di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 gennaio 2021
La lettera dei detenuti del carcere di Torino al Dubbio. "Aumentano i contagi, aumenta l'angoscia, s'incrementa la rabbia e la sfiducia!". Così scrivono, in una lettera a Il Dubbio, i detenuti e le detenute del carcere di Torino, preoccupati per il Covid 19. Manifestano, soprattutto, la delusione a proposito delle misure deflattive introdotte dal governo.
di Antonio Crispino
Corriere della Sera, 5 gennaio 2021
Tik Tok più che Fb o Insagram è diventata la nuova frontiera della comunicazione mafiosa. "Il dato allarmante è che fanno proseliti anche tra chi non è affiliato". La fanpage dedicata a Vincenzo Torcasio, alias Giappone, boss di 'ndrangheta condannato a 30 anni di carcere per omicidio oggi ha 18mila follower. E i numeri crescono anche se è ferma dal 2017. Perché è un vero e proprio manifesto criminale. Nella foto del profilo sono elencati i punti programmatici: "No al libero convincimento dei Giudici; rispetto per i diritti dei Carcerati; Dignità per ogni Detenuto; contro la Tortura del 41 Bis".
Con le parole "carcerati", "dignità" e "detenuto" scritte in maiuscolo proprio come "giudice". I Torcasio sono stati protagonisti di una faida di 'ndrangheta (Torcasio-Cerra contro Iannazzzo-Giampà) durata più di dieci anni a Lamezia Terme (comune sciolto per infiltrazioni mafiose per ben due volte). I follower sono per lo più ex detenuti e familiari. Non solo di carcerati calabresi ma appartenenti un po' a vari clan di camorra, mafia e 'ndrangheta. Una sorta di circolo in cui ritrovarsi.
Spulciando tra questi, infatti, si arriva facilmente ad altre fanpage su Facebook che fanno riferimento al clan dei "fraulella" di Ponticelli (Napoli), agli Aprea, gli Stolder, Marfè, Sibillo. Quest'ultimo è il baby boss che ha ispirato e ispira ancora oggi le varie paranze dei bambini. Fu ucciso all'età di 19 anni e il suo ritratto compare tra i vicoli di Napoli accanto a quelli di Pino Daniele, Massimo Troisi e Totò. Più che su Facebook e Instagram spopola su Tik Tok. ES17, ossia l'acronimo del nome seguito dal suo numero simbolo raccoglie 235,6k di visualizzazioni, come se fosse un divo del calcio, alla stregua di un CR7. Ed è solo la pagina più vista, ce ne sono altre con meno contatti.
Sono centinaia i video in cui si riprendono spezzoni del documentario Sky che ripercorre la sua storia criminale. Ancora di più quelli in cui le ragazzine eseguono il lipsync di Mariarca Savarese, la fidanzata di Es17, che analizza la vita del piccolo boss.
"Sono proprio le donne le chiavi d'accesso al social più di tendenza - spiega Marcello Ravveduto, ricercatore del Dipartimento di Scienze Politiche e della Comunicazione dell'università di Salerno -. I criminali gestiscono i social attraverso le donne. Sono più appariscenti, conquistano più seguito e veicolano meglio il messaggio. Spesso i profili sono cointestati perché quando il boss viene arrestato è la moglie che deve gestire la comunicazione". Fa l'esempio degli Stolder, clan di camorra egemone nel centro storico di cui oltre alle attività criminali nella droga e nel riciclaggio si ricordano le frequentazioni con Maradona e il funerale della sorella del capoclan, Amalia, in stile Casamonica (anche loro attivissimi sui social).
Il profilo Facebook si chiama Tonia Lello Stolder, moglie e marito (che attualmente è recluso in carcere). I post sono eloquenti: "Mi hanno tradito persone che hanno mangiato a casa mia, dimmi tu di chi mi posso fidare". Poi seguono costantemente foto del marito e del marito con il figlio piccolo. Una specie di investitura. "Servono per affermare una presenza, anche se in carcere il marito deve essere ricordato al clan" spiega Ravveduto.
