di Claudia Morelli
altalex.com, 12 aprile 2021
Giustizia: la trattazione in versione "emergenziale" delle cause è prorogata al 31 luglio prossimo (a prescindere dalle scelte del Governo riguardo al termine dell'emergenza sanitaria, per ora fissata al 30 aprile 2021). Nulla cambia per il processo civile e per il processo tributario da remoto, mentre qualche novità è prevista per il processo penale. Intanto la Camera e il Senato approvano il parere sul decreto ministeriale relativo al tariffario delle intercettazioni, trojan compreso. Facciamo il punto dopo Pasqua, iniziando dalle novità e dalle conferme per la Giustizia, previste dal decreto legge "pre-pasquale" n. 44/2021 (Misure urgenti per il contenimento dell'epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-CoV-2, di giustizia e di concorsi pubblici).
Proroga del periodo di gestione "emergenziale" dei processi ordinari - Il decreto fissa il nuovo termine al 31 luglio, con la scelta di separare questo termine dalle decisioni del Governo relative alla dichiarazione di emergenza sanitaria. È una questione di certezza, spiega la relazione al decreto legge, imposta dalla richiesta degli operatori "di avere quanto prima indicazioni certe circa la proroga futura di applicazione degli istituti emergenziali, per l'esigenza di programmare le diverse attività avendo chiara contezza di quali saranno le disposizioni in concreto applicabili. In ossequio a questa esigenza, tanto più importante per quegli istituti che onerano le parti di compiere attività prima della udienza (come nel caso delle udienze cartolari), è certamente necessario stabilire già ora se la loro applicazione proseguirà dopo il 30 aprile".
Per il Ministero della Giustizia il "complesso delle disposizioni dettate per l'esercizio dell'attività giurisdizionale durante l'emergenza sanitaria Covid 19 ha dato buona prova di sé e, dopo i vari affinamenti via via operati, non ha incontrato resistenze significative da parte di tutti gli operatori". Corre l'obbligo di osservare che, a dispetto di quanto leggiamo nella relazione, gli avvocati penalisti si sono astenuti dalle udienze dal 29 al 31 marzo e che gli avvocati civilisti e tributaristi hanno segnalati d dovuto registrare diversi malfunzionamenti, i primi; e la predominante propensione dei giudici tributari alla trattazione scritta delle cause. Ma tant'è.
Gli istituti prorogati nel processo civile e penale - Sono quelli previsti dall'articolo 23 (udienze da remoto, camera di consiglio in Cassazione per le cause a trattazione pubblica salvo diversa richiesta, camere di consiglio da remoto, copie esecutive di sentenze e di altri provvedimenti rilasciate con documento informatico), dall'articolo 23 bis (appelli penali in camera di consiglio, salvo richiesta di discussione orale), dall'articolo 23 ter (disposizioni sulla sospensione del corso della prescrizione e dei termini di custodia cautelare nei procedimenti penali, nonché sulla sospensione dei termini nel procedimento disciplinare nei confronti dei magistrati) e dall'articolo 24 (Disposizioni per la semplificazione delle attività di deposito di atti, documenti e istanze) del decreto legge n. 137/2020 come modificato dalla legge 176/2020. Prorogate al 31 luglio anche le disposizioni dell'articolo 221 del decreto legge n. 34/2020 (udienze cartolari; depositi telematici in Cassazione; udienze in presenza su istanza delle parti; deposito telematici degli atti di indagini preliminari).
Le novità del decreto legge "pre pasquale" diverse dal differimento - Si estende la tipologia di procedimenti penali ai quali possono applicarsi (se compatibili) le disposizioni dall'articolo 23 bis, che arriva a comprendere anche i procedimenti di appello contro le ordinane in materia di sequestro preventivo e di revoca, allineandone la disciplina a quella delle misure cautelari personali. In secondo luogo, sono estese al processo penale telematico alcune "cautele" già previste nel PCT, in caso di malfunzionamento dei sistemi e della piattaforma informatica. In particolare, valgono anche per il PPT: a) la tempestività del deposito telematico se è eseguito entro le ore 24 del giorno di scadenza del termine, anche al fine di "rendere inequivoco il funzionamento e il deposito in termini legali sul portale 24 ore su 24; b) viene qualificato il malfunzionamento verificato e accertato come condizione per restituire alla difesa il termine di deposito; c) la possibilità che il giudice, valutato il malfunzionamento e comunque in via eccezionale, ammetta le parti a depositare gli atti in cartaceo.
Processo amministrativo - Proroga al 31 luglio della norma dell'articolo 24 del decreto legge n. 137/2020 per la discussione orale da remoto nelle udienze camerali o pubbliche su richiesta di tutte le parti costituite o d'ufficio. Proroga anche per il processo contabile, che subisce altri interventi integrativi alla luce delle difficoltà emerse nel periodo emergenziale.
Processo tributario - Proroga al 31 luglio 2021 delle disposizioni previste dall'articolo 27 del decreto legge 137/2020 (udienze da remoto autorizzate con decreto del presidente della commissione tributaria e decisione sullo stato degli atti salvo diversa richiesta delle parti ed eventuale trattazione scritta).
Assunzioni e concorsi - Il decreto legge prevede disposizioni sia in materia di differimento del valore delle delle graduatorie del personale del ministero della Giustizia, sia in tema di concorso in magistratura indetto con d.m. 29 ottobre 2019. In particolare è esclusa la prova pre selettiva, mentre è prevista una firma semplificata per quanto riguarda le prove scritte semplificatorie per la prova scritta tra cui lo svolgimento di elaborati sintetici su due delle tre materie "ordinarie": civile, penale e amministrativo.
Di rilievo il passaggio della relazione che specifica come la sinteticità degli elaboratori darà modo alla commissione esaminatrice di "valutare le capacità di sintesi del candidato, profilo che risulta qualificante nell'ambito del bagaglio culturale dei futuri magistrati". In conseguenza passa da otto ore a quattro il tempo a disposizione per completare la prova scritta di concorso.
