di Gian Carlo Caselli
La Stampa, 9 gennaio 2021
C'era una volta che fior di Procuratori generali facevano a gara nel presentare gli infortuni sul lavoro come mere fatalità, dovute al destino cinico e baro se non proprio alle tendenze suicide di sprovveduti lavoratori. Oggi il problema della sicurezza sul lavoro è ancora tragico. E fa benissimo il Capo dello Stato a ricordarcelo spesso. Eppure qualcosa è cambiato. I diritti dei cittadini alla sicurezza nei posti di lavoro e alla salute, che erano scatole vuote, hanno cominciato a diventare realtà viventi grazie ad un percorso faticoso, spesso debole e incerto, di maggiore sensibilizzazione sul piano giudiziario. Segnato peraltro da alti e bassi con relative - spesso furiose - polemiche. Come quelle che susciterà la sentenza di ieri sulla "strage di Viareggio", nella parte che ha dichiarato estinti per prescrizione i gravi reati di omicidio colposo ricollegabili a quel tragico fatto, per i quali vi erano state condanne sia in primo grado che in Appello.
Sarà difficile che i familiari delle vittime riescano a liberarsi dalla sensazione che la Cassazione possa essere rimasta chiusa nel perimetro delle "carte", considerate asetticamente e soppesate con criteri burocratico-formalistici. Senza che esse, proprio in quanto "carte", abbiano consentito di percepire la realtà concreta di vite spezzate o rovinate, di sofferenza e dolore che segna il caso di Viareggio. Sarà soprattutto difficile accettare che per effetto della prescrizione il calcolo del tempo trascorso diventi una specie di "magia" capace di far sparire le peggiori tragedie, riducendo gli spazi che consentono a diritto, buon senso e giustizia di essere intrecciati e non separati.
In ogni caso, va detto che il dispositivo (due cartelle e mezza) è molto articolato e complesso. E mai come in questo caso occorre attendere la motivazione per poter ben valutare la sentenza. Essa, ad esempio, annulla le condanne per omicidio colposo senza rinvio "agli effetti penali", ma con rinvio ad un nuovo giudizio di Appello "per la determinazione del trattamento sanzionatorio", ciò che sembra voler dire responsabilità civile. Soprattutto la dichiarazione di estinzione per prescrizione dell'omicidio colposo interviene previa esclusione dell'aggravante dell'inosservanza delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, ed è su questo specifico delicatissimo punto che la verifica della motivazione dovrà essere particolarmente scrupolosa. Vi è poi il reato di disastro ferroviario colposo, per il quale (in un contesto di affermazione della responsabilità penale) il dispositivo si articola su vari piani, con un intreccio che rimanda di nuovo alla motivazione.
Infine, torna d'attualità il problema della prescrizione. Se la nuova legge che ne interrompe il decorso fosse stata applicabile agli omicidi colposi di Viareggio (il che non è, perché in caso di leggi diverse succedutesi nel tempo va applicata quella più favorevole all'imputato) non saremmo qui a parlare di prescrizione. Ognuno può trarne le conseguenze del caso.
Airola (Bn). All'Ipm manca l'acqua calda da settimane: "Gravi condizioni strutturali e organizzative
Il Riformista, 9 gennaio 2021
Quella di oggi è stata una giornata dedicata ai minori per il Garante campano delle persone private della libertà, Samuele Ciambriello. In visita all'Istituto Penale Minorile di Airola, accompagnato dalla Direttrice Marianna Adanti, ha incontrato i 23 ragazzi attualmente ristrettì, di cui 2 nuovi giunti, presunti autori del pestaggio al rider avvenuto a Napoli nei giorni scorsi. L'incontro avvenuto nel teatro dell'Istituto, ha visto partecipi oltre al Garante, il suo staff, due operatori dell'impresa sociale Less che si occupa da anni di ragazzi svantaggiati. Per l'occasione è stata regalata ad ogni ragazzo una calza della befana e un libro. La giornata si è conclusa presso la comunità Il sole presente sul territorio beneventano, che accoglie 7 minori di cui tre dell'area penale. Anche per loro dolci e libri, sottolineando l'importanza dell'affettività e della cultura.
"I ragazzi dell'ipm mi hanno raccontato che ormai non hanno l'acqua calda da settimane, che le loro stanze sono ancora prive di suppellettili, gli stessi materassi versano in condizioni igieniche pietose e pur essendo in pochi riscontrano altresì problemi con la gestione delle videochiamate ai loro familiari". Queste sono le parole amare di Ciambriello, che già lo scorso 10 agosto scrivendo alle autorità competenti sia regionali che nazionali della Giustizia Minorile denunciava: "gravi condizioni strutturali e organizzative dell'Ipm di Airola".