La moglie di un altro baby criminale, Ciro Marfè, ricorda sulla sua pagina: "La vera donna non abbandona il suo uomo, in nessuna difficoltà, ma affronta i problemi con lui" e a seguire: "Sei bella come una questura che brucia". Sono alcuni dei protagonisti delle cosiddette stese di camorra, ragazzini armati di pistola che marcano il territorio sparando in aria dalle selle dei motorini. Su Tik Tok c'è proprio un video tutorial di come si effettuano sparatorie di questo tipo, lo posta kekkofer. Ha ottenuto 16,1k di visualizzazioni e il suo profilo, pieno di video di questo tipo raggiunge 58,2k di utenti.
L'altro pezzo forte è "Finalmente libero", un video da 39k di visualizzazioni in cui si celebra la scarcerazione di un criminale. Non ci sono post di accompagnamento ma solo un emoji: una bomba con la miccia accesa. "È la nuova frontiera della comunicazione mafiosa sui social - spiega il docente di comunicazione Ravveduto -. La bomba ha due significati, può voler dire "sono un tipo forte, ho resistito a tutto" oppure "sono quello che comanda". Spesso si trova l'icona 100% che vuol dire totale appartenenza a un clan oppure la siringa con la goccia di sangue che sta a celebrare un patto criminale appena stretto".
Il potere è anche estetica e allora su Facebook compaiono decine di pagine gestite da mafiosi come Aprea o Stolder in cui si posta quello che compra il boss, il nuovo taglio di capelli, lo champagne in casa, le scarpe alla moda. Come se curassero un brand. E in questo senso un evergreen è Totò Riina. Le fanpage a lui dedicate sono decine. Ciascuna con una media di 2-3000 follower. In passato le pagine social sono state utilizzate per le faide di camorra. Carlo Lo Russo, l'ultimo capo del potente clan soprannominato "I Capitoni", utilizzò Facebook per organizzare gli agguati ai rivali. In un'intercettazione viene ascoltato mentre parla con la moglie: "Cerca su Facebook... Questo è quel Francesco?", "Mi pare di sì.... questo è Raffaele... Ultimo... è uno della banda loro", "i Barbudos... guarda qua che c'è scritto: tutti insieme siamo grandi e comandiamo...". Fa infiltrare alcuni dei suoi nelle pagine social dei rivali per studiarne i movimenti e poi organizzare gli omicidi.
Anche l'uso della geolocalizzazione diventa uno strumento di mafia. "Emanuele Sibillo quando postava lasciava la geolocalizzazione aperta in segno di sfida, per dire: "Sono qui, se siete capaci venitemi a prendere", ricorda Ravveduto. Fabio Orefice, dopo aver subito un agguato dal quale ne uscì miracolosamente vivo, aprì la sua pagina Facebook e sfidò i killer con un post: "Il leone è ferito ma non è morto" con accanto foto di armi.
Evidentemente i suoi rivali erano tra gli amici perché a distanza di poche ore esplosero diversi colpi d'arma da fuoco contro l'abitazione della mamma. "Il dato allarmante è che i mafiosi fanno proseliti anche tra chi non è affiliato. Specialmente su social strutturati come Tik Tok dove basta diventare di tendenza per far vedere lo stesso video a migliaia di persone.
Spesso trovo ragazzini che forse ingenuamente ripetono atteggiamenti, minacce, stili e lessico tipico delle mafie" conclude Ravveduto. Tra quelli che hanno reso virale un trand di ES17 c'è Marika, 12 anni. La canzone di sottofondo è quella di Enzo Dong: "Voglio solo un Ak47, quando dormo è lui che veglia su di me. mitra tu stammi vicino".
di Errico Novi
Il Dubbio, 5 gennaio 2021
L'ex governatore della Calabria Mario Oliverio è stato assolto perché "il fatto non sussiste". L'ex governatore della Calabria Mario Oliverio è stato assolto. La decisione del Gup di Catanzaro Giulio De Gregorio perché' "il fatto non sussiste". L'ex presidente della giunta calabrese, del Pd, era accusato di abuso d'ufficio e corruzione nell'ambito del processo "Lande desolate".
