Il Roma, 11 aprile 2020
"Esprimo apprezzamento per l'avvio della campagna vaccinale nelle carceri salernitane (63 detenuti vaccinati) e nell'Istituto per minorenni di Nisida dove oggi sono stati vaccinati 15 giovani ospiti, alcuni agenti ed operatori penitenziari". Lo dichiara Samuele Ciambriello, garante campano delle persone private della libertà personale.
"Stigmatizzo - aggiunge - erronee interpretazioni giornalistiche e di qualche politico e ricordo che l'attuale piano di vaccinazione contempla e prevede la vaccinazione della popolazione carceraria, nel suo insieme, la quale rientra nelle categorie prioritarie previste dal Ministero della Salute. Vaccinarsi è un diritto dovere per tutti, una tutela per il diritto alla salute, un obbligo morale per i detenuti. Logicamente è sempre una scelta volontaria".
Ciambriello ricorda poi i numeri dei vaccinati e contagiati nelle carceri italiane: "In Italia i detenuti vaccinati per il momento sono 7.393 mentre i vaccinati tra il personale di polizia penitenziaria, amministrativo ed operatori penitenziari è di 17.566 (in Campania 1.982). Ci sono oggi 871 detenuti contagiati dal Covid (6 in Campania), mentre sono 683 in Italia gli agenti di polizia penitenziaria contagiati (59 in Campania)".
fanpage.it, 11 aprile 2020
Lo ha comunicato l'assessore Alessio D'Amato in visita all'hub vaccinale dell'ospedale San Giovanni di Roma. La Regione Lazio ha scelto di utilizzare le prime dosi di vaccino Johnson & Johnson - 18.000 in arrivo il 19 aprile - soprattutto per vaccinare la popolazione carceraria e il personale che lavora nei penitenziari. I detenuti nel Lazio al 28 febbraio erano 6067.
Il prossimo 19 aprile la Regione Lazio riceverà le prime 18.000 dosi dell'atteso vaccino Johnson & Johnson, per il quale è sufficiente una sola somministrazione e non due come per gli altri sieri somministrati finora. Una fornitura senza dubbio inferiore alle attese, tanto che per ora le farmacie non saranno coinvolte nella somministrazione come previsto in un primo momento.
Una fornitura che, ha spiegato l'assessore alla Sanità Alessio D'Amato in visita al centro vaccinale dell'ospedale San Giovanni di Roma, sarà distribuita nelle carceri della regione, venendo somministrato a detenuti e personale.
"Il 19 aprile avremo la prima consegna di vaccini Johnson&Johnson. Si tratta di una consegna quantitativamente modesta: 18mila dosi che andranno in prevalenza alle carceri per il personale che vi lavora e per i detenuti - ha spiegato l'assessore. Speriamo che dal prossimo mese di maggio potremo avere un ampliamento delle forniture". Al 28 febbraio 2021 nel Lazio erano presenti complessivamente nelle case circondariali della regione 6067 detenuti tra uomini e donne, a questi vanno aggiunti tutti coloro che lavorano all'interno delle carceri a cominciare dagli agenti della Polizia Penitenziaria.
Le condizioni di sovraffollamento, le condizioni sanitarie spesso precarie, rendono le carceri un luogo particolarmente pericoloso per il diffondersi del virus. L'ultimo focolaio di un certo rilievo di Covid-19 in un istituto di pena del Lazio si è sviluppato all'interno del carcere femminile di Rebibbia, dove oltre cinquanta donne tra operatrici e detenute sono risultate positive tanto da ipotizzare l'evacuazione della struttura. La nuova ordinanza firmata dal commissario Francesco Paolo Figliuolo dà priorità per classi di età e ai soggetti più fragili per il nuovo piano vaccinale, dando indicazione di procedere solo successivamente alla vaccinazione dei cittadini tra i 69 e i 60 anni, con altre corti di popolazione a rischio indicate dal ministero della Salute come la popolazione carceraria.
D'Amato è tornato a chiedere certezze sulle forniture, a fronte dello sforzo delle autorità regionale di mettersi nelle condizioni di vaccinare la popolazione a ritmi sostenuti. "L'obiettivo nostro rimane di raggiungere l'immunizzazione entro l'estate. Per arrivare a questo dobbiamo avere una certezza delle consegne delle dosi che ancora oggi non abbiamo in maniera continuativa. Stanotte abbiamo aperto le prenotazioni alla fascia 62/63 anni. Abbiamo avuto per questa fascia già oltre 30mila prenotazioni - ha spiegato l'assessore - Abbiamo oltre un milione e 200mila prenotati tra le prossime settimane e il mese di maggio. È uno sforzo importante. Quello che chiediamo è che ci sia la garanzia della periodicità delle forniture".
Rispetto alle polemiche di queste ore su un sopposto obbligo nei fatti di vaccinarsi con Astrazeneca per gli over 60, l'assessore ha risposto così: "Nessun obbligo. Noi mettiamo a disposizione i vaccini che abbiamo. La gran parte delle dosi disponibili per la fascia di età 60/70 anni è Astrazeneca che è un vaccino raccomandato per questa fascia di età. Gli over 80 stanno facendo Pfizer".
La Nuova Sardegna, 11 aprile 2020
La denuncia del Garante Unida: c'è un'unica funzionaria per 393 detenuti. "L'area trattamentale del carcere di Bancali è in una situazione esplosiva. Con un'unica operatrice, a fronte di 393 persone detenute, che non è più in grado di garantire il servizio".
