nuovatlantide.org, 8 gennaio 2021
Intervista a Vincenzo Musacchio, giurista, più volte professore di diritto penale e criminologia in varie Università italiane ed estere. Discepolo di Giuliano Vassalli, allievo e amico di Antonino Caponnetto.
Il Governo attraverso il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis ha dichiarato che i detenuti saranno vaccinati con gli stessi criteri dei cittadini liberi. Cosa ne pensa?
Ritengo sia una scelta non condivisibile, non in linea con il principio di umanizzazione della pena che dovrebbe accompagnare le scelte di salute in ambiente penitenziario. Al contempo stesso la ritengo anche una scelta di politica criminale imprudente che mette sullo stesso piano detenuti e liberi senza valutare se il virus si propaghi più facilmente in ambiente carcerario.
Lei cosa proporrebbe?
Di vaccinare tutti i reclusi presenti, tutti gli operatori penitenziari e di vaccinare in ingresso i nuovi arrivati e tenerli divisi dalla restante popolazione detenuta fino a che il vaccino non abbia piena efficacia. Ritengo sia percorribile anche la strada della temporanea conversione delle pene minori in detenzione domiciliare. Laddove non esista un domicilio, si potrebbe individuare qualcuno (enti o persone) che si possa assumere la responsabilità della quarantena. Non parliamo poi dello scandalo della mancanza dei braccialetti elettronici che, di fatto, non permette l'uscita di persone per le quali vi sarebbe la concessione da parte del giudice degli arresti domiciliari in luogo della custodia cautelare in carcere. Credo che il Ministero della Giustizia debba anche predisporre un immediato piano di emergenza per la vaccinazione delle oltre centomila persone che vivono e lavorano negli istituti di detenzione. Da cittadino mi auguro che questo impegno sia già stato adempiuto.
Le carceri italiane restano un problema irrisolto sia per l'eccessivo affollamento sia l'inadeguatezza delle strutture, lei cosa ne pensa?
La risposta è già nella domanda. Siamo lo Stato membro dell'Unione europea (a parità di popolazione) con più persone in carcere senza processo: 19.565 (Fonte Istat 2018 ultimo dato utile). A parte la vergogna di avere così tanti detenuti in attesa di giudizio, sarebbe anche il caso di domandarsi quanto costa avere in carcere quasi ventimila persone, parte delle quali usciranno o per decorrenza dei termini o perché innocenti. Quello dei costi della carcerazione preventiva è un tema che, forse per la sua inciviltà di fronte al tema dei diritti della persona, è poco affrontato. Diamo un dato: l'Italia spende per loro oltre cinquecento milioni di euro l'anno, una cifra che può essere considerata come parte dei costi economici della lentezza della giustizia. Secondo i dati del Ministero della Giustizia, al 29 febbraio 2020, in Italia i detenuti erano 61.230, a fronte di una capienza a norma delle carceri pari a 50.930 posti. Credo che basterebbe un uso meno automatico della carcerazione preventiva per cominciare a svuotare in parte le carceri e porre rimedio all'attuale sovraffollamento carcerario, a maggior ragione oggi in tempo di pandemia da Covid-19. Su questi temi in Parlamento purtroppo non si discute più.
Cosa si potrebbe fare per risolvere questi problemi?
Una possibile risoluzione dei problemi da lei posti la propose il mio maestro Giuliano Vassalli circa trent'anni fa e fu poi ripresa più volte negli anni successivi ma mai attuata: la cd. "lista d'attesa". In sostanza, si dovrebbe stabilire con legge che qualora tu Stato non possa garantire uno spazio sufficiente in carcere per l'imputato in attesa di giudizio aspetti per rinchiuderlo fino a quando questo spazio non l'avrai. La norma si dovrebbe applicare ovviamente per i reati meno gravi in conformità a una serie di requisiti tassativi, ricordandoci che siamo sempre di fronte a non colpevoli sino alla condanna definitiva, come recita testualmente l'articolo 27 della Costituzione. Occorrerebbe naturalmente investire anche sulle strutture delle carceri e su una nuova e più adeguata edilizia penitenziaria adeguata ai tempi moderni.
Il 2020 per molti è stato l'anno nero delle carceri lei che ne pensa?
Penso che con lo scandalo della circolare "scarcera mafiosi", duemila positivi tra detenuti e personale e le rivolte carcerarie in varie parti d'Italia non si possa dire che sia stato un buon anno.
Cosa pensa di quella circolare "sfortunata"?
Un errore.
Sulle rivolte? Erano organizzate?
Io credo di sì e mi auguro che presto le indagini in corso facciano luce su ciascuna rivolta e sulle regie esterne. Da non dimenticare le morti avvenute tra i detenuti e in particolare quelle delle carceri di Modena e di Rieti.
Che cosa pensa dell'opportunità di concedere amnistia e indulto?
Sono contrario. Sono favorevole invece alla depenalizzazione di molti reati inutili, facendo in modo che si vada in galera di meno e solo quando c'è una reale pericolosità sociale. Sono stato sempre contrario alla custodia cautelare in carcere e favorevole alle pene alternative e domiciliari in tutti i casi ove sia possibile. Occorrono nuove carceri, più dignitose e rieducative. I cittadini tuttavia devono sapere che lo Stato punisce chi va punito. Tolleranza zero per mafie, terrorismo, corruzione ed evasione fiscale.
Tocchiamo un altro tasto dolente: il 41 bis. Qual è il suo giudizio?
È un circuito penale speciale che ha come obiettivo quello di impedire ai boss i contatti esterni con la criminalità organizzata. Sacrosanto e direi indispensabile nella lotta alle mafie assieme alla confisca dei beni. Il 41-bis non viola la Costituzione, ovviamente, lo Stato ha il compito di garantire il rispetto dei fondamentali diritti umani ai detenuti che sono sottoposti a questo trattamento che non è certo ascrivibile ad alcuna forma di tortura. A dimostrare l'infondatezza di tale degenerazione da più parti sollevata vi è la possibilità di interrompere il regime del 41 bis, mediante la collaborazione con la giustizia.
Un'ultima questione, lei è un penalista, ritiene che sia arrivato il momento di avere un nuovo codice penale?
Veda ho sempre pensato che quando fu varato il nuovo codice di procedura penale si sarebbe dovuto emanare anche un nuovo codice penale per affiancarlo. Io sono per le riforme globali e non a compartimenti stagni. Oggi purtroppo latita il dialogo fra la politica e il mondo giudiziario. Manca soprattutto una classe dirigente predisposta e le condizioni politiche e istituzionali: l'instabilità governativa e la conflittualità tra i partiti purtroppo non fanno ben sperare per una imminente riforma del codice penale che se ben congegnata avrebbe incidenza anche sui problemi che affliggono le carceri italiane.
di Paolo Comi
Il Riformista, 8 gennaio 2021
Pubblichiamo il documento della giunta dell'Unione delle camere penali italiane sul tema della responsabilità professionale del magistrato.
