di Francesca Sabella
Il Riformista, 8 gennaio 2021
"In merito alla tragica morte di Renato Russo, detenuto cardiopatico dell'istituto penitenziario di Santa Maria Capua Vetere, riteniamo indispensabile che tutte le istituzioni competenti operino con la doverosa sinergia al fine di fare chiarezza sulla morte di un uomo avvenuta tra le mura di in istituto di pena dello Stato".
L'appello a fare luce sulla morte del detenuto 54enne arriva dalla Onlus Carcere Possibile, l'associazione che si occupa della tutela dei diritti delle persone in cella.
Renato Russo aveva 54 anni, era finito dietro le sbarre del carcere di Santa Maria Capua Vetere per due rapine messe a segno nel 2019 e gli restavano da scontare ancora due anni di reclusione. Soffriva di problemi cardiaci: a maggio e a luglio aveva avuto due infarti, motivo per il quale era stato ricoverato presso le strutture ospedaliere e poi ricondotto in carcere.
Più volte i suoi problemi di salute erano finiti nero su bianco sulla scrivania del magistrato competente che per due volte aveva deciso di non concedergli la possibilità di scontare la pena a casa. Per il pm, nonostante l'aggravarsi delle sue condizioni fisiche e la minaccia del Covid che dilagava nelle carceri campane, Russo doveva continuare a vivere dietro le sbarre. Il 30 dicembre l'ultima video-telefonata ai familiari; poi, nella notte di San Silvestro, l'ultimo attacco cardiaco che non gli ha lasciato scampo nonostante i soccorsi prestati dal personale penitenziario e dal 118. Russo è morto nell'infermeria del carcere sammaritano.
Secondo l'associazione Carcere Possibile sono ancora troppe le ombre sul decesso del 54enne la cui salma, nel frattempo, è stata sottoposta all'autopsia che dovrebbe contribuire a chiarire le dinamiche della vicenda. La Onlus ora chiede espressamente a tutte le istituzioni competenti di fare chiarezza e di accertare le cause dell'ennesimo dramma consumatosi all'interno di un carcere. "Dinanzi al doloroso rinnovarsi di eventi che purtroppo involgono la perdita della vita - si legge ancora nella nota diffusa dal Carcere Possibile - appare inadeguata la replica, agitata con diffuse parole in mera difesa della categoria, alle pur vibrate ma doverose richieste di accertamento dei fatti da parte di chi ha il dovere di vigilare sui diritti dei più deboli".
Il riferimento è alla polemica divampata tra l'Associazione nazionale magistrati (Anm) e garanti dei detenuti che hanno diffuso la notizia della morte di Russo sui loro canali social. "Chi ha sbagliato deve pagare il suo debito ma non a prezzo della vita - aveva scritto il garante regionale Samuele Ciambriello - Quando la politica, ora pavida e cinica, riprenderà in mano i suoi poteri e i sui doveri?".
Immediata la replica dell'Anm: "La dichiarazione getta una inaccettabile ombra di iniquità sull'operato dei magistrati perché essa non è suffragata da alcuna analisi o elemento a sostegno di quanto prospettato e non tiene conto del costante senso di responsabilità che essi adoperano nel tutelare la salute dei detenuti".
I magistrati avevano criticato anche l'eco social delle dichiarazioni di Ciambriello per via dei commenti postati da alcuni internauti. "Commenti - sono parole della giunta dell'Anm - altamente diffamatori da parte di altri utenti nei confronti dei magistrati". Ora, però, è il momento di mettere da parte qualsiasi tipo di lite e ricordare che non si può morire di carcere in carcere: "Bisogna collaborare affinché la verità sulla morte di Renato Russo - conclude il Carcere Possibile - costituisca, oggi, l'unico comune obiettivo da perseguire, anche al fine di scongiurare il ripetersi di altri simili eventi".
di Ivan Grozny Compasso
padovaoggi.it, 8 gennaio 2021
Dal carcere: "Lo prevede la Costituzione. Nessun uomo è il suo reato". Savi sta scontando l'ergastolo a Padova. Rossella Favero della Cooperativa Altracittà: "Dopo venticinque anni non solo ha fatto un percorso personale, che ha scelto, seguito da persone esperte e competenti, ma ha pure fatto un percorso carcerario".
Polemiche per un nuovo permesso premio concesso per Natale ad Alberto Savi, fratello minore di Roberto e Fabio, i tre della tristemente famosa "Banda della Uno Bianca".
Savi sta scontando l'ergastolo a Padova, detenuto presso il carcere Due Palazzi. "Sono anni che va in permesso, non è mica la prima volta. Ormai è diventata una cosa normale, lui ha fatto più di venticinque anni di carcere e può usufruire di questi benefici. Poi lui è una persona molto discreta che agisce in modo da non finire nelle cronache, poi però ci finisce senza motivo". Rossella Favero è la responsabile del progetto 'AbitareRistretti', della Cooperativa Altracittà.
L'abbiamo contattata per sentire che ne pensa del can can che ha scatenato questa notizia, lei che Alberto Savi lo conosce molto bene. Per i familiari delle vittime ogni volta che si parla di permessi ai Savi è una ferita che si riapre. "Dopo venticinque anni non solo ha fatto un percorso personale, che ha scelto, seguito da persone esperte e competenti, ma ha pure fatto un percorso carcerario. La persona, lo dobbiamo ricordare sempre, non è il suo reato. Io molto laicamente credo nel buono delle persone e sono certa che si può lavorare attorno a questo. E lo dico confortata dalla legge".
Uno Bianca - Negli anni tra il 1987 al 1994 quelli della Uno Bianca, capeggiata dal maggiore dei fratelli Savi, Roberto, compiono più di 100 rapine e almeno 24 omicidi. Tra le loro vittime anche i tre carabinieri che svolgevano il loro servizio di pattuglia. Vennero trucidati dalla banda: uccisi sotto il fuoco pesante delle mitragliette, rimasero sul terreno Andrea Moneta, Mauro Mitilini, Otello Stefanini. Era 4 gennaio del 1991, trent'anni fa. "È evidente - evidenzia Rossella Favero - che quando cade questo anniversario siamo consapevoli di cosa rappresenti questa data". La vicenda giudiziaria della banda della Uno bianca è stata chiusa dalle sentenze definitive che hanno condannato i tre fratelli Savi e gli altri componenti, Marino Occhipinti all'ergastolo e Gugliotta a 18 anni. Vallicelli patteggiò 3 anni e 8 mesi.