Il garante Ciambriello conclude cosi: "Nuovamente rinnovo il mio pensiero: gli spazi detentivi devono promuovere dignità e qualità della pena, il trattamento non può essere solo custodia, ma anche accudimento. Mi affligge constatare che nonostante gli sforzi della Direzione, dell'area educativa e delle associazioni che portano avanti dei progetti in istituto, questi spazi continuano ad apparire gravemente trascurati dal punto di vista strutturale e non, a causa anche di costanti conflitti interni".
di Carlo Gregori
Gazzetta di Modena, 9 gennaio 2021
I morti della rivolta in carcere. La Procura di Modena indaga sulle divergenze tra la denuncia dei carcerati e l'assenza di segni di violenza riscontrati sul corpo dal medico legale di Ascoli. Emergono forti discrepanze tra la versione dei cinque detenuti che nella loro lettera-esposto alla Procura Generale di Ancona raccontano di pestaggi inflitti a Sasà Piscitelli e il rapporto del medico legale di Ascoli che ha svolto l'autopsia.
Lo ha confermato ieri il procuratore di Modena Giuseppe Di Giorgio spiegando che sono in corso gli accertamenti della Procura per capire come mai le due ricostruzioni divergano tanto. L'autopsia, della quale non si conosce ancora nulla, è stata firmata da un medico legale di Ascoli pochi giorni dopo il decesso del detenuto 40enne, tossicodipendente e attore di teatro, avvenuta la mattina del 10 marzo, due giorno dopo la rivolta del carcere di Modena e un giorno dopo il suo trasferimento al carcere di Ascoli.
È stato reso noto solamente che i riscontri indicano che Sasà sarebbe morto - come gli altri otto detenuti di Modena - esclusivamente per un'overdose di metadone e benzodiazepine, frutto del saccheggio collettivo dell'infermeria carceraria. Il medico legale non ha riscontrato alcun segno di violenza sul corpo. Questa versione ufficiale contrasta nettamente col racconto non solo dei due detenuti rimasti anonimi che la scorsa estate avevano riferito di un pestaggio durante il trasporto e di gravi maltrattamenti subiti da Sasà al suo arrivo ad Ascoli quando era già in stato comatoso.
Ma anche in base alla ricostruzione firmata dai cinque detenuti di Ascoli che sostengono di aver visto Sasà nelle sue ultime ore di vita e di essere a conoscenza diretta dei maltrattamenti inflitti contro di lui al suo arrivo in carcere. Fino alla sua agonia in cella con una sprezzante battuta di chi doveva vigilare: "Sta male? Lasciatelo morire". Come è infatti avvenuto.
E proprio intorno al decesso i magistrati che indagano dovranno chiarire un'altra discrepanza. La versione ufficiale sostiene che Sasà è morto la mattina del 10 marzo in ospedale ad Ascoli. Esiste in proposito un referto. I cinque detenuti sostengono invece che è morto in cella e solo successivamente è stato portato via il corpo.
Una versione simile a quella dei due detenuti anonimi riferita a Lorenza Pleuteri e Manuela D'Alessandro, due giornaliste ascoltate dalla Squadra Mobile di Modena. Quello che inizialmente sembrava una svista ora diventa un importante nodo da sciogliere nella ricostruzione dell'accaduto. I cinque, che chiedevano di essere ascoltati dalla Procura Generale di Ancona, sono già stati ascoltati dai due pm modenesi che indagano sui tre filoni di inchiesta legati alla rivolta dell'8 marzo a Sant'Anna, Francesca Graziano e Lucia De Santis.
I due magistrati hanno anche l'incarico di ricostruire la complessa dinamica della rivolta e individuare i facinorosi e gli autori delle devastazioni e degli incendi che hanno distrutto due terzi di Sant'Anna. Il secondo filone riguarda i nove morti. Cinque trovati in carcere a rivolta sedata e quattro morti durante i trasferimenti (tra questi Sasà Piscitelli). Un terzo filone di indagine riguarda poi denunce e segnalazioni di pestaggi e maltrattamenti di detenuti estranei alle violenze.
di Giulia Chiapperini
ultimavoce.it, 9 gennaio 2021
Gli elementi che risaltano agli occhi guardando il progetto del nuovo carcere di Nola, in provincia di Napoli, sono questi: disponibilità di celle singole, eliminazione delle sbarre e delle mura perimetrali. Campi sportivi e piscine, teatro e diverse aule e laboratori per le attività ricreative. Tanto verde e un sistema di sorveglianza molto sofisticato.
L'art. 27 della Costituzione Italiana nel suo significato di responsabilità penale e funzione rieducativa della pena, sancisce al 3 comma che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso d'umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Due principi fondamentali, quindi: il principio di umanità della pena secondo cui viene posto al legislatore il divieto di porre in essere pene le cui modalità violino il rispetto della persona; ed il principio della finalità rieducativa della pena, secondo cui le pene non devono solo punire il reo ma mirare soprattutto alla sua rieducazione, essendo requisito fondamentale per il suo reinserimento nella società.
