di Roberto Grigoletto
oggitreviso.it, 7 gennaio 2021
"Si patisce più che fuori la solitudine e l'isolamento". Il racconto di quest'anno nelle parole di don Otello Bisetto, cappellano dell'istituto penale minorile. Un "senso di carcere", proprio nel "senso" di avere un assaggio di come si possa vivere in prigione, lo abbiamo provato tutti nei mesi del primo lockdown, quello tra marzo e maggio. Si potrebbe pensare, per questo, che chi sta dentro sia attrezzato per quarantene e isolamento. E qui ci si sbaglia: la pandemia si è abbattuta sugli istituti penali con effetti ancor più deleteri dal punto di vista psicologico. Sui detenuti più giovani, soprattutto. Don Otello Bisetto è il cappellano dell'istituto penali minorenni di Treviso. Lo abbiamo incontrato oggi, nel giorno dell'Epifania, l'ultima festa del periodo natalizio.
Don Otello, tre anni di carcere (si fa pare dire), mesi di pandemia compresi: come li ha vissuti?
I ragazzi che arrivano in nell'Istituto penale minorile spesso hanno storie e vissuti diversi, origini e culture differenti, e non è facile per loro abituarsi al "regime" di un Istituto penitenziario. La mia presenza ha in qualche modo questo scopo: incontrare i ragazzi e parlare con loro; instaurare delle relazioni che favoriscano, per quanto possibile, un migliore inserimento dei ragazzi in un ambiente dove ci sono delle "limitazioni".
Di cosa parla più spesso con loro?
Parlare con loro è offrire una motivazione per "ricominciare", per trovare le energie affinché si impegnino nelle proposte di attività scolastiche ed extrascolastiche che puntualmente vengono organizzate nell'istituto minorile. Prima del Covid-19, venivano svolte molte iniziative con la partecipazione di molti gruppi di giovani che erano coinvolti nelle attività. Davano ai giovani detenuti una occasione di scambio e di svago, ma soprattutto gli stimoli giusti per ritrovare la strada per un reinserimento nella collettività.
Con l'arrivo del virus che cosa è cambiato?
È giunto alla vigilia del Carnevale 2020, proprio nel momento in cui stavamo preparando la festa con alcuni gruppi. Lo scompiglio è stato notevole. Di colpo si sono dovute adottare delle misure per impedire al virus di entrare in carcere.
Un isolamento nell'isolamento, possiamo definirlo così?
Nella prima fase del lockdown, a marzo e aprile), la scelta più importante è stata quella di limitare al massimo i contatti con l'esterno, impedendo l'accesso non soltanto ai volontari per le varie attività di animazione e integrazione, ma pure ai famigliari per i colloqui.
Anche la scuola all'interno del carcere è stata sospesa, dico bene?
La didattica garantita dagli insegnanti è stata interrotta come pure alcune attività dei laboratori che consentivano ai ragazzi di essere impegnati durante la giornata. Fortunatamente il minorile ha fatto in modo che fossero garantiti la didattica a distanza e i colloqui con i familiari.
Qual è stata la reazione dei giovani detenuti?
È stato un cambiamento che li ha destabilizzati. È il contatto con le persone ciò di cui hanno più bisogno. Osservandoli in questi mesi devo riconoscere che è stato veramente difficile per loro doversi accontentare dei pochi scambi che erano consentiti: il prof di educazione fisica, l'operatore del laboratorio artistico, la mediatrice culturale.
Un distacco ancora più grande dal mondo...
Ogni volta mi chiedevano quando sarebbero tornati i gruppi animatori delle attività ludico-ricreative; quando avrebbero potuto giocare ancora a calcio o anche incontrare le scolaresche del progetto "Voci".
E cosa rispondeva?
Non è stato sempre facile far capire loro la situazione generata dal Covid-19. Certamente la Pandemia ha fatto sentire in modo più deciso la sensazione di solitudine e separazione dal mondo e per i minori e giovani in carcere è stata una sofferenza che spesso hanno tentato di mascherare.
Come hanno affrontato i mesi del lockdown?
Si sono in qualche modo rassegnati ad accettare questa situazione anche se, qualche volta, la tensione era palpabile per la stanchezza di dover vivere in questa condizione di "isolamento". Grazie alla presenza di tante persone preparate (gli educatori, il medico, la psicologa, la Polizia Penitenziaria) il clima è sempre rimasto abbastanza tranquillo.
La parte più difficile?
Non è sempre facile far capire loro che il "tutto e subito" è solamente nella finzione dei videogiochi e dei film e che nella realtà le cose funzionano diversamente: pazienza! È un ambiente impegnativo il carcere minorile, i giovani sono spesso cresciuti in ambienti "difficili" e hanno una storia personale ingarbugliata.
Non deve essere facile l'approccio...
Cerco di offrire occasioni, anche se piccole, di dialogo di ascolto e di scambio. Il vissuto che si portano dietro fa assumere loro un atteggiamento arrogante e indifferente ma spesso si tratta di una "corazza" della quale si sono rivestiti per "proteggersi" e che non è sempre facile scalfire.
Cosa patiscono più di tutto?
Di sentirsi "normali" cioè capaci di vivere come delle persone che possono combinare qualcosa di buono e di bello per loro stessi e per la società che, in quanto detenuti, vedono come ostile e nemica. Noi tentiamo di "rappacificarli" con il mondo esterno.
E fuori dal carcere: cosa avverte nel comune sentire nei confronti dei detenuti negli istituti di pena?
Constato che la "società civile" ha bisogno di un cambio di mentalità riguardo al mondo carcerario. Durante questo tempo di pandemia ho visto anche dei giovani trasformarsi, diventare responsabili, accettare di compiere un percorso di "riparazione" profondo per affrontare meglio e seriamente il loro vissuto e preparare un avvenire. Dico sempre ai detenuti: "prima o poi fuori da qui ci dovete andare, perciò preparatevi a quel momento meglio che potete".
La ascoltano?
