di Paolo Delgado
Il Dubbio, 7 gennaio 2021
Non è un morbo solo italiano ma è nella penisola che il contagio ha raggiunto la espansione, non risparmiando né il colto né l'inclita, e soprattutto un livello di pervasività inaudito, che abbraccia uno dopo l'altro tutti gli aspetti della storia repubblicana, ormai neppure più recente. S'intende l'abitudine diffusa a sospettare trame oscure dietro ogni fatto saliente, specialmente se tragico, della nostra storia, a ipotizzare connessioni oscure, subodorare fili invisibili impugnati da registi occulti, a scovare una logica nascosta ma inesorabile che tiene insieme fatti ed episodi disparati. Una trama. Un complotto. Un ordine nel quale "tutto si tiene".
La discutibile puntata di Report nella quale venivano cucite insieme ipotesi e "rivelazioni" sino a formare un armonioso pur se fantasioso ordito è l'ultimo episodio, in ordine di tempo, di una serie enciclopedica, infinita, che si arricchisce ogni giorno di più. È il grande libro della dietrologia, la cui missione è sempre la stessa: dimostrare che quel che si vede è sempre falso, il disordine, la caoticità, persino le scelte, sono il paravento dietro il quale si celano le manovre astute e gelide di qualche cupola perversa. A questa piovra non sfugge nulla: terrorismo, criminalità organizzata, politica, affarismo, servizi segreti. Tutti collegati da fili invisibili ma saldissimi.
La dietrologia ha i suoi capisaldi, i capitoli che tornano puntualmente in ballo. Il sequestro Moro. La strage di Bologna, con annessi e connessi. La P2. La trattativa Stato- mafia. Su questo telaio ci si può poi sbizzarrire sino ad abbracciare l'intero corso della Repubblica. La sconfitta del Pci negli anni ' 70, provocata dalla manina che guidò il sequestro Moro. La svolta degli anni ' 80, indirizzata dalle trame dell'immancabile Licio, "il Venerabile". La vittoria di Berlusconi, sullo sfondo della quale si stagliano sinistre le cosche. La genealogia di quella che si configura ormai come pisocosi, delirio nel quale il "mi sa tanto" sostituisce i fatti, il sospetto s'impone come verità, è più complessa e va rintracciata in diversi affluenti.
L'origine probabilmente è una pietra miliare in sé meritoria. Subito dopo la strage del 12 dicembre 1969 a Milano, con gli inquirenti decisi a battere una sola pista, quella anarchica, un gruppo di avvocati e militanti diede alle stampe, in tempi record, un libretto destinato a restare a propria volta nella storia: La strage di Stato. Frutto di una contro-indagine giocoforza sbrigativa aveva il merito di denunciare le falsificazioni dell'inchiesta ufficiale e di indicare una pista che si sarebbe poi dimostrata fondata, quella del neofascismo e delle collusioni di quell'ambiente con i servizi segreti. Il risultato fu però diffondere una interpretazione sostanzialmente falsa, nella quale lo Stato, agli occhi di molti, figurava direttamente come organizzatore e mandante.
L'intellettuale forse più esemplare dell'epoca, Pier Paolo Pasolini, coronò la tendenza con un articolo ancora oggi sempre citato e quasi sempre a sproposito "Io so". L'articolo mirava in realtà a difendere i neofascisti dalla strage del 1974 a Brescia, organizzata, come quella di 5 anni prima a Milano, sempre dallo Stato, stavolta per bastonare una destra estrema già adoperata in precedenza contro la sinistra. Nel merito, il famoso pezzo di PPP non coglieva nel segno, essendo la matrice della strage di piazza della Loggia invece effettivamente di estrema destra. Ma soprattutto sdoganava un metodo: la sostituzione della realtà dimostrata con le proprie "intuizioni", i sospetti, le paranoie. "Io so anche se non ho le prove" è ancora oggi il motto di un'intera e folta scuola.
Nel 1979 il giudice di Padova Guido Calogero ipotizzò una trama circoscritta al terrorismo di estrema sinistra ma pur sempre diabolica, secondo la quale tutte le diverse sigle della lotta armata di sinistra, ma anche le organizzazioni apparentemente legali come Autonomia, rispondevano in realtà a un'unica centrale. Una cupola che le dirigeva tutte, al vertice della quale era assiso Toni Negri. Il teorema era ridicolo e rovinò in breve tempo (anche se gli imputati rimasero per anni in carcere con imputazioni via via cangianti). Ma l'immagine del "grande vecchio" restò incisa a fondo nell'immaginario degli italiani, non limitata però alla guerriglia rossa ma ampliata fino a ipotizzare un puparo capace di ordire trame a tutto campo, senza risparmiare neppure gli interstizi della storia patria.
Era un'immagine sinistra e spettrale, ancora senza volto. I connotati del burattinaio arrivarono però a stretto giro, quando, il 17 marzo 1981, le forze dell'ordine sequestrarono a Castiglion Fibocchi gli elenchi degli iscritti a una loggia massonica segreta, la P2, guidata da venerabile maestro Licio Gelli. C'era di tutto e di più. Affaristi, politici, soprattutto dirigenti dei servizi segreti. Impossibile immaginare qualcosa che si prestasse meglio alla leggenda di una piovra i cui tentacoli arrivavano ovunque e si annidavano dietro ogni mistero, vero o presunto.
Uno in particolare: il sequestro Moro, modello di ogni dietrologia, sagra delle supposizioni, delle illazioni, delle calunnie. Inutili le testimonianze, le sentenze, le prove. Per la vasta massa degli italiani il sequestro Moro resterà sempre una manovra ordita dai pupazzi di Gelli in combutta con i servizi segreti a stelle e strisce per impedire la democratica marcia del Pci verso il governo. Un complotto di quelli che determinano il corso dell'intera storia di un Paese. Impareggiabile. Rifinito, cesellato, ampliato a dismisura il modello fissato in quei pochi anni non è poi cambiato nella sostanza. Ma ogni narrazione ha bisogno dei suoi personaggi di nomi e cognomi intorno ai quali cucire la leggenda nera. È un gruppo corposo ma non foltissimo, nel quale spiccano probabilmente tre nomi. Mario Moretti, l'uomo che guidava le Br nei 55 giorni del sequestro Moro è forse la figura più calunniata d'Italia.
Non solo non esiste il pur minimo indizio che autorizzi a sospettare un ruolo diverso da quello che lui stesso ha sempre riconosciuto ma il solo fatto che sia in carcere da quasi 40 anni, unico tra i partecipanti all'agguato di via Fani e alla gestione del sequestro che ancora debba tornare in cella la notte, dovrebbe sgombrare il campo da ogni dubbio. Il problema è che senza attribuire un ruolo diretto nel complotto a Moretti diventa impossibile ipotizzare qualsiasi regia torbida della vicenda. Di fronte a tanta superiore necessità la realtà deve rassegnarsi al passo indietro.