La denuncia arriva dal Garante dei diritti delle persone private della libertà, Antonio Unida, che denuncia la grave criticità in cui versa il fondamentale servizio per la mancanza di funzionari giuridici pedagogici. "Tutti sanno - sottolinea Unida - e ad oggi non si muove foglia. Non è più possibile andare avanti in queste condizioni, per le persone detenute ma amche per l'unico operatore presente, allo stremo delle forze, con gravi rischi per le sue future condizioni psico-fisiche".
"Per meglio capire il quadro ad oggi di Bancali, riferisco che la funzionaria si è sentita male, quindi non presenziando al lavoro, l'Area risulta completamente scoperta. Era normale che succedesse questo, non essendo in grado di gestire l'enorme flusso di pratiche amministrative, lavoro che inevitabilmente si riversa sull'unico funzionario, e tanto meno sarà in grado di gestire la popolazione detenuta, che necessita continuamente di colloqui di sostegno, colloquio di nuovi giunti per il continuo flusso delle persone detenute provenienti dalla libertà e non solo, colloqui di osservazione per le udienze già fissate nel calendario del Tribunale di Sorveglianza di Roma e Sassari (per i 41bis) per le quali non si potranno rispettare le scadenze. Da non sottovalutare i numerosi consigli di disciplina a cui l'unica funzionaria deve partecipare, visto che in un mese ne vengono celebrati circa sessanta, tutto ciò è inconcepibile".
"Evidenzio inoltre che il malessere all'interno della popolazione detenuta ha raggiunto livelli tali - continua il garante - che stanno diventando innumerevoli le denunce a carico dell'Area Educativa, nonostante l'unica Funzionaria non si sia mai sottratta agli impegni e alle incombenze lavorative, ora mi chiedo come mai tutto questo in una Struttura importante di fascia uno, come viene denominata quella di Bancali? Come mai nella Struttura penitenziaria di Uta, con circa cento persone detenute in più, ci stanno dieci funzionari dell'area giuridica pedagogica? Tenendo presente che non vi sono né 41bis né AS2 perché questa brutta situazione a Bancali? L'opinione pubblica deve sapere, così non si può più andare avanti, l'articolo 27 della nostra Costituzione non è messo in risalto come merita, è letteralmente calpestato".
di Enzo Risso
Il Domani, 11 aprile 2020
Per il 40 per cento degli italiani la differenza tra uomini e donne è una delle principali forme di discriminazione. Questa asimmetria si riflette anche nella paura di perdere il posto di lavoro o di non riuscire a trovarne un altro. "Le ingiustizie continuano e il mondo inventa costantemente nuovi modi di discriminare le donne", scriveva quasi vent'anni fa, nel 2002, la scrittrice Dacia Maraini. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, ma la situazione per le donne in Italia è mutata in modo limitato. Per alcuni aspetti, complice la crisi economica prima e la pandemia oggi, sembra essere sotto l'influsso di un pernicioso effetto gambero.
Il dato maggiormente allarmante arriva dal confronto con gli altri paesi. L'Inequalities around the globe di Ipsos (pubblicato a Londra il 19 marzo) mostra un quadro desolante per l'Italia. Il 40 per cento degli italiani sostiene che la differenza tra uomini e donne è una delle principali forme di disuguaglianza presenti nel paese. Una quota che pone l'Italia al sesto posto nella classifica della disparità di genere tra i 28 paesi monitorati. Peggio dell'Italia, per livello di preoccupazione sul tema, troviamo Messico (45 per cento), Turchia e Spagna (42 per cento), Sud Africa e India (41 per cento).
Le donne, si legge nel report realizzato da Ipsos in collaborazione con The Policy Institute di Londra, sono più preoccupate degli uomini per la disuguaglianza di genere e leggermente più angosciate per le disuguaglianze in termini di salute e aspettativa di vita. A riprova del basso posizionamento dell'Italia sul tema, c'è anche un altro indice, il Global ranking for gender equality del World Economic Forum, nel quale il nostro paese si colloca al 76esimo posto.
Va chiarito che i paesi in cui, nella rilevazione di Ipsos, la preoccupazione per la disuguaglianza di genere è relativamente bassa, come Malesia, Russia, Arabia Saudita e Ungheria, sono anche quelli che si collocano nelle posizioni maggiormente basse nell'indice di uguaglianza di genere. L'Arabia Saudita si piazza al 146esimo posto (su 153 paesi), la Malesia al 104esimo, la Russia all'81esimo posto, mentre l'Ungheria al 105esimo posto. In vetta alla classifica del ranking di gender equality ci sono Islanda, Norvegia, Finlandia, Svezia e Nicaragua.
Gli effetti della pandemia - La pandemia ha ulteriormente accentuato il divario di genere in Italia, mostrando non solo l'insufficienza del sistema di welfare, ma anche una tradizione culturale che fa ricadere sulle donne la gran parte del carico di cura della famiglia e dei soggetti più deboli. Il 61 per cento delle donne (contro il 21 degli uomini) è stata il principale caregiver nel corso del 2020. Il 54 per cento delle lavoratrici (contro il 17 per cento dei lavoratori) ha dovuto caricare su di sé gran parte della cura della famiglia.
