di Cristina D'Armi
laquilablog.it, 10 gennaio 2021
Costarelle a rischio chiusura? Le Costarelle, il carcere di massima sicurezza dell'Aquila a Preturo, potrebbe chiudere. La motivazione risalirebbe alla costruzione delle sue fondamenta nel 1982, quando il terreno dove è situato l'istituto penitenziario, fu occupato abusivamente per la realizzazione dello stesso fabbricato.
I lavori vennero ultimati nel 1986, ma solo nel 1993 l'istituto entrò in funzione. Nel 2014 la Corte d'Appello di Roma sezione speciale usi civici, accertò la natura dei terreni e condannò l'Agenzia del Demanio Abruzzo e Molise al rilascio dei fondi, rimandando l'esecuzione alla Regione Abruzzo che intraprese tutti i passaggi necessari per reintegrare i terreni.
L'Amministrazione separata, poi, fece reintegra e voltura. L'Agenzia del demanio, condannata al rilascio dei fondi, non fece nulla. Dopo la dichiarazione da parte del Tar del difetto di giurisdizione del Tribunale amministrativo a decidere sulla vicenda, dichiarando competente in materia il Commissario per gli usi civici della Regione Abruzzo, la settimana scorsa il Consiglio di Stato ha ributtato la palla al Tar che, già da tempo, ha riconosciuto che i terreni su cui è stato costruito il carcere appartengono alla frazione di Preturo.
E mentre Consiglio di Stato e Tar giocano a palla avvelenata preoccupa il futuro dei 188 detenuti del carcere di Massima sicurezza dell'Aquila. Nell'ipotesi di chiusura, dove verrebbero trasferiti? Non di certo in una delle case circondariali della regione che già superano di una unità il numero massimo di capienza (1658). Dei 188 detenuti conteggiati a L'Aquila al 31 dicembre 2020, di cui 18 stranieri, 188 sono uomini e 13 donne.
Inoltre come ricordato da Mauro Nardella, segretario generale territoriale Uil Pa polizia penitenziaria e componente della segreteria confederale Cst Uil Adriatica Gran Sasso, il carcere del capoluogo abruzzese è la struttura con il più alto numero di detenuti d'Italia ristretti al cosiddetto regime speciale del 41bis.
Su un centinaio di detenuti sottoposti al 41bis, sette sono donne. Tra queste c'è anche Nadia Desdemona Lioce, la leader delle ex nuove Brigate Rosse, condannata a tre ergastoli per gli omicidi, commessi con finalità di terrorismo. Sono solo 70 i posti vuoti nel carcere delle Costarelle e 75 quelli liberi nell'istituto penitenziario di Vasto.
Le altre carceri abruzzesi sono tutte piene, anzi abbondano. Infatti, Teramo conta 303 detenuti (cap. max 255); Pesca 297 (cap. max 278); Lanciano 244 (capienza massima 229); Chieti 88 (capienza massima 82); Sulmona 359 (capienza massima 329) e Avezzano 58 (capienza massima 53).
Per Tonino Nardantonio, presidente dell'Aduc di Preturo, c'è ancora tempo forse prima dell'irreparabile ma il territorio, le istituzioni e la politica dovrebbero prendere il toro per le corna e arrivare alla soluzione. Costarelle a rischio chiusura? Si arriverà all'abbattimento del carcere? Questo non è dato a noi saperlo. Per ora si ipotizza solo un accordo tra amministrazione separata di Preturo e Agenzia del demanio col riconoscimento dell'indennizzo economico.
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 10 gennaio 2021
Don Russo: qui la regola, quando va bene, è vivi e lascia vivere. Si parlano venti lingue diverse, in pochi sanno l'inglese. Chi è qui sa che resterà solo per pochi mesi per poi tornare alla vita randagia che conduceva prima. "L'altra mattina passeggiavo nel reparto giudiziario, mi sono avvicinato a una cella, c'era un televisore che trasmetteva musica araba, ho fatto un cenno di saluto al detenuto maghrebino che era sdraiato sul letto, ma lui mi ha guardato seriamente e poi ha voltato lo sguardo dall'altra parte. Era un chiaro segno di rifiuto di dialogo". Don Vincenzo Russo è il cappellano di Sollicciano da 16 anni. Un lavoro difficile, tanti i reclusi che neppure lo degnano di uno sguardo.
Don Russo, cos'è diventato il carcere di Sollicciano?
"Un luogo di estremo degrado sociale e mentale, dove i reclusi attendono la fine della pena per tornare a condurre la vita randagia che conducevano prima. E questo è il frutto dei cambiamenti
che avvengono nel mondo".
Ci spieghi...
"In Italia e nel mondo sono aumentate le povertà e le disuguaglianze, questo costringe un sempre maggior numero di persone a intraprendere percorsi di marginalità, che spesso sfociano nella delinquenza e nella micro criminalità. E così il carcere si popola di reclusi che restano in cella soltanto per qualche mese e non hanno alcun interesse a cominciare un percorso trattamentale rieducativo, viste anche le condizioni drammatiche del penitenziario".
Chi sono i detenuti di Sollicciano?
"Quasi due terzi sono stranieri - nigeriani, maghrebini, albanesi, georgiani, serbi - spesso in carcere per consumo e spaccio, furti e rapine. Ci sono oltre venti nazionalità diverse e questo non aiuta l'integrazione".
Non è sempre stato così?
"No, vent'anni fa era diverso. I detenuti erano più stabili, c'era meno micro criminalità e maggiore presenza di detenuti di lungo corso, che magari avevano commesso reati più pesanti. Sembra un paradosso, ma sono proprio questi i reclusi con cui si può cominciare un percorso perché sanno che dovranno stare molti anni in carcere".
Ma in Italia sono tutte così le carceri?
"Sollicciano è uno degli istituti italiani in cui c'è la percentuale di stranieri più alta".
E gli agenti?
"Troppo pochi, almeno 50 in meno, per gestire una popolazione sovraffollata come quella di Sollicciano".
Conoscono le lingue per parlare coi reclusi stranieri?
"Qualcuno sa l'inglese, ma non le lingue dei reclusi, e questo è un problema".
Quindi non c'è dialogo tra agenti e detenuti?
"Soltanto gli agenti più anziani, talvolta, assumono un ruolo che va oltre il mero lavoro di sorveglianza. Ma nella maggior parte dei casi, si vive e si lascia vivere, nel senso che i reclusi ignorano gli agenti perché fanno parte del sistema, e di conseguenza gli agenti hanno difficoltà a parlare con loro".
di Valentina Marotta
Corriere Fiorentino, 10 gennaio 2021
"Sollicciano non è il carcere delle torture, la maggior parte della polizia penitenziaria non è Torquemada, l'implacabile inquisitore spagnolo. Ma, sia chiaro, ogni poliziotto deve rispondere delle proprie condotte". È un uomo di esperienza Carmelo Cantone che, da reggente del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria di Toscana e Umbria e contemporaneamente provveditore del Dap di Lazio, Molise e Abruzzo, sovrintende 44 istituti di pena. È amareggiato per l'inchiesta che ha scosso il carcere fiorentino, ma è anche ottimista perché "esistono gli anticorpi all'interno della stessa amministrazione penitenziaria".