Il secondo nome è Valerio Fioravanti. Il tentativo di farne "il killer della P2" era all'origine della prima ricostruzione della strage di Bologna. Assassino di Pecorelli, di Piersanti Mattarella, stragista in conto terzi. Il fatto che non abbia mai neppure visto da lontano Gelli e che, a differenza, di altri militanti dei Nar fosse contrario alle commistioni con la criminalità impallidisce di fronte all'obbligo di farne il perno di una strategia complessa, della Bologna sarebbe stato solo il tassello più sanguinoso. Solo che Fioravanti è stato condannato sì per Bologna, con una sentenza tanto discutibile quanto effettivamente discussa, ma è stato assolto per gli altri omicidi. Di qui la necessità di azzardare ogni equilibrismo pur di ricollegarlo all'assassinio di Mattarella. Su Gelli non c'è bisogno di diffondersi. Dalla liberazione di Valerio Borghese al golpe tentato dallo stesso, dal sequestro Moro alla strage di Bologna non c'è un crimine circondato dalle tenebre che non porti la sua firma, alla faccia delle sentenze. Diabolik gli spiccia casa.
Bisogna intendersi. Trame oscure nella storia italiana ce ne sono state davvero, dall'assassinio di Mattei a quelli di Sindona e Calvi. La pretesa titanica della misteriologia è però un'altra: da un lato estendere le trame a ogni vicenda, dall'altro e soprattutto, collegarle tutte fra loro in una gigantesca cattedrale delle manovre oscure. In fondo era quello che faceva già il vero testo base di ogni dietrologia: I protocolli dei savi di Sion.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 7 gennaio 2021
Domani la corte d'appello di Catanzaro deciderà in camera di consiglio sulla clamorosa ricusazione che la Dda presieduta da Nicola Gratteri ha avanzato nei confronti del magistrato Tiziana Macrì, che dovrebbe presiedere il prossimo 13 gennaio la prima udienza del Maxi "Rinascita Scott". Dalla decisione uscirà anche un verdetto in senso lato "politico" sul potere del magistrato più popolare d'Italia. Di cui ricostruiamo, attraverso tante sentenze che sconfessano le sua inchieste, un po' di storia.
Dalla retata di Platì del 2003 fino a "Rinascita Scott" e "Imponimento" del 2019-2020. Il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri agisce sempre in grande, fin da quando era ancora un semplice sostituto. Luminosa scenografia e tante, tante manette. Poi la montagna si sgretola, e tanti giudici, quello delle indagini preliminari, quelli del riesame, infine la cassazione, bocciano le speranze di colui che volle diventare il Falcone di Calabria.
Di fallimento in fallimento, fino alla totale assoluzione, di Mario Oliverio, l'ex presidente della Regione Calabria che Gratteri voleva arrestare, che fu spedito al confino e indagato per due anni, che perse il suo incarico per niente, perché il fatto non sussiste, ha stabilito il giudice. E la formula più ampia di assoluzione prevista dal codice. Cioè chi aveva avanzato l'accusa aveva preso lucciole per lanterne, aveva visto un reato dove non c'era neanche il fatto.
Le buone abitudini, il dottor Gratteri le aveva imparate da piccolo. Erano le tre del mattino del 12 novembre 2003 a Platì, quando l'intero paesino della Locride fu svegliato dall'arrivo di centinaia di uomini in divisa i quali, in diretta televisiva, assaltarono, perquisirono a arrestarono 150 persone accusate di associazione mafiosa. Tra di loro c'erano due ex sindaci, dodici ex assessori comunali, due ex segretari comunali, due tecnici, il comandante della polizia municipale e un vigile urbano. La richiesta portava la firma di un certo dottor Nicola Gratteri, sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria.
Il quale riteneva con questa operazione, che sarà chiamata "Marine", di aver distrutto il clan della famiglia Barbaro la quale, agendo da egemone sul territorio, avrebbe acquisito il monopolio totale sugli appalti pubblici. Con la complicità di una bella fetta della popolazione di un paese di tremila persone e delle istituzioni locali. I reati, dal voto di scambio all'estorsione, al falso e all'abuso d'ufficio, erano tenuti insieme dall'associazione di stampo mafioso.
Fu il suo primo blitz scenografico in quel territorio. E anche il suo primo scivolone nella zona. Dopo undici anni che cosa resterà di quella montagna di accuse? Solo un risultato politico, perché il paese di Platì resterà sempre più abbandonato ai commissari governativi e sempre più impossibilitato a essere amministrato. Per una radicata presenza mafiosa che i blitz scenografici possono solo rafforzare.
Se qualcuno ha la curiosità di sapere la fine della storia, eccola: nessuno condannato per mafia, tutti assolti tranne otto (di cui cinque per reati di lieve entità). Otto su centocinquanta, chiaro? Si potrà pensare che possa capitare di sbagliare (ma giocando con la vita e la libertà dei cittadini?), anche se va ricordato che quando sbagliamo noi che siamo senza toga, veniamo processati, e se per caso siamo recidivi scattano le aggravanti.
Che aggravante vogliamo contestare a chi ripete sempre lo stesso "errore" giudiziario? Perché, se la notte di Platì era stata una sorta di prima esibizione del sostituto Gratteri nella sua veste di sostituto procuratore di Reggio, la sua azione non era stata da meno, negli anni novanta, quando aveva rivestito lo stesso ruolo a Locri. Indimenticabile, purtroppo, l'operazione Stilaro.
Quando partì un'indagine nei confronti di 102 persone e in una gelida notte di febbraio furono portati in carcere 62 cittadini di Camini (40 indagati a piede libero), piccolo centro jonico. Finirono in manette il sindaco professor Giuseppe Romeo, persona stimatissima da tutti, l'intera giunta e gran parte del consiglio comunale.
Tutti mafiosi? A quanto pare no, visto che risultarono tutti estranei a qualunque contiguità con la 'ndrangheta. "Sappia la società civile - aveva detto in conferenza stampa il responsabile provinciale della Dda - che non ci fermeremo davanti a nessun santuario...". Il "santuario" era fatto di persone per bene, che furono trascinate in ceppi nel cuore della notte davanti ai bambini in lacrime e un intero paese che assisteva sgomento. Tutti assolti all'udienza preliminare, meno di un anno dopo gli arresti.
Tutta la storia giudiziaria della Locride nei primi anni novanta è punteggiata dalle inchieste-bufala, cui si accompagnano arresti in diretta televisiva e spumeggianti conferenze stampa in cui ogni capitombolo del procuratore è trasformato in successo. Voglio dimostrarvi, disse una volta il dottor Gratteri in un'intervista, che io sono capace anche di far scattare le manette ai polsi di cinquecento persone in una sola volta. Lo ha anche fatto, nei confronti di amministratori e funzionari dei comuni della Locride. Tutti assolti. Come nelle inchieste "Circolo Formato", "Ionica agrumi" e "Asl Siderno".
