di Giovanni Tizian e Andrea Palladino
Il Domani, 17 aprile 2021
Dal 2017 l'Italia finanzia e addestra i libici per gestire i salvataggi, ma quando Roma prova a coinvolgerli nelle emergenze arrivano risposte come "non so l'inglese" o "oggi non lavoro".
È l'alba del 24 maggio 2017. La giornata appena trascorsa è stata un susseguirsi di chiamate di emergenza dai telefoni satellitari, usati dai migranti in viaggio verso l'Europa, al centro di coordinamento italiano della Guardia costiera (Imrcc): "Siamo partiti da Sabratha su un barchino, 600 persone a bordo". Cade la linea. L'allarme mette in moto i soccorsi, la posizione satellitare del "barchino" indica che la zona di competenza, secondo gli accordi Italia-Libia siglati pochi mesi prima dal governo Gentiloni, è della Guardia costiera libica, che tuttavia tra il 22 maggio e il 24 mattina non risponde a nessuna delle oltre 50 chiamate effettuate dalla centrale di Roma.
Domani, in collaborazione con il quotidiano britannico Guardian e RaiNews, ha ottenuto i brogliacci delle comunicazioni di quel giorno e di molti altri eventi che coincidono con altrettanti naufragi in cui hanno perso la vita centinaia di persone, bambini inclusi. Questi documenti rivelano l'inerzia della Guardia costiera libica, che già all'epoca beneficiava del sostengo italiano ed europeo per la formazione e la fornitura di mezzi, come le motovedette, per bloccare il flusso dei migranti.
Oltre alla passività dei militari libici c'è un contorno opaco di relazioni con i trafficanti. È tutto scritto nelle 30mila pagine di atti depositati nell'inchiesta di Trapani sulle navi umanitarie delle ong, accusate dai magistrati siciliani e dalla polizia di aver stretto un accordo con i trafficanti di uomini. La stessa massa di carte nelle quali sono contenute le intercettazioni dei giornalisti e degli avvocati che si occupano di diritti civili e migrazioni. Il ministero della Giustizia sta verificando se sono state commesse violazioni del codice che disciplina le intercettazioni telefoniche.
Nessuna risposta - Torniamo al 24 maggio 2017. Alle 5 di mattina cinque chiamate in un'ora e mezzo, dagli uffici libici non rispondono, tranne una volta ma il militare è sbrigativo: "Non parlo inglese" e riattacca. Dall'Italia provano a ricontattare più volte il satellitare dal quale hanno chiamato i migranti, ma non risponde più nessuno. Nelle stesse ora arriva una nuova chiamata di emergenza: 700 persone partite da Sabratha. Anche di questa si perderanno le tracce rapidamente. L'Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr) nelle giornate successive comunica: "Circa 33 persone hanno perso la vita tra cui 13 donne e 7 bambini. L'incidente è avvenuto la mattina presto del 24 maggio". Tra il 22 e il 24 la Guardia costiera di Tripoli non ha risposto alle oltre 50 chiamate di Roma.
Il giorno libero - Il 16 giugno 2017 accade qualcosa di simile, come mostrano le telefonate intercettate dalla polizia nell'ambito dell'indagine di Trapani sulle ong. L'ufficiale della Guardia costiera libica, Massoud Abdalsamad, ne riceve una alle 8 e 18 da un collega italiano. "Ci sono dieci gommoni alla deriva in difficoltà in acque territoriali libiche", il comandante di Tripoli non si scompone: "Cercherò di aiutarli ma oggi è giorno libero...forse domani". Il colonnello italiano insiste, è urgente, e chiede di autorizzare una nave ong a entrare nelle loro acque di competenza. Massoud risponde: "No, loro no, nessun permesso per entrare in acque libiche".
I contatti con Massoud proseguiranno fino alle 12 e 38, per quattro lunghe ore, solo alla fine a Roma ottengono un contatto di Jamal l'ufficiale in servizio quel venerdì. Ecco il bilancio di quel weekend: 126 tra donne, bambini e uomini sono morti annegati nel tratto di mare libico. Agli atti dell'inchiesta di Trapani c'è un documento in cui gli investigatori affermano che Massoud non è collaborativo, riferendosi all'autorizzazione negata alla nave umanitaria nonostante "i gommoni alla deriva".
