Corriere dell'Umbria, 13 aprile 2021
La direttrice: "Subito i vaccini". Un centinaio di detenuti in quarantena e test a tappeto nel carcere romano di Regina Coeli dove un positivo al Covid è entrato in contatto con decine di persone dell'ottava sezione contagiandone almeno due. Su tutti gli altri si attendono i risultati dei tamponi effettuati in tempi rapidi, come prevede il protocollo sanitario.
La lotta al virus, che con le varianti è diventato ancora più contagioso, in carcere "è una probatio diabolica", una prova impossibile, è lo sfogo di Silvana Sergi, direttrice del carcere romano che, contattata da LaPresse, sottolinea l'importanza della campagna vaccinale: "È fondamentale per tutta la comunità penitenziaria - spiega -. È importante che ogni struttura sia protetta dal vaccino per due aspetti: da una parte quello sanitario, perché è evidente che qui la convivenza, in rapporto agli spazi, può essere un fattore scatenante sui contagi. Ma a questo si aggiunge un profilo di vivibilità per tutti: sui detenuti la pandemia ha inciso in modo molto duro, procurando ansia, timori e reazioni a volte estreme". A Regina Coeli i detenuti, al netto di emergenze come quella di queste ore, vengono sottoposti a tampone ogni 15 giorni e le visite dei familiari sono state sospese: tutto si fa attraverso video chiamata.
Dello stesso avviso il garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia, secondo il quale "i vaccini sono indispensabili per prevenire futuri focolai". Il focolaio Covid del carcere romano è solo l'ultimo di una lunga serie ad interessare gli istituti penitenziari della Penisola, dove in un anno sono morti di Covid una trentina tra detenuti e agenti. Solo nella Capitale, nella sezione femminile di Rebibbia, sono circa settanta le persone contagiate, nella maggior parte dei casi asintomatiche. In Italia su un totale di 52.207 detenuti sono 823 gli attualmente positivi. Di questi 793 sono asintomatici, 13 hanno sintomi tali da poter essere curati in carcere e 17 ricoverati.
di Teresa Di Rocco
Il Centro, 13 aprile 2021
Non c'è pace per il carcere di Villa Stanazzo. Oltre ai problemi di personale torna il Covid a creare apprensione. Il focolaio scoppiato a dicembre, con 55 contagiati (40 detenuti, 11 agenti e 4 persone tra gli operatori sanitari) e il decesso il 12 gennaio scorso dell'ispettore di polizia penitenziaria Michele De Cillis, 59 anni, si era placato a fine febbraio, ma ora pare essere ripartito. La Asl ha comunicato al Comune infatti la presenza negli ultimi due giorni di 6 detenuti positivi. E questi contagi hanno portato una sessantina di altri detenuti ad essere sottoposti a sorveglianza attiva.
Negli ultimi mesi, i sindacati hanno continuato a chiedere rinforzi, la riduzione del carico di lavoro e la diminuzione dei detenuti per evitare focolai. Ma senza risultato. Durante il focolaio di dicembre-gennaio dalle analisi fatte dal professor Liborio Stuppia, direttore del Laboratorio di genetica molecolare del Cast dell'università d'Annunzio, era emerso che nel penitenziario era comparsa la variante danese. "Questa variante danese, o Nord europea, simile a quella inglese, è stata individuata analizzando una trentina di casi di persone infettate nel penitenziario che presentavano lo stesso assetto genetico del virus", aveva spiegato il professore. Che precisò anche come la variante non fosse rimasta confinata lì.
di Alberto Rodighiero
Il Gazzettino, 13 aprile 2021
Dopo il caso Messina Denaro, la maggioranza non riesce a far eleggere il proprio candidato: servirà una terza seduta. Colpi di scena a raffica ieri sera in consiglio comunale ma, alla fine, la maggioranza non è riuscita a eleggere Antonio Bincoletto (proposto da Coalizione civica) garante dei detenuti. A essere determinanti per la mancata elezioni, due voti nulli (probabilmente non casuali) e la più che probabile defezione del Movimento 5 Stelle.
Dopo "l'incidente" dello sorso 3 marzo quando, nel segreto dell'urna, un consigliere misterioso ha votato il super boss mafioso Matteo Messina Denaro, il parlamentino di palazzo Moroni (convocato straordinariamente in presenza) è andato nuovamente in tilt per l'elezione del Garante dei diritti delle persone private o limitate nella libertà personale. Una seduta, quella di ieri sera, che ha registrato vari colpi di scena. Il primo è stata l'assenza del capogruppo di Forza Italia Roberto Moneta che aveva annunciato il suo sì a Bincoletto.
Ieri sera l'esponente forzista - che è anche avvocato - è rimasto bloccato in una caserma dei Carabinieri di Belluno per assistere un cliente e, quindi, non ha potuto partecipare alla votazione. Il vero coup de théàtre però, è arrivato attorno alle 19.30 quando Luigi Tarzia della Lista Giordani protagonista di un una vera e propria crociata - in nome della parità di genere - in favore di Maria Pia Piva e contro Bincoletto ha annunciato: "Voterò come il mio gruppo, anche perché, dopo l'atteggiamento tenuto da questa assemblea, Piva ha deciso di fare un passo indietro".
"La mia non è una scelta facile, anche perché quella di Bincoletto è una figura che crea divisione tra la direzione carceraria e le associazioni che seguono i detenuti - ha rincarato la dose. Purtroppo devo rilevare che Colazione civica sta condizionando in maniera insopportabile questa maggioranza". Una presa di posizione, quella di Tarzia, che non è estranea all'accoratissimo appello lanciato in aula dal sindaco Sergio Giordani.
