Il Secolo XIX, 15 aprile 2021
I detenuti chiedono più ore d'aria al giorno e più telefonate. Non si placa la protesta dei detenuti del carcere di Marassi. Alle 18:30 hanno iniziato a manifestare sbattendo contro le inferriate e facendo rumore. I detenuti, secondo quanto si apprende, chiedono più ore d'aria al giorno e più telefonate. "La protesta è stata sospesa quando il direttore ha cercato una mediazione - spiega Michele Lorenzo del sindacato di polizia Sappe - ma verso le 20.30 i detenuti hanno ripreso la manifestazione". Lorenzo conclude: "Come sindacato continuiamo a ribadire il concetto che la forza di polizia, che opera all'interno delle carceri di tutta la Liguria, deve essere con un organico sufficiente per arginare qualsiasi forma di intervento che destabilizzi la sicurezza. È il compito della polizia penitenziaria e non può essere sottovalutato".
immediato.net, 15 aprile 2021
Sodrio, avvocato della famiglia del detenuto presunto morto suicida: "Com'è possibile che una persona sotto sorveglianza h24 abbia avuto il tempo di impiccarsi?". Si è svolta martedì 13 aprile l'autopsia sul cadavere di Gerardo Tarantino, il presunto assassino di Tiziana Gentile, morto suicida nel carcere di Foggia il 3 aprile scorso, alla vigilia di Pasqua. Per gli indagati non c'erano consulenti medico-legali, mentre hanno proceduto agli esami Luigi Cipolloni nominato dalla pm Laura Simeone e Antonio Caricato, nominato dai parenti di Tarantino.
I risultati definitivi si conosceranno solo tra sessanta giorni, ma abbiamo sentito l'avvocato Michele Sodrio, che difende i familiari del detenuto suicida, per sapere se già ora vi sono emersi elementi interessanti: "Con le indagini in corso posso solo dire che dai primi accertamenti i nostri dubbi sulla morte di Gerardo Tarantino sono addirittura aumentati.
Nei prossimi giorni i consulenti si rivedranno per analizzare i reperti istologici e solo così potremo avere una conferma definitiva che il detenuto sia morto soffocato. Ma anche in tal caso, restano al momento senza risposta tutte le nostre domande. In particolare: com'è possibile che una persona sotto sorveglianza h24 abbia avuto il tempo di impiccarsi? Con cosa si sarebbe impiccato? Perché proprio il giorno prima era stato spostato da una cella dove si trovava con altri detenuti ad una cella senza nessun altro?
Vi sono poi altri particolari a mio parere inquietanti che potrebbero emergere da quanto visionato dai due medici legali, ma al momento non posso dire altro per rispetto del segreto istruttorio. Posso solo aggiungere che ho chiesto espressamente al pm di consentire al suo ed al nostro consulente di visionare l'oggetto con il quale Tarantino si sarebbe impiccato, oggetto al momento per noi sconosciuto. Questo per dare la possibilità ai consulenti di confrontare la struttura di questa corda o lenzuolo o cos'altro, con i segni rinvenuti sul collo del cadavere. Al momento restano molti dubbi e nessuna risposta certa. Ma i miei clienti sono assolutamente determinati ad andare fino in fondo ed io sarò al loro fianco con tutto l'impegno possibile".
comune.modena.it, 15 aprile 2021
"Attivi i Tavoli tematici e tante le associazioni disponibili a collaborare ad attività per i detenuti": l'assessora Pinelli ha risposto a un'interrogazione di Reggiani del Pd. La nuova composizione del Clepa di Modena, il Comitato Locale per l'area dell'esecuzione penale adulti, è già stata attuata in base al nuovo Protocollo tra Ministero della Giustizia e Regione, con attività diversificate funzionalmente per il carcere di Modena e la casa lavoro di Castelfranco Emilia. Da gennaio sono stati istituiti inoltre i Tavoli tematici, recependo pure le istanze provenienti dal mondo del volontariato, anche se la pandemia ha imposto un rallentamento generale delle attività per i detenuti all'interno delle strutture.
Lo ha spiegato l'assessora alle Politiche sociali Roberta Pinelli rispondendo nel Consiglio comunale di lunedì 12 aprile a un'interrogazione di Vittorio Reggiani del Pd. Il consigliere ha sottolineato che la nuova composizione del Clepa ha lo scopo di "migliorare le attività di supporto a formazione, orientamento e reinserimento lavorativo; inoltre, la costituzione dei tavoli tematici a cui potranno partecipare diversi settori dell'amministrazione è il proseguimento di un lavoro che cerca di riportare il carcere e l'esecuzione penale tra i temi di interesse per proporre il carcere come soggetto che fa parte del tessuto cittadino".
L'istanza chiedeva quindi informazioni sul percorso e sui programmi del 2021; su iniziative per sensibilizzare la cittadinanza sui temi della pena e per trovare nuovi partner nelle attività; chiedeva inoltre come siano i rapporti con la casa circondariale di Modena e quali attività siano svolte o in programma per il personale che opera in carcere.