Un magistrato tenace, il pm Christine von Borries, l'ex direttore del carcere Fabio Prestipino e un gruppo di investigatori del Dap hanno sollevato il velo sui pestaggi che sarebbero avvenuti a Sollicciano tra il 2018 e il 2020. "Non posso parlare dell'inchiesta - dice Cantone - ma la sua evoluzione dimostra che all'interno dell'amministrazione penitenziaria abbiamo le risorse per intervenire, denunciare e correggere certe rotte". Siciliano di Catania, un passato a Firenze a capo, da titolare, del Dap toscano, conosce bene la realtà di Sollicciano.
Il carcere fiorentino ospita circa 700 detenuti, tra condannati e in attesa di giudizio per reati comuni; non ci sono reclusi per 41bis o per criminalità organizzata. Circa trecento, tra agenti e ispettori della polizia penitenziaria chiamati a gestire una popolazione carceraria che quasi il doppio di quella consentita.
"Senza dubbio esiste un problema di sovraffollamento, ma non è eccezionale - premette Cantone - la capienza ottimale è di 600 persone secondo quanto fissato dalla Corte europea dei diritti dell'Uomo". Le problematiche sono anche altre. "Più del 50% dei detenuti è extracomunitario, con forti confidenze con la droga e problemi di disagio psichico. Indagati o condannati per spaccio o furti, ma soprattutto senza legami con la città - spiega il provveditore - Si tratta di detenuti mordi e fuggi, casi da sliding doors: gente che non ha una caratura di pericolosità sociale elevatissima, ma in un penitenziario rappresenta un significativo rischio. Non è detto, quindi, che il carcere sia il contenitore ideale".
Per questo il personale della Polizia penitenziaria, sotto organico, andrebbe potenziato. È sufficiente? "Bisogna puntare sulla formazione continua di agenti e ispettori, improntata all'equilibrio e alla lucidità nella gestione delle situazioni più complesse. Tutti i giorni, ogni poliziotto è impegnato a stroncare situazioni di tensione tra detenuti ricorrendo alla forza solo secondo le regole. Inoltre l'agente deve occuparsi anche di chi ha tentato di togliersi la vita, ha problemi di salute o vuole mettersi in contatto con la famiglia".
E poi annuncia: "A Sollicciano in primavera potrebbe arrivare il nuovo direttore: sono al via le procedure per l'assegnazione degli incarichi. Negli ultimi anni si sono avvicendati 4 dirigenti: colpa della legge che prevede incarichi triennali. Per il carcere fiorentino occorrerebbe mantenere la barra dritta per cinque anni".
di Nello Scavo
Avvenire, 10 gennaio 2021
"Nessuno di questi vuole fermarsi in Croazia, ma noi dobbiamo fermarli". Sulla rotta balcanica, tra i disperati in fuga dalle guerre (provocate anche dall'Occidente e dai suoi alleati).
La cronaca di un'altra emergenza umanitaria annunciata comincia dalla bufera di neve che per il terzo anno di fila ha quasi sepolto i campi profughi sul confine tra Bosnia e Croazia, trasformati in una trincea d'altri tempi. Pochi tra i migranti bloccati a Bihac e Velika Kladusa si azzardano a sfidare il manto bianco che poco più in là nasconde trappole mortali.
La maggior parte dei tremila accampati, tra cui i 1.200 in cerca di una sistemazione dopo l'incendio nel campo di Lipa, prima di ritentare i 300 chilometri di cammino verso l'Italia attenderanno che le temperature tornino sopra lo zero. Qualcuno però sfida la sorte, nella speranza che anche le guardie croate abbiano freddo.
"Ne prilazite", avverte il cartello. "Non avvicinarsi", perché questo è uno dei campi minati più pericolosi al mondo. Nella foresta di Bonja c'è il più recente tra i varchi aperti dai trafficanti. Lontano dai percorsi più noti al tam tam della rotta balcanica, in media chiedono 200 euro per ciascun migrante da guidare lungo i sentieri fin nel territorio croato. Di solito i passeur se la danno a gambe appena dopo il confine. I boschi, infatti, sono pattugliati giorno e notte. Arrivare a Bonja è un'impresa. Un viaggio tra edifici bombardati, eredità della guerra nella ex Jugoslavia, e chilometri di fango e torrenti senza anima viva. Non ci sono mappe stradali aggiornate, i telefoni diventano muti, e a ogni passo c'è da sperare di non essere incappati in un sinistro souvenir di guerra. Sono le cosiddette "aree sospette di mine". Quasi il 99% delle trappole esplosive è ancora nascosto tra i boschi.
Il centro croato per lo sminamento, che da anni lavora incessantemente per mettere in sicurezza i quadranti più a rischio, stima almeno 18 mila esplosivi antiuomo ancora nascosti, oltre a un incalcolabile quantità di bombe inesplose. Dal termine del conflitto oltre 500 persone sono morte dopo aver sentito un micidiale clic sotto agli scarponi, più di 1.500 sono i mutilati. Perciò anche i poliziotti inviati a tenere d'occhio le possibili vie d'ingresso dei migranti non sono contenti di dover restare per giorni quassù.
"Le mine si spostano - racconta un giovane agente dai modi cordiali. Non esiste una mappatura affidabile perché la pioggia, il fango, le frane, cambiano continuamente lo stato del terreno". Mentre ci implora di tenerci alla larga dal sentiero e tornare indietro il prima possibile, il suo sguardo cade dietro al furgone bianco del commissariato. Accovacciati su dei sassi ci sono due donne, due uomini e un bambino. Sono stati catturati pochi minuti prima da una squadra in tenuta antisommossa, poi tornata nella foresta per dare la caccia ad altri irregolari.
"Vi prego - dice - qui non potete fare fotografie. Non dovete fare domande e non potete parlare con i migranti. Sono entrati illegalmente. Adesso arriva il mio capo e vi spiegherà tutto". Poi viene interrotto dalla radio. Sembra che il tenente non creda sia possibile che ci siano dei giornalisti proprio lì. Mentre il poliziotto spiega che non è uno scherzo e che devono venire in forze, riusciamo a parlare con i migranti. Sono curdo-iraniani. Si erano messi in cammino da poco e sono stati intercettati subito. Chiederanno asilo, se gliene sarà data la possibilità. Il bambino non avrà più di 11 anni. È preoccupato, ma non spaventato. Una delle due donne tiene la testa bassa mentre arrivano i furgoni senza finestrini. All'interno solo due panche d'acciaio ancorate e diverse catene con manette agganciate ai sedili. È li che la famiglia di profughi verrà caricata. Gli agenti, però, non vogliono dirci dove li portano.
La dozzina di poliziotti indossa tute blu. Le mani coperte da guanti mozzati con le nocche rinforzate. "È per proteggerci dal freddo", assicurano. Secondo le denunce di diverse organizzazioni umanitarie e dalle inchieste del Commissario croato per i diritti umani, uomini con analoghe divise sono stati ripresi mentre aggredivano i migranti nel corso dei respingimenti verso la Bosnia. Il governo di Zagabria ha garantito di avere avviato decine di indagini interne, ma esclude che le proprie forze di polizia possano essere state coinvolte in violazioni contro i diritti umani.
Il lavoro che Ipsia-Acli insieme alla Caritas sta svolgendo lungo la rotta balcanica "è proprio quello di non rincorrere l'emergenza, che - spiega la coordinatrice Silvia Maraone - puntualmente si ripresenta a ogni inverno. Semmai scegliamo di creare spazi di relazione con le persone che altrimenti vengono trattate semplicemente come numeri da mettere in coda per ricevere il cibo, le scarpe, le coperte".