Dolore - E col dolore delle vittime come si fa, chiediamo a Rossella Favero: "I familiari delle vittime hanno diritto al rispetto ed è il primo sentimento che abbiamo quando parliamo di persone che hanno commesso dei reati. Il primo pensiero non può che andare sempre a loro. Ma la Costituzione prevede, all'articolo 27, la rieducazione, la possibilità per il condannato di fare un percorso nuovo. Sulla base della legge si agisce, poi è chiaro che ci possono essere dei punti di vista diversi".
Rossella Favero usa spesso il termine sobrio quando parla di Alberto Savi e non possiamo non farlo notare visto che le azioni della Uno Bianca erano di quanto più efferato si è visto negli ultimi trent'anni nel nostro Paese: "Alberto Savi non si vuole mettere in mostra, non rivendica nulla di strano, infatti non ha mai fatto nulla di eclatante da quando è detenuto.
Quando dico che Alberto Savi è una persona sobria lo dico in questo senso, il suo è un atteggiamento di sobrietà proprio per il rispetto per le vittime che ha procurato. Alberto al contrario di altri, come ad esempio i fratelli, non fa nulla per attirare l'attenzione su di sé. È consapevole, molto consapevole del dolore che ha procurato. Se lo porterà dentro per sempre. Sobrio in questo senso".
Fratelli Savi - Ha ancora rapporti con i due fratelli, i veri leader della banda? "Lui non ha più, da anni, nessun rapporto con i fratelli. Questo lo posso dire con certezza. Ci sono però cose delle cose private, i percorsi di presa di coscienza che sono riservati. Quindi non posso certo dire molto di più". L'ex poliziotto dal 2017 può usufruire di permessi, regolarmente, mentre gli altri due Savi, i capi del gruppo, Fabio e Roberto, anch'essi ex poliziotti, sono in carcere a Bollate (Milano) e attualmente non godono di nessun beneficio. "Alberto ha prima lavorato per qualche anno al call center della cooperativa Giotto, poi è entrato nel laboratorio di digitalizzazione.
Ha seguito molta formazione in questo campo, ma ora, a causa del Covid sta lavorando come operaio perché molti laboratori sono fermi. È fondamentale il rispetto per le vittime, ma l'uomo non è il suo reato, e vale anche per chi ha commesso atti terribili. Noi lavoriamo per far emergere cosa c'è di positivo nelle persone. Ovviamente la persona ci deve mettere la sua volontà e la sua coscienza. Tutte le cooperative sociali che operano all'interno del carcere hanno questo intento, infatti andiamo molto d'accordo ed è facile cooperare".
Media e Covid - Ultimamente si è parlato di carcere di Padova solo per i suoi "detenuti eccellenti", prima Donato Bilancio e ora appunto Alberto Savi: "La stampa generalmente quando parla dei detenuti si scorda il contesto. Faccio un esempio, qualche settimana fa qualche giornale ha scritto che Alberto, come Donato Bilancia che poi è morto, era positivo al covid. Alberto era semplicemente in isolamento, ma non è mai stato positivo al Covid. Mi è spiaciuto perché si è persa l'occasione di parlare di come il carcere ha reagito al Covid e di questo invece ci sarebbe eccome da discutere. Io sono arrabbiata su come si sta gestendo in carcere questa emergenza. Magari ne parliamo un'altra volta".
Lo prendiamo come un impegno anche se insistiamo sul fatto che certe figure hanno un richiamo diverso: "È chiaro che ci sono dei detenuti su cui si concentra l'attenzione dei media. Bisogna distinguere tra la morbosità e la ricerca della verità".
Nessun manovratore o complotto - Lei che idea si è fatta della vicenda? Si è parlato di depistaggi e di tante strane cose in questi anni: "Io non sono un'esperta dei reati della Uno Bianca ma la mia impressione è che chi pensa a complotti dietro a questa vicenda, sbaglia.
I motivi probabilmente sono meno complessi di quanto si pensi, ed è per questo secondo me è ancora più terribile quanto avvenuto. La vicenda della Uno Bianca, l'ho sempre detto ad Alberto, è una di quelle storie con cui si fa fatica a fare pace, proprio per l'efferatezza insensata. Questo mi viene da dire ma non mi faccia aggiungere altro".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 8 gennaio 2021
Il diritto di difesa è sempre di più sotto attacco, come vi raccontiamo spesso dalle colonne di questo giornale. Ieri abbiamo scritto di una conversazione tra avvocato e indagato intercettata e addirittura trascritta. Oggi, invece, è la volta degli avvocati accusati di difendere imputati di gravi reati, come se a difendere un mafioso si diventasse mafiosi.
La storia parte da un fatto gravissimo: Gianni Lanciato, un rider napoletano di 52 anni che aveva perso il lavoro come macellaio in un supermercato, è stato assalito, picchiato e derubato da sei ragazzi mentre in sella allo scooter della figlia consegnava cibo per guadagnare qualche manciata di euro. Alcuni degli aggressori, quattro minorenni, sono stati già fermati dalle forze dell'ordine. Il Consigliere regionale di Europa Verde, Francesco Emilio Borrelli, che da tempo si spende a favore delle tutele dei rider, ha condiviso un video su Facebook, in cui tra l'altro ha tacciato gli avvocati di connivenza con i criminali. Il video è stato rimosso ma la testata Stylo24. it ha riportato uno stralcio delle dichiarazioni: "Noi siamo un'altra Napoli, ma c'è un pezzo della nostra popolazione, anche colletti bianchi e gente altolocata, fior fiore di avvocati penalisti che si sono arricchiti grazie al fatto che sono diventati esperti nel difendere, sostenere e muoversi a favore dei camorristi". Immediata è arrivata la reazione della Camera Penale di Napoli che in un lungo comunicato della Giunta ha espresso "profondo sconcerto per i rozzi ed incolti concetti espressi dal Consigliere Borrelli. Utilizziamo non a caso la parola "sconcerto", poiché nei circa 30 minuti di girato il consigliere riesce a polverizzare quasi tutti i principi costituzionali su cui si fonda la nostra Repubblica".