L'assessora Pinelli ha precisato che "oggi a Sant'Anna sono presenti 182 detenuti a fronte di una capienza di oltre 400; a Castelfranco gli internati sono 78 per una capienza di 206. A Modena, in particolare, dopo la rivolta si stanno rimettendo in sesto le strutture e non tutte le attività sono potute ripartire, come il laboratorio di cucina per le detenute donne. Altre attività sono riprese, come lo Sportello informativo, lo Sportello dimittendi, Sportello nuovi giunti e i Progetti finalizzati al miglioramento della vita negli istituti.
Nei mesi scorsi, sono stati aperti due sportelli nuovi: recependo una richiesta proveniente dal carcere, col supporto dei Caf locali è stato attivato appunto un Caf, disponibile una volta a settimana grazie all'impegno delle organizzazioni sindacali; inoltre, vista l'assenza di uno sportello anagrafico, di concerto con l'assessorato ai Servizi demografici, sono state definite le modalità attraverso cui i volontari in carcere possano ottenere i documenti per conto dei detenuti.
L'assessora ha poi definito "ottimi" i rapporti di collaborazione del Comune di Modena, che gestisce le risorse regionali destinate ad attività rivolte ai detenuti, col carcere di Modena (così come con quello di Castelfranco) facendo però presente che negli ultimi due anni la struttura ha visto succedersi tre direttori. Ed ha ricordato le tante associazioni disponibili a collaborare, come il gruppo Carcere-città, l'associazione Milinda che lavora con gli stranieri, l'associazione Porta aperta al carcere, il Teatro dei venti e associazioni sportive. "Anche attraverso queste associazioni - ha sottolineato l'assessora - si opera a favore dei detenuti, senza dimenticare che da anni all'interno della struttura è presente una sezione dell'istituto professionale Corni e una scuola di alfabetizzazione".
Inoltre, con un avviso pubblico regionale per la selezione di partner del Terzo settore per la co-progettazione di azioni tese a favorire il reinserimento socio-lavorativo prenderà il via anche il coordinamento dell'Equipe esecuzione penale, prevista dal progetto Territori per il reinserimento. Il progetto in questione, a cui il Settore Politiche sociali parteciperà, ha tra gli obiettivi la ricerca di partner in grado di sostenere, anche attraverso finanziamenti dedicati, i percorsi di rientro e reinserimento sociale.
In sede di replica, il consigliere Reggiani ha precisato che "l'obiettivo dell'interrogazione era quello di riportare il carcere di Sant'Anna all'attenzione del Consiglio comunale e della città: è un pezzo importante di Modena che, se non viene tenuto nella giusta considerazione, rischia di rimanere ai margini della società", ha sottolineando, inoltre "il valore di uno strumento come il Clepa che ha la potenzialità per mettere a sistema i diversi soggetti che operano a favore del carcere e con lo stesso istituto penitenziario, anche col supporto del tessuto cittadino. Le proposte di costituire, all'interno del Clepa, tre tavoli tematici che parlano della vita all'interno del carcere, del lavoro e della formazione e della 'Città sicura' sono appunto finalizzate a incrementare l'inclusività".
La Sicilia, 15 aprile 2021
Così si garantisce un futuro a detenuti ed ex reclusi Vede la luce il protocollo d'intesa che attiva il "Work Center" e che è stato sottoscritto fra il direttore della casa circondariale di piazza Lanza, Elisabetta Zito, il direttore reggente dell'Udepe (Ufficio distrettuale esecuzione penale esterna) di Catania, Antonio Gelardi, e l'Agenzia Lavoro Sicilia Apimic, diretta da Santo Milici.
Lo sportello in questione, perché di questo si tratta, si occuperà di redigere curriculum vitae e bilancio di competenze; ricercare un lavoro e quindi un'alternativa alla popolazione detenuta ed ex-detenuta; fornire ai reclusi la possibilità di apprendere un'attività lavorativa (tirocini, etc.); garantire informazione e formazione per la creazione di imprese e attività formative; informare e sensibilizzare le aziende e piccole medie e imprese degli sgravi fiscali previsti per le assunzioni. L'iniziativa, in particolar modo, intende tutelare il diritto al lavoro dei detenuti e coloro i quali sono sottoposti a misure cautelari con particolare attenzione al mondo femminile.
Il lavoro, del resto, è fondamentale come mezzo di risocializzazione, oltre che come fonte di sostegno lecito: rappresenta un forte punto di partenza per un detenuto ed ex-detenuto, che laddove fallisce nella ricerca viene a trovarsi nella condizione di commettere nuovi reati.
II Work Center intende colmare il gap tra domanda e offerta di lavoro per un efficace reinserimento in società dei detenuti. Allo stesso tempo, gli utenti potranno contare sul sostegno degli educatori ed orientatori nella redazione dei curriculum e nella ricerca dell'attività lavorativa più idonea. Da parte delle aziende invece, i vantaggi risiedono nella possibilità di formare direttamente i potenziali dipendenti e di beneficiare di sgravi fiscali non indifferenti.
In tal modo, si ridurrebbero i tempi di ricerca all'esterno del carcere e il rischio di reiterazione di azioni illegali. In particolar modo, sono stati individuati alcuni settori che soffrono particolarmente la carenza di domanda di lavoro. La cultura al lavoro è leva fondamentale per la riabilitazione di persone detenute, e va sostenuta con iniziative a diversi livelli: in primo luogo fornendo informazioni, quindi coinvolgendolo nella riprogettazione del sé in un'ottica della legalità. Lo Sportello è il primo "caso" nelle aree del Mezzogiorno.