La Procura aveva chiesto una condanna a 4 anni e 8 mesi di carcere. L'inchiesta si riferisce a presunte anomalie nella realizzazione di tre opere pubbliche. Oliverio ha scelto il rito abbreviato, mentre gli altri imputati saranno giudicati con quello ordinario con udienza fissata per il 7 ottobre. "Sono stati due anni di gogna mediatica, nei miei confronti - ha commentato Oliverio - Ho speso la mia vita e il mio impegno politico e istituzionale avendo sempre come bussola la legalità, la correttezza amministrativa, il rispetto dei diritti e delle persone".
"Ho sempre combattuto in prima fila per il riscatto della mia terra e per la liberazione di essa da tutte le mafie e cricche affaristiche - ha continuato Oliverio - Quella mattina di dicembre del 2018 è come se il mondo si fosse capovolto. Nella mia funzione di massimo responsabile del Governo della Regione venivo sottoposto ad un provvedimento cautelare. Un atto grave non solo per la mia immagine, ma soprattutto per l'immagine della Calabria finita nel tritacarne mediatico e nella macchina del fango. Il solo pensiero che i calabresi, a partire da quelli che avevano riposto in me fiducia, potessero essere indotti a credere che il loro presidente avesse tradito la loro fiducia ed approfittato del ruolo che gli avevano conferito sono stati la più grave ferita e il più grande e insopportabile tormento della mia vita. Sono felice per i miei figli, per i miei cari, ma anche per i calabresi".
"Ora che si è affermata la verità e che la Giustizia, attesa da me in rispettoso silenzio, si è imposta è necessaria una riflessione approfondita - spiega Oliverio - Non posso non ringraziare quanti mi sono stati vicino in questa fase difficile, ma soprattutto ringrazio i miei avvocati difensori Enzo Belvedere ed Armando Veneto che sin dall'inizio hanno saputo impostare una linea difensiva argomentata e forte non solo della verità quanto della lettura giusta delle carte processuali. Esse tutte sin dall'inizio mostravano la mia totale estraneità agli addebiti mossimi con "grave pregiudizio accusatorio".
"Da garantista non posso non accogliere favorevolmente l'epilogo della vicenda giudiziaria legata all'inchiesta lande desolate per l'ex governatore Mario Oliveiro e per la deputata Enza Bruno Bossio" ha commentato il commissario regionale del Partito Democratico della Calabria Stefano Graziano. "Va dato atto della grande correttezza e rispetto istituzionale, di essersi difesi nelle sedi deputate e aver dimostrato l'infondatezza delle accuse".
Il Sole 24 Ore, 5 gennaio 2021
Nel "milleproroghe" prolungata la vigenza della normativa emergenziale per i soli processi amministrativi. L'Associazione nazionale magistrati chiede alla politica un intervento urgente per mettere in sicurezza l'intera attività giurisdizionale. Nel decreto cd. "milleproroghe" infatti è stata espressamente prolungata la vigenza della normativa emergenziale per i soli processi amministrativi.
"La mancanza di un'analoga e chiara previsione per i procedimenti civili e penali - si legge in una nota dell'Associazione - sembrerebbe preludere a una imminente ripresa dell'attività giudiziaria interamente in presenza, con conseguenti e inevitabili rischi per la salute degli utenti del servizio giustizia e dei suoi operatori". "L'attività giurisdizionale - prosegue l'Anm - richiede, per il suo efficiente funzionamento, interventi chiari e tempestivi che consentano, nell'interesse di tutti, la predisposizione di adeguate misure organizzative". Da qui il "sollecito ad un immediato intervento del Legislatore, che estenda i termini di applicazione della normativa emergenziale - almeno per l'intera durata dello stato pandemico - anche ai settori della giurisdizione civile e penale".
di Cecilia Moltoni
gruppoabele.org, 5 gennaio 2021
Colpisce l'approccio positivo e propositivo che Bruno Mellano, Garante dei detenuti del Piemonte, ha voluto dare alla presentazione del quinto Dossier delle criticità strutturali e logistiche delle carceri piemontesi. Le criticità infatti ci sono, e non sono poche né leggere. Ma l'emergenza Covid ha dimostrato che sono superabili attraverso uno sforzo coordinato, intelligenza decisionale e investimenti talvolta esigui.