A partire da quello del diritto di difesa: "La funzione dell'avvocato è quella di difendere i singoli soggetti imputati - si legge sempre nella nota - e non i fenomeni criminali. È quella di far rispettare le leggi, quella di tutelare il singolo imputato - innocente o colpevole che sia - dalla forza di un apparato statale mastodontico che finirebbe per stritolarlo in assenza del corretto esercizio della difesa". In altri termini, "compito del penalista è quello di porsi quale strenuo difensore della Carta Costituzionale nel momento di maggior frizione tra i diritti dell'individuo e gli interessi dello Stato. È un ruolo di cui siamo fieri e rispetto al quale non abbiamo intenzione di cedere neppure di un millimetro", conclude il comunicato.
La dura reazione nasce dal fatto che per l'ennesima volta, non solo a Napoli, gli avvocati vengano accusati di difendere presunti pericolosi criminali, additati come nemici della società, e vengano fatti coincidere con il presunto reato commesso dai loro clienti: "Questa sorta di erronea ed intollerabile equiparazione - ci dice l'avvocato Marco Campora, neo eletto Presidente dei penalisti napoletani è frutto probabilmente di una concezione giustizialista e populista che noi ovviamente respingiamo fortemente. Noi ci appelliamo ad un senso di responsabilità politica, perché la politica deve cessare di cercare facili consensi e dovrebbe comprendere che il garantismo è un principio cardine della democrazia e sorregge gli equilibri sociali a partire dal rispetto della dignità dei cittadini".
Per il presidente Campora, l'anticorpo a fenomeni quali il populismo giudiziario e il panpenalismo "è sicuramente una rivoluzione culturale: bisogna capire che la richiesta di aumento delle pene e di ulteriori ipotesi di reato non risolve il problema; in termini di repressione le forze dell'ordine e la magistratura napoletana negli ultimi vent'anni hanno fatto tantissimo. Ciò che è mancato è proprio una attività di prevenzione insieme, ad esempio, a investimenti di politiche giovanili. E non bisogna scordarsi della scolarizzazione".
Al momento nessuna scusa, nessuna reazione da parte di Borrelli alla reazione della Camera Penale: "Ci auguriamo che le scuse arrivino a stretto giro. Le scuse dovrebbero essere rivolte non solo alla nostra categoria, ma a tutte quelle che sono state offese in maniera così generica in quel video in cui il consigliere fa un distinguo tra la 'città buona' e la 'città cattiva'".
Il problema, per l'avvocato Campora, è quindi "sociologico e politico: troppo semplice scagliarsi contro una serie di categorie segnate dalla bassa scolarizzazione, dalla povertà, dalla mancanza di prospettive e associarle alla criminalità senza prendere atto delle inadempienze da parte della politica che non è stata in grado di attuare una serie di principi costituzionali, tra cui quello dell'articolo 3".
di Emanuela Zanasi
Il Resto del Carlino, 8 gennaio 2021
La procura spiega che dall'autopsia non sono risultati segni di violenza. Nessun segno di percosse sul corpo di Salvatore Piscitelli. L'esame autoptico conferma la morte per overdose per il detenuto 40enne originario di Saronno, tra le vittime della violenta rivolta scoppiata lo scorso 8 marzo all'interno del carcere Sant'Anna. Il fascicolo per omicidio colposo aperto a Modena verrà presto trasferito alla procura di Ascoli Piceno per competenza territoriale.
È infatti nel carcere del comune marchigiano dove era stato trasferito nelle ore concitate della rivolta che Sasà ha trovato la morte. Sul decesso, ha ribadito ieri il procuratore Giuseppe Di Giorgio, ci sono ancora diversi punti da chiarire, alcune incongruenze tra le testimonianze depositate in procura e l'esito dell'autopsia. Testimonianze contenute in un esposto firmato da cinque detenuti presenti nel carcere modenese quella tragica giornata e sentiti poco prima di Natale in procura a Modena come persone informate sui fatti. Racconti che, se dovessero trovare conferma, dipingerebbero uno scenario sconvolgente.
"Emetteva versi lancinanti: è stato chiesto più volte l'intervento di un medico ma non è stato fatto nulla - hanno dichiarato nell'esposto - quella mattina la risposta è stata: 'Fatelo morire'. Verso le 10, 10.20 dopo diversi solleciti furono avvisati gli agenti che Salvatore era nel letto, freddo. Piscitelli era morto. Eppure hanno scritto che è deceduto in ospedale". Ma le procure di Modena ed Ascoli vogliono andare a fondo nella questione, dissipare una volta per tutte la nebbia intorno alla morte di Piscitelli sulla quale gravano ipotesi pesantissime quali le percosse, circostanza però questa che verrebbe scalzata dall'esito dell'autopsia, o una sottovalutazione delle sue condizioni fisiche.
Unico punto fermo per la procura l'esito dell'esame autoptico effettuato sul corpo di Piscitelli che, come per gli altri decessi, 'parlerebbe' di morte conseguente ad un'overdose. Overdose dovuta a quell'ingestione massiccia di metadone dopo che i detenuti, nel corso della rivolta, saccheggiarono la farmacia del Sant'Anna. A seguito di quella tragica giornata trovarono la morte nove detenuti, cinque all'interno del carcere modenese e quattro durante e dopo il trasferimento in altri penitenziari.
ilpiccolo.net, 8 gennaio 2021
Andrea Ferrari, di Ises: "Impiegare i detenuti restituisce loro dignità e autonomia". Idee in Fuga è una cooperativa sociale attiva nell'istituto penitenziario Cantiello e Gaeta di Alessandria per creare lavoro per i detenuti, sostenere diverse realtà sociali del territorio e sviluppa idee a favore del terzo settore promuovendone la sostenibilità. Fuga di Sapori è la prima bottega solidale in un carcere italiano: espone e vende produzioni di Economia Carceraria. Il progetto è nato per promuovere i prodotti di economia carceraria e dare vita a nuove collaborazioni con realtà che producono in diverse carceri italiane e fare emergere quanto di buono viene prodotto.