Come sappiamo, si è proclamato spesso a parole che il carcere è un luogo di rieducazione, di ricostruzione delle condizioni di un ritorno alla normale convivenza sociale. Si è fatto anche qualche passo in questa direzione: pochi passi, ed esitanti, e seguiti spesso da precipitose ritirate. L'Italia viola i diritti dei detenuti tenendoli in celle dove hanno a disposizione meno di tre metri quadrati. La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha quindi condannato, diverse volte, il nostro Paese per trattamento inumano e degradante.
Donne e uomini, quando hanno la possibilità di parlare con le associazioni umanitarie, raccontano continuamente casi di schiavitù sessuale. Secondo l'organizzazione EveryOne ogni anno nel nostro paese si registrano circa 3.000 casi di stupri dietro le sbarre. Oggi, forse, da Nola, in provincia di Napoli, le cose cambieranno. Qui, il progetto della Tecnicaer, una delle aziende che ha presentato una ipotesi progettuale per la realizzazione del nuovo carcere, è tornato di attualità.
Nuovo carcere di Nola: il progetto - Sono almeno tre anni che si parla di quell'area, in località Boscofangone. Secondo le linee d'indirizzo, il modello di riferimento del progetto è quello del carcere norvegese di Halden ad Oslo. Nel progetto di Nola - si legge nella nota dello studio di progettazione che ha concepito la proposta - "forte è la consapevolezza che il percorso di rieducazione e reinserimento nella società civile del detenuto, passi anche attraverso l'umanizzazione dell'ambiente e la flessibilità degli spazi". Niente più sbarre alle finestre e niente mura perimetrali. Disponibilità di celle singole; campi sportivi e piscina; teatro, aule e laboratori per le attività ricreative e per apprendere un mestiere. Infine, molto verde e un sistema di videosorveglianza sofisticatissimo. La struttura ospiterà fino a circa 1200 detenuti. Si tratta di un'opera impattante per le considerevoli dimensioni. Per questo motivo, una particolare attenzione è stata prestata alla qualità, anche estetica, del complesso nonché alla compatibilità e sostenibilità ambientale. Sono stati selezionati sistemi costruttivi prefabbricati, in grado di ridurre i tempi di realizzazione innalzando la qualità degli elementi edili, e materiali da costruzione con un'alta percentuale di riciclabilità. Inoltre, il nuovo istituto penitenziario è stato progettato con prestazioni energetiche in classe A4, con sostanziale annullamento del fabbisogno energetico.
Seguendo il modello Halden, in Norvegia - Rieducare persone che hanno sbagliato. O almeno cercare. Insegnare il rispetto di sé e degli altri. È questo lo scopo delle carceri nei Paesi nordici. A cominciare dalla Norvegia, come ad Halden. Su 30 ettari di una piccola città elegante tra i fiordi del sud della Norvegia, alcuni architetti danesi hanno messo insieme il loro talento professionale.
Hanno costruito qualcosa che, se non fosse per il muro che lo circonda, non sarebbe affatto una prigione. Potrebbe essere un ospedale, una scuola o qualunque altro edificio pubblico, fatto di legno, vetro, acciaio e pietra. Le finestre non hanno sbarre, non ci sono torrette di sorveglianza, fili spinati o recinzioni elettriche. Non ci sono neanche telecamere; né nei corridoi, né nelle camere, nelle aule o nei laboratori. Gli agenti non hanno armi. Come ha detto un ex direttore del carcere, "non potrebbero essere più liberi di così. Soltanto se si dessero loro le chiavi delle celle".
Il concetto applicato qui è: la vita in carcere non deve essere diversa da quella fuori dal carcere. L'unica differenza è la mancanza di libertà di movimento. La pena non deve privare il detenuto di ciò di cui ha bisogno. I detenuti vengono preparati alla loro liberazione fin dal loro primo giorno in carcere: essi svolgono attività di vario genere volte alla riacquisizione di un equilibrio prima di tutto umano e predisposto al reinserimento nella società.
Qui i detenuti lavorano, o studiano - Qui, i detenuti non possono semplicemente rilassarsi nelle camere di fronte alla TV, anche se hanno tutto ciò di cui hanno bisogno nella loro cella di 12 metri quadrati. Devono scegliere tra il lavoro e la scuola. Possono fare molti corsi, da quelli di creatività a quelli di chimica, fisica e filosofia; scegliere di specializzarsi in uno dei sette corsi di formazione professionale offerti, con il rilascio del titolo di studio alla fine, tra cui carpenteria, meccanica e lavorazione dei metalli. Imparare a suonare uno strumento in uno dei tre studi di registrazione del carcere. Il successo di questo concetto è strettamente legato a come funziona il sistema giustizia. Occorre coinvolgere l'intera comunità. La Risoluzione (la Carta Bianca) approvata nel 2008, secondo cui il sistema della giustizia deve essere incentrato sull'idea di normalità e sulla riabilitazione dei detenuti, è stato sostenuto e firmato da cinque ministri: giustizia, istruzione, cultura, salute e per le autonomie locali. Eppure, come sottolinea il direttore ogni volta, Halden è sempre un carcere.