L'ennesima assoluzione di un uomo politico -come nel recentissimo caso dell'ex Presidente della Regione Calabria Oliverio - per riconosciuta insussistenza di quei fatti di reato la cui contestazione aveva però già irreversibilmente causato non solo la fine di una carriera politica, ma soprattutto - come in molti altri casi analoghi - la indebita alterazione delle dinamiche elettorali e dunque democratiche di una intera comunità territoriale, pone in modo non più eludibile la urgente necessità di mettere mano con determinazione al tema della responsabilità, ed anzi ad oggi della irresponsabilità, del magistrato nell'ordinamento giudiziario italiano.
È giunta l'ora di affrancare il tema della responsabilità del magistrato dall'inaccettabile ricatto - culturale, politico, mediatico - di chi addebita ai suoi propugnatori, tra cui da sempre ed in prima linea l'Unione delle Camere Penali Italiane, l'indegno proposito di condizionare l'esercizio della giurisdizione e l'indipendenza della magistratura.
È vero l'esatto contrario. La credibilità della giurisdizione è vulnerata agli occhi dei cittadini esattamente dal sempre più frequente spettacolo di indagini che prima travolgono vite private e pubbliche, carriere politiche, equilibri democratici di governi nazionali e locali, per non dire di attività economiche ed imprenditoriali, e poi, a distanza di anni ed ormai inutilmente, vengono riconosciute da giudici seri ed indipendenti come del tutto infondate, senza che nessuno sia chiamato a renderne conto in alcun modo. Ed anzi, siamo tutti chiamati ad assistere, attoniti, alle inarrestabili carriere ed alle imperturbabili celebrazioni ed autocelebrazioni mediatiche di magistrati che annoverano, come le implacabili statistiche raccontano senza appello, un numero di fallimenti delle proprie inchieste che sancirebbero esiti certamente pregiudizievoli in qualsivoglia altra attività professionale.
È del tutto ovvio che il tema non si pone ogni qual volta un'accusa venga smentita da una assoluzione, la qual cosa rientra, salvo non sia abituale o statisticamente preponderante nel singolo curriculum professionale, nella normale dialettica processuale e nella fisiologica fallibilità del giudizio umano, non interrogando perciò la qualità professionale di alcuno; ma si pone con riguardo a quelle indagini - ed ai provvedimenti giurisdizionali che le hanno acriticamente assecondate - che siano connotate ab origine da quei profili di "accanimento investigativo" o di "incongruità logica" che lo stesso giudice, di merito o di legittimità, abbia ritenuto doveroso evidenziare e stigmatizzare nel giudizio assolutorio, quando non addirittura già nella fase cautelare.
Solo chi vive fuori dal mondo, o peggio ancora rivendica con arroganza la propria impunità, può non comprendere le devastanti conseguenze per la credibilità della giurisdizione agli occhi di una pubblica opinione che assiste a questo esercizio di una funzione non responsabile dei propri atti, nello stesso momento in cui vede quotidianamente sanzionate dagli stessi giudici - come è giusto che sia - carriere professionali di medici per interventi errati, di ingegneri per ponti mal costruiti, di avvocati per patrocini infedeli, di imprenditori per patrimoni dissipati.
Solo una politica ridotta ad una funzione ancillare non della magistratura, ma di alcune Procure ed anzi di alcuni Procuratori della Repubblica, intimorita e resa imbelle dal ricatto politico-mediatico che iscrive tra i favoreggiatori della criminalità comune e politica chiunque ponga il problema della responsabilità del magistrato, può ostinarsi a non comprendere come una democrazia nella quale dei tre poteri su cui essa si fonda, uno e solo uno è irresponsabile, è destinata alla rovina.
Ma se il tema della responsabilità civile del magistrato, con i suoi indubbi profili di complessità e delicatezza, deve certamente essere rilanciato nel dibattito politico ed accademico, ciò che si può e si deve fare subito per restituire credibilità e autorevolezza alla giurisdizione è riproporre con forza, già oggi in sede di progetto di riforma dell'ordinamento Giudiziario, il tema della responsabilità professionale del magistrato. Occorre infatti porre immediatamente rimedio a questo scandalo nostrano, non a caso unico al mondo, per il quale la carriera dei magistrati italiani progredisce automaticamente (il 99% delle c.d. "valutazioni di professionalità" sono positive), del tutto a prescindere da una valutazione di merito delle attività in concreto svolte dal singolo magistrato; uno scandalo imposto addirittura in nome della difesa della indipendenza della magistratura, qui declinata non come valore costituzionale da tutti noi condiviso e difeso, ma come inammissibile ed arrogante privilegio di impunità.
Ed all'interno del tema della responsabilità del magistrato deve essere finalmente affrontato lo specifico problema di quella del Pubblico Ministero e della sua valutazione rispetto alla carriera: la solenne e reiterata bocciatura da parte dei giudici di teoremi accusatori non può più essere spacciata per fisiologia processuale, quando essa avvenga con gravi censure all'attività investigativa e si riproponga nel tempo.
Chiediamo al nuovo presidente dell'Associazione nazionale magistrati dott. Santalucia se egli non reputi sia giunto il momento di aprire con coraggio ed umiltà questa riflessione all'interno della magistratura associata; chiediamo al Ministro di Giustizia on. Bonafede se vi sia una plausibile ragione per la quale egli abbia ritenuto, e con lui la maggioranza di Governo, che questo inaudito privilegio professionale, impensabile per ogni altro comune cittadino, debba rimanere intatto e dunque estraneo alla indispensabile riforma dell'ordinamento Giudiziario, pur indicata come una assoluta priorità.
L'Unione delle Camere Penali Italiane intende rilanciare con forza il dibattito civile, politico ed accademico sul tema della responsabilità, innanzitutto professionale, del magistrato, nella profonda convinzione che una simile riforma, al pari di quella della separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante, trovi la sua unica ragione ispiratrice nella esigenza, ormai indifferibile, di restituire forza, credibilità e autorevolezza all'esercizio della giurisdizione nel nostro Paese.
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 8 gennaio 2021
Fu l'ex vertice della Cassazione a denunciare al Csm il paradosso delle valutazioni top per tutte le toghe. Le ultime vicende giudiziarie, con il crollo di diversi "teoremi dell'accusa", hanno fatto tornare d'attualità la responsabilità "professionale" dei magistrati. Il tema, in particolare, è stato rilanciato questa settimana dall'Unione Camere penali con un invito al neo presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Santalucia, a partecipare al dibattito civile, politico e accademico per "restituire forza, credibilità e autorevolezza all'esercizio della giurisdizione nel nostro Paese.
La credibilità della giurisdizione è vulnerata", secondo i penalisti, "agli occhi dei cittadini dal sempre più frequente spettacolo di indagini che prima travolgono vite private e pubbliche, carriere politiche, equilibri democratici di governi nazionali e locali, per non dire di attività economiche e imprenditoriali, e che poi, a distanza di anni e ormai inutilmente, vengono riconosciute da giudici seri e indipendenti come del tutto infondate, senza che nessuno sia chiamato a renderne conto in alcun modo", sottolinea la nota dell'Ucpi.