Lo stile è l'uomo, disse qualcuno. E quello che è servito quasi da esercitazione di un sostituto procuratore, ha la stessa impronta del presente e delle inchieste avviate, con la stessa scenografia, dal capo della procura antimafia di Catanzaro. E alla stessa maniera in gran parte fallite. Nicola Gratteri è nominato all'alta carica il 21 aprile del 2016, ma il suo impegno maggiore lo vedrà protagonista soprattutto tra il 2018 e il 2019.
È in questi anni che ogni blitz, ogni inchiesta è sempre la più importante, quella decisiva e definitiva per l'azzeramento della 'ndrangheta in Calabria. Nel 2018 è l'operazione "Stige", che vedrà all'alba del 9 gennaio più di mille carabinieri impegnati nella provincia di Crotone a mettere le manette ai polsi di 170 persone. Naturalmente si tratta della "più grande operazione degli ultimi 23 anni". Anche se il primo risultato, nel processo abbreviato, non darà risultati brillanti. L'accusa porta a casa 66 condanne, ma anche 38 assoluzioni. Si attende la sentenza, dopo le richieste del pm (che ha già chiesto altre 18 assoluzioni), per gli altri imputati che vengono giudicati con il rito ordinario.
Il 2019 è l'anno del grande blitz del 19 dicembre, "la più grande operazione dopo quella che ha portato al maxiprocesso di Palermo". Ci risiamo con le conferenze stampa-show. Si chiama "Rinascita Scott", parte con una richiesta di 334 ordini di cattura, poi decimata dal gip, dal riesame e dalla cassazione, quindi l'inchiesta viene "rabboccata" con il blitz dal nome "Imponimento", che porta a casa altri 158 indagati, di cui 75 subito in manette.
E alla fine il procuratore Gratteri riuscirà a portare a termine solo in parte il proprio sogno di far celebrare il suo Maxi, che vedrà giudicati nell'aula della tensostruttura regalata dalla Regione Calabria 355 imputati, mentre altri ottantanove saranno davanti al gup per il processo abbreviato il 27 dello stesso mese.
Nel frattempo sono state però notti insonni per le ambizioni del procuratore. Vogliamo ricordare per esempio l'inchiesta "Nemea", un ramo cadetto di "Rinascita Scott" sulla mafia nel vibonese, in cui con la sentenza dell'ottobre scorso, su 15 imputati, 8 sono stati assolti e gli altri 7 hanno avuto le pena dimezzate? Oppure della sentenza clamorosa sull'inchiesta "Borderland" con 20 rinviati a giudizio di cui 13 assolti, tra i quali spicca il nome di Francesco Greco, ex vicesindaco di Cropani, messo agli arresti domiciliari nel 2016 e dichiarato innocente ben quattro anni dopo "perché il fatto non sussiste"?
Si arriva quindi a tempi più recenti, con la decisione del tribunale del riesame di annullare la misura cautelare nei confronti dell'ex presidente del consiglio regionale calabrese Domenico Tallini, messo ai domiciliari come indagato nell'inchiesta "Farmabusiness". E poi l'assoluzione nei confronti di Mario Oliveiro e il non luogo a procedere per Nicola Adamo e Enza Bruno Bossio nell'inchiesta "Lande desolate".
È solo un breve riassunto, probabilmente lacunoso. Cui andrebbero aggiunte considerazioni politiche e anche i comportamenti e le reazioni dei diversi partiti rispetto alle operazioni di certi pubblici ministeri. E anche, perché no, l'atteggiamento degli altri magistrati, a partire dalla gravità del trasferimento del procuratore Otello Lupacchini, e del Csm nei confronti di questa "anomalia" calabrese. Per esempio, nessuno ha ridire sul fatto che la Dda di Catanzaro presieduta dal dotto Gratteri, abbia chiesto la ricusazione del presidente Tiziana Macrì che dovrebbe condurre il processo "Rinascita Scott" del prossimo 13 gennaio? La decisione sarà presa dalla corte d'appello di Catanzaro in camera di consiglio proprio domani 8 gennaio.
di Liana Milella
La Repubblica, 7 gennaio 2021
Oggi flash mob a piazzale Clodio e sciopero già proclamato dal 19 al 22 gennaio. Le toghe di pace chiedono un inquadramento stabile, ma Mirabelli dice: "Esiste un oggettivo problema di costituzionalità, per cui non sono comparabili i ruoli di magistrato onorario con quello di magistrato ordinario".
"Un decreto legge per i giudici onorari". Che il governo farebbe subito, proprio mentre ripartono le proteste dell'intera categoria. La conferma arriva a Repubblica da Franco Mirabelli, vice capogruppo del Pd al Senato e capogruppo in commissione Giustizia, che dall'inizio della legislatura ha lavorato su questa magistratura che, pur contando 5mila persone, vive da sempre nella precarietà. Alla domanda se un'eventuale crisi dovesse fermare la volontà di fare il decreto Mirabelli risponde: "Continuo a pensare che non ci siano alternative a questa maggioranza e che sarebbe irresponsabile aprire una crisi di governo in questo momento".
Dunque non crede né alla crisi, né al voto anticipato?
"Non accade in nessuna parte al mondo che si apra una crisi in piena pandemia perché la politica ha come responsabilità principale quella di garantire la soluzione dei problemi che il Covid ha portato con sé. E oggi sono quelli di tutelare la salute dei cittadini, mandare avanti il piano vaccinale e costruire le condizioni per la ripartenza. Solo una maggioranza politica può fare un percorso di questo genere e solo dentro questa alleanza di governo si può costruire una prospettiva anch'essa politica che concluda la legislatura".
E il voto?
"Continuo a non voler credere a una crisi di governo, e quindi dell'intera legislatura".
E allora torniamo ai giudici onorari e alla loro agitazione. Stamattina saranno a piazzale Clodio, ma preannunciano nuovi scioperi della fame, e dal 19 al 22 gennaio si fermeranno in tutta Italia. Si considerano vittime di "vent'anni di imbarazzanti silenzi, proroghe attendiste e norme inadeguate". Ce l'hanno con una politica che non dà risposte...
"E invece noi abbiamo proposto al governo di fare al più presto un decreto con le norme discusse e condivise finora al Senato, che possa consentire di mettere subito più soldi per le indennità e i riconoscimenti ai magistrati onorari. Vogliamo garantire misure che diventino subito operative prima che ad agosto entri in vigore la riforma Orlando (e cioè il decreto legislativo del 13 luglio 2017, ndr.). Sia il ministro della Giustizia Bonafede che i sottosegretari Giorgis e Ferraresi ci hanno dato una disponibilità che potrebbe concretizzarsi in tempi brevissimi".
