di Cristina Borgogno
La Stampa, 16 aprile 2021
Dalla visita del Provveditore di Piemonte e Valle d'Aosta la conferma alle voci sul futuro della Casa circondariale in attesa della ristrutturazione. Lavori in autunno, ma prima un cambio radicale. Si preparano a essere trasferiti i detenuti del carcere di Alba per fare del "Giuseppe Montalto" - almeno temporaneamente - la Casa Lavoro piemontese.
A spiegare quanto deciso dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria è stato il provveditore di Piemonte e Valle d'Aosta, Pierpaolo d'Andria, in visita ad Alba per incontrare in Comune il sindaco Carlo Bo. Durante la riunione, a cui hanno partecipato anche l'assessore alle Politiche sociali, Elisa Boschiazzo, e i Garanti dei detenuti regionale, Bruno Mellano, e comunale Alessandro Prandi, d'Andria ha confermato le voci che si rincorrevano da mesi circa la scelta della casa di reclusione albese per istituire almeno una parte della Casa Lavoro finora gestita dal carcere di Biella, con l'arrivo di una trentina di internati (ovvero persone che hanno terminato la pena, ma per cui è stata sancita la "pericolosità sociale").
Per fare questo, occorrerà però trovare una nuova sistemazione ai detenuti - circa una quarantina - oggi reclusi nell'unico spazio operativo dell'istituto di località Toppino, in attesa che partano i lavori di ristrutturazione dell'intero edificio evacuato nel 2016 a causa di un'epidemia di legionella. Lavori già finanziati per circa 4 milioni e 500 mila euro dal ministero della Giustizia, che dovrebbero partire entro l'autunno.
"L'intervento sarà realizzato in due fasi - spiegano dal Dap -. La prima sul corpo attualmente chiuso, per poterlo riconsegnare all'uso di destinazione in via prioritaria. L'altra sulla parte oggi operativa (ad eccezione della caserma agenti e del reparto semi-liberi), meno degradata e che necessita di un intervento meno impegnativo".
"Ringraziamo il provveditore D'Andria per aver accolto il nostro invito e per l'attenzione dimostrata - commentano il sindaco Bo e l'assessore Boschiazzo -. La priorità oggi è la completa riapertura della casa di reclusione, a ormai più di cinque anni dai casi di legionella. Intervenire significa evitare l'abbandono di una struttura pubblica fino ad allora ben funzionante, migliorare le condizioni dei detenuti presenti oggi nel piccolo settore riaperto e, infine, poter andare avanti con i progetti che hanno fatto del nostro istituto penitenziario una realtà esemplare".
Nei piani del Dap, il cambio tra detenuti dovrebbe avvenire entro giugno. Il Provveditorato intende coinvolgere il territorio per creare opportunità di inclusione sociale, culturale e lavorativa per i nuovi ospiti, dalle istituzioni, l'Asl e il Consorzio socio-assistenziale al terzo settore e il mondo delle imprese profit.
"La responsabilità delle decisioni spetta all'Amministrazione penitenziaria - spiega il garante comunale Prandi. Se è importante concentrarsi sulle attività che coinvolgeranno gli internati della Casa Lavoro, lo è altrettanto pensare al futuro degli attuali ospiti della casa di reclusione, ponendo attenzione al loro radicamento territoriale, visto che un numero importante è residente nell'Albese e nel Cuneese, ai percorsi trattamentali in atto e le singole situazioni sanitarie e psico-fisiche".
Per il Garante regionale Mellano "si è finalmente a una svolta". "L'Amministrazione penitenziaria - dice - ha annunciato un progetto d'istituto ampio per la ripartenza della casa di reclusione albese. Auspico che l'intera comunità possa essere protagonista attiva di un percorso che porti presto il "Montalto" a una nuova e piena funzionalità".
nextstopreggio.it, 16 aprile 2021
"Guardiamo con preoccupazione alla diffusione del Covid-19 all'interno del carcere di Reggio Emilia. Sono ancora più di 100 i detenuti positivi e 5 quelli ricoverati. Uno scenario complesso a causa del sovraffollamento e dell'isolamento legato all'epidemia, che mina la dignità delle persone recluse e può diventare esplosivo. Occorre quindi intensificare il presidio delle istituzioni.
In questo contesto appare evidente la necessità di pensare all'istituzione di una figura che ancora manca sul territorio di Reggio Emilia, il Garante delle persone private della libertà personale. Un'autorità indipendente a tutela di chi è detenuto in carcere o internato che garantisce la corretta esecuzione della custodia secondo le norme nazionali e internazionali.