Con 4.164 detenuti al 28 dicembre 2020, il tasso di affollamento medio degli istituti di pena in Piemonte è di circa il 110 per cento. E questo è il primo e più importante problema. La necessità di creare spazi per isolamenti e quarantene ha obbligato le istituzioni carcerarie a liberare e riadattare locali dismessi, in certi casi avviando procedure previste da tempo ma in stallo burocratico. L'auspicio è che, sull'onda degli interventi emergenziali, se ne sblocchino molti altri già programmati e che i fondi Recovery non dimentichino investimenti ormai improrogabili in questo senso.
L'importanza di ampliare e ammodernare le strutture detentive va intesa, ha sottolineato Mellano, come strumento per garantire in futuro maggiori spazi alle attività che perseguono lo scopo educativo della pena: scuola, lavoro, formazione, incontri coi familiari. Tutte attività che si sono tragicamente interrotte durante l'emergenza sanitaria.
Non si deve invece cadere nell'equivoco che servano più posti per ospitare più detenuti. La risposta alla pandemia ha dimostrato che una buona percentuale delle persone recluse può avere accesso alle misure alternative, come previsto dai decreti degli ultimi mesi mirati a decongestionare il sistema. Sarebbe un'occasione sprecata, secondo i Garanti, revocare adesso queste misure e rinunciare a pensare il carcere, per il futuro, sempre più come extrema ratio.
Sul piano della gestione del contagio da Covid, il tema caldo è ora quello del vaccino. I Garanti si sono fatti promotori di un appello per garantire una corsia preferenziale all'immunizzazione dei detenuti e degli operatori penitenziari, visto l'ambiente chiuso e particolarmente a rischio in cui vivono. E la senatrice Liliana Segre, insieme ai senatori De Petris e Marilotti, ha presentato un'interrogazione in tal senso al Governo. Ma per ora le parole del sottosegretario alla Giustizia Giorgis sembrano escludere questa strada: nel contesto carcerario, ha spiegato, si seguiranno i medesimi criteri individuati a livello generale, tenendo conto di fragilità specifiche e dato anagrafico.
Stefano Anastasia, portavoce nazionale della Conferenza dei Garanti italiani, ha chiuso la presentazione del Dossier con tre risposte secche alla domanda: cosa ci ha insegnato il Covid? La prima: per evitare che diventi ingestibile in caso di crisi, il sovraffollamento carcerario va combattuto con decisione nell'ordinarietà, attraverso interventi strutturali e con il ricorso sempre più ampio e ragionato alle misure alternative. La seconda: il sistema di comunicazione è molto arretrato, ancora fondato su carta e analogico. Investire sulla digitalizzazione è fondamentale per non privare mai più in futuro i detenuti delle opportunità formative e anche relazionali rese possibili dalle nuove tecnologie. La terza: anche dentro al carcere deve esistere un modello di integrazione socio-sanitaria.
Facendo tesoro dell'esperienza tragica ma in qualche modo istruttiva della pandemia, bisogna insomma riportare alla piena legalità gli istituti penitenziari, perché è assurdo che proprio le strutture demandate ad accogliere chi ha violato la legge, violino a propria volta le norme che ne regolano capienza e funzionalità, e tradiscano il mandato costituzionale sullo scopo riabilitativo della pena. Un primo dato di speranza viene dalla normativa che consentirebbe finalmente di superare la situazione delle madri detenute insieme ai figli minori. Si parla di piccoli numeri, per fortuna, definiti comunque dai garanti uno scandalo. Implementare il sistema di case alloggio alternative, da tempo allo studio, sarebbe davvero un bel segnale per il futuro.