Decreto ministeriale con il tariffario per le prestazioni funzionali alle intercettazioni
La Camera dei Deputati, martedì scorso, ha reso parere favorevole allo schema di decreto ministeriale che stabilisce il tariffario per le prestazioni funzionali alle intercettazioni (si veda La tariffa del trojan), nonostante le numerose critiche provenienti dalle società hi tech, preoccupate di non poter coprire i costi sostenuti per i sistemi informatici - anche in funzione di sicurezza - con le tariffe disposte dal ministero della Giustizia.
Nel parere sono formulati alcuni rilievi migliorativi del dm, che però il Ministero è libero di non seguire, volti a rafforzare le garanzie di sicurezza e riservatezza: il riferimento esplicito al rispetto dell'articolo 268 c.p.p. - che sovraintende alle operazioni di intercettazioni- tra gli obblighi dei fornitori delle prestazioni ad assicurare la conservazione e la gestione, mediante canali cifrati, dei dati raccolti negli archivi informatizzati, nel rispetto dei requisiti di sicurezza e della necessità del loro trattamento secondo criteri di riservatezza, disponibilità e integrità, nel rispetto di quanto previsto dall'articolo 268 del codice di procedura penale; inoltre, con specifico riferimento alla categoria "intercettazioni delle comunicazioni di tipo informatico o telematico (attiva attraverso captatore elettronico)", limitare il riferimento all'acquisizione "della rubrica dei contatti, della galleria fotografica e dei video realizzati o comunque presenti, delle password, con funzione di keylogger", quando non rientri nei flussi di comunicazione, all'ambito dell'attività di indagine sottoposta alle condizioni di cui agli articolo 247 e seguenti del codice di procedura penale.
di Franco Corleone
L'Espresso, 12 aprile 2021
La malattia di questo Paese è il populismo diffuso in tutti i settori vitali ed è essenziale ricostruire una comunicazione fondata sulla verità dei fatti. La pandemia è stata il terreno privilegiato in cui si è esercitata la rincorsa di opinioni svariate tutte ammantate di scienza, in realtà non suffragate da dati certi. Televisioni e giornali non riescono a fornire i dati dei casi dei contagi parametrati con la popolazione delle regioni; il numero dei morti non è accompagnato dall'età delle persone e dei luoghi del decesso (in casa, in ospedale, in strutture sanitarie).
di Giuseppe Pignatone
La Stampa, 12 aprile 2021
La Camera ha recepito la direttiva Ue: più tutele agli imputati, ma senza limitare la cronaca. Il 30 marzo la Camera ha approvato il recepimento della direttiva europea 234/16 sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza.
Un passo che era stato ritenuto superfluo solo tre anni fa dal governo Gentiloni, allorché si ritenne che nel nostro Paese tali indicazioni fossero già garantite dalle leggi vigenti, in primo luogo dall'articolo 27 della Costituzione che prevede la presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva.
Al centro del recente dibattito c'è stata, in particolare, quella parte della direttiva che recita: "Gli Stati membri adottano le misure necessarie per garantire che, fino a quando la colpevolezza di un indagato o di un imputato non sia stata legalmente provata, le dichiarazioni pubbliche rilasciate da autorità pubbliche non presentino la persona come colpevole".
Per formulare un giudizio completo sulla nuova normativa sarà necessario attendere le ulteriori misure che (e se) saranno adottate, ma il recepimento è comunque un fatto positivo perché sottolinea l'esigenza di tutelare l'immagine del cittadino indagato o imputato, ponendo in particolare l'accento su quali informazioni vadano rilasciate e in quale modo, dall'autorità pubblica. Cioè, nel nostro sistema, in primo luogo dalle Procure e dalla polizia giudiziaria. Su alcuni punti, però, è necessario evitare equivoci.
Se, per restare al caso più frequente e significativo, la notizia è costituita dall'esecuzione di una misura cautelare disposta dal Gip, oggetto dell'informazione non possono che essere i fatti addebitati e gli elementi a sostegno delle decisioni del giudice. In questo frangente, sarebbe un controsenso presentare la persona indagata come certamente innocente.
Cosa diversa e doverosa è, invece, porre in rilievo che si tratta solo di una fase - importante, ma non definitiva - di una procedura complessa, solo al termine della quale la colpevolezza sarà accertata da una sentenza irrevocabile. Ma questa precisazione non è nella disponibilità del Pm o della polizia giudiziaria, perché dipende solo dalla libera scelta del giornalista.
Nella mia lunga esperienza, ho potuto constatare che solo in rari casi gli organi di informazione hanno dato atto della presunzione di non colpevolezza dell'indagato nonché del carattere non definitivo del provvedimento, che io stesso o altri colleghi avevamo sempre avuto cura di sottolineare in sede di conferenza stampa o di incontri informali con i giornalisti.
Considerazioni analoghe valgono per le modalità della comunicazione che deve aver luogo - come più volte precisato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, anche in una sentenza del 1995, peraltro non riferita a vicende italiane - "con tutta la discrezione e il riserbo imposti dalla presunzione di innocenza". Anche qui si sta parlando di scelte (collocazione ed evidenza di una notizia, titolazione, spazio accordato alle parti), del tutto libere e sotto la esclusiva responsabilità di direttori, giornalisti, editori. Di nessun altro.
Certo, su ognuno di questi aspetti possono incidere interventi impropri, abusi e irregolarità di comportamento di singoli magistrati: queste vere e proprie patologie vanno perseguite applicando le norme disciplinari esistenti (Dlgs 109/06), senza dimenticare che anche il ministro della Giustizia ha poteri d'iniziativa in questo campo. Le dichiarazioni di alcuni esponenti politici e le tesi di alcuni organi di stampa, sembrano attribuire al recepimento della direttiva europea anche un altro significato: le autorità pubbliche non dovrebbero diffondere informazioni sulle indagini o sui processi. Non è così, come risulta chiaramente dal testo stesso della norma.