"Il mio appello è rivolto a tutti - ha scandito il sindaco - La città ci guarda, rischiamo di fare una pessima figura. Un'altra seduta avrebbe solamente una conseguenza: buttare via soldi pubblici. Ve lo chiedo per favore, votate con coscienza". Un appello che, però, è caduto nel vuoto. Dalle urne (con voto segreto), infatti, sono usciti 19 voti per Bincoletto, 1 voto per Piva (probabilmente un esponente del centrodestra in vena di scherzi dopo l'exploit di Messina Denaro), 9 schede nulle e una scheda bianca riconducibile, probabilmente, al capogruppo del Movimento 5 stelle Giacomo Cusumano. Dal momento che per eleggere il Garante erano necessari 22 voti, tutto è rimandato al prossimo consiglio - sempre in presenza - quando, non sarà più necessaria la maggioranza qualificata, ma sarà sufficiente quella semplice.
di Francesco Donnici
Corriere della Calabria, 13 aprile 2021
I decessi nel penitenziario di Catanzaro riportano alla mente gli appelli fatti nei mesi scorsi dal Garante e da associazioni come Yairaiha. "Se si fossero vaccinate le persone detenute a tempo debito, non possiamo asserirlo con certezza, ma forse le degenerazioni che ci sono state si sarebbero evitate. Quantomeno l'evento letale della morte".
Da mesi il Garante regionale dei diritti dei detenuti, Agostino Siviglia, rilancia l'appello per le vaccinazioni delle persone detenute scrivendo ad autorità e Istituzioni. Lo aveva fatto anche in via formale lo scorso 22 febbraio per richiamare l'attenzione della Regione Calabria che aveva "dimenticato" di includere nel "Piano vaccinale" le persone detenute nei dodici penitenziari calabresi nonché "il personale ad altro titolo operante nelle carceri (fatta eccezione per le guardie penitenziare) in quanto rientranti tra le categorie a rischio". Il tutto, mentre in altre regioni, come ad esempio il Lazio, le vaccinazioni nelle carceri stavano già iniziando.
Nel penitenziario "Ugo Caridi" di Siano, a Catanzaro, la campagna vaccinale è iniziata lo scorso 26 marzo e si è riusciti a limitare, ma non evitare l'epilogo più volte pronosticato. "A Catanzaro - dice il Garante - c'erano solo due persone contagiate e nel giro di una settimana siamo passati quasi a cento. Per quanto ci si attenga alle regole, se sono costretti a stare in cinque in una cella, diventa difficile prevenire la diffusione del virus".
Il bilancio attuale è di 63 detenuti positivi a cui si aggiungono 18 agenti di polizia penitenziaria. "Molti detenuti si stanno negativizzando e la maggior parte sono paucisintomatici o asintomatici". Ma nei numeri pesano anche i decessi Covid avvenuti il 7 e il 10 aprile scorsi.
I decessi nel penitenziario di Catanzaro - A seguito di complicazioni, sono deceduti due detenuti: Bruno Pizzata, 61enne originario di San Luca, che scontava la condanna per traffico internazionale di stupefacenti e un 71enne del Crotonese.
L'associazione Yairahia Onlus, nata a Cosenza nel 2006 per occuparsi della tutela dei diritti umani, in particolare di quelli delle persone private della libertà personale, dà la notizia anche di un altro decesso nelle carceri a seguito dei focolai diffusi nei penitenziari d'Italia.
"Ancora non conosciamo i nomi di tutti e tre i morti - ci racconta la presidente, Sandra Berardi - conosciamo quello reso noto dai familiari perché hanno manifestato l'intenzione di presentare un esposto. Lo sapremo fra qualche giorno; i familiari di alcuni detenuti ci hanno informati che ci hanno spedito una lettera per aggiornarci sulla situazione attuale. Così come, sempre tramite i familiari, ci hanno informato che le vaccinazioni stanno procedendo velocemente".
Di fatti la famiglia di Bruno Pizzata aveva annunciato di voler presentare una denuncia per accertare eventuali responsabilità penali rispetto al ricovero tardivo dell'uomo. "La procura della Repubblica di Catanzaro ha aperto un'indagine", sottolinea il Garante Siviglia.
"Seguiremo l'evolversi della vicenda nel pieno rispetto di quanto sarà deciso dall'autorità giudiziaria. Quanto verificatosi, con la tragica conseguenza della morte dei due detenuti, trasferiti al Pugliese Ciaccio di Catanzaro a seguito di complicazioni - dopo un percorso un po' altalenante - è quello che chiedevamo da mesi venisse evitato". Il Garante cittadino di Crotone, Federico Ferraro, esprime vicinanza alle famiglie delle vittime ricordando che l'altro detenuto era originario di Rocca di Neto, nel Crotonese.
Integrato il personale medico. Proseguono i vaccini - Dopo la diffusione del contagio nel penitenziario catanzarese è stato integrato il personale medico-infermieristico in modo tale da poter garantire le cure h24 nella sezione di "reclusine ordinaria", interessata dal contagio. "I detenuti avranno la presenza costante di un medico e cinque infermieri che può essere chiamata all'occorrenza per prestare le cure che serviranno".
E dopo lo stallo del periodo scorso, complice anche la situazione venutasi a creare nel carcere del capoluogo, si sta cercando di dare una stretta alle vaccinazioni. Dopo Catanzaro la campagna vaccinale era partita anche a Crotone.
"Tramite i familiari - aggiunge Sandra Berardi - siamo stati informati che le vaccinazioni stanno procedendo velocemente. Nella sezione AS1 (nel penitenziario del capoluogo, ndr), eccetto 4 persone incompatibili con l'AstraZeneca per patologie pregresse, sono già stati vaccinati tutti".