Come esempio, appunto, viene citata la recente assoluzione dell'ex presidente della Regione Calabria Mario Oliverio per la "riconosciuta insussistenza di quei fatti di reato la cui contestazione aveva però già irreversibilmente causato non solo la fine di una carriera politica, ma soprattutto - come in molti altri casi analoghi- la indebita alterazione delle dinamiche elettorali e dunque democratiche di una intera comunità territoriale".
Fatta questa premessa i penalisti ricordano allora "l'urgente necessità di mettere mano con determinazione al tema della responsabilità, e anzi ad oggi della irresponsabilità, del magistrato nell'ordinamento giudiziario italiano". Un dato merita di essere ricordato. Ed è quello relativo proprio alle valutazioni di professionalità dei magistrati. Le ultime statistiche disponibili, quelle del 2016, raccontano che il 99,30 percento delle toghe ha conseguito una valutazione positiva.
L'anno prima, nel 2015, la percentuale era stata di circa il 99,60 percento. Solo lo 0,20 percento aveva avuto un giudizio negativo. In pratica solo quelli sotto procedimento disciplinare. Numeri che avevano sollevato forti perplessità da parte dell'allora presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio: "Io vado dicendo da moltissimo tempo che in un'organizzazione complessa, un potere dello Stato con migliaia e migliaia di magistrati, dove le valutazioni di professionalità sono positive per il 99.7 per cento, si evidenzia un deficit delle circolari in materia di valutazione di professionalità", disse Canzio intervenendo al plenum del Csm nella scorsa consiliatura.
Non esiste infatti, ad oggi, alcun rapporto fra la valutazione di professionalità e i risultati dell'attività giudiziaria. Al punto che, proseguono i penalisti, non possono non essere segnalate le "inarrestabili carriere" e le "imperturbabili celebrazioni e autocelebrazioni mediatiche di magistrati che annoverano, come le implacabili statistiche raccontano senza appello, un numero di fallimenti delle proprie inchieste che sancirebbe esiti certamente pregiudizievoli in qualsivoglia altra attività professionale".
Di contro, sono "quotidianamente sanzionate dagli stessi giudici - come è giusto che sia carriere professionali di medici per interventi errati, di ingegneri per ponti mal costruiti, di avvocati per patrocini infedeli, di imprenditori per patrimoni dissipati. Un inaudito privilegio professionale, impensabile per ogni altro comune cittadino", che per ora alcuna delle riforme all'esame del Parlamento, incluso il ddl sul Csm, prevede di eliminare.
Non è, ovviamente, il caso di generalizzare. I penalisti si riferiscono ai procedimenti che fin dall'inizio presentano "profili di 'accanimento investigativo' o di ' incongruità logica' che lo stesso giudice, di merito o di legittimità, abbia ritenuto doveroso evidenziare e stigmatizzare nel giudizio assolutorio, quando non addirittura già nella fase cautelare". L'appello si conclude con un richiamo alla politica "ridotta a una funzione ancillare non della magistratura, ma di alcune Procure e anzi di alcuni procuratori della Repubblica, intimorita e resa imbelle dal ricatto politico- mediatico che iscrive tra i favoreggiatori della criminalità comune e politica chiunque ponga il problema della responsabilità del magistrato".
Una politica che non "può ostinarsi a non comprendere come una democrazia nella quale dei tre poteri su cui essa si fonda, uno e solo uno è irresponsabile, sia destinata alla rovina". Sulla sfida lanciata dall'Ucpi il solo segnale finora registrato è nelle parole di Enrico Costa, il deputato di Azione che ha proposto il tema subito dopo il sì della Camera al rimborso delle spese legali agli assolti: "Ora va affrontato il nodo dei pm che vedono sistematicamente fallire le loro indagini". Ma su questo, non sembrano esserci per ora, al di fuori dell'avvocatura, antenne sensibili.
di Alessandra Ricciardi
Italia Oggi, 8 gennaio 2021
Un governo di dilettanti", attacca Carlo Nordio, ex procuratore aggiunto di Venezia, protagonista di indagini storiche, da quelle sulle Brigate Rosse in Veneto a Tangentopoli, oggi editorialista. Mentre a Roma si litiga sul Conte ter ("sarebbe il colmo dell'assurdo"), a Bruxelles attendono il piano di riforme per i 209 miliardi del Recovery plan italiano: giustizia e pubblica amministrazione, i principali dossier.
"La giustizia nella bozza di riforme ancora una volta è stata trattata da Cenerentola... Eppure la mala giustizia ci costa 2 punti di Pil l'anno", spiega Nordio, che ha coordinato uno studio per la Ambrosetti House. La nuova prescrizione annunciata dal governo? "Doveva essere accompagnata da una riforma più globale volta alla riduzione dei tempi dei processi. Non se ne è fatto nulla". La digitalizzazione dei fascicoli e delle notifiche? "È ancora in alto mare, ma anche una volta che dovesse essere legge avrebbe lo stesso effetto di un'aspirina per curare il Covid". Quello che manca è un progetto complessivo, dice Nordio: revisione delle procedure e radicale depenalizzazione di molti reati. A partire dall'abuso di ufficio.
Domanda. A ormai quasi un anno dallo scoppio dell'epidemia, il Covid che effetti ha avuto sulla gestione della giustizia? Partiamo da quella penale.
Risposta. Come negli ospedali, non ha prodotto un blocco, ma un forte rallentamento. Le cause urgenti si celebrano ancora, detenuti e arrestati hanno sempre la precedenza. I dirigenti degli uffici sono in genere molto bravi, anche se da magistrati devono trasformarsi in manager, perché la gestione della sicurezza è una loro responsabilità.
D. E su quella civile?
R. La giustizia civile richiede meno immediatezza, le parti possono comunicare a distanza con il giudice e tra di loro, e in questo la telematica attenua le difficoltà determinate dall'isolamento. Ma purtroppo la giustizia civile era giù così fragile e malaticcia, che questa epidemia rischia di affossarla definitivamente. Abbiamo un organico vecchio, sottodimensionato rispetto al nuovo contenzioso e nemmeno del tutto coperto.
D. La carenza di organico non è colpa solo di questo governo. O no?
R. La carenza di organico ha molti padri: la carenza di risorse, che ha sempre visto la giustizia sacrificata nei bilanci, e solo oggi comprendiamo che è un motore essenziale per l'economia; poi la farraginosità burocratica, che rende eterne le procedure dei concorsi, cosicché se un aspirante magistrato inoltra oggi la domanda, e supera le prove, otterrà la toga fra tre o quattro anni; infine la stessa magistratura, restìa ad aumentare il numero dei togati.
D. Perché?
R. Per la ragion pura di non ridurre l'alta professionalità dei suoi componenti, che in effetti devono superare una durissima selezione. E per la ragion pratica che un'immissione cospicua di avvocati diluirebbe il corporativo potere correntizio, che lo scandalo Palamara ha messo in luce, anche se era conosciuto da tutti. Ma la colpa principale risiede nell'inerzia governativa e parlamentare. L'esempio più indecoroso è il seguente: una gran parte di processi, anche importanti, sia civili che penali, è oggi gestita dai Got, cioè dai giudici onorari presso i tribunali.