Il quadro delle asimmetrie di genere non migliora se osserviamo i dati sulla paura di perdere il proprio posto di lavoro nei prossimi mesi: 27 per cento tra le donne, contro il 20 per cento tra gli uomini. Di fronte alla necessità di trovarsi una nuova occupazione il 74 per cento delle donne (rispetto al 41 degli uomini) ritiene che dovrà cercare per almeno un anno.
Non solo. Il 20 per cento delle donne (contro il tre per cento degli uomini) sottolinea che tra i principali ostacoli nel trovare un posto ci sia quello della discriminazione di genere. L'affresco discriminatorio si completa con ulteriori due dati. Il 41 per cento dell'universo femminile sa già che dovrà accontentarsi di uno stipendio basso e il 49 per cento (contro il 40 per cento degli uomini) prevede che dovrà accontentarsi di un contratto precario. Non stupisce quindi che il 40 per cento delle italiane si senta discriminato dalla società.
Il ruolo guida del femminile - In società articolate e differenziate come quella in cui viviamo, sarebbe illusorio pensare che la qualità della società si esaurisca nel riconoscimento formale dei diritti o nella semplice definizione di quote di ruolo. È evidente che tutto ciò non basta.
Occorre mettere in campo una visione e un'azione sistemica, capace di incidere sia sulla dimensione culturale della relazione tra uomo e donna, sia sulla realizzazione concreta di politiche in grado di garantire un supporto alle donne e una reale parità di genere nella quotidianità esistenziale, nonché di affermare un effettivo spazio di protagonismo e opportunità per le donne.
Le pari opportunità sono uno dei veri indici di qualità, civiltà e benessere di una società. Le realtà post industriali e globalizzate, come sottolinea il filosofo francese Alain Touraine, hanno la necessità di generare un nuovo dinamismo sociale e democratico, per cercare di ricomporre le polarizzazioni e le distonie presenti. "Sono in primo luogo le donne - afferma il filosofo francese - quelle chiamate a essere le principali attrici di questa azione di ricomposizione della società, poiché, essendo state per tanto tempo la categoria inferiore a causa della dominazione maschile, oltre alla propria liberazione, possono svolgere un'azione di ricomposizione di tutte le esperienze individuali e collettive".
di Susanna Turco
L'Espresso, 11 aprile 2020
Emir ha due anni, quando vuole uscire e non può urla ("asi asi", che sta per assistente), quando ha la febbre alta prega. A due anni. Stefan è spaventato dal rumore dei lavori sulle scale ma impossibilitato ad andare altrove, per non sentirli: dice solo "umore, umore", piange.
Stanno in carcere, indirettamente condannati dalla condanna delle loro madri, spesso portano dentro traumi che è anche difficile immaginare, corrispondono a una definizione paradossale, che parrebbe impossibile: "Bambini galeotti", li chiamano. Una sorta di peccato originale in versione di Stato, come se un bimbo di uno, due o tre anni potesse mai essere capace di beccarsi una condanna, eppure.
Adesso sono 33 in Italia, esiguo il numero quanto pesante il simbolo, quintessenza al cubo dell'invisibilità dei bambini cui Annalisa Cuzzocrea ha dedicato il suo libro "Che fine hanno fatto i bambini" (Piemme), esempio tragicamente perfetto di come la mancanza di volontà politica possa impedire la risoluzione persino di questo. Perché un Paese che non guarda al futuro non lo fa in nessun posto: nelle scuole come nelle carceri, nei grandi numeri come nei piccoli.
Non guarda, quindi, tanto più a loro, gli invisibili degli invisibili, i figli delle "detenute con prole", costretti a vivere dietro le sbarre perché nel loro "preminente interesse di minori" c'è quello di stare vicino alle madri, almeno fino ai 3 anni, per poi - se non ci sono famiglie cui tornare - essere trasferiti negli Icam, Istituti a custodia attenuata, dove comunque la sera si chiude tutto da fuori, come in un carcere.
La pandemia ne ha ridotto drasticamente il totale, più che dimezzato il numero medio, grazie a un maggior ricorso alle misure alternative, lasciando però intatto il problema. Che sarebbe, a differenza del solito, persino risolvibile.
L'ex senatore e presidente dell'Associazione A buon diritto, Luigi Manconi, intervistato all'interno del libro, rivela infatti che "per risolvere interamente il problema basterebbero un milione e mezzo di euro con i quali costruire cinque case rifugio", oltre alle due che già ci sono, a Roma e a Milano. Non carceri, non Icam, situazioni comunque controllate, come prevede una legge del 2011. "Se il ministero della Giustizia volesse, in un anno il problema sarebbe risolto", spiega Manconi. Chissà se la Guardasigilli Marta Cartabia lo sa.
di Francesco Loiacono
fanpage.it, 11 aprile 2020
Il carcere di via Gleno a Bergamo sarà intitolato ufficialmente a don Fausto Resmini, l'ex cappellano del penitenziario morto a causa del Coronavirus il 22 marzo dello scorso anno. La cerimonia ufficiale per intitolare il carcere al "prete degli ultimi", amato per il suo impegno per i più bisognosi, si terrà il 19 aprile alla presenza della ministra della Giustizia, Marta Cartabia.