II progetto, interamente autofinanziato dall'Associazione no-profit Apimic, è stata fortemente seguito da Giuseppe Avelli (Casa Circondariale) e Barbara Murabito (Udepe Catania) Per contattare il Work center si può scrivere ad
valnews.it, 15 aprile 2021
Nel 700esimo anniversario dalla morte di Dante Alighieri, su impulso della direttrice del carcere di Sondrio Carla Santandrea, i detenuti stanno partecipando ad un'attività laboratoriale dedicata proprio al Sommo Poeta. "Ho ritenuto importante riattivare - sostiene Santandrea - anche se non in presenza, alcuni percorsi destinati ai detenuti per evitare di aggravare una situazione di isolamento e solitudine cui si è costretti per la pandemia".
In particolare la professoressa Fausta Messa ha tenuto una serie di incontri sulla conoscenza nel laboratorio di letteratura che per la pandemia si è svolto on line. Il primo modulo del laboratorio è stato dedicato a Dante Alighieri. È stata privilegiata la lettura di alcuni passi della Divina Commedia, con qualche excursus ne La vita nova e nel Convivio. "Siamo partiti dall'esperienza umanissima di Dante - aggiunge Messa - smarrito nella selva oscura, disperato e depresso, nei suoi 35 anni, un'età molto vicina a quella dei partecipanti al laboratorio. La condizione di Dante uomo ha stimolato la riflessione e un confronto di esperienze. L'incontro con Virgilio ha permesso di ragionare sul valore salvifico della cultura, sulla fiducia e sulla speranza nella possibilità di riscatto. La lettura del V canto dell'Inferno ha stimolato la discussione sul tema dell'amore-passione, della fedeltà agli impegni, del rapporto uomo-donna e del femminicidio".
Tutti i partecipanti hanno collaborato attivamente alla discussione con apporti personali, dimostrando grande interesse per il significato profondamente umano sotteso all'allegoria del racconto dantesco. "Ha colpito molto - conclude la professoressa - la comprensione di Dante per le fragilità umane, ma anche la sua fermezza nella condanna del male e nella convinzione che il destino dell'uomo sia il raggiungimento della felicità, cioè della conoscenza del bene".
di Tommaso Pellizzari
Corriere della Sera, 15 aprile 2021
Prezioso, non solo per chi gli ha voluto bene. L'uomo di 45 anni, morto a Torino nel 2015 per l'eccesso di violenza durante un intervento per un Trattamento sanitario obbligatorio, aveva scritto della sua schizofrenia. Il padre Renato ha ritrovato i fogli, un giornalista li ha fatti pubblicare. E anche gli psichiatri hanno scoperto un mondo.
Piazza Umbria, Torino, 5 agosto 2015. Il barelliere-autista di un'ambulanza chiama la centrale del 118 per spiegare che cosa è successo con Andrea Soldi, un uomo di 45 anni che doveva essere prelevato e trasferito in ospedale, dove sarebbe stato sottoposto a Trattamento sanitario obbligatorio. Ma in ospedale arriverà morto.
Questo però il barelliere che sta chiamando il 118 non lo sa. Sa però che l'intervento di medici e forze dell'ordine è stato troppo violento, contro una persona che di violento non aveva nulla. Andrea Soldi era seduto su una panchina e ogni tanto ululava per colpa della sua schizofrenia e perché da qualche giorno si rifiutava di prendere i farmaci che la tenevano a bada.
Ieri, quasi sei anni dopo quel giorno, a questa storia che ci racconterà Giusi Fasano, si è aggiunta una nuova puntata: l'uscita di un libro ("Noi due siamo uno", scritto dal giornalista Matteo Spicuglia e pubblicato da Add) che raccoglie gli scritti di Andrea, ritrovati dal padre Renato e che per alcuni psichiatri sono di grande importanza per la comprensione della schizofrenia. Oltre, naturalmente, al valore affettivo per il papà e la sorella Cristina.
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 15 aprile 2021
La pandemia ha reso evidente la crisi della globalizzazione e ha rilegittimato l'organizzazione dei poteri pubblici e il loro intervento nella sfera sociale. Con gli effetti che produce nella realtà delle cose e nelle mentalità delle persone la pandemia, che da tempo imperversa nel mondo, sta contribuendo potentemente a rendere evidente anche la crisi della globalizzazione. La crisi cioè - se non forse la fine - di quella fase storica che per almeno un trentennio ha dominato la realtà economica e ideologica del nostro pianeta. Sono almeno tre i fattori che stanno segnando la probabile fine del ciclo storico apertosi negli anni 80 del secolo scorso.
Il primo fattore è la definitiva frantumazione dell'ordine internazionale uscito dalla fine "guerra fredda" (1991). Nel declino dell'egemonia americana che allora raggiunse il suo culmine, nuove potenze mondiali e regionali si sono fatte prepotentemente avanti dappertutto - Cina, Russia, Turchia, Iran, India - e altre minori premono in cerca di spazio. Tutte mirano a crearsi zone d'influenza, cercano di espandersi, suscitano conflitti, alterano equilibri, sempre seguendo il proprio esclusivo interesse e infischiandosene di ogni norma, accordo o status quo precedenti. Né d'altro canto la globalizzazione sembra avere prodotto alcuna apprezzabile diffusione della democrazia, mentre il mito della pace - tanto più se "mondiale" - si rivela sempre più un mito.