Oltre agli stranieri presenti nei campi, moltissimi altri che vagano alla ricerca di una sistemazione di fortuna. "Da mesi sapevamo che il campo di Lipa era inadeguato. Per ragioni politiche il governo bosniaco non ha ottemperato all'impegno di portare almeno l'elettricità nel campo". Poi è arrivato un incendio alla vigilia di Natale e centinaia di persone sono rimaste senza neanche una tenda di plastica sotto cui ripararsi.
Attraversare il confine non è poi così difficile. La foresta è una terra di nessuno. La frontiera non è segnalata. Solo il gps può indicare con precisione lo sconfinamento. E quando raggiungiamo il territorio bosniaco, lungo la stradina di fango abitualmente percorsa dai trafficanti di uomini e dai contrabbandieri, una camionetta sopraggiunge dalla direzione opposta e corre a fermarci. "Andate via, ci sono anche trafficanti armati, sono pronti a sparare", prova a spiegare mostrando la divisa completamente ricoperta di fango solo sul davanti, come se avesse strisciato per terra.
Dal 2017 il Centro per gli studi sulla pace di Zagabria ha depositato sei denunce penali. Due nelle settimane scorse, a causa della detenzione di 13 stranieri, tra cui due bambini, poi consegnati "a dieci uomini armati vestiti di uniformi nere, con il passamontagna sulla testa". Secondo l'accusa, "gli uomini in divisa nera hanno picchiato, umiliato e respinto le vittime dal territorio della Repubblica di Croazia fino alla Bosnia-Erzegovina".
Fonti del ministero dell'Interno hanno reagito sostenendo che potrebbe trattarsi di "civili armati" che sfuggono al controllo della polizia. Intanto l'ufficio del difensore civico presso la Commissione Ue ha avviato il 20 novembre una indagine per accertare se vi siano state omissioni o comportamenti illegali da parte delle polizie sui confini di Italia, Slovenia e Croazia, finalizzati al respingimento verso la Bosnia. "Nessuno dei migranti è intenzionato a fermarsi in Croazia", ammette un poliziotto al posto di controllo di Veliki Obilaj. "Però dobbiamo fermarli lo stesso per proteggere i nostri confini. Sono gli ordini - dice. E poi ce lo chiede l'Europa".
di Carlo Tecce
L'Espresso, 10 gennaio 2021
Dalla precarietà allo stress, il dicastero è al lavoro da mesi sugli effetti psicologici sugli studenti della Dad. L'Espresso ha consultato i documenti riservati. La didattica a distanza fa male. Si ha paura a dirlo, per non sovrapporre i drammi. Al ministero dell'Istruzione, però, lo sanno da mesi che quel rito digitale conosciuto con la sgradevole sigla di "dad", nel lungo periodo, fa male agli studenti, riduce l'apprendimento scolastico, amplifica il disagio sociale, genera disturbi psicologi.
Al ministero dell'Istruzione lo sanno perché da mesi, da agosto soprattutto, sono sopraffatti da tabelle, ricerche, documenti riservati che provengono anche dalla collaborazione col Consiglio nazionale dell'ordine degli psicologi. L'ultimo aggiornamento è di gennaio, riguarda un dettagliato sondaggio fra gli studenti.
Così il ministero di Lucia Azzolina insiste fra le mura sorde del governo: a distanza, ma se necessario, se la pandemia infierisce ancora, non per pigrizia intellettuale, non per impreparazione amministrativa. Non sarebbe perdonabile. Il ministero dell'Istruzione, solo, si muove con ostinazione per i diritti degli studenti in un momento di doveri e il governo giallorosso, mai tanto compatto su un punto, reagisce infastidito. Come se non sopportasse questa ragionevole ostinazione. Allora si litiga e ci si confonde.
Qualcuno ha pensato alle conseguenze. "Il virus fa chiudere la scuola. La prevenzione non si contesta. Però la scuola chiusa apre nei ragazzi grosse ferite. Quelle invisibili, le più insidiose. Non facciamo finta che non esistano", racconta il dottor David Lazzari, presidente del Consiglio nazionale dell'ordine degli psicologi. Lazzari cura le ferite invisibili, scandisce concetti pietrosi con quel tono lieve dei professionisti che illustrano un evento medico ai neofiti, storditi al primo assaggio di dolore.
Sin da agosto gli psicologi italiani supportano il ministero dell'Istruzione e con la solita fatica, per l'irreversibile lentezza della burocrazia, aiutano presidi e docenti a scovare e sanare le ferite invisibili degli studenti che siedono in aula con la mascherina chirurgica oppure alla scrivania della cameretta per la "dad": "Il nostro compito è intervenire in tempo sugli studenti per scongiurare le cicatrici e tutelare l'apprendimento. I dati che abbiamo raccolto - anche per il ministero di viale Trastevere - ci svelano che fra i ragazzi costretti a casa c'è un senso diffuso di stress, nervosismo, irritabilità e depressione", afferma Lazzari.
Gli adolescenti, i più colpiti, hanno messo in pausa completa l'esistenza e ogni annuncio del tal ministro o tal governatore di rientro in classe, più o meno attendibile, una volta anticipato, una volta posticipato, non fa che accrescere un sentimento di estrema precarietà. La scuola come luogo di trasmissione del contagio, o forse no, non troppo. Tutto è vago. Tutto è vario. Le conseguenze non lo sono.
Il Consiglio nazionale dell'ordine degli psicologi, assieme a una società di indagini demoscopiche, a dicembre ha svolto per il ministero un'analisi trasversale alla popolazione scolastica con una serie di quesiti preparati dal proprio centro studi. Lazzari e colleghi hanno coinvolto gli alunni dalla materna alle superiori e anche i genitori: "Le nostre paure sono confermate: la pandemia ha scatenato disagi che velocemente si trasformano in disturbi. La didattica a distanza acuisce i pericoli, non ne abusiamo con leggerezza".
Chissà se il governo di Conte pensa alle conseguenze, mentre colora le regioni, sparge tappeti igienizzanti per le suole e scomodi banchi a rotelle. Chissà se le regioni ci pensano, soprattutto quando invocano poteri e con fiera autorità serrano le scuole, come esclusiva e valida soluzione ai mali del virus. Il ministero di Lucia Azzolina un po' ci ha pensato e dallo scorso agosto ha intensificato i contatti con gli psicologi.
Il 9 ottobre il ministero ha firmato un protocollo d'intesa con il Consiglio nazionale e lì ha esposto, in forma chiara, ignorata ai più, i suoi indicibili timori: "Si intende realizzare una serie di attività rivolte al personale scolastico, a studenti e a famiglie, finalizzate a fornire supporto psicologico per rispondere a traumi e disagi derivanti dalla pandemia. Si ritiene necessario predisporre un servizio di assistenza psicologico. Si intende avviare azioni volte - si legge ancora nel documento ufficiale - alla formazione dei docenti, dei genitori e degli studenti, in maniera da affrontare, sotto diversi punti di vista, le tematiche riguardanti i corretti stili di vita e la prevenzione di comportamenti a rischio per la salute nonché avviare percorsi di educazione all'affettività".
Queste premesse, firmate da Azzolina e controfirmate da Lazzari, si sono tramutate in un fondo di 40 milioni di euro per gli oltre 8 milioni di studenti distribuiti in 8.290 istituti. Più un timido approccio che un progetto ponderoso. Di certo più di niente. Il 26 ottobre il ministero ha inviato una circolare ai dirigenti scolastici per le indicazioni sui bandi da attivare entro il 31 dicembre. Alla vigilia di Natale ne ha spedita un'altra per convincere i più scettici: "Circa l'ottanta per cento degli istituti scolastici ha aderito. Alcuni hanno già iniziato a novembre, altri avranno presto lo psicologo a scuola per operazioni individuali o collettive", commenta Lazzari, che sul tema si è confrontato con Agostino Miozzo, il capo dell'ormai noto Comitato tecnico scientifico (Cts), il gruppo di consulenti sulla pandemia del governo.