Il Garante, per come è definito dall'ordinamento nazionale, esercita il potere di visita senza autorizzazione nelle carceri così come nelle camere di sicurezza, nei centri di espulsione per stranieri, presso i centri di diagnosi e cura o nelle residenze sanitarie assistenziali. Può effettuare colloqui con i detenuti e gli internati e ricevere da loro corrispondenza privata.
Un agevolatore di relazioni e un facilitatore di progetti: figura chiave per la partecipazione dell'intera comunità all'attività di rieducazione, prevista dall'articolo 27 della nostra Costituzione. Se riusciamo a rafforzare il dialogo tra il dentro e il fuori c'è più sicurezza per tutti.
L'emergenza sanitaria ha reso evidente la necessità di un Garante eletto dal consiglio comunale di Reggio Emilia, ma la sua utilità va ben oltre il momento contingente. Un'opportunità per l'intera provincia, che entrerebbe così a far parte di una rete nazionale e internazionale a tutela della dignità, della salute e dell'incolumità delle persone detenute, con l'obiettivo di migliorare il trattamento penitenziario e di rendere la giustizia più equa e accessibile.
Federico A. Amico - Presidente Commissione Parità e Diritti delle Persone, Regione Emilia-Romagna
Nicola Tria - Assessore a Legalità e Coesione Sociale, Comune di Reggio Emilia
Marcello Marighelli - Garante delle Persone Private della Libertà Personale, Regione Emilia-Romagna
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 16 aprile 2021
Lo scrittore turco Altan era in carcere dal 2016 Il regime spera che scappi. Oltre alla Corte europea lo ha salvato la solidarietà. Ahmet Altan è uscito di prigione. Non è stato vano raccontare quello che gli stava succedendo, non è stato vano fare appello ai lettori per scrivere all'ambasciata turca l'imperativo #FreeAltan, non è stato vano esserci.
Vederlo fuori dalla cella in cui il regime turco l'ha rinchiuso dal 2016 è innanzi tutto la prova che firmare appelli e intervenire con le proprie forze, smonta l'indolenza cinica di credere che nulla valga la pena, che è da anime belle, ingenue e naïf pensare che un regime come quello neo-ottomano di Erdogan potesse smuoversi dinanzi a una catena umana di email o a una pioggia di articoli. Non è così, come Amnesty International sa bene, e infatti è stata protagonista anche in questa vicenda.
So che sei rinchiuso, separato dal mondo, ecco perché con ogni mezzo proverò a farti sapere che non sei solo, che parte del tempo della mia vita sarà accanto all'ingiustizia che stai subendo e la testimonierà. Questo è arrivato ad Altan scrittore, questo arriva a chiunque subisce l'infamia dell'ingiusta detenzione, dei processi farsa, della delegittimazione, della repressione, quando la solitudine diventa lo spazio dell'arbitrio in cui possono farti qualsiasi cosa, e testimone non sarà nemmeno il cielo sotto cui il destino ti ha costretto a vivere. E invece interessarsi significa essere testimone, e i testimoni denunciano, e in molti casi costringono un regime, che deve confrontarsi con il mondo, a prendere decisioni.
Il regime turco, in modo del tutto inaspettato, ha liberato Ahmet Altan due giorni fa dopo che una sentenza della Corte europea dei diritti umani ha stabilito che la sua detenzione, durata più 4 anni, fosse illegittima e costituisse una violazione dei suoi diritti. Non, dunque, una liberazione avvenuta a seguito di una sentenza della Corte di Cassazione Turca - l'ultima volta che ho parlato con Altan è stato nel 2019, proprio la Cassazione aveva annullato la sentenza di condanna, ma pochi giorni dopo la polizia lo aveva riarrestato.
L'intervento della Corte europea per i Diritti Umani ha sancito un precedente importantissimo per la situazione di Altan. La sua vicenda giudiziaria è inverosimile: condannato all'ergastolo con una motivazione assurda (persino comica se non avesse avuto un esito tragico): aver invitato al golpe attraverso messaggi subliminali trasmessi durante una trasmissione televisiva. Poi era intervenuta la Cassazione annullando l'ergastolo, poi un nuovo arresto e una nuova condanna a 10 anni questa volta per aver sostenuto un'organizzazione terroristica. Ora anche questa condanna è annullata.