D. Chi sono i Got?
R. Sono avvocati bravi e preparati che devono, in pratica, rinunciare alla professione, perché non possono esercitare nello stesso foro dove svolgono funzioni giurisdizionali. Ebbene, questi ausiliari dei giudici di carriera, insostituibili per la tenuta del sistema, vengono pagati in modo irrisorio, e solo quando fanno udienza. Non hanno garanzie di stabilità né di trattamento previdenziale, anche se vengono per molti anni riconfermati nella carica, con una procedura che non sarebbe consentita a un privato imprenditore. Una recente sentenza del tribunale di Vicenza ha riconosciuto il loro diritto a una retribuzione corrispondente a quella dei togati. In effetti lo Stato li sfrutta con un trattamento indegno, che sta giustamente suscitando proteste. Se questi Got smettessero di lavorare, la giustizia collasserebbe definitivamente. Ecco, questa è un'urgenza da affrontare subito.
D. Che fine hanno fatto le riforme annunciate dal governo Conte, dalla prescrizione alla digitalizzazione delle notifiche?
R. Qui il discorso è amaro. La funesta mini riforma della prescrizione doveva essere accompagnata da una più globale volta alla riduzione dei tempi dei processi. Non se ne è fatto nulla. Esiste un progetto in discussione in parlamento che prevede alcune buone novità, come la digitalizzazione dei fascicoli e delle notifiche, e alcuni limiti alle impugnazioni. Ma a parte che è ancora in alto mare, ha lo stesso effetto di un'aspirina per curare il Covid. Non è certo la completa revisione della procedura e neppure la radicale depenalizzazione, che costituirebbero le uniche medicine per rendere la giustizia penale più efficiente.
D. Quanto ci costa la malagiustizia?
R. Qui distinguiamo. La formulazione di reati evanescenti, come l'abuso di ufficio e il traffico di influenze ci costa enormemente perché paralizza l'attività amministrativa. Ormai nessuno firma più nulla per timore di finire indagato, con le spese e le conseguenze note a tutti, anche in caso di assoluzione. Quanto alla corruzione, essa riduce e scoraggia gli investimenti, diminuisce le entrate statali e aumenta le disuguaglianze nella popolazione, perché inceppa i meccanismi di redistribuzione e di welfare. Ma i danni maggiori derivano dal crisi della giustizia civile, perché impatta sui costi delle imprese, sull'allocazione e sul costo del credito, e più in generale sulla certezza dei rapporti contrattuali. Uno studio della Ambrosetti House, che ho avuto l'onore di coordinare con altri tecnici, quantifica la perdita in circa il due per cento del Pil. Decine di miliardi di euro l'anno.
D. Dove metterebbe le mani?
R. Il processo penale è ormai un'arlecchinata, perché è stato modificato così tanto da renderlo incompatibile con la sua struttura originaria. Ne occorre uno nuovo, possibilmente coerente con il sistema accusatorio che aveva ispirato il codice Vassalli del 1988. Per la giustizia civile, dopo mille tentativi falliti, il rimedio è semplice: copiamo i sistemi che funzionano, magari quello tedesco. Non c'è nulla da vergognarsi, anche loro hanno copiato, a suo tempo, il diritto romano.
D. Tra le riforme che il governo deve presentare per accedere ai 209 miliardi del Recovery plan c'è appunto la giustizia. Da ex magistrato e da giurista, qual è il disegno che si delinea nelle bozze di Recovery?
R. Tragico. La giustizia ancora una volta è stata trattata da Cenerentola. Ma anche la sanità è stata trascurata. Basti vedere che l'originario stanziamento era ridicolo Ora pare aumentato, ma è sempre poco rispetto ai dissennati sussidi a pioggia sperperati a fini di consenso elettorale.
D. Il governo è alla vigilia di un rimpasto, che dovrebbe immettere maggiori competenze, secondo una versione, nuove poltrone, secondo l'altra. Basterà per andare avanti?
R. Un rimpasto, un Conte ter, sarebbe il colmo dell'assurdo. Già questo governo è un'anomalia, perché il suo Presidente si vanta di smentire e disfare quello che aveva fatto quando guidava quello precedente. Hegel direbbe che prima c'era la tesi, e ora l'antitesi. Se la sintesi dialettica dovesse essere il Conte ter, vorrei ricordare che Marx diceva che bisogna far camminare sulle gambe l'uomo che Hegel fa camminare sulla testa. Ma purtroppo qui non si tratta delle astrazioni speculative dell'idealismo, ma della sorte dell'Italia, o almeno degli aiuti che ci vengono dall'Europa. Lei mi chiedeva se basterà per andare avanti. No, sarebbe un pasticcio.
D. Qual è la colpa più grave di questo esecutivo?
R. Il dilettantismo. Faccio l'esempio della scuola. Le regioni vanno in ordine sparso sul quando aprire e chiudere la scuola perché è mancata e manca del tutto una visione generale del governo, che si è baloccato con i banchi a rotelle quando, in primavera, avrebbe già dovuto capire che la scuola era una enorme fonte di contagio, non tanto nelle aule quanto nei trasporti, dove manca ogni forma di distanziamento e di controllo. È stata una negligenza imperdonabile, una delle tante. Ora si fanno riunioni ministeriali nottetempo per decidere se prorogare o no la chiusura di qualche giorno. Davanti a un simile dilettantismo programmatico è ovvio che alcune regioni, come il Veneto, abbiano deciso di chiudere fino a febbraio.
D. Una crisi di governo in piena emergenza economica e sanitaria?
R. Non è vero che una crisi di governo, o addirittura l'appello alle urne, sia incompatibile con un'emergenza. Al contrario, è proprio nell'emergenza che se un governo rivela la sua inadeguatezza va cambiato. Così fece la Francia in piena guerra chiamando alla sua guida Clemenceau nel novembre del 1917, come la Gran Bretagna volle Churchill al posto di Chamberlain nel 1940. A proposito di quest'ultimo, mi vengono in mente le parole indirizzategli da Leo Amery dopo il disastro della Norvegia: "Troppo a lungo avete occupato quel posto per quel poco di bene che avete fatto. Andatevene, e sia finita con voi. In nome di Dio, andatevene". Chissà se in Parlamento qualcuno si alza e ha il coraggio di dirlo a Conte.
di Liana Milella
La Repubblica, 8 gennaio 2021
Secondo la giustizia amministrativa, l'ex pm di Mani pulite deve essere giudicato dalla magistratura ordinaria rispetto alla sua decadenza dal Consiglio superiore della votata a maggioranza.