Anzi, quelle autorità possono e - sotto certi aspetti devono - fornire tali notizie, ovviamente nel rigoroso rispetto di quanto consentito dalla legge e cioè quando è venuto meno il segreto investigativo. Infatti, come ha osservato anche Giorgio Spangher, studioso certo molto attento alle garanzie dell'indagato, il principio di non colpevolezza richiamato dalla direttiva deve trovare un punto di equilibrio con altri principi costituzionali di non minore rilievo, tra cui il diritto di cronaca, espressione della libertà di manifestazione del pensiero sancita dall'articolo 21 della Costituzione.
In un ordinamento democratico non è pensabile, ad esempio, che i cittadini non vengano informati sul motivo che ha portato all'arresto del sindaco della loro città, o di quanto emerge da indagini in materia di mafia o terrorismo. Anzi, a mio avviso le autorità hanno il dovere di spiegare il loro operato per sottoporlo al giudizio della pubblica opinione e dei media. Tale controllo è un aspetto irrinunciabile del principio di responsabilità, valido per chiunque eserciti un potere ed è un incentivo fortissimo al buon esercizio della giurisdizione.
Ma vi è di più. Come afferma Glauco Giostra, che ha molto approfondito queste tematiche, "l'accesso della pubblica opinione alla giustizia penale non si pone in termini di opportunità, ma di necessità politica: per un ordinamento democratico moderno è inconcepibile una giustizia segreta", che rischierebbe di diventare "torbido strumento di affermazione di parte", determinando una "gravissima involuzione civile e democratica".
Questo è tanto più vero in una società conflittuale come la nostra, in cui indagini e processi sono utilizzati strumentalmente in ogni campo - economico, finanziario, sociale - e troppo spesso, per ragioni risalenti alla storia stessa del nostro Paese, come arma di lotta politica.
Accanto alle responsabilità di alcuni magistrati - che, ribadisco, vanno perseguite - emerge qui con forza il problema di un giornalismo più incline ad anticipare future (e solo eventuali) condanne, specie se in danno di un avversario politico, piuttosto che, come nota un grande giurista, Mario Chiavario, "a vigilare senza guardare in faccia nessuno, contro inerzie, insabbiamenti e depistaggi.
Come è invece suo preciso diritto e dovere". In buona sostanza, per usare le recenti parole della giornalista Gaia Tortora (figlia di Enzo, la cui tragica vicenda giudiziaria è nella memoria del Paese) "il problema è profondamente culturale e tocca tutti gli attori in gioco: magistratura, giornalisti, opinione pubblica".
di Andrea Valesini
L'Eco di Bergamo, 12 aprile 2021
Ogni professione è a rischio di errori, per limiti personali, per distrazione, per incompetenza o per sciatteria. Per alcune - come il magistrato o il medico - lo svarione è più pericoloso perché hanno in mano il destino delle persone. Negli ultimi anni la Procura di Trapani ha intercettato e sorvegliato le telefonate di molti giornalisti italiani e stranieri esperti di immigrazione e Libia, trascrivendo i contenuti delle loro conversazioni con colleghi, fonti e avvocati nonostante non fossero indagati.
I rapporti confidenziali dei cronisti con le loro fonti sono protetti dalla legge e la sorveglianza telefonica di persone non indagate dovrebbe avvenire solo in casi rari ed eccezionali. Le intercettazioni sono state fatte nell'ambito di un'indagine avviata nel 2016 sull'attività di alcune Ong che operavano nel Mediterraneo per salvare i migranti a rischio naufragio.
L'inchiesta si è conclusa a inizio marzo e, secondo alcuni quotidiani, verrà chiesto il rinvio a giudizio per 21 persone. Tra i documenti depositati dalla Procura alla chiusura delle indagini ci sono circa 300 pagine di trascrizioni di conversazioni dei giornalisti, ritenute irrilevanti ai fini dell'inchiesta: ma, contrariamente alla procedura, anziché essere eliminate sono state allegate agli atti, nei quali sono espressi anche giudizi gravi e ideologici, prefigurando un pregiudizio da parte degli inquirenti. Come l'equiparare i volontari ai trafficanti libici, perché "entrambi considerano i migranti una merce preziosa e non naufraghi da salvare".
La ministra della Giustizia Marta Cartabia ha disposto accertamenti sull'inchiesta di Trapani. In questo caso è evidente che siamo in presenza di un errore, addirittura di un abuso doloso della Procura siciliana. Certo, i quotidiani nazionali non si fanno molte remore a pubblicare carte d'indagini coperte dal segreto istruttorio, né intercettazioni prive di rilievo penale, con l'effetto di rovinare la reputazione di persone citate ma fuori dall'inchiesta. La somma di due abusi (i cronisti intercettati e la disinvoltura dei quotidiani sulla giudiziaria) però non fa zero ma due.
Intanto proprio in questi giorni il gruppo "Errorigiudiziari.com" ha reso noto l'ammontare dell'esborso da parte dello Stato (cioè di noi cittadini) nel 2020 per errori giudiziari appunto e per ingiusta detenzione: 46 milioni di euro, 37 per la prima voce e 9 per la seconda.
Dal 1991 l'esborso è di 870 milioni per 29.656 casi. Si tratta di numeri che sottostimano in particolare il problema dell'ingiusta detenzione: sono centinaia le persone che ogni anno rinunciano a fare domanda d'indennizzo perché non possono permettersi ulteriori spese legali a fronte di un risarcimento che non ripara il danno (235,82 euro per ogni giorno di carcere e 117,50 per l'arresto domiciliare). Il riconoscimento poi ha un iter complesso: può accedervi solo chi, dopo una condanna definitiva, fa domanda alla Corte d'Appello e, in caso di bocciatura, può ricorrere in Cassazione.
di Alfredo Sorge
Il Riformista, 12 aprile 2021
I dati sugli errori giudiziari impongono una riflessione sul tema che è tra i più delicati non soltanto del processo penale ma dello stesso patto sociale democratico, essendo questo il momento in cui lo Stato è chiamato a riparare i danni a quei cittadini che hanno subito un periodo di tempo in regime di arresti e sono poi stati pienamente assolti in modo definitivo.
