Il Tempo, 14 aprile 2021
Fa i conti anche con un'altra criticità non di poco conto l'Istituto Vespucci. Alla sezione carceraria femminile di Rebibbia, con una sessantina di casi Covid all'attivo, la didattica è stata momentaneamente sospesa. I docenti che prima svolgevano attività in carcere? "Vengono a scuola e sono impiegati per supplenze quando serve", risponde la preside Maria Teresa Corea, che aggiunge: "Vorrei organizzare corsi di potenziamento per gli studenti e usare in qualche modo gli insegnanti che non hanno svolto regolare servizio a Rebibbia.
Per gli alunni del quinto anno che dovranno svolgere la Maturità, ad esempio, e per quelli che hanno necessità di rimanere a casa pure per timore del Coronavirus". E se sul Piano di recupero degli apprendimenti pensato dal Ministero dell'Istruzione, in rampa di lancio, si sta già dissertando nel mondo scolastico sulle soluzioni da attuare, in questo istituto le idee sul da farsi per colmare le lacune e via discorrendo le hanno già chiare da un pezzo.
"Al Vespucci i corsi di recupero sono stati avviati dal secondo quadrimestre. L'ulteriore recupero lo vorrei pianificare nelle modalità di cui ho già parlato, anche e soprattutto per gli studenti di quinta", chiarisce Corea. Facendo notare: "Il recupero noi l'abbiamo sempre fatto nel corso dell'anno scolastico, perché prima della pandemia, in estate i ragazzi erano impegnati a lavorare". Non si sono dissolte nemmeno le criticità in tema connessioni: "Pur avendo speso 34mila euro, non sono riuscita a districare la matassa: la rete internet non si connette in tutti i punti, al mattino è parecchio difficile far fronte ai consueti imprevisti. Inoltre, continuano ad esserci problematicità nelle abitazioni degli allievi".
"È un rompicapo per la maggior parte delle scuole della città quello della connettività: agire sulle infrastrutture per un ripristino di rete sul piano nazionale è la base da cui si dovrebbe partire per affrontare realmente il discorso", conclude la ds. Sulla gestione dell'organizzazione didattica per l'incremento delle classi in quarantena, i problemi maggiori, comunque, c'è da dire che ricadono sugli istituti comprensivi, i quali possono optare per la Didattica a Distanza in via estrema e per chiamare, in caso, un supplente sono costretti ad attendere giorni.
Una complicazione oltremodo ampliata in relazione alle quarantene spesso allungate a 14 giorni imposte dalle Asl a motivo dei casi di sospette varianti Covid. Riduzione dell'orario e classi in presenza trasformate eccezionalmente in classi in DaD per un giorno o giù di lì, invece, risultano gli stratagemmi perlopiù utilizzati dalle scuole secondarie di secondo grado per ottemperare alla situazione di emergenza.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 aprile 2021
Mancano i farmaci, tempi lunghissimi per le visite mediche, carenza della figura dello specialista psichiatrico. Il diritto alla salute in carcere, compresa quella mentale, è sempre di più difficile attuazione. Tante sono le criticità che hanno finito per rendere di fatto indisponibili o comunque fortemente problematiche le possibilità di cura.
A scendere in campo, rivolgendosi direttamente alla ministra della giustizia tramite una relazione, sono le magistrate di sorveglianza di Avellino che hanno sotto la loro giurisdizione diversi istituti penitenziari, compresa la Rems di San Nicola Baronia.
Nella relazione inviata al Dap e alla ministra, hanno premesso che alla riforma dell'ordinamento penitenziario del 2018 con cui si è delineata la necessità per i soggetti ristretti bisognosi di cure di dover far ricorso a medici specialisti "esterni" al circuito penitenziario, si è poi aggiunta la sentenza della Corte Costituzionale, la numero 99 del 2019, che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 47 ter comma 1 nella parte in cui non prevedeva la possibilità di disporre il differimento dell'esecuzione della pena anche nelle forme della detenzione domiciliare per i detenuti affetti da patologie rientranti nella cosiddetta "sfera psichica".
Pertanto, le magistrate di sorveglianza sottolineano che la valutazione tempestiva ed adeguata in ordine alla sussistenza dei presupposti per giungere a concedere la suddetta detenzione domiciliare "umanitaria", oggi non può prescindere dalla presenza nel corredo processuale di una specifica relazione medica redatta dallo specialista psichiatra.
"Non può sottacersi - denunciano le togate dell'ufficio di sorveglianza - che, nell'esercizio quotidiano delle funzioni, più volte le scriventi sono state costrette a "sollecitare" l'invio delle predette relazioni sanitarie per la tempestiva definizione di istanze che, investendo il profilo della salute, rivestono carattere di urgenza, in quanto nelle stesse si evidenzia l'immanenza di una patologia psichiatrica che, il più delle volte, assume carattere ingravescente in concomitanza dello status di privazione della libertà personale".
A seguito di numerose segnalazioni provenienti dai detenuti, già a partire dall'anno 2017, le componenti dell'ufficio di sorveglianza hanno creato un tavolo di lavoro al quale sono stati invitati a partecipare, oltre al Garante Provinciale per i diritti dei detenuti e i Direttori delle case circondariali, anche i medici referenti degli istituti, la Responsabile Asl Avellino Unità Operativa Sanità Penitenziaria, il Direttore Sanitario dell'Asl di Avellino ed il Direttore Generale ASL di Avellino.