Ammetterà però che stiamo parlando di 5mila persone che vivono una situazione di lavoro davvero anomala. Si occupano di giustizia, affrontano e decidono sulle controvereste degli altri, ma sono a tutti gli effetti dei precari della giustizia...
"Penso che la situazione della magistratura onoraria sia davvero di grande precarietà e che ci sia bisogno di una riforma complessiva che definisca bene ruoli, funzioni e anche l'opportunità o meno di proseguire su questa strada. La riforma Orlando ha il merito di aver posto una questione fondamentale: quella del magistrato onorario non può essere una professione e quindi chi entra in servizio dopo il decreto non può avere incarichi per più di otto anni e non può lavorare per più di due giorni alla settimana. È evidente, e questo gli va riconosciuto, che la magistratura onoraria ha svolto in questi anni una funzione importante di fronte alle carenze di personale e al numero insufficiente dei magistrati ordinari, e di fronte anche a una mole di lavoro da sbrigare che si è accumulata negli anni".
Che via avete scelto? Cosa ci sarà nel decreto?
"La politica, nei prossimi mesi e nei prossimi anni, deve riconsiderare tutta la questione. Ma adesso c'è un problema immediato da risolvere. I magistrati che hanno lavorato prima della riforma Orlando mettono sul tavolo dei problemi a cui bisogna dare una risposta. Questo abbiamo tentato di fare al Senato giungendo alla stesura di un testo unificato, condiviso dalla maggioranza, frutto del lavoro delle colleghe Valeria Valente ed Elvira Evangelista, che dà risposte ad alcuni problemi".
Ma quella riforma è ferma da mesi...
"Il testo si è bloccato in commissione perché la presidente del Senato Elisabetta Casellati ha scelto di bloccare tutti i provvedimenti che non riguardassero il Covid. Adesso però c'è un'evidente urgenza di dare risposte subito. E il percorso tradizionale sarebbe troppo lungo per dare certezze ai magistrati onorari rispetto alla prospettiva di chiudere la loro attività a 70 anni. Risposte che riguardano anche la questione economica".
In concreto il decreto cosa prevedrà?
"Per i magistrati onorari sarà possibile lavorare per tre giorni alla settimana. Viene fissata un'indennità più alta rispetto a quella stabilita nel 2017. Nella legge sono previsti fino a 38mila euro all'anno, più una quota di 98 euro per ogni udienza sostenuta. In sede di decreto, credo che si debba ragionare anche di un aumento dell'investimento per consentire ai magistrati onorari e ai giudici di pace di potersi costruire un percorso previdenziale e un'assicurazione sanitaria. Per loro ci sarà comunque la proroga dell'incarico per altri quattro quadrienni, prevedendo però che possano lavorare fino a 70 anni, mentre quelli che hanno cominciato a lavorare dopo la legge Orlando potranno restare in servizio fino a 65 anni".
Però la sentenza della Corte del Lussemburgo, che i giudici civili stanno applicando a seguito di singoli ricorsi, stabilisce una sostanziale parificazione, dal punto di vista economico, di magistrati che, pur non avendo fatto il concorso, trattano il 60% della giustizia in Italia...
"Già la riforma Orlando serve a chiarire che i magistrati ordinari e i giudici onorari non sono la stessa cosa e non svolgono la stessa funzione. Adesso dobbiamo affrontare una frase di transizione, cercando di garantire nel miglior modo possibile i diritti di chi ha reso un servizio al funzionamento della giustizia in questi anni. Però c'è un principio costituzionale che non può essere messo in discussione: i magistrati fanno il loro lavoro superando un esame di abilitazione e facendo un concorso. Qui sta la differenza, per cui le due figure non possono essere uguali. Tenendo conto che questa situazione è evidentemente anomala e che si è prodotta nel tempo per la grande mole di lavoro che deve affrontare la giustizia italiana".
Ma ha letto la sentenza di Napoli? Il giudice civile Giovanna Picciotti il 26 novembre ha scritto che questi giudici hanno diritto "a un trattamento economico e normativo equivalente a quello assicurato ai lavoratori comparabili che svolgono funzioni analoghe alle dipendenze del Ministero". E allora? Il ministero dovrà pur rispettare una sentenza come questa...
"Io credo che ci sia un oggettivo problema di costituzionalità, per cui non sono comparabili i ruoli di magistrato onorario con quello di magistrato ordinario. Non nego però che esista il problema di migliorare il trattamento economico e la vita lavorativa di questi magistrati".
E cioè cosa propone?
"In sede di conversione del decreto si potranno affrontare altri temi, come quelli organizzativi e di ruolo, nonché il riconoscimento della maternità".
Eppure guardi che il presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia, il magistrato che ha diretto l'ufficio legislativo di via Arenula, parla di"5mila giudici onorari e di pace che hanno ricevuto un trattamento inaccettabile". Aggiunge che a loro "sono state date responsabilità sempre maggiori ma è mancato il pieno riconoscimento dei loro diritti che, al contrario, sono stati mortificati". E allora?
"Lui dice una cosa seria e giusta, cioè che hanno svolto un ruolo importante e rischiano di essere trattati in modo non adeguato al contributo che hanno garantito. Per questo, in attesa di una riforma più ampia, penso sia giusto fare un decreto che soddisfi meglio le esigenze che vengono da quel mondo".
Ma ha sentito il presidente della Consulta Giancarlo Coraggio? La Corte ha riconosciuto il loro diritto alla piena copertura delle eventuali spese legali e Coraggio ha detto che "la funzione è la stessa, giudicare è la stessa cosa, sia che si giudichi di materie che hanno un maggior o minore impatto economico".
Non le pare che si debba prevedere un ruolo meno precario di questa categoria?
"Siamo di fronte a una transizione in cui dobbiamo garantire il più possibile chi ha svolto questo ruolo per molti anni in passato e che continua a svolgerlo. La riforma Orlando già riduce l'impiego e l'impegno della magistratura onoraria".
Ma loro non vogliono questo...
"A questo punto serve una riforma più complessiva. Dobbiamo assumere più magistrati ordinari avendo meno bisogno del supporto degli onorari. Ma serve una transizione che garantisca chi ha lavorato in questi anni, mentre chi lo farà in futuro dovrà farlo con un impegno più limitato".
di Giuliano Foschini
La Repubblica, 7 gennaio 2021
I genitori di Giulio depositano l'esposto: "La vendita delle navi all'Egitto viola la legge". La vendita delle due fregate militari al governo egiziano è "avvenuta in palese violazione della legge". Perché vendere armi a Paesi che si sono macchiati di "gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dagli organi delle Nazioni Unite o dall'Unione europea" è vietato dalla legge 185 del 1990. Per questo i genitori di Giulio Regeni, Paola e Claudio, insieme con il loro avvocato Alessandra Ballerini, hanno depositato alla procura di Roma un esposto contro il governo italiano.