"Il punto di partenza è stato il progetto Social Wood - dice Andrea Ferrari, presidente di Associazione Ises - che ha permesso di creare all'interno della casa circondariale "Cantiello e Gaeta" un laboratorio artigianale di falegnameria per la produzione di mobili e accessori di arredamento realizzati principalmente con materiali riciclati, per poi specializzarsi in packaging in legno per aziende vinicole e birricole attente al made in Italy sociale. Il laboratorio artigianale coinvolge e impiega i detenuti restituendo loro dignità e autonomia, il tutto nel pieno rispetto dell'ambiente".
Il progetto raccoglie due importanti sfide della società moderna: la rieducazione del detenuto, come sancito dall'articolo 27 della Costituzione, e i principi di economia circolare. Social Wood è stato l'incipit di un progetto più ambizioso e strutturato che ha portato alla creazione della cooperativa sociale Idee in Fuga.
Molta attenzione è data alla sostenibilità e al lavoro in rete con altri enti del terzo settore: "Crediamo infatti che i progetti sociali debbano autosostenersi e sviluppare profonde sinergie tra tutti gli enti che operano con spirito sociale e di solidarietà. Grazie a questa vision, sono nate collaborazioni importanti con cooperative operanti nelle varie carceri italiane. I frutti di tali collaborazioni sono disponibili nella prima bottega in carcere d'Italia, ovvero un luogo dove tutte le produzioni sociali, a partire dalle produzioni di economia carceraria, trovano spazio, visibilità e promozione".
"Sono molte le collaborazioni tra Idee in Fuga e i vari Istituti italiani - aggiunge Dolores Forgione di Idee in Fuga -, - produzioni di Pozzuoli, Palermo, Mantova, Siracusa, Sant'Angelo dei Lombardi, Busto Arsizio, Aosta, Sondrio, Venezia e naturalmente i mobili di Social Wood diventano espositori: il miglior modo per creare un connubio tra le migliori produzioni sociali d'Italia".
Tutti i fondi raccolti grazie alle vendite vengono impiegati per acquistare nuovi attrezzi per la falegnameria, la formazione e il lavoro dei detenuti, offrendo loro una concreta possibilità di reinserimento lavorativo a fine pena, ma dando spazio ai vari progetti promuoviamo direttamente le attività sociali dei nostri partner, creando quindi un effetto moltiplicatore in tutta Italia, partendo da Alessandria.
La Città di Salerno, 8 gennaio 2021
Continua il digiuno "di dialogo e proposta" di Donato Salzano, militante del Partito Radicale. L'iniziativa è legata ai ristori e sostegni al reddito previsti dal decreto del Governo e le iniziative intraprese dal Comune in favore delle famiglie n salernitane che vivono in difficoltà economiche a causa della crisi economica provocata dal Covid.
Ebbene, secondo Salzano, queste iniziative avrebbero completamente ignorato ed escluso da ogni benefit la popolazione carceraria di Fuorni e tanti salernitani "a causa della manca riapertura dei termini" delle domande di adesione. "Ci preoccupa tantissimo il Covid che si sta diffondendo oramai velocemente soprattutto nelle comunità Penitenziarie e nella nostra di Fuorni - sottolinea Salzano in una sua nota - Tanto che, nonostante Rita Bernardini abbia condotto per oltre un mese uno sciopero della fame di dialogo e proposta insieme a miglia e miglia di detenuti e i loro familiari, ai militanti del Partito Radicale, purtroppo da allora nulla è cambiato, neanche dopo la lettera al Presidente della Repubblica e l'incontro con il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che in seguito ha anche prontamente fatto visita al carcere di Regina Coeli".
"Siamo certi per di più - aggiunge il militante radicale - che in questo momento terribile, i detenuti a Fuorni e le loro famiglie residenti non siano neanche stati ristorati con i buoni spesa di cui pur avrebbero tanto bisogno, come la manna dal cielo in questo periodo di restrizioni da Covid (da tempo non possono ricevere più né pacchi e né visite dei familiari)". Da qui lo sciopero del digiuno per chiedere che anche i consiglieri comunali di facciano carico del problema chiamando in causa l'Amministrazione e il sindaco Napoli.
di Benedetta Centin
Corriere del Veneto, 8 gennaio 2021
Ventotto positivi ieri mattina, 33 nel pomeriggio dopo il tampone molecolare. Sono i detenuti (su 390) contagiati dal coronavirus e isolati in una sezione del carcere "Filippo del Papa". Il bilancio è quello reso noto ieri dal direttore reggente della struttura, Fabrizio Cacciabue, che spiega anche come "al momento solo due presentano sintomi più gravi e vengono sottoposti ad apposita terapia nella casa circondariale". Se invece le condizioni si complicassero potrebbe essere disposto per i due il trasferimento in ospedale.
Lo stesso Cacciabue assicura "il rispetto dei protocolli previsti anche per il personale che opera con tutti i dispositivi di protezione individuale previsti e forniti dall'amministrazione". Gli agenti di polizia penitenziaria operano infatti con camici monouso, copri-scarpe, guanti, visiera e ogni presidio necessario per evitare contagi. "Operiamo con tutte le accortezze come in ospedale, non c'è preoccupazione per la gestione di questi detenuti che sono stati confinati fa sapere il comandante della penitenziaria al San Pio X, Giuseppe Testa - la situazione tra qualche settimana verrà superata".