Anche il secondo fondamento della globalizzazione, il libero scambio - che ebbe il suo simbolo nell'ammissione della Cina comunista nell' Organizzazione del Commercio Mondiale nel 2001 - ha perduto buona parte del suo consenso. Il libero scambio, infatti, ha determinato sì la crescita economica di alcuni Paesi (molto probabilmente però a scapito di quella di altri), ma ha mostrato un drammatico punto debole. Anzi due.
Innanzi tutto dietro il suo schermo e grazie ad esso ha potuto prendere forma l'inquietante progetto di Pechino volto a impadronirsi di punti geografici chiave, di risorse e di tecnologia strategiche dell'economia mondiale, al fine di costruire la propria egemonia planetaria. Così come del resto, bisogna aggiungere, ogni Paese ha cercato in realtà di far girare le cose a proprio esclusivo vantaggio.
In secondo luogo, proprio durante la pandemia si è visto quanto aleatorio sia quell'assioma a fondamento del libero scambio secondo il quale la proprietà e la localizzazione geografica delle produzioni sarebbe del tutto irrilevante perché a contare sarebbe solo il loro costo. Ma oggi ci accorgiamo che proprio su questo punto è lecito nutrire più di un dubbio: davvero non ha alcuna importanza, ad esempio, che una fabbrica, mettiamo di vaccini o di mascherine, si trovi in Italia o chissà dove? Che essere in grado o no di produrre in casa propria certi dispositivi elettronici sia indifferente?
Il terzo elemento che induce a pensare che stia finendo il tempo della globalizzazione riguarda il ruolo dello Stato, che la globalizzazione stessa prevedeva e auspicava avviato al declino. Discutibile o meno che sia l'auspicio quel che è certo è che almeno la previsione non si sta rivelando azzeccata. Infatti l'arrivo dei tempi difficili portati dall'epidemia ha obbligato tutti a rivolgersi allo Stato: per sperare di essere curati, per avere indicazioni su che cosa fare, per ottenere aiuti di ogni tipo, per immaginare un rilancio dello sviluppo economico. Sotto gli occhi increduli di molti lo Stato, l'organizzazione dei pubblici poteri, il loro intervento nella sfera sociale, stanno oggi ricevendo in Occidente una fortissima rilegittimazione ideologica da cui sembra assai difficile che domani si possa tornare indietro.
Tanto più che, sopraggiunta l'emergenza, l'intera trama del multilateralismo e delle organizzazioni internazionali - in particolare quella di nostro maggiore interesse, l'Unione Europea - non hanno mostrato certo né una grande efficienza né un alto tasso di compattezza e di solidarietà. Come punto di riferimento è rimasto in piedi bene o male solo lo Stato: e non dispiaccia a nessuno se per Stato s'intende ovviamente lo Stato nazionale.
Se le cose fin qui dette sono vere esse significano un fatto molto importante: la riproposizione con forza del tema della sovranità e del suo ovvio intreccio con la politica. Il tema cioè della capacità propria dello Stato di esercitare il potere al servizio di un progetto collettivo. Un potere che può trovare un limite solo in forza di una propria autonoma decisione: un potere sovrano dello Stato nazionale che nei regimi democratici come il nostro equivale alla sovranità del popolo, fonte attraverso i suoi rappresentanti di tutte le decisioni e azioni dello Stato stesso.
Un tale cambiamento di prospettiva non può che avere conseguenze positive sulla discussione politica italiana, negli ultimi anni avvitatasi in maniera in buona parte surrettizia proprio intorno al tema della sovranità. Con il centro-sinistra rivolto a sottolineare la positività di qualunque cessione o esercizio attenuato della sovranità da parte dell'Italia - quasi si trattasse di chissà quale manifestazione di una superiore civiltà - e la destra invece belluinamente contro, intendendosela con i peggiori impresentabili della scena europea e perciò attirandosi l'accusa di "sovranismo": che ormai nel lessico del perbenismo ideologico suona più o meno come sinonimo di nazismo.
Ma i tempi suggeriscono di convincersi che ormai non è più questione di sovranismo no o sovranismo sì. È questione solo di sovranità. Che oggi più che mai appare necessario riformulare per gli anni che abbiamo davanti un ruolo attivo e propulsivo a tutto campo dello Stato nazionale e della sua volontà politica. Ciò che per un verso rende urgentissima la riforma di tutte le sue amministrazioni e l'opposizione più decisa alla frantumazione regionalistica, e per un altro ci deve spingere a mantenere saldamente tutti i nostri legami europei e atlantici ma mantenendo fermo un presupposto che non sempre in passato abbiamo tenuto presente. E cioè che venga rispettata in maniera rigorosa una condizione di eguaglianza e di reciprocità: senza puntigliosità ragionieristiche ma con un'avveduta risolutezza.