Un atto forte, annunciato nei giorni scorsi e ora formalizzato davanti ai magistrati che indagano sulla morte del figlio. E che, nel silenzio della politica, "costringe" ancora una volta "Giulio a fare cose", per citare un'espressione cara ai genitori del ricercatore italiano. Un atto - quello dell'esposto - che apre una frattura importante tra la famiglia Regeni e il nostro esecutivo: dopo aver visto un figlio sequestrato, torturato e ucciso da apparati di uno Stato estero, così almeno sostiene la procura di Roma, sono costretti, da cittadini, a "difendersi" dal governo italiano.
La denuncia è stata presentata, infatti, nell'ambito del procedimento penale aperto dalla procura di Roma sull'assassinio di Giulio. Tutto si muove attorno alla decisione del governo di vendere le due fregate Fremm, realizzate in Italia, al governo egiziano. La prima delle quali è stata consegnata il 23 dicembre scorso ai cantieri del Muggiano a La Spezia. La legge 185/90, fa notare l'avvocato Ballerini, prevede nel primo articolo il divieto di esportazioni di armi verso Paesi che violano le convenzioni internazionali in tema di diritti umani. La famiglia Regeni è convinta che l'Egitto sia tra quei Paesi. E lo è sulla base di una serie di documenti: le tre risoluzioni del Parlamento europeo - tra il 2018 e il dicembre del 2020 - che hanno dato atto di come il governo egiziano abbia "intensificato la repressione nei confronti dei difensori di diritti umani".
Nel rapporto del 2017 contro la tortura delle Nazioni Unite si dice invece che la "tortura in Egitto è sistematica e spesso effettuata per ottenere una confessione o punire i dissidenti politici. E ha luogo in stazioni di polizia, strutture della Sicurezza dello Stato". Non a caso ad agosto del 2019 l'Onu ha annullato la conferenza contro la tortura che avrebbe dovuto svolgersi proprio al Cairo.
La questione riguarda l'Italia ma evidentemente tocca anche l'Europa: il ministro Luigi Di Maio porterà, a fine gennaio, il dossier Regeni sul tavolo dell'incontro tra i ministri degli Esteri europei chiedendo sanzioni per l'Egitto di Sisi. Resta però l'enorme tema del rapporto tra il governo italiano e quello egiziano. Il 29 dicembre scorso l'ufficio della procura generale del Cairo ha attaccato duramente i magistrati italiani e la loro indagine che porterà, nelle prossime settimane, all'imputazione per quattro agenti della National security, il servizio segreto civile egiziano, accusati dell'omicidio e delle torture su Giulio. "Indagini scorrette" ha scritto il procuratore generale Hamada Al Sawi mentre nelle trasmissioni televisive più vicine al governo è partita un'offensiva contro l'Italia e contro l'inchiesta condotta sui presunti assassini di Giulio.
Tutto questo mentre l'ambasciatore italiano al Cairo. Giampaolo Cantini, continua i suoi incontri istituzionali con i vertici del governo egiziano. La famiglia Regeni ha chiesto il richiamo dell'ambasciatore per consultazioni. Il governo ha sempre sostenuto che invece sia necessario tenerlo al Cairo per "ottenere la verità" e che "in ogni incontro c'è il caso Regeni come priorità". Non ce n'è traccia però nel report dell'incontro del 4 con il ministro delle Finanze egiziano, Mohamed Maait, "il ministro - si legge in una nota ufficiale del governo - ha auspicato uno sviluppo della cooperazione bilaterale con l'Italia".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 gennaio 2021
Il tribunale ha respinto i domiciliari a un detenuto accusato di mafia per accudire il figlio infraseienne autistico. Scatta quindi il ricorso con atto a firma dell'Avvocato difensore Pantaleo Cannoletta: la Cassazione l'accoglie e rigetta l'ordinanza del tribunale chiedendo una nuova valutazione, perché teoricamente ci sarebbero tutti gli estremi per concedere i domiciliari.
E questo nonostante ci sia la presenza della madre. Il motivo? Lei risulta chiaramente impossibilitata a dare assistenza al minore, ma soprattutto viene preso in considerazione un principio indissolubile: la considerazione del "rischio in concreto derivante per il bambino dal deficit assistenziale, sotto il profilo della irreversibile compromissione del processo evolutivo- educativo, dovuta alla mancata, valida ed efficace presenza di entrambi i genitori".
È la sentenza della Corte di Cassazione n. 36884 che, oltre al rispetto dei principi enunciati, ha inteso dare continuità alle passate aperture su tale linea interpretativa, laddove era stato affermato il principio, secondo cui la situazione di assoluta impossibilità della madre può essere desunta anche dalle precarie condizioni di salute della donna e dalla necessità di provvedere alle necessità di altro figlio minorenne portatore di grave malattia.
Ovvero - si legge nella sentenza della Corte - laddove "era stato affermato che il divieto di custodia cautelare in carcere nei confronti dell'imputato, padre di prole di età inferiore a sei anni, opera anche nel caso in cui i minori possano essere affidati a congiunti disponibili o a strutture pubbliche, in quanto ad essi il legislatore non riconosce alcuna funzione sostitutiva, considerato che la formazione del bambino può essere gravemente pregiudicata dall'assenza di una figura genitoriale, la cui infungibilità deve, pertanto, fin dove possibile, essere assicurata, trovando fondamento nella garanzia che l'art. 31 Cost. accorda all'infanzia".
Nella fattispecie in esame, la Corte parte dalla premessa che risulta indiscussa la gravità delle condizioni del figlio dell'indagato, involgenti una patologia dello spettro autistico con comportamento oppositivo autolesionistico, eteroaggressività e linguaggio assente (utilizza esclusivamente la parola mamma in maniera indifferenziata).
D'altronde, nel ricorso, l'avvocato ha sottolineato che il bambino è affetto da "disturbo dello spettro autistico con compromissione intellettiva e del linguaggio associata a disregolazione emotiva e atteggiamento oppositivo, con disturbi del sonno, assenza di linguaggio, eteroaggressività, tendenza all'autolesionismo e a mettere in atto condizioni pericolose che rendono impossibile a una donna sola di prestargli assistenza".
Anche per la Cassazione, quindi, tale patologia è talmente grave da rendere necessaria la compresenza di entrambi i genitori in casa, tanto più che nello stesso nucleo vive altra minore, figlia della coppia, di sette anni. Per questo motivo, secondo la Corte, occorre, alla luce del principio già ribadito, tener conto di tale situazione.