Ma non è finita qui, mentre scrivo e mando ad Altan il mio messaggio di gioia per la sua liberazione, una sua collega e amica che da sempre lo sostiene nella sua battaglia, Yasmine Congar, mi ricorda che su di loro (questa volta quindi su entrambi) grava l'accusa di diffusione di segreti di Stato con la richiesta di condanna a 52 anni di carcere.
Non è quindi finita per Ahmet Altan e Yasmine Congar, il regime turco, probabilmente, spera, come nel caso della liberazione episodica del 2019, che Altan scappi in esilio e, lasciando la Turchia, dismetta il suo ruolo di testimone.
Solo scegliendo di accogliere le conseguenze della propria lotta è possibile tentare di influenzare il corso delle cose. L'esilio in molti casi è fondamentale per continuare a vivere, per preservare la propria psiche, per salvare i propri familiari o per portare oltre i confini della propria terra le informazioni di ciò che sta accadendo. Ma Ahmet non ha scelto di vivere in esilio, Ahmet ha scelto come il padre, anche lui arrestato negli anni delle giunte militari, come il fratello, anche lui arrestato e poi rilasciato, di vivere il luogo che si vuole cambiare. Se dovesse scegliere di allontanarsi - in molti casi l'ho sperato - la sua lotta non si incrinerebbe e le sue scelte non si comprometterebbero, anzi semplicemente inizierebbe una strada diversa di resistenza.
La Turchia di Erdogan ha arrestato centinaia di giornalisti, professori, operatori sociali, l'Europa può aiutare queste vite a riprendere la libertà, ma con più di una contraddizione, viste le commesse militari che continua ad "onorare" (Italia in testa) con la Turchia e l'appalto, dietro compenso, della gestione delle frontiere orientali dell'Unione Europea. Erdogan ha detto che il presidente Draghi si è comportato in modo scortese nel definirlo dittatore; come definire chi arresta intellettuali, chi chiude i giornali d'opposizione? Come definire chi accusa di terrorismo chiunque difenda la minoranza kurda? Chi lascia morire di fame, in carcere, artisti che scioperano per riottenere la libertà di suonare in pubblico? Erdogan abbia la tempra e finanche l'arroganza - che non gli manca - di accettare la definizione del proprio operato autoritario, e ci risparmi il ridicolo voler apparire come difensore dei valori che non hai mai inteso difendere.
Mentre celebro la libertà di Ahmet Altan, voglio con queste righe ringraziare chi dopo l'appello lanciato dalle pagine del Corriere ha scritto all'ambasciata turca, ha letto i suoi libri, ha fatto valere l'invincibile potenza dell'indignazione davanti all'ingiustizia. Grazie.
Il Riformista, 16 aprile 2021
Il film di Giovanni Meola sarà online su MyMovies dal 24 Aprile. "La Conversione", in un docu-film le storie di un ex-manager e di un ex detenuto. L'ex-manager bancario Vincenzo Imperatore (ora consulente contro gli abusi delle banche) e l'ex-galeotto Peppe De Vincentis (ora attore e drammaturgo) tra soldi, imbrogli e scrittura catartica. La perdizione, prima, la redenzione, poi, in due libri-verità, due spettacoli teatrali e, ora, in un film documentario, 'La Conversione', soggetto e regia di Giovanni Meola.
Dopo il Premio del Pubblico quale Miglior Documentario alla XIX edizione del RIFF - Rome Independent Film Festival, nella categoria 'National Documentary Competition', il film è ora nella selezione ufficiale della XVI edizione del Los Angeles Italia Film Festival, che avrà luogo dal 18 al 24 aprile, nella categoria 'Docu Is Beautiful'.
Peppe era scassinatore, maestro di rapine e contrabbandiere: 30 anni di galera vissuta. Vincenzo era dirigente bancario, poi prima gola profonda del sistema finanziario italiano. Dopo decenni di imbrogli, illeciti di varia natura, reati e accumuli di danaro più o meno legale, Peppe e Vincenzo si incontrano grazie alla macchina da presa di Giovanni Meola.
Nel 2013, Peppe scrive l'autobiografia Il Campo del Male (ed. Pironti), nella quale passa dai ricordi dell'adolescenza al battesimo criminale, alla detenzione in una dozzina di carceri (Poggioreale, Sulmona, Brescia, Rebibbia, Secondigliano, Reggio Emilia ... inclusi due ex-Opg), tra confessione drammatica, sete di cocaina e ironia.