Il 29 marzo Unhcr ha annunciato altri naufragi avvenuti nei giorni precedenti. La conferma è nelle comunicazioni, tra il 22 e il 28 marzo, tra centro di coordinamento di Roma e le navi ong, Golfo Azzurro e Iuventa (sotto inchiesta a Trapani).
Comunicano di aver trovato dei cadaveri in mare al confine della zona libica. Anche in quelle ore i colonnelli libici rispondono a stento alle chiamate e quando finalmente rispondono impiegano ore a coordinare gli interventi, come emerge dalle comunicazioni ufficiali. Contattato da Domani, il colonnello Massoud ha risposto che è "difficile ricordarsi di eventi così passati".
Ha poi confermato che le comunicazioni con la centrale di coordinamento di Roma "sono difficoltose e frequentemente interrotte". Perché? "La Libia è un paese distrutto dalla guerra". Dunque l'Europa e l'Italia hanno finanziato la formazione della Guardia costiera libica senza grande successo e hanno legittimato i respingimenti in un territorio in guerra di chi fugge dalla miseria e dai conflitti.
I contatti coi trafficanti - I documenti ottenuti svelano anche strani contatti con i trafficanti. In un'informativa su un salvataggio del 23 maggio sono allegate alcune foto di una motovedetta libica che dialoga con i criminali a bordo dei motoscafi, lasciandoli poi andare via. La stessa Guardia costiera libica si avvicina all'imbarcazione dell'ong e inizia a sparare in aria. L'episodio è raccontato anche nei brogliacci della sala di coordinamento.
"Motovedetta libica con uomini armati, hanno sparato in aria per spaventare i migranti", denunciano via radio dalla nave Von Hestia (una delle accusate nell'inchiesta di Trapani) alla sala di coordinamento italiana, che tenta invano di mettersi in contatto con gli omologhi libici. Oltre al danno la beffa: la polizia scriverà che il comandante di Von Hestia non ha riportato l'episodio nel report della missione, omettendo di dire, però, che la Guardia costiera italiana era stata avvertita in diretta. Il comandante Massoud alla nostra domanda ha risposto: "Ci possono essere stati spari in aria perché le persone nelle barche a volte se si muovono possono cadere in acqua. Serve per farli tornare alla tranquillità". Questo è il metodo libico che l'Europa finanzia.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 17 aprile 2021
Oltre un anno di carcere per il magnate editore "colpevole" di sostenere i manifestanti pro-democrazia. "Io sono il buon servitore della legge, ma prima di tutto del popolo. Perché la legge deve servire il popolo, non il popolo la legge". Scriveva così Tommaso Moro prima di venire giustiziato da Enrico VIII nel 1535. Una frase che ha voluto ripetere, mentre sedeva al banco degli imputati, la 73enne Margaret Ng, una degli ex legislatori (deputati) dell'assemblea parlamentare di Hong Kong che ieri è stata giudicata colpevole, insieme a diversi altri attivisti, per la partecipazione alle proteste anti cinesi che hanno segnato l'isola dal 2019.
Tommaso Moro è anche il patrono degli avvocati e forse per questo Margaret Ng lo ha voluto citare, essendo lei stessa una legale, così come era un appartenente al foro di Hong Kong, Martin Lee, 82 anni di età, di cui gran parte spesi per la difesa dei diritti politici, condannato per la stessa "colpa" della sua collega. Un veterano, Lee, presidente fondatore del Partito Democratico, conosciuto come il padre della democrazia di Hong Kong.
I due avvocati fortunatamente non sconteranno la condanna in prigione perché la loro pena è stata sospesa, ma lo stesso non vale per un altro imputato eccellente. Il magnate dell'ex colonia britannica, Jimmy Lai, infatti è stato riconosciuto colpevole di "manifestazione non autorizzata" e dovrà scontare in carcere 14 mesi. I giudici del tribunale lo hanno ritenuto responsabile per due avvenimenti, relativamente alle grandi manifestazioni del 18 e 31 agosto del 2019. La tesi della difesa è stata completamente rigettata. Secondo gli avvocati che rappresentavano Lai, la libertà di riunione è protetta dalla costituzione di Hong Kong e le autorità avevano approvato manifestazioni che solo successivamente si sono trasformate in marce non autorizzate.