Nella provincia di Reggio - anche grazie all'intermediazione del capo del Dap - le vaccinazioni sono partite sabato scorso a Locri, questo 12 aprile al penitenziario dell'Arghillà e in data odierna partiranno a Palmi.
I numeri del sovraffollamento carcerario - In base censimento risalente al 31 gennaio 2021, in Calabria sono presenti 2.457 detenuti a fronte di una capienza di 2.704 posti. Di questi 58 sono donne e 448 sono cittadini stranieri. Numeri che fanno riflettere. "Il carcere - dice il Garante - non consente il distanziamento fisico, personale. Col Covid gli spazi sono ridotti ulteriormente anche perché le persone che entrano in carcere o vengono trasferite devono osservare un periodo di isolamento".
Durante la prima ondata, l'associazione Yairaiha aveva sostenuto la linea "dell'Amnistia e Indulto generalizzati e la sospensione della pena immediata per tutte le persone anziane e ammalate senza preclusioni di sorta" sottoscritta da decine di associazioni e forze politiche. "Il sovraffollamento è di per sé un elemento criminogeno", dice Berardi. "Se pensiamo che oggi ci sono 53.509 persone detenute in circa 47.000 posti effettivi ci rendiamo conto che parliamo di 6.000 persone in più".
L'associazione torna ancora una volta sulle rivolte, la polemica intorno alle presunte "scarcerazioni dei 41bis" per chiarire meglio la funzione delle norme attivate a tutela delle persone detenute.
"Nessuno, quando scoppiò la polemica, ha inteso approfondire le origini della circolare del Dap che, di fatto, non scarcerava nessuno, non avendone il potere, e invece recepiva quelle che erano state le indicazioni degli organismi internazionali, Oms e altri, rispetto alle misure da predisporre negli istituti di pena al fine di prevenire e contenere i casi di contagio".
Con quell'atto "si invitava a riconoscere i casi gravi e a rischio e ad applicare il differimento della pena facoltativo o obbligatorio ai sensi degli articoli 147 e 146 del Codice Penale, ovvero per motivi di salute".
Il caso di Vincenzo Iannazzo, detenuto al 41-bis - "Lo scandalo dei 3 detenuti in 41 bis - continua Berardi - a cui era stato riconosciuto il differimento della pena temporaneo è stato del tutto strumentale, ed oggi ne abbiamo ulteriore conferma, perché si trattava di tre persone che innanzitutto avevano presentato le istanze già prima della circolare ed erano motivate da patologie reali e gravissime".
Sono i casi di Bonura e Zagaria, comunque diversi da quello di Vincenzino Iannazzo. tornato in carcere dopo la norma "correttiva" di Bonafede, "varata in tutta fretta la scorsa estate". "Parliamo di un uomo affetto da una forma precoce e degenerativa di demenza certificata da tutti i medici (penitenziari) che lo stanno curando, tutti sono concordi nell'affermare la compatibilità con il carcere a condizione che venga assistito h. 24 in regime ordinario e non in 41bis abbandonato a se stesso -condizione attuale - perché ormai non è più in grado di svolgere le normali attività quotidiane e, soprattutto, il Sai di Parma - l'eccellenza sanitaria penitenziaria sbandierata da Giletti - non è in grado di garantire l'assistenza continua di cui necessita. Concorde con la diagnosi dei medici di Viterbo e Parma anche il perito legale nominato dal tribunale di Catanzaro; però Vincenzino Iannazzo è ancora oggi in 41 bis".
Ancora una volta, conclude Berardi, "l'opinione pubblica è stata abilmente deviata da un ordine del discorso che nel dibattito pubblico e mediatico, è stato spostato dall'emergenza Covid all'emergenza criminalità. E l'aspetto paradossale, e drammatico, è che a fronte di una emergenza sanitaria mondiale, il governo italiano ha varato una legge che va a limitare il diritto alla salute ad una specifica fascia di detenuti".
di Daniela Borghi
Il Secolo XIX, 13 aprile 2021
"È caos vaccinazioni, Draghi intervenga!". È la richiesta di Uilpa Polizia penitenziaria: "Con l'ordinanza N. 6/2021 emessa dal Commissario straordinario per l'emergenza Covid-19, Gen. Francesco Paolo Figliuolo, tornano in forte dubbio le vaccinazioni nelle carceri, nelle fasce di priorità, sia per i detenuti sia per la Polizia Penitenziaria.
Per quanto sembra emergere dall'ordinanza, infatti, le vaccinazioni nei penitenziari dovranno proseguire con gli stessi criteri indicati per la generalità della popolazione. Se così fosse, sarebbe gravissimo e l'Ufficio del Commissario straordinario per l'emergenza Covid-19, che solo qualche settimana fa, anche dopo un nostro specifico intervento, aveva negato qualsiasi rallentamento delle vaccinazioni nelle carceri, questa volta sembrerebbe smentire se stesso".
Queste le allarmate dichiarazioni di Fabio Pagani, Segretario Regionale della Uilpa Polizia Penitenziaria, in commento all'ordinanza N. 6/2021 del 9 aprile 2021 del Commissario straordinario per l'emergenza Covid-19, che detta nuove indicazioni per l'esecuzione della campagna vaccinale.
"Naturalmente - prosegue il sindacalista - ci auguriamo di essere smentiti con la stessa rapidità del 23 marzo scorso, ma con diversa efficacia, visto che ci troviamo punto e a capo! Le vaccinazioni nei penitenziari, comunità chiuse e in perenne emergenza, anche di carattere sanitario e pure a prescindere dal Coronavirus, non possono subire ritardi e tentennamenti, pena pesanti ripercussioni in termini di perdita di vite umane, ma anche di sicurezza e ordine pubblico; tuttavia, nostro malgrado, le rivolte del marzo dello scorso anno pare non abbiano insegnato nulla".