Nuovo carcere di Nola: esistono le condizioni, nel nostro Paese? - Giunti fin qui, una domanda è d'obbligo: esistono nel nostro paese tutte le condizioni per la realizzazione del nuovo carcere di Nola? Le condizioni, cioè, per dare corso ad una nuova stagione progettuale in grado di fornire edifici carcerari rispondenti alle esigenze della gestione penitenziaria più avanzata ed alle istanze costituzionali in materia di esecuzione penale; ma anche rispettosi dei bisogni materiali e psicologici dell'utenza (persone detenute, operatori penitenziari, visitatori ecc.) attraverso soluzioni architettoniche di avanguardia. Come scrive C. Burdese, al momento la risposta, purtroppo, è no. Le condizioni avverse sono rappresentate dalla mancanza di veri strumenti culturali - derivanti dalla teoria e dalla sperimentazione sul campo - in grado di affrontare coerentemente il tema della progettazione carceraria; cui si affianca l'insensibilità politica e della cultura architettonica al tema e lo scoglio burocratico. Lo stato di sovraffollamento cronico delle nostre carceri, tutt'ora presente e ulteriormente aggravato dalle drammatiche circostanze del Coronavirus, la cui soluzione sarebbe riconducibile alla realizzazione pressoché immediata di almeno 10.000 posti letto (singoli), richiederebbe ben altre risposte e tempistiche, ma anche apporti culturali.
Nuovo carcere di Nola: una soluzione a lungo termine? - E se Nola rappresentasse una soluzione sul lungo termine? Si possono ridurre le incarcerazioni attraverso pene alternative e una diversa concezione del carcere? Se in Italia si cercano continuamente nuovi spazi per costruire strutture detentive, in molti paesi scandinavi le prigioni chiudono. Prigioni vuote. Sembra un'utopia. Tuttavia, in alcuni paesi democratici dell'Europa del nord tutto questo è già realtà.
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 9 gennaio 2021
Più reclusi in attesa di giudizio che condannati: "Gestione difficilissima". "Cinquanta agenti penitenziari in meno per sorvegliare un carcere la cui popolazione carceraria è quasi il doppio di quella regolamentare". Il garante provinciale dei detenuti, Eros Cruccolini, spiega così una delle maggiori problematiche di Sollicciano. Un istituto che non trova pace e che, da tempo immemore, presenta problematiche strutturali mai risolte. "In tutto il penitenziario ci sono sol sei educatori - continua Cruccolini - questo significa che Sollicciano, come quasi tutti gli istituti italiani tranne Bollate a Milano, ha un'impostazione quasi esclusivamente securitaria ed è completamente trascurato l'aspetto della rieducazione".
Il ministero si è dimenticato questo capitolo di spesa, e gli enti locali e le associazioni di volontariato si trovano spesso "a fare i supplenti dello Stato organizzando quei pochi corsi di formazione e percorsi lavorativi dentro il penitenziario fiorentino". È pur vero che, pochi mesi fa, il ministero della Giustizia ha annunciato l'investimento di 3 milioni per ristrutturare lo scheletro di un carcere che fa acqua (spesso letteralmente) da tutte le parti, ma è vero allo stesso tempo, aggiunge il garante, "che è inutile abbellire in superficie il carcere se poi i problemi atavici restano indietro anni luce".
E tra i problemi mai risolti c'è sicuramente la mancanza di una guida stabile: Sollicciano ha cambiato cinque direttori in cinque anni, ora il posto lasciato da Fabio Prestopino a fine ottobre è occupato pro tempore dalla direttrice di Solliccianino Antonella Tuoni, il ministro Alfonso Bonafede ha promesso tre mesi fa una procedura rapida per la sostituzione di cui però non si è saputo più nulla.
"Non solo manca il direttore, ma in Toscana manca attualmente anche il Provveditore all'amministrazione penitenziaria - spiega l'avvocato Michele Passione, componente del direttivo della Camera Penale di Firenze - E Sollicciano ha già tanti problemi, dalla carenza dell'organico al sovraffollamento permanente (oltre 750 reclusi per 494 posti, ndr), dalla lontananza dalla città alla promiscuità della popolazione carceraria, tra definitivi e indagati, che rende difficilmente programmabile una qualunque attività per i detenuti".