"Si rivolga al giudice ordinario e non a quello amministrativo". Dopo il Tar, adesso anche il Consiglio di Stato si lava le mani sul caso Davigo e sulla sua cacciata dal Csm il 19 ottobre scorso per aver raggiunto l'età della pensione. Esattamente come il Tar del Lazio, la quinta sezione del Consiglio di Stato - il presidente Carlo Saltelli, il consigliere estensore della sentenza Giovanni Grasso, i colleghi Raffaele Prosperi, Angela Rotondano, Elena Quadri - decide di non entrare nel merito della questione che ha provocato una profonda spaccatura nel Csm sul caso dell'ex pm di Mani pulite, dal 2018 eletto nell'organo di autogoverno dei giudici come consigliere più votato con 2.522 consensi di altrettanti colleghi e che si era presentato nella corrente, da lui stesso fondata, Autonomia e indipendenza. Tutti colleghi che - al momento del voto - non avevano assolutamente neppure preso in considerazione il fatto che Davigo, il 20 ottobre di quest'anno, avrebbe compiuto 70 anni, e quindi automaticamente sarebbe divenuto una toga in pensione.
Secondo la maggioranza dei consiglieri del Csm, Davigo era anche una toga che di conseguenza doveva lasciare il Consiglio. E così infatti è andata quel lunedì di ottobre in cui 13 consiglieri hanno votato per il suo allontanamento, mentre 6 si sono espressi a favore della sua permanenza in Consiglio, e 5 si sono astenuti. Contro Davigo hanno pesato i voti del vice presidente David Ermini, dei due vertici della Cassazione Pietro Curzio e Giovanni Salvi, del consigliere eletto nella sua corrente Nino Di Matteo.
Immediato il ricorso di Davigo al Tar, già il giorno dopo, difeso dal costituzionalista Massimo Luciani. Ma proprio il Tar prima non ha concesso la sospensiva della decisione. Poi si è pronunciato come oggi ha fatto il Consiglio di Stato. Con considerazioni praticamente identiche. Ma sopratutto, in entrambi i casi, la giustizia amministrativa non è entrata nel merito della decisione. Cioè - per capirci - non ha stabilito se un magistrato, una volta raggiunta l'età pensionabile e pur facendo parte del Csm perché eletto dai suoi colleghi, possa continuare a farne parte, oppure debba lasciare l'incarico.
Ben altra è la strada seguita da Tar e Consiglio di Stato. Come si può evincere da queste considerazioni che chiudono le poche pagine del provvedimento: "Il giudice della giurisdizione ha costantemente affermato che il diritto all'elettorato passivo costituisce un diritto soggettivo perfetto, che non è sottratto alla giurisdizione ordinaria per il solo fatto che sia stato dedotto in giudizio mercé l'impugnazione di un apparente provvedimento amministrativo".
In sostanza, in parole semplici, il Consiglio di Stato afferma che la questione riguarda il diritto elettorale passivo e quindi un diritto soggettivo pieno, che è materia del giudice ordinario. E su questo principio non ha nessun effetto il fatto che la decadenza di Davigo sia stata decisa con un provvedimento amministrativo come quello preso a ottobre dal Csm.
Quindi Davigo - per usare un linguaggio sportivo - non ha perso questa partita. Poiché quelli che aveva scelto come suoi giudici - il Tar prima, il Consiglio di Stato poi - hanno stabilito che la questione non è di loro competenza. Davigo dovrà rivolgersi al giudice ordinario e porre di nuovo il problema se, da magistrato in pensione, poteva restare al Csm oppure doveva andarsene. Davigo ovviamente era convinto di poter restare richiamandosi alla Costituzione che parla di una durata di 4 anni del Csm. Mentre i vertici della Cassazione ed Ermini, nonché la destra del Csm, hanno ritenuto che il pensionamento facesse cadere anche il suo diritto di essere un componente togato, in quanto aveva perso la toga. Ma a questo punto la partita continua. E quelle di Tar e Consiglio di Stato non rappresentano un sì o un no a Davigo e alla questione giuridica che ha posto, ma semplicemente un "noi non siamo competenti a decidere".
di Simona Musco
Il Dubbio, 8 gennaio 2021
Captazioni selvagge, arriva il ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo. Un ricorso alla Cedu contro le intercettazioni selvagge delle conversazioni tra avvocato e assistito. È quanto ha deciso di fare l'avvocato Nicola Canestrini, del foro di Rovereto, che ha manifestato una lesione del diritto di difesa. Canestrini, come diversi altri colleghi, ha ritrovato nei brogliacci allegati alle informative contenute nei fascicoli di indagine alcune intercettazioni intrattenute con il proprio cliente. "Si trattava di una persona detenuta che si trovava a 200 chilometri dal mio ufficio spiega al Dubbio -, potevamo solo telefonarci per metterci d'accordo sulle strategie difensive.
Era il momento di decidere se ricorrere o meno al Riesame. Leggendo i brogliacci ho trovato trascritte nel fascicolo le nostre telefonate". Canestrini è chiaro: "Quanto prescritto dall'articolo 103 del codice di procedura penale è solo apparente e illusorio, in quanto il diritto di riservatezza non viene tutelato. La Cassazione, infatti, sostiene che tale articolo non preveda un divieto assoluto di intercettazione ex ante, ma implichi una verifica postuma del rispetto dei limiti". Insomma, secondo la Suprema Corte, dal momento che l'avvocato non gode di alcuna immunità, è possibile intercettarlo per verificare se sussistano o meno indizi di reità e solo sulla base di tale valutazione è possibile stabilire se le conversazioni siano utilizzabili. Ciò nonostante la norma stabilisca il divieto di intercettazione.
"Quello che non va bene è lo stratagemma delle intercettazioni a strascico - contesta Canestrin. È ovvio che se c'è un indizio di reità io debba essere intercettato, il problema è che così si aggira completamente la finalità della norma. Il meccanismo della verifica postuma consente di far conoscere al pm la strategia difensiva". Per Canestrini non è la prima volta: sono almeno tre le occasioni in cui si è ritrovato a dover leggere i brogliacci delle conversazioni con i propri assistiti. Motivo per cui ha fatto ricorso alla Cedu, evidenziando, "che la tutela della riservatezza delle comunicazioni fra difensore e cliente si pone come elemento fondamentale del diritto di difesa, tutelato all'articolo 24 della Costituzione italiana, come, peraltro, anche riconosciuto dalla Corte di Cassazione, la quale ha stabilito che la tutela del segreto professionale è garanzia del libero dispiegamento dell'attività difensiva e del segreto professionale".
Nel ricorso alla Cedu, Canestrini contesta il meccanismo della verifica postuma del rispetto dei limiti legali, "la cui violazione comporta l'inutilizzabilità delle risultanze dell'ascolto e la distruzione della relativa documentazione: ciò perché è del tutto evidente che la suddetta verifica postuma consente di ascoltare la conversazione fra cliente ed avvocato, consentendo - proprio perché postuma - alla polizia giudiziaria ed al pubblico ministero di apprendere ad esempio notizie sulla strategia difensiva".