Com'è noto, la legge non permette di ottenere un vero risarcimento ma limita a chiedere e ottenere una somma a titolo di riparazione parametrata su dati quali forma e durata della detenzione, danno d'immagine e perdita di chance che quella detenzione preventiva ebbe a causare. Dunque, si tratta di somme in qualche modo già parametrate e contenute in un limite massimo liquidabile pari a 516mila euro. In base al dato normativo, la liquidazione viene limitata ai casi in cui l'avente diritto non abbia dato causa alla sua detenzione per dolo o colpa grave e che alcuni orientamenti giurisprudenziali non hanno mancato di dilatare quanto più è possibile il concetto di colpa grave, fino a ricomprendere casi invero assai discutibili, come quello dell'essersi avvalso della facoltà di non rispondere, censurando cioè il malcapitato tratto in arresto di non aver egli chiarito dal principio la infondatezza della ipotesi accusatoria cautelare (!): un cortocircuito logico palese a tutti. Eppure i casi sono davvero tanti e cospicuo l'importo delle somme erogate a titolo di riparazione cospicuo. E il distretto di Napoli, purtroppo, svetta nelle statistiche.
La riflessione principale che occorre svolgere, che è poi anche la causa del triste fenomeno, è quella relativa all'eccessivo ricorso alla custodia cautelare carceraria e domiciliare. Ciò in quanto non è certo l'esito assolutorio del processo che deve destar sorpresa, ché anzi l'assoluzione dell'imputato è una delle fisiologiche conclusioni di un giudizio laddove, davanti ad un giudice terzo, ha luogo la verifica della ipotesi accusatoria: le statistiche, com'è noto, riferiscono di un numero considerevole di assoluzioni o di proscioglimenti dell'esito dei procedimenti penali. Quel che è patologico è che l'imputato debba attendere da detenuto lo svolgimento e la conclusione del suo processo, purtroppo non breve (anche a causa dell'assurdo allungamento dei termini di prescrizione) o comunque dopo un periodo spesso lungo di custodia cautelare. Patologico perché, nella scelta del nostro Legislatore e soprattutto in base alla Costituzione, l'imputato si presume innocente fino a condanna definitiva e la detenzione va riservata soltanto a casi limite, in presenza di indizi gravi di reato e di concrete e attuali esigenze cautelari, ovvero seri e obiettivi pericoli di reiterazione del reato o di inquinamento delle prove, condizioni che andrebbero limitate a pochi titoli di reato e a poche fattispecie. Qui dobbiamo ricordare che anche le ultime riforme, a cominciare da quella del 2015, non hanno sortito gli sperati riflessi riduttivi dell'eccesso cautelare nella applicazione giudiziaria.
Il discorso deve allargarsi alla tematica, sempre presente, che non deve vedere nel carcere la soluzione dei problemi della società, tantomeno quando si parla di carcerazione prima di una sentenza definitiva di condanna e soprattutto quando si parla dei troppi casi di carcerazione preventiva prima di una condanna perfino di primo grado. A mio parere il problema è di tipo culturale: il processo penale è oggi troppo sbilanciato a vantaggio della pubblica accusa che, per uomini, mezzi e dotazioni economiche, spesso è in grado di avere la meglio nella fase delle indagini, favorita anche da norme processuali assai criticabili. Ma ciò non accade nella fase del dibattimento laddove, davanti a un giudice terzo nella pienezza dei suoi poteri, si perviene all'esito assolutorio che sancisce l'ingiustizia della detenzione cautelare. L'auspicio, dunque, è quello a una sempre minore detenzione preventiva, da ridurre soltanto a casi e a periodi temporali in cui la stessa appare indispensabile: solo così diminuirà l'entità delle somme che lo Stato dovrà erogare alle vittime di ingiusta detenzione.
di Liana Milella
La Repubblica, 12 aprile 2021
La vicepresidente aggiunta dei Gip di Milano Ezia Maccora critica la scelta del Csm di ricorrere al sorteggio per i futuri componenti delle commissioni che selezioneranno i giovani magistrati.
Il sorteggio per i futuri componenti delle commissioni che sceglieranno i nuovi magistrati? "Una rinuncia a selezionare i colleghi più adatti, compito affidato al Csm". Quindi un passo che mette in discussione l'esistenza stessa del Consiglio? "Di certo una decisione rinunciataria, perché il Consiglio deve sempre essere in grado di esprimere una discrezionalità trasparente".
Ezia Maccora è il presidente aggiunto dei gip di Milano. È stata gip a Bergamo e ha preso decisioni importanti sul caso Yara. Ma è stata anche consigliera togata del Csm negli anni 2010-2014. Da sempre è di Magistratura democratica ed è vicedirettrice della Rivista online Questione Giustizia. Come spiega a Repubblica il suo giudizio sulla scelta del sorteggio appena fatta dal Csm è "del tutto negativo".
Per una coincidenza oggi, e domani fino alle 14, le oltre 9mila toghe italiane voteranno per eleggere - ed è la terza volta con le suppletive dopo il caso Palamara - un togato del Csm dopo le dimissioni del giudice di Unicost Marco Mancinetti. In corsa Maria Tiziana Balduini, presidente di sezione al Tribunale di Roma, per Magistratura indipendente; Marco D'Orazi, giudice a Bologna, per Autonomia e indipendenza; Mario Cigna, presidente di sezione al tribunale di Lecce per Unicost; Luca Minniti, giudice a Firenze, per Area.
Maccora ci dica la verità, lei è contro il caso specifico, cioè la decisione di sorteggiare i futuri componenti delle commissioni d'esame delle giovani toghe, oppure è la parola stessa "sorteggio", e tutto quello che evoca, compreso il rischio che anche i consiglieri del Csm siano scelti con questo sistema, a metterla in ansia?
"Trovo incompatibile la parola sorteggio con l'istituzione Csm, con la sua elezione, le sue prerogative e le sue competenze.