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 15 aprile 2021
L'ultima boutade riguarda la fine del Conte bis. Ma teorie creative accompagnano la storia d'Italia da decenni: da Piazza Fontana a via D'Amelio, passando per il caso Moro. La caduta del governo Conte? Interessi internazionali. L'impennata dello spread che travolse Berlusconi dopo 25 anni di centralità assoluta nella politica italiana? Una manovra orchestrata dall'Europa.
Tangentopoli? Una resa dei conti guidata dagli americani che non avevano mai chiuso il conto in sospeso con Craxi e Andreotti per la loro politica filoaraba. La strage di via D'Amelio e l'uccisione di Paolo Borsellino? Un crimine sanguinoso deciso da una parte dello Stato per coprire la trattativa intavolata con qualche corleonese di spicco. Il sequestro Moro? Frutto di un piano diabolico per fermare l'amoroso abbraccio tra Moro e Berlinguer, cambiando così per intero la storia d'Italia da quel momento in poi. La strage di piazza Fontana? L'avvio fragoroso di un progetto che forse mirava al golpe, forse solo al condizionare la politica italiana: comunque tassello centralissimo di un progetto lucido e feroce.
Ma anche senza procedere caso per caso, basta sussurrare 'P2', per chiarire che niente, nella storia d'Italia nell'ultimo scorcio del secolo scorso, è successo per caso, per coincidenza, per l'intreccio di scelte diverse, nulla è stato quel che sembrava e agli occhi degli ingenuotti ancora sembra. C'era dietro qualcosa, anzi qualcuno ma si commetta l'errore di pensare che quei pupari incappucciati fossero, almeno loro, la causa prima, la fonte delle trame. È evidente che dietro quelli che stavano dietro doveva esserci qualcuno di ancora più misterioso.
Non si esaurisce qui, con questa succinta e incompleta rassegna delle trame subodorate dalla sinistra in Italia, il dizionario enciclopedico dei complotti sospettati, presunti, immaginati ma per ciò stesso considerati verità rivelata senza bisogno di prove ulteriori. C'è tutto un versante, di solito in voga più a destra che a sinistra, che quanto a fantasie allucinate supera quello della sinistra e che si è dispiegato con fasto trionfale grazie alla pandemia.
Qui i complotti sono più contorti, più surreali ma in un certo senso anche più tradizionali. Che si tratti dell'eterno Soros, ultima incarnazione del ' perfido ebreo', o della congiura pedofila mondiale di cui sono certi i seguaci di QAnon, il modello è sempre quello fissato una volta per tutte all'inizio del secolo scorso dai falsi Protocolli dei savi di Sion, scritti in realtà dalla polizia zarista. Con la sua visione di una ragnatela tessuta intorno all'intero mondo dai cospiratori ebrei decisi a dominarlo, quella fantasia ha fatto danni enormi, ha contribuito a far sbocciare la furia genocida nazista e tuttavia, oggi, è meno subdola. I suoi tratti sono troppo evidentemente irreali per costituire una narrazione credibile per una vasta area della popolazione se non per la maggioranza.
La mania 'dietrologica' della sinistra italiana è più sobria. Parte di solito da elementi reali o almeno realistici, appare dunque molto meno delirante di quelle modello QAnon. È probabile che Washington, dopo il cambio di amministrazione, fosse davvero preoccupata per le eccessive aperture dell'Italia di Conte a Russia e Cina ed è sicuro che, caduto il Muro, qualche sospeso con l'Italia per Washington era arrivato al saldo. La Ue era davvero stanca di Berlusconi nel 2011 e nella strategia della tensione degli anni '70 c'azzecca davvero l'uso che una parte di servizi segreti voleva fare dei neofascisti di allora.
Su questi elementi veri o possibili, la mania italiana del complotto costruisce però cattedrali nelle quali l'ipotesi diventa automaticamente certezza, la possibilità prova definitiva, il probabile auspicio regia. I dubbi sul sequestro Moro si trasformano in garanzia dell'esistenza della cospirazione, la possibilità che i servizi segreti abbiano quanto meno cercato di rallentare le ricerche, mai provata ma almeno plausibile, diventa elemento probatorio del loro coinvolgimento diretto, il solo fatto che qualcuno certamente auspicasse la fine del dialogo tra Dc e Pci vale da solo a fare di quel non meglio identificato 'qualcuno' il regista dell'operazione.
Il modello del caso Moro potrebbe essere riapplicato a tutti i presunti complotti che costellano la storia recente. La costruzione fantastica, infine, è impermeabile alle smentite della realtà. Poco importa che fra tutti i brigatisti rossi implicati nel sequestro Moro Mario Moretti sia l'unico ancora in carcere, dunque non sospettabile di essere stato al soldo di una parte torbida dello Stato. Siccome senza la complicità di Moretti non è immaginabile una eterodirezione del rapimento del leader Dc, Moretti deve essere per forza un uomo dei servizi anche se nulla conferma l'ipotesi e tutto la smentisce All'origine di questa tendenza ormai tracimata non c'è solo l'antica diffidenza italiana, la convinzione sedicente astuta che tutto sia sempre diverso da quel che sembra.