"Eppure - prosegue Pagani - secondo l'ultimo report ufficiale del 1 Aprile scorso erano vaccinati in Liguria 324 poliziotti su 1083 adesioni e anche la popolazione detenuta proprio da Genova Marassi aveva iniziato il primo ciclo di vaccinazione; In Liguria, il Presidente Toti dovrebbe ringraziarci, praticamente siamo Covid Free ma solo qualche giorno fa, a Catanzaro, sono deceduti altri due detenuti, gli ennesimi, e un pesante tributo in termini di vite umane e già stato pagato anche dalla Polizia penitenziaria.
Sono ancora vasti i focolai fra i ristretti a Reggio Emilia (115), Padova Due Palazzi (90), Catanzaro (74), Roma Rebibbia Femminile (70), Pesaro (64), Melfi (57), Asti (33), Parma (32) e Saluzzo (30); mentre fra gli operatori preoccupano soprattutto quelli di Parma (37), Napoli Secondigliano (31), Lecce (27), Reggio Emilia (26), Catanzaro (19), Torino (18), Napoli Poggioreale (17) e Foggia (16)".
"Peraltro, da quanto possiamo dedurre, pare che non abbiano più priorità nelle vaccinazioni, oltre alla Polizia Penitenziaria, neanche le restanti Forze dell'Ordine. A questo punto - conclude il segretario della Uil-Pa - dopo che pure la ministra Cartabia aveva assicurato l'accelerazione delle vaccinazioni nelle carceri, ci appelliamo al Presidente del Consiglio, Mario Draghi, affinché ripristini e possibilmente velocizzi il precedente calendario di somministrazione del siero anti-Covid nei penitenziari, sia per i detenuti, sia per gli operatori".
oristanonoi.it, 13 aprile 2021
Organico non confermato dall'Ufficio scolastico provinciale. Giovedì un incontro online. Nel carcere di Massama erano attivi fino all'anno scorso due corsi di istruzione di secondo livello: l'AFM (ex ragioneria) e il liceo artistico. Ora rischiano di chiudere. I docenti però non ci stanno e lanciano un appello all'Ufficio scolastico provinciale, che ha deciso di non confermare per l'anno scolastico 2021/2022 l'organico in servizio presso la scuola carceraria.
L'Ufficio scolastico giustifica la sua decisione sulla base dell'incapacità dimostrata negli scorsi mesi da parte della direzione del carcere di assicurare il prosieguo dell'attività scolastica durante la pandemia. A pagarne le conseguenze saranno però i detenuti, che rischiano di essere privati di un diritto garantito dalla Costituzione.
È quindi arrivata la presa di posizione dei docenti, i quali hanno redatto un documento indirizzato alla direzione dell'Ufficio scolastico regionale e a quella provinciale, ai dirigenti scolastici del Mossa, del Cpia 4 e del De Castro e per conoscenza alla direzione della casa di reclusione di Massama, al garante dei detenuti di Oristano (l'avvocato Paolo Mocci), al personale scolastico in servizio al carcere di Massama, alle segreterie regionali e provinciali della Flc, di Cisl Scuola e della Uil.
Gli insegnanti hanno invitato i destinatari dell'appello a partecipare a un incontro online per confrontarsi sul problema. Appuntamento giovedì 15 aprile alle 15 sulla piattaforma Meet. "Dal principio dell'emergenza Covid-19, nel marzo 2020", scrivono gli insegnanti dei corsi di istruzione per gli adulti detenuti, "l'attività dei percorsi di istruzione di secondo livello attivi nella casa circondariale di Oristano Massama è in pratica cessata. Ciò è accaduto perché la direzione del carcere non è mai stata in grado, da allora, di assumere le misure organizzative necessarie per permettere la ripresa dell'attività scolastica nel rispetto delle norme per la prevenzione del contagio, né in modalità telematica né in presenza. Oltre che per questa grave e sostanziale incapacità, la direzione del carcere si è distinta in questi mesi per una sconcertante mancanza di rispetto e di spirito di collaborazione nei confronti delle istituzioni scolastiche, come testimoniano l'assenza di puntualità nelle comunicazioni e un'iterata indisponibilità al confronto".
"Questa situazione", prosegue la nota, "puntualmente ricostruita nella comunicazione dell'Ufficio scolastico provinciale di Oristano, ha indotto lo stesso ufficio a non autorizzare per l'anno scolastico 2021/2022 i percorsi di istruzione di secondo livello nella casa circondariale di Oristano Massama". "Gli insegnanti dei percorsi di istruzione degli adulti presso la casa circondariale esprimono la loro ferma contrarietà a questa decisione", proseguono i docenti. "Occorre infatti considerare che l'insegnamento nel contesto carcerario è un diritto costituzionale; necessita di competenze professionali specifiche, in merito alle metodologie didattiche e alle modalità di relazione da adottare con studenti spesso fragili e costretti all'esperienza difficile della detenzione; necessita di una costante e spesso tutt'altro che semplice interlocuzione con la direzione e il personale dell'istituto di reclusione, indispensabile per concordare modalità adeguate di svolgimento dell'attività scolastica; si svolge secondo un ordinamento didattico differente rispetto ai corsi ordinari rivolti a studenti non adulti".