Il prossimo 19 aprile il carcere di via Gleno a Bergamo sarà intitolato ufficialmente a don Fausto Resmini, l'ex cappellano del penitenziario morto a causa del Coronavirus il 22 marzo dello scorso anno. A partecipare alla cerimonia ufficiale di intitolazione della casa circondariale bergamasca sarà la ministra della Giustizia Marta Cartabia, che darà così seguito alla richiesta dei deputati del Partito democratico Elena Carnevali e Maurizio Martina che era stata accolta dal suo predecessore, Alfonso Bonafede, durante il governo Conte bis.
Don Resmini, il prete degli ultimi e degli invisibili, era conosciuto e amato per il suo impegno a favore dei poveri, dei carcerati e di coloro che vivevano ai margini della società. Il sacerdote originario di Lurano, in provincia di Bergamo, aveva fondato la Comunità don Milani di Sorisole, dedita al recupero dei minori che avevano avuto trascorsi difficili. Per 28 anni è stato il cappellano del penitenziario bergamasco, ma non ha mai smesso di operare anche al di là delle mura del carcere. Esempio tipico di "prete da strada", ha girato col suo camper "Esodo" offrendo pasti caldi a senzatetto ed è stato impegnato in prima linea al Patronato San Vincenzo.
La sua figura di prete degli ultimi ed esempio di resistenza civile è stata recentemente ricordata anche dal presidente del Consiglio Mario Draghi durante la sua visita a Bergamo dello scorso 18 marzo, in occasione della prima Giornata nazionale del ricordo per le vittime del Covid-19. Adesso arriverà anche questo riconoscimento ufficiale: segno che l'eredità di don Resmini, come è stato ricordato in occasione delle celebrazioni a un anno dalla sua morte, è ancora viva.
di Gianni Cuperlo
Il Domani, 11 aprile 2020
Con questi dittatori, chiamiamoli per quello che sono, di cui però si ha bisogno, uno deve essere franco nell'esprimere la propria diversità di vedute e di visioni della società; e deve essere anche pronto a cooperare per assicurare gli interessi del proprio paese.
Bisogna trovare il giusto equilibrio". Così giovedì, in conferenza stampa, il capo del governo, Mario Draghi. A seguire la reazione irritata di Ankara nella replica del ministro degli Esteri, "il premier italiano ha rilasciato una dichiarazione populista e inaccettabile...Condanniamo con forza le parole riprovevoli e fuori dai limiti".
Come noto lo scambio è seguito allo sgarbo, non solo diplomatico, riservato a Ursula von der Leyen da parte del sultano Erdogan. L'immagine della presidente della Commissione europea accomodata su un divano con lo sguardo ai due presidenti uomini comodamente accasati sulle poltrone previste dal protocollo rimarrà simbolo di una pessima pagina e di una ancora peggiore mancanza di stile e consapevolezza politica del presidente del Consiglio europeo.
Fino a che punto? - Sino qui la cronaca di una settimana difficile, a noi però rimane la domanda: coi dittatori, laddove riconosciuti e denunciati in quanto tali, si deve comunque "cooperare" nel nome di interessi nazionali giudicati prioritari rispetto allo stesso giudizio politico espresso? O detto in altri termini, fin dove è legittimo spingere la Realpolitik di una democrazia chiamata a stabilire i limiti oltre i quali una simile cooperazione finisce col comprimere, e magari annullare, i principi fondanti la democrazia stessa?
È vero, la Turchia fa parte della Nato dal 1952, fanno settant'anni tra qualche mese. Altrettanto vero che il suo attuale presidente, il poco ospitale Recep Tayyip Erdogan, ha vinto le elezioni più volte, l'ultima, non senza polemiche, col 52 per cento dei voti. Vero pure che nell'ambito della svolta a destra del regime turco si sono moltiplicate le forme di repressione del dissenso, con l'arresto di innumerevoli oppositori, la destituzione di sindaci, un controllo ferreo sulla libertà d'espressione, ricerca e insegnamento. Verissimo, infine, che l'Europa - la patria del diritto mite e della tolleranza nel segno dei valori illuministi - stacca da anni generosissimi assegni al governo turco in cambio della compiacenza loro nel trattenersi in casa qualche milione di profughi siriani volenterosi di approdare al vecchio continente, il nostro.
Col corollario che tale "ospitalità" non gode di alcuna garanzia sotto il profilo del trattamento, spesso disumano, degli apolidi in fuga. Ma quest'ultimo aspetto all'Europa interessa il giusto dal momento che, si sa, "occhio non vede, cuore non duole", l'importante è non ritrovarsi quell'orda di disperati sull'uscio nostro con l'incubo di guastarci la scaletta serale del tiggì.
Questo se guardiamo a est. Se poi lo sguardo si rivolge a sud - per dire, verso il Cairo - allora la denuncia di un regime sanguinario trova prove più che bastevoli, nella ferita tuttora scoperta di Giulio Regeni sino alla parabola senza termine di Patrick Zaki, da quasi quindici mesi detenuto senza ragione in un carcere di quel paese e oramai prostrato nel fisico e non solo.
A giorni il parlamento italiano tributerà solenne riconoscimento al giovane studente trapiantato a Bologna finché la polizia di al Sisi non ne ha sequestrato la libertà e la vita. Lo farà con una procedura d'urgenza tesa a consentirgli di divenire cittadino italiano e sarà senza dubbio un momento prezioso e una testimonianza di dignità nella patria di Beccaria. Anche se sempre noi all'Egitto dove impera quel governo repressivo nel 2019 abbiamo venduto armi per poco meno di 900 milioni di euro. Cifra del tutto ragguardevole soprattutto se commisurata alla voce analoga di soli cinque anni prima.