Però ammetterà che, politicamente, parlare di sorteggio proprio oggi, alla vigilia della decisione del governo sulla futura legge elettorale del Csm, è come aprire una porta. Non le pare?
"Mi sembra che i consiglieri abbiano precisato che si tratta di una scelta molto limitata che non può essere estesa alla legge elettorale del Consiglio. E non potrebbe essere diversamente. La Costituzione prevede l'elettività dei componenti, e quindi si tratta di una selezione fondata su base fiduciaria perché, nell'esprimere il voto, l'elettore riconosce idoneità, capacità, valenza istituzionale al soggetto che sceglie, il che è incompatibile con una sua individuazione affidata al caso. Inoltre il Consiglio superiore non è un semplice consiglio di amministrazione, ma un'istituzione di garanzia, rappresentativa di idee, di prospettive, di orientamenti su come si effettua il governo della magistratura e su come si organizza il servizio di giustizia. E il sorteggio è decisamente incompatibile con tali prerogative".
Lei è stata al Csm, ci spiega perché questa "non scelta" la preoccupa? Ci legge una sorta di rinuncia dei suoi colleghi? Come hanno detto Ciccio Zaccaro e Giuseppe Cascini di Area, che in questo caso sono a favore del sorteggio, "in passato la composizione della commissione ha favorito amici o colleghi di corrente"...
"Ho un'esperienza positiva della nomina dei commissari per il concorso in magistratura effettuata nella mia consiliatura quando nominammo due commissioni. Ci fu una preselezione per titoli che valorizzò le attitudini specifiche-didattiche sulla base di quanto indicato nel bando (titoli scientifici, pubblicazioni di provvedimenti, esperienze didattiche). In quell'esperienza non ho mai riscontrato forzature o opacità nella selezione. E non credo di essere stata Alice nel paese delle meraviglie".
Lei cosa avrebbe fatto se fosse stata al Csm? Avrebbe votato per selezionare i futuri commissari d'esame?
"Avrei mantenuto il sistema che valorizzava le attitudini specifiche eventualmente perfezionando ulteriormente la preselezione, ma non mi sarei rassegnata a non scegliere, anche perché non credo che siamo tutti capaci di fare tutto. Ci sono, in ognuno di noi, attitudini diverse che devono essere tenute in considerazione. Il bravo magistrato non necessariamente è un bravo selezionatore o un bravo organizzatore. E non si tratta di fare una graduatoria dei più bravi, ma solo di assecondare le attitudini specifiche per ottenere risultati soddisfacenti nei diversi settori interessati".
Nelle vostre mailing list e nelle chat c'è un ribollire di proteste. Ma c'è anche chi - come Andrea Reale di Articolo Centouno - dice sì al sorteggio per scegliere il futuro Csm. Lei lo ritiene un errore, o peggio un vulnus alla Costituzione?
"Il sorteggio per l'elezione dei componenti togati è incostituzionale, come molti costituzionalisti hanno da tempo evidenziato. È il sistema più irrazionale di tutti, sottrarrebbe gli eletti a ogni valutazione di capacità da parte degli elettori e aggiungerebbe la forte componente personale di chi, essendo svincolato da ogni responsabilità, potrebbe sentirsi autorizzato a fare di tutto".
Eppure, vede che c'è chi lo sostiene...
"Chi lo propone parte dal presupposto che un bravo magistrato, capace di emettere una condanna all'ergastolo o giudicare una complessa controversia bancaria o societaria, non può che essere bravo anche nel ruolo di componente del consiglio. Ma non è così, si tratta di funzioni molto diverse, e non tutti siamo adatti a tutto. Una cosa è la professionalità giudiziaria, intesa come idoneità all'esercizio della funzione giurisdizionale virtualmente riconosciuta a tutti i magistrati, altra cosa è la capacità di governo e di gestione della magistratura e del servizio di giustizia che è la funzione tipica del Consiglio superiore e che richiede competenze completamente diverse che non possono essere affidate alla sorte".
Mi dica la sua impressione: questo Consiglio, e in fondo tutta la magistratura, è sotto schiaffo per la nota vicenda Palamara che si è trasformata, nel giudizio mediatico, nel considerare tutti i magistrati come una categoria dedita a pratiche clientelari?
"La magistratura è un corpo sano e la sua storia importante non può essere riscritta e mistificata. Certo i magistrati sono chiamati oggi a una riflessione profonda sulla crisi dell'autogoverno e dell'associazionismo, ma credo che abbiano tutte le capacità e la forza per farlo, partendo da una seria autocritica in relazione a ciò che non va, ma non rinunciando a esercitare con piena trasparenza le prerogative proprie di un organo di rilievo costituzionale, e senza sentirsi sotto scacco di nessuno. Solo così i cittadini potranno riacquistare fiducia nell'imparzialità dei giudici e nella loro professionalità".
Per chiudere con una battuta. Secondo lei la parola "sorteggio" andrebbe bandita dalle future delibere del Csm?
"Credo che il mio pensiero al riguardo sia chiaro".
di Isidoro Trovato
Corriere della Sera, 12 aprile 2021
Dove lo strumento è obbligatorio i ricorsi ai Tribunali diminuiscono fino al 65%. Gli avvocati: noi fondamentali anche nella conciliazione. La ministra della Giustizia, Marta Cartabia, è stata chiara nelle sue linee programmatiche: per affrontare il gigantesco ritardo della giustizia civile sarà fondamentale rafforzare gli strumenti di mediazione dei conflitti. Un'apertura di credito che riapre vecchi dibattiti in seno all'avvocatura italiana in passato tutt'altro che favorevole alla mediazione obbligatoria. "Partiamo da un aspetto di comunicazione - afferma Leonardo D'urso, presidente di Adr center, un organismo di mediazione tra i più importanti in Italia. Non esiste un obbligo di mediazione: per il 15% delle materie della giustizia civile, c'è l'obbligo solo di partecipare ad un primo incontro tra le parti per capire se ci sono margini di accordo tramite mediazione. La decisione di proseguire oltre al primo incontro è sempre effetto della volontà delle parti".