Alcuni ascoltano, ad altri sembra non interessi granché... certamente non mi stancherò di far presente che per me sono comunque persone (delle quali di fatto nemmeno conosco i reati commessi) e che una opportunità di "riscatto" non si deve negare a nessuno. Sta a ciascuno di loro mettersi in gioco. Se la desiderano, una mano da parte mia ci sarà sempre, per ripartire.
di Gianni Nonnato
Il Resto del Carlino, 7 gennaio 2021
Per il carcere minorile a Rovigo ormai vi è un unico diffuso sentimento: rassegnazione. Anche il Comune capoluogo sta ragionando, ormai, sulla ricerca di sedi alternative a via Verdi per la Cittadella della Giustizia. Gli addetti ai lavori anche. Non ho certezze circa le conseguenze positive di un carcere minorile in centro città. Quello che mi preoccupa è l'assenza di strumenti, strutture e competenze per gestire le attività connesse ad una istituzione molto particolare che già a Treviso sta esprimendo problematiche molto complesse.
Sono cose che potremo valutare nel tempo. Ciò che possiamo fare oggi è individuare le responsabilità di una scelta che crea conseguenze pianificatorie ad una città che era impreparata a tale scelta paracadutata a Rovigo.
Anche noi dovevamo ben sapere che un semplice Odg, benché unitario, e non corroborato da azioni e manifestazioni pubbliche, non avrebbe prodotto che un salvacondotto per l'anima di molti, ma nessun risultato concreto. Non ci resta che cercare i responsabili di una simile scelta. È diffusa l'opinione che Bergamin e la Lega regionale, compreso Zaia, guarda caso di Treviso, avessero espresso un primo parere favorevole alle dirigenze ministeriali.
Ma oggi Bergamin è sparito dai radar e la Lega sul tema non si esprime. Non possiamo sottacere l'impegno solo formale del Ministro Boccia interessato già nella primavera scorsa e per tempo, ma non possiamo, per correttezza, sottacere nemmeno la rassegnazione "ante litteram" della politica attuale. Se qualcuno sa individuarne altre sarebbe opportuno le partecipasse a tutti. Ancora una volta gli stessi elementi: le scelte e le manovre di pochi; il silenzio e il disinteresse di molti.
altarimini.it, 7 gennaio 2021
L'iniziativa quest'anno non si è potuta svolgere in carcere, ma i partecipanti hanno cercato di rendere lo stesso il giorno speciale. Lunedì per alcuni bambini è stata una giornata di vera festa, nonostante il contorno e la distanza da una delle figure più importanti, quella del loro papà. Grazie al progetto "Babbo natale in carcere" i papà in affidamento all'Uepe hanno ricevuto un dono speciale grazie alla collaborazione di alcune associazioni di volontariato.
L'iniziativa si è svolta nel ristorante "Come stai?" sede dell'associazione Team Bòta, e fa parte di un progetto che tradizionalmente viene fatto nel periodo natalizio per allietare le feste dei figli delle persone recluse nella casa circondariale Casetti di Rimini, la quale ospita l'iniziativa nella ludoteca. In quel giorno speciale i bambini hanno la possibilità di passare, con i propri papà, una giornata spensierata.
In questa occasione e nell'impossibilità di stare vicini ai loro papà, babbo natale ha consegnato i doni in un'altra location dove sono giunte molte famiglie, anche da lontano. La giornata stata resa possibile grazie a Team Bòta, ai volontari dell'associazione Papillon e alla generosità delle famiglie riminesi che hanno donato tempo e giochi. Gloria Lisi, vice sindaca di Rimini e presente all'iniziativa, è da sempre molto attenta alla ricostruzione delle relazioni familiari e sociali necessarie per il reinserimento dei detenuti.
"Sostenere le famiglie delle persone detenute, in particolare quando siano presenti minori, partendo dal presupposto che l'uomo non è mai riconducibile solo al suo errore ed è dalla famiglia che parte la motivazione al cambiamento e al recupero. Questo diminuisce realmente il rischio delle ricadute e ci aiuta a costruire ponti tra il detenuto e la società civile".
Il progetto, finanziato da risorse comunali e regionali, è sostenuto dal piano di zona per la salute e benessere Sociale che promuove il percorso area Carcere, a cui aderiscono vari enti del terzo settore: Caritas Rimini, Centro per le famiglie del Comune di Rimini, le cooperative Millepiedi e Centofiori, ApG23 Arcobaleno ed Enaip. Gli interventi si realizzano grazie alla collaborazione dell'amministrazione penitenziaria e l'area Educativa della casa circondariale.
di Ilaria Sesana
La Repubblica, 7 gennaio 2021
La Triennale di Milano e il carcere di San Vittore distano poco più di un chilometro l'una dall'altro. Non potrebbero esistere in città due luoghi più "lontani" e diversi: da un lato uno dei cardini della cultura milanese e italiana, dall'altro un luogo circondato da alte mura e sbarre di ferro, che tanti milanesi preferiscono, semplicemente, ignorare.
Eppure, da due anni a questa parte, tra la Triennale e il carcere è iniziato un fitto dialogo. Nel 2018 è stato realizzato il progetto "ti Porto in prigione", che comprendeva una mostra fotografica, incontri e dibattiti. Nel 2019 è stata la volta di "PosSession", che ha messo in dialogo fotografia e teatro riflettendo sulla detenzione femminile e sulla pratica dell'arte come strumento di recupero.
Il 2021 si apre con una nuova sfida: il concorso di idee "San Vittore, spazio alla bellezza" rivolto a progettisti, architetti, designer, urbanisti e ingegneri con l'obiettivo di promuovere una nuova concezione della casa circondariale attraverso la riprogettazione di alcuni spazi per cambiarne la percezione e migliorarne la funzionalità. "San Vittore - si legge nel testo del bando - vuole delineare una nuova concezione di casa circondariale che trasmetta gli ideali e i valori di recupero e reinserimento di cui è detentore e che inneschi un nuovo pensiero positivo a partire dalla bellezza degli spazi che lo ospitano".
Tra gli architetti, i designer, gli urbanisti e gli ingegneri che avranno presentato la propria candidatura entro il 18 gennaio verranno selezionati sei gruppi, composti per almeno il 50 per cento da professionisti under 40. A ciascun gruppo verrà affidato uno spazio tra quelli identificati nel bando: il giardino, l'area colloqui, le celle maschili e quelle femminili, i cortili di passeggio, l'area mensa del personale. Parallelamente, Fondazione Maimeri, Shifton e l'associazione Amici della Nave hanno avviato una ricerca basata su interviste qualitative a chi "vive" il carcere (detenuti, agenti, operatori, volontari), che permetterà di individuare i bisogni della casa circondariale, servirà a esplorare possibili nuovi esigenze e immaginare le funzionalità da destinare agli spazi da riprogettare.