Per i pubblici ministeri però la possibilità di riunirsi per protestare, è si garantita dalle leggi. ma non può essere considerata assoluta. Insomma sebbene a Lai non siano stati contestati episodi di violenza, né di aver incitato a violare la legge, il solo fatto di aver aderito ad una manifestazione (sfociata poi in scontri con la polizia) è stata una ragione sufficiente per condannarlo.
Una sentenza che può essere definita "politica" e che trova le sue ragioni nella stessa figura del miliardario di Hong Kong, vera e propria spina nel fianco per il governo filocinese. Nato a Guangzhou, una città nel sud della Cina, da una famiglia benestante espropriata dei beni nel 1949 quando i maoisti presero il potere, scappò all'età di 12 anni, da clandestino, sull'isola ancora sotto la dominazionecoloniale britannica. La sua è una storia da vero "self made man" che lo ha visto lavorare giovanissimo in un negozio di abbigliamento fino ad arrivare a fondare un proprio marchio a livello internazionale. Ma a differenza di altri magnati, saliti ai vertici a Hong Kong, Lai è diventato anche uno dei più feroci critici del regime cinese e della sua influenza nella città. In occasione del massacro di Tienanmen nel 1989 Lai ha cominciato a denunciare la repressione dell'esercito contro gli studenti tanto da veder minacciata seriamente la sua catena di negozi. Ancora troppo poco per essere zittito, anzi un'occasione per trasformarsi definitivamente nell'oppositore più importante di Pechino anche grazie agli ingenti mezzi finanziari di cui dispone che per anni ha utilizzato per denunciare la repressione politica cinese.
Il suo impero multimilionario infatti si è trasformato abbracciando il campo editoriale. Attualmente la sua casa editrice comprende diverse testate pro democrazia tra cui la rivista digitale Next e il quotidiano Apple Day. Una posizione di prestigio dalla quale influenza migliaia di persone. E quindi per la Cina un pericolo da eliminare. La condanna di Lai infatti rientra nei casi previsti dalla cosiddetta "legge sulla sicurezza", introdotta a Hong Kong nel 2020.
La norma criminalizza la secessione, la sovversione e la collusione con forze straniere, la pena massima prevista per questi reati è l'ergastolo. Secondo la Cina la legge avrebbe preso di mira la ' sedizione' portando instabilità politica. Fino ad ora però la "pax di Pechino" ha fatto finire in carcere almeno un centinaio di persone. E Jimmy Lai rischia ancora di più perché, oltre alla condanna già ricevuta, il magnate deve affrontare altre sei accuse, due delle quali sono state avanzate proprio ai sensi della nuova legge sulla sicurezza nazionale.
di Paolo Valentino
Corriere della Sera, 17 aprile 2021
Intervista a Filippo Grandi, dal 2016 Alto commissario dell'Onu per i rifugiati: "Ci aspettiamo che con l'estate i flussi dalla Libia riprendano e bisogna prepararsi". "Purtroppo, ci aspettiamo che con l'estate i flussi migratori dalla Libia riprendano e bisogna prepararsi. L'anno scorso è stato un anno relativamente calmo. La pandemia ha bloccato tutto, anche i trafficanti. Per l'Italia, inoltre, la sfida è doppia, perché anche la rotta balcanica ha ripreso ad essere una via d'arrivo in Europa". È preoccupato Filippo Grandi, l'Alto Commissario dell'Onu per i Rifugiati, in questi giorni a Roma dove ha incontrato i vertici politici e istituzionali. Grandi ha avuto colloqui fra gli altri con il presidente Mattarella, il premier Draghi, i ministri degli Esteri e degli Interni Di Maio e Lamorgese, i presidenti delle Camere. E ieri è stato ricevuto in udienza anche da papa Francesco.