I numeri - In compenso però sono impressionanti i numeri della mediazione, nelle discipline in cui c'è l'obbligo di un primo incontro conoscitivo. "I numeri - continua D'urso - evidenziano che su materie come locazione, successione, usucapione l'utilizzo della mediazione diminuisce il ricorso ai Tribunali dal 35 al 65% dei casi.
Un incentivo alle mediazioni darebbe un impulso allo smaltimento delle cause in corso che è il vero problema che genera lentezza nel nostro sistema giudiziario". Servono incentivi o esistono settori di espansione della mediazione? "Per estendere l'efficacia della procedura - suggerisce il co fondatore di Adr center - ci sono varie opzioni: a cominciare dalla possibile estensione dell'obbligatorietà del primo incontro a tutta l'area della contrattualistica".
L'avvocatura - E poi c'è il tema dei costi: di recente l'unione camere civili ha espresso "preoccupazione per l'ipotesi di introdurre oneri aggiuntivi per l'accesso alla giustizia, che non deve diventare un privilegio per pochi e, soprattutto, per ricchi". Un chiaro riferimento a costi aggiuntivi della mediazione. "Intendiamoci su un punto - chiarisce D'urso.
Quel primo incontro obbligatorio costa circa 40 euro. Se invece parliamo dei costi di un'intera mediazione, si dovrebbe dare attuazione al credito d'imposta per le spese fino a 250 euro per le mediazioni che non hanno avuto buon esito e 500 per quelle andate a buon fine. È una norma che già esiste, bisognerebbe solo finanziarla".
Ma c'è una parte di avvocatura pronta a dialogare e a trovare un accordo. "Gli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie- afferma il segretario generale dell'associazione nazionale forense Luigi Pansini - impongono un approccio collaborativo e implicano una competenza del mediatore e dell'avvocato in mediazione che non può prescindere da una costante formazione e da un elevato tasso di specializzazione.
È necessario armonizzare e coordinare i diversi strumenti alternativi di risoluzione delle controversie, con particolare riferimento ai rapporti tra la negoziazione assistita e la mediazione. Infine, è necessario ribadire il ruolo dell'avvocato in mediazione che deve essere di assistenza, anche per intervenire sul regime di responsabilità, distinguendo la fase giurisdizionale da quella stragiudiziale".
di Agnese Ananasso
La Repubblica, 12 aprile 2021
I dati sulla diffusione del crimine diffusi dalla Polizia che venerdì ha festeggiato il 169esimo anniversario della fondazione. Nell'ultimo anno in Italia sono diminuiti gli omicidi ma cresciuti i femminicidi. Si sono moltiplicati i reati informatici, in particolare la pedopornografia e il revenge porn. Nel giorno del 169esimo anniversario della fondazione della Polizia di Stato, sono questi alcuni dei dati diramati sull'attività svolta nell'anno della pandemia dal personale della Pubblica sicurezza.
E anche quest'anno, a causa delle restrizioni imposte dalla pandemia le celebrazioni si svolgono all'insegna della sobrietà. Questa mattina, il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, accompagnata dal capo della Polizia, Lamberto Giannini depone una corona d'alloro al Sacrario dei Caduti presso la Scuola superiore di polizia. Subito dopo la rassegna dello schieramento e la lettura del messaggio del Presidente Sergio Mattarella, il ministro dell'Interno consegna la medaglia d'oro al merito civile, conferita dal presidente alla Bandiera della Polizia di Stato. Mai come ora, in questo anno di pandemia, la Polizia di Stato ha avuto un ruolo fondamentale, dando il proprio contributo sia in termini di sicurezza che di servizio sanitario.
Servizio sanitario - Nell'ultimo anno il servizio sanitario è stato molto impegnato nelle attività legate alla pandemia. In particolare sono stati distribuiti, su tutto il territorio nazionale, per le esigenze della Polizia, 15.684.250 tra dispositivi di protezione individuali (dalle mascherine ai sovra scarpe) e materiale igienico sanitario. Sono stati attivati dei servizi di supporto psicologico e informativo per fronteggiare la fase emergenziale ed è stato dato sostegno alle attività del Policlinico militare Celio di Roma, con l'invio presso il reparto di terapia intensiva, di 2 medici specialisti in anestesia e rianimazione. Il personale della Polizia ha fornito aiuto sanitario a 360 gradi, dall'esecuzione di esami diagnostici ai tamponi, dal monitoraggio dell'andamento pandemico alla gestione delle quarantene degli operatori.
Sanzioni anti-Covid - Nel corso dell'ultimo anno sono state controllate quasi 38 milioni di persone nell'ambito delle verifiche sulle restrizioni anti-Covid, quasi 500mila sono state sanzionate e 5.600 sono state denunciate per false dichiarazioni o autocertificazioni, quasi 4000 per essersi allontanate dalla propria dimora nonostante i divieti. Sono stati controllati anche 9 milioni e 600mila esercizi commerciali, di cui quasi 19mila sanzionati, 2.600 denunciati e circa 3.800 chiusi temporaneamente.
Ordine pubblico - Nel 2020 gli agenti sono stati impegnati dalle attività connesse all'emergenza, sia in funzione di controllo al rispetto delle misure finalizzate al contenimento del contagio del virus, sia di gestione di iniziative di piazza, anche a carattere estemporaneo, in segno di protesta contro i provvedimenti governativi. Per le globali esigenze di ordine pubblico è stata disposta la movimentazione in ambito nazionale di 542.645 unità di rinforzo, di cui 517.132 dei reparti mobili. Complessivamente si sono registrate 11.378 manifestazioni di forte interesse per l'ordine pubblico, di cui 5.881 su temi politici, 3.555 a carattere sindacale-occupazionale, 268 studentesche, 563 sulle problematiche dell'immigrazione, 547 a tutela dell'ambiente, 67 a carattere antimilitarista e 497 su altre tematiche. Nel corso di 331 eventi si sono verificate turbative dell'ordine pubblico: 87 persone sono state arrestate e 3.718 denunciate in stato di libertà, mentre 182 poliziotti hanno riportato lesioni varie.