Nel 2014, Vincenzo pubblica il saggio-memoriale rivelazione Io So e Ho le Prove (ed. Chiarelettere), caso editoriale con decine di migliaia di copie vendute, squarciando il velo su 23 anni spesi al servizio della banca più importante del Paese. Con i suoi libri da anni denuncia irregolarità e pratiche illecite del sistema bancario nazionale ed internazionale.
Nel documentario 'La Conversione' i due, nel conoscersi e nello scambiarsi domande e racconti delle loro vite, scoprono il modo di accedere ad una loro personale rinascita. Tra universo sub-proletario e apparati borghesi, penitenze e ricordi, il racconto-documentario del regista/drammaturgo/attore napoletano Giovanni Meola si dipana su più livelli, alternando impianto biopic, inchiesta e formula teatrale. Peppe, originario dei Quartieri Spagnoli, poi sfrattato in una baraccopoli del quartiere Fuorigrotta, aveva già scontato diversi anni di cella nell'ex-Carcere minorile Filangieri, oggi centro culturale-sociale occupato, ribattezzato Scugnizzo Liberato, prima di cominciare la sua vera carriera di rapinatore, e nel film si abbandona con purezza e crudele sincerità al racconto di se stesso e dei suoi anni bui.
Vincenzo, primo laureato della sua famiglia, affamato e voglioso di una scalata sociale perché proveniente dalla più che popolare zona di San Giovanniello, diventa capo-area di un'importante struttura bancaria, per poi perdersi fra etica negata, bonus, sistema Q48 e bugie, rievocando procedure e indottrinamenti matematico para-malavitosi, fino ad ammettere un patologico desiderio di competizione e supremazia. I due uomini da totali estranei finiscono per sentirsi compagni di strada e di personale riscatto, scoprendosi accomunati, all'inizio del loro percorso di vita, dal desiderio di trovare il loro proprio ascensore sociale. Di qualunque natura: spietato, pericoloso, imprevedibile.
Le musiche originali (fisarmonica e voce) di Daniela Esposito evocano malinconia e rimpianto, ma anche volontà di confronto e di cambiamento dei due protagonisti. Senza finzioni e senza rancori. "Sottrarre e ingannare - sostiene il regista Meola - sono state, a lungo, le attività principali delle loro vite. Entrambi, a un certo punto, però, hanno detto basta. Ed entrambi hanno cominciato, fatalmente, a scrivere e a svelare quello che erano stati, quello che avevano fatto e i segreti dei mondi dai quali provengono. Una cena tra loro due, curiosi di conoscersi tra domande e risposte senza remore, è di fatto la spina dorsale del mio racconto. Ciò ha rafforzato la mia intuizione iniziale, cioè che sarebbe stato assai interessante provare a raccontare le storie di Vincenzo e di Peppe in parallelo. Due facce di una Napoli matrigna e da sempre piena di insidie".
Il Resto del Carlino, 16 aprile 2021
Fondazione Cassa di Risparmio e Csi (Centro Sportivo Italiano) di Ascoli, insieme per un progetto a sostegno dei detenuti dell'Istituto penitenziario Marino del Tronto. In un momento di grandi difficoltà legate all'epidemia da Coronavirus, la Fondazione non dimentica ma rafforza la propria funzione sociale, attraverso l'erogazione di un fondo di 2mila euro, destinato a dare vita al progetto riservato ai detenuti, dal titolo "Il mio campo libero".
L'iniziativa rientra nelle attività ideate dal CSI del comitato provinciale di Ascoli, presieduto da Antonio Benigni. Il progetto si svolgerà presso il campo sportivo del carcere e prevede due appuntamenti di calcio settimanali (ognuno della durata di due ore) curati dall'istruttore CSI Valentino D'Isidoro con il coinvolgimento dei detenuti di due sezioni diverse.
La sezione "comune" occuperà il campo il giovedì (dalle 13 alle 15) mentre i detenuti della sezione "protetti e articolazione salute mentale" parteciperanno agli appuntamenti il martedì mattino (dalle 9 alle 11). Il sostegno della Fondazione Carisap, si trasforma in una grande opportunità per i detenuti del Marino in modo speciale per i reclusi della sezione "articolazione salute mentale" affetti da malattie di natura psichiatrica, per i quali l'attività fisica svolta all'aperto rappresenta un'occasione che rende migliore e più salutare la qualità della vita quotidiana.
