire gli alberghi vuoti per Covid per dare ricovero notturno ai senza dimora, che nella Capitale sono almeno 3mila. La Comunità di Sant'Egidio lancia anche una raccolta nazionale di coperte per chi nelle nostre città dorme in strada. Già 7 morti di freddo a Roma dall'inizio di novembre. Sant'Egidio lancia l'allarme: quest'inverno nelle strade della città sono morte troppe persone senza dimora, "un numero inaccettabile per la Capitale d'Italia". L'ultimo si chiamava Mario e aveva 58 anni: è deceduto il giorno dell'Epifania vicino alla stazione Termini, proprio davanti a un albergo chiuso per Covid.
Ecco appunto la proposta della Comunità trasteverina: aprire edifici pubblici e alberghi inattivi per il virus. "Di fronte al freddo - che in questa stagione non può considerarsi un'eccezione - occorre agire in fretta scavalcando l'ordinaria, colpevole, burocrazia che dispensa gli aiuti con il contagocce. Anche perché l'inverno, quest'anno, arriva nel cuore di una pandemia non risolta che ha aggravato la condizione di chi vive per strada accentuandone l'isolamento".
Sant'Egidio punta il dito sull'amministrazione comunale: "Agli 800 posti letto offerti tutto l'anno, il Comune di Roma è riuscito finora ad aggiungerne solo alcune decine in più per l'inverno, mentre la Caritas e le altre associazioni accolgono complessivamente 1.700 persone, cioè il doppio". La stessa Comunità partecipa allo sforzo aprendo per l'ospitalità notturna, "oltre all'accoglienza ordinaria, la chiesa di San Callisto a Trastevere e avviando alcuni progetti (tra cui "Housing First" e "Riparto da casa") per fornire risposte alloggiative alle persone fragili e ai senza dimora". Dunque - si chiede - "perché le istituzioni non possano fare altrettanto"?
Nella Capitale sono circa 3mila i senza dimora che passano la notte all'aperto. Sant'Egidio chiede "un piano coordinato dalla prefettura per la disponibilità immediata di edifici e stabili di pronto utilizzo, del Comune o dello Stato, nonché di alberghi e altre strutture chiuse per il Covid-19, anche con la messa disposizione di contributi per i proprietari, e più in generale una sinergia con la società civile che in questi mesi ha mostrato generosità negli aiuti".
Alle risorse dei privati fa appello la Comunità stessa, lanciando una raccolta nazionale straordinaria di coperte, sacchi a pelo e indumenti pesanti a favore di chi vive per strada; sul sito www.santegidio.org o al numero 06/4292929 è possibile informarsi sui centri di raccolta anche in numerose città.
Dall'inizio dell'anno infatti si contano già diversi morti per il freddo in varie località. A Genova ieri è deceduto per ipotermia un clochard tra i 50 e i 60 anni: dormiva in un riparo di fortuna vicino all'ospedale Galliera, in pieno centro, e i soccorsi non sono riusciti a salvarlo. Un senzatetto egiziano di 53 anni è stato trovato morto in un sottopassaggio presso la stazione Garibaldi il 2 gennaio a Milano. Tra l'altro quest'anno l'emergenza Covid (che obbliga a eseguire tamponi a ogni ospite) allunga i tempi d'accettazione e scoraggia gli ingressi nei ricoveri caritativi notturni.
Il Centro, 11 gennaio 2021
"Nessuno di noi vuole fare demolire il carcere delle Costarelle, siamo pronti a trovare un'intesa sull'indennizzo, ma finora dall'Agenzia del Demanio non abbiamo avuto aperture significative". Antonio Nardantonio, presidente dell'Aduc (Amministrazione del dominio dei beni di uso civico) di Preturo replica così a Mauro Nardella, sindacalista della Uil polizia penitenziaria che, dopo una recente sentenza del Consiglio di Stato, ha messo in guardia dal rischio chiusura del carcere di Preturo.
"Nardella fa bene a essere preoccupato", dice Nardantonio, "anche noi abitanti di Preturo lo siamo dal lontano 2014, data nella quale la Corte di Appello ha definitivamente riconosciuto i nostri diritti. Da allora, per evitare il cosiddetto ripristino dei luoghi con tutto ciò che comporterebbe, abbiamo cercato in tutte le sedi istituzionali e non, di avviare un confronto con il Demanio per tentare la via di accordi extragiudiziali per la soluzione al problema, ma inutilmente. Si sono susseguiti, infatti, più dirigenti all'Agenzia e tutti a parole hanno promesso ma nei fatti tergiversato, evidentemente convinti, non si sa perché, di aver ragione loro.
