di Marina Catucci
Il Manifesto, 5 gennaio 2021
Intervista a Alexander Urbellis, avvocato newyorchese, fondatore dello studio Blackstone Law Group che si occupa di privacy e sicurezza. Alexander Urbellis è un avvocato newyorchese, fondatore dello studio Blackstone Law Group che si occupa di privacy e sicurezza. Ed è un hacker, membro del gruppo newyorchese 2600, conosciuto in tutto il mondo per la sua attività di divulgazione e di difesa di privacy e diritti civili digitali.
Cosa significa l'accusa per Assange per altri whistleblower?
Pur essendo una vittoria per Assange questa decisione è lontana dall'esserlo per i whistleblower, i giornalisti, o chiunque cerchi di rivelare informazioni riservate. Il valore della decisione stessa di incriminare Assange crea un ambiente ancora più ostile per gli informatori e coloro che rischiano l'estradizione negli Usa. Ero rimasto molto sorpreso nel vedere che gli avvocati che rappresentavano gli Usa erano stati in grado di persuadere la giudice Baraitser ad accettare quasi tutti i loro argomenti: che l'estradizione non avrebbe violato il divieto del Trattato di estradizione Usa-Uk sui reati politici (visto che il Parlamento aveva deliberatamente rimosso tale protezione); che gli Usa avrebbero fatto ad Assange un processo equo; e che i presunti crimini di Assange non fossero protetti dal diritto alla libertà di parola.
Che peso ha la sentenza della corte inglese?
Non c'è da festeggiare perché la sentenza si basa sulle condizioni deplorevoli delle carceri statunitensi e sul fragile stato mentale di Assange. In effetti, la giudice sembra essere convinta che Assange abbia commesso un crimine offrendo assistenza a Chelsea Manning attraverso la decrittografia di una password che serviva a ottenere l'accesso a un sistema informatico federale, e senza la quale Manning non avrebbe avuto accesso. Di ciò non sono sorpreso, e ho sempre trovato che sia il fatto più preoccupante per Assange. Mettendo da parte i principi legali in gioco nella decisione, questa fornisce un chiaro esempio di come una campagna ben pianificata e sostenuta per il rilascio di ciò che molti percepiscono essere un prigioniero politico può avere successo. Ma presentare il caso incentrandolo sullo stato mentale di Assange, non è un favore per la libertà di stampa. Questa sentenza è anche una vittoria per l'amministrazione Trump.
Le accuse contro Assange erano un tentativo di infangare le acque con questioni politiche sull'estradizione in modo che i tribunali del Regno Unito trattenessero la questione per tutto l'anno elettorale del 2020, evitando che nell'anno elettorale, Assange potesse presentare al mondo la sua buona fede giornalistica, insieme alle prove dei numerosi collegamenti di Wikileaks con la campagna Trump nel 2016, e in particolare con Roger Stone.
Quindi la libertà di stampa è ancora in pericolo?
Nulla nella decisione di rifiuto dell'estradizione di Assange rafforza la libertà di stampa e nessun giornalista dovrebbe salutare questa decisione come una vittoria, il ragionamento contenuto nel documento è assolutamente ostile alle libertà di stampa. In effetti, il giudice è arrivato persino a citare le critiche di altri organi di stampa ad Assange per aver pubblicato i nomi di informatori riservati, mettendo quegli informatori in grave pericolo e, in alcuni casi, costringendoli a fuggire dai loro Paesi d'origine. Al limite, e se fossi un professore di diritto, direi che anche se la decisione non supporta tutti i principi legali che i sostenitori di Wikileaks e Assange avrebbero sperato, la decisione chiarisce alcune delle aree più oscure della legge, e così facendo consente giornalisti e avvocati di tutelare meglio le libertà di stampa in futuro.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 5 gennaio 2021
Negli Stati Uniti l'hacker australiano avrebbe rischiato di essere processato per aver divulgato informazioni segrete e 175 anni di carcere. La motivazione: è a rischio suicidio. Il Messico offre asilo politico. La decisione sul destino di Julian Assange resta a Londra. Questa mattina l'Old Bailey ha deciso di negare agli Stati Uniti la richiesta di estradizione per il fondatore di WikiLeaks.
Negli Usa Assange, 49 anni, è accusato di aver violato "l'Espionage Act" attraverso la pubblicazione di documenti diplomatici e militari segreti nel 2010 e rischia 175 anni di carcere. La decisione è stata presa dal giudice distrettuale Vanessa Baraitser sulla base delle preoccupazioni per la salute mentale di Assange dal momento che negli Stati Uniti dovrebbe stare in isolamento e sarebbe a rischio suicidio.