quotidianogiuridico.it, 5 gennaio 2021
Cassazione penale, sezione V, sentenza 9 dicembre 2020, n. 35012. Pronunciandosi sul ricorso proposto avverso la ordinanza con cui il tribunale del riesame aveva riformato l'ordinanza del GIP che, valutate le condizioni di salute di un detenuto in stato di custodia cautelare per associazione di stampo mafioso, le aveva ritenute incompatibili con il regime detentivo, applicandogli la misura degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, la Corte di Cassazione (sentenza 9 dicembre 2020, n. 35012) - nel disattendere la tesi difensiva, secondo cui erroneamente il tribunale aveva ritenuto di escludere una situazione di incompatibilità col regime carcerario, connessa al pericolo concreto di contagio, sol perché non si erano verificati, presso la struttura carceraria ove egli era ristretto, casi di detenuti positivi al Covid-19, o perché l'emergenza sanitaria nazionale era in diminuzione - ha invece affermato che in periodo di pandemia, l'incompatibilità ex art. 275 comma 4 bis c.p.p. delle condizioni di salute con lo stato di detenzione per il pericolo di contagio deve essere ancorata - oltre che alla verifica astratta circa la presenza nell'indagato di una o più patologie, tali che in caso di contagio risulti certo o altamente probabile il verificarsi di gravi complicanze o di morte - alla ulteriore verifica del rischio che il carcere in cui l'indagato si trovi ristretto sia un luogo nel quale concretamente sia possibile contrarre il virus.
di Mario Di Vito
Il Manifesto, 5 gennaio 2021
Aperto un fascicolo contro ignoti sul caso del 40enne morto nel penitenziario di Ascoli Piceno, il 10 marzo scorso, dopo essere stato trasferito già in condizioni critiche dal capoluogo emiliano. Il procuratore: "Al momento è tutto abbastanza fumoso: non ci pronunciamo ma rispetto a quanto è stato scritto negli esposti ed espresso verbalmente davanti ai pm si faranno i necessari approfondimenti".
È l'omicidio colposo l'ipotesi di reato sulla quale indaga la procura di Modena per il caso di Salvatore Piscitelli, il 40enne morto in carcere ad Ascoli Piceno il 10 marzo scorso dopo essere stato trasferito già in condizioni critiche da Modena, in seguito a una delle rivolte che scoppiarono dietro le sbarre all'inizio della prima fase di lockdown per il coronavirus.
Al Sant'Anna di Modena - 560 detenuti su una capienza di 369 - si verificò la sommossa più violenta delle decine che scoppiarono un po' ovunque in Italia: cominciata l'8 marzo e definitivamente domata soltanto il 15, durante la rivolta causata dallo stop ai colloqui con i familiari e dal pesante clima di incertezza di quei giorni, portò a un tentativo di fuga di massa dei carcerati (fermata solo dai furgoni della polizia penitenziaria che bloccarono materialmente ogni uscita) e a un totale di nove vittime, tutte ufficialmente per overdose dopo aver saccheggiato l'infermeria della prigione ed essersi impossessati di metadone e altre sostanze. Per il resto, l'istituto fu devastato: le celle, gli spazi comuni vennero distrutti e un'intera ala venne data alle fiamme e resa inagibile.
"Al momento il fascicolo su Piscitelli è aperto per omicidio colposo - dice il procuratore modenese Giuseppe Di Giorgio -, per ogni detenuto morto è stato aperto un fascicolo. In alcuni casi il reato ipotizzato è morte come conseguenza di altro reato. Al momento è tutto abbastanza fumoso: non ci pronunciamo ma rispetto a quanto è stato scritto negli esposti ed espresso verbalmente davanti ai pm si faranno i necessari approfondimenti".
Il riferimento di Di Giorgio è al documento prodotto da cinque detenuti, trasferiti anche loro da Modena ad Ascoli con Piscitelli, e inviato alla procura alla fine di novembre. Tra le pagine scritte di proprio pugno dai detenuti si legge una dettagliata cronaca delle rivolte di marzo e di come sono state sedate.