Come già rilevato all'inaugurazione dell'anno giudiziario, nel 2020 si registra una riduzione dei reati rispetto al 2019: anche a causa della pandemia, si sono ridotti sensibilmente i reati contro il patrimonio e la persona, come furti, rapine e ricettazione, lesioni, percosse e violenze sessuali. Mentre i delitti informatici registrano un trend in aumento. Diminuiscono gli omicidi ma non i femminicidi, che fanno registrare, anzi, un aumento: resta invariato il dato delle donne uccise da partner o ex partner. Sono stati infatti 275 gli omicidi commessi, di cui 113 a danno delle donne (nel 2019 erano 111) e 144 in ambito familiare o affettivo. Tra questi ultimi 99 vittime erano di sesso femminile, 67 sono commessi da partner o ex partner.
Reati telematici - Tra i reati in aumento sono quelli legati a Internet. Il Centro nazionale per il contrasto della pedopornografia on line (Cncpo) ha coordinato 3.243 attività d'indagine che hanno consentito di indagare 1.261 soggetti. Sono stati analizzati i contenuti di 34.120 siti web, di cui 2.446 inseriti nella black-list per inibirne l'accesso dal territorio italiano. Frequente l'adescamento online, con 401 eventi trattati e un allarmante incremento di vittime d'età compresa tra 0-9 anni; 118 sono stati i minori denunciati all'Autorità Giudiziaria per condotte delittuose riconducibili al fenomeno del cyberbullismo e 412 i casi complessivamente trattati.
Per quanto riguarda il contrasto dei reati contro la persona perpetrati sulla Rete, sono stati trattati 1.772 casi, arrestate 10 persone e indagati 378 soggetti responsabili di aver commesso estorsioni a sfondo sessuale, stalking, molestie, minacce e ingiurie. Per ciò che riguarda il reato di diffamazione online sono stati trattati 2.227 casi e indagate 901 persone. Risulta in costante aumento l'attività di contrasto al revenge porn, con 126 casi e 59 indagati. Molta attenzione è stata data anche al contrasto dei reati d'incitamento all'odio, soprattutto per gli atti intimidatori contro i giornalisti. Si registra la continua crescita delle truffe on line: sono state ricevute e trattate oltre 93.300 segnalazioni che hanno consentito di indagare 3.860 persone.
Sono inoltre stati gestiti 509 attacchi a sistemi informatici di strutture nazionali di rilievo strategico, 69 richieste di cooperazione nel circuito High tech crime emergency e avviato 103 indagini con 105 persone indagate. Intensa l'attività di prevenzione con la diramazione di 83.416 alert. In materia di cyber-terrorismo sono state denunciate 18 persone, di cui una tratta in arresto. Sono stati, altresì, visionati 37.081 spazi web, per individuare contenuti di propaganda islamica, in 85 casi sono stati rilevati contenuti illeciti. Particolare attenzione è stata rivolta al fenomeno della disinformazione, amplificato dall'emergenza Covid-19, che ha visto la proliferazione delle fake news, a fronte delle quali sono stati predisposti 137 specifici alert.
Corriere della Calabria, 12 aprile 2021
Dopo i decessi Covid, la famiglia di Pizzata chiede accertamenti. L'associazione Yairaiha: "Sovraffollamento non aiuta la prevenzione". "Negli ultimi due mesi il livello dei contagi tra la popolazione carceraria ha avuto un aumento vertiginoso e in alcuni istituti il livello di guardia è abbondantemente superato. Padova, Reggio Emilia, Rebibbia e Catanzaro stanno registrando un aumento vertiginoso.
Nel solo carcere di Catanzaro il bilancio di 3 detenuti morti nel giro di 2 giorni e il numero dei contagiati, ad oggi 77 sale di giorno in giorno. Uno dei morti aveva solo 45 anni e, apparentemente, nessuna patologia pregressa. I familiari di uno dei detenuti morti, Bruno Pizzata, presenteranno una denuncia per accertare le responsabilità sul ricovero tardivo". Lo scrive in un comunicato l'associazione Yairaiha Onlus.
"Sappiamo - continua - che le vaccinazioni nel carcere di Siano stanno procedendo speditamente ma al momento restano scoperti i soggetti più fragili, anziani e portatori di gravi patologie, perché incompatibili al vaccino AstraZeneca per via degli ormai noti rischi. Riteniamo che l'impossibilità di attuare i protocolli sanitari necessari a contenere il dilagare dei contagi, dopo 13 mesi, sia più che evidente".
"Nessuna precauzione in condizioni di sovraffollamento" - "Nessuna delle misure precauzionali minime è possibile nella condizione di promiscuità forzata e sovraffollamento cronico delle carceri italiane, mentre le misure messe in atto dal governo precedente per ridurre i numeri sono servite a poco senza peraltro intervenire sui soggetti con maggiore fragilità fisica e, pertanto, maggiormente esposti a rischio", scrive ancora l'associazione.
"L'ultimo rapporto del Consiglio d'Europa, così come quello del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, collocano l'Italia tra i paesi europei con il maggior tasso di sovraffollamento e il maggior numero di persone in custodia cautelare. Lo sosteniamo da sempre, ma nell'ultimo anno dovrebbe essere chiaro a tutti che la necessità di mettere atto misure deflattive concrete non è più procrastinabile. Il carcere, in questo particolare momento storico, sta facendo esplodere tutte le contraddizioni intrinseche alla nostra società.
La disparità dei diritti, a partire da quello alla salute, in carcere assume forma plastica. Il 99% delle nostre denunce sono relative a casi di detenuti e detenute anziani o comunque gravemente malati che, nonostante le evidenti, e dichiarate, carenze della sanità penitenziaria continuano a vedersi rigettate le istanze di sospensione della pena per motivi di salute oppure ad averle riconosciute quando ormai nessuna cura è più possibile. Gli istituti di legge ispirati ai principi costituzionali esistono e non c'è bisogno di inventarsi nulla, vanno applicati però!