"La continuità di servizio e un considerevole investimento in documentabili attività di formazione specifica", scrivono ancora gli insegnanti, "hanno permesso al personale di ruolo presso la sezione carceraria di acquisire le competenze professionali necessarie, insieme a un'approfondita conoscenza del peculiare contesto sociale e istituzionale. Sono punti di forza faticosamente raggiunti nel corso degli ultimi anni e che non sarebbero garantiti, né per il prossimo anno scolastico né per quelli a venire, da un corpo docente assunto, nella migliore delle ipotesi, tramite incarichi di insegnamento a tempo determinato".
"La decisione in oggetto comporterà dunque non solo una grave discontinuità didattica, ma un radicale ridimensionamento della capacità organizzativa e didattica indispensabile per il buon funzionamento dei corsi di istruzione nel contesto della casa di reclusione. Essa si configura perciò come una misura gravemente peggiorativa della proposta scolastica e lesiva del diritto allo studio dei cittadini detenuti". "L'eventualità che la direzione della casa di reclusione non si dimostri in grado di consentire l'avviamento dell'attività scolastica per l'a.s. 2021/2022", concludono i docenti, "dovrebbe invece sollecitare un rinnovato impegno da parte di tutte le istituzioni coinvolte affinché possa essere scongiurata. In ogni caso essa non costituisce un motivo valido per la mancata autorizzazione dal momento che, come si è verificato nell'anno scolastico in corso, gli insegnanti che non potessero prestare servizio in carcere potranno tempestivamente essere impiegati nelle classi del diurno, senza comportare alcun spreco della risorsa pubblica".
agensir.it, 13 aprile 2021
"Art Inside": si chiama così un nuovo progetto promosso dalla Caritas della diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino, insieme alla cooperativa sociale Diaconia, ente gestore dei servizi della diocesi. Ventiquattro detenuti della casa circondariale "G. Pagliei", nel capoluogo della Ciociaria, saranno coinvolti nei prossimi mesi in una serie di laboratori tra arte e artigianato.
"Le attività sono orientate alla riscoperta e alla rivalutazione di antichi mestieri e professionalità che tendono a sparire - fanno sapere dalla cooperativa Diaconia -. Attraverso di esse è possibile contribuire alla valorizzazione dell'artigianato tradizionale e dei saperi locali, favorendo la costruzione di un circuito culturale diffuso e integrato all'interno del carcere".
Sartoria e antica ceramica sono le materie al centro dei percorsi formativi, ognuno per la durata di cento ore, e metteranno insieme l'istruzione professionale e possibili future opportunità lavorative. Gli oggetti creati saranno inoltre venduti all'interno della Bottega Equa di Frosinone, anche questa gestita da Diaconia.
"L'obiettivo del progetto è quello di rendere concreto un principio sancito dalla nostra Costituzione: la detenzione come rieducazione delle persone e non come semplice pena. Con il progetto si vuole dare un nuovo punto di partenza nella vita di ventiquattro persone che potranno sia imparare un mestiere che avere la capacità di esprimere se stessi", concludono dalla Cooperativa Diaconia.
di Chiara Spagnolo
La Repubblica, 13 aprile 2021
L'emergenza Covid sta mettendo in ginocchio soprattutto il settore penale: nei primi quattro giorni di questa settimana rinviate già 183 udienze su 327. Salta un processo penale su due nella Puglia ancora colorata di rosso scuro per l'emergenza Covid.
Con la giustizia fuori dai servizi essenziali - e quindi dalle vaccinazioni - e un nuovo protocollo firmato da avvocati e magistrati per rendere più sicure le attività nei tribunali, nel tentativo di non fermarli del tutto. In tale prospettiva è nata la figura dell'avvocato turnista, individuato quotidianamente dalla Camera penale per raccogliere le nuove date delle udienze da rinviare ed evitare così di affollare le aule. Anche negli uffici giudiziari i contagi continuano a moltiplicarsi nonostante le mille cautele e la situazione è complicata soprattutto nel tribunale penale a Poggiofranco, dove gli spazi sono molto ristretti.
Da Roma, intanto, arriva una notizia buona ma priva di effetti nel breve e medio termine, considerato che l'Agenzia del demanio ha avviato rilievi e indagini nell'area delle ex Casermette, dove sorgerà il Parco della giustizia, e a fine maggio pubblicherà il bando internazionale per la progettazione. Un passo che dimostra che l'iter non è fermo ma non sposta l'asticella del 2028, mantenendo ferma quella data come ipotetica consegna del primo lotto.
La pioggia di rinvii - I numeri non mentono mai e già guardando soltanto a ciò che accade nei primi giorni della settimana è facile fare i conti. Delle 327 udienze fissate davanti al gup, collegio e giudici monocratici fra ieri e il 15 aprile, 183 saranno rinviate. Alcune anche a date molto lontane, come febbraio o addirittura aprile del 2022.
Il motivo sta nei provvedimenti che sono stati firmati nei mesi scorsi dai presidenti delle sezioni penali e del tribunale nonché dal protocollo del 9 aprile, che ha messo d'accordo, tribunale, Procura, Camera penale e Ordine degli avvocati.
"Numerosi sono i casi di positività segnalati fra magistrati, personale amministrativo e avvocati - è scritto nel documento - Considerata la inadeguatezza delle sedi giudiziarie, in particolare in via Dioguardi, è necessario ridurre l'afflusso". Dunque i giudici monocratici possono celebrare processi con detenuti o massimo tre imputati liberi, fino a un massimo di dieci udienze al giorno; il collegio con detenuti o quattro imputati liberi fino a otto udienze quotidiane.
Il Gup deve celebrare convalide, interrogatori, processi con detenuti o urgenti ma sempre con limite di tre imputati e di dieci udienze al giorno. Il Riesame invece sospende gli appelli della Procura e quelli dei difensori che non riguardino misure detentive, le misure di prevenzione e patrimoniali, mentre la Corte d'assise rinvia i procedimenti con imputati liberi.