Ad oggi sono due gli agenti positivi al tampone ma per mansione "non sono a contatto con i detenuti e risulta che abbiano contratto il virus fuori dal carcere, quando erano in ferie" fa sapere ancora Testa. Non possono quindi aggiungersi ai positivi registrati fino a ieri pomeriggio nella struttura di reclusione e cioè 33. Cinque di questi in particolare - gli ultimi risultati positivi al tampone molecolare - erano tra i 19 che avevano avuto contatti ravvicinati con i primi 28 contagiati ma ciò nonostante erano risultati negativi. Per precauzione, così come ha spiegato Cacciabue, tutti i quarantasette detenuti sono stati isolati dalla restante popolazione carceraria in una sezione del penitenziario, e a loro volta divisi tra quelli positivi e non. Erano quindi stati avviati i protocolli sanitari tra il personale di sorveglianza, mantenendo un continuo contatto con l'azienda sanitaria locale.
di Beppe Severgnini
Corriere della Sera, 8 gennaio 2021
L'America non è guarita, ma dovrebbe aver capito che la medicina non è la follia clinica di QAnon o le battute aberranti di Rudy Giuliani, e davanti a Capitol Hill il partito repubblicano ha visto l'abisso, e farà quasi certamente un passo indietro.
Sconcerto, preoccupazione, disgusto. Perfino sollievo, alla fine. Sorpresa, no. L'assalto al Congresso degli Stati Uniti d'America non deve stupirci. Un'azione simile - assurda e provocatoria - maturava da quattro anni: da quando Donald Trump è alla Casa Bianca, dove ha fatto di tutto per dividere la nazione che avrebbe dovuto unire. Non gli è bastato. Da due mesi il presidente nega la sconfitta elettorale, ripetendo pericolose falsità. Ha citato, evocato, corteggiato i fanatici e incitato i violenti. Che, alla fine, hanno risposto.
Gente che si arrampica sui muri, sfonda le finestre, spacca insegne e cartelli, si sdraia nel seggio della speaker della Camera, si porta via un leggìo come souvenir. Gente con le armi, con i caschi, con le maschere, con le corna e le pellicce, con magliette che inneggiano ad Auschwitz. Immagini che sembrano uscire da una serie televisiva distopica, ma non devono ingannare. A Washington DC è andata in onda la realtà: abbiamo assistito a un tentativo di colpo di Stato. Goffo e improbabile, forse. Ma resta un assalto alle istituzioni democratiche. Chi minimizza, diventa complice.
C'è qualcosa di sacrilego, nella vicenda di cui siamo stati testimoni. E si aggiunge al numero dei morti, dei feriti, degli arresti, dei danni. Gli Stati Uniti d'America - nazione giovane, democrazia vecchia - vivono di simboli e di rituali: dal giorno del Ringraziamento al dollaro verde, dalla Casa Bianca al Congresso sulla collina. L'assalto cui abbiamo assistito è uno sfregio a questa idea di convivenza. Uno sfregio e un imbarazzo planetario: è orribile diventare lo zimbello del mondo, dopo esserne stati a lungo l'ideale. Sarebbe affascinante conoscere i commenti al Cremlino e nella Città Proibita di Pechino, mentre andavano in onda le immagini dalla capitale degli Stati Uniti d'America.
C'è solo una consolazione in quanto è accaduto, ed è questa. L'epilogo shakespeariano dell'avventura presidenziale di Donald Trump - il Re Lear di Mar-a-Lago, ha scritto qualcuno - rappresenta la fine di un esperimento: quello del populismo aggressivo, condito di negazionismo e ossessioni, cullato dagli algoritmi dei social. I titani digitali non hanno aspettato di sapere se verrà invocato il XXV Emendamento, che consente di sostituire il presidente se "impossibilitato a esercitare i poteri e i doveri del suo ufficio" (unable to discharge the powers and duties of his office): hanno bloccato gli account Twitter, Facebook e Instagram di Donald Trump, per impedirgli di fare altri danni.
Il presidente uscente è imperdonabile. Ma senza l'assalto al Congresso - state certi - qualcuno avrebbe provato a trovargli attenuanti. Lo stesso Trump avrebbe provato a usare la base dei sostenitori irriducibili per costruirsi un trampolino per tornare nel 2024, direttamente o per interposta figliola. Avrebbe raccolto fondi, creato un canale televisivo personale, sabotato la nuova amministrazione in ogni modo e in ogni momento. Proverà a farlo comunque? Certo. Ma quanti saranno disposti a dargli retta? Il partito repubblicano, davanti a Capitol Hill, ha visto l'abisso, e farà quasi certamente un passo indietro.
Questo non significa che l'America sia guarita. Ma dovrebbe aver capito che la medicina non è la follia clinica di QAnon o le battute aberranti di Rudy Giuliani, ormai l'ombra della persona che era. Donald Trump ha chiamato "patrioti" i sovversivi e vincente se stesso, sconfitto nelle urne e dalla storia. A questo punto tutto appare chiaro, anzi cristallino: impossibile non capire chi è l'uomo e qual era il suo progetto. È finito il tempo delle giustificazioni, delle attenuanti, dei distinguo. Possiamo - anzi, dobbiamo - cercare di capire il disagio di chi si sente escluso, negli Usa e non solo. Ma guai ad accettare che il disagio autorizzi un colpo di Stato.
Il trumpismo, con ogni probabilità, è finito il 6 gennaio 2021. Lo spettacolo di Donald Trump riserverà ancora qualche esibizione, nei giorni che mancano all'insediamento del successore Joe Biden e dopo aver lasciato la Casa Bianca. Ma i propositi, i metodi e i comportamenti del 45° presidente sono morti davanti alle colonne bianche del Congresso, in un pomeriggio di gennaio. Per l'America è tempo di guardare avanti.
di Andrea Pugiotto
Il Riformista, 8 gennaio 2021
Cento anni fa nasceva Leonardo Sciascia: le sue idee, il suo stile, il suo lascito. La sua parola è cristallina, setacciata da inutili eccessi. Persegue un ideale di semplicità inteso come complessità risolta. Eretico come Pasolini, sempre controcorrente, inseguì nei suoi scritti e in politica la volontà di ricondurre la società sulla retta via del diritto. Osteggiato per questo dalla sinistra storica, proseguì la sua battaglia nei radicali. Il tempo gli ha dato ragione.