La giustizia però, seppur lenta, alla fine ha sentenziato e tutto è ritornato alla casella di partenza di questo gioco dell'oca sulla pelle dei naturali di Preturo, del carcere e del territorio. C'è ancora tempo, forse, prima dell'irreparabile ma il territorio, le istituzioni e la politica dovrebbero prendere il toro per le corna e arrivare alla soluzione".
Insomma, l'Aduc è pronta a un accordo. In ballo c'è una cifra che si dovrebbe aggirare sui due milioni di euro (fra somma base ed eventuali interessi). La vicenda è tornata di attualità perché a fine dicembre il Consiglio di Stato ha stabilito che deve essere il Tar dell'Aquila a far eseguire la sentenza della Corte appello. Esecuzione che significa o abbattimento del carcere o, appunto, un accordo "extragiudiziale" fra le parti per un indennizzo.
Il Commissariato regionale per il riordino degli usi civici, nel 2014 (sentenza confermata due anni dopo dalla Corte di Appello di Roma) ha riconosciuto la natura demaniale di uso civico di una parte dei terreni - circa 40mila metri quadri - su cui sorge il carcere delle Costarelle. Con quella sentenza, il magistrato aveva stabilito che i terreni dovessero tornare agli Usi civici (quindi ai cittadini di Preturo) perché, a suo tempo, non vennero sottoposti al normale iter per il mutamento di destinazione d'uso.
"Credo", conclude Nardantonio, "che a qualsiasi cittadino sarebbe stato imposto il rispetto di una sentenza di un tribunale. Non capisco perché in questo caso la si possa ignorare senza che nessuno sia chiamato a risponderne. Noi siamo pronti all'intesa, ci auguriamo a questo punto di trovare buon senso e maggiore apertura da parte dei nostri interlocutori".
di Ilaria Venturi
La Repubblica, 11 gennaio 2021
Il dialogo tra una liceale di Milano e un insegnante di Caltagirone. Professore, riaprire è possibile invece non lo fanno: lei dovrebbe essere dalla nostra parte". "Lo sono, ho sposato la scuola per scelta, voglio che riapra. Ma ora, in queste condizioni, dico che non è possibile". Beatrice Casartelli ha 16 anni, frequenta il liceo scientifico Volta a Milano, è scesa in piazza Duomo venerdì a manifestare, è tra gli studenti in lotta, quelli che "non ne possono più" di stare relegati nelle loro stanze a fare lezione.
Salvo Amato, 50 anni, docente di informatica, insegna all'istituto tecnico e alberghiero Cucuzza-Euclide a Caltagirone, in provincia di Catania. Anima via social il gruppo "Professione insegnante", nel sondaggio interno hanno risposto in settemila, il 90% preferisce attendere per rientrare. Cosa? Scuole sicure. Repubblica li ha messi a confronto via Meet, un dialogo a distanza, mille chilometri e una generazione in mezzo.
La studentessa: "Anche l'Oms dice che la chiusura delle scuole dovrebbe essere l'ultima spiaggia, perché gli effetti sono devastanti. E noi li stiamo pagando, più di tutti chi vive in case piccole, con più fratelli, connessioni precarie, mancanza di dispositivi. Perdiamo nello studio, qualcuno si perde del tutto, ci mancano i compagni, lo sguardo dei professori, l'ansia condivisa prima di una verifica".
Il professore: "Credi che a me non manchi? Ma ammettiamolo, anche in presenza con tutte le misure da rispettare non è pienamente scuola: io sono uno che gira tra i banchi, invece mi ritrovo a stare in cattedra senza nemmeno poter passare una penna, correggere da vicino, usare i laboratori dovendo continuamente richiamare i miei ragazzi a non girarsi, a tenere la mascherina".
La studentessa: "Io non rinuncio alla presenza solo perché è più difficile e poi succede anche in Dad, se spengo la telecamera lei non mi vede più e mi deve richiamare".