Il valore del progetto e della sua realizzazione resa possibile dalla Fondazione incide inoltre sul beneficio singolare e collettivo di tutti i detenuti che aderiscono all'iniziativa, sia per gli aspetti prettamente salutari psicofisici legati allo sport, che per combattere il rischio dell'alienazione sociale dettata dall'interruzione dei vari progetti svolti in presenza, così come nel rispetto delle norme anti-contagio Covid-19.
Questo progetto si rende essenziale, poiché è parte di una proposta molto più ampia che il Centro Sportivo Italiano intende attuare, grazie alla collaborazione con la Casa Circondariale di Marino del Tronto e con la Fondazione Carisap, che riguarda la realizzazione di un programma di attività motoria che si sviluppi in 24 mesi di sport educante e rieducante, che proprio grazie alla continuità e periodicità degli allenamenti contribuisca in modo significativo e permanente al benessere psicofisico dei detenuti.
di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 16 aprile 2021
Biden archivia l'illusione di poter esportare la democrazia arginando con la presenza militare feroci dittature che non rispettano i diritti civili. E gli Usa, non lo scopriamo oggi, rinunciano al ruolo di gendarme di un mondo sempre più frammentato.
Ritirando le truppe americane dall'Afghanistan Joe Biden archivia l'illusione - coltivata vent'anni fa dai neoconservatori repubblicani, ma poi diffusa anche tra i democratici - di poter esportare la democrazia arginando con la presenza militare feroci dittature che non rispettano i diritti civili. Buone intenzioni che nel primo scorcio di questo secolo si sono infrante contro realtà storiche difficili da modificare o hanno addirittura fatto saltare precari equilibri, dall'Egitto alla Libia, dallo Yemen alla Siria.
La decisione, coraggiosa e controversa, del presidente democratico va vista a due livelli: quello dei rapporti internazionali coi rischi di un Afghanistan di nuovo radicalizzato che può tornare base di gruppi terroristici mentre Washington pensa di sorvegliare e, se necessario, intervenire da lontano usando la tecnologia dell'intelligence digitale e dei droni.
Ma è importante anche l'aspetto dei riflessi interni negli Stati Uniti, stremati dall'impegno bellico più lungo della loro storia (il Vietnam, l'altro conflitto "senza fine" durò otto anni). Qui Biden, lontano anni luce da Donald Trump per mille aspetti, assume una posizione simile alla sua: la guerra in Asia Centrale liquidata come total waste, una colossale distruzione di risorse, non solo economiche. C'è di più: Biden si appropria di tre caposaldi di Trump - la fine della guerra, ma anche l'aiuto ai forgotten men, l'America impoverita, e il piano per le infrastrutture - cercando di trasformare in fatti quello che il suo predecessore ha annunciato per anni ma non ha mai realizzato.
In termini di proiezione dell'influenza americana nel mondo, questa decisione non rappresenta di certo un momento esaltante, ma contiene una presa d'atto di un mutamento degli scenari internazionali, di errori commessi e anche dei nuovi problemi interni degli Stati Uniti, forse non più rinviabile. Biden lo ha detto con franchezza nel suo messaggio alla nazione quando, da quarto presidente alle prese con questo conflitto, ha sostenuto di non volerlo trasferire al quinto.
Del resto lui era convinto già da più di un decennio che, eliminate le basi di Al Qaeda, l'America dovesse disimpegnarsi dall'Afghanistan "cimitero degli imperi" senza pretendere di imporre democrazia e diritti civili. Nelle sue memorie Barack Obama racconta che, appena divenuto presidente, fu incalzato da Biden, suo vice e contrario all'espansione della presenza militare in Afghanistan, che lo invitava a non farsi chiudere in un angolo dai generali. E George Packer in "Our Man", il suo bel libro sul grande diplomatico Richard Holbrooke, racconta che Biden, incontrando nel 2010 l'allora inviato speciale Usa in Afghanistan, si sfogò in privato, parlando del figlio Beau allora militare a Kabul: "Mio figlio rischia la vita per difendere i diritti delle donne, ma non funzionerà: non li abbiamo mandati lì per questo".
Il ritiro, ovviamente, comporta problemi enormi e di varia natura: intanto il rischio che il governo di Kabul venga spazzato via dai talebani con vendette nei confronti di chi ha collaborato con gli occidentali e il rischio che il Paese torni a offrire riparo a organizzazioni terroriste.