"Il detenuto - scrivono i cinque parlando di Piscitelli -, già brutalmente picchiato alla casa circondariale di Modena, durante la traduzione arrivò ad Ascoli in evidente stato di alterazione da farmici, tanto da non riuscire a camminare... Tutti ci chiedevamo come mai non fosse stato disposto l'immediato ricovero".
Tra i punti da chiarire c'è proprio il fatto che Piscitelli, al suo arrivo nelle Marche, non sarebbe stato sottoposto a una visita medica approfondita, come prevede la prassi e, nello specifico, sarebbe stato necessario viste le sue condizioni. Giunto ad Ascoli la sera del 9 marzo e sistemato in una cella della sezione penale, Piscitelli è morto la mattina successiva, dopo che altri detenuti avevano avvisato le guardie che non si muoveva più e che il suo corpo era freddo.
Dopo aver inviato l'esposto, i cinque da Ascoli sono stati rimandati a Modena per essere poi ascoltati dalla procura. "Siamo stati picchiati selvaggiamente dopo esserci consegnati di nostra spontanea volontà agli agenti, senza aver opposto alcuna resistenza - hanno raccontato. Siamo stati oggetto di minacce, sputi, insulti e manganellate. Un vero pestaggio di massa".
E questo sarebbe avvenuto non solo a Modena, ma anche ad Ascoli: "Nello specifico nei furgoni della penitenziaria, alla presenza degli agenti locali. Quando siamo stati visitati a molti di noi non fu neanche chiesto di togliersi gli indumenti per constatare se avessimo lesioni corporee".
Il Garante nazionale per i detenuti, Mauro Palma, sta seguendo il caso in qualità di "persona offesa" e ha provveduto a nominare l'avvocato Giampaolo Ronsisvalle e il medico legale Cristina Cattaneo per seguire ancora più da vicino le indagini.
"Istituzionalmente - dice Palma - abbiamo il dovere di diradare ogni nebbia. Vogliamo sapere se tutti i detenuti trasferiti da Modena sono stati visitati adeguatamente. Vogliamo conoscere chi, dal punto di vista sanitario, ha autorizzato i trasferimenti e se una volta arrivati nelle altre carceri i detenuti sono stati seguiti adeguatamente".
di Mary Liguori
Il Mattino, 5 gennaio 2021
Non si placano le polemiche dopo la morte del detenuto Renato Russo, deceduto nell'infermeria del carcere di Santa Maria Capua Vetere nella notte di Capodanno. Dopo la denuncia del garante Samuele Ciambriello, affidata a Il Mattino e poi ai suoi profili social, è arrivata la replica della giunta esecutiva dell'Anm a difesa dell'operato dei magistrati che avrebbero respinto le due istanze di scarcerazione presentate da Russo in virtù di una grave cardiopatia. "Russo Renato, napoletano, 54 anni è morto nell'infermeria del carcere di santa Maria Capua Vetere - scriveva Ciambriello sabato - Adesso il suo corpo è all'Ospedale di Caserta per l'autopsia. Chiedo giustizia e verità. Per due volte il magistrato competente, pur essendo cardiopatico e malato, gli aveva rifiutato gli arresti domiciliari. Non si può morire in carcere e di carcere.
Chi ha sbagliato deve pagare il suo debito non a prezzo della sua vita La giustizia è in agonia. Ci vorrebbe un picconatore. Ma quando la politica riprenderà in mano i suoi poteri e i suoi doveri? Adesso è cinica e pavida". Nella stessa giornata, il magistrato Marco Puglia, segretario della giunta dell'Anm, replicava su Il Mattino alle dichiarazioni del garante. Oggi, una nuova nota del medesimo organismo che definisce "pericolose" le esternazioni di Ciambriello rilanciate dal garante dei detenuti napoletani, Ioia, e annuncia contromisure.