Nel corso delle numerose riunioni che si sono protratte fino ad oggi, sono emerse in particolare le seguenti problematiche: la mancanza di farmaci e/ o difficoltà nell'approvvigionamento, inclusi quelli "salvavita"; tempi di attesa lunghissimi per la sottoposizione a visite mediche specialistiche; mancanza del personale infermieristico in numero sufficiente a garantire l'assistenza h24 e la mancanza dei medici specialisti, ovvero dei medici che coadiuvano il medico referente di istituto per le prestazioni mediche di natura specialistica.
"Di tali problematiche sopra enunciate - si legge nella relazione dell'ufficio di sorveglianza - alcune hanno trovato parziale risoluzione; mentre, per quanto concerne la mancanza di medici specialisti, questa continua a rappresentare a tutt'oggi una piaga irrisolta, che riverbera in modo negativo i suoi effetti anche sulla complessiva attività di amministrazione degli istituti".
Le problematiche sanitarie, quindi, affliggono tuttora gli istituti penitenziari presenti sul territorio di Avellino e Provincia. A questo si aggiunge che il Covid-19, con l'ansia generale che ne è scaturita, ha finito per acuire le patologie psichiatriche nei ristretti. La carenza dello specialista psichiatra non aiuta.
A giudizio dell'ufficio di sorveglianza, si legge nella relazione, "la situazione denunciata assume inevitabili connotati di gravità, e al tempo stesso, di urgenza, sia in relazione all'aumento esponenziale che negli ultimi anni si sta registrando delle c. d. "malattie mentali" che affliggono la popolazione detenuta, che legittimamente invoca la tutela del diritto alla salute costituzionalmente garantito, sia in relazione alla sovraesposizione del magistrato di sorveglianza che non è messo oggettivamente in condizioni di poter effettuare con la necessaria tempestività le dovute valutazioni". Quello che le magistrate Giovanna Spinelli, Donatella Ventra, Emiliana Ascoli e Maria Bottoni chiedono alla ministra Cartabia è un intervento che dia "effettività agli interventi del legislatore e alle pronunce della Corte Costituzionale".
di Giuliana Covella
magazinepragma.com, 14 aprile 2021
Intervista a Pietro Ioia. "La funzione di un Garante? Dovrebbe essere quella di salvaguardare e tutelare la salute dei detenuti, ma a me non basta. Io vado oltre". Sono passati decenni da quando Pietro Ioia, oggi 61enne, faceva chiamare i giornalisti da suoi familiari mentre era rinchiuso in cella. Chiamate che miravano a denunciare le pecche del mondo carcerario, di quel mondo che spesso non assolve al suo compito, come prescrive l'articolo 27 della Costituzione italiana ("Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato").
Pietro, ex narcotrafficante che ha "abitato" per 22 anni e 6 mesi le carceri di Napoli e della Campania, ma anche della Spagna oggi è un uomo diverso. Quindici anni fa ha fondato l'Associazione Ex Don (Ex Detenuti organizzati napoletani). Da allora il suo cammino verso la giustizia e la difesa dei diritti umani è stato tutto in salita. Tanto che un anno fa è stato insignito del Premio Stefano Cucchi per le sue battaglie a tutela dei diritti dei detenuti. Ma non solo. Ha scritto un libro, "Cella Zero" (edito da Marotta e Cafiero), dove denuncia i pestaggi avvenuti ai danni dei carcerati nel penitenziario di Poggioreale a Napoli tra 2013 e 2014. Una denuncia cui si sono unite quelle di un'altra cinquantina di ex galeotti, che ha portato a un processo dove sono attualmente imputati 12 agenti di polizia penitenziaria. Ioia, che ha cambiato vita e ha scelto di aiutare gli altri a cambiarla, è dal dicembre 2020 il Garante dei detenuti del Comune di Napoli.
Che cosa fa un Garante?
"Si occupa di assicurare che un detenuto sconti una carcerazione dignitosa. Ma io sin dall'inizio ho preferito andare oltre questa funzione".
In che senso?
"Sono diventato un punto di riferimento per i carcerati, le loro famiglie, i medici interni ai penitenziari di Poggioreale, Secondigliano e Nisida".
Com'è il bilancio di quest'anno di pandemia?
"Ovviamente critico. Insieme al Garante regionale Samuele Ciambriello siamo dovuti intervenire facendo talvolta da intermediari per sedare rivolte com'è accaduto a Secondigliano".
Rivolte per cosa?
"I detenuti erano terrorizzati dal Covid. Si chiedevano cosa sarebbe accaduto se uno di loro avesse manifestato sintomi come la febbre. Tenuto conto delle condizioni in cui vivono nelle celle, spesso anguste per 10-12 persone".
La pandemia ha costretto per ovvie ragioni a sospendere i colloqui. Come avete sopperito?
"Nelle carceri napoletane in zona arancione i colloqui tra detenuti e familiari si sono svolti nel rispetto delle restrizioni anti Covid e solo per i residenti nel Comune di Napoli. Poi siamo riusciti a ottenere alternative per mantenere un minimo di legame con le famiglie, consentendo le videochiamate. Ma restano altri problemi".
Quali?