Dunque, Turchia, Egitto, ma alla lista della cronaca recente come non sommare la Libia dove le massime cariche del nostro governo si sono recate da ultimo coll'intento, più che legittimo, di contribuire a stabilizzare uno stato tecnicamente "fallito", e scegliendo per l'occasione di ringraziare la sua attuale guida per quell'opera di salvataggio in mare (sempre di migranti e fuggiaschi si parla) prontamente riportati dentro campi di detenzione giudicati dall'Onu come dalla Corte europea di giustizia luoghi di afflizione, violenza e tortura? Anche in quel caso, inutile ripeterlo, convergono la rivendicazione sacrosanta di un principio - nello specifico contrastare i trafficanti di corpi rinforzando il canale dei corridoi umanitari - e la tutela di corposi interessi dell'Eni nello sfruttare la sua storica presenza nell'area.
L'ambiguità dell'occidente - E allora? Dov'è che la condanna della dittatura turca o di quella egiziana può e deve combinarsi - "trovare il giusto equilibrio" per citare ancora il nostro presidente del Consiglio - con le esigenze primarie (ma pure secondarie e oltre) di un paese come l'Italia che ha tutto il diritto-dovere di preoccuparsi dei propri confini, dei propri interessi geo-strategici, delle proprie industrie e commesse? Perché il punto sta lì.
Nel comprendere in quale misura il capitolo dei diritti umani su scala globale possano e debbano prevalere su ogni altro calcolo o interesse. Che poi è solo un modo meno brusco di chiedere alla politica (governi, parlamenti, istituzioni comunitarie) quale prezzo si è disposti a pagare per chiudere un occhio, meglio ancora tutti e due, dinanzi al calpestare lo stato di diritto, le libertà fondamentali della persona a partire dall'inviolabilità del corpo e dalla tutela della dignità di ciascuno.
Il consuntivo? Riconoscere come le parole del nostro premier, al pari di quanti lo hanno preceduto nello stesso ufficio, siano il riflesso di una ambiguità che pesa sull'occidente come un macigno. Perché se da un lato dovrebbe la storia funzionare da monito verso i rischi di una sottovalutazione del ruolo delle dittature a qualunque latitudine (in fondo, inglesi e francesi ebbero a pentirsi del Patto di Monaco non troppo dopo il 1938), dall'altro ci dev'essere un criterio al quale principi non negoziabili si possano ancorare. Nel senso che non si può ridurre l'unica utopia universale rimasta - la difesa dei diritti umani a cominciare da quelli delle donne - a un relativismo etico di volta in volta subalterno e ostaggio di interessi meno nobili, ma più pesanti e pressanti nel rivendicare i propri interessi nazionalistici o corporativi.
Una gerarchia più coerente - Si dirà che siamo dinanzi a un paradosso irrisolvibile perché se volessimo applicare il criterio accennato a ogni paese tacciabile di violare quei diritti sprofonderemmo in un isolazionismo impotente e totalmente inabile anche solo a stimolare una evoluzione possibile di quei regimi in senso più inclusivo e liberale. In questa affermazione c'è del vero, inutile negarlo, eppure un grande paese come l'Italia, al pari di altri e forse un po' più di altri, dovrebbe non limitarsi a cercare il "giusto equilibrio", ma capire come in un mondo privo di un chiaro ordine e in un tempo segnato da una democrazia più "fragile" si possa trovare la via per affermare il primato di alcune verità.
Un po' come avvenne a suo tempo, almeno nel cuore dell'Europa, col rifiuto della pena di morte, premessa odierna per l'ingresso nell'Europa politica. Il tema, dunque, diviene come e dove piantare i paletti, una linea di demarcazione, oltre la quale affermare la necessità di cooperare con una dittatura lasci spazio a una logica diversa: in che modo articolare il campo più largo di paesi e organismi sovranazionali capaci di agire congiuntamente per costringere quei regimi al rispetto dei diritti fondamentali.
Perché, a dirla tutta, l'incidente della mancata terza poltrona per l'ospite europeo è certamente grave e da sanzionare, ma oltre l'episodio in sé rimane l'ipocrisia di un'Europa che sborsa denaro perché altri, fosse pure un dittatore, si faccia carico di evitare a noi un problema umanitario di troppo. Allora, forse, meriterà riavvolgere il nastro e darsi una gerarchia più coerente. Perché parliamo di diritti umani, e quelli non si governano a settimane alterne, pena trovarsi orfani non già di una poltrona, ma di un'anima.
di Serena Chiodo
Il Manifesto, 11 aprile 2020
"L'area Schengen è uno dei pilastri del progetto europeo. Dal 1995 la libertà di circolazione si è concretizzata con l'abolizione dei controlli ai posti di frontiera". Così recita una nota pubblicata sul sito del Parlamento Europeo, che prosegue: "Le autorità nazionali possono effettuare controlli ai posti di frontiera in seguito a specifici rischi". Quali sono questi rischi? Oltre a ipotetici 'attacchi terroristici', la nota fa riferimento solo ai flussi migratori: quindi alle persone migranti, considerate un pericolo non per ciò che fanno ma per ciò che sono.