La decisione è dunque basata su motivazioni che hanno a che fare con l'imputato e non con le differenze tra sistemi giudiziari. Gli avvocati del 49enne australiano avevano invocato il primo emendamento e la difesa della libertà di parola nella loro arringa. Ma la giudice ha respinto queste motivazioni affermando che la sua "condotta, se dimostrata, avrebbe costituito un reato" anche in Gran Bretagna. Ma ha deciso di negare l'estradizione sulla base di altri fattori, affermando che Assange soffre di depressione clinica e ha "l'intelletto e la determinazione" per aggirare le misure di prevenzione del suicidio che le autorità statunitensi avrebbero potuto adottare in carcere.
"Siamo estremamente delusi". Gli Stati Uniti avevano già annunciato che in caso di rifiuto dell'estradizione avrebbero fatto ricorso e nel pomeriggio dal dipartimento di giustizia americano è arrivata la conferma ufficiale. Tutt'altro che risolta dunque la vicenda e ancora incerto il destino del fondatore di WikiLeaks, anche perché resta da capire se Assange dovrà restare ancora in carcere o se invece verrà rilasciato per gli stessi motivi di salute che hanno determinato la decisione del tribunale di Londra.
Intanto la difesa dell'hacker australiano ha fatto sapere che chiederà la libertà su cauzione del suo cliente ed è stata fissata per mercoledì l'udienza. Se è dunque ipotizzabile che Assange torni a breve libero, è anche ipotizzabile che non resterà in Gran Bretagna, in quel caso però bisogna capire quale sarà lo stato pronto a dargli asilo politico. E se una prima offerta di asilo è arrivata dal presidente messicano, Andres Manuel Lopez Obrador, resta da capire cosa decideranno i giudici britannici nelle prossime ore.
Assange, presente in aula oggi, dunque per il momento resta rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh nel sud di Londra dall'aprile 2019, dopo che l'Ecuador gli ha revocato l'asilo politico e dopo che la polizia britannica lo ha arrestato, dopo che il giudice britannico Michael Snow ha giudicato Assange colpevole di aver violato le condizioni della libertà vigilata con il massimo della pena, ossia 50 settimane di carcere.
Molti in effetti erano stati gli appelli in questi mesi per la sua liberazione basati sulle preoccupazioni per le sue condizioni di salute. Ma non sono mancati anche quelli che hanno fatto emergere le contraddizioni giudiziarie. "Questo non è il giorno in cui Julian tornerà a casa, ma quel giorno arriverà presto. Questo è un giorno di vittoria per Julian ma ancora non possiamo festeggiare", ha dichiarato Stella Morris, compagna di Assange, madre dei suoi figli e sua legale.
Assange, di origini australiane, ha fondato WikiLeaks nel 2006. Nel 2010 inizia a pubblicare i documenti riservati e hackerati da Bradley (poi diventata Chelsea) Manning, il soldato Usa finito in carcere per aver trafugato decine di migliaia di documenti riservati, graziata da Obama e poi di nuovo arrestata l'8 marzo scorso.
Tra il luglio 2010 e l'aprile 2011, Assange pubblica circa 90 mila file sulle guerra in Afghanistan, 500 mila su quella in Iraq, 250 mila cablo diplomatici delle ambasciate americane nel mondo e infine i Guantanamo files. Il file più scottante però è un video che mostra un elicottero apache statunitense durante un'azione a Bagdad nel 2007. L'elicottero spara uccidendo 11 persone innocenti tra cui un fotografo e un autista della Reuters. I diari afgani e iracheni rivelano molti 'incidenti' e vittime civili dell'intervento americano. Nel 2010 un tribunale svedese aveva chiesto l'arresto di Assange per tre accuse di stupro, molestie sessuali e di "coercizione illegittima", caso che però verrà archiviato nel 2017. Nel 2012 richiede e ottiene asilo politico nell'ambasciata dell'Ecuador. Il timore è quello di essere estradato negli Stati Uniti, una volta messo sotto processo in Svezia, per la rivelazione di enormi quantità di documenti riservati statunitensi. Per sette lunghi anni vive con otto agenti della polizia inglese che stazionano 24 ore su 24 appena fuori dall'ambasciata (per un costo calcolato in 4 milioni di sterline l'anno).
Alle accuse su Assange si aggiunge un altro mattone. L'australiano è sospettato di aver tentato con i suoi leaks di influenzare il risultato delle elezioni presidenziali Usa e di aver tramato con il Cremlino per danneggiare la candidata Hillary Clinton in favore dell'avversario Donald Trump. Il nome di Assange viene dunque associato al Russiagate.