"Anzitutto il sovraffollamento. Ormai è cronico. A Poggioreale, ad esempio, su una capienza di 1.600 persone ve ne sono 2.100. Una differenza di 500 detenuti, il numero di quelli che invece dovrebbero stare in un moderno carcere. Con l'attuale direttore di Poggioreale Carlo Berdini si stanno facendo molti passi avanti, specie in termini di organizzazione. Nell'affrontare l'emergenza sanitaria infatti sono stati predisposti due padiglioni Covid center".
Altri problemi?
"Il diritto alla salute per i detenuti viene spesso calpestato. Mi arrivano centinaia di denunce, richieste, segnalazioni ogni giorno del tipo "Pietro, mio marito ha avuto un infarto, potete informarvi? A me non dicono nulla". Ecco, io fungo da cerniera tra il mondo esterno e il sistema carcerario, perché ho vissuto quell'inferno. Già prima la situazione era difficile, ora con il Coronavirus è peggiorata perché sono state sospese tante visite specialistiche".
Lei segue anche i giovani detenuti di Nisida. Com'è la situazione lì?
"Oggi ci sono una quarantina di ragazzi che fanno corsi di ceramica, di pizzaiolo, di pittura e tanto altro. Il vero problema è quando escono e vengono abbandonati".
Si spieghi meglio...
"Vede, ricordo Emanuele Sibillo (il baby boss della cosiddetta paranza dei bambini ucciso in un agguato il 2 luglio 2015 a soli 19 anni, ndr). Quando era a Nisida studiava per diventare un giornalista. I suoi educatori lo ricordano come un ragazzo molto in gamba. Ma mi chiedo: se qualcuno avesse seguito lui come altri ragazzi dopo aver scontato la pena, forse tutto sarebbe stato diverso? Chiaro che questi giovani una volta fuori dal carcere diventino preda della malavita, perché non c'è stato nessuno che abbia dato loro una seconda chance, magari un giornalista che gli avrebbe insegnato questo lavoro".
Un messaggio per i detenuti e i loro familiari?
"Ai primi dico: il mio sogno è che usciate dal carcere come persone diverse, secondo quanto prevede l'articolo 27 della Costituzione. Alle loro famiglie invece: non portate droga in carcere, per questo c'è l'arresto immediato. Solo così potremo dire di aver vinto la guerra".
di Michele Mastandrea
Redattore Sociale, 14 aprile 2021
D'Amore (Sinappe): "No all'obbligo, ma esiste un dovere morale di farlo". "Tra agenti e personale amministrativo siamo intorno al 70% di aderenti alla vaccinazione. La maggior parte dei restanti ha deciso volontariamente di non farlo". Le parole di Nicola D'Amore, funzionario del Sinappe, sindacato di polizia penitenziaria attivo alla Dozza, aggiungono benzina sul fuoco della polemica relativa allo stato della campagna vaccinale negli istituti penitenziari.
A Bologna la campagna vaccinale in carcere è iniziata ai primi di febbraio, ma il rischio è che la mancata copertura della totalità degli operatori possa avere delle conseguenze sui contagi, del personale come dei detenuti. "Aspettiamo tutti una norma che dica cosa succederà a chi non si sottopone al vaccino", spiega D'Amore, che però per quanto ritenga palese "una questione morale rispetto alla vaccinazione per chi lavora in carcere" si dice "contrario all'obbligo vaccinale" e sottolinea come "la perenne emergenza sovraffollamento alla Dozza, ormai una costante, aumenti i problemi".
Fa paura il caso Reggio Emilia, con il carcere locale che vede 100 positivi tra detenuti e operatori su una popolazione ben inferiore a quella dell'istituto bolognese, che per D'Amore ha comunque "gestito molto bene l'emergenza". Del resto, fu proprio la paura del contagio all'origine delle rivolte del marzo 2020. A oggi, i detenuti della Dozza, così come tutte le circa 3.200 persone detenute negli istituti in regione, non sono stati vaccinati. In Emilia-Romagna l'immunizzazione dei detenuti dovrebbe iniziare a breve, "voci ufficiose parlano di entro fine mese" spiega sempre D'Amore. Ma non c'è alcuna data ufficiale. La stessa Ausl fa sapere di non aver ancora "nulla da dire in materia essendo in attesa di indicazioni".
Per Antonio Ianniello, Garante per i diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Bologna, la speranza è che "a breve si possa iniziare, così che la comunità penitenziaria possa essere messa in sicurezza sanitaria". Ianniello sottolinea come "proprio nei luoghi di detenzione possa essere accentuata la vulnerabilità al contagio", a causa dell'esistenza di "difficoltà oggettive" nel garantire l'efficacia degli interventi di contenimento della diffusione del contagio".
Rispetto al tipo di siero utilizzato per immunizzare il personale carcerario, si va verso l'utilizzo di Johnson & Johnson, come conferma ufficiosamente anche Elia De Caro, difensore civico dell'Associazione Antigone. La prima quota di dosi del vaccino prodotto dalla Janssen doveva arrivare in Emilia-Romagna il prossimo 16 aprile. Non è chiaro però cosa succederà ora, dopo lo stop da parte dell'azienda alle consegne in Europa, in seguito alla richiesta di ulteriori accertamenti sulla sua efficacia da parte della Food and Drug Administration americana.