Proprio in relazione alle intercettazioni, la Corte europea ha stabilito che le stesse "devono necessariamente essere previste da norme nazionali che indichino in modo chiaro lo scopo e il livello di discrezione delle autorità nazionali nello svolgimento delle intercettazioni per poter essere considerate lecite, quindi, non solo l'ingerenza nella corrispondenza deve essere prevista dalla legge ma quest'ultima dev'essere particolarmente precisa nella descrizione della facoltà di violazione dei diritti della difesa, la quale non può degenerare in abusi di potere o applicazioni arbitrarie". Per tale motivo, in assenza di una norma chiara e precisa che disciplini la possibilità di intercettare telefonicamente clienti e assistiti, e ancor di più nel caso in cui l'ordinamento nazionale preveda il divieto di intercettazione, come avviene nell'ordinamento italiano, per Canestrini è necessario ravvisare "una chiara violazione" della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
Nel caso denunciato dal legale, "la violazione del segreto professionale ha inciso sul diritto alla riservatezza della corrispondenza fra avvocato e suo assistito in un periodo particolarmente delicato come quello in cui l'indagato è appena stato assoggettato ad una misura cautelare, ha appena saputo della indagine in corso ed ha quindi l'impellente necessità di confrontarsi con il proprio difensore per discutere della strategia difensiva. La violazione risulta ancora più grave conclude - in considerazione della distanza che intercorreva fra cliente e avvocato, i quali vivono a più di 142 km di distanza e sono quindi obbligati a comunicare, per la maggior parte, in via telefonica".
di Dimitri Buffa
L'Opinione, 8 gennaio 2021
Anni orsono sentendo un paio di lezioni di linguistica e di letteratura italiana di Luca Serianni all'Università incentrate sulla fiaba di Pinocchio mi venne in mente che quella favola terribile se non feroce - lo diceva lo stesso Serianni - in realtà ha sempre ben rappresentato la mentalità italiana in materia di giustizia e dintorni. La giustizia come nemesi - se non come vendetta - il carcere come punizione deterrente senza alcun intento rieducativo, il paradosso dell'errore giudiziario come pena accessoria per chi deviava dalla retta via.
A questo si può aggiungere una ricca dose di paternalismo, di sarcasmo sugli emarginati - simboleggiati dai burattini nella fattispecie - e un cinico fatalismo a proposito delle disgrazie della vita. Aggiungendo una bella istigazione al senso di colpa per avere avuto magari solo la tentazione di fare qualcosa di trasgressivo o, peggio ancora, per l'aver voluto divertirsi. Uno potrebbe dire che la fiaba nacque da esigenze culturali elementari di contrastare l'enorme tasso di abbandono scolastico dell'epoca. Ma questa è una foglia di fico.
Beh, a pensarci bene l'Italia deve gran parte degli attuali e ormai insostenibili problemi della sua giustizia penale - ma anche civile e amministrativa - a questa mentalità da fiaba di Collodi con cui sono stati formati culturalmente gran parte dei giudici e dei pubblici ministeri del Bel paese per lo meno dall'epoca risorgimentale agli anni Settanta dello scorso secolo.
"Se uno va in galera qualcosa lo avrà fatto". È il motto di questa educazione, chiamiamola così. Chissenefrega se la Costituzione dice che si deve tendere a rieducare il reo. D'altronde la Costituzione prevedrebbe anche l'istituto dell'amnistia e dell'indulto e tutti sanno come è stato neutralizzato l'articolo relativo.
Enzo Tortora fu uno dei primi a farne le spese in tempi in cui lo strapotere giudiziario era di là da venire di questa mentalità che oggi chiamiamo "manettara". Va detto che se il caso Tortora fosse avvenuto negli anni Novanta o dopo il Duemila - al netto dei Radicali e di Marco Pannella - si sarebbe trovata una maniera di condannarlo. O, se preferite, di fotterlo.
Ma allargando il campo dalla giustizia e dalle carceri alla sanità - e anche alla scuola - l'esempio della gestione punitiva e colpevolizzante verso il cittadino della attuale pandemia da Covid-19 sembra avere qualcosa a che fare con la mentalità di Collodi. La scuola come punizione per i ragazzi esuberanti che si vogliono divertire nella vita. La malattia come castigo divino. L'invito alla delazione contro chi "non rispetta le regole" come rimedio ai mali sociali. Tutto è perfettamente incarnato in questa notissima "fiaba per bambini".
E quel che non troviamo di diseducativo - o di falsamente educativo - nella lettura semantica di Pinocchio, è tutto contenuto in un altro libro per ragazzi ritenuto per decenni molto formativo. È il libro "Cuore" di Edmondo De Amicis. Un baluardo del pensiero dell'Italia a cavallo della unificazione e della post-unificazione. In "Cuore" molto semplicemente - stavolta all'interno del mondo della scuola - vengono segnati in maniera quasi apodittica i confini tra il bene e il male. Identificato in questo terribile Franti che sembrerebbe un bullo dell'epoca laddove oggi qualcuno lo metterebbe più nella categoria umana della psicolabilità violenta. I diversi, i "pazzi", quelli strani o strambi nell'Italia di Collodi e di De Amicis erano tendenzialmente rinchiusi nei manicomi oltre che nelle patrie galere e in ogni caso sempre puniti.
Ma anche oggi dove il "politically correct" è diventata una mentalità ossessiva e altrettanto inefficace per l'educazione di quanto non lo fosse il punizionismo e il senso di colpa, sotto sotto la gente coltiva gli stessi biechi sentimenti di fine Ottocento.
L'urlo "in galera" rivolto a politici o a sfortunati protagonisti della cronaca nera e giudiziaria, condito con la spietatezza ruffiana con cui certi uomini politici e certi magistrati precisano che "in galera si deve marcire", anticipa la condanna processuale con quella moralistica e mediatica. Alle persone che deviano va distrutta la vita. Non devono più avere o coltivare ambizioni. Né tentare di rifarsi una vita. Tanto meno con successo. Questa sfumatura ad esempio si è colta nel trattamento processuale riservato a Salvatore Buzzi nel noto processo "Mafia Capitale": sgonfiatosi come un palloncino dopo il primo grado. Non importa se la società potrebbe guadagnarci di più a recuperarle certe persone. "Devono morire", come nei cori allo stadio.
Ci sono pure giornalisti che vanno per la maggiore da anni - e che si vantano di essere i discendenti spirituali di Indro Montanelli - che si vantano di "non avere mai stretto la mano a un pregiudicato". Come se uno che in passato abbia sbagliato e magari anche pagato e scontato una pena non potesse, anzi non dovesse, mai più per editto divino essere o diventare una persona perbene e neanche utile al lavoro. E men che meno semplicemente presa sul serio nel proprio eventuale ravvedimento.
La "damnatio memoriae" in vita è diventata una scorciatoia per fare fuori l'avversario politico o un concorrente nel mondo del lavoro. Finché un sano pragmatismo liberale non si sostituirà a questa mentalità, a ben vedere molto meschina e pericolosa, in Italia votare per i partiti di sinistra o per quelli di destra, o per quelli dell'antipolitica, sarà sempre un falso problema. Come scegliere la modalità di esecuzione di una condanna a morte. In questo caso della democrazia liberale.
di Alessia Candito
La Repubblica, 8 gennaio 2021
Salvate mia figlia dalla 'Ndrangheta. Allontanatela da quel sistema criminale che la tiene ostaggio e la usa come merce di scambio. Dopo essersi inutilmente rivolto al Tribunale per i minorenni di Catanzaro, chiede aiuto con una lettera aperta Emanuele Mancuso, rampollo di 'Ndrangheta e figlio di boss, che per primo nella storia del suo casato ha deciso di collaborare con la giustizia. È il figlio di Luni Mancuso "L'ingegnere" uno dei capi storici del clan. È stato la prima crepa in quasi un secolo di omertà. E lo sta pagando.