1. Cent'anni fa, oggi, nasceva Leonardo Sciascia. Pare ancora di vederlo: "Piccolo, fragile, tenebroso, la fronte ampia e il viso pallido perennemente avvolti dal fumo delle sigarette, Sciascia parlava poco, preferiva soprattutto ascoltare. Aveva il passo incerto e portava il bastone, a segnalare il vezzo di un precoce, compiaciuto, invecchiamento. Quando Nisticò [il direttore de L'Ora di Palermo], fulminato da una sua osservazione, gli chiedeva un pezzo, non rispondeva subito: ci pensava e si presentava la mattina dopo, tirando fuori dalla tasca della giacca due fogli piegati in quattro. "Spero possa andare bene", diceva (Marcello Sorgi, Le sconfitte non contano, Rizzali, 2013). Impossibile ripercorrerne le opere e i giorni nello spazio di un articolo di giornale. Meglio optare per una chiave narrativa: Gioacchino Criaco ne ha parlato muovendo dalla sua sicilianità (Il Riformista, 5 gennaio), Valter Vecellio attraverso coinvolgenti testimonianze (II Riformista, 6 e 7 gennaio); qui interessa la relazione profonda, quasi fusionale, tra il tema della legalità e la scrittura sciasciana.
2. Parto dalla sua cifra stilistica: la parola di Sciascia è cristallina, setacciata da inutili eccessi, cesellata fino al dettaglio. d'ispirazione volterriana: "Questo modello di scrittore, chiaro, svelto, conciso, intelligente, sintetico, ironico: ecco tutto ciò che per me rappresenta la chiave della scrittura e del vero mestiere" (cosi nell'intervista di Marcelle Padovani, La Sicilia come metafore Mondadori, 1979). Le sue pagine hanno una struttura sintattica modernissima a vocazione cinematografica. trasposte spesso in celluloide: Porte Aperte di Gianni Aurelio, Il giorno della civetta di Damiano Damiani, A ciascuno il suo e Todo modo di Elio Petri, Cadaveri eccellenti di Francesco Rosi (tratto da II contesto), Il Consiglio d'Egitto e Una storia semplice per la regia di Emidio Greco. A riassumere la scrittura di Sciascia basta una parola: semplicità, intesa come complessità risolta. Non a caso, "Le cose sono sempre semplici" ripete il protagonista di Candido. Non a caso, Una storia semplice è il titolo del suo ultimo romanzo.
3. Non è solo un fatto stilistico: in Sciascia, forma e sostanza sono consorti. Lo rivela un inciso de La strego e il capitano, dove rende omaggio al Manzoni della Colonna infame, "alla quale mai ci stancheremo di rimandare il lettore, e per tante ragioni: che sono poi quelle per cui scriviamo e per come scriviamo". Questo è il punto: per Sciascia conta non solo cosa dici, ma come lo dici. Nominare appropriatamente le cose, infatti, significa generarle, rendendole intellegibili, in una rinnovata mimesi laica della biblica Genesi. Sta qui, in questa capacità creativa, la responsabilità etica dello scrivere. Dovrebbe valere a maggior ragione per il linguaggio giuridico, massimamente prescrittivo. Eppure non accade spesso. In tema di delitti e castighi, c'è però una norma costituzionale che sembra scritta da Sciascia: è l'art. 27, 4° comma, riformulato nel 2007, a tenore del quale "non è ammessa la pena di morte". Riforma epocale, come ho già argomentato su queste pagine (Il Riformista, 2 gennaio), che fa finalmente dell'Italia un Paese incondizionatamente abolizionista. Sciascia redivivo l'avrebbe certamente apprezzata, convinto com'era che "la pena di morte non ha niente a che fare con la legge: è un consacrarsi al delitto, un consacrare il delitto" (Il cavaliere e la morte). Cosi come per il giudice a latere protagonista di Porte aperte, "è un principio di tale forza, quello contro la pena di morte, che si può essere certi di essere nel giusto anche se si resta soli a sostenerlo".
4. Diceva di sé Leonardo Sciascia: "Io non ho il senso dell'opportunità". Un'autentica anomalia in un Paese dov'è invece sviluppatissimo, fino all'opportunismo. La sua ereticità (com'è accaduto anche a Pier Paolo Pasolini) ne ha fatto uno degli intellettuali più divisivi in vita, salvo poi - post mortem - essere trasversalmente e universalmente apprezzato. Eppure, ripensando allo Sciascia polemista, spesso la ragione stava dalla sua parte. Vale per la tesi - esposta ne "Il giorno della civetta", pubblicato nel 1961 - secondo cui per scoprire le connivenze mafiose è necessario per gli inquirenti seguire l'odore dei soldi, indagando il tenore di vita dei sospetti: "Sarebbe meglio si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuori serie, le mogli, le amanti di certi funzionari: e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso". Vale anche per le principali ipotesi de L'affaire Moro: la tesi dell'autenticità delle lettere di Aldo Moro, dichiarate "false" con tombale sicurezza anche dai suoi amici. Quanto alle ipotesi investigative formulate da Sciascia, l'incredibile ritrovamento del memoriale di Moro avvenuto nel 1990 farà scrivere ad Adriano Sofri (L'ombra di Moro, Sellerio, 1991) che "naturalmente, le nuove puntate superano le immaginazioni più romanzesche, e davanti al pannello scoperchiato di via Monte Nevoso sembra di vedere, appena più appoggiato a un suo bel bastone dal pomo d'argento, Leonardo Sciascia che non aveva resistito, neanche da lì, alla deliziata tentazione di un sopralluogo". Infine, pensando agli effetti di sistema prodotti dall'assassinio dello statista democristiano, come non definire profetica la citazione di Elias Canetti posta in esergo al libro: "La frase più mostruosa di tutte: qualcuno è morto "al momento giusto".
5. Dalla parte del torto non era Sciascia neppure quando fumò per il Corriere della Sera, il 10 gennaio 1987, l'articolo sui professionisti dell'antimafia. Esecrato come un attacco al sindaco di Palermo Orlando e al procuratore di Marsala Borsellino, era invece una preveggente denuncia di quel moralismo giustizialista che, oggi, è all'ordine del giorno: gli indignali di professione che fanno della lotta in nome delle vittime la cifra della propria carriera; l'unanimismo anti-mafioso - costi costituzionalmente quel che costi - che espelle il dissenso ed esenta da ogni critica razionale; l'affermazione - scriveva Sciascia - di una "cultura delle manette" alimentata dalla "cultura dell'indiscrezione" che salda insieme uffici giudiziari e testate giornalistiche. Eppure, nella polemica che ne segui, Sciascia fu appellato come un "quaquaraquà", dispregiativo che il capo cosca don Mariano usa nel dialogo con il capitano Bellodi sulle cinque categorie in cui classificare l'umanità (Il giorno della civetta). Detto altrimenti, gli alfieri della retorica dell'antimafia adoperarono un appellativo mafioso contro chi anti-mafioso lo era da sempre, e ben prima di loro. Ora come allora, è la regola nella meschina polemica politico-giudiziaria italiana, dove non conta l'argomentazione ma solo la delegittimazione dell'interlocutore.