"Il presupposto di questa iniziativa è che la bellezza è uno strumento fondamentale per trasformare i destini delle persone -spiega Lorenza Baroncelli, direttore artistico di Triennale Milano e referente del progetto. Nessuno di noi pensa di far diventare San Vittore un albergo a cinque stelle. Partiamo della bellezza di un posto sano e ben progettato, della quotidianità degna e dignitosa che è un diritto di tutti".
L'iniziativa "San Vittore, spazio alla bellezza" si propone di generare dei processi virtuosi di coinvolgimento e collaborazione reciproca tra carcere e città: "Noi siamo dietro alte mura, ma non siamo una città a parte ", spiega il direttore di San Vittore, Giacinto Siciliano che, con questo progetto, mira a valorizzare il ruolo della casa circondariale, cambiando la percezione che il territorio ha della struttura: "La Casa circondariale può e vuole diventare un riferimento di eccellenza in grado di trasformare la reclusione in un'opportunità di crescita grazie all'apertura verso l'esterno e a un cambiamento guidato da un pensiero complessivo sulla consapevolezza che la bellezza possa suscitare spontanee sensazioni piacevoli, provocare suggestioni ed emozioni positive e generare un senso di riflessione costruttiva".
di Lea Melandri
Il Riformista, 7 gennaio 2021
Raramente un passaggio d'anno si è caricato di tanti interrogativi, sospiri di sollievo e aspettative, come quello che ci siamo appena lasciati alle spalle, tra il 2020 e il 2021.
E non poteva essere altrimenti. La pandemia è caduta all'improvviso su un mondo già in affanno, per le crisi che lo attraversano da tempo, che vanno dall'economia, alla povertà crescente, al rapporto con l'ambiente, i fenomeni migratori, le differenze tra i sessi e le culture diverse. Si può dire che ha scavato dentro piaghe già scoperte, allarmi e previsioni tristemente profetici, costringendo "l'anima mundi", per usare un termine platonico comprensivo di tutto l'esistente, a una sorta di autocoscienza.
Sul tempo sospeso del "confinamento" - il presente ininterrotto di giornate sempre uguali -, è come se fossero precipitati all'improvviso i disastri del passato, le sue "vergogne nascoste" (Arundhati Roy), e, contemporaneamente, nuove inedite prospettive per il futuro. Non poteva che uscirne un rimescolamento di piani tradizionalmente separati e un pieno di contraddizioni, di spinte conservative e aperture al cambiamento. Il primo a cadere, nel momento in cui la presenza è diventata di per se stessa rischio di contagio, è stato il confine tra privato e pubblico: porte che si sono chiuse a protezione di interni di famiglia e, al medesimo tempo spalancate per far entrare attività lavorative svolte fino a quel momento all'esterno.
Mai, come in questa singolare osmosi e abbinamento, è parso così evidente che cosa significa il "doppio lavoro" delle donne, così intollerabile il peso di dover sostenere la continuità della vita, come loro destino "naturale" e al medesimo tempo far parte di un sistema economico creato a uso e consumo di una comunità storica di soli uomini, secondo logiche che prescindono dalle radici biologiche degli umani. Per un altro verso, si è dovuto prendere atto che la cura - dei corpi, degli affetti, delle relazioni -, che si svolga nelle case o nei servizi sociali rivolti alla persona, non è quel "dono d'amore" che nasce spontaneo dalla "natura" femminile - ma un compito e una responsabilità lavorativa di soggetti differenti, quelli che negli ospedali hanno assistito i malati, rischiando le loro vite, e quelli che hanno continuato nei supermercati e nelle strade deserte ad assicurare che il cibo arrivasse a chi stava dentro le case.
La modificazione dei confini che ha separato il cittadino dalla persona, presa nella sua interezza, non è di oggi. L'uscita dai dualismi che hanno contrapposto femminile e maschile, natura e storia, individuo e società, sentimenti e ragione, e la ricerca di nessi che ci sono sempre stati tra un polo e l'altro, è stata il portato più originale della rivoluzione antiautoritaria e femminista degli anni Settanta, ma sembra che solo oggi quelle che chiamavamo allora le "problematiche del corpo" siano arrivate al cuore della politica. Esperienze universali dell'umano, confinate nel privato e nell'ordine della natura, come la dipendenza, la malattia, l'invecchiamento, la morte, escono allo scoperto e mostrano, fuori da coperture ideologiche, i segni che la storia, l'ordine sociale, economico in cui viviamo vi ha impresso sopra.
Che le vite contassero meno della produttività e del denaro, che la vecchiaia, soprattutto se prolungata, fosse un carico mal tollerato per la spesa pubblica, oltre che per le famiglie, in assenza di servizi sociali, è una verità che già sapevamo, ma sono state le bare accatastate in attesa di cremazione, le sistemazioni improvvisate dei pazienti in terapia intensiva, il racconto di chi si è trovato in condizioni estreme senza il conforto di un amico e o di un parente, a sottrarre la morte "all'impensato", a quel terrore senza nome con cui si è tentato di cancellarla. La consapevolezza della nostra fragilità, del bisogno che abbiamo gli uni degli altri, della solidarietà come valore prioritario per una società più umana, cambierà il nostro modo di vivere?
C'è qualcosa, che nella sua contraddittorietà, lo fa sperare, ed è l'esperienza di una solitudine che si è venuta a trovare per la prima volta sostenuta da un eccezionale accomunamento: soli, ma in un ritiro che ci proiettava paradossalmente nel mondo, ripiegati su noi stessi, sulle nostre paure, sull'attenzione ai più lievi sintomi di contagio, e proprio per questo nella condizione di scoprire somiglianze e differenze rispetto agli altri umani.
Costretti a misurare gli spazi delle abitazioni, in caso di quarantena, le risorse economiche per le cure necessarie, la sostenibilità di conflitti già esistenti all'interno delle coppie e delle famiglie, la possibilità o meno di sottrarsi a lavori esposti al rischio di contagio, si può pensare che le disuguaglianze sociali abbiano preso una visibilità nuova, difficile da mascherare ideologicamente e da far tornare in ombra.