Duro don Vincenzo Russo, cappellano di Sollicciano: "Questo oggi è un luogo colabrodo dove si concentrano tossicodipendenti, detenuti con pesanti disagi psichiatrici, reclusi con reati sessuali alle spalle... una popolazione carceraria estremamente complessa e difficile da gestire", per cui "ci vorrebbero percorsi specializzati e professionalizzanti che invece mancano", Don Russo torna sulla necessità di dare una guida stabile al carcere: non è del resto un caso, lascia intendere, "che le torture siano emerse anche grazie all'efficace collaborazione dell'ex direttore Prestopino che aveva dato stabilità".
Discorso simile per l'ex garante regionale Franco Corleone: "Il sovraffollamento è il grande tema ed è in parte dovuto al fatto che quasi metà dei reclusi siano appartenenti alla sezione giudiziaria, che ha preso il sopravvento su quella penale". Reclusi spesso in transito, stranieri arrestati per piccoli reati, che non hanno, spiega Corleone, alcuna volontà di impegnarsi in un percorso di rieducazione e rendono così instabile il modello carcerario.
Corleone torna a proporre di "utilizzare la struttura attualmente adibita per il vestiario degli agenti, accanto a Solliccianino, come mini carcere da 200 posti per detenere i reclusi del giudiziario". E infine, dice l'ex garante, "bene che il ministero abbia investito fondi per rifare gli impianti strutturali, ma ogni volta è insopportabile la lentezza con la quale viaggiano i lavori".
di Tommaso Moretto
Il Resto del Carlino, 9 gennaio 2021
Chendi, esponente del Pd, accusa il Sindaco: "Disarmante rassegnazione. Il Consiglio comunale si dimetta in massa se il progetto viene realizzato". Nello Chendi propone le dimissioni in massa dell'intero consiglio comunale. L'oggetto è il carcere minorile regionale, il cui trasferimento da Treviso a Rovigo è in programma da parte del Ministero.
Ma il consigliere del gruppo del Pd non ci sta: "Il problema è che con una rassegnazione disarmante il carcere minorile sembra ineluttabile ma Rovigo non ha mai scelto questa opzione e non la vuole - tuona Chendi. Dobbiamo ribadirlo ma andando fino infondo. Sono disposti il sindaco e tutto il consiglio comunale a riparlare di questo problema e ad andare a dire a Roma che se per caso arriva il carcere minorile ci dimettiamo tutti? Tutti, maggioranza e minoranza. Lo facciamo?".
Attualmente il palazzo di Giustizia è dislocato su più sedi ed i contratti d'affitto costano complessivamente 300mila euro l'anno al ministero. È il principale motivo dell'esigenza di trasferimento del palazzo di giustizia che ha la sede principale in via Verdi (palazzo di proprietà comunale sul quale il ministero non paga affitto). La seconda ragione è legata alla qualità degli ambienti interni del palazzo centrale. L'ipotesi di espansione negli ambienti dell'ex carcere, che confina proprio con il tribunale, si scontra proprio con il progetto di trasferire a Rovigo il minorile di Treviso.
Dopo la mozione per il no al minorile di febbraio 2020 cos'ha fatto Gaffeo?
"È andato a Roma ma io conosco l'ambiente, sono cambiati i partiti ma il metodo è sempre quello. Tu puoi andare a Roma buono e tranquillo o andare là risoluto. Per bloccare il carcere basta una tenda. Non serve mettere la dinamite di notte. Bisogna andare determinati e dire: qui non si costruisce, non si fa. Lui dice che non si poteva fare diversamente. Ma non è vero".
Perché questa battaglia?
"Se arriva il carcere minorile in centro è una sconfitta di questa maggioranza, anzi, dell'intero consiglio comunale. Ma ci rendiamo conto di cosa voglia dire per il centro storico? Via il tribunale e arriva un carcere con i minorenni più problematici d'Italia che entrano ed escono in semilibertà?"
La partita carcere minorile è stata data per persa da Gaffeo che ormai ragiona su qual è il luogo più adatto per il nuovo tribunale...
"Io sono contrario alla rassegnazione. Non si può arrivare a dire che non si può bloccare il carcere minorile perché è stato deciso. Io su questo sono disposto ad andare fino in fondo".
Il 30 dicembre Gaffeo ha presentato due soluzioni per la nuova sede del tribunale. Sul piatto ci due ipotesi, un nuovo palazzo all'Asm o la sede della Provincia di viale della Pace. Cosa ne pensa?
"Oggi, gennaio 2021 blocchiamo il carcere, magari coinvolgendo anche il comune di Treviso e la Regione. Cosa ne pensano loro? Di questo voglio parlare. Non di dove mettere il tribunale che per me deve restare dov'è".