"La giunta esecutiva dell'Anm presso la Corte di Appello di Napoli apprende con rammarico che il Garante per la tutela dei diritti delle persone private della libertà personale della regione Campania, Samuele Ciambriello, ha rilasciato nella una dichiarazione al Mattino di Caserta relativa al decesso di un detenuto cardiopatico presso il carcere di Santa Maria Capua Vetere nella quale è dato leggere: "il magistrato competente, pur essendo Russo cardiopatico, gli ha rifiutato i domiciliari. Non si può morire in carcere e di carcere. Chi ha sbagliato deve pagare, ma non a prezzo della vita. La giustizia è in agonia".
"Tale dichiarazione - scrive ancora l'Anm - getta una inaccettabile ombra di iniquità sull'operato dei magistrati perché essa non è suffragata da alcuna analisi o elemento a sostegno di quanto prospettato e non tiene conto del costante senso di responsabilità che essi adoperano nel tutelare la salute dei detenuti. A ciò si aggiunga che la predetta dichiarazione è stata, altresì, pubblicata su un profilo social del garante Ciambriello e ripresa per intero sul profilo del garante del comune di Napoli, Pietro Ioia, consentendo, al contempo, la pubblicazione di commenti altamente diffamatori da parte di altri utenti nei confronti dei magistrati, del ministro Bonafede, della direzione e del personale del carcere sammaritano, senza alcun tipo di attività di moderazione o censura da parte dei proprietari dell'account. Siffatto comportamento, superficiale e al contempo pericoloso perché capace di nutrire un clima di ingiustificato rancore nei confronti delle pubbliche istituzioni, è assolutamente inaccettabile. E lo è ancor di più se posto in essere da soggetti che, per il loro ruolo istituzionale, dovrebbero avere la capacità di interloquire con la magistratura in maniera misurata e funzionale per il raggiungimento di un obiettivo comune.
Lascia, pertanto, estremamente amareggiati la lettura della predetta dichiarazione e la modalità di diffusione e gestione della stessa senza sottacere la preoccupazione per la propria incolumità che, altresì, tali condotte ingenerano in persone che esercitano, nel rispetto della legge, le proprie funzioni. La Giunta, pertanto, si riserva l'utilizzo dei previsti strumenti di tutela nelle opportune sedi".
Poche ore dopo, il garante Ciambriello ha ulteriormente chiarito la sua posizione. "Prendo atto delle dichiarazioni dell'Anm, presso la corte di Appello di Napoli e per il grande rispetto che nutro per le istituzioni e la magistratura e per lo stesso ruolo di garanzia che sono chiamato a ricoprire, non intendo alimentare alcuna polemica in merito a questa vicenda. - ha scritto. Temo che le mie dichiarazioni siano state male interpretate e che non se ne sia colta la sostanza. Sono molto dispiaciuto se qualcuno sui social fa uso strumentale delle mie dichiarazioni o le commenta in modo offensivo. Per quanto mi riguarda, laddove nelle mie possibilità, rimuovo sempre i commenti inopportuni - di cui ovviamente non sono responsabile- e attiverò per il futuro forme di controllo più severe nell'interesse di tutti. Ciò detto vorrei però che restasse in primo piano l'azione del mio ufficio che ogni giorno lavora, nell'interesse del sistema penitenziario, a tutela di diritti costituzionalmente garantiti".
di Andrea Bucci e Irene Famà
La Stampa, 5 gennaio 2021
L'ha colpito con violenza, al volto e al torace in uno dei tanti alloggi all'ultimo piano della comunità psichiatrica "L'Arca" di Volpiano. Poi l'ha lasciato a terra, esanime, e si è seduto in attesa dell'arrivo dei carabinieri. "Sono stato io": questa la sua confessione.
Simone Giacomo Farina, italiano di 36 anni, con alle spalle diversi guai con la giustizia e in libertà vigilata con obbligo di permanenza nel centro di via San Benigno, ieri sera ha ammazzato un altro ospite della struttura. Simone Bonfiglio, quarantasei anni, seguito anche lui dalla comunità, centro che si occupa di pazienti psicotici gravi. "L'ho colpito più e più volte. L'ho preso a pugni. Sino a lasciarlo a terra" ha spiegato, più o meno così, ai carabinieri di Chivasso.