Ci sarà chi vorrà tornare a una "normalità" comunque rassicurante, anche se all'origine della pandemia stessa, ma non sarà facile distogliere gli occhi dai disastri di un modello di civiltà e di sviluppo, capitalista e patriarcale, di cui non siamo stati, come nella maggior parte dei casi soltanto "testimoni", ma partecipi nella quotidianità delle nostre vite, delle nostre insicurezze e dei nostri desideri.
di Walter Veltroni
Corriere della Sera, 7 gennaio 2021
Il distanziamento sociale e il rischio per i giovani di smarrirsi proprio nel tempo decisivo della vita. "Avevo vent'anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è l'età più bella della vita". La famosa frase scritta da Paul Nizan in "Aden Arabia" oggi forse può essere applicata, diminuendo l'età definita, ai ragazzi italiani, e non solo, risucchiati nel gorgo di questa infinita pandemia. Nessuno ne parla.
Nel profondo dell'animo - Nessuno sembra occuparsi di quello che sta accadendo nel profondo dell'animo degli adolescenti. Conosco molti amici che hanno figli di quell'età e leggo le analisi che varie università, in tutto il mondo, stanno facendo per capire quanto e come questa inedita condizione pesi oggi e potrà pesare domani sulla esperienza di chi oggi è più giovane. Giustamente ci si occupa, mai abbastanza, di chi è anziano.
E i primi a farlo, con le loro ansie, sono spesso i nipoti. Ma chi si sta incaricando di capire com'è la percezione della vita in ragazzi che, nel momento decisivo della loro esperienza umana, si trovano espropriati, per ragioni oggettive, di ogni relazione, ogni forma di intrattenimento e di svago?
E quanto pesa l'assenza dalla dimensione scolastica che è certo apprendimento ma anche scambio, condivisione, definizione di uno spazio proprio, il primo autonomo dalla famiglia, in cui ciascuno mostra se stesso ed è messo alla prova? Gli insegnanti si fanno in quattro e dal francobollo di uno schermo devono insegnare gli ablativi, la trigonometria, il Rinascimento a ragazzi di cui non possono percepire lo stato d'animo, con cui non hanno quella relazione psicologica che l'insegnamento frontale consente.
Scoperta quotidiana - Perdere la pienezza dei quattordici o quindici anni, quando il mondo è una scoperta quotidiana delle sue possibilità e delle sue insidie, non è come vivere quest'esperienza a cinquant'anni. I ragazzi si sono incupiti, chiusi, molti hanno peggiorato i loro risultati scolastici, la maggioranza trascorre il tempo appesa allo schermo di un telefono che costituisce l'aggancio al mondo esterno, in questo inverno cupo e solitario. Secondo un'inchiesta promossa da Save the Children e realizzata da Ipsos i ragazzi dicono che nel 28% dei casi un loro compagno di classe ha abbandonato gli studi. E aggiunge: "Quasi quattro studenti su dieci dichiarano di avere avuto ripercussioni negative sulla capacità di studiare (37%). Stanchezza (31%), incertezza (17%) e preoccupazione (17%) sono i principali stati d'animo che hanno dichiarato di vivere gli adolescenti in questo periodo, ma anche disorientamento, apatia, tristezza e solitudine".
Mondo virtuale - Senza scuola, parchi, sport, incontri con gli amici, cinema, concerti, cosa resta se non la dimensione apparentemente infinita, l'unica senza confini e divieti, del mondo virtuale? Quello spazio non è irreale, anche quella è realtà. Le parole, i video, i giochi sono parte di un mondo dilatato, doppio. E questa duplicità oggi costituisce un salvagente per i ragazzi.
Cosa sarebbero stati questi mesi senza la possibilità di scrivere agli amici, di giocare a distanza con loro, di coltivare le passioni? Non ci dobbiamo ripetere qui le distorsioni del mondo virtuale, i rischi racchiusi nei meccanismi di semplificazione estrema, nella manipolazione della realtà, nella concentrazione di enormi poteri in poche mani.
Ma è parte del mondo contemporaneo. E c'è da augurarsi che presto le democrazie si decideranno a definire regole sapienti per evitare i rischi di oligopolio e che nelle scuole, dopo aver insegnato tre volte gli etruschi, si aiuterà un ragazzo a capire e utilizzare coscientemente tecnologie di conoscenza e relazione che oggi sono tanta parte della sua vita. E a metter tutti in condizione di farlo, visto che ancora oggi quasi un milione di ragazzi non ha né tablet né pc.
Confinati in casa - Non ci si spaventi dunque se i ragazzi, confinati in casa, si affacciano sul mondo attraverso lo schermo di un telefono o di un computer. Lo fanno per non sentirsi soli. E quando lo fanno, credo sia giusto che i genitori non li colpevolizzino ma li comprendano e li rispettino. I ragazzi italiani non sanno se e quando torneranno a scuola. I banchi con le rotelle sembrano ora delle installazioni di arte contemporanea, nelle aule chiuse.
Nel decidere se, come, quando le scuole riapriranno, si consideri anche il punto di vista dei ragazzi che non hanno rappresentanza, non siedono a nessun tavolo. Questo rafforza in me l'idea che la democrazia del duemila oltre alle forme di rappresentanza politico istituzionale dovrebbe alimentarsi di meccanismi di democrazia diffusa e di sussidiarietà. È possibile che mai nessun giovane abbia potuto dire la sua in tutti questi mesi di vertici, verifiche, seminari a Villa Madama?
Arcobaleno - Vorrei che in questo frenetico e spesso surreale arcobaleno di giornate, regioni, orari si tenesse conto che esistono delle anime fragili. E che ci si ricordasse, in questo che non è un Paese per giovani, che in questo momento nelle case di milioni di italiani c'è una ragazza o un ragazzo che sta annaspando nel tempo decisivo della vita e c'è il rischio che si smarrisca. Per un ragazzo il "distanziamento sociale" è una pena più grave che per un adulto. Ricordarsene sempre. In un mondo adulto che è andato in confusione su tutto: vaccini, tamponi, terapie, governi, regole... l'unica cosa su cui tutti si sono sempre uniti è stata randellare i giovani se una sera uscivano, perfino essendo consentito, per vedere amici o semplicemente prendere un aperitivo.