Il Giorno, 9 gennaio 2021
Cinque le denunce avanzate dai reclusi a Torre del Gallo contro agenti penitenziari dopo la rivolta a inizio lockdown. La Procura di Pavia ha avanzato quattro richieste di archiviazione al Giudice di Pace di Pavia relativamente alle denunce presentate nei mesi scorsi da alcuni detenuti del carcere pavese di Torre del Gallo, che avevano segnalato all'autorità giudiziaria di essere stati percossi da un gruppo di agenti penitenziari.
I fatti denunciati si sarebbero svolti a marzo, quando nel carcere, così come in numerose altre case circondariali italiane, era scoppiata una rivolta dei reclusi in seguito alle restrizioni sulle visite nell'ambito dell'emergenza sanitaria per il coronavirus. Erano stati appiccati roghi nel carcere e un gruppo di detenuti si era arroccato sul tetto dell'istituto, scendendo solo dopo lunghe negoziazioni.
Le cinque denunce presentate da parte di altrettanti detenuti raccontano di maltrattamenti che sarebbero stati inflitti il giorno seguente all'accaduto. Tra gli episodi contestati, i detenuti hanno segnalato che sarebbero stati costretti a spogliarsi e a eseguire alcuni piegamenti sulle gambe, per poi essere picchiati. I detenuti hanno anche raccontato che alcuni agenti avrebbero tirato loro le vivande della sezione.
Ora per quattro segnalazioni è stata chiesta l'archiviazione: "Faremo opposizione alla richiesta di archiviazione per tutti e quattro i miei assistiti, che contestano tutti la stessa dinamica dei fatti - spiega l'avvocato Pierluigi Vittadini che segue i detenuti coinvolti -. In tali opposizioni, le parti offese indicheranno anche chiaramente i nomi delle persone coinvolte negli episodi".
di Riccardo Chiari
Il Manifesto, 9 gennaio 2021
Botte e violenze a due detenuti con fratture alle costole e timpano perforato, indagati dalla procura più di dieci agenti di polizia penitenziaria. Giuseppe Matulli dell'associazione Pantagruel: "È il clima generale del carcere, che è terribile, a portare a situazioni patologiche come queste".
"È il clima generale del carcere, che è terribile, a portare a situazioni patologiche come queste". Giuseppe Matulli, portavoce dell'associazione di volontariato Pantagruel da molti anni impegnata a sostegno dei diritti dei detenuti, offre una convincente chiave di lettura dell'ennesimo caso di pestaggi e violenze in carcere. Una inchiesta partita da una segnalazione alla magistratura dal comandante del reparto di polizia penitenziaria del carcere fiorentino, e che ha portato all'arresto di tre agenti accusati di tortura e falso ideologico, con altri sei colleghi interdetti dall'incarico per un anno.
Le indagini che la pm Christine Von Borries ha affidato al Nucleo investigativo centrale della stessa polizia penitenziaria, fatte anche con intercettazioni ambientali, si sono focalizzate su due pestaggi, nel 2018 e nel 2019, ai danni di un detenuto marocchino e un italiano. Le violenze avvenivano nell'ufficio di un'ispettrice penitenziaria di 50 anni, finita ai domiciliari, che insieme a un capoposto e a un altro agente era a capo, secondo le accuse, di una "squadra" che non lesinava botte ai detenuti.
Così nell'aprile 2019 il giovane marocchino, per aver risposto male a un agente, è stato preso a pugni, schiaffi e calci fino a impedirgli di respirare, poi costretto a denudarsi nella stanza di isolamento, infine portato in infermeria, con 20 giorni di prognosi per la frattura di due costole e l'uscita di un'ernia all'altezza dello stomaco. Stesso modus operandi per il detenuto italiano, che nel dicembre 2018 è stato immobilizzato da otto agenti nell'ufficio del capoposto e picchiato fino a perforargli un timpano.
Per coprire i pestaggi, nel caso del giovane marocchino l'ispettrice aveva scritto una relazione in cui dichiarava che i colleghi erano stati costretti a intervenire perché lui aveva cercato di aggredirla sessualmente. Mentre gli altri indagati cercavano di giustificare le violenze denunciando falsamente i detenuti per resistenza a pubblico ufficiale. Tutti sono stati sospesi dal servizio, e le indagini vanno avanti, anche grazie alle immagini delle telecamere del circuito interno di Sollicciano, prospettando il coinvolgimento di altri, ulteriori agenti. "Ma lo ripeto - tira le somme Beppe Matulli - anche se tutti i 38mila agenti fossero in gamba, il sistema carcere non potrebbe ugualmente funzionare. Perché l'amministrazione penitenziaria, taglio dopo taglio della spesa pubblica, e alle prese con un sovraffollamento diventato endemico, non è in grado di assicurare la funzione costituzionale del recupero dei detenuti alla vita sociale.