Ecco perché ha accolto il ricorso del detenuto in custodia cautelare per reati legati al 416 bis. Secondo la Cassazione, il Tribunale del riesame, nel valutare l'assoluta impossibilità della madre ad occuparsi della prole, "non avrebbe dovuto considerare solo la condizione della stessa, ma anche tener conto delle condizioni di salute del minore infraseienne, P. A., e verificare, in concreto, la sussistenza o meno per lo stesso di un ' deficit' assistenziale, sotto il profilo della irreversibile compromissione del processo evolutivo- educativo per la mancata, valida ed efficace presenza di entrambi i genitori".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 7 gennaio 2021
Per la Cassazione, sentenza n. 165 del 5 gennaio 2021, le esigenze di giustizia non possono che essere recessive rispetto alla salute del detenuto. La richiesta di sostituzione del regime carcerario per motivi di salute - nel caso il rischio Covid per detenuto ultrasettantenne - non deve essere notificata anche alla parte offesa, nello specifico oggetto di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Lo ha stabilito la Cassazione con la sentenza n. 165 depositata il 5 gennaio 2021. Accolto dunque il ricorso di un uomo contro la decisione del Tribunale del Riesame di Palermo confermativa di quella del Gip che aveva ritenuta l'istanza inammissibile proprio per violazione della previsione contenuta nei commi 2 bis e 3 dell'articolo 299 del Cpp.
Nel ricorso l'imputato ha contestato la sussistenza dell'obbligo di informazione della persona offesa, in quanto specificamente connesso alla presentazione di istanze di revoca o di sostituzione delle misure cautelari per assenza o attenuazione delle esigenze cautelari. Mentre nel caso di specie l'istanza difensiva era stata formulata ai sensi dell'art. 275 co. 4 c.p.p., "per far valere una situazione di incompatibilità con il regime intramurario, dovuta all'età e alle condizioni di salute del detenuto". E la Suprema corte gli ha dato ragione con una decisione di ampio respiro che richiama i principi costituzionali sulla tutela del diritto alla salute e le recenti pronunce della Corte Edu, anche sul caso Provenzano, relativamente ai trattamenti inumani e degradanti.
La Corte ricorda che la norma è volta a evitare che "la persona offesa, già vittima di un reato, possa tornare a divenire oggetto delle violenze da parte dell'autore del reato". "La disciplina - prosegue la decisione - si inserisce nell'ambito di una stagione di tutela di soggetti vulnerabili, inaugurata a livello internazionale e dell'Unione europea, che, specie dall'approvazione del Trattato di Lisbona, ha portato, anche nel nostro ordinamento, alla progressiva ammissione della vittima sul palcoscenico processuale ".
Ciò detto, prosegue, non si è davanti a una richiesta di modifica/sostituzione della misura cautelare in corso, ma alla prospettazione di una situazione di incompatibilità per età e per ragioni di salute col regime carcerario in considerazione del maggior rischio di contrazione del covid-19. Per la Corte va dunque verificata l'applicabilità della norma sulla comunicazione alla vittima anche in questi casi.
Per prima cosa i giudici rilevano che l'obbligo di informativa "non ha un carattere generalizzato" essendo espressamente previsto solo in caso di istanza di parte (non dunque quando l'iniziativa sia d'ufficio). Né ve n'è traccia nella lettera dell'articolo 274, comma 4bis del Cpp, per i casi di revoca o sostituzione della misura per ragioni di salute.
Quanto a una possibile applicazione in via interpretativa, la Cassazione richiama la costante giurisprudenza che ha ritenuto applicabile l'articolo 32 della Costituzione sulla tutela della salute anche ai cittadini costretti. "Emblematico" dell'orientamento della Corte costituzionale in ordine alla preminenza del diritto alla salute, è la recente pronuncia con la quale, estendendo l'applicabilità della detenzione domiciliare "in deroga" ai casi di grave infermità psichica sopravvenuta in corso di detenzione, "emerge l'apertura del Giudice delle Leggi verso il riconoscimento della prevalenza del diritto alla salute della persona nel bilanciamento con il principio di ordine e sicurezza pubblica" (Corte Cost. n. 99 del 2019).
Così come, anche nella più recente giurisprudenza della Corte Edu il diritto alla salute "è stato oggetto di una maggiore attenzione e crescente severità nella verifica di compatibilità delle condizioni di detenzione con il rispetto della dignità umana". Dopo la sentenza Mouisel (Corte Edu, 14 novembre 2002, Mouise v. France, ric. n. 67263/01), che ha inaugurato tale filone, l'obbligo, relativo al trattamento dei detenuti malati, ricorda la Cassazione, ha trovato una più analitica declinazione in un'importante sentenza del 2010, con la quale la Corte ha chiarito che esso si specifica in tre "obligations particuliéres": verificare che il detenuto sia in condizioni di salute tali da poter scontare la pena, somministrargli le cure mediche necessarie e adattare, ove necessario, le condizioni generali di detenzione al suo particolare stato di salute (Corte EDU, 9 settembre 2010, Xiros v. Greece, ric. n, 1033/07, S 73).
In questo senso la prima obbligazione deriva dal principio, proprio dello Stato di diritto, secondo cui la "capacità di subire una detenzione è presupposto indefettibile per l'esecuzione della stessa".
Un ulteriore aspetto è stato sottolineato con la sentenza nel "caso Provenzano c/ Italy, n. 55080/2013), in cui la Cedu, nel riscontrare una violazione dell'art. 3 Cedu rispetto all'ultimo decreto di proroga del regime 41-bis, stante il deterioramento delle condizioni cognitive del recluso, ha considerato dirimente l'effettiva condizione psico-fisica del detenuto ai fini della determinazione della sua pericolosità. In definitiva, le esigenze di giustizia "non possono che essere recessive rispetto alla salute del detenuto". E l'opera di bilanciamento "deve farsi ancora più accurata rispetto alla carcerazione preventiva".
Del resto, il rischio di recidiva personale, considerato che è tale rischio che genera il diritto della vittima a partecipare al procedimento incidentale sulla libertà e a rappresentare le proprie ragioni attraverso il deposito di memorie, così come la pericolosità sociale, "deve ritenersi quantomeno fortemente scemato in presenza di condizioni di salute fragili riscontrate nel detenuto".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 gennaio 2021
La denuncia dell'associazione Yairaiha Onlus. Secondo gli ultimi dati del Dap, al carcere napoletano di Secondigliano risultano 16 detenuti contagiati, dei quali 4 ricoverati in ospedale. Ma, secondo le testimonianze raccolte dall'associazione Yairaiha Onlus, nel reparto Ionio S3 e della sezione S2 1° e 2° piano, ne risulterebbero molti di più con sintomi simili a quelli provocati dal nuovo coronavirus. "Nel reparto S2 - si legge nella missiva dell'associazione indirizzata alle autorità - sembra che quasi tutti i detenuti presentino diversi sintomi da Covid 19 trattati unicamente con tachipirina e con l'isolamento".