6. Non è vero, infatti, che il fine giustifica i mezzi, neppure nella lotta alla criminalità organizzata. Lo aveva ben chiaro Sciascia, che della legalità faceva una religione laica, contrapponendola al "sentire mafioso: cioè di un modo di realizzare la giustizia, di amministrarla, al di fuori delle leggi e degli organi dello Stato" (Il giorno della civetta). Ben sapendo - come il capitano Bellodi - che è inutile, oltre che pericoloso, vagheggiare una sospensione di diritti costituzionali: "Sorse, improvvisa, la collera. Il capitano senti l'angustia in cui la legge lo costringeva a muoversi; come i suoi sottufficiali vagheggiò un eccezionale potere, una eccezionale libertà di azione. Una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali, in Sicilia e per qualche mese: e il male sarebbe stato estirpato per sempre. Ma gli vennero alla memoria le repressioni di Mori, il fascismo: e ritrovò la misura delle proprie idee, dei propri sentimenti". Per difenderci dal "diritto di inquisire" (Candido) abbiamo solo la Costituzione come freno al potere. Quando, invece, l'eccezione si fa regola in nome dell'emergenza, e l'emergenza si fa quotidiana, è allora che i mezzi straordinari prefigurano fini dissimulati. E allora - come suggerisce il sostituto Vice, protagonista de "Il cavaliere e la morte" - che "si può sospettare che esista una segreta carta costituzionale che al primo articolo reciti: a sicurezza del potere si fonda sull'insicurezza dei cittadini".
7. La presa di distanza dalla sinistra storica e l'impegno parlamentare tra le fila dei Radicali disorientò molti dei suoi amici, ai quali Sciascia rispose lapidarie "Contraddissi e mi contraddissi". Invero, autenticamente radicali erano molte delle sue convinzioni: l'immutabilità dell'eterno fascismo italiano, l'angoscia provocata dalla macchina giudiziaria se guidata fuori dalle regole dello Stato di diritto, l'avversione al potere che "è sempre altrove", il culto per la memoria collettiva.
C'è una bella fotografia, scattata nel momento in cui Marco Pannella dice a Sciascia, nella sua casa palermitana, che i Radicali non hanno più il colpo in canna per sparare sulla dinamite che hanno accumulato: la sua candidatura può essere quel colpo. Sciascia si prende qualche minuto per decidere, fuma una sigaretta in silenzio, poi risponde parafrasando il Vangelo: "Hai bussato perché sapevi che era già aperto" (Valter Vecellio, Leonardo Sciascia. La politica, il coraggio della solitudine, Ponte Sisto, 2019). Capolista alla Camera ed al Parlamento europeo nelle elezioni del 1979, verrà eletto ad entrambi (anche con il mio voto), optando poi per Montecitorio. Sarà un'esperienza feconda: Sciascia, infatti, ha lasciato tracce profonde negli atti parlamentari (ben selezionati da Lanfranco Palazzolo, Leonardo Sciascia deputato radicale, 1979-1983, Kaos Edizioni, 2004). Impressiona la cifra di tale materiale. Come ricorda Marco Boato, all'epoca deputato radicale come Sciascia: "Nell'Aula della Camera parlò pochissimo, e sempre con interventi di pochi minuti, che leggeva con voce lenta e roca, dopo averli preparati con scrittura minuta e minuziosa su pochi foglietti. Lui sembrava voler passare alla storia come il recordman della brevità, dell'icasticità di parole brevi e quasi scolpite sulla pietra. Appena aveva terminato di parlare, lo pregavo di lasciarmi quei pochi foglietti appena letti nel silenzio più assoluto, caso rarissimo nella vita quotidiana della Camera" (Andrea Camilleri, Un onorevole siciliano, Bompiani, 2009). Finivano pubblicati, quei foglietti, come editoriali di Lotta continua.
8. Da tutti questi punti di vista, il confronto con il presente è davvero mortificante e demoralizzante. Leonardo Sciascia ha avuto una centralità nello spazio pubblico oggi impossibile, semplicemente perché intellettuali di pari levatura non esistono più. Anche in tale assenza risiede una delle cause del declino del Paese, perché - come ebbe a dire Marco Pannella, congedandosi dalla vita - "quando te ne vai, bisogna vedere quanti sono coloro che fanno della tua mancanza una presenza", per poi proseguire.
di Alessandra Briganti
Il Manifesto, 8 gennaio 2021
Le migliaia di disperati bloccati al confine con la Croazia hanno perso la libertà di movimento, un principio fondamentale per l'Europa che oggi viene negato ai più poveri.
"Non ho mai visto nessuno morire di febbre o di dolori alla schiena". Quelle parole rimbombano ancora nella testa di Mohammed. Una pugnalata da chi pensava fosse lì ad aiutarlo. "Ho pianto quella notte" racconta con il filo di voce che gli è rimasta. Mohammed, 30 anni, pakistano, si è ammalato pochi giorni dopo l'incendio che il 23 dicembre scorso ha devastato il campo profughi di Lipa, lasciando all'addiaccio quasi un migliaio di persone.
"Ho la febbre da dieci giorni, ho implorato che mi dessero delle medicine. Quel giorno non riuscivo nemmeno a respirare, avevo freddo". Tutto quello che Mohammed è riuscito ad ottenere è stata una risposta sprezzante e delle pillole di ibuprofene mandate giù a stomaco vuoto. "Non mangiavo da tre giorni, l'ultima volta che ho fatto una doccia è stato 15 giorni fa, l'ultima volta che ho cambiato i vestiti è stato 15 giorni fa, l'ultima volta che ho parlato con la mia famiglia è stato 15 giorni fa".