"Intendo manifestare il mio stato di frustrazione e preoccupazione per le sorti di mia figlia, di soli 30 mesi di vita, poiché, nonostante le notorie vicende legate alle pressioni da me subite per la scelta intrapresa, ella, seppur sottoposta allo speciale programma di protezione, nella realtà dei fatti, grazie alla disponibilità della madre, Chimirri Nensy Vera, mantiene contatti con gli ambienti 'ndranghetistici" si legge nella sua lettera appello. Tre cartelle fitte di dati, circostanze, lucide preoccupazioni, un fiume di parole che sono richiesta di aiuto e denuncia insieme, ma anche il resoconto fedele di una battaglia che da quasi due anni porta avanti in silenzio.
"Non voleva mettere ulteriormente a rischio la bambina" spiega il suo legale, Antonia Nicolini. Ma adesso che il gioco sporco della famiglia è divenuto pubblico grazie alle dichiarazioni del pentito Antonio Cossidente, Mancuso ha deciso di parlare. Al pm di Catanzaro Annamaria Frustaci, il vecchio collaboratore ha raccontato la disperazione del giovane pentito nella prima fase della sua collaborazione, quando le donne di famiglia ai colloqui non facevano che ripetergli che se non avesse chiuso la bocca la figlia non l'avrebbe vista più. "Loro buttavano avanti la bambina per farlo ritornare sui suoi passi, cioè giocavano sui sentimenti" mette a verbale Cossidente, che di Mancuso era compagno di cella ed è diventato spalla, tanto da raccoglierne anche le confidenze che hanno permesso di iniziare a fare luce sulla sparizione e l'omicidio di Maria Chindamo.
Dichiarazioni depositate agli atti e che hanno reso noto a tutti il gioco di forza messo in piedi dal clan usando "una bambina di 30 mesi". Per questo Emanuele Mancuso ha deciso di raccontare tutto. Ai media scrive con la rabbia di un padre che deve necessariamente stare lontano, con la disperazione di un figlio, nipote uomo, di 'Ndrangheta che sa per averla vissuta la claustrofobica storia che la sua piccola rischia di rivivere.
"Ho deciso di collaborare con la giustizia proprio in prossimità della sua nascita - si legge nella lettera - anche con la speranza di offrirle un futuro diverso, lontano dal contesto sociale e criminale di mia appartenenza". Aveva chiesto e ottenuto che lei e la madre venissero ammesse al programma di protezione e avessero la possibilità di una vita diversa, al riparo da ritorsioni del clan ma anche "lontano da pregiudizi e da nette imposizioni dovute solo al 'maledetto cognome' portato". Ma la sua compagna ha detto no. "La mia scelta non è stata condivisa dalla Chimirri Nensy Vera la quale ha prontamente rifiutato la collocazione in località protetta e l'ammissione allo speciale programma di protezione rimanendo, invece, legata alla famiglia Mancuso, condividendone lo stesso tetto insieme alla bambina" si legge nella lettera.
Un paradosso - racconta - a cui insieme alla procura per i minorenni di Catanzaro ha tentato di porre rimedio fin dai primi mesi del 2019, chiedendo l'immediato allontanamento della bambina dalla Calabria. "Il Tribunale per i minorenni, inspiegabilmente, per ben tre volte, ha provveduto a rigettare tale richiesta lasciando la minore sul territorio vibonese, incurante del grave pericolo che incombeva, seppur conscio del fatto che pendeva e pende, sulla mia testa, una taglia, di circa un milione di euro, messa da Luigi Mancuso".
Con un provvedimento "discutibile" - scrive il pentito - "incomprensibilmente, con il predetto decreto il Tribunale per i Minorenni ha, nella realtà dei fatti, 'incaricato la madre' di occuparsi della crescita e dell'educazione della bambina, indifferente al fatto che, ella, non si sia mai dissociata dalle logiche 'ndranghetistiche". In più, aggiunge, nonostante l'inizio di un serio percorso di collaborazione "ha provveduto, con il medesimo decreto, a limitare anche la mia responsabilità genitoriale per i miei precedenti penali. Pari all'essere assurdo!". Una decisione poi ribaltata dalla Corte d'appello ma che non cambia la sostanza - spiega il pentito - perché la bambina "continua a vivere con la madre, legata, senza ombra di dubbio, alla cosca Mancuso".
Il giovane pentito non lo dice per sentito dire o per mero sospetto. Lo sa. E intercettazioni e informative depositate agli atti di diversi processi lo confermano. L'ex compagna, da cui è tanto distante da chiamarla solo per cognome - "la Chimirri" scrive per riferirsi a lei - è "collegata, tutt'oggi alla cosca" ed è "difesa e assistita da un noto avvocato del Foro di Palmi, Carmelo Naso", pagato dagli stessi Mancuso. Lo dicono - riferisce il pentito - le intercettazioni in cui si sente il legale informare passo passo del procedimento riguardante l'affidamento della bambina "Del Vecchio Rosaria Rita, rappresentante la famiglia Mancuso, la quale si occupa anche del pagamento delle spese legali". Lo confermano anche messaggi, foto e dati trovati sul cellulare di Luni Mancuso, il padre del pentito, al momento dell'arresto.
"Emerge un quadro sconvolgente - si legge nella lettera di Mancuso - cioè l'interessamento della cosca alle sorti della mia bambina, con ingerenze nel procedimento pendente presso il Tribunale per i Minorenni, nonché il forte legame e la 'messa a disposizione' della Chimirri Nensy Vera che, in tutta tranquillità e serenità, interloquisce e si incontra con latitanti e soggetti irreperibili del calibro di Mancuso Giuseppe Salvatore e Mancuso Pantaleone, alias "L'ingegnere".
Il padre di Emanuele Mancuso, diventato quasi il suo peggior nemico. È lui - sottolinea il giovane nella lettera - che alla nuora preoccupata per le iniziative legali dell'ex compagno riguardo l'affidamento della bambina dice "Stai tranquilla, io farò di tutto. Non ti preoccupare, stai tranquilla. Deve passare sul mio cadavere". Ma è solo una delle conversazioni che riguardano la piccola ed Emanuele Mancuso sa per certo - perché conosce il linguaggio di suo padre, perché sa come parla un boss - che il significato di quelle rassicurazioni è uno solo: "la bambina è in mano alla 'ndrangheta e usata come merce di scambio".