Intanto, a pochi chilometri di distanza, andranno a processo con rito abbreviato 10 agenti del carcere di San Gimignano, accusati di concorso in tortura e di lesioni aggravate a un detenuto tunisino. Fatti risalenti al 2018, per i quali altri cinque agenti il 18 maggio prossimo saranno davanti al giudice, nel primo dibattimento nel quale viene contestato il reato di tortura, introdotto nel 2017.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 gennaio 2021
Tre si trovano agli arresti domiciliari, gli altri sei sono invece interdetti dalla professione per un anno. Un detenuto del carcere di Sollicciano era stato denunciato per aggressione sessuale e resistenza a pubblico ufficiale nei confronti di una ispettrice capo, ma una volta sentito dai magistrati ha raccontato tutt'altra vicenda: in realtà, lui e un altro detenuto avrebbero subito violenze da parte degli agenti penitenziari.
Un racconto che sarebbe stato confermato dalle immagini delle telecamere acquisite dal direttore del carcere. A quel punto ne è scaturita una indagine sfociata ieri in nove misure cautelari per gli agenti penitenziari accusati del reato di tortura, mentre la vice ispettrice è tuttora indagata. Tre si trovano agli arresti domiciliari: l'ispettrice Elena Viligiardi coordinatrice del reparto penale, l'assistente Luciano Sarno e l'agente Patrizio Ponzo. Gli altri sei sono invece interdetti dalla professione per un anno.
A coordinare le indagini è Christine Von Borries, pm della procura di Firenze. Gli episodi contestati sarebbero avvenuti più volte nel tempo: nel 2018 e nel maggio scorso. I due detenuti oggetto di pestaggio nel carcere di Sollicciano hanno riportato gravi lesioni, come la rottura di un timpano e frattura delle costole. I nove indagati devono rispondere anche di falso ideologico in atto pubblico, perché avrebbero fatto passare gli abusi come resistenze da parte dei detenuti. Sì, perché le indagini della Procura hanno rivelato che la denuncia fatta nei confronti del detenuto marocchino era falsa e che era stato invece picchiato da un gruppo di agenti dopo aver chiesto di telefonare ai parenti in Francia, proprio nell'ufficio dell'ispettrice capo responsabile della sezione penale.
Ricoverato per le ferite in ospedale per le fratture di due costole, il detenuto aveva poi messo a verbale che nell'ufficio dove era stato picchiato erano presenti "l'ispettrice con i capelli biondi dietro la scrivania, quattro agenti, oltre all'ispettore e il capoposto. Sono stato colpito con pugni e calci. Una volta caduto a terra sono stato colpito ancora e poi ammanettato". Avrebbero anche esclamato: "Ecco la fine di chi vuole fare il duro!". Così, di fronte alle due denunce contrapposte, il direttore del carcere fece acquisire le immagini delle telecamere che hanno confermato il racconto del detenuto. Da lì le indagini hanno ricostruito un altro episodio di violenza, avvenuto nel 2018, quando un detenuto italiano denunciò la rottura di un timpano.
Ed è così che la Toscana raggiunge il triste primato relativo a presunti casi di tortura in carcere. Ricordiamo infatti il precedente che riguarda il carcere di San Gimignano: i pestaggi - grazie alla segnalazione dell'associazione Yairaiha Onlus - resi pubblici per la prima volta da Il Dubbio, sarebbero avvenuti l' 11 ottobre del 2018. Il giudice dell'udienza preliminare di Siena ha recentemente rinviato a giudizio cinque agenti penitenziari in servizio accusati di aver esercitato una inaudita violenza nei confronti del detenuto tunisino Meher. Nello stesso tempo condannato a 4 mesi un medico per omissioni d'atti di ufficio, perché non avrebbe visitato il detenuto quando era seminudo e dolorante in cella di isolamento. Tra le parti civili, oltre ad Antigone e l'associazione Yairaiha, c'è anche il garante nazionale delle persone private della libertà rappresentato dall'avvocato Michele Passione. Gli imputati hanno chiesto il rito abbreviato. La novità è che il 27 gennaio prossimo, in udienza, sarà visionato il video che ha ripreso, in parte, tutto quello che è accaduto.
di Enzo Varricchio
Il Dubbio, 9 gennaio 2021
Il secondo romanzo di Roberto Oliveri del Castillo, classe 1965, magistrato napoletano in servizio alla Corte d'appello di Bari, segna un profondo cambiamento di prospettiva dell'autore e una svolta decisiva nella sua poetica. Non più il magistrato che scrive romanzi ambientati nel mondo della giustizia ma il romanziere che trae spunto dal mondo della giustizia quale spaccato della società per narrare la sostanziale decomposizione del suo tessuto istituzionale e morale.