In ogni caso, "quella di usare J&J, se confermata, sarebbe una scelta per nulla sciocca", spiega De Caro, "perché in quanto monodose consentirebbe un risparmio importante a livello logistico". De Caro ricorda come la stessa scelta sia stata fatta nel Lazio, "la cui efficienza nella campagna vaccinale è ormai evidente", e risponde poi al leader della Lega, Matteo Salvini, che aveva definito "roba da matti" l'idea di vaccinare la popolazione carceraria prima di altre categorie, nonostante Lombardia e Veneto a trazione leghista già da marzo abbiano iniziato le inoculazioni tra i detenuti. "Vaccinare significa tutelare la sicurezza non solo dei detenuti, ma anche degli operatori penitenziari, sanitari, amministrativi, educativo-pedagogici", sottolinea De Caro, che spiega come anche in questa fase di riduzione delle visite esterne "il carcere non possa essere considerato un luogo isolato".
di Antonio Macchia*
brundisium.net, 14 aprile 2021
"Il fine delle pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile. Il fine non è altro che d'impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali".
Così scriveva Cesare Beccaria ne "Dei delitti e delle pene" oltre 350 anni fa. La lezione di uno dei più illustri padri del Diritto che l'umanità abbia avuto pare però essere stata dimenticata per intero, visto lo stato nel quale versano i nostri istituti penitenziari e le condizioni cui sono sottoposti i detenuti ristretti da Nord a Sud, dove come spesso capita le cose vanno peggio che altrove.
Le leggi dello Stato, che prendono ispirazione dalla Costituzione, istituiscono un corretto percorso per chi commette i crimini, garantendo pene commisurate agli errori fatti contro la comunità e attività mirate a reinserire gli individui nel tessuto sano della società, ma la realtà è nota a tutti ed è fatta di strutture obsolete, fatiscenti, sottodimensionate e sovraffollate, pericolose non solo dal punto di vista strutturale ma proprio da quello del principio che vorrebbe l'esperienza carceraria come parte del percorso di riabilitazione che deve essere garantito al detenuto.
La situazione è allarmante e Brindisi non sfugge alla statistica generale che vede le case circondariali italiane sicuramente lontane dagli standard che ci si aspetterebbe da un paese civile: la civiltà di una nazione si misura anche valutando il trattamento che offre agli esseri umani che vengono privati della libertà a causa dei loro crimini.
Quando si pensa a un detenuto, l'immagine che appare nella mente dei più è quella dell'individuo "cattivo per definizione", colui che si è macchiato di colpe tremende per le quali ogni pena non sembra mai abbastanza: l'immaginario collettivo, col passare del tempo, ha ceduto al fascino della forca, intesa anche nel senso letterale del termine, abdicando i principi sanciti dal diritto in favore delle peggiori pulsioni di vendetta. La realtà dei fatti, però, vede una popolazione carceraria variegata, composta per lo più da indigenti, gente che ha perso il lavoro mossa dalla necessità a delinquere, persone che hanno sbagliato e che potrebbero essere recuperate a pieno con un piccolo sforzo educativo prima che punitivo. Di tutti ma di loro in particolare non ci si deve dimenticare: dare un'opportunità anche dietro le sbarre è un dovere morale di uno Stato di diritto.
Il carcere di via Appia ha fatto la storia della città, essendo situato nel cuore di essa: i suoi quasi 100 anni si vedono e si sentono tutti e, secondo noi, è giunto il momento di pensionare la casa circondariale sia fisicamente che filosoficamente per passare a un modello radicalmente diverso, in cui al detenuto venga concesso di scontare la sua pena secondo i principi del diritto magistralmente descritti dalla penna di Beccaria.
Può suonare strano, ma a Brindisi abbiamo tutto per compiere questa rivoluzione nel paradgima della detenzione: l'alternativa a via Appia si trova a pochi chilometri dal centro abitato, in una struttura enorme e abbandonata da quasi 30 anni che periodicamente ritorna al centro del dibattito pubblico che, alla fine, si avviluppa su se stesso auto fagocitandosi.
L'associazione "Salute pubblica", sempre attenta e propositiva sui temi che a volte ingiustamente vengono relegati in fondo all'agenda delle istituzioni locali e centrali, ha lanciato una proposta che come Cgil ci sentiamo di sposare, condividere, promuovere e rilanciare: evacuare e riconvertire a un differente uso l'attuale struttura detentiva e trasferire la popolazione carceraria in una parte della ex-base Nato che offre possibilità per ora inesplorate anche per iniziative imponenti come potrebbe essere questa.
L'ex base Nato di Brindisi, rilanciano da "Salute pubblica" a sostegno della fattibilità della tesi, non è più attiva dal 1993 ed è in carico all'Agenzia del Demanio che nel 2007 ha ceduto a titolo gratuito il 20% dell'area una volta militare all'Unchr, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Parliamo di 160 ettari, con 260 immobili: una vera e propria città da anni dismessa e abbandonata che, grazie a questa idea, potrebbe diventare uno dei fiori all'occhiello del nostro territorio.
Il progetto, per ora solo nella testa di chi l'ha pensato, sembra rasentare la fantascienza per quello che la nostra terra ha sempre conosciuto ma, in realtà, la fattibilità dell'idea è molto più di una suggestione.