La peste e la stampa - In un piccolo libro curato da Sabrina Minuzzi per Marsilio e intitolato "La peste e la stampa" si riporta il racconto scritto nel 1576 dal notaio Rocco Benedetti di Venezia dopo la tremenda epidemia che colpì il nord d'Italia. Si dice: "Gli Signori prohibirno che nissuno, per undeci giorni, potesse andare in casa d'altri, né donne né putti uscir dalle sue contrade... Il negozio fra mercanti si levò in tutto, nella piazza li merciari e quasi tutti gl'altri artigiani serorno le loro botteghe... Parimente le piazze erano sgombre di genti e per la via si caminava senza ch'alcuno urtasse altro, non s'udivano più suoni né canti né altri dilettevoli intrattenimenti per le strade e canali...".
Quasi cinquecento anni dopo la immensa potenza della scienza e della tecnologia, che pure riuscirà a immunizzarci, ci consegna, di fronte alla pandemia, un paesaggio urbano e abitudini di vita non diverse da quelle descritte dal notaio Benedetti. Tanto più chi decide oggi deve avere nell'orizzonte delle sue motivazioni anche quello che gli algoritmi non registrano. Anche quello che sta accadendo nel cuore delle persone, tutte. E dei più fragili. Che non sono solo gli anziani. Ma anche i ragazzi, soli e ignorati, di questa Italia spaventata.
di Riccardo De Facci*
Il Manifesto, 7 gennaio 2021
La realizzazione della serie tv su una delle comunità per tossicodipendenti più controverse del panorama italiano è l'occasione per fare il punto sulle politiche sulle droghe in Italia. La terribile vicenda di San Patrignano, infatti, va inquadrata in primo luogo nella situazione che si venne a creare negli anni Ottanta, quando una società spaventata e incapace di affrontare la diffusione dell'eroina decise di dare una delega amplissima ad alcune delle nascenti comunità. Fino al punto di avallare, facendone talvolta un simbolo per alcune parti politiche, un approccio che prevedeva l'espulsione e l'isolamento delle persone dalla comunità di appartenenza, a qualunque costo, in virtù di un mandato quasi onnipotente che ha lasciato spazi larghissimi - fino ai fatti gravissimi riportati nella serie - a chi si proponeva come unico salvatore.
La "droga" era il mostro che giustificava tutto. Proprio questa concezione del fenomeno droghe e del modo per affrontarlo sarà poi cavalcata da chi voleva imporre anche in Italia, per ragioni politiche, una "guerra alla droga" che, inevitabilmente, portò a una repressione mirata verso i consumatori di sostanze, riempiendone le carceri. Si è accettato il ricatto di chi diceva che non c'era altro modo per "uscire dalla droga" se non la costrizione, la punizione, fino purtroppo a giustificare azioni di violenza inaudita.
La campagna "Educare, non punire" che portò al referendum del '93, nacque proprio per contestare l'approccio repressivo della legge Jervolino-Vassalli, ispirato anche dal fondatore di San Patrignano. La campagna aveva l'obiettivo di rifiutare il condizionamento violento delle persone e il carcere come mezzo prioritario di induzione al cambiamento.
Altri approcci erano possibili, come negli anni è stato dimostrato in modo inequivocabile dalla moltitudine di comunità e servizi di vario tipo, non solo del Cnca, che non hanno mai usato la violenza, fisica e psicologica, per sostenere le persone con problemi di dipendenza e accompagnarle con successo al cambiamento e al reinserimento nella società. Anche nella cura delle dipendenze, il fine non giustifica i mezzi.
*Presidente del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (Cnca)
di Fabio Cutri
Corriere della Sera, 7 gennaio 2021
Il figlio del fondatore Vincenzo: "Lì c'erano ragazzi abbandonati dallo Stato". "Il docu Netflix pura e semplice fiction. Crea ombre intorno alla figura del protagonista: ci riesce bene ma falsifica storia e modello". Ho visto un ragazzo puntare un coltellaccio in pancia a mio babbo, avevo 16 anni. E sì, in quel periodo lui di schiaffoni ne ha dati non pochi. Sapevo anche dei ragazzi incatenati perché non fuggissero. Certo che la violenza c'era a San Patrignano, stiamo parlando di una guerra. Una guerra che però è stata vinta con la forza dell'amore". Andrea Muccioli, figlio e per 18 anni successore di Vincenzo, è uno dei protagonisti di SanPa, il documentario di Netflix che racconta le origini della celebre comunità di recupero riminese. "Beh, non lo definirei proprio un documentario. È pura e semplice fiction. Cerca l'effetto "pulp" creando più ombre possibili intorno alla figura del protagonista. Ci riesce benissimo, ma ne falsifica la storia, il pensiero e il modello".
Racconta dei fatti, ripercorre i processi, ci sono le testimonianze...
"Racconta alcuni fatti. In questi giorni sono subissato di telefonate di ex ospiti e dei loro genitori che mi dicono che quella non è la realtà che hanno vissuto. Mio padre in 17 anni ha accolto 8 mila persone. La Procura di Rimini raccolse le testimonianze di 200 persone: sono il 2,5%. La storia di San Patrignano non può essere guardata solo da questa prospettiva".
Quindi lei pensa che i metodi coercitivi usati in quegli anni siano incidenti di percorso?
"Non lo penso. Credo anzi che siano stati errori gravissimi. Ma quando parliamo di San Patrignano non parliamo della Caritas, con tutto il rispetto. Parliamo di un percorso drammatico di accoglienza di giovani, i tossicodipendenti degli anni '80, che distruggevano le loro famiglie ed erano abbandonati dallo Stato. Venivano da contesti violenti e sarebbe stato inimmaginabile gestirli con la violenza. Perché la violenza la conoscevano e la esercitavano meglio di te. Come si fa a pensare di poter tenere insieme non dico mille persone, ma anche solo dieci con la forza? Scherziamo? Ecco, a proposito di fatti: la riprova di quello che dico sono le centinaia di bambini che i tribunali di tutta Italia ci diedero in affidamento".
I critici di Vincenzo Muccioli descrivono un padre padrone che ha costruito un metodo terapeutico incentrato sul suo carisma...