A differenza che in "Frammenti di storie semplici" (2014), denuncia in forma di racconto letterario del malaffare in un piccolo ufficio giudiziario di provincia, troppo simile al suo (all'epoca della pubblicazione, il Tribunale penale di Trani) per passare inosservato e non risultare profetico quando il "sistema Trani" è stato scoperchiato con gli arresti eccellenti, in "Indagine su un burattinaio. Il manoscritto del giudice" (Città del Sole edizioni, 2020), Oliveri del Castillo parte nuovamente da una storia di ingiustizia all'interno di una Procura, stavolta della provincia spagnola, ma usa la sua capacità analitica ed esperienza di magistrato per indagare tra le pieghe oscure e grottesche della nostra società e dell'animo umano, individuarne il nocciolo malato con il lucido sarcasmo di uno Sciascia, sputarlo con tutta l'irriverenza e brutalità del Pasolini di Salò/ Sade, usarlo per radicare una pianta nuova di giustizia che non appassisca dinanzi al prepotente di turno, così superando il pessimismo della ragione con l'ottimismo dell'azione di gramsciana memoria.
"Indagine su un burattinaio", a suo modo, è un romanzo storico a lieto fine, ne' l senso che dipinge l'affresco di un'epoca travagliata, superficiale, arrabbiata e corrotta come la nostra, nella quale tuttavia, come per un apparente miracolo, il bene infine trionfa balenando un barlume di speranza in un avvenire migliore. Il racconto parte là dove il primo romanzo era terminato, a segnare una linea di continuità ideale tra le storie narrate. Prima di morire, il giudice protagonista di "Frammenti di storie semplici", l'uomo che si era schierato contro il potere deviato dei colleghi corrotti, lascia un manoscritto all'amico professore con il compito di pubblicarlo. La pubblicazione del manoscritto è la scaturigine di eventi che svelano il vero volto del potere, "mostruoso, selvaggio, anarchico, incapace di sottostare a regole e misure. Incapace di giustizia ed equità", strappando le sue maschere perbeniste, leguleie, burocratiche, tracotanti e onnivore.
I cattivi hanno nomi caricaturali che paiono rubati ai film di Sergio Leone: El Cabron (il "Fiscal", cioè il procuratore capo), El Guapo, Lardoso, Gordo detto "Il Padrino"; essi applicano paradossalmente il celebre motto dell'agenzia investigativa Pinkerton, "noi non dormiamo mai", nel senso che trascorrono l'intera esistenza a combinare crimini e schifezze che per ruolo avrebbero il dovere di prevenire e punire. I loro amici sono potenti e criminali, le loro vittime poveri disgraziati e deboli d'ogni sorta.
Ed è proprio entrando nella mente e nel cuore di innocenti ingiustamente perseguitati, incarnati dal giovane migrante algerino Tylimaku (Telemaco, come il figlio di Ulisse dal multifome ingegno, nomen omen), colpevolmente spacciato per terrorista islamico dal clan dei prepotenti, che si genera la resistenza, la non accettazione della barbarie, che non può che rifondarsi proprio su quel diritto tradito, sui diritti umani offesi e vilipesi, l'unico argine allo strapotere del potere.
La trama è sintetizzata nella postfazione di un altro magistrato (ed ex senatore della Repubblica), Domenico Gallo: "Il racconto si dipana attraverso una serie di vicende nelle quali trovano posto latifondisti ladroni, vescovi e magistrati accomunati da vizi privati nascosti dalle pubbliche virtù, sgherri, escort, professori che impongono codici di abbigliamento discinti alle stagiste, ai quali fa da contraltare l'umanità recuperata nella comunità di accoglienza guidata da un sacerdote sandinista, fra Kuros, un prete a metà tra Zenone, il protagonista de L'opera al nero di Marguerite Yourcenar, e il vescovo di San Salvador, Oscar Romero, ucciso proprio mentre diceva messa in un ospedale, mentre sollevava l'ostia consacrata. La provincia spagnola, si fa simbolo dei Sud del mondo, un sud fatto di emarginazione, sfruttamento e poteri legali che diventano illegali per bieco arricchimento personale.
Dopo una serie di colpi di scena, la macchina della giustizia si mette finalmente in moto, restituisce dignità alle vittime e smaschera i complotti dei potenti. Al fondo c'è questa concezione della centralità della giustizia come unico argine possibile per ' imbrigliare il Leviatano'. Una giustizia che si prostituisce ai potenti e che apre ferite spaventose nella carne viva delle vittime del potere. Una giustizia che interviene per risanare le ferite, per riparare i torti, per liberare i deboli dal giogo dei potenti".
Il compito dello scrittore, il suo scopo in tutto questo? È nella citazione di Se questo è un uomo di Levi all'inizio del libro di del Castillo: "Portare testimonianza". Testimonianza di verità, aggiungerei, perché oggi più che mai, dismessi i panni della fantasia dinanzi a una realtà che troppo spesso la supera, il romanzo può diventare racconto di verità.