Gli spazi a disposizione dell'ex base Nato garantirebbero lo svolgimento di quelle attività essenziali per la riabilitazione e il reinserimento degli ospiti che non devono essere pensati come dei pesi per la società ma come esseri umani a cui offrire percorsi impossibili da implementare nell'attuale casa circondariale il cui destino, per non lasciare nulla al caso, dovrebbe essere quello della riconversione ad altri usi. Brindisi, in questo modo, potrebbe diventare il modello di un altro carcere possibile, un faro dei diritti civili e un laboratorio per sperimentare politiche carcerarie viste già altrove ma lontane anni luce dalla realtà desolante degli istituti italiani. Nei fatti, poi, non ci stiamo inventando nulla: Beccaria, oltre tre secoli fa, ci ha già indicato la strada. Ora, tocca a noi tracciarla e seguirla. E sarebbe pure ora.
*Segretario Generale Cgil Brindisi
verbanonews.it, 14 aprile 2021
Chiamati "stelle", i biscotti vogliono essere un omaggio a Dante ma anche un simbolo del desiderio di libertà che include tutti i cittadini di fronte alle difficoltà della pandemia. Il 17 marzo Silvia Magistrini, presidente del comitato Dante Alighieri di Verbania e VCO e garante comunale delle persone detenute nella casa circondariale di Verbania, aveva inviato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella un pacchetto coi primi biscotti preparati dai detenuti nel laboratorio Banda Biscotti. Nei giorni scorsi è arrivata la risposta.
"Il Capo dello Stato - cita la lettera di Simone Guerrini, consigliere direttore dell'ufficio di Segreteria del Presidente, indirizzata a Silvia Magistrini - ha ricevuto la sua gradita lettera e mi incarica di ringraziala particolarmente per i biscotti "stelle" che ha voluto inviargli in dono". "Stelle" è il nome scelto per i biscotti in occasione del Dantedì: a 700 anni dalla morte di Dante. Una scelta "per coniugare memoria poetica, inclusione sociale, ma anche - afferma Silvia Magistrini nella sua lettera - speranza condivisa di libertà nell'attesa di "riveder le stelle". Mai come ora forza di simboli e bisogno di futuro ci sono necessari, ci aiutano a respirare e ad avere fiducia".
di Sabina Leonetti
Avvenire, 14 aprile 2021
Tradizionali al finocchio o quelli più innovativi al pomodoro secco e al vino Nero di Troia. Sono i taralli pugliesi " a mano libera", fatti a mano grazie ai tutor del tarallificio Tesori d'Apulia di Trani, da undici ragazzi detenuti ed ex detenuti di alcune carceri italiane coinvolti nel progetto "Senza sbarre" della Diocesi di Andria, progetto pilota di Carcere Caritas Italiana, realizzato dall'associazione Amici di San Vittore Onlus di Andria, per offrire programmi alternativi alla detenzione.
In occasione della 92esima sessione internazionale del Parlamento Europeo dei Giovani, tra il 23 aprile e il 1 maggio, circa 230 giovani provenienti da tutta Europa infatti si riuniranno online per discutere di tematiche legate alla sostenibilità e ai Sustainable Development Goals delle Nazioni Unite. "Considerando l'interesse verso la solidarietà sociale del progetto "Senza sbarre" - spiegano dalla segreteria del comitato organizzativo dell'evento - abbiamo acquistato 230 pacchi di taralli, che verranno inviati via posta a tutti i partecipanti in giro per l'Europa, ben lieti di discutere una potenziale partnership tra la realtà pugliese e la Sessione Internazionale".
"Senza sbarre" è uno dei vincitori di "Orizzonti Solidali", il bando di concorso promosso dalla Fondazione Megamark di Trani. Nella masseria fortificata San Vittore, sorge il casale contadino trasformato in laboratorio tecnico agricolo e messo a disposizione dell'associazione dove i ragazzi hanno potuto apprendere l'arte della preparazione artigianale dei taralli e avviare la produzione e il confezionamento dei prodotti in vendita nella distribuzione alimentare Dok, Famila, A&O e Iperfamila.
Don Riccardo Agresti e Don Vincenzo Giannelli, responsabili delprogetto insistono nel sottolineare l'utilità e la sostenibilità di misure alternative al carcere. "Si pone come mediazione per rivedere il danno. "A mano libera" è il simbolo del cambiamento, di quella seconda possibilità che questi ragazzi meritano di avere". "Questi taralli - conclude Francesco Pomarico, direttore operativo Gruppo Megamark - rappresentato un'opportunità per tutti: un segno di speranza per i ragazzi che li producono e un gesto di amore e di solidarietà per i clienti che li acquistano".
di Claudia Brunetto
La Repubblica, 14 aprile 2021
Alla "Antonio Ugo" di Palermo tutte le controversie vengono risolte da bambini-giudici: ci si confronta per trovare un accordo. L'impresa più difficile è stata arrivare alla pace fra Leonardo e Marco. Si punzecchiavano sempre durante le lezioni e un giorno sono finiti a rincorrersi per tutta l'aula. A loro ci ha pensato Gioele Barletta, 13 anni, uno degli alunni mediatori dell'istituto comprensivo Antonio Ugo della Noce. "All'inizio non volevano neanche parlarsi, era un caso disperato. Poi a poco a poco ho cercato di farli calmare, mi sono fatto raccontare le due versioni dei fatti e per la prima volta si sono ascoltati a vicenda, hanno fatto pace e da allora sono amici", dice il ragazzo.