Le udienze indifferibili e con molti imputati o parti si celebrano all'aula bunker di Bitonto o alla Fiera del Levante ma sono una goccia nel mare dei rinvii. Ieri, per citare un esempio, il giudice Pasquale Santoro ha celebrato sei processi su 212, Valentina Tripaldi dieci su 26, Carlotta D'Alessandro cinque su 24. Oggi la Gup Annachiara Mastrorilli ne terrà quattro, rinviandone dieci, Ambrogio Marrone invece ne celebrerà dieci e altri 14 dovrà rinviarli.
I turnisti - Sono avvocati penalisti, il cui ruolo è stato formalmente riconosciuto nel protocollo del 9 aprile: "Nella fascia dalle 9 alle 10 saranno chiamati i processi da rinviare d'ufficio, alla presenza di un unico avvocato designato dalla Camera penale". Una sola persona, che ogni mattina si prende la briga di assistere alle udienze al posto dei colleghi, rappresentandoli formalmente, per evitare che a ogni udienza si accumulino decine di notifiche da rifare.
Un avvocato che si prende la rogna di aspettare i rinvii, a volte fino a pomeriggio, e che sfida il pericolo Covid. "Un sistema che sta funzionando - come spiega l'avvocato Angelo Gentile, del direttivo della Camera penale - perché ha notevolmente ridimensionato la presenza inutile di colleghi in tribunale e consentirà un risparmio enorme di notifiche".
Un espediente, come altri che sono stati trovati nel tribunale di Bari per evitare che il Covid affossi definitivamente una giustizia in affanno ormai da anni, dopo lo sgombero del Palagiustizia in via Nazariantz, il passaggio all'ex sede di Modugno e poi l'approdo in via Dioguardi. Laddove "basta pochissimo per provocare un assembramento - ragiona il procuratore Roberto Rossi - e dove anche con la riduzione delle udienze e l'applicazione dello smart working a una parte dei dipendenti, sembra che il palazzo sia sempre affollato".
E se il tribunale, per forza di cose, ha dovuto rallentare le udienze e ridimensionare le attività aperte al pubblico, la Procura sta affrontando soprattutto quest'ultimo problema cercando di far proseguire il lavoro investigativo senza rallentamenti. Il settore civile Più fortunato, per la maggiore possibilità di utilizzare il processo telematico ma non privo di problemi. Dopo i giorni di Pasqua, la pioggia di notifiche da effettuare on line ha fatto saltare il sito dell'Unep (Ufficio notifiche presso la Corte d'appello).
Per tutta la giornata di ieri, per esempio, gli sportelli accettazione e restituzione notifiche e accettazione e restituzione esecuzioni, ai tentativi di collegamento da parte degli avvocati, davano come risposta sempre "slot occupato" e agli avvocati non è rimasto che cercare di fissare un appuntamento di persona per i prossimi giorni. Anche nel civile ci sono udienze da celebrare in presenza, che a marzo hanno causato diversi assembramenti e rispetto alle quali la presidente facente funzioni del tribunale, Maria Luisa Traversa, ha sollecitato i giudici a un rispetto ferreo delle fasce orarie, da prevedere in tempi meno ristretti di dieci minuti.
"Questo inevitabilmente diminuisce il numero di udienze che si possono tenere in un giorno - commenta il presidente dell'Ordine degli avvocati, Giovanni Stefanì - La riduzione nel settore civile credo sia stata di un terzo rispetto al passato, ma certamente la situazione è meno critica rispetto al penale". Il Parco della giustizia Per ora sembra una chimera, specialmente nei giorni in cui l'emergenza Covid ha reso evidente che sarà difficile affrontare altri sette anni nel palagiustizia in formato mignon di via Dioguardi.
Da Roma, però, giungono notizie che mostrano come l'iter per la realizzazione della cittadella alle ex Casermette non sia fermo. L'Agenzia del demanio sta effettuando con i propri tecnici rilievi e indagini nell'ex area militare del quartiere Carrassi e tra fine maggio e inizio giugno pubblicherà il bando internazionale per la progettazione dell'opera.
Proprio perché si tratta di un parco e non di un singolo edificio, i concorrenti avranno sei mesi per partecipare. La progettazione riguarderà l'intera opera mentre il progetto esecutivo, a seguire, sarà fatto solo per il primo lotto, perché è l'unica parte che al momento risulta finanziata. La procedura ha dei tempi ben definiti e difficilmente subirà accelerazioni consistenti. Al momento non c'è alcuna indicazione sulla possibilità di anticipare la consegna del primo lotto, rispetto alla data prevista del 2028. L'unico modo per accelerare - riducendo i tempi necessari per garantire alcuni passaggi burocratici - sarebbe la nomina di un commissario da parte del governo. Ma sul punto, dal ministero della Giustizia non è ancora arrivato alcun segnale.
di Nadia Urbinati
Il Domani, 13 aprile 2021
L'affermazione di Draghi sui dittatori necessari rivela il realismo amorale sul quale si regge il senso dell'interesse nazionale e continentale delle nostre democrazie. Risulta assai conveniente essere circondate da regimi illiberali se vogliono intrattenere con loro questo tipo di affari: retribuirli affinché tengano i migranti fuori dalle nostre frontiere. È quindi nell'interesse nostro che la Turchia o la Libia siano e restino "dittature", poiché ciò le rende efficaci nella negazione dei diritti umani e quindi competenti a fare quel business che se fossero democrazie non potrebbero fare.