Qual è la situazione in Libia?
"C'è un fragile spazio di tregua, apertosi con gli ultimi accordi. E nonostante la prudenza sia obbligata, è uno spazio che non c'è mai stato negli anni precedenti e va utilizzato bene. In primo luogo, per appoggiare il processo politico che porta alle elezioni. I rischi sono tanti: la fragilità della classe dirigente e le divisioni internazionali visto che la Libia è uno dei teatri nei quali si combattono le cosiddette guerre per procura, come Siria e Yemen. In tutti gli incontri di questi giorni in Italia, mi è stato ripetuto che se non c'è un entusiasmo generale nella comunità internazionale, non ci sono neppure voci dissenzienti, come se tutti avessero capito che siamo di fronte all'ultima chance per creare maggiore stabilità".
E dal punto di vista dei rifugiati? Cosa può fare l'Onu?
"È una fase che potrebbe essere decisiva per consolidare alcuni piccoli progressi che abbiamo fatto: superare i centri di detenzione, riattivare tutti i canali di uscita dei più vulnerabili compresi quelli umanitari oggi sospesi per la pandemia. Parliamo di qualche migliaio di persone, quelle più indifese che non possono essere rimandate nei luoghi d'origine. Ogni Paese ne dovrebbe prendere alcune centinaia. La cosa più importante comunque è usare questo fragile spazio per consentire a tutto il sistema Onu di consolidare la sua presenza e aiutare le decine di migliaia di rifugiati che non possono uscire".
Che succede a chi lascia i campi di detenzione?
"Sono prigioni terribili. Chi esce va nelle comunità libiche, cioè in una società prostrata dal conflitto, dove c'è molta presenza criminale e quindi è alto il rischio che vengano rimessi sui barconi o sfruttati in mille modi. Quello che cerchiamo di fare da parecchio tempo è di creare progetti per queste persone in Libia. La differenza è che con il governo precedente questo non era facile, mentre con questo siamo fiduciosi che ci siano più opportunità. Se non si stabilizzano, continueremo ad avere il fenomeno delle migrazioni".
Lei parla anche dei rischi sulla rotta balcanica, ma l'Italia in questo caso non è Paese di primo arrivo...
"Certo, ma viene dopo altri Paesi che hanno strutture debolissime e quindi diventa una meta. Fra l'altro tra noi e la rotta balcanica ci sono Paesi della Ue, come Croazia e Slovenia. Esistono denunce di respingimenti brutali e frequenti a tutte le frontiere. Lavorare con questi Paesi può servire a stabilizzare i flussi. Non è il 2016, ma siamo di nuovo di fronte a un contesto complesso. Tutte queste cose, Libia, Balcani, portano alla solita conclusione: o l'Europa si dota di un sistema comune o sarà ancora preda di questi allarmi e torneremo allo psicodramma delle telefonate notturne, alle discussioni concitate tra i premier sui numeri, ai governi che tremano perché le opinioni pubbliche si oppongono ad accogliere anche soltanto una decina di persone".
C'è il patto sulle migrazioni proposto dalla Commissione...
"Non è la perfezione, ma è una base di discussione importante. E ho trovato il governo italiano consapevole della necessità di non farlo cadere e di fare uno sforzo. Tutti devono fare un passo avanti. Lo scontro è sempre tra i Paesi del Nord, che vogliono più controlli alle frontiere esterne, e quelli del Sud che chiedono un meccanismo di condivisione degli arrivi più prevedibile e più generoso. Come mi ha detto il ministro Di Maio, il patto non è solo importante per sé, è una delle prove di credibilità della Commissione, insieme al Next Generation Eu".
In Etiopia c'è un conflitto tra governo e forze secessioniste del Tigrai in corso, che sta avendo gravi conseguenze umanitarie. Può avere conseguenze sui flussi?