Un approccio che legittima chiusure, controlli e pratiche, non sempre regolari: respingimenti immediati, anche di minori non accompagnati, trattenimenti. L'obiettivo primario è fermare i e le migranti. Per farlo, sempre più spesso viene colpito anche chi si oppone a questo tipo di approccio, come molti cittadini e attivisti. O chi, semplicemente, prova a fare il proprio lavoro. È il caso di Valerio Muscella e Michele Lapini, due fotoreporter italiani trattenuti per quattordici ore dalla polizia francese.
Da circa una settimana i due freelance sono al confine alpino tra Francia e Italia, per documentare i passaggi dei migranti che, dopo aver attraversato la rotta balcanica - in cui le violazioni sono note anche grazie al lavoro di giornalisti sul campo - provano a proseguire il proprio viaggio, spesso verso il nord Europa, dove molti hanno una rete relazionale attiva.
Un viaggio che l'assenza di politiche europee di ingresso legale e sicuro, e la mancanza di responsabilità condivisa tra stati membri, obbliga a fare nell'ombra, tra i boschi. E proprio nei boschi si trovavano Muscella e Lapini nella notte di lunedì di Pasquetta, nello specifico tra Claviere e Monginevro, dove stavano seguendo otto uomini, cittadini iraniani e afghani. Il gruppo è stato bloccato dagli ufficiali della PAF, la Polizia di frontiera francese.
"Gli otto migranti sono stati fermati, e noi con loro, in quanto sospettati di essere passeur, trafficanti" racconta Muscella. A nulla è servito mostrare i documenti e chiarire di essere fotoreporter, con tanto di tesserino dell'AIRF (Associazione Italiana Reporters Fotografi). "Siamo stati portati al commissariato della Paf a Monginevro insieme ai tre cittadini iraniani e ai quattro afghani. Ci hanno tolto il cellulare, le stringhe dalle scarpe, le cinture. Dopodiché ci hanno chiuso in due celle separate. Per andare in bagno dovevamo farci accompagnare", raccontano. Lì sono rimasti quattordici ore: telecamere di sorveglianza puntate, luce accesa, una panca di legno per provare a dormire. Alle 4 di mattina è arrivata una funzionaria della polizia francese.
"Ci hanno chiesto se siamo sposati o fidanzati, dove viviamo, se in affitto", spiega Lapini. Poi le domande si sono concentrate sul sospetto mosso dalla polizia. "Era evidente che eravamo lì per fare il nostro lavoro. Abbiamo mostrato le foto, i nostri siti, una lettera della Croce Rossa attestante il lavoro di documentazione che stavamo svolgendo". Nessun cambiamento dalla polizia francese: si accavallano le domande sui percorsi dei migranti ed eventuali passaggi di soldi, ripetute in un secondo interrogatorio alle 6 di mattina.
Sono le 10.30 del mattino quando i due vengono finalmente fatti uscire, dopo la firma di documenti in francese. Ieri l'avvocato Andrea Ronchi, nominato difensore, ha scritto alle autorità francesi per chiedere chiarimenti. "Il Comune di Monginevro ha risposto con una velina locale che sottolinea come le ore di fermo abbiano coinciso con il tempo necessario per chiarire la posizione dei due".
Dal commissariato di Briançon e dall'ufficio della Paf ancora nessuna risposta. "In un paese europeo, due cittadini europei sono fermati per 14 ore e trattati come arrestati. Inoltre non viene rilasciata loro alcuna notifica scritta, ma solo un foglio con una frase in pennarello che indica nel Tribunale di Gap il luogo per avere informazioni", commenta l'avvocato, sottolineando: "Ci sono procedure che in Europa devono essere garantite, non possiamo lasciare che un cittadino europeo sul suolo europeo venga trattenuto senza capire il motivo".
E se a livello legale si chiarirà ciò che è successo, l'effetto immediato è già lampante secondo l'avvocato: "Quando accaduto mi sembra si configuri come simile a ciò che vediamo su più ampia scala in questo momento. Queste inchieste hanno l'effetto di dire che sulle montagne ci sono la polizia e non ci devono essere i giornalisti, come nel mare c'è la guardia costiera libica e non devono esserci le ONG. L'effetto che hanno è quello di allontanare occhi e orecchie dai luoghi più sensibili in questo momento in Europa, ossia i confini. Ed è proprio da come ci comportiamo in questi luoghi che si vede lo stato di salute delle nostre democrazie.
E' sulla situazione dei migranti che Muscella e Lapini pongono ora l'accento, perché se due cittadini italiani vengono trattenuti in quelle condizioni, cosa può succedere a chi non ha il passaporto 'giusto'? "Gli otto uomini fermati con noi sono stati respinti: la polizia francese ha chiamato quella italiana, che come fa sempre in questi casi ha riportato le persone indietro".
Ecco come finisce per molte persone il viaggio: con un respingimento immediato verso il primo comune italiano, senza alcun tipo di assistenza se non quella di solidali e associazioni. In attesa, spesso, del prossimo tentativo. Perché chi ha alle spalle un viaggio di mesi, segnato da sofferenze e violazioni, difficilmente si fermerà proprio qui.