Si perché all'Antonio Ugo i litigi fra gli alunni non finiscono con una nota sul registro, un richiamo del professore o una convocazione dal preside. Vengono affrontati dagli stessi bambini alla presenza di un terzo bambino-mediatore in un'aula ad hoc riservata, appunto, alla delicata questione del superamento dei conflitti che anche fra i bambini delle elementari possono essere delle montagne invalicabili. I bambini-mediatori, una trentina in tutto l'istituto, dalle classi delle elementari alle medie, sono stati formati da tre anni a questa parte all'interno del progetto europeo "Deliberative mediator leader students" che ha visto impegnati in prima battuta i professori che poi hanno formato i ragazzi.
"La prima cosa che ci hanno insegnato è l'autocontrollo, molto utile in certe situazioni. A fare il mediatore si imparano tantissime cose, si ha un'arma in più rispetto agli altri. Si conosce se stessi, le proprie emozioni e si trova più facilmente una strada per risolvere i piccoli conflitti quotidiani", dice Barletta, mediatore ormai da due anni.
I casi sono tantissimi. Il compagno che rivela alla classe qualcosa che doveva restare segreta, le offese sotto voce durante le interrogazioni, la paternità di un lavoro fatto insieme conteso fra più compagni. "Agli occhi di un adulto possono sembrare piccole cose, ma per i bambini sono enormi. E può anche capitare che dietro a una sciocchezza si nasconda un disagio più grande che in molti casi i bambini riescono a risolvere da soli. Di certo è un approccio innovativo di fronte ai conflitti che aiuta gli alunni a sentirsi protagonisti e responsabili allo stesso tempo. Serve una buona dose di empatia e la capacità di capire l'altro per essere un buon mediatore e loro ci riescono", dice Maria Chiara Billa, professoressa di inglese e coordinatrice del progetto.
I margini di successo, a sentire la scuola, sono enormi. "Quasi sempre se la cavano da soli, senza l'intervento dell'adulto che resta come una sorta di supervisore. Seguono delle regole precise nel processo di mediazione, attendono il turno per parlare, espongono il problema e alla fine il mediatore fa delle domande per arrivare a un accordo finale", dice Marilena Salemi, vice preside dell'Antonio Ugo. Quando il conflitto è risolto, i bambini sottoscrivono un vero "trattato" di pace. "Firmano proprio un modulo e la pace è fatta. Non c'è cosa più bella", dice Billa.
di Paolo Molinari
agi.it, 14 aprile 2021
La lettera alla ministra della Giustizia: "Mia madre ha 65 anni è in carcere per un vizio procedurale. Da tre settimane in totale isolamento". Una donna di 65 anni, positiva al Covid, è da un mese in isolamento in una cella del carcere romano di Rebibbia, senza la possibilità di vedere nessuno, con soltanto una branda e un wc a disposizione. Una situazione che per la famiglia è tanto piu' drammatica in quanto la donna, Giuseppina Cianfoni, "ha preso il Covid in carcere, dove si trova reclusa da due mesi per un vizio nel ricorso in appello presentato dal suo difensore tre giorni dopo la scadenza prevista".
A raccontare la storia all'AGI è stata la figlia di Giuseppina Cianfoni, Rossella Anitori che oggi scrive alla ministra della Giustizia, Marta Cartabia. "Gentile Ministra della Giustizia Marta Cartabia, mi chiamo Rossella Anitori e sono la figlia di una persona attualmente detenuta. Mia madre si chiama Giuseppina Cianfoni ed è una delle oltre 70 persone ristrette in regime di isolamento a causa del Covid nel carcere femminile di Rebibbia. Sono ormai tre settimane che mia madre è chiusa in una cella", spiega la figlia della donna nella lettera.
"Sono tre settimane che non respira una boccata di aria fresca. Che non alza gli occhi al cielo per vedere le nuvole. Che non si fa una doccia calda. Sono tre settimane che mia madre non incontra nessuno. È sola per 24 ore al giorno e non esce mai. Mia madre non è socialmente pericolosa".
Rossella riferisce, quindi, i dettagli della vicenda giudiziaria che ha riguardato sua madre: "Dieci anni fa era dirigente dell'Ufficio della Conservatoria di Velletri ed incappata in una spiacevole parentesi giudiziaria che purtroppo non è stato possibile chiarire ed è stata condannata in base all'articolo 319 quarter a 3 anni di reclusione. Dopo la laurea, quando ho studiato per l'esame da giornalista, ho appreso che le pene vengono irrorate secondo il principio del male minore e che anche i detenuti hanno dei diritti. E allora mi chiedo cosa ci fa mia madre in carcere e che fine hanno fatto i suoi diritti e quelli del resto delle donne e degli uomini internati con lei in queste condizioni".
Rossella ricorda infatti che "l'isolamento è un regime di detenzione estremamente duro e gravemente, restrittivo della libertà personale che si utilizza come ultima ratio, come l'ultimo dei provvedimenti disciplinari, proprio perché è in grado di fiaccare anche gli animi più vigorosi. A causa del Covid mia madre ha trascorso più di un mese in isolamento, dove è tutt'ora. Come possiamo lasciare che questa tragedia per lei ed altre detenute si compia? Come possiamo accettare in deroga ad ogni legge che un essere umano sia trattato in questa maniera? La nostra Costituzione dice che 'le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devo tendere alla rieducazione del condannato'".