"C'è un'impasse seria. La scelta militare del governo comporta molti rischi: violazione dei diritti umani, presenza di truppe eritree sul territorio etiope, esodo di rifugiati in Sudan, disgregazione del tessuto sociale. Sono pericoli non solo per l'intero Corno d'Africa ma anche globali. L'Etiopia è un Paese di 100 milioni di abitanti nel cuore di una regione fragilissima, da cui partono anche flussi migratori che poi arrivano verso il Mediterraneo. Ho incoraggiato il governo italiano a fare di più, perché ha una forte credibilità, buoni contatti nel Corno d'Africa e deve usare questa influenza".
La preoccupa la situazione in Libano?
"Si, molto. E ne ho parlato durante i miei colloqui qui a Roma. In Libano una persona su quattro è un rifugiato. Ma è un Paese ospitante che si trova esso stesso sull'orlo del precipizio. L'incapacità della classe politica non ha permesso di trovare un accordo per governarlo e il Libano sta precipitando in un abisso economico e finanziario. Il tasso di povertà fra i rifugiati siriani è quasi del 90% e tra i libanesi ha già superato il 25%. Di fatto chiediamo a un Paese disastrato di ospitare un milione di rifugiati di un altro Paese ancora più disastrato: è una polveriera nel Mediterraneo. Non si tratta più solo di garantire aiuti umanitari, ma anche di fare un investimento politico della comunità internazionale per cercare di risolvere la crisi. Il Libano è un Paese chiave, ricordiamoci cos'è successo quarant'anni fa".
di Riccardo Noury*
Il Manifesto, 17 aprile 2021
Ricordiamolo: un atto di indirizzo votato dal parlamento obbliga il governo ad agire. Che il capo del governo abbia dichiarato che non è coinvolto lo trovo un fatto grave. Un secchiello di cubetti di ghiaccio. Lanciato contro oltre 200.000 persone che avevano sottoscritto la proposta. Contro i 208 senatori che avevano votato a favore, tra cui Liliana Segre che era venuta appositamente a Roma per proteggere simbolicamente quello che ha chiamato "suo nipote". Contro quel nome e cognome scritto nell'ordine del giorno e pronunciato tante volte durante il dibattito parlamentare.
Che la proposta di conferire la cittadinanza italiana a Patrick Zaki fosse destinata a un cammino lungo e tortuoso lo si sapeva. Le mani avanti le aveva messe lo stesso governo, durante il dibattito parlamentare, manifestando cautela circa il rischio che tale procedura avrebbe potuto avere conseguenze negative sul piano giudiziario per Patrick. Ma che dopo 48 ore il presidente del Consiglio Mario Draghi avrebbe affermato che "è un'iniziativa parlamentare" nella quale "al momento il governo non è coinvolto", questo non ce lo aspettavano.
Ricordiamolo: un atto di indirizzo votato dal parlamento obbliga il governo ad agire. Che il capo del governo abbia dichiarato che non è coinvolto lo trovo un fatto grave. Non che affidare al governo il compito d'istruire la procedura per la cittadinanza italiana avrebbe posto termine come in un incantesimo alla sofferenza di Patrick, che sta languendo in una prigione sovraffollata e sporca in cui il Covid-19 è entrato e ha fatto vittime. Ma quel "non coinvolgimento" rischia di porre fine anche al solo tentativo.
Così, il voto del Senato di giovedì rischia di essere una luminosa parentesi, uno sussulto etico circondato da due atti del governo: "coinvolto" sabato 10 nella partenza da La Spezia della seconda fregata militare destinata all'Egitto, "non coinvolto" neanche una settimana dopo su una questione cruciale di diritti umani. Poiché la maggioranza che ha approvato l'ordine del giorno per Patrick Zaki coincide esattamente con la maggioranza che sostiene e compone il governo, c'è ancora da sperare che sia messa fine a questa anomalia: di un parlamento che parla di diritti umani e di un governo, in larghissima parte il suo, che non se ne sente coinvolto.