Ci sono alcune fonti nobili: la teoria del 'doppio Stato' dello storico Franco De Felice, che aveva una sua dignità ben superiore alla vulgata che ne è poi derivata, e la famosa poesia di Pasolini "Io so anche se non ho le prove". Quella poesia, diventata poi sciagurato senso comune, si basava a propria volta su un dato di realtà: la necessità per ogni Stato di nascondere sempre qualcosa, come nel caso dei riscatti per i sequestrati all'estero che si possono pagare e vengono pagati ma solo negando di averlo fatto, e una serie di manovre grossolane messe in opera agli apparati dello Stato agli albori dell'ondata complottista, all'inizio degli anni 70, quando per nascondere peccati veniali, come l'uso dei fascisti da parte dei servizi segreti, si accreditò il sospetto di ben altri coinvolgimenti.
Il danno che ne è derivato è enorme. Un Paese non può fare i conti con la propria storia se è convinto di non conoscere la verità di quella storia e si condanna quindi a non poter mai elaborare e superare il passato. Un Paese non può avere alcuna fiducia in una classe dirigente e in uno Stato che immagina perennemente impegnato in manovre o trame oscure. La potenza esiziale della follia complottista e dietrologica è molto più massiccia di quanto non appaia. Con la trovata del governo Conte abbattuta da un intrigo internazionale Bettini ha aggiunto il suo mattoncino al torvo edificio. Purtroppo non sarà l'ultimo.
di Gaetano De Monte
Il Domani, 15 aprile 2021
Cinque morti sospette negli ultimi due anni. Condizioni materiali e sanitarie indecenti. Numerosi fatti di violenza. Le proteste e le ribellioni degli ospiti. Il Garante dei detenuti accusa, il Viminale rassicura. Cinque persone straniere sono morte in circostanze poco chiare negli ultimi due anni nei Centri di permanenza per i rimpatri. Vakhtang Enukidze era uno di loro, il più vecchio, un cittadino georgiano di 38 anni che è deceduto all'ospedale di Gorizia il 18 gennaio 2020. Come si ricorderà, accadde che l'uomo, in seguito a una rissa scoppiata all'interno della struttura di Gradisca D'Isonzo, era stato portato prima in carcere e, dopo un giorno e mezzo di reclusione di nuovo trasferito all'interno del Centro per i rimpatri. Qui dentro aveva ripreso a star male e, successivamente, era stato trasferito in ospedale, dove il 18 gennaio, poi, era deceduto.
Cause da chiarire - L'uomo morirà qualche ora dopo per le conseguenze di un edema polmonare, come stabilì l'autopsia. Su quell'episodio, però, continuano ad addensarsi delle ombre. Così come sulle altre storie di violenza accadute all'interno dei centri per i rimpatri negli ultimi due anni. Sei mesi dopo, il 14 luglio, un altro decesso avviene all'interno di Gradisca d'Isonzo. Stavolta, si tratta di un cittadino albanese che vi era entrato soltanto sei giorni prima, il quale viene trovato riverso in stato di incoscienza all'interno della cella di isolamento. L'estate precedente era stata la volta di Harry, ventenne nigeriano con disturbi psichiatrici che si era tolto la vita impiccandosi all'interno del Cpr di Brindisi-Restinco. E ancora: un cittadino bengalese di 32 anni fu trovato morto negli stessi giorni "per cause naturali" dopo aver trascorso 15 giorni in isolamento nel Cpr di Corso Brunelleschi, a Torino. Infine, Aymen, un cittadino tunisino di 32 anni anche lui morto per cause naturali, come aveva stabilito il medico legale che lo aveva visitato dopo il decesso avvenuto all'interno del Cpr di Caltanissetta il 12 gennaio del 2020.
"In relazione a tutte queste vicende, il Garante nazionale ha inviato alla Procura della Repubblica competente una nota di richiesta informazioni in veste di persona offesa; in due casi il Garante ha, altresì, nominato un proprio difensore e un proprio consulente tecnico per gli accertamenti in sede di esame autoptico", si legge nel report che è stato pubblicato il 12 Aprile dall'ufficio del Garante nazionale per i detenuti, Mauro Palma.
Migranti confinati - Il documento è l'esito delle visite che Palma ha condotto per gli anni 2019 e 2020 nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr) di Bari, Brindisi-Restinco, Caltanissetta-Pian del Lago, Gradisca d'Isonzo, Macomer, Milano, Roma-Ponte Galeria, Torino, Palazzo San Gervasio-Potenza, Trapani-Milo. Al termine delle quali è stato evidenziato, nel complesso: "l'evidente e incontrovertibile scarsa efficacia del sistema che, in linea con le precedenti annualità, anche nel 2019 ha visto realizzarsi l'effettivo rimpatrio di meno del 50 per cento delle persone trattenute".
Basti pensare che nel 2019 su un totale di 6172 persone transitate nei Cpr quelle effettivamente rimpatriate ammontano a 2992. Secondo il Garante: "in spregio ai fini per cui la privazione della libertà dei cittadini stranieri è prevista dai principi fondamentali dell'ordinamento, la detenzione amministrativa assume nella prassi prevalentemente i tratti di un meccanismo di marginalità sociale, confino e sottrazione temporanea allo sguardo della collettività di persone che le Autorità non intendono includere, ma che al tempo stesso non riescono nemmeno ad allontanare".