Una delle differenze tra chi amministra organismi non politici e chi governa un paese democratico è la forma della comunicazione - una differenza che dipende da un'altra: la natura del committente. Draghi presidente della Banca Centrale Europea e Draghi presidente del Consiglio italiano presumono "pubblici" diversi che richiedono forme diverse di comunicazione. A chi rende conto il primo Draghi e a chi rende conto il secondo Draghi - qui sta tutta la differenza. Lo stile e la forma della comunicazione seguono a ruota.
Il secondo Draghi, quello che vediamo nelle conferenze stampa, deve informare la cittadinanza tutta e rispondere a domande (a volte interesanti) che non sono sempre e solo tecniche. Quella che offre non è un'informazione asettica ma una che si presta ad essere interpretata secondo sia criteri tecnici (riferimento ai dati e agli esperti) sia giudizi di valore (riferimento alle opinioni e alle valutazioni morali o politiche). Nell'ultima conferenza stampa, Draghi ha abbondato nei giudizi di valore.
Il terreno scivoloso - Nel campo genericamente detto politico, in parte tecnico in parte discorsivo, può succedere che la comunicazione trascini l'attore su un terreno scivoloso, condito di espressioni e concetti accattivanti perché attento all'eco che avrà nell'audience. Stefano Feltri ha per questo paragonato la retorica di Draghi nell'ultima conferenza stampa a quella di un influencer. Draghi come Chiara Ferragni. Ma meno bravo di Chiara Ferragni, certamente perché meno esperto di lei nelle dinamiche dei social. E così ha fatto due scivoloni che rivelano quanto sottile sia la linea che separa il tecnico dal populista nella democrazia del pubblico.
Non è questione di coscienza - Il primo scivolone (da rottura dell'osso del collo) è stato quello della colpevolizzazione dei furbi del vaccino: lo psicologo 35enne e coloro che, sotto i sessant'anni, "saltano la fila". La reprimenda paternalistica di Draghi ha tradito una stupefacente disattenzione a come funziona il sistema di vaccinazione, che il suo governo regola e monitora. Non si può saltare la fila, infatti, a meno di non violare le regole o per raccomandazione o per amicizia o per nepotismo. Diversamente, sono i sistemi di classificazione dei vacciananti - per gruppi sociali, professionali ed età - a stabilire chi si vaccina e quando. L'appello alla "coscienza" è fuori luogo in entrambi i casi: nel primo, perché lì si tratta di violazione di una norma; nel secondo, perché qui si è dentro la norma. Dal che si evince che ad essere oggetto di reprimenda non devono essere in non sessantenni che si vaccinano, ma chi prevede che questo possa succedere.
L'Italia ha molti decessi perché chi la governa ha predisposto pessime regole. Draghi, insomma, dovrebbe volgere il suo giudizio critico verso le strategie e le regole che il suo governo e quello delle regioni (che lui stesso ha giustamente ricordato essere parte del governo) hanno adottato. Gli errori, le cattive decisioni, le confusioni, le ingiustizie sono di chi fa le regole, non di chi le usa. Non scomodi dunque la coscienza di chi si vaccina potendolo. Faccia un esame critico alle decisioni del suo governo e della filiera che da esse si dirama: sembra infatti che questo stia facendo a giudicare dalle recentissime decisioni di metter in sicurezza vulnerabili e anziani.
Che fare coi dittatori - Il secondo scivolone riguarda l'infelicissima affermazione sulla necessità che i buoni (i paesi democratici europei) hanno di far affari con i cattivi (i "dittatori" come Recep Tayyp Erdogan). Dice Draghi che non possiamo fare diversamente se vogliamo difendere il nostro interesse nazionale e continentale. Lasciamo stare qui la disquisizione su quale sia la forma di governo che meglio si addice alla Turchia, benché la scienza politica avrebbe dubbi nell'etichettarla come "dittatura". Quel che preme mettere in luce è altro: il realismo amorale sul quale si regge il senso dell'interesse nazionale e continentale delle nostre democrazie. Per le quali risulta assai conveniente essere circondate da regimi illiberali se vogliono intrattenere con loro questo tipo di affari: retribuirli affinché tengano i migranti fuori dalle nostre frontiere. Se Libia e Turchia fossero democrazie liberali questo nostro "interesse nazionale" o continentale non potrebbe essere perseguito per queste vie.
È quindi nell'interesse nostro che la Turchia o la Libia siano e restino "dittature", poiché ciò le rende efficaci nella negazione dei diritti umani e quindi competenti a fare quel business che se fossero democrazie non potrebbero fare. E dichiarandole "dittature" mettiamo la nostra coscienza in pace con se stessa. Loro sono il male, non noi.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 13 aprile 2021
Le parti in campo, ora tenute a bada da un governo difficile da sabotare, devono resistere a tentazioni inscritte nei rispettivi Dna: la destra di cavalcare la prima tensione sociale disponibile, la sinistra di fingere che tensioni non ne esistano o siano frutto della predicazione della destra.
Meno proclami e più azioni: se questo è stato sin dall'inizio lo stile del nuovo esecutivo, appare davvero opportuna una certa moderazione nelle pubbliche promesse in tema di pandemia. Tuttavia, dietro le mascherine si respira grande esasperazione. Gli italiani hanno bisogno di credere in qualcosa: non di essere illusi, certo, ma quantomeno di intravedere un obiettivo, una data cui aggrapparsi, una via d'uscita verso la quale incamminarsi.