*Portavoce di Amnesty International-Italia
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 16 aprile 2021
La Consulta sul doppio binario per i mafiosi condannati e non pentiti. "Una nuova legge". La Corte ha voluto evitare di cancellare in un solo giorno anni di legislazione antimafia. Il cosiddetto "ergastolo ostativo" è incompatibile con la Costituzione, ma la Corte costituzionale non se l'è sentita di cancellare con un tratto di penna un pezzo di legislazione antimafia scritto con il sangue delle stragi che nel 1992 uccisero Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
di Danilo Paolini
Avvenire, 16 aprile 2021
Le parole hanno sempre un peso, se poi trovano posto in una decisione della Corte costituzionale sono in grado di lasciare il segno: il "fine pena mai" non è compatibile con gli articoli 3 e 27 della Costituzione italiana, oltre che con l'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Non garantisce, infatti, l'uguaglianza di tutti davanti alla legge, né tanto meno è in grado di realizzare la finalità rieducativa della pena. Si parla qui dell'ergastolo cosiddetto ostativo, ovvero dell'impedimento previsto dall'articolo 4bis dell'Ordinamento penitenziario alla concessione dei benefici (possibili per gli altri ergastolani) ai condannati per reati molto gravi, quali quelli di matrice mafiosa e terroristica, che non abbiano "utilmente collaborato" con la giustizia.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 16 aprile 2021
Il verdetto della Consulta sull'ergastolo ostativo. Il cuore dell'ordinanza emessa dalla Corte Costituzionale a proposito dell'ergastolo ostativo risiede nelle seguenti affermazioni: la norma in questione è in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione italiana e con l'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani. Ciò perché l'attuale disciplina, fa della collaborazione con la magistratura l'unico modo per il condannato di ottenere la liberazione condizionale, "anche quando il suo ravvedimento risulti sicuro".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 16 aprile 2021
La Consulta non decide sulla liberazione condizionale, senza aver collaborato con la giustizia, per chi è detenuto all'ergastolo ostativo. L'ergastolo ostativo è incostituzionale, ma ci dovrà pensare il Parlamento a varare una legge. La Corte costituzionale non decide sulle questioni di legittimità sollevate dalla Cassazione in merito all'ergastolo ostativo, in particolare a chi chiede l'accesso alla liberazione condizionale senza aver collaborato con la giustizia. A differenza della sentenza del 2019 che ha dichiarato incostituzionale la preclusione assoluta del permesso premio a chi non collabora, questa volta i giudici delle leggi hanno preferito attendere un intervento legislativo nel merito.
di Errico Novi
Il Dubbio, 16 aprile 2021
"Guardi, mi trovo in una duplice difficoltà, di fronte alla scelta compiuta dalla Corte costituzionale. Da una parte la Corte dichiara l'incostituzionalità della norma che, per gli ergastolani ostativi, consente la liberazione condizionale solo se collaborano, ma lo dichiara senza perfezionare la decisione perché ritiene che il Parlamento debba predisporre una legge ordinaria in modo da non compromettere contrasto alla mafia e premialità per chi si pente.
di Davide Galliani
giustiziainsieme.it, 16 aprile 2021
Non è facile commentare un comunicato. Viene da domandarsi se in camera di consiglio si voti anche sui comunicati. Ora, se nel comunicato si capisce bene che è trasposto il dispositivo, sul quale si vota, i problemi potrebbero essere anche messi da parte. Il punto è quando il comunicato assomiglia a una sorta di agenzia di stampa. In questi casi, forse, meglio lasciar perdere o essere didascalici: "si comunica che la Corte depositerà la decisione sulla questione X il giorno Y". Punto. Invece no. E abbiamo due possibilità: stare zitti e aspettare la decisione, possibilità validissima; oppure scrivere due righe oggi, magari per non scriverle più domani.
Cosa significa, giuridicamente, che l'accoglimento immediato "rischierebbe di inserirsi in modo inadeguato nell'attuale sistema di contrasto alla criminalità organizzata"? Soprattutto, la Corte si è dimenticata che la sorveglianza, caduta la presunzione assoluta sui permessi, è tornata a fare il proprio mestiere, e non solo quello di dichiarare inammissibile qualsiasi richiesta di beneficio senza utile collaborazione con la giustizia? Pensate a chi è in carcere da più di venti anni, la stragrande maggioranza dei 1.200 e passa ergastolani ostativi italiani: se fossi uno di loro, la prima domanda che mi porrei è come sia possibile lasciarmi nel limbo per un anno. La Corte accerta la violazione di eguaglianza, rieducazione, dignità umana, ma dice che per un anno possiamo convivere con la violazione.