Dal reparto Ionio S3, Yairaiha Onlus ha ricevuto una segnalazione di un recluso (omettiamo il nome per privacy), già risultato positivo al covid nel carcere di Tolmezzo durante la prima ondata, e che da circa due mesi è assegnato al carcere di Secondigliano. Ha riferito di condividere la cella con un altro detenuto che da diversi giorni presenterebbe chiari sintomi da Covid 19 ma, si legge sempre nella missiva, "fino ad oggi, non è stato neanche sottoposto a tampone e teme che un nuovo contagio possa avere esiti nefasti". Sì, perché il recluso è un soggetto a rischio complicazioni per via delle già riferite patologie pregresse. "Riteniamo - denuncia l'associazione Yairaiha Onlus - che la situazione venutasi a creare nei reparti S2 e S3 di Secondigliano sia allarmante e affatto sotto controllo: la mancanza, e forse l'impossibilità, di interventi immediati, l'impossibilità di mantenere il distanziamento sociale e di adottare tutte le accortezze richieste dalla pervasività del virus, rischia di generare un focolaio difficilmente gestibile".
Nel frattempo c'è Samuele Ciambriello, Garante dei detenuti della Regione Campania, che lancia l'allarme: "Mi auguro che la politica non neghi l'evidenza delle cose, e cioè che bisogna provvedere ai vaccini in via prioritaria nelle Rsa e nelle carceri, partendo dagli operatori penitenziari, operatori sanitari e detenuti, per questi ultimi su base volontaria".
Il garante regionale sottolinea che "lo Stato non può mettere una persona in carcere e poi esporlo al Covid. È una questione di diritto e di buon senso. Mi auguro altresì che alla campagna di vaccinazioni degli Istituti penitenziari segua un attento studio epidemiologico delle realtà penitenziarie". E conclude: "Nelle carceri vi sono persone affette da diverse patologie, tra le quali malattie croniche a causa delle quali vi sarebbe un rischio maggiore in caso di contagio da Covid 19 rispetto agli altri".
di Claudia Brunetto
La Repubblica, 7 gennaio 2021
Stefano Taormina, condannato all'ergastolo per una rapina finita in omicidio, ha ottenuto la liberazione condizionale. Ha lavorato per quasi un decennio al centro Padre Nostro. "Dedico la libertà a don Pino Puglisi: è sempre qui con me". L'immagine di padre Pino Puglisi è sempre nel suo portafoglio. Non l'ha mai conosciuto, ma il suo messaggio gli è arrivato forte e chiaro nei nove anni in cui si è dato da fare come volontario in mezzo a bambini e ragazzi del centro di accoglienza Padre Nostro, a Brancaccio. Per Stefano Taormina, 64 anni, 40 dei quali passati in carcere, condannato all'ergastolo per omicidio dopo una rapina finita in tragedia, all'inizio di dicembre è arrivata la libertà condizionale. Per uno che nel suo destino aveva scritto "fine pena mai", l'unica parola che conta è "libertà". "Sono libero - dice Taormina - e ancora non ci credo. L'avvocato continuava a ripetermi "sei libero", ma io non capivo. Anche perché in passato me l'avevano negata diverse volte. Provo una gioia immensa. Una nuova vita che inizia. La dedico anche a padre Puglisi che è sempre con me".
A salvarlo è stata la condotta virtuosa dentro e fuori dal carcere, ma anche una lunga lista di encomi ricevuti nel tempo in tutta Italia. "Mi sono diplomato come ebanista, ho fatto decine di corsi. Mi sono appassionato alla pittura, dipingo anche il volto di padre Pino Puglisi e ho esposto i miei quadri, ma non mi viene mai bene come vorrei, come me lo immagino. E poi nei nove anni al centro ho dato il massimo. Mi sono occupato dei campetti sportivi, ne sono stato custode e manutentore, ma quello che mi ha gratificato di più è stato il rapporto con i ragazzi. Alcuni li ho incontrati a cinque anni e oggi sono adolescenti", dice Taormina. E a modo suo li ha educati, forte della sua storia. "Gli ho detto che a inseguire i soldi facili si sbaglia e si rischia grosso, come è successo a me, gli ho detto che la forza e la sopraffazione non sono gli unici modi per rapportarsi agli altri. Gli ho detto di non perdersi in strada e di cercarsi un vero lavoro", racconta.
A Brancaccio è nato e cresciuto, così come i suoi due figli, i tre nipoti e gli altrettanti pronipoti. Il quartiere lo conosce a memoria, fiuta e scruta ogni cosa, riconosce l'illegalità anche quando è ben nascosta. I ragazzi stessi lo fermano, conoscono la sua storia. Per loro è un esempio. "Se vedo due ragazzi in motorino uscire di zona, già mi preoccupo - dice Taormina - temo si spostino per qualche colpo. Quando li fermo per strada, gli chiedo dove hanno preso il motorino che guidano e gli faccio un sacco di raccomandazioni. A Brancaccio perdersi è un attimo. La mia vita lo dimostra". Brancaccio, però, gli ha anche offerto la possibilità di riscattarsi. E adesso gli ha dato un vero lavoro nella casa di riposo per anziani "Il giardino dei racconti", dove fa il cuoco e si occupa della manutenzione. "Nel mio percorso durissimo che mi ha costretto a rinunciare a tutto, alla vita, a mia moglie lasciata sola a 16 anni, ai miei figli che non ho visto crescere, ho incontrato anche tante persone che hanno creduto in me, che mi hanno dato fiducia. È anche grazie a loro che ho raggiunto questo traguardo. La vita in carcere è stata durissima, ma ho dimostrato di meritarmi anche altro".
Dai primi di dicembre la sua vita è fatta di lavoro, di affetti, del centro Padre nostro e anche delle rigide regole da seguire ogni giorno. "Ci abbiamo creduto fortemente - dice Giuseppe Inguaggiato, il suo avvocato - La libertà condizionale di Taormina è il risultato del contributo di tutti. Ciascuno ha fatto la sua parte, partendo da un punto certo: lo straordinario impegno di quest'uomo che ha commosso tutti noi". La libertà condizionale ha una serie di vincoli: anzitutto l'obbligo di presentarsi in questura tre volte alla settimana e il divieto di uscire di casa dalle 21,30 alle 7 del mattino. "Ma non devo tornare più in carcere", dice Taormina. Dopo cinque anni senza sbagliare mai, lo aspetta l'estinzione della pena. Un fatto più che eccezionale.