È la goccia che fa traboccare il vaso. Il 6 febbraio 2018 il giudice britannico conferma il mandato di cattura per la mancata presenza all'udienza. Un cavillo cui i nemici si aggrappano. L'Ecuador di Lenín Moreno (meno favorevole all'hacker del precedente leader Rafael Correa) si dimostra sempre più ostile nei confronti dell'ospite scomodo e gli stacca più volte la connessione internet denunciando suoi comportamenti scorretti, compresa l'incuria nei confronti del gatto.
Assange punta il dito contro i suoi nemici, colpevoli a suo dire di star facendo pressioni politiche sul governo ecuadoriano affinché lo consegni ai britannici. Cerca di difendersi, denuncia lo spionaggio, denuncia la violazione dei diritti umani. Ma appare sempre più isolato.
La temperatura intorno a Mendax - questo il suo nickname da hacker - sale sempre di più fino a quando Quito gli revoca l'asilo politico. Ad attenderlo fuori dalla porta dell'ambasciata l'aprile del 2019, la polizia britannica. Poi la richiesta di estradizione degli Stati Uniti e l'attesa per il nuovo verdetto. Fino ad oggi. E fino a mercoledì, per l'ennesima tappa di una vicenda iniziata quindici anni fa.
camerepenali.it, 5 gennaio 2021
È innegabile siano numerose le decisioni della Corte di Strasburgo che hanno contribuito a migliorare il sistema della protezione dei diritti fondamentali negli Stati aderenti al Consiglio d'Europa; altrettanto noto è che, spesso, tali pronunce hanno provocato reazioni, anche accese, da parte di chi non ne condivide gli esiti.
Tuttavia, oltre a iniziative di delegittimazione dell'attività giurisdizionale della Corte, per lo più affidate alla critica sui media, è recente la notizia di una forma di aggressione concretizzatasi in un sofisticato cyber-attacco che ha reso irraggiungibile dall'esterno il sito istituzionale della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo per più di tre giorni, compresi i tempi per la manutenzione e il ripristino.
L'azione, rivendicata su Twitter da un gruppo nazionalista turco, ha avuto inizio lo scorso 22 dicembre subito dopo la pubblicazione della sentenza di Grande Camera, molto attesa anche in virtù delle ripercussioni di carattere politico, nel ricorso Selahattin Demirtas c. Turchia (n. 2), come reso noto dalla Corte in un comunicato ufficiale nel quale i due eventi erano posti in correlazione.
Il caso riguardava l'arresto e la detenzione cautelare di Selahattin Demirtas, che, all'epoca dei fatti, era uno dei co-presidenti del Partito democratico del popolo (Hdp), un partito politico filo-curdo di sinistra.
La Corte Edu nella sua composizione più ampia ha constatato, in particolare, che le interferenze nell'esercizio della libertà di espressione del ricorrente - vale a dire la revoca dell'immunità parlamentare a seguito della modifica costituzionale del 20 maggio 2016, la sua detenzione cautelare poi prorogata e il procedimento penale avviato contro di lui per reati connessi al terrorismo sulla base di prove che sarebbero emerse dal contenuto dei suoi discorsi politici - non erano imposti dalla legge ai sensi dell'articolo 10 della Convenzione (libertà di espressione).
Per quanto riguarda l'articolo 5 (diritto alla libertà e alla sicurezza), nessun fatto o informazione specifica che avrebbe potuto dare adito a un sospetto giustificante la detenzione cautelare del ricorrente era stata addotta dai tribunali nazionali in un qualsiasi momento della sua detenzione, e non vi era quindi un ragionevole sospetto che egli avesse commesso i reati dei quali era accusato.
Le medesime osservazioni hanno anche portato alla constatazione di una violazione del diritto del ricorrente ad essere eletto e sedere in Parlamento: la Corte, sul punto, ha rilevato che le autorità giudiziarie non hanno rispettato l'obbligo procedurale di cui all'articolo 3 del protocollo n. 1 (diritto a libere elezioni) e cioè di accertare se il ricorrente avesse o meno diritto all'immunità parlamentare per le dichiarazioni contestate. In particolare, non risultava che le medesime autorità avessero bilanciato gli interessi in gioco e tenuto conto del fatto che il ricorrente era uno dei leader dell'opposizione politica del suo paese.
Infine, è stato stabilito che la detenzione del ricorrente, soprattutto durante due campagne politiche cruciali relative al referendum del 16 aprile 2017 ed alle elezioni presidenziali del 24 giugno 2018, aveva perseguito l'ulteriore scopo di reprimere il pluralismo e limitare la libertà di dibattito politico, che sono coessenziali