Washington promette che continuerà a incidere sulla politica afghana e a proteggere i suoi alleati anche senza una presenza diretta. Un modello analogo agli interventi antiterrorismo effettuati con una certa frequenza in Africa, dalla Somalia alla Libia. Ma anche gli attacchi coi droni hanno bisogno di intelligence sul terreno e non è chiaro se i governativi afghani potranno continuare a fornirla. Così come non è chiaro il destino delle migliaia di contractor civili che operano in Afghanistan nel campo della sicurezza né quello dei mille soldati-ombra che non compaiono nel conteggio del contingente dei 2.500 che verranno ritirati entro l'11 settembre. Si tratta soprattutto di rangers del Pentagono che sono, però, inquadrati in missioni della Cia. Biden ha detto solo che deciderà in futuro come proteggere i diplomatici e la missione Usa che resterà nel Paese.
Il ritiro può, poi, ampliare il ruolo della Turchia: ospiterà a Istanbul i negoziati tra le diverse forze afghane e, in virtù del suo ruolo di mediazione, per ora potrebbe non ritirare il suo contingente militare, presente nel Paese nell'ambito del dispositivo della Nato. Potenzialmente un riferimento prezioso per l'intelligence americana.
Intanto sembra al crepuscolo la filosofia dell'ingerenza umanitaria e della rimozione di feroci dittatori: idee che si erano rafforzate anche a sinistra con l'intervento militare contro i genocidi nella ex Jugoslavia e, poi, con le illusioni internettiane alimentate dai giovani di piazza Tahir al Cairo. Tutte cose passate attraverso il tritacarne della dittatura militare in Egitto, della devastazione della Libia (con influenze russe e turche) dopo l'eliminazione di Gheddafi e anche di altri episodi come l'umiliante rinuncia di Obama a punire Assad per il suo uso di armi chimiche contro i ribelli e anche contro la popolazione civile.
L'America, non lo scopriamo oggi, si sta ritirando dal suo ruolo di gendarme di un mondo sempre più frammentato, mentre, dal Golfo all'Asia meridionale, cresce il ruolo delle potenze regionali. Pesa anche la pandemia che ha cambiato le priorità. E, dopo gli anni della tempesta trumpiana, gli Stati Uniti, più che dare lezioni di democrazia al mondo, devono pensare soprattutto a riparare le ferite interne che qualche mese fa hanno fatto vacillare le sue istituzioni.
di Nancy Porsia
Il Domani, 16 aprile 2021
Prima di lasciare la presidenza, Serraj ha assicurato alle milizie un posto in prima fila nel nuovo assetto politico-militare. La scarcerazione per insufficienza di prove di Abdul Rahman al Milad, più noto con il nom de guerre Bija, considerato uno dei trafficanti di uomini più ricercati al mondo, avviene a sole due settimane dall'insediamento del nuovo governo unitario guidato dal primo ministro Abdul Hamid Dbeibah. L'ex comandante della Guardia costiera della città di Zawiya, già indicato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite come ufficiale coinvolto nel traffico di esseri umani e diesel nel 2017, è finito nella lista dei cittadini libici sotto sanzioni dello stesso Consiglio di sicurezza nel 2018, tanto che nel 2019 il procuratore generale di Tripoli nel 2019 ha spiccato un mandato d'arresto nei suoi confronti. Per quanto il nome di Bija fosse ingombrante ed imbarazzante a Tripoli già dal 2017, le autorità libiche erano ostaggio di una guerra civile in cui gli stessi palazzi governativi erano sotto assedio. Nell'ottobre del 2019 il ministro dell'Interno Fathi Bashaga ha dichiarato: "Presto assicureremo questo criminale alla giustizia, ma non ora".
Tuttavia non appena i turchi hanno scacciato via le forze del generale dalla Tripolitania, Bashaga ha mantenuto la sua promessa e il 14 ottobre del 2020 ha dato mandato di arrestare l'ex comandante della guardia costiera di Zawiya. L'allora ministro dell'Interno ha sempre fatto della lotta alle milizie e ai trafficanti il proprio bigliettino da visita per la leadership del paese, tanto che nell'estate del 2020 ha lanciato l'operazione "Caccia al serpente" contro i trafficanti.