"Lui per primo si definiva un padre, e a volte questa cosa gli è sfuggita di mano. È vero. Lo ripeto, gli ho visto mollare ceffoni. Ma attenzione: non ha mai autorizzato nessun altro a farlo. "Un fratello non alza mai le mani su un suo fratello" diceva. Lui voleva essere una figura forte di riferimento perché i ragazzi riacquistassero la fiducia e il rispetto in se stessi".
Qual è stato il suo errore?
"Voler salvare tutti. L'accoglienza incondizionata ha un prezzo alto da pagare. Lui questo non lo accettava e così facendo a volte ha dato ai ragazzi una responsabilità più grande di quella che erano in grado di gestire. "Metto un letto a castello in più e ci arrangiamo" diceva di fronte alle centinaia di persone accampate fuori dal cancello. Ha aperto troppo rispetto alle nostre capacità organizzative. Il risultato è che ha delegato anche persone impreparate a gestire ragazzi in difficoltà".
Nel '93 si scoprì che un ospite, trovato cadavere in una discarica napoletana, era stato ucciso di botte dentro San Patrignano e poi trasportato in Campania. Suo padre prima affermò di non averne mai saputo nulla, poi cambiò versione. A lei cosa disse in quei giorni?
"Alla notizia che Roberto Maranzano era morto in comunità reagì dicendo che una cosa del genere non era possibile, e io gli credetti. Quando venne fuori che sei mesi dopo il delitto, nell'89, lui era stato informato, fu come se mi fosse scoppiata una bomba in faccia".
Perché suo padre non denunciò subito?
"Era in corso il processo per le catene, dal quale fu poi assolto. Credo temesse che su San Patrignano si abbattesse un colpo letale".
Come furono quei mesi?
"Estenuanti. Arrivai a scontrarmi duramente con lui, perché ritenevo sbagliato aprire San Patrignano alla stampa. Eravamo sotto attacco e dentro la comunità c'erano giornalisti ovunque, sempre. La pressione era troppa, ma mio padre era convinto di poter gestire tutto a suo favore grazie al potere mediatico che aveva. Alla fine si ammalò, e la depressione lo ha strangolato. "Devo morire io perché San Patrignano continui a vivere" mi confessò".
Walter Delogu, suo autista e guardia del corpo, il grande accusatore, quello che lo registrò di nascosto mentre Muccioli parlava di eliminare persone scomode, racconta che lo stesso Muccioli gli aveva promesso centinaia di milioni in regalo ma non mantenne l'impegno.
Perché dare cifre simili a un autista?
"Delogu non aveva altre capacità che guidare la macchina. L'errore più grosso fu quello di dargli una pistola, la stessa che aveva addosso quando venne a chiedere soldi a mia madre. È stato condannato per estorsione. Il denaro? Mio padre di promesse ne ha fatte tante, lo avrebbe aiutato a farsi una vita fuori, ma forse la sua idea era di farlo gradualmente. La registrazione? Chiacchiere da bar, il babbo era fatto così, eccedeva spesso nel linguaggio".
Si racconta che a molti ospiti non fu comunicato che fossero sieropositivi. Una cosa taciuta dai vertici anche per anni...
"Improvvisamente scoprimmo che in una comunità di 2 mila persone, 3 su 4 erano sieropositivi. Se lo avessimo detto a tutti nello stesso momento sarebbe stato il caos.
Abbiamo scelto di comunicarlo uno ad uno, prendendo tempo. A distanza di anni? Ovviamente no. Io, per inciso, giocavo tutti i giorni a basket con ragazzi che sapevo essere sieropositivi".
Dopo la morte di suo padre, nel 1995 lei prese in mano le redini della comunità...
"Non lo avrei voluto. Furono la comunità e i suoi finanziatori a scegliermi. Ribadii le regole stabilite da Vincenzo Muccioli: uno, mai ricevere soldi né dalle famiglie né dallo Stato; due, nessun finanziatore esterno deve intervenire nella gestione della comunità e dei ragazzi".
Moratti compresi?
"Certo. La prima cosa che feci fu andare da Gian Marco e Letizia e restituire il miliardo di lire che loro avevano dato a mio padre per assicurare ai suoi figli un futuro dopo San Patrignano, dal momento che si era spogliato di tutti i suoi beni e noi non possedevamo nulla".
Un gesto generoso da parte loro.
"Mio padre li chiamava i Dallas, erano molto amici. Dall'82 in poi hanno fatto tanto per San Patrignano, e lo hanno frequentato assiduamente: come ospiti però, mai come volontari con i ragazzi né come fondatori".
Nel 2011 cosa è successo?
"È venuta meno la fiducia reciproca. Io non ero d'accordo con le loro scelte politiche e finanziarie, i Moratti volevano prendere il controllo della comunità. Così mi hanno destituito. Il messaggio alla comunità fu: se resta lui, chiudiamo i rubinetti. Mi sono ritrovato a dover ripartire da zero con una famiglia sulle spalle. Oggi faccio il consulente per il terzo settore e l'enogastronomia. Non ho rimpianti".
L'amarezza più grande legata a Sanpa?
"Il giorno in cui mia mamma e io andammo a prendere le spoglie di mio padre per portarle via da lì. Un'amarezza? Un dolore enorme".
Chi era Vincenzo Muccioli?
"Una montagna di uomo, con due mani grandi e degli abbracci che ti inghiottivano. Considerava tutti i ragazzi che soffrivano parte della sua famiglia, li chiamava i miei figli. Io ero uno di loro. Oggi (ieri, ndr) avrebbe compiuto 87 anni".
di Annalisa Cuzzocrea e Fabio Tonacci
La Repubblica, 7 gennaio 2021
Nei moduli fatti firmare alla frontiera con la Slovenia scompare la richiesta di asilo. Tutta l'ambiguità del Viminale a proposito di quanto sta accadendo sul confine italo-sloveno è contenuta in due righe sgrammaticate del modulo di riammissione. Quel pezzo di carta che hanno fatto firmare ad Osman nella caserma di polizia del valico Fernetti (Trieste) prima di essere riportato in Slovenia e spacciato - sostiene il 22enne pachistano nell'intervista a Repubblica del 5 gennaio - per una domanda di asilo.