"Imparare da remoto è una sfida. I ragazzi generalmente imparano quando sono coinvolti attivamente e in ambienti in cui si sentono al sicuro e socialmente connessi. Imparare a distanza richiede un livello di attenzione sostenuta e un grande controllo emotivo. La richiesta è per tutti: studenti, insegnanti e genitori", ha spiegato alla rivista della Harvard Chan School la ricercatrice e psicologa americana Archana Basu, istruttrice della divisione di psichiatria infantile e dell'adolescenza al Massachusetts General Hospital, assai stimata dagli psicologi italiani. Questo era il preambolo. Questa è la conclusione di Basu: "La nostra sicurezza fisica e sociale è messa a dura prova. L'abbiamo chiamata scuola da casa, ma è una scuola di "crisi" a casa. Le preoccupazioni per la sicurezza sollecitano il sistema limbico, che può interferire con l'apprendimento".
Lazzari insorge: "Per favore smettiamola di parlare di didattica a distanza. Nessuno ha preparato le famiglie, gli studenti, gli insegnanti a un'esperienza così pesante. Non basta un abbonamento gratuito a internet per espletare il compito. Qui si tratta di lezioni seguite davanti a uno schermo senza alcun coinvolgimento. L'aula di una scuola è lo spazio di eccellenza per la crescita psicologica e non abbiamo surrogati. Noi siamo indotti a credere che la scuola sia un contenitore di informazioni e nozioni. Se fosse così, sarebbe obsoleta. Invece la scuola ha una funzione fondamentale per strutturare le competenze psicologiche che ci offrono flessibilità, credibilità, maturità, capacità di fronteggiare le varie situazioni che la vita ci pone. E lo Stato non ha altre leve per allenare al meglio la sua società di domani".
L'associazione degli psicologi americani ha diffuso un prontuario per tentare di semplificare una missione improba degli insegnanti: decifrare i segnali di malessere che arrivano dagli studenti attraverso un collegamento a una piattaforma digitale e non alla tradizionale lavagna e poi rivolgersi agli specialisti. "La pandemia ha causato molta preoccupazione. Questi fattori di stress - scrivono - possono provocare problemi di salute mentale a chiunque e la comparsa di sintomi acuti per chi ne soffre già". Lazzari fa un'osservazione: "Non mi spendo in una lotta di categoria, sarebbe immorale, ma vorrei precisare che la rete psicologica pubblica italiana è insufficiente: abbiamo 8,4 dottori su 100.000 abitanti contro i 49 dei francesi".
La commissione paritetica composta da funzionari ministeriali e psicologi dell'Ordine ha ricevuto molte segnalazioni di criticità dagli insegnanti e dagli esperti che operano nelle scuole; tant'è che il 24 novembre, dopo un incontro di Azzolina con Lazzari al dicastero di Viale di Trastevere, si è deciso di accelerare i buoni propositi del protocollo d'intesa.
Il Comitato tecnico scientifico è consapevole dei rischi generati da un massivo (eccessivo) utilizzo della cosiddetta didattica a distanza per gli adolescenti. Il Consiglio nazionale dell'ordine degli psicologi ha sempre riferito al Cts di Miozzo che la scuola è una priorità delle ripartenze, anche se non si tramuta in immediati benefici sul prodotto interno lordo, semmai sul futuro capitale umano dell'Italia. Il Cts annuisce, il governo pure, ma soltanto per la capienza degli autobus si è discusso senza esiti per mesi. Ci sono condizioni generali e oggettive che impediscono l'ingresso a scuola in alcuni periodi di particolare virulenza della pandemia, ma da subito, dal 3 marzo 2020, la scuola è stata spinta ad arrendersi al virus.
E non si è più riavuta. I ragazzi dai 13 ai 19 anni, che da marzo non sono riusciti più a mettere piede a scuola, tranne chi ha fugacemente partecipato all'esame di Stato, rapido come i tamponi antigenici, in un sondaggio di settembre promosso dagli psicologi, per la maggior parte si sono dichiarati ottimisti sul ritorno alla normalità dopo la fine della pandemia. Poi le speranze, e anche le sensazioni positive, come dimostra l'ultima rilevazione, si sono rarefatte.
Chiosa Lazzari: "I ragazzi adolescenti sono palazzi in costruzione, sono i più facili da riparare, ma anche quelli che patiscono i danni maggiori da un fenomeno avverso. La pandemia gli ha sottratto un pezzo di mondo come al resto della popolazione, ma la loro specifica fragilità ci obbliga a una reazione migliore, più efficiente. Un modo per non avere rimpianti è valutare ciò che accade quando li lasciamo al computer per una lezione di matematica e l'altro modo è dirsi la verità". Pensare alle conseguenze.
di Salvatore Sica
Il Dubbio, 10 gennaio 2021
Le polemiche dopo il blocco dei social di Trump. Chiariamo subito un aspetto: le scene dell'irruzione a Capitol Hill dei giorni scorsi mettono profonda inquietudine, tanto più se si considera il contesto della democrazia americana fin qui considerata leading!
Episodio di una gravità senza precedenti, che impone una reazione immediata, civile, culturale e secondo i rimedi di cui dispone l'ordinamento di quel Paese. Ma in misura analoga - sebbene travolta dall'ovvia prevalenza mediatica dei fatti di cronaca segnalati - in questo momento - e non è la prima volta - si è consumata un'altra vicenda che impone una riflessione altrettanto decisiva per le sorti della democrazia a livello globale.
Zuckenberg, il padrone della comunicazione social del nostro tempo, ha disposto unilateralmente il "blocco" dei siti riconducibili a Trump sino alla cancellazione di alcuni post "censurati". Anche in questo caso occorre chiarezza, per evitare equivoci e strumentalizzazioni, tipiche della nostra difficile epoca: il contenuto dei post incriminati è inaccettabile da qualsiasi punto di vista li si consideri. D'altro canto non c'è una sola della affermazioni del guru di Facebook e Twitter che non sia da sottoscrivere, quando sostiene: "Gli eventi scioccanti delle ultime 24 ore dimostrano chiaramente che il presidente Donald Trump intende utilizzare il suo restante tempo in carica per minare la transizione pacifica e legale del potere al suo successore eletto, Joe Biden"; ed ancora: "La priorità per l'intero Paese deve essere garantire che i restanti 13 giorni e quelli successivi all'inaugurazione passino pacificamente e in conformità con le norme democratiche".
Ma il tema è un altro: chi è Zuckenberg per assumere la veste di "censore" del pensiero altrui, in quest'ipotesi di un presidente degli Usa, che io non avrei votato, ma comunque ancora in carica sino al 20 gennaio 2021? La risposta richiede un ragionamento più ampio.
Da circa un ventennio è in atto un fenomeno senza precedenti, che la terribile stagione della pandemia ha accentuato ed agevolato: il passaggio definitivo alla società della comunicazione globale, in una situazione di rovesciamento delle realtà, nel senso che oggi è prioritariamente vero ciò che risulta dalla diffusione social rispetto alla stessa effettività dei fatti storici.