E usa il grassetto il pentito per sottolineare quelle parole che anche su uno schermo sembrano urlate. "Non posso accettare più questa situazione e chiedo, a gran voce, un intervento risolutivo per strappare, definitivamente, la mia bambina dalle mani della 'ndrangheta". Un appello, una richiesta d'aiuto per quella figlia che da anni riesce a vedere solo di rado "in quanto la madre ha sempre cercato di impedirne i contatti, operando continue vessazioni nei miei confronti e soprattutto con l'indifferenza di un Tribunale per i Minorenni che è rimasto inerte alle mie continue e numerose segnalazioni". Un'unica istanza: "chiedo solo giustizia".
regione.lazio.it, 8 gennaio 2021
Tasso di affollamento sui posti effettivamente disponibili: 123 per cento. 67 i positivi al coronavirus al 30 dicembre. Focolai a Rebibbia e Regina Coeli. Muore un detenuto a Rieti. Rispetto al 30 novembre il numero dei detenuti presenti a fine anno negli Istituti di pena dal Lazio è cresciuto di sei unità, passando da 5.810 a 5.816, con un tasso di affollamento sui posti effettivamente disponibili del 123 per cento. I casi Covid passano dai 41 rilevati al primo dicembre ai 67 del 30 dicembre. a Regina Coeli si era sviluppato un focolaio con 47 casi. Nei giorni successivi si è registrato un nuovo focolaio a Rebibbia che ha coinvolto circa venti detenuti. Nell'ospedale di Rieti, dopo due settimane di ricovero, è morto un detenuto di 66 anni, affetto da Covid: il primo nel 2021, il primo dall'inizio della pandemia nel Lazio, il tredicesimo (in Italia) di questa seconda ondata.
Se dal punto di vista delle presenze la situazione è sostanzialmente immutata, sembrerebbe, in base alle schede di trasparenza dei singoli istituti recentemente aggiornate dal ministero di Giustizia, che sia cresciuta la disponibilità effettiva di posti rispetto ai mesi precedenti: erano 4.565 nella precedente rilevazione mentre alla data del 4 gennaio risultano 4.730.
La situazione rimane comunque estremamente critica e preoccupante e non sembra essere sostanzialmente cambiata, nonostante l'entrata in vigore il 28 ottobre del decreto-legge 137/2020 (il cd. "decreto Ristori"), contenente licenze premio straordinarie per i semiliberi, durata straordinaria dei permessi per i lavoranti all'esterno e il rinnovo di misure per incentivare la detenzione domiciliare dei detenuti a fine pena.
A fine dicembre il tasso di affollamento complessivo negli istituti di pena del Lazio calcolato sulla base della capienza regolamentare dichiarata dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria sarebbe del 113% mentre in tutta Italia, dove, peraltro, si è registrata una riduzione del numero di detenuti tra novembre e dicembre da 54.368 a 53.364, è del 106%.
Va inoltre considerato che rispetto ai dati delle capienze "regolamentari" e nonostante i lievi miglioramenti riportati nelle schede di trasparenza, in parecchi istituti di pena della nostra regione i posti effettivamente disponibili sono decisamente più ridotti a causa dello stato di degrado di alcuni reparti, di lavori di ristrutturazione e di adeguamento degli edifici in corso e di altre misure di sicurezza.
Analizzando la situazione dei singoli istituti sulla base delle valutazioni delle schede di trasparenza disponibili sul sito del ministero della Giustizia, il tasso di affollamento complessivo del Lazio sale al 123% e in sei Istituti di pena della regione risulta superiore al 130%. Desta particolare preoccupazione la situazione negli istituti di Latina, Civitavecchia e Regina Coeli. In quest'ultimo istituto si è anche registrata una notevole impennata delle persone contagiate da Covid-19 nelle ultime settimane dell'anno.
Come più volte ribadito si ritiene quanto mai necessario che vengano adottate tutte le possibili misure per consentire a chi ne ha i requisiti di scontare la pena detentiva al di fuori delle mura carcerarie, in considerazione anche sia del numero significativo di persone che devono scontare pene inferiori ai due anni sia della notevole percentuale di detenuti in attesa di primo giudizio, del 17,4% del totale dei detenuti presenti in regione, che risulta da due anni costantemente superiore a quella che si riscontra a livello nazionale.
di Marco Barzelli
frosinonetoday.it, 8 gennaio 2021
Stefano Anastasìa, nella sua missiva inviata all'assessore regionale alla Sanità, ricorda i focolai registrati negli ultimi mesi a Rebibbia femminile, Frosinone, Regina Coeli e Rebibbia Nuovo Complesso.
Il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasìa, ha scritto all'assessore regionale alla Sanità Alessio D'Amato per far presente che "nelle carceri, come nelle Rsa - si appella - bisognerebbe provvedere alle vaccinazioni in via prioritaria". Un'iniziativa la sua sostenuta immediatamente dai consiglieri regionali Marta Bonafoni (Lista Civica Zingaretti), Alessandro Capriccioli (+Europa Radicali) e Paolo Ciani (Demos - Democrazia Solidale).
Nella sua lettera, nella quale è stata richiesta un'attivazione di D'Amato in sede di Conferenza delle Regioni e nei rapporti con il Ministro della Salute Speranza e il Commissario alla Sanità Arcuri, lo stesso Anastasìa ricorda i focolai registrati negli ultimi mesi a Rebibbia femminile, Frosinone, Regina Coeli e Rebibbia Nuovo complesso.
Malgrado gli appelli rivolti in tal senso dalla Conferenza dei garanti territoriali delle persone private della libertà, i detenuti verranno vaccinati nella terza fase della campagna nazionale. Nello specifico dopo personale sanitario, ospiti e operatori delle Residenze sanitarie assistenziali (Rsa), anziani, alcune specifiche categorie e lavoratori dei servizi essenziali.
Proprio oggi, giovedì 7 gennaio, D'Amato ha ribadito invece che il calendario del piano regionale, dopo sanitari pubblici e Rsa, prevede la somministrazione del vaccino agli ultraottantenni a febbraio e, a partire da aprile, a tutti gli over 60. "L'obiettivo - ha dichiarato l'assessore - è quello di aver immunizzato un milione e seicentomila persone per giugno. L'ordine è chiaro: primale fasce d'età più avanzate, poi le persone fragili, poi in base all'anagrafe, in ordine decrescente".
L'appello del Garante dei detenuti del Lazio - "Questa programmazione del Piano nazionale - scrive Anastasìa nella missiva inviata a D'Amato - non tiene adeguatamente conto delle condizioni di rischio e di vulnerabilità alla diffusione del virus nelle comunità chiuse e, in particolare, negli istituti penitenziari, contrassegnati da condizioni igieniche precarie e un sovraffollamento che impediscono il dovuto rispetto delle ordinarie misure di prevenzione raccomandate alla generalità della popolazione".
"Nell'espletamento della campagna vaccinale nel Lazio - chiede allora il Garante dei detenuti - sia data la giusta priorità alle persone private della libertà e, laddove per disposizione nazionale non fosse possibile altrimenti, sia garantita la immediata vaccinazione delle persone detenute ultra ottantenni e sin dall'inizio della seconda fase della campagna vaccinale la tempestiva vaccinazione degli ultra sessantenni e delle persone detenute di ogni età affette da comorbidità severa, immunodeficienza o fragilità".
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