Nel 2015, Farina era stato arrestato dai carabinieri, fermato di fronte a un centro commerciale di Carmagnola con una pistola Beretta rubata ad Alba. Voleva introdursi nei camerini delle ragazze immagine durante l'inaugurazione di un negozio.
Il movente dell'omicidio è ancora al vaglio degli investigatori del comando provinciale, che in queste ore stanno ascoltando ospiti e operatori di quella villetta poco fuori Volpiano. Cosa ha sconvolto la quotidianità di quel centro sulla stradina che costeggia la linea ferroviaria per Rivarolo? Forse una banale discussione, di quelle che talvolta nascono tra chi vive nella struttura.
Forse uno sguardo torvo, interpretato come una sfida. Forse una frase pronunciata a denti stretti, intesa come un affronto. O anche solo una sigaretta negata, un piccolo dispetto. A dare l'allarme, ieri intorno alle 22, il personale del centro. Gli operatori hanno trovato la vittima distesa a terra, in stato di incoscienza. Vani i tentativi dei soccorritori del 118 di rianimarla.
Gli operatori de L'Arca, professionisti che da sempre si occupano di malati psichiatrici gravi, cercano di favorire l'atteggiamento riflessivo, la condivisione e la comunicazione tra gli ospiti. Ieri sera, però, qualcosa ha distrutti gli equilibri - spesso precari - di quel centro. Intorno a mezzanotte, il pubblico ministero Lea Lamonaca è arrivata per un sopralluogo, per rendersi conto di persona delle condizioni della struttura, delle condizioni di assistenza e di vigilanza dei pazienti spesso con gravi disturbi comportamentali. Nel giugno 2019, una diciottenne, ospite del centro, si era suicidata gettandosi dalla finestra.
Il Messaggero, 5 gennaio 2021
"Dopo lo screening di tutti i presenti, sembra circoscritto il nuovo, piccolo, focolaio Covid che ha coinvolto diciotto persone nella sezione di alta sicurezza a Rebibbia Nuovo complesso". Lo comunica il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa.
"Incredibilmente - prosegue Anastasìa - si è trattato di un focolaio di importazione, a seguito del trasferimento a Roma di un gruppo di detenuti dal carcere abruzzese di Sulmona, dove da settimane era in atto un focolaio assai esteso. L'amministrazione penitenziaria deve prestare più attenzione alla gestione di queste emergenze. Non si possono continuare a chiedere sacrifici ai detenuti, che da quasi un anno non possono più avere colloqui ordinari, nel numero e nelle modalità, con i familiari e spesso non possono più andare a scuola o svolgere attività, e poi trasferire detenuti da istituti in cui ci sono focolai senza essere assolutamente certi della loro negatività".
"Quanto accaduto - conclude Anastasìa - rinnova le motivazioni della richiesta dei garanti dei detenuti, per il riconoscimento della priorità vaccinale dei detenuti e degli operatori penitenziari. Non si tratta di garantire a tutti lo stesso accesso alle vaccinazioni, ma di riconoscere le peculiarità e i rischi della vita in comunità chiuse e sovraffollate come le carceri, e quindi di programmarvi le vaccinazioni quando saranno completate quelle nelle Rsa, che condividono con le carceri analoghe condizioni di rischio dovute alla convivenza e alla precarietà delle condizioni di salute".
- Asti. Gazzetta Dentro 2020: uno spiraglio tra carcere e società.
- Milano. Il carcere a Opera è più duro senza la poesia, cancellata dal Covid
- Gherardo Colombo, un tessitore ostinato e paziente
- Friuli Venezia Giulia. De Carlo (M5S): serve un'azione immediata nelle carceri
- Roma. Detenuta seviziata a Rebibbia, due agenti sotto processo