Lo dimostrano, se ce ne fosse ulteriore bisogno, i manifestanti che si sono raccolti ancora una volta a Roma, nonostante il divieto della questura, a gridare il loro disagio. Se, com'è ovvio, l'ennesima gazzarra di ieri pomeriggio va condannata senza appello e i violenti di nuovo infiltrati in piazza vanno isolati e arrestati, la protesta non può essere derubricata a semplice manovra strumentale dall'estremismo eversivo, poiché ci racconta, piuttosto, il panico da non garantiti di ristoratori, gestori di bar, commercianti, partite Iva di fronte a una crisi che ha bruciato l'8,9% del Pil nazionale e un milione di posti di lavoro.
Dunque, non deve suonare quale vuoto annuncio, ma come preciso impegno programmatico, ricordare il peso strategico di questi giorni di metà aprile. Un mese che già il generale Figliuolo su queste colonne aveva definito determinante, spiegandoci come "ad aprile ci giochiamo tutto". Il futuro è adesso, va conquistato qui e ora. Il perimetro della partita è segnato da due linee fondamentali tra loro intrecciate, le vaccinazioni e le riaperture, contro pandemia sanitaria e pandemia economica: ma per vincere occorre un'unità di intenti che freni fughe in avanti e strumentalizzazioni di parte, il cui solo esito sarebbe accrescere la frustrazione dei cittadini e le divisioni tra loro.
Dal 15 al 22 di aprile, ci fa sapere la struttura commissariale, saranno consegnati alle Regioni quattro milioni e 200 mila vaccini, per 315 mila vaccinazioni al giorno in 2.200 punti vaccinali. È una buona notizia. Non siamo ancora alle promesse 500 mila inoculazioni quotidiane; Francia, Spagna e Germania corrono più di noi: ma la strada è giusta e il passo non può che aumentare. Lentamente l'Europa risale la china dei propri ritardi e dei propri errori: e in quest'Europa l'Italia di Mario Draghi può avere una parte non marginale sia nella ripresa economica che nella riscossa sanitaria, da qui ai prossimi anni.
Restano differenze importanti tra le Regioni: c'è chi già vaccina i nati nel 1961 e chi ha un ritardo netto di dieci anni sul target. Resta un monito da brivido che dovrebbe far riflettere chi predica aperture a ogni piè sospinto: la Sardegna, passata in un amen da virtuosa mosca bianca a temuta isola tutta in zona rossa per effetto di una guardia abbassata troppo in fretta, di una voglia naturale ma esiziale di festeggiare una nuova normalità.
Ma intanto passi verso la normalità li stiamo compiendo davvero. La terza ondata sta lentamente regredendo, il Paese vira quasi tutto verso l'arancione, primo colore della nostra convalescenza, che speriamo di stingere in fretta verso il giallo e poi il bianco della salvezza.
E qui ha certo senso parlare di riaperture, il cui percorso programmatico, iniziato oggi, proseguirà dal 20 aprile, con la valutazione dell'andamento della curva epidemiologica, fino al 26, quando il governo scriverà un nuovo decreto per fissare regole, divieti, protocolli. Si tratterà in via normativa di un'operazione di verità che detti comportamenti precisi per ristoranti, musei, cinema, teatri, mostre, perfino palestre e piscine. Non sarà un segnale di tana libera tutti, non può esserlo. Ma sarà, sì, un tracciato a tappe verso la riconquista della nostra vita, mentre le categorie dovranno essere supportate in fretta da un nuovo, importante intervento di ristoro dell'esecutivo, ovviamente in deficit.
Essenziale in questa fase sarà la tenuta del tessuto civile, una solidarietà nazionale non declinata in astratte formule parlamentari ma sentita davvero tra la gente. Ed è questo, forse, il gradino meno robusto della scala su cui stiamo risalendo. Siamo terra di guelfi e ghibellini, di tifosi di Coppi o di Bartali, di Achille o di Ettore. La gran confusione creata (e in parte anche subita) dalle Regioni su fasce e categorie da vaccinare, con annessi furbetti e "salta-fila" stigmatizzati da Draghi, non ha certamente migliorato la nostra coesione.
Gli italiani non meritano che i loro rappresentanti politici diano vita a una guerriglia sceneggiata tra "aperturisti" e "chiusuristi" (ci si passino gli orridi neologismi) nella medesima maggioranza. È di tutta evidenza che nessuno vuole tenere blindato il Paese un minuto più del necessario, come nessuno vuole infettarlo aprendo un bar fuori orario o un cinema di straforo. Le parti in campo, ora tenute a bada da un governo difficile da sabotare, devono resistere a tentazioni inscritte nei rispettivi Dna: la destra di cavalcare la prima tensione sociale disponibile, la sinistra di fingere che tensioni non ne esistano o siano frutto della predicazione della destra.
Così il 2 giugno è una splendida data simbolica per rinascere assieme alla nostra Repubblica, ma va indicata con elastico buonsenso e non scolpita nel marmo come un dogma ideologico. Così le piccole isole "Covid free" sono una suggestione da studiare, ma non certo una bandiera da issare nel nome del campanilismo regionale, rischiando di aprire nuovamente la via a "salta-fila", magari sedicenni, immunizzati al posto dei loro nonni.
Assai sensato appare l'appello di Massimiliano Fedriga, presidente leghista del Friuli Venezia-Giulia e neopresidente della Conferenza delle Regioni, sul bisogno di equità e regole uguali per tutti, al fine di mettere insieme istituzioni e cittadini nel nome di una vera unità nazionale. Il pericolo di questa primavera è, a guardar bene, proprio lo scollamento: il ristorante aperto, che accetta di rischiare la multa, sulla stessa strada del ristorante chiuso, che obbedisce alle leggi. Tutti contro tutti, infine, isole contro litorali costieri, anziani contro giovani, regioni contro regioni, pianerottoli contro pianerottoli: l'effetto collaterale e forse più tossico del virus, da scongiurare a ogni costo.