Il professore: "Il problema è che voi vi vedete poi fuori, mentre i ragazzi non dovrebbero incontrarsi. In questi ultimi mesi io ho visto solo cinque persone: più si sta a casa, meno ci si contagia".
La studentessa: "Io ho visto solo due amici. E poi, perché è stato permesso lo shopping a Natale? Eh no professore, non scaricate su di noi la responsabilità dei contagi, troppo facile dire che siamo irresponsabili: non lo siamo, non è che non capiamo la gravità di una pandemia. Però, ripeto, se aprono i negozi o altro, se sono state permesse le visite a Natale, perché le scuole rimangono chiuse?".
Il professore: "Perché viaggiamo a ventimila contagi e 4-600 morti al giorno. Io non vi sto dicendo che siete irresponsabili, i ragazzi hanno diritto a spazi di socialità che non sono uno schermo, ho un figlio di 18 anni, vi capisco. Ma faccio i conti con la realtà: la scelta è tra perdere nella didattica o rischiare vite umane. Dovete capire che non si può mettere nessuno a rischio e i timori dei docenti sono giustificati. Ho 180 studenti, cambio classe ogni ora, ne vedo almeno 80 al giorno dentro aule piccole dove si sta per ore. La maggior parte è over 52, tanti hanno patologie pregresse e non sono garantiti".
La studentessa: "Posto così il discorso è fuorviante. La domanda è: a scuola si può andare sì o no? Ci sono studi che dimostrano che sono luoghi sicuri. Come mai i contagi sono aumentati a Natale, noi siamo in Dad dal 26 ottobre...".
Il professore: "Il professor Galli, che è infettivologo da voi a Milano, dice che le scuole non vanno riaperte. Nel mio Comune si sono infettati gli studenti che prendevano lo stesso pullman, sul piano trasporti non è stato fatto nulla, non sono stati previsti tamponi al rientro a gennaio".
La studentessa: (Beatrice consulta rapida il computer, ricorda i pareri dell'Oms, del Cts): "Se un docente non può stare in presenza viene tutelato".
Il professore: "Solo che dipende dai presidi. Non c'è una normativa che tutela gli insegnanti fragili, entri in classe con la mascherina Ffp2 altrimenti ti dicono di metterti in malattia, ma non sei malato. Tanti docenti si sentono abbandonati".
La studentessa: "Anche i ragazzi. Prof, consideri la nostra sofferenza, sto perdendo una parte importante delle esperienze che potrei fare in adolescenza, nessuno mi restituirà i miei 16 anni. Noi non contiamo niente perché la scuola non fa profitti. L'economia deve andare avanti. Ma noi siamo il futuro, non possono lasciarci indietro. Ora non voto, ma avrò presto 18 anni, sarò tra i lavoratori di domani. Per me la scuola è essenziale, come lo è per la società".
Il professore: (allargando le braccia, certo che la scuola è essenziale): "E i disagi nello stare dietro a uno schermo sono anche nostri, soffriamo quanto voi, mentre di giorno facciamo lezione, di notte cerchiamo di capire come renderle coinvolgenti. Alcuni di noi trasferiscono la lezione in presenza al pc, non va bene così, lo so. Ma tu non ti arrabbiare. La Dad ci ha colti tutti impreparati e stravolti: è alienante. Ma di fronte a una pandemia non ci resta che fare la nostra parte, tutto questo vi farà crescere più in fretta, cercate intanto di coltivare interessi che altrimenti avreste ignorato, sarà il segno di qualcosa di positivo".
La studentessa: "Per noi è un trauma, prof".
Il professore: "Stringete i denti per un ultimo sforzo, noi non ci sentiamo tutelati, chiediamo almeno di essere vaccinati tra le categorie prioritarie".
La studentessa: "Ma non è possibile aspettare ancora, ribellatevi con noi: bisogna fare qualcosa".
- Stati Uniti. Censura senza coerenza: perché silenziare Trump e dare voce ai dittatori?
- Stati Uniti. È sulle "bolle" dei social che bisogna intervenire per aiutare la democrazia
- Croazia. Sulla via balcanica dei migranti morta anche la pietà per i disabili
- Guantánamo nel 20° anno: ancora violazioni dei diritti umani
- Stati Uniti. L'esecuzione di Lisa Montgomery è l'ultima barbarie