"Abbiamo dimenticato questi principi? Quale valore stiamo dando al tempo e alla vita di queste persone e quale considerazione ci aspettiamo che possano avere del sistema che li reclude e li tortura? Quale risorsa il carcere rappresenta oggi per la società? Perché non possiamo rinunciarci? Anche quando diventa ingiusto e inumano, quando l'applicazione della pena va oltre il precetto? Gentile Ministra chiedo l'immediata scarcerazione di mia madre, l'estensione delle misure alternative alla detenzione per quanti più detenuti e detenute possibili, che oggi più che mai si vedono privati dei loro diritti fondamentali e la fine di un carcere inutile, ingiusto e disumano. Rossella Anitori La figlia di Giuseppina Cianfoni, una persona detenuta in isolamento da oltre un mese nel carcere di Rebibbia".
di Chiara Lalli
Corriere della Sera, 14 aprile 2021
Soffre di artrite reumatoide da quando aveva 16 anni, un dolore che non passa mai e che riesce a lenire solo con la sostanza (legale). Ma in Italia di cannabis non se ne produce abbastanza. "Ho aspettato per anni, poi per averla ho dovuto coltivarla", racconta. Il 27 aprile la nuova udienza.
"Sto qua e aspetto tranquillo" mi dice Walter De Benedetto quando gli chiedo di raccontarmi perché è indagato e perché il prossimo 27 aprile ci sarà un'altra udienza del suo processo. "Ma quanto tempo mi rimane?". Perché De Benedetto ha una malattia cronica e progressiva, il cui primo sintomo è il dolore. Ce l'ha da quando ha 16 anni e dopo una diagnosi scorretta, ecco quella giusta: artrite reumatoide. A parte il dolore, piano piano la malattia compromette la funzionalità delle articolazioni e può coinvolgere i tendini e molti organi. "Io ero uno sportivo, facevo arti marziali e suonavo la tromba. Avevo una bellissima vita, poi mi sono ammalato e dopo essermi ammalato è successo un gran casino". In questo ultimo anno i sintomi sono peggiorati, e poi la pandemia ha aggiunto ansie e complicazioni. Come per tutti, certo, ma per chi ha difficoltà di spostamento e dipende completamente dagli altri quelle ansie e quelle complicazioni si moltiplicano. "La mia vita sembra una prigionia alla quale ti devi abituare".
E c'è il dolore, sempre. Un giorno magari va meglio, quello dopo anche un piccolo spostamento è insopportabile. Walter non si lamenta, anzi. Mi dice che è ben accudito e che anche essere amati fa bene. "Se tu cominci a dire 'faccio schifo' e ti lamenti e non accetti quello che ti è successo, va tutto peggio. So' tutto tronco, ma questo corpo è il mio. Non bisogna mettersi a piagnucolare".
Il reato di dare acqua alla pianta - L'unico desiderio di Walter è poter usare la cannabis per contenere quel dolore che non passa mai. E per legge può farlo perché dal 2006 si può usare la cannabis a scopo medico. "Hanno fatto tante leggi belle e importanti" mi dice Walter "ma di cannabis non se ne produce abbastanza. Dopo aver aspettato inutilmente per anni, l'anno scorso ho deciso di coltivare delle piante di marijuana".
La cannabis attenua i sintomi dolorosi, è sfiammante ed è legale. Ma per averla ha dovuto coltivarsela, e per questo rischia fino a sei anni di carcere. Sembra una storia inventata per quanto è surreale. Le piante sono state distrutte e ora Walter non aspetta solo di poter usare qualcosa che gli fa sentire meno dolore ma pure il processo. "Quando sono arrivati i carabinieri, io ho detto subito che le piante erano mie. Sono stati molto gentili. Hanno tagliato tutto e sono andati via". Un po' gli fa rabbia, perché senti casa tua violata e perché "in cuor tuo sai che non hai fatto niente di male".
Mentre gli dico che mi aveva colpito molto quello che aveva scritto il 12 marzo scorso sul suo profilo ("al mio amico Marco in tribunale hanno detto che la mia coltivazione era troppo grande per un paziente solo. Troppe piante e troppe infiorescenze. Ha preso un anno e qualcosa di reclusione, solo perché dava acqua per me che non posso farlo"), lo sento chiedere un caffè e dire a qualcuno che lo salutava "dammi un bacino". Se non fosse spaventoso, il reato di dare acqua a una pianta farebbe un po' ridere (a seguito della dichiarazione di incostituzionalità della Fini-Giovanardi nel 2014, il consumo personale è stato sostanzialmente depenalizzato mentre la coltivazione resta penalizzata).
Una rivoluzione normativa - E dovrebbe anche rendere ovvia la necessità di rivedere le leggi che regolano le sostanze psicoattive sulla base di valutazioni più razionali di quelle che spesso ascoltiamo: le evidenze scientifiche, il principio del danno a terzi come base legittima di un divieto e quello della riduzione del danno. Oltre a una stima degli effetti di un proibizionismo feroce. Per questo le scelte di De Benedetto sono anche politiche - in un senso molto allargato - e non riguardano solo la richiesta specifica.