Ancora. Richiamare nel comunicato l'art. 3 Cedu non è stata una genialata. Questo perché i diritti che garantisce sono inderogabili, da testo della Cedu e da giurisprudenza granitica di Strasburgo. Mai e poi mai si possono derogare. Nemmeno in tempo di guerra e nemmeno a fronte del più tremendo, grave e ripugnante dei reati. Figuriamoci per dare tempo al Parlamento di sistemare le cose. E anche il Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa più sensibile al margine di apprezzamento potrebbe storcere il naso: dato che stiamo parlando di art. 3, una volta accertata la violazione, non dichiararla subito è una faccenda complicata.
Vi sarebbe altro. Se la Corte avesse deciso anche in riferimento alla semilibertà, usando la illegittimità consequenziale, nel comunicato lo avrebbe detto. Ma ha un qualche senso dichiarare incostituzionale il regime ostativo applicato al permesso premio, accertarlo incostituzionale ma non dichiararlo applicato alla liberazione condizionale, e non dire una parola sulla semilibertà?
Certo, dopodomani arriverà una questione di costituzionalità sulla semilibertà. Ma dato che la Corte ha tra i suoi poteri, questo ben scritto, la illegittimità costituzionale consequenziale, non sarebbe stato male usarla. Si dirà: ma i requisiti della semilibertà sono diversi. Ovvio che sono diversi, ma la presunzione assoluta è identica: incostituzionale verso i permessi, incostituzionale accertata non dichiarata verso la liberazione condizionale, che facciamo la teniamo in piedi per la semilibertà?
Lo so bene. Cinque anni fa quanto accaduto sui permessi e oggi sulla liberazione condizionale era inimmaginabile. Il bicchiere è anche mezzo pieno. Va bene, ma resta una sensazione strana. Cosa dovrebbe fare il legislatore in questo anno e passa di tempo? Dice la Corte: "preservare il valore della collaborazione con la giustizia". Si tratta di una affermazione carica di significato. Tanto è vero che dopo la 235/2019 la sorveglianza ha fatto di tutto proprio per "preservare il valore della collaborazione con la giustizia".
Sinceramente, alla Consulta non sembra se ne siano accorti: la sorveglianza sta cercando in molti modi di valorizzare comunque il mancato apporto collaborativo. Un cortocircuito: la 253/2019 dice che esiste la libertà di non collaborare, la sorveglianza post 253 sembra non voler considerare "neutro" il mancato apporto collaborativo, e ora il comunicato della Consulta dice "preservare il valore della collaborazione con la giustizia". Sarebbe stato molto meglio se la Consulta avesse detto: la presunzione da assoluta diventa relativa, ovviamente ora al Parlamento compete il compito di "preservare il valore della collaborazione". Se accerti la violazione, ma non la dichiari, ti tiri la zappa sui piedi: se è incostituzionale la presunzione assoluta, e se la presunzione assoluta è assoluta, che senso ha non dichiararlo ma solo accertarlo? Vale a dire: il Parlamento può fare solo meglio, non può peggiorare la situazione, visto che peggio della prova legale assoluta non esiste nulla, se non abolire la liberazione condizionale per gli ergastolani, che non mi pare sia possibile.
Infine, le buonissime ragioni di chi contesta la Consulta, quando accerta ma non dichiara una violazione costituzionale, nel caso dell'ergastolo ostativo si moltiplicano. Staremo a vedere l'ordinanza, la quale, a differenza del caso Cappato, non deve evitare che delle persone finiscano in carcere, ma che possano uscire dal carcere...anche se il "no" della sorveglianza all'uscita è incostituzionale.
Non si può scrivere un libro su un comunicato. Nemmeno un articolo. Al massimo poche righe. Che voglio concludere domandandomi se abbiano ancora un senso questi comunicati. Non tutti i comunicati, ma questi che assomigliano ad agenzie di stampa. Si rinvia a maggio 2022 per consentire al legislatore gli interventi "che tengano conto (...) della peculiare natura dei reati connessi alla criminalità organizzata". Ma il legislatore del 1992 ha introdotto l'ergastolo ostativo proprio per la peculiare natura dei reati connessi alla criminalità organizzata, e quelli successivi non lo hanno modificato nemmeno di una virgola.