E vanno applicati indistintamente a chiunque si trovi in quelle date condizioni di salute (artt. 146 e 147 del cp, rispettivamente differimento obbligatorio e facoltativo della pena per motivi di salute). La ratio di queste norme si ravvisano nell'esigenza di tutelare il diritto alla salute del condannato, garantito dagli articoli 27 ("Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato") e 32 della Costituzione ("La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo"); diritto a fronte del quale la potestà punitiva dello Stato deve recedere senza preclusioni di sorta.
Ancor più oggi, nel bel mezzo di una pandemia mondiale, le indicazioni provenienti dagli organismi competenti internazionali ed europei in materia di prevenzione e gestione dei rischi connessi al covid 19 nelle carceri andavano, e potrebbero ancora andare se messi in atto, nella direzione di tutelare innanzitutto i soggetti più fragili senza esclusioni basate sul titolo del reato come, invece, ha maldestramente cercato di fare il precedente governo causando le attuali condizioni. Auspichiamo dunque che la Ministra Cartabia intervenga al più presto e riesca a restituire diritti e dignità a tutti i detenuti e a tutte le detenute d'Italia sostanziando, al tempo stesso, il dettato Costituzionale, faro e timone del suo percorso professionale e politico, ribadito nel suo primo discorso al Parlamento".
di Susanna Ronconi
dirittiglobali.it, 12 aprile 2021
Luca Sebastiani è l'avvocato della famiglia di Hafedh Chouchane, uno dei detenuti morti dopo la rivolta al Sant'Anna di Modena. Ha presentato opposizione alla richiesta di archiviazione della Procura di Modena, con le motivazioni che ci ha esposto in questa intervista.
La richiesta di archiviazione della Procura di Modena sancisce che la morte di 8 dei 13 detenuti deceduti a seguito delle lotte nel carcere di Modena è da imputarsi a una overdose da metadone e da farmaci. Tuttavia, molti interrogativi non sembrano avere una risposta esauriente. Che cosa soprattutto, secondo lei, merita ulteriori approfondimenti?
Ci sono due aspetti davvero importanti che a nostro avviso meritano maggiore approfondimento. Il primo riguarda il tema della responsabilità omissiva. Nel nostro ordinamento, chi riveste una posizione di garanzia e di protezione nei confronti di altri soggetti, perché ad esempio ne ha la cura o la custodia, ha l'obbligo di impedire l'evento e, se ciò non avviene, ne risponde appunto a titolo di responsabilità omissiva.
I detenuti sono affidati alla custodia e cura dello Stato, che assumendosi l'onere di privarli della libertà personale deve assicurare anche la loro tutela e la loro salute durante la detenzione. Pertanto, al pari di posti di lavoro, ospedali o altre strutture pubbliche o private, dove ogni giorno chi riveste la posizione di garanzia è chiamato a rispondere per fatti accaduti all'interno, questo tema, con riguardo a chi rivestiva la posizione di garanzia, andava preso seriamente in considerazione.
Stiamo parlando di una rivolta in carcere, dunque un evento prevedibile e, se fossero rispettate le condizioni, evitabile: in questo il tasso di sovraffollamento carcerario e la carenza di organico, così come risulta dagli atti e dall'ultimo rapporto di Antigone, hanno avuto un'incidenza notevole. L'altro grande tema è quello relativo ad accertare se vi sono stati ritardi nei soccorsi. Negli atti processuali emergono ricostruzioni differenti, parliamo anche di diverse ore, in merito all'orario in cui è stato prestato soccorso al povero Hafedh.
Anche perché, come evidenzia il nostro consulente medico, l'assunzione del metadone, e i suoi effetti, sono iniziati diverse ore prima della morte. Questo tema doveva essere un quesito specifico da rivolgere al Ctu (Consulente Tecnico d'Ufficio) per capire quando il ragazzo si è sentito male, quando è stato soccorso e se poteva essere salvato.
Pensa che la Procura di Modena abbia chiarito a sufficienza il funzionamento di tutta la catena di comando durante e dopo la rivolta nel carcere Sant'Anna?
A mio avviso solo in parte. Emergono ricostruzioni a volte parziali e in alcuni casi diverse tra loro e senza che in queste le difese siano mai intervenute. Quello che chiediamo è di poter sentire le persone informate sui fatti nel pieno del contraddittorio, per vagliarne l'attendibilità e riempire i vuoti presenti.
Nonostante la causa di morte risulti l'overdose, pure in alcuni casi sui corpi sono state riscontrare anche lesioni diverse. Crede che vi siano zone d'ombra da chiarire, a questo proposito?
Per quanto riguarda la posizione che assisto, no. Abbiamo chiesto al Giudice per le indagini preliminari, però, di acquisire agli atti gli esposti che sono stati depositati alla Procura di Modena, di cui si è tanto parlato, ma che sono evidentemente confluiti in altro fascicolo di indagine e non in questo. Proprio per evitare zone d'ombra che, anche per rispetto dei familiari dei ragazzi deceduti, non devono esserci.
Che previsioni può fare sull'esito della richiesta di archiviazione? E, in caso di esito negativo, ritiene vi siano ulteriori passi che si possono compiere per non far cadere definitivamente il silenzio su questa strage?
Siamo convinti che le richieste che abbiamo formulato nell'opposizione verranno vagliate attentamente, dunque siamo fiduciosi e attendiamo il vaglio giudiziario e non pensiamo ad altro. Ci tengo però, a nome dei familiari, a ringraziare le associazioni, i comitati ed i giornalisti che si stanno occupando da mesi di questa vicenda, senza i quali non se ne sarebbe mai parlato. Dietro a ogni singolo ragazzo deceduto quel giorno, c'era una storia, una famiglia, una vita: quello che è successo quel maledetto 8 marzo a Modena è stata una vera e propria tragedia, il cui silenzio che vi è stato per mesi è stato assordante.
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