Con l'arresto di Bija, Bashaga ha avviato de facto la sua campagna elettorale per le imminenti votazioni a Ginevra. Il plauso della comunità internazionale è arrivato puntuale. Nel frattempo i suoi rapporti con l'ex primo ministro Ali Fayez al Serraj, con cui aveva fatto asse nei mesi dell'assedio su Tripoli, si sono incrinati. Serraj difendeva l'autorità delle milizie, Bashaga la metteva in discussione. Di fronte alla crescente popolarità di Bashaga in Libia e all'estero, a sorpresa Serraj ha accettato il sostegno di chi avrebbe voluto eliminare l'allora ministro dell'Interno a qualunque costo, cioè la lobby politico-militare che fa capo alla rete dei trafficanti che corre tra Tripoli e Zawiya. Così mentre le Nazioni unite lo scorso gennaio preparavano le elezioni del nuovo governo a Ginevra, il premier uscente Serraj ha creato un nuovo gruppo armato chiamato Autorità di sostegno alla stabilità, che fa capo a Abdul Ghani al Kikli, comandante della milizia di Abu Slim, il più potente gruppo armato cresciuto in forze proprio durante il mandato di Serraj. Suo vice è Hassan Bu Zriba, fratello del parlamentare Ali Bu Zriba, il quale secondo il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite è il più influente membro della tribù a cui appartiene il comandante Bija. L'ex guardacoste Abd Rahaman al Milad per anni si è scagliato contro Bashaga accusandolo di usare la retorica della lotta ai trafficanti per neutralizzare gruppi armati rivali presenti a Tripoli e Zawiya a favore delle milizie di Misurata, la città-stato di cui l'ex ministro dell'Interno è originario. Zawiya, città 50 chilometri a Ovest di Tripoli, è il quartier generale del primo cartello libico dove il traffico di migranti si integra al traffico di esseri umani. Il clan Awlad Bu Hmeira vanta il controllo sul porto locale, la raffineria, la Guardia costiera e il centro di detenzione per migranti. Figura centrale del clan è Mohamed Kashlaf, detto "al Kasab", comandante della sicurezza della raffineria petrolifera di al Zawiya. Mentre Ahmed controlla il porto dove si concentrano i traffici della milizia al Nasser del clan Awlad Bu Hmeira. Strateghi della rete criminale attiva dal 2015, i cugini Kushlav, Mohamed e Ahmed, hanno assoldato il guardacoste Bija come uomo di riferimento del clan nella Guardia costiera locale. Prima di lasciare la presidenza, l'ex primo ministro Serraj ha assicurato alle milizie che per anni gli hanno garantito protezione un posto in prima fila nel nuovo assetto politico-militare. Con la sconfitta di Bashaga nelle elezioni a Ginevra, la scarcerazione di Bidja è divenuta quasi atto dovuto. L'imbarazzo che ne consegue a livello internazionale è evidentemente il prezzo necessario da pagare per ristabilire il rapporto di forza tra gli schieramenti rivali nel paese.
"Il primo ministro Dbeibah è riuscito a pacificare la Cirenaica a est e il Fezzan a sud. Senza entrare nel merito del metodo, è riuscito nella missione" ha detto una fonte diplomatica internazionale a Domani. "La Libia oggi ha un'opportunità di rinascita reale, che però rischia di fallire proprio per la guerra tra potentati locali a ovest di Tripoli" continua la fonte che preferisce rimanere nell'anonimato. "Il clan di Zawiya è un elemento di destabilizzazione importante".
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 16 aprile 2021
Oltre 700 vittime. Denunciati per la loro partecipazione alle proteste e per aver prestato soccorso ai feriti. Anche ieri in Myanamar sono stati aperti nuovi casi giudiziari contro diversi medici colpevoli di aver "partecipato alle attività del Cdm (Movimento di disobbedienza civile ndr) senza eseguire le cure mediche nei nosocomi assegnati, ma fornendo cure presso ospedali o cliniche private".
Dopo le botte, le intimidazioni, le minacce e gli arresti, le corti di giustizia birmane stanno mettendo sotto accusa adesso il personale sanitario - ogni giorno incriminandone diversi nuovi membri - utilizzando la sezione 505-A del codice penale che rende un crimine pubblicare o diffondere qualsiasi "dichiarazione, voce o rapporto... con l'intento di spingere, o che potrebbe spingere, qualsiasi ufficiale, soldato, marinaio o aviatore nell'esercito, nella marina o nell'aviazione, ad ammutinarsi o a ignorare o venir meno al proprio dovere in quanto tale". Per estensione si colpiscono anche i funzionari pubblici, dunque medici e infermieri - uomini e donne - che minerebbero la sicurezza nazionale prestando altrove la loro opera.