Ufficialmente la posizione del ministero dell'Interno è questa: le riammissioni per chi viene rintracciato entro i dieci chilometri dalla frontiera o entro le 24 ore dall'ingresso si possono fare anche nei confronti dei richiedenti asilo. Nel modulo da compilare con le generalità dopo l'attraversamento irregolare e da mostrare alle autorità slovene, però, si legge: "I cittadini (spazio vuoto) che non risulta nella richiesta in quanto richiedente asilo in (spazio vuoto) hanno reso dichiarazioni spontanee...". Perché quest'ansia di attestare una circostanza non per forza vera, ossia che quella persona o quelle persone da rimandare indietro abbiano già depositato la domanda di protezione internazionale altrove?
L'accordo del 1996: no riammissioni per i rifugiati - La storia è intricata, nasce da accordi risalenti al 1996 quando la Slovenia non era neanche nell'Unione e la rotta balcanica non esisteva, si presta a interpretazioni giuridiche non univoche, va sbrogliata. Partendo dai fatti.
Quest'anno i numeri delle riammissioni nei settori triestino e goriziano sono esplosi. Nel secondo semestre del 2019 non superavano le cento unità. Lo scorso maggio, su precisa direttiva del Viminale e su spinta del governatore leghista Massimiliano Fedriga, hanno cominciato ad aumentare fino a superare quota 1.300 nell'arco del 2020.
E questo nonostante sia ormai documentata la prassi del cosiddetto respingimento a catena: i poliziotti sloveni consegnano i migranti riammessi dall'Italia ai croati, i croati li riportano - spesso con violenze e soprusi - nei boschi della Bosnia. Ossia fuori dal perimetro dell'Unione. Eppure l'accordo del 1996 prevede che l'obbligo di riammissione non sussista per "i cittadini di stati terzi ai quali la parte contraente (quindi Italia o Slovenia, ndr) ha riconosciuto lo status di rifugiato in applicazione della convenzione di Ginevra". La questione, dunque, si complica ancor di più.
Cosa dicono le associazioni pro-migranti - Dice Gianfranco Schiavone, presidente del triestino Consorzio italiano di solidarietà: "Il riconoscimento dello status di rifugiato è un diritto soggettivo che lo straniero chiede appunto di accertare. Quindi il divieto di riammissione vale anche per i richiedenti. Aggiungo che le normative italiana ed europea prevedono che in nessun caso possano essere respinte o riammesse delle persone verso uno Stato dove possono subire trattamenti inumani o essere sottoposti al respingimento a catena". Dello stesso avviso il deputato di +Europa Riccardo Magi: "Il governo italiano ha una grave responsabilità: contribuisce attraverso le riammissioni informali in Slovenia a realizzare questa violazione sistematica dei diritti umani e del diritto europeo".
Un'altra anomalia - Lo scorso luglio il ministero dell'Interno, per bocca del sottosegretario Achille Variati e rispondendo a un'interrogazione parlamentare di Magi, ha ribadito che le riammissioni informali "si applicano anche qualora sia manifestata l'intenzione di richiedere protezione internazionale, ad eccezione delle categorie vulnerabili (come donne e bambini, ndr) e dei soggetti che risultino registrati nel sistema Eurodac avendo già presentato richiesta di protezione internazionale in altri Paesi membri".
Ecco un'altra anomalia: l'accordo del 1996, dice il Viminale, non si applica a chi ha presentato la domanda altrove, poi nel famoso modulo si specifica che si è riammessi in Slovenia proprio per quel motivo. Il modulo è stato reso pubblico grazie all'accesso agli atti fatto dal deputato del Pd Matteo Orfini, che al ministero ha richiesto la copia anche del protocollo operativo siglato tra le polizie italiana e slovena e della direttiva del Governo del maggio scorso.
"Poca trasparenza, pronto a un esposto in procura" - Ma il Gabinetto del ministro ha opposto ragioni di riservatezza, sostenendo che si tratti di documenti non ostensibili. "Trovo già allucinante dover fare un accesso agli atti al mio governo - dice il deputato - ma trovo ancor più allucinante che su una vicenda così palesemente illegittima e illegale il ministero risponda negando la trasparenza. Spero, e mi permetto di dire esigo, che la ministra Lamorgese e il Capo della polizia chiariscano quanto sta accadendo e rendano trasparenti gli atti che hanno secretato.
Qualora questo non dovesse avvenire immediatamente non solo farò ricorso avvalendomi degli strumenti del sindacato ispettivo, ma non escludo un esposto in procura". E nel merito della questione, Orfini rincara: "C'è un elemento incredibilmente grave: che l'Europa, considerandosi fortezza, chiuda i suoi accessi con un meccanismo che produce abusi, violenze, torture e barbarie come quelle riportate da Repubblica. Chiudendo le frontiere si attuano respingimenti illegali. Chi viene respinto subisce una sorte simile a chi tenta di attraversare il Mediterraneo".
di Paolo Mastrolilli
La Stampa, 7 gennaio 2021
L'era di Trump finisce nella vergogna, con l'assalto al Congresso, il sangue, l'insurrezione nelle strade di Washington, e il coprifuoco nella capitale di quella che era un tempo la democrazia di riferimento per il mondo libero. Alle undici di mattina il presidente parla alla manifestazione dei suoi sostenitori, dicendo che non concederà mai la sconfitta.
Quindi chiede al vice Pence di violare la Costituzione, assegnando a lui la vittoria, durante la sessione in cui il Congresso doveva solo certificare il successo di Joe Biden il 3 novembre. Poco dopo Pence si rifiuta di obbedire, scrivendo ai parlamentari che non ha il potere di ignorare la volontà degli elettori. A quel punto però è tardi. Troppo a lungo la leadership repubblicana ha abbassato la testa, diventando complice degli abusi di Trump. Così ha lasciato via libera a lui, e agli estremisti più esagitati che lo appoggiano dall'inizio, da Charlottesville. Questi fanatici allora iniziano a marciare verso Capitol Hill, assalendo il Congresso.
La polizia non è pronta a una insurrezione e non riesce a fermarli. I manifestanti entrano nell'edificio più sacro della democrazia americana, costringendo i parlamentari ad interrompere la sessione che doveva certificare la vittoria di Biden. Lo stesso Pence viene scortato al sicuro, mentre deputati e senatori ricevono l'ordine di rifugiarsi nelle stanze del Parlamento.