Non riesco a comprendere perché distinguere i compiti tra Corte e Parlamento debba significare anche non fare ciascuno i rispettivi compiti. Il Parlamento ha fatto il suo. Un attimo meno oggi la Corte, anzi ha detto a tutti: io sono la Corte, accerto la incostituzionalità dell'ergastolo ostativo, ma non la dichiaro perché voglio vedere cosa combina il Parlamento. Non è invadere le sfere del Parlamento? Saranno maggiorenni i nostri parlamentari, o no? Ognuno faccia il suo mestiere. La Corte dichiara incostituzionale l'ergastolo ostativo. Il Parlamento, se lo ritiene, interviene per preservare il valore della collaborazione con la giustizia e tenere conto della peculiare natura dei reati di criminalità organizzata. Perché in Italia per unire due puntini non si tira mai una linea retta?
Anche chi dice che questo passa il convento, altrimenti sarebbe andata peggio, non è granché persuasivo. Intanto, non era in camera di consiglio. Ma mettiamo sia andata così: alcuni erano per la infondatezza, altri per la incostituzionalità, ha vinto la incostituzionalità accertata ma non dichiarata. A me sembra che chi dice che sarebbe potuta andare peggio debba rivolgersi a chi sosteneva l'infondatezza della questione di costituzionalità. Come si possa sostenere che l'ergastolo ostativo sia compatibile con la Costituzione e la Cedu sinceramente non riesco a comprenderlo. E a conti fatti non è compatibile né con la prima né con la seconda...ma evidentemente per dichiararlo oltre che per accertarlo serve ancora un altro anno.
La Corte si è messa in testa di riscrivere la disciplina dell'ergastolo ostativo. Così ha fatto con il permesso, aggiungendo il pericolo di ripristino. Così farà con la liberazione condizionale, poiché lecito aspettarsi qualche paletto per il legislatore nella ordinanza che verrà pubblicata "nelle prossime settimane". E vedremo la sorte della semilibertà, sulla quale per ora tutto tace. Non vi è niente di male in questo attivismo della Consulta.
Che sia un legislatore non solo negativo ma anche positivo lo sanno pure i sassi. Solo una cosa non si deve dimenticare: che i destinatari delle sue pronunce sono persone che non sono in carcere da qualche giorno, nemmeno da qualche mese, e nemmeno da qualche anno. Parliamo di decenni di carcere. Non vorrei mai che finissimo col domandarci se le aggiunte fatte dalla Corte debbano avere valenza solo per il futuro.
Del resto, il divieto di retroattività di pronunce che aggravano i requisiti per chiedere un beneficio o una misura è un tema che prima o poi esploderà...caduta la presunzione assoluta per i permessi non abbiamo più solo l'attualità dei collegamenti, che esisteva dal 1991, ma anche il pericolo di ripristino, che esiste dal 2019. Staremo a vedere sulla liberazione condizionale, ma caduta la presunzione assoluta non è che si possa mettere dentro di tutto per preservare il valore della collaborazione con la giustizia e per tenere conto della peculiare natura dei reati di criminalità organizzata.
Sembra una scena kafkiana: la Consulta tiene per il guinzaglio il Parlamento, al quale fornisce un assist per mettere il guinzaglio alla sorveglianza, la quale, se andiamo avanti così, non si muoverà più neppure di un millimetro...e non è che i permessi concessi dopo la 253 ad ergastolani siano centinaia: io ne ho contati come le Cime di Lavaredo.
- Se la Corte sceglie di non decidere
- La detenzione al femminile: le donne ed il carcere. Intervista con Sandro Libianchi
- Ergastolo ostativo, senza collaborazione non c'è piena rieducazione
- Fassone: "Io, da giudice ne ho condannati tanti. Ma la pena deve avere fine"
- La sentenza sull'ergastolo per chiudere gli anni bui