Menzogne ovviamente, anche perché i medici - avanguardia e primo settore statale a mobilitarsi dopo il golpe militare del 1 febbraio - hanno sempre stabilito turni per rispondere - pur avendo formalmente incrociato le braccia - alle emergenze ospedaliere. Ma l'occhiuto codice penale fa anche capire che medici e paramedici sono rei di aver soccorso chi era ferito o stava morendo magari in qualche casa privata dopo un attacco del sempre più feroce esercito birmano.
Sono storie di ordinaria dittatura quotidiana che si sommano agli eccidi mirati di chi protesta oramai da due mesi e mezzo in un Paese al collasso, dove l'economia è ferma, il sistema sanitario non è più in grado di far fronte alla pandemia (occupato com'è a curare i feriti delle manifestazioni) e dove avanza lo spettro di una guerra diffusa tra il centro e la periferia delle autonomie armate. Anche ieri l'Assistance Association for Political Prisoners documentava un morto e altre dieci vittime dell'altro ieri di cui solo giovedi si è avuta certezza.
Il bilancio del 15 aprile dice 726 vittime e 3151 detenuti per aver partecipato alle proteste ma, avverte il sito, sono numeri facilmente per difetto. L'associazione rende anche noto che una nuova tecnica del regime è quella di utilizzare veicoli non registrati con targhe false per sfondare i cortei e arrestare manifestanti pacifici. Tra questi ancora medici o infermieri: A Mandalay ne sono stati ieri arrestati 6 durante una marcia di protesta guidata da operatori sanitari con i loro famigliari mentre, la sera prima, era stata attaccata un'ambulanza cui è seguito il fermo di tre sanitari. Nessun rispetto nemmeno per i luoghi religiosi, buddisti o di altro credo: ieri è stata attaccata la moschea di Sule a Maha Aung Myay (Mandalay). Un morto e diversi feriti tra cui un disabile.
Si allunga intanto lo spettro della guerra che interessa soprattutto le aree di confine dove sono attivi gli eserciti delle diverse autonomie regionali. Mercoledì pomeriggio due caccia dell'esercito birmano hanno effettuato attacchi aerei sulla cittadina di Momauk, nello Stato Kachin, costringendo i residenti a nascondersi nei rifugi antiaerei. L'attacco - spiega il magazine birmano Irrrawaddy - è avvenuto mentre si intensificano gli scontri tra Tatmadaw e il Kachin Independence Army (Kia). Scontri iniziati domenica sempre a Momauk, dopo l'occupazione del Kia di una stazione di polizia e di un avamposto militare mentre raid sono segnalati anche sulla base di Alaw Bum, vicino al confine cinese (sempre nell'area di Momauk), che il Kia ha occupato il 25 marzo.
di Davide Varì
Il Dubbio, 15 aprile 2021
Oggi la Consulta decide sull'ergastolo ostativo: qualcuno pensa che i condannati di mafia debbano morire in carcere. La parola fine - o almeno così speriamo - al surreale dibattito sull'ergastolo ostativo l'ha messa Valerio Onida sul Corriere delle Sera di ieri. Onida elenca e spiega tre cose che dovrebbero convincere anche i più scettici.
La prima: la pena dell'ergastolo è di per sé incostituzionale perché "esclude la possibilità di porre fine alla detenzione" e nega il "diritto alla speranza"; la seconda: subordinando la "liberazione dall'ergastolo" alla collaborazione con la giustizia viene tolta di fatto la possibilità della "libera scelta"; la terza: supporre che i vincoli con le mafie siano perpetui - spiega Onida - "contraddice la natura e la dignità dell'essere umano". Peraltro, tanto per complicare le cose, il Domani ha introdotto una nuova forma di dissociazione: "la dissociazione morbida" (sic).
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 15 aprile 2021
Diversi Regioni hanno interrotto la campagna di vaccinazioni in carcere, recependo la direttiva del generale Figliuolo. Saranno vaccinati solamente i reclusi rientranti nelle fasce di età come nel "mondo libero". Il Dubbio, grazie alla segnalazione dei sindacati di polizia penitenziaria, ha potuto prendere visione della sospensione delle vaccinazioni in carcere della regione Liguria. In realtà, il blocco delle vaccinazioni in carcere è avvenuto anche in Sicilia, Toscana ed Emilia Romagna. Il Piemonte, invece, ha mantenuto il punto criticato dai garanti: interviene con i vaccini solo dove scoppiano i focolai. Interrotta la vaccinazione in carcere per detenuti e agenti che non rientrano nelle fasce d'età.
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