Il processo ormai ha connotati, direi, di definitività: tutto è on line, le relazioni interpersonali, gli scambi commerciali, la medicina, la giustizia, la didattica scolastica, la pubblica amministrazione. In quest'orgia comunicazionale, certamente ricca di aspetti positivi - basti pensare a che cosa sarebbe stato il periodo di lockdown in assenza di strumenti di comunicazione avanzata - tuttavia passa in secondo piano un profilo rilevantissimo e decisivo: l'intero processo è nelle mani di pochi soggetti "privati" detentori dello "strumento" tecnologico, custodi gelosi del segreto algoritmico che alimenta il processo, "proprietari" di una mole smisurata di dati personali, che finiscono per "mercificare" gli stessi titolari a cui si riferiscono. Senza che nessuno aprisse gli occhi e mentre tutti erano pazzi della sbornia da social, si è determinato un'inversione di rapporti di forza tra la sfera del pubblico - cioè del potere costituito, di cui è emanazione il diritto, il sistema delle regole - e quella del privato.
Oggi sono i governi ad aver necessità degli Over the Top della comunicazione e non il contrario. Anzi, questa deriva è così avanzata che proprio Zuckenberg non ha fatto mistero in più di un intervento di sognare una società "a misura della comunicazione", come quando ha avanzato di modificare le disposizioni dei vari ordinamenti che fissano un'età minima per accedere ai Social: egli propone sei anni, perché è bene che i bambini imparino subito - e magari anche prima di leggere a scrivere - a frequentare le autostrade della Rete, di cui egli ha il controllo.
La gravità della situazione è ormai evidente allorché la stessa politica si "inginocchia" dinanzi a tale potere privato costituito: le stesse scelte di governo - e sfido a sostenere il contrario - spesso sono dominate dalla ricerca di qualche like in più o dall'accaparramento del maggior numero di followers; anzi, lo stesso ceto politico si "modella" sulla stagione della comunicazione, altrimenti non si spiegherebbe come alcuni mediocri, del tutto privi di contenuto, che sarebbero stati cacciati a pedate in una vecchia sezione di partito, oggi diventano personalità o consiglieri dei principi!
Il disegno dei "padroni del vapore" della Rete pare avviarsi alla fase finale: la pretesa, dopo aver creato dipendenza dal mezzo su cui esercitano il controllo, di gestirne i contenuti, assurgendo ad arbitri, censori, giudici. Insomma, le immagini dei seguaci di Trump che profanano il tempio della democrazia americana mettono tristezza e creano allarme; la presa di posizione del guru dei Social è, ribadisco, non meno inquietante.
Il Diritto deve con urgenza recuperare il proprio spazio. Deve farlo con le masse ignoranti ed eversive che sfondano vetri e porte del Campidoglio, deve farlo con le multinazionali della comunicazione, che è tempo che paghino le tasse in base al profitto che realizzano, che consentano con trasparenza di tracciare la sorte dei dati che raccolgono a nostra insaputa, che intervengano, su ordine di un potere pubblico, a bloccare prontamente non i soli account di Trump, ma anche quelli dei milioni di haters che ogni giorno inquinano il mondo con notizie false e ed affermazioni e video indecenti. Ma è urgente che almeno qualcuno si riprenda dall'ubriacatura in cui siamo immersi!
*Direttore di IN. DI. CO. (Informazione- Diritto- Comunicazione), Ordinario di diritto privato
di Walter Siti
Il Domani, 10 gennaio 2021
In questo periodo gli scrittori si infilano spesso nelle proprie opere, come dei blogger qualunque, e cercano di legittimare l'invenzione letteraria ancorandola all'attualità. Ma così sviliscono il proprio ruolo e quello della scrittura.
Nell'ultimo romanzo di Emmanuel Carrère, Yoga, c'è un passo che riguarda il generale Massu, il torturatore d'Algeria; nell'intervista rilasciata a un settimanale il generale avrebbe detto, riferendosi alla tortura con gli elettrodi, "non bisogna esagerare, non fa poi così male, l'ho provata su me stesso".
La "stupida oscenità" di questa frase Carrère la trasferisce a ciò che talvolta pensano gli scrittori di autofiction: "Sì, parlo male degli altri, però parlo malissimo anche di me stesso": la differenza sta, riflette Carrère, nel fatto che se io ho in mano lo strumento decido io fin dove posso sopportare, mentre l'angoscia degli altri deriva dal non poter sapere dove io mi fermerò.
Narrare è far male La giusta riflessione gli si è poi rivolta contro, ora che la ex moglie Hélène Devinck lo ha accusato di esser venuto meno ai patti (addirittura sottoscritti davanti a un notaio) di non aggredirla nei suoi scritti e di non parlare delle loro cose intime - accusandolo anche, al passaggio, di essere un bugiardo patentato e di aver trasformato una sola settimana trascorsa con lei a Leros in due mesi di insegnamento ai migranti là raccolti.
Insomma, di travisare la realtà nel suo romanzo: bella scoperta, verrebbe da dire. È vero che da un po' di tempo vige la moda di "fare i nomi" nei romanzi, inserendovi lacerti di realtà controllabili sui giornali o all'anagrafe: non solo nell'autofiction propriamente detta, ma anche nei non-fiction novel ispirati a delitti famosi o a vite in qualche misura notevoli, e infine in quelle forme di meta-narrazione per cui un autore non racconta una storia ma piuttosto il come e il perché lui abbia deciso di raccontare quella storia.
Come se ci fosse bisogno di un sigillo di autenticazione, quelle che vi racconto non sono balle. Da dove nasce questo bisogno? In primo luogo, direi, dalla necessità di non essere sommersi nel diluvio usuratissimo di invenzioni inoffensive della letteratura d'intrattenimento; poi conta, in una realtà aumentata che pare sempre più finta, il piacere di sfidarla sul suo terreno, "allora ti insegno io come devi essere"; e di sicuro influisce il maggior appeal commerciale delle "storie vere"; né trascurerei lo smarrimento di fronte a una mutazione culturale che si percepisce come radicale, col conseguente rifugio in ciò che si crede di conoscere con più certezza, l'io (così fece Dante a suo tempo, e così Cartesio).
Darei meno peso all'esigenza di "essere coinvolti": Dostoevskij non era forse coinvolto nelle crisi epilettiche del principe Miškin, pur scrivendo in terza persona e riparandosi dietro un nome fittizio? Non si può narrare davvero senza far male a qualcuno, che lo si faccia in prima o in terza persona, con nomi veri o finti. Ne sa qualcosa Thomas Mann a cui i bravi cittadini di Lubecca tolsero il saluto dopo l'uscita dei Buddenbrook; e a loro rispose che la forma è crudele, che per ottenerla bisogna trovare in sé un "amore secondo" più forte dei rispetti umani, che soltanto così la letteratura tiene fede al proprio compito di conoscenza mediante radiografia del reale, perché invece "alla realtà piace che le si parli con frasi sciatte".
Per disturbare e far soffrire non si deve nemmeno arrivare alla diffamazione indiscreta: c'è un'accorata lettera di una signora inglese a Flaubert, un'amica di famiglia, in cui lei si dichiara dispiaciutissima che un ragazzo buono e promettente come Gustave abbia sprecato il proprio talento in una storia squallida e miserabile come quella di Emma Bovary, e pensa a quanto dolore debba aver provato la povera madre dello scrittore leggendola.