Uno dei ragazzi afghani presente al momento del fermo ha vissuto in una fabbrica abbandonata a Bihac, in Bosnia, per sei mesi, prima di continuare il viaggio. Ha provato più di venti volte ad attraversare il confine. A fine marzo, una bambina afghana di undici anni è stata ricoverata a Torino in stato di shock dopo essere stata respinta con la madre dalla Polizia francese al confine del Monginevro. Entrambe hanno trovato sostegno presso la Casa cantoniera di Oulx.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 11 aprile 2020
L'Antiterrorismo: "Interrompono celebrazioni e convegni con intrusioni informatiche di ispirazione neofascista". Gli investigatori hanno censito 24 attacchi tra novembre e marzo scorsi. Gli ultimi raid denunciati risalgono al mese scorso. Il 12 marzo a Vicenza, durante un webinar (seminario via Internet) dedicato alla memoria del deputato socialista Domenico Piccoli, ucciso in Calabria un secolo fa, agli albori del fascismo, un ignoto partecipante s'è intrufolato inneggiando a Mussolini, Hitler e all'Olocausto. Una settimana prima a Milano, nel corso di una videoconferenza organizzata dal Comune dedicata alle "Storie della buonanotte", qualcuno s'è inserito trasmettendo audio offensivi, foto del Duce e di donne nude.
Le intrusioni - Sono intrusioni informatiche di ispirazione neofascista dove però le connotazioni goliardiche sembrano superare quelle ideologiche, al punto che l'apposito Servizio per il contrasto dell'estremismo e del terrorismo interno della Polizia di prevenzione le cataloga tra quelle di "altra natura", rispetto alla categoria considerata più inquietante: le azioni di disturbo "a carattere antisemita". Gli investigatori della Rete e dell'antiterrorismo ne hanno censite 24 tra novembre e marzo scorso, con un picco registratosi intorno al Giorno della Memoria delle vittime della Shoah, celebrato il 27 gennaio: in quel periodo sulle varie piattaforme si sono concentrati almeno una dozzina di assalti informatici per disturbare convegni e celebrazioni. Quasi sempre con slogan in omaggio a Hitler e al Terzo Reich, sulle note di "Faccetta nera" o altri inni nazi-fascisti.
La lezione di ebraismo - Il primo della serie risale al 3 novembre, a Venezia, quando una "lezione di ebraismo" organizzata dalla comunità israelitica locale è stata interrotta da un partecipante con nickname "Rambo", che ha diffuso insulti antisemiti mentre proiettava una svastica; le verifiche informatiche l'hanno trovato in provincia di Bergamo. La regione che conta il maggior numero di episodi è proprio il Veneto, seguito da Lombardia e Piemonte; poi ci sono Toscana, Lazio, e qualche isolato episodio diviso tra Centro e Sud.
Ma la sorpresa maggiore è arrivata dalle indagini, prima telematiche attraverso i Dipartimenti della polizia postale, e poi sulle persone, con il lavoro delle Digos: nella grande maggioranza dei casi responsabili dei raid sono minorenni, ragazzini nati anche nel 2006, quindicenni o poco più. Che quasi sempre agiscono da casa, all'insaputa dei genitori, e avendo poca o nessuna cognizione della gravità di ciò che fanno.
Gli incontri politici - A volte, dopo aver sperimentato le tecniche di intrusione per disturbare la didattica a distanza sono passati alle intromissioni negli incontri politici o di settore. Come quello organizzato dal Consiglio comunale di Corchiano, in provincia di Viterbo, il 9 gennaio; si parlava di depositi di rifiuti radioattivi e da postazioni internet individuate a Torino e a Brescia sono partiti insulti e bestemmie, con il sottofondo della solita "Faccetta nera".
I successivi accertamenti hanno portato gli investigatori nelle case di un rumeno quarantenne e di una italiana di origini kuwaitiane, 50 anni, ma poi s'è scoperto che a usare i computer erano stati i figli minorenni, iscritti ai gruppi Zoom Bombing e Telegram, che hanno ammesso le intrusioni. La leggerezza con cui questi giovanissimi inneggiano al fascismo o al nazismo, senza organizzazioni alle spalle né supporto ideologico, è comunque preoccupante: considerare slogan razzisti e antisemiti al pari di insulti e provocazioni generiche o a sfondo sessuale significa essere pronti ad assorbire la propaganda che altri diffondono con ben altre convinzioni.
Come i due signori che in Sardegna e in provincia di Viterbo sono stati identificati e denunciati per le offese e le minacce alla senatrice a vita Liliana Segre. Neppure loro, denunciati per "propaganda e istigazione di discriminazione razziale etnica e religiosa", avevano strutture o gruppi di riferimento; a differenza del quarantenne sassarese fondatore di una formazione battezzata Ordine Ario Romano, che diffondeva messaggi nazisti ed elenchi di cognomi di origine ebraica "in modo da poterli facilmente individuare", per il quale è stato chiesto il rinvio a giudizio insieme ad altri sette imputati.
I rischi - Il rischio di emulazione, esaltazione e potenziale aumento di pericolosità non viene sottovalutato dagli inquirenti. Lo dimostra la vicenda di Andrea Cavalleri, il ventiduenne di Savona arrestato nel gennaio scorso (ora agli arresti domiciliari) perché sempre via Internet incitava alla violenza contro "sionisti, liberali, marxisti e capitalisti". Esaltava le stragi di Oslo e Utoya commesse dal terrorista norvegese Amders Breivik, e vagheggiava di seguirne le orme.