"Un miracolo - dice Taormina - Adesso l'unica cosa che mi manca per sentirmi libero davvero dentro di me, nel mio cuore, è poter chiedere perdono ai familiari della persona che non c'è più per causa mia. Soffro maledettamente, ho avuto anche un infarto per il dolore.
Penso sempre a quello che ho fatto e mi pesa non essere riuscito, in tutti questi anni, a raggiungere i suoi familiari, anche se ci ho provato tante volte. Spero di farcela in questa nuova vita, attraverso l'assistente sociale che mi segue".
Per il centro Padre Nostro, Stefano Taormina è "l'ennesimo frutto di padre Pino Puglisi". "Per nove anni è diventato il perno di tante nostre attività - dice Maurizio Artale, presidente del "Padre Nostro" - il centro è stato creato per questo, per seguire le persone singolarmente in un percorso di rinascita, per provare a concedere loro un'altra possibilità, nonostante tutto".
di Monica De Benedetto
Il Mattino, 7 gennaio 2021
Ha ingerito diciannove ovuli contenenti hashish, due è riuscito a espellerli, due gli sono rimasti nell'intestino e quindici nello stomaco. Gli ovuli, evidentemente, non erano ben sigillati ed ha rischiato di morire. L'uomo, un 40enne napoletano, detenuto della Casa circondariale di Ariano Irpino, ora si trova ricoverato in prognosi riservata a Giugliano dopo esser stato operato presso l'ospedale Frangipane del comune in provincia di Avellino.
Il 40enne era rientrato in carcere in seguito a un permesso premio per Capodanno e aveva pensato bene di fare "scorta" per sé e per gli altri detenuti forse anche per "festeggiare" l'Epifania, ma nella serata di martedì si è sentito male, probabilmente per la rottura di uno o più ovuli. Immediatamente soccorso dall'equipe medica dell'istituto e dagli agenti di polizia penitenziaria, è stato portato d'urgenza presso il nosocomio arianese, dove, valutata la gravità della situazione, i sanitari hanno predisposto la sala operatoria per il delicato intervento chirurgico che gli ha salvato la vita.
È stato poi necessario il trasferimento al San Giuliano dell'Asl Napoli 2 poiché la terapia intensiva di Ariano è riservata ai malati di Covid. Le sue condizioni sono serie ma non dovrebbe più essere in pericolo di vita. Certo ha rischiato molto, sia per l'occlusione intestinale, che per il rischio overdose. È stato, naturalmente, aperto un fascicolo d'inchiesta da parte della Procura di Benevento con le indagini da parte della Polizia penitenziaria.
E si riapre il dibattito sulle norme che prevedono il reinserimento sociale dei detenuti. In questo caso quello che doveva essere un detenuto modello tanto da meritare il premio di tornare a casa per le feste, ha ceduto nuovamente alla tentazione di delinquere, prestandosi quale corriere della droga; al vaglio degli inquirenti anche l'ipotesi che sia stato costretto ad ingerire le capsule con l'hashish per rifornire gli altri reclusi.
Sulla questione intervengono i sindacati: "Purtroppo - affermano Vincenzo Palmieri e Luigi Castaldo, segretari dell'Osapp - nonostante i benefici previsti e concessi per legge dai magistrati di sorveglianza di turno, molti detenuti non hanno remore a perpetrare reati, anche rischiando la propria vita. E ciò deve indurci a una riflessione, affinché si possano apportare le dovute modifiche legislative, deterrenti per questi incresciosi fenomeni che destabilizzano l'ordine e la sicurezza dei penitenziari".
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 7 gennaio 2021
L'Icam nascerà in una palazzina in via Fanfani e permetterà ai figli di non crescere in carcere. Dalla Regione 350 mila euro, a marzo via ai lavori. Funaro: "Finalmente siamo alla realizzazione". A un anno dalle rassicurazioni del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, si torna a parlare della casa per le madri detenute, ma stavolta la decisione sembra ufficiale e definitiva. I loro figli potranno crescere fuori dalle celle del carcere di Sollicciano. L'istituto a custodia attenuata per le madri detenute (Icam) dovrebbe aprire a Firenze entro marzo 2022 nella palazzina della Madonnina del Grappa in via Fanfani, a Rifredi, dopo almeno un decennio di intoppi burocratici.
A dare una svolta per la nascita del progetto voluto dal Comune, i 350 mila euro aggiuntivi stanziati dalla Regione. "L'obiettivo principale resta la realizzazione degli Icam su tutto il territorio nazionale, quindi anche a Firenze" ha confermato qualche mese fa Bonafede. La struttura, circa 400 metri quadrati e per 900 mila euro di investimenti, si sviluppa su due piani e potrà ospitare otto mamme con i rispettivi figli in quattro stanze. Previste altre stanze per gli operatori sociali e per gli agenti penitenziari, oltre ad uno spazio ludoteca per i bambini e uno spazio di formazione per le recluse. I lavori dovrebbero cominciare a marzo per terminare entro dodici mesi.
"Finalmente siamo arrivati alla realizzazione di una struttura importante per la città - commenta l'assessore alle politiche sociali Sara Funaro - È un segno di civiltà far vivere ai bambini la dimensione dello spazio casalingo familiare, lontano da un contesto di reclusione, si tratta di un progetto a tutela del bambino affinché possa vivere e crescere in una situazione di normalità". Lo scorso dicembre, la realizzazione della struttura era stata approvata dalla Commissione politiche sociali di Palazzo Vecchio e presto verrà portata in Consiglio comunale ma non ci sono ostacoli.
Un progetto, quello dell'Icam, inseguito da anni e mai realizzato.
Tanti, nel corso degli anni, i politici che ne hanno rivendicato l'utilità. Nel 2013 fu l'ex ministro della giustizia Annamaria Cancellieri, in visita a Sollicciano, a garantire, entro un anno, l'inaugurazione della struttura. "L'Icam è ormai in fase di realizzazione". Parole d'orgoglio anche dall'ex sindaco Renzi: "Siamo stati i primi in Italia ad aver fatto l'Icam".
La struttura in via Fanfani c'era, ma senza un segno di vita, solo quelli dell'incuria. Stavolta pare quella buona. A gestire i lavori di ristrutturazione sarà la Società della Salute. "Voglio ringraziare la Società della Salute, il Comune, la Regione e il ministero per un progetto sociale importante a lungo inseguito, che farà sì che sempre meno bambini debbano crescere negli ambienti carcerari" dice don Vincenzo Russo, cappellano di Sollicciano e coordinatore della Madonnina del Grappa.
- Treviso. Vivere in un carcere minorile al tempo del Covid
- Rovigo. Carcere minorile, città non attrezzata per quest'attività
- Rimini. "Babbo natale in carcere", il progetto per i figli dei detenuti affidati all'Uepe
- Milano. La bellezza non va mai in prigione
- Ma davvero volete tornare alla "normalità"?