Certo, coi nomi veri la cosa è più diretta, più passibile di querela in tribunale; all'origine del romanzo moderno, nel Settecento inglese, c'è proprio la volontà da parte degli editori di sottrarsi alle denunce delle famiglie nobili e potenti: meglio raccontare vicende di gente comune e non identificabile (quale prostituta, se pure si fosse riconosciuta in Moll Flanders, avrebbe potuto citare Defoe in giudizio? Dante poteva permettersi molto di più, perché la sua patria l'aveva già condannato a morte: se decideva di cacciare Branca Doria all'inferno mentre questi era ancora vivo, bastava assicurarsi che il suo protettore del momento fosse nemico dei Doria.
Lui lavorava per l'eterno, e lo sapeva. Le muse Torniamo ai giorni nostri: c'è chi ha interpretato l'intervista della ex moglie di Carrère come la ribellione delle donne che si rifiutano di essere ancora le "muse" degli scrittori maschi; il che naturalmente è giusto, e ha precursori: già più di quaranta anni fa la zia di Vargas Llosa rispose a La zia Julia e lo scribacchino con una propria versione dei fatti, e più di ottocento anni fa Eloisa aveva dato una bella lezione sull'amore ad Abelardo.
Molto più tragicamente, trent'anni fa Serge Doubrovsky nel Libro spezzato aveva messo in scena un gioco al massacro tra marito e moglie proprio facendoli discutere insieme di un libro che raccontava la loro intimità, concluso nella realtà con la morte della moglie, la più fragile della coppia. Ma non è che le donne, quando sono loro a scrivere, si trattengano da attacchi pesanti: Emma Cline non scrive il cognome Weinstein nel suo Harvey, ma il nome di battesimo basta e avanza.
Più che farne una questione di genere, mi pare che il rischio sia un altro: sia cioè la confusione che nasce tra l'autore come persona empirica e l'autore come personaggio dentro la propria opera. Come se l'indistinguibilità dei due piani mettesse in comune le responsabilità, e il personaggio dovesse scontare sul piano estetico il giudizio morale sulla persona (se Carrère è misogino e bugiardo, allora non mi piace nemmeno il suo romanzo).
Io credo che le due cose debbano restare nettamente separate: in quanto cittadino, l'autore deve essere pronto ad accettare tutti i rancori privati o eventualmente le condanne penali previste dalle leggi dello stato; in quanto scrittore, il suo unico dovere è lasciar fare e dire al proprio io letterario tutto quello che l'ispirazione gli detta.
E pretendere che la sua opera venga giudicata in quanto "forma" (comprendendovi anche la "forma del contenuto", cioè la scelta e la disposizione dei temi). Cronaca della letteratura? Nella teoria letteraria (quando ancora esisteva una teoria letteraria, anzi ce n'era perfino troppa) la distinzione tra autore e personaggio era chiara, come era chiaro il discrimine tra il "giudizio di valore" (cioè la bellezza di un testo, legata a criteri come la coerenza dei livelli, la novità rispetto agli stereotipi, la tenuta stilistica) e il "gusto" dipendente dalla varietà delle circostanze pubbliche e personali. La Storia è una somma di ingiustizie e di errori, ma per eliminare ingiustizie ed errori non è una buona idea eliminare la Storia.
I classici, più o meno tutti, hanno avuto lettori o periodi storici a cui non sono piaciuti. Ma sono rimasti classici, e per cambiare il canone ci vuole tempo e pazienza (Le illusioni perdute è un romanzo migliore della Capanna dello zio Tom, e non basta il movimento Black lives matter per sovvertire il giudizio); non basta sostituire al bello/brutto un mi piace/ non mi piace, bisogna convincere con buoni motivi - non possiamo ridurre la storia della letteratura a una cronaca della letteratura.
Le rivoluzioni nel campo letterario possono accadere: bellezze che parevano consolidate non sono più considerate tali, mentre altre vengono scoperte dopo essere state negate per secoli; ma non ha senso che il processo venga accelerato perché in questo periodo gli scrittori si infilano più spesso nelle proprie opere, come dei blogger qualunque.
La letteratura è un'attività élitaria come l'architettura e la chirurgia, non tutti possono progettare un ponte o applicare uno stent coronarico; solo perché le parole sono di tutti, non è una buona ragione per praticare lo spontaneismo, anzi il populismo letterario. Gli storici, diceva Aristotele, raccontano quel che è accaduto, i poeti [leggi: gli scrittori creativi] quel che potrebbe accadere; il diaframma tra i due mestieri si è fatto sempre più sottile: un romanziere di razza come Javier Cercas protesta continuamente di non potersi permettere l'invenzione, ma ogni scusa è buona per trasgredire.
Nel Sovrano delle ombre racconta la storia di un suo prozio, morto giovanissimo combattendo per la Falange franchista, e si chiede a lungo quanto questo racconto possa far soffrire la famiglia, tutta di simpatie falangiste all'epoca e per la quale quel giovane è sempre stato un eroe.
La madre lo accompagna nell'ultimo sopralluogo e reca sul viso sia la pena che la soddisfazione - il risultato è ambiguo. Mentre per il giornalismo la libertà di "fare i nomi" si connota necessariamente come coraggio, per la letteratura la frequentazione della cronaca si arricchisce (o si sporca) di sfumature ambivalenti; la sua libertà è anche libertà di travisare e mentire, per fedeltà a impegni di più lungo periodo o semplicemente per vigliaccheria.
di Massimo Giannini
La Stampa, 10 gennaio 2021
C'era una volta l'America. Ce lo ripetiamo con angoscia, dopo il quasi golpe di Capitol Hill. L'attacco al cuore della più grande e più antica liberal-democrazia del pianeta è già Storia. Quelle immagini ci costringono a ripensare "una certa idea dell'America". Quella di cui parla Obama nella sua autobiografia, e che noi europei e occidentali amiamo da sempre. L'America del "noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati uguali". L'America raccontata da Tocqueville, Whitman e Thoreau. L'America dei pionieri che si sono spinti verso ovest sperando in una vita migliore o degli immigrati sbarcati a Ellis Island inseguendo un sogno di libertà. L'America di Thomas Edison e dei fratelli Whright, di Chuck Berry e Bob Dylan, di Lincoln a Gettysburg e di Luther King al National Mall. L'America della Costituzione e del Bill of Rights, dei soldati esausti sulle spiagge della Normandia e del Piano Marshall.
Quelle immagini ci obbligano soprattutto a riflettere sui destini della democrazia. Possiamo finalmente usare la parola "fascista"? Se lo chiede Paul Krugman, che sul New York Times non ha dubbi. "Donald Trump è a tutti gli effetti un fascista, un leader autoritario pronto a usare la violenza per raggiungere i suoi obiettivi razzial-nazionalisti. Lo sono anche i suoi supporter, e chi avesse ancora dubbi su questo se li dovrebbe togliere dopo l'attacco al Congresso di mercoledì scorso". Io non so se Trump sia davvero "un fascista". Certo l'assedio dei "Trump fighters" al Campidoglio segna un punto di rottura democratica. Mostra all'America, e non solo all'America, quali siano gli esiti del "populismo dall'alto".
Il Conducator che vince promettendo il riscatto del ceto medio proletarizzato e una volta raggiunto il potere lo blinda con quella che Bill Emmott chiama la Grande Menzogna: la manipolazione della realtà e la manomissione delle regole (che secondo l'ex direttore dell'Economist furono l'essenza non solo del fascio littorio di Mussolini, ma addirittura del Mein Kampf di Hitler).