La "condotta criminosa" di Cavalleri, con la contestazione di "apologia della Shoah e dei crimini di genocidio", è stata considerata potenzialmente eversiva, e il 18 marzo la Digos di Bologna ha perquisito quattro persone in contatto con la sua chat di matrice suprematista. Ma all'origine di questa indagine ci sono le verifiche compiute sui proclami che esortavano alla "dissoluzione del giudeo" diffusi da un minorenne di Torino attraverso Telegram.
di Barbara Spinelli
Il Dubbio, 11 aprile 2020
Che l'età dei diritti sia al tramonto, ce lo hanno dimostrato con chiarezza Draghi, von der Leyen e Michel. Coloro che avrebbero il compito di preservare e difendere le istituzioni democratiche tuttora esistenti in Europa. Leggendo i giornali degli ultimi due giorni, viene da pensare che davvero i diritti umani siano un'ideologia occidentale in declino. E che a favorire tale lento ma inesorabile declino siano proprio quei governanti europei che invece avrebbero il compito di preservare e difendere le istituzioni democratiche tuttora esistenti in Europa, sorte dalle ceneri dei campi di concentramento nazisti nel secondo dopoguerra del secolo scorso. Che l'età dei diritti sia al tramonto, ce lo hanno dimostrato con chiarezza Draghi, von der Leyen e Michel.
Draghi, pur di recuperare gli interessi economici in Libia, si è spinto ad affermare che "Sul piano dell'immigrazione noi esprimiamo soddisfazione per quello che la Libia fa nei salvataggi e nello stesso tempo aiutiamo e assistiamo la Libia", anche dopo che, al contrario, Fatou Bensouda, la procuratrice della Corte penale internazionale dell'Aia, ha messo nero su bianco nel suo rapporto al Consiglio di sicurezza dell'ONU la responsabilità del generale Haftar e delle milizie dal medesimo controllate nei crimini di guerra e nelle "sistematiche atrocità" commesse contro migranti e profughi. Von der Leyen e Michel, dopo i già sonori schiaffi assestati da Erdogan al sistema europeo di tutela dei diritti umani, il primo attraverso il menefreghismo dimostrato davanti alla sentenza della Corte Europea dei diritti umani con la quale si chiedeva l'immediata liberazione del leader HDP Selahattin Demirtas, dichiarando urbi et orbi che "la sentenza non è vincolante per Ankara", il secondo, con la fuoriuscita dalla Convenzione di Istanbul, si sono dimostrati propensi ad accettare sottomessi anche il terzo, inflitto a favore di telecamere in occasione della visita ad Ankara.
Che si sia trattato di un pasticcio diplomatico è fuor di dubbio: strano però che i funzionari della Commissione non si siano coordinati con quelli del Consiglio d'Europa per la preparazione della visita, e ancor più strano che i funzionari di Ankara ignorassero la pari dignità di entrambe le istituzioni. Perché è pur vero che il capodelegazione era Michel, ma quando si ricevono due istituzioni di pari importanza, le si assegnano posti di pari rilievo. Invece Ursula, a sedia mancante, si è accontentata del divanetto, declassata alla compagnia del Ministro degli Esteri Cavasoglu, lasciando la scena ai due uomini di potere. Ammesso che l'assenza della sedia sia stato frutto dell'imperizia dei funzionari europei, tuttavia a sedia mancante era chiaro che la scelta sul che fare avrebbe avuto una portata simbolica pregnante. Accettare il terzo schiaffo o ribadire il necessario rispetto della pari dignità istituzionale, a maggior ragione in quanto l'istituzione messa in disparte era rappresentata da una donna, attendendo in piedi l'arrivo della terza sedia? Purtroppo, Ue e Consiglio d'Europa hanno incassato il terzo schiaffo senza colpo ferire, ed anzi nella conferenza stampa congiunta hanno pure spiegato il motivo di tanto aplomb: intensificare gli scambi economici e rafforzare i finanziamenti per la gestione dei flussi migratori. Erdogan è stato scaltro: come nel gioco delle tre carte, rimbalzando tra i protocolli, ha mostrato al mondo intero la debolezza della diplomazia europea e la relatività dell'ideologia occidentale dei diritti umani, predicata ma non praticata.
L'immagine che Michel e Von der Leyen ci hanno consegnato, come d'altronde Draghi con le sue dichiarazioni, è quella di un esecutivo fragile, vulnerabile, per il quale il prevalere degli interessi politici ed economico- finanziari impone la relativizzazione nella tutela dei diritti umani, la sudditanza a criminali di guerra, dittatori e despoti, che se ne compiacciono ingrassando le loro tasche, per fare il lavoro sporco. E così, mentre Al- Sisi, Haftar ed Erdogan se la ridono compiaciuti della fragilità italiana ed europea - fragilità ideologica e politica- e si godono i vantaggi economici che ne derivano, noi guardiamo la democrazia morire lentamente, affossata dalle logiche speculative dei governi, che non esitano a barattare sicurezza, commesse milionarie e rifornimenti energetici con il silenzio assenso ai regimi dittatoriali del Mediterraneo all'eliminazione interna della resistenza democratica, e all'erosione dello stato di diritto mediante la cancellazione della separazione dei poteri, dell'indipendenza della magistratura, dei principi di uguaglianza e non discriminazione.
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