I leader del Congresso vengono portati in una base militare. Fuori si sentono le esplosioni dei lacrimogeni, usati dalla polizia per fermare l'insurrezione, mentre all'interno gli agenti sono costretti a puntare le pistole contro gli assalitori per impedire che attacchino i parlamentari. Una ragazza viene ferita in petto, e morirà - riferisce la Nbc - poche ore più tardi. La Fox News in serata dice che era una manifestante pro Trump. Aveva una bandiera pro Trump e dopo essere stata colpita è caduta a terra. Non è ancora stato chiarito chi abbia sparato.
Trump è rimasto a lungo chiuso nell'Ufficio Ovale, e invece di chiedere ai propri sostenitori di fermarsi, si è limitato ad un messaggio via Twitter per dare sostegno alla polizia. Il social network più tardi bloccherà i suoi retweet. Poi Trump mobilita la Guardia Nazionale. Le manifestazioni si estendono in molte città del Paese. Trump non indietreggia, nel tardo pomeriggio manda un messaggio poco conciliante. "Queste sono il genere di cose che succedono quando una sacra vittoria elettorale a valanga viene strappata in modo così sgarbato e maligno da grandi patrioti che sono stati trattati male e ingiustamente per così tanto tempo".
Poi la "concessione" e l'invito ai suoi sostenitori "ad andare a casa in amore e in pace, ma ricordate questo giorno per sempre!".
La giornata politica del resto è cominciata con la definitiva disfatta del presidente, quando i ballottaggi per i due seggi senatoriali della Georgia si sono conclusi con la vittoria dei democratici Warnock e Ossoff. Dunque Trump ha perso Casa Bianca e Senato: un totale fallimento politico. Ma a Donald interessa solo sé stesso, anche se ciò significa sfruttare i propri sostenitori, per infangare la storia degli Usa, fomentando un'insurrezione. Si capisce parlando con loro in strada. "Ma perché perdi tempo con i giornalisti? Tanto li impiccheremo tutti". Urla un ragazzo che dice di chiamarsi Diggermore, e interviene per troncare la conversazione con un gruppo di ragazzi in mimetica. Impugna una bandiera con la scritta SOG. Nel gergo militare significa Special Operations Group, quindi il loro mito è il famigerato reparto segreto che conduceva operazioni clandestine in Vietnam. Sono venuti all'Ellipse, davanti alla Casa Bianca, per la manifestazione in cui Trump annuncia che "non ci arrenderemo".
La conversazione con i SOG era cominciata così: perché siete qui? "Difendere l'America". Non credete che Biden abbia vinto le elezioni? "Se ti dicessi che non hai le scarpe ai piedi, mi crederesti?". Ma ci sono state circa 60 cause nei tribunali, e neanche i giudici nominati dal presidente gli hanno dato ragione. Perché non accettate i verdetti? "Sono falsi. E tu faresti meglio a indagare sulla verità, invece di bere le menzogne". E se il Congresso confermerà la vittoria di Biden voi lo riconoscerete? "Mai, perché non ha vinto". E cosa farete? "Quello che molti altri patrioti hanno fatto prima di noi nella storia del nostro paese". La guerra civile? A questo punto interviene Diggermore, che suggerisce di risolvere la questione impiccando i giornalisti all'obelisco dell'Ellipse.
A pochi metri di distanza c'è un signore che mostra un cartello con su scritto "Italy Did It". Ma cosa c'entra l'Italia? Dice di chiamarsi Bob Both, e spiega: "Il governo italiano ha manipolato le macchine della compagnia Dominion per contare i voti, in modo da rubare le elezioni e far vincere Biden". E lei come lo sa? "L'ho sentito stamattina dall'avvocatessa di Trump Sydney Powell". E quindi viene qui con un cartello per dire che Roma ha imbrogliato Trump: "Perché no? Il presidente ha vinto, ogni mezzo è giustificato per difenderlo".
Passa un gruppo con la bandiera "WWG1WGA", Where We Go One We Go All, il motto dei seguaci di QAnon. Loro sono certi che Hillary Clinton beve il sangue dei bambini per ottenere l'eterna giovinezza, e quindi non accettano il suo amico Biden come presidente. Vicino c'è un altro uomo in mimetica, che dice di chiamarsi Will e di essere venuto dalla North Carolina, col gruppo dei Three Percenters. Questi estremisti sostengono che durante la rivoluzione per l'indipendenza da Londra solo il 3% degli americani impugnò le armi, e loro ne sono gli eredi. Gli chiedo come reagirà, se il Congresso certificherà la sconfitta di Trump, e la risposta è netta: "È meglio se non lo sai".
Quando Trump sale sul palco, fomenta i fanatici: "Non ci arrenderemo mai. Non concederemo mai la vittoria a Biden. Avremmo un presidente illegittimo, non possiamo permetterlo. Non si ammette la sconfitta quando è un furto". Quindi scarica la pressione sul vice Pence: "Ho parlato con Mike. Se farà la cosa giustizia, vinceremo le elezioni. Deve solo rimandare il voto agli Stati, che vogliono ricertificarlo". In caso contrario, invita gli estremisti a riprendersi l'America. Pochi minuti dopo Pence lo delude, chiarendo che non ha intenzione di violare la Costituzione. L'era politica di Trump finisce qui. La lotta dei sostenitori irriducibili però continua, e sentite le parole di Donald, si sentono in diritto di scatenare la rivolta, assalire il Congresso, versare il sangue.
Quando scende la sera e il coprifuoco cala su Washington, il segretario di Stato, Mike Pompeo, definisce inaccettabile l'assalto al Campidoglio, mentre Nancy Pelosi convoca per la serata una plenaria fuori dal Congresso. E il manipolo di repubblicani che contesta la vittoria di Biden si raduna in privato per decidere il da farsi, se continuare o meno l'ostruzione. Ma sarebbe un grave errore, liquidare questa tragedia come la follia di tipi come Diggermore o Both. Oltre 70 milioni di americani hanno votato per Trump, e il Gop è complice. Se ora Biden e i repubblicani responsabili non riusciranno a separare i fanatici dalle persone normali, rischieranno di ritrovarsi presto davanti incubi anche peggiori.
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