Il Capo che stravolge le istituzioni se non si piegano, delegittima le opposizioni se non capitolano, rifiuta le elezioni se non convengono. È la forma moderna del colpo di Stato, ormai infinitamente più sofisticata dei rozzi putch militari degli anni Settanta. Uno scivolamento progressivo dalla democrazia all'autocrazia, che si produce quando un'opinione pubblica prostrata dalla crisi e narcotizzata dalla propaganda non riconosce più l'esistenza e l'esigenza del confine. E chiunque osi denunciare gli abusi dell'autocrate viene immediatamente liquidato come nemico del Popolo e del Paese. Non a caso Trump, nello schema binario e iper-ideologico "o con me o contro di me", chiama i suoi combattenti "patrioti": tutti gli altri, della Patria, sono solo sabotatori. L'indebolimento del tessuto democratico di una nazione nasce anche da qui: la contrapposizione insanabile e la polarizzazione irriducibile tra gli schieramenti trasformano la contesa normale su politica, economia, società, in un conflitto esistenziale su sangue, razza, cultura.
Le lezioni da trarre, da quello che i giornali d'Oltre Atlantico definiscono "American Carnage", sono diverse. Per Krugman, la lezione è che è inutile dialogare con questi nuovi "fascisti": se gli concedi qualcosa non li pacifichi, li incoraggi solo ad andare avanti. È vero che l'eccessiva cautela nel dare un nome alle cose spinge troppo spesso i democratici sulla difensiva, mentre certe derive illiberali andrebbero denunciate e combattute con tutt'altra forza intellettuale e politica. Ma per me la lezione è un'altra. Fascista o no, quel "popolo", emarginato, arrabbiato e radicalizzato, esiste anche da noi. E con quel popolo l'Occidente deve fare i conti. Possiamo pure ironizzare sull'azione sovversiva di Washington, per metà letteraria ("il complotto contro l'America" di Philip Roth) e per metà cinematografica ("il dittatore dello Stato libero di Bananas" di Woody Allen). Ma anche se non si veste con le corna e la pelle di bufalo come Jake Angeli, quel "forgotten man" abita anche nelle nostre periferie. Si perde nelle stesse moltitudini solitarie, si nutre dello stesso risentimento e dello stesso cibo velenoso offerto dalla tavola calda per antropofagi del Web, coltiva la stessa sfiducia nei confronti della democrazia, che non lo vede, non lo aiuta, e dunque non gli serve. È vero, Joe Biden ha stravinto le elezioni americane, e questa è una magnifica notizia per l'intera umanità. Ma non una sola delle ragioni che hanno fatto vincere Trump quattro anni fa è venuta meno. La "protezione" promessa ai diseredati della middle class impoverita e agli esclusi dell'economia globale l'ultradestra repubblicana del tycoon fallito non l'ha garantita. Ma dopo di lui la sinistra democratica dovrà provare a farlo, se vuole svuotare quell'invaso che ribolle di rabbia sociale, e che l'agente patogeno adesso ha persino ingrossato e fomentato.
Fabrizio Barca ha mille ragioni, quando declina in chiave europea e italiana i fatti d'America. Come si fa a negare che quella sommossa degli "invisibili" nasce anche dall'esplosione delle disuguaglianze, che generano emarginazione economica e sociale e poi precipitano in esclusione e ribellione politica? Come si fa a non vedere che queste sacche di disagio profondo stanno crescendo ovunque, gonfiate da un virus che riduce gli spazi residui di libertà, amplifica le riserve indiane dei non garantiti, moltiplica le vite non più sovrane? E come si fa a non capire che la scorciatoia più semplice e più atroce, per queste moltitudini escluse e deluse da ogni politica, alla fine non può che essere un Cesare qualsiasi, anche se inganna il popolo in nome del popolo? Questa è l'altra lezione americana di cui dobbiamo fare tesoro. Dal 2019 ad oggi le forze liberali e progressiste hanno vinto due battaglie cruciali: le elezioni europee e le presidenziali americane. In tutti e due i casi la prima ondata delle destre sovraniste (da Salvini a Orban nella Ue, da Trump a Bannon negli Usa) non ha sfondato o è rifluita. Gli argini delle democrazie, per quanto erosi e porosi, hanno retto l'urto. Ma anche qui la guerra è tutt'altro che finita. E ora che l'economia subisce i morsi devastanti della pandemia, se le risposte dei governi non sono all'altezza rischiamo in politica lo stesso dramma che stiamo vivendo con il Covid: l'arrivo di una seconda ondata populista.
Non possiamo permettercelo, considerando che a marzo si vota in Olanda, a settembre in Germania e nel 2022 in Francia e in Ungheria. Se tutto questo è vero, anche le avventure marziane del Conte Bis e del Conte Ter andrebbero lette con gli occhiali del bene comune e dell'interesse nazionale. Era giusto il 9 dicembre, quando Renzi ha aperto il fuoco amico contro il premier sul Recovery Plan, con una diretta sul suo profilo Twitter. Da allora, ed è passato un mese esatto, a parte i soliti Dpcm un po' confusi l'esecutivo è fermo e avvitato dentro una "verifica" di cui si è ormai perduto il senso. In un momento così delicato, tutto si dovrebbe fare, meno che sfasciare il poco che abbiamo costruito finora e magari lasciare il Paese alle cure di Salvini e Meloni. Gli Sciamani d'Italia, convinti nonostante tutto che "Trump è sempre meglio di Biden".
di Giuseppe Cassini
Il Manifesto, 10 gennaio 2021
Facendo ruotare un mappamondo si scovano pochi luoghi in cui gli Stati Uniti non siano intervenuti con armi o denaro o colpi di Stato al fine di installare despoti di fiducia (hès a son of a bitch, but hès our son of a bitch). Era l'Amerika col kappa. Ora che gli Stati Uniti sono stati a un passo da subire essi stessi un colpo di mano da parte di un son of a bitch di casa, per un'ironia della storia è stata la Sinistra europea a preoccuparsi per prima della tenuta della democrazia targata Usa.
Ma che democrazia è quella che si regge su sistemi di voto surreali; che soggiace al ricatto di contributi elettorali milionari; che concede a un Presidente la potestà di perdonare cani e porci ad libitum? Esaminiamo un attimo questa potestà. Trump ha usato il potere di grazia 94 volte, in genere a beneficio di conoscenti e compari condannati (o condannabili) per truffa o corruzione, e ha commutato le pene a 24 altri suoi sodali. Ha anche perdonato quattro mercenari, non corrotti ma assassini: erano in carcere per aver trucidato nel 2007 a Baghdad 17 iracheni inermi e averne ferito altri 20, donne e bambini inclusi; li aveva assoldati una ditta paramilitare, la Blackwater, appartenente al fratello della ricchissima ministra dell'Educazione, Betsy De Vos, sodale di Trump. Il New York Times si è accomiatato dal 2020 con un pezzo intitolato "No ties to Trump? Don't bet on a pardon" (Nessun legame con Trump? Allora non sperate in un perdono).
La Costituzione nordamericana (art. II, sez. 2) investe il Presidente della potestà illimitata di graziare o commutare pene ai condannati per reati federali, estensibile perfino a reati pregressi non ancora emersi: una sorta di "indulgenza plenaria". Anche i papi e i sovrani del '700 avevano un potere di grazia illimitato ed è curioso che i Padri fondatori - tutti fieri anti-papisti e repubblicani - non si fossero accorti della incongruenza. Ho lavorato per anni a Filadelfia accanto al venerando edificio che ospita i Federalist Papers (85 saggi in cui è distillata la sagacia dei Padri costituenti), ma non sono riuscito a convincermi della ratio di un tale privilegio. Hamilton lo giustificava così nel saggio n° 74: "Senza guarentigie per chi venisse punito a pene eccessive, la giustizia sarebbe troppo crudele". Hamilton aveva previsto tutto eccetto un Trump alla Casa Bianca.