Richiesta tra l'altro che sarebbe già legittima ma che si scontra con una burocrazia infernale. "Io mi sono assunto le mie responsabilità e vediamo che succede". Però non ha molto tempo e questo tempo intanto è più sgradevole di quanto potrebbe essere. Quel dolore che potrebbe essere alleviato non aspetta la decisione di un giudice o quella, ancora più lenta, del legislatore. Per capire perché Walter si trova in questa situazione e qual è il panorama normativo parlo con Marco Perduca, che per l'Associazione Luca Coscioni coordina Legalizziamo.it.
"Sanzionabile la spedizione dei prodotti" - "La prima stranezza è che, a causa di una Determinazione dell'Agenzia delle dogane e dei monopoli, è sanzionabile la spedizione dei prodotti a base di cannabis per uso medico (che sono legali) dalle farmacie ai malati, sia per posta sia per corriere. Per cancellare questo ulteriore ostacolo non ci vuole nemmeno una rivoluzione normativa". Per esempio Walter vive in Toscana e ha una farmacia vicina, ma gli altri? E che senso ha poter comprare ma non ricevere, soprattutto in questo ultimo anno di spostamenti limitati? Quindi per rendere meno complicata la vita di molte persone bisognerebbe cancellare quella circolare del 23 settembre 2020 e ritirare il decreto che considerava il CBD come una sostanza psicotropa - "come fosse eroina e in contrapposizione alle indicazioni della Organizzazione mondiale della salute" - per investire nella produzione nazionale di cannabis. Questa difficoltà burocratica rende i costi di accesso più alti di quanto potrebbero e dovrebbero essere e vanifica l'ordinanza del 18 luglio 2006 (Importazione di medicinali a base di delta-9-tetraidrocannabinolo e trans-delta-9-tetraidrocannabinolo) che permette l'uso medico della cannabis.
Adeguare le norme alle nuove evidenze scientifiche - Chiedo a Perduca cos'altro migliorerebbe la situazione anche senza cambiare la legge del 1990. "A legislazione vigente, si potrebbe cominciare dando seguito alle linee programmatiche della ministra Marta Cartabia. Che è prima di tutto la relatrice della sentenza della Consulta 32/2014 sulla incostituzionalità della legge Fini-Giovanardi, e poi la firmataria di un'altra sentenza sempre della Consulta sulla lieve entità di possesso di sostanze stupefacenti.
Cartabia ha anche manifestato preoccupazione per il sovraffollamento carcerario, senza dire che il 30% di chi è in carcere sta lì per una violazione del testo unico sulle droghe. Se la politica decidesse di non perseguire l'uso e la detenzione per fini personali delle sostanze stupefacenti e psicoattive, avremmo già una riduzione significativa del numero dei detenuti". E poi ci sono altre due cose. Una positiva. "Draghi ha appena assegnato alla ministra Fabiana Dadone le deleghe sulla droga. Nei mesi scorsi non avere una figura che, come dice la legge IervolinoVassalli, all'interno della Presidenza del consiglio è deputata al controllo e alle valutazioni politiche non ha aiutato a controllare le norme - che interessano anche il settore industriale, oltre che l'uso terapeutico e personale".
Il parere favorevole dell'Onu e i ritardo dell'Italia - Come si può leggere nella lettera indirizzata al Presidente del consiglio e al ministro della salute Speranza: "La mancanza è stata ancora più vistosa perché il 2 dicembre dell'anno scorso le Nazioni Unite, col parere favorevole dell'Italia, hanno rimosso la cannabis dalla IV Tabella della Convenzione Onu sulle sostanze psicotrope del 1961 andando quindi ad annullare tutte le misure di controllo che per anni hanno imbrigliato la produzione, la distribuzione e la prescrizione della cannabis". E ancora: è dal 2009 che non si svolge la Conferenza nazionale sulle droghe, che è il luogo istituzionalmente incaricato di valutate l'impatto della legge e gli sviluppi internazionali, i dati scientifici e gli effetti di una politica fortemente restrittiva. L'autorizzazione all'uso medico ha conseguenze più ampie: se è anche una terapia, la valutazione del danno e il meccanismo di controllo della cannabis non possono rimanere quelli del 1990. "Dobbiamo adeguare le norme sulla base delle nuove evidenze scientifiche. O, non avendo mai dimostrato che la cannabis faccia male, si può decidere di cambiare le norme".
Le regole su sigarette e alcol - Che poi se dovessimo prendere sul serio il divieto di quello che fa male, dovremmo rivedere le leggi sulle sigarette e sull'alcol e su tantissime altre sostanze. E spesso le sostanze stupefacenti sembrano per molti essere dannose intrinsecamente, quasi magicamente. Mentre ovviamente il principio fondamentale è la dose - oltre che la qualità e le informazioni al riguardo (due aspetti che il divieto comprime). "Solo se la evochi è un problema di ordine pubblico. È il motivo per cui hanno fatto delle multe alle farmacie che pubblicizzavano prodotti a base di cannabis e, ripeto, per uso medico. Il mero parlare significa condonare il consumo o addirittura istigare". È evidente che sarebbe necessario un ripensamento sulle normative e sulle ragioni per le quali è giusto vietare o comunque mantenere leggi così rigide. C'è un problema anche di percezione del fenomeno. Perduca mi chiede se so quante overdosi di coca e eroina ci sono. Rispondo che non ne ho idea. "Sono duecento ma sembrano molte di più a causa di come se ne parla. Il fenomeno dovrebbe essere contestualizzato e trattato con più razionalità".
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