Quindici giorni: un lasso di tempo interminabile per i dannati di Lipa che hanno perso il poco che avevano nell'incendio divampato nella tendopoli. E mentre il mondo brindava con speranza all'arrivo del nuovo anno, la speranza dei migranti di trovare un po' di sollievo alla loro sofferenza è svanita completamente dopo l'ennesimo braccio di ferro tra Ue, organizzazioni umanitarie e autorità bosniache. "Si sgombera il campo", era stato annunciato sul finire dell'anno. I profughi erano già pronti a lasciarsi alle spalle l'incubo di quei giorni, ma gli autobus arrivati lì per portarli in un'ex caserma di Bradina, villaggio di Konjic a sud di Sarajevo, non sono mai partiti. Sarajevo non è riuscita a superare l'opposizione delle autorità locali e dei residenti di Bradina accorsi davanti alla struttura militare per manifestare contro l'arrivo di ospiti indesiderati.
E così i migranti sono ripiombati nell'incubo. La Bosnia ha fatto l'ennesimo, vano tentativo di riportare i migranti a Bihac, cittadina al confine con la Croazia dove l'Agenzia dell'Onu per le Migrazioni (Oim) gestiva fino al settembre scorso un centro di accoglienza allestito nell'ex fabbrica di Bira. Il sindaco di Bihac Suhret Fazlic, sceso in piazza con i residenti a protestare, però si è opposto. Il peso dell'emergenza è ricaduto interamente sulla città, ha ripetuto Fazlic, ma i soldi per la gestione della crisi non sono mai arrivati, né quelli dell'Europa né quelli del governo.
Così Sarajevo si è arresa e ha mandato dei militari sul posto per allestire delle tende sulle rovine del campo, impastate di fango e ghiaccio, dove continuano a sciamare corpi sfigurati dal freddo e dalle torture inflitte dalla polizia croata ai confini. "Non ci sono materassi, né letti, al campo non c'è acqua, né elettricità", continua Mohammed. "Ho paura, non so cosa ne sarà di noi. Siamo soli, lontani dalle nostre famiglie. È vero, siamo poveri, ma la povertà non è una colpa".
Nei giorni scorsi l'Ue ha stanziato 3.5 milioni di euro per far fronte alla catastrofe umanitaria che coinvolge oltre agli sfollati di Lipa, anche altri duemila migranti rimasti fuori dai centri d'accoglienza in Bosnia. Soldi che si aggiungono agli 88 milioni di euro che dal 2018 l'Europa ha donato principalmente all'Oim per gestire la crisi dei migranti in Bosnia.
"Una situazione inaccettabile" ha tuonato l'Alto rappresentante dell'Ue per gli affari esteri Josep Borrell che in un lungo post ha denunciato l'inezia delle autorità bosniache e ha lamentato la violazione dei diritti umani dei migranti da parte della Bosnia. "L'Europa ha solo spostato il problema dei migranti alle sue frontiere - commenta la scrittrice bosniaca Elvira Mujcic - ma se migliaia di persone si trovano oggi in queste condizioni è perché l'Ue quelle frontiere le ha chiuse. È un film già visto: l'Europa ha messo sotto il tappeto le proprie responsabilità durante la guerra in Bosnia che pure avveniva sul suolo europeo, e lo fa anche oggi: decidere di fermare il flusso non è qualcosa che può avvenire in maniera indolore".
Non vuole trovare giustificazioni a decisioni che non hanno alibi Mujcic, ma il contesto è importante per capire in che misura vadano ripartite le responsabilità della tragedia in corso: "In tante aree del Paese - prosegue la scrittrice - ci sono infrastrutture segnate dal logorio del tempo o perché costruite dopo la seconda guerra mondiale o perché distrutte dalla guerra degli anni Novanta. In alcuni quartieri della capitale manca l'allacciamento idrico e la rete fognaria. Senza parlare poi del fatto che la Bosnia stessa conta migliaia di sfollati interni che da 25 anni aspettano di avere una casa".
Solo nel cantone di Sarajevo gli sfollati del conflitto sono tra gli 8 e i 9mila, quasi lo stesso numero dei migranti in transito sul territorio bosniaco. "L'emergenza dei migranti - prosegue Mujcic - si aggiunge all'altra emergenza in cui si è voluto mantenere il Paese dalla fine della guerra. Gli stessi bosniaci hanno iniziato a emigrare in Europa davanti all'immobilismo di un dopoguerra che non passa mai". La questione, prosegue la scrittrice e autrice tra l'altro di "Consigli per essere un bravo immigrato", non sono le risorse stanziate dall'Ue, ma il riconoscimento di un diritto, quello alla libertà di movimento, che viene negato a chi proviene da Paesi poveri: "Il mondo capitalista non guarda ai diritti dell'uomo, tutt'al più guarda ai cittadini e li divide in cittadini di serie A e di serie B, in expat e migranti economici. Noi stessi siamo portati a fare questa differenza, a strutturare il nostro rapporto con l'Altro in una logica di subordinazione. Persino la solidarietà è qualcosa che viene concessa e la parola concedere è essa stessa fuorviante: tu non concedi nulla che hai tolto. L'Europa non riconosce il diritto a muoversi di persone che vengono da determinate aree del mondo e si fa passare questo riconoscimento per una concessione. Qui nasce la follia, qui nasce quella narrazione dell'Altro che vuole un migrante non abbastanza migrante se ha un telefonino o non è abbastanza magro. E quelle persone che premono alle frontiere in mezzo al fango e alle torture stanno lì a ricordarci una cosa: non c'è diritto negato che non possa essere riconquistato".
- "Schiavi delle milizie", di Alpha Kaba
- Bologna. Il problema dei "bambini detenuti": seminario di approfondimento
- Gran Bretagna, i Lord contro l'uso dei bambini come spie
- Stati Uniti. Anni di modifiche genetiche, sull'odio è nata una nazione
- Etiopia. Rapporto sulla strage di civili in Oromia: "la polizia stava a guardare"