Il Death Penalty Information Center - uno di quegli istituti che rendono grande l'America - pubblica ricerche sulla pena capitale. Alla solita domanda ("La pena di morte è un deterrente contro la violenza?") nove su dieci criminologi rispondono: "No, non ha alcun effetto di deterrenza rispetto al carcere a vita. Anzi, acuisce l'atmosfera di violenza che pervade una società già flagellata dall'uso indiscriminato di armi". Anche il Vaticano si è espresso apertis verbis. Nel Catechismo si legge: "Alla luce del Vangelo, la pena capitale è considerata un attacco alla inviolabilità e alla dignità della persona". Ma i 200 vescovi che guidano gli 80 milioni di cattolici nordamericani (tra cui il neo-presidente Biden e 6 sui 9 membri della Corte Suprema) pensano forse che l'eccezionalismo Usa li solleva dal dovere di catechesi su un tema di vita o di morte come questo? Un amico dell'America abolizionista, già ministro repubblicano e cattolico praticante, ammette di non aver mai sentito a messa tuonare contro la ferocia della pena capitale: "I parroci - mi dice amareggiato - temono di perdere fedeli, visto che gran parte dei cattolici è favorevole alla pena di morte".
L'opinione pubblica, sballottata nella bufera post-elettorale, non ha avuto modo finora di afferrare la logica che si cela dietro la scelta del Presidente di perdonare tanti colpevoli di gravi crimini federali, ma non di commutare la pena a 13 condannati a morte per reati altrettanto federali. Perché l'ha fatto? Perché vuole istillare il principio che - a differenza degli altri reati - i crimini dei "colletti bianchi" sono perdonabili, in modo da precostituire un alone di clemenza a suo favore se mai verrà incriminato, una volta perduta l'immunità. E non è tutto. La decisione del Presidente di riservare le ultime tre esecuzioni, tra cui quella di una donna, subito prima di lasciare la Casa Bianca ha forse una sua "ragione", antica come in una tragedia greca. Ecco le navi degli Achei in partenza per Troia bloccate da una bonaccia, per volere della dea Artemide; solo immolando in Aulide la vergine Ifigenia, figlia di Agamennone, il vento tornerà a gonfiare le vele. Quindi il re è costretto a deporre sua figlia sull'ara sacrificale; ma all'ultimo momento la dea s'impietosisce e fa comparire sull'ara una cerva, che verrà immolata al posto di Ifigenia.
Anche Trump pretende un sacrificio umano - meglio se una donna - quale gesto ben augurante prima di partire dalla Casa Bianca verso un oscuro destino. Saprà alla fine impietosirsi e salvare almeno lei, o prevarranno gli animal spirits che lo hanno funestato per quattro anni? L'iniezione letale per Lisa Montgomery, Corey Johnson e Dustin Higgs è fissata rispettivamente il 12, il 14 e il 15 gennaio, in pratica alla vigilia della salvezza.
Se sarà la legge del taglione a prevalere, il loro caso passerà alla storia come è accaduto per il caso giudiziario di Jean Calas, protestante di Tolosa torturato e giustiziato nel 1762. Fu grazie a Voltaire - non certo al clero francese - che quel caso divenne una cause célèbre e fece avanzare di un passo il cammino verso l'Illuminismo.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 9 gennaio 2021
Questo è un periodo in cui solitamente si tirano le somme dell'anno appena trascorso e si guarda alle possibilità dell'anno appena iniziato. Per il settore Giustizia è stato un anno di cambiamenti, la pandemia ha costretto tutti a rivedere tempi e modalità di lavoro. E tra i magistrati non sono mancate tensioni e fratture per i motivi più vari, basti pensare alle dimissioni di otto toghe, solo nell'ultimo mese, dall'Anm.
Dimissioni che hanno imposto alla categoria una riflessione ulteriore sul dissenso di chi ha scelto di andare via e di chi sta meditando di farlo. Tra i dimissionari più critici c'è il Paolo Itri, attualmente in forza al pool antimafia di Napoli e scrittore. La sua scelta di abbandonare l'Ann si fonda su tre motivazioni principali che il pm ha ribadito in un documento inviato alla giunta napoletana dell'Ann riunitasi ieri per discutere proprio delle dimissioni dei colleghi e aprire a un sereno confronto con chi ha scelto di lasciare l'associazione.
Alla riunione, che si è svolta in modalità da remoto, alcuni dimissionari hanno preso parte in prima persona, altri hanno inviato una lettera, mentre il magistrato Catello Maresca ha scelto di non intervenire né di persona né scrivendo.
Tre, dicevamo, sono tra le principali motivazioni alla base della frattura interna alla magistratura. "La prima - spiega Itri - è quella che desta maggiore sconcerto, soprattutto se consideriamo che tale vicenda riguarda direttamente la categoria dei giudici e dei magistrati, di coloro cioè che più di tutti dovrebbero avere a cuore il rispetto delle norme e delle procedure, uguali per tutti, stabilite secondo le regole dello Stato di diritto".
Il punto è che "nessuna voce si è ancora mai levata dal coro per porre l'accento sul "problema dei problemi": mi riferisco - spiega Itri - al fatto che le regole stabilite dalle circolari del Csm (sulle nomine dei direttivi, dei semidirettivi, della Cassazione, della Procura generale della Cassazione e della Direzione nazionale antimafia) siano state nella indifferenza generale per così tanto tempo sistematicamente e platealmente disattese, se non impunemente violate". Come a dire che questo è un dettaglio, un cavillo, rispetto a baluardi come l'indipendenza della magistratura, il valore dell'efficienza, la declamata ricchezza della cultura della giurisdizione garantita dal pluralismo ideale delle correnti, e così via.
"Eppure, nonostante tutto - aggiunge il pm Itri - noi rimaniamo fiduciosi, in attesa che sullo squarcio di illegalità aperto dalle vicende palamariane, relative alle nomine dei direttivi, si apra finalmente nel Paese un serio e approfondito dibattito, e che qualcuno magari ne tragga, prima o poi, le dovute conseguenze. Perché l'ignavia, l'ipocrisia e la faccia tosta di chi, anche per dovere istituzionale, dovrebbe prendere provvedimenti, e invece continua a far finta di niente, prima o poi, un giorno, dovranno pure avere fine. Almeno noi ce lo auguriamo".
L'altro motivo riguarda i colleghi, "i paria", "quelli che per anni e anni hanno fatto domande su domande perché aspiravano a fare il presidente di sezione oppure il giudice in Cassazione; quelli il cui profilo professionale veniva (e viene) sistematicamente giudicato "recessivo" o "subvalente" (ah, come è elegante e rassicurante questo sublime modo espressivo di sancire trombature a destra e a manca quando l'unica vera esigenza era e rimane quella di gonfiare il vuoto spinto dei curricula degli amici e degli amici degli amici). A questi colleghi chi ci pensa? Esiste una qualunque forma di risarcimento per loro?"
E infine, c'è il danno ai cittadini in un Paese dove il merito è sempre più spesso ignorato o ridotto a insignificante dettaglio. "In questo contesto - conclude Itri - mi duole dover dire che l'Anm ha perduto l'ennesima occasione per dimostrare di essere diversa da quello che invece è: un'associazione di natura corporativa, legata a i poteri forti e soprattutto vecchia, e perciò incapace di esprimere valori ideali veramente nuovi".
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