Parole dure, come pietre, quelle messo nero su bianco da Mauro Palma, suffragate dalla descrizione dei fatti; degli episodi di violenza che si sono succeduti negli ultimi due anni nei Cpr e, dalle condizioni materiali e di sospensione giuridica in cui si trovano i migranti trattenuti al loro interno.
Diritti violati - "Manifestazioni di protesta, ribellioni e danneggiamenti alle strutture si sono succeduti senza sosta; inoltre, mai come in passato, si è verificato un numero così elevato di eventi tragici: tra giugno 2019 e luglio 2020, cinque cittadini stranieri hanno perso la vita mentre scontavano una misura di detenzione amministrativa". Si rileva nel report del Garante: "appare difficile non considerare tale serie di eventi infausti quantomeno il sintomo di realtà detentive gravemente e fisiologicamente problematiche non sempre in grado di proteggere e tutelare la sicurezza e la vita delle persone poste sotto custodia". L'ultimo fatto di violenza, in ordine cronologico, si è verificato due giorni fa, l'11 aprile, all'interno del Centro di permanenza per i rimpatri di via Corelli, a Milano, dove tre migranti si sono feriti lanciandosi dal tetto per protesta e sono stati soccorsi e portati in ospedale.
Tutte le strutture visitate presentano grosse problematiche in relazione alle condizioni igieniche e materiali, secondo Mauro Palma, il quale quando ha visitato il Cpr di Caltanissetta a fine novembre del 2019, ad esempio, ha riferito che i padiglioni abitativi e i bagni erano privi di vetri alle finestre e che a fronte di un totale di 72 persone presenti, gli stessi servizi igienici presentavano due sole docce funzionanti, una per padiglione, sulle otto disponibili. Non solo.
"I materassi di gommapiuma erano umidi, oltre che notevolmente usurati, sporchi e recanti tracce di muffa". Più in generale, ha rilevato ancora Palma: "nei Centri manca ancora un sistema uniforme di registrazione degli eventi critici, cioè degli episodi di autolesionismo, aggressioni, danneggiamenti, tentati o compiuti suicidi, che possa considerarsi affidabile, effettivo e completo".
Nelle 44 pagine del rapporto che è stato consegnato al ministero dell'Interno, inoltre, si fa riferimento a una serie di criticità che sono emerse dalle visite, dal punto di vista delle garanzie giuridiche riconosciute ai migranti trattenuti. In particolare, il Garante ha chiesto che le celle di sicurezza collocate nel livello interrato del Cpr di Torino siano messe fuori uso e ha raccomandato che non sia consentita, in qualsiasi struttura la permanenza, anche per periodi brevi di tempo, in locali non adeguati da un punto di vista dell'apporto di luce e di aria naturali, nonché di riparo da condizioni climatiche esterne difficili. Non soltanto. È stato chiesto di intervenire su quelle che sono state definite "promiscuità delle situazioni giuridiche".
Nei fatti, che sia favorita il più possibile la separazione tra coloro che provengono dal circuito penale e coloro che si trovano solamente in una posizione di irregolarità amministrativa o che sono richiedenti asilo. Di intervenire, più in generale, sulla sostanziale opacità delle strutture di detenzione amministrativa, chiuse al mondo dell'informazione e della società civile organizzata, che anche prima dell'emergenza sanitaria si vedevano regolarmente negare dalle Prefetture le richieste di accesso.
Il Viminale promette - E tuttavia la risposta ai rilievi e alle raccomandazioni mosse dal Garante dei detenuti non è tardata ad arrivare da parte del Ministero degli Interni che, attraverso una nota firmata dalla funzionaria del Dipartimento per le Libertà Civili e Immigrazione, Michela Lattarulo, ha riferito che "proseguono gli interventi di miglioramento e ripristino della funzionalità totale o parziale nei centri di Bari, Brindisi, Caltanissetta, Milano, Roma, Torino, Trapani, compresi quelli diretti a realizzare spazi dedicati ad attività sociali, mensa e luoghi di culto".
E ha assicurato che "i lavori che verranno programmati, laddove necessario, terranno conto dell'esigenza di assicurare la funzionalità e la riservatezza nell' utilizzo dei servizi igienici". Più in generale, hanno promesso dal Viminale: "verrà richiamata l'attenzione dei Prefetti affinché, anche in fase di rilascio dal Cpr, vengano prestate le cure e l'assistenza necessarie a tutelare l'integrità fisica dei migranti, nell'ambito del vigente ordinamento". Condividendo, infine, con il Dipartimento della Pubblica Sicurezza la raccomandazione circa la necessità di "evitare prassi lesive della dignità della persona come quelle segnalate dal Garante". Di assicurare i diritti minimi, dunque, nell'inferno dei Centri per i rimpatri dei migranti.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 15 aprile 2021
Italia-Egitto. Ordine del giorno approvato senza voti contrari. Mentre la procura di Roma deposita gli atti di altri tre testi contro gli 007 cairoti accusati dell'omicidio di Giulio. Interrogazione parlamentare sul militare egiziano (Fremm) accusato di stupro e fuggito da La Spezia. Appello di 72 Ong internazionali per chiedere ad Al-Sisi l'immediato rilascio dello studente e ricercatore (a Vienna) Ahmed Samir Santawy, arrestato al Ciaro con l'infondata accusa di terrorimo.
"C'è qualcosa nella storia di Patrick Zaki che prende in modo particolare, ed è ricordare quando un innocente è in prigione. Questo l'ho provato anch'io e sarò sempre presente, almeno spiritualmente, quando si parla di libertà". La senatrice a vita Liliana Segre ha affrontato il viaggio da Milano a Roma, malgrado "le forze che non sono sempre brillantissime", per essere presente in Aula e votare l'ordine del giorno - approvato con 208 voti, nessun contrario e 33 astenuti (tra gli altri, i senatori di Fd'I) - che chiede al governo di concedere la cittadinanza italiana al ricercatore egiziano di 29 anni dell'università di Bologna, in detenzione preventiva dal 7 febbraio 2020 nel carcere di massima sicurezza di Tora, alla periferia del Cairo.
Un atto simbolico, quello del Senato, ma importante, che cade nello stesso giorno in cui la procura di Roma deposita i verbali di altri tre testimonianze che accusano i quattro appartenenti ai servizi segreti egiziani di aver rapito, torturato e ucciso Giulio Regeni. E nello stesso giorno in cui il deputato di Si Nicola Fratoianni presenta un'interrogazione parlamentare per chiedere ai ministri Lamorgese, Cartabia e Guerini di fare chiarezza sul caso di un militare egiziano accusato di tentata violenza sessuale a La Spezia che è riuscito a fuggire e rimpatriare poco prima di essere arrestato dalle forze dell'ordine italiane. L'uomo si trovava nella città ligure assieme ad altri commilitoni egiziani in attesa della consegna di una delle fregate Fremm vendute dall'Italia all'Egitto.
E dunque sono diventati otto, a questo punto, i testimoni attendibili (altri si sono presentati agli inquirenti ma sono stati scartati) che il procuratore Michele Prestipino e il sostituto Sergio Colaiocco citeranno davanti al Gip nell'udienza preliminare fissata per il 29 aprile per chiedere il processo al generale Tariq Sabir, ad Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e a Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, indicato dai primi testi come il torturatore del ricercatore friulano. Da quanto si apprende dalle agenzie di stampa, i nuovi testimoni avrebbero apportato "nuovi elementi conoscitivi su fatti già acquisiti". In particolare, la conferma che i depistaggi dei servizi segreti cairoti iniziarono immediatamente, già il 2 febbraio 2016, ossia il giorno prima del ritrovamento del corpo di Giulio sulla strada tra Alessandria e Il Cairo.
Quel giorno infatti uno dei testimoni, che sostiene di essere diventato amico di Mohammed Abdallah, il capo del sindacato indipendente degli ambulanti che ha denunciato Regeni, ha riferito ai pm di aver visto Abdallah spaventato che gli confidò di aver appreso della morte di Giulio Regeni da un ufficiale di polizia nell'ufficio del commissariato di Dokki, dove stavano già ipotizzando "la soluzione per deviare l'attenzione da loro": "quella di inscenare una rapina finita male". Regeni venne torturato per giorni nella stanza numero 13 di una villetta che secondo i testimoni sarebbe usata dagli 007 egiziani per torturare - e uccidere anche - gli oppositori al regime accusati di "tradimento".
Lì avrebbe potuto finire probabilmente anche Patrick Zaki, l'attivista per i diritti umani detenuto da quasi 15 mesi con l'accusa di terrorismo e diffamazione dello Stato tramite i mass media. Se non è accaduto, come hanno spiegato ripetutamente i suoi migliori amici, è grazie alle pressioni internazionali e all'attenzione richiamata sul suo caso. Motivo per il quale l'ordine del giorno votato dal Senato, sia pur "simbolico e privo di effetti pratici a tutela dell'interessato", come ha spiegato in Aula la viceministra degli Affari esteri e vice presidente del Pd Marina Sereni, risulta comunque importante, anche perché nel testo si chiede al governo di sollecitare le autorità egiziane per la liberazione del ricercatore, di monitorare l'iter processuale e di attivarsi a livello europeo e in sede G7 sulla tutela dei diritti umani nel mondo. Per Sereni invece "la concessione della cittadinanza a Zaki potrebbe addirittura rivelarsi controproducente", e l'Italia in ogni caso non potrebbe "fornire protezione consolare al giovane, essendo egli anche cittadino egiziano, visto che prevarrebbe la cittadinanza egiziana".
Per gli autori della petizione "Station to Station" che su Change.org. ha raccolto 200 mila firme dall'inizio dell'anno, "il tempo delle promesse e delle buone intenzioni è scaduto, ora servono passi concreti per Zaki e per il rispetto dei diritti umani". A supporto della richiesta di accogliere come cittadino il ricercatore che aveva scelto l'Italia come Paese di adozione, ieri ha votato anche l'assemblea Capitolina con una mozione che vincola la sindaca Raggi a mobilitarsi presso il governo in questo senso. Zaki purtroppo però non è l'unico innocente nelle carceri egiziane: 72 Ong internazionali hanno chiesto ieri al governo di Al Sisi il "rilascio immediato e incondizionato" dello studente e ricercatore (a Vienna) Ahmed Samir Santawy, 29 anni, detenuto in Egitto "arbitrariamente dal primo febbraio 2021 per false accuse di terrorismo". L'Italia non può più far finta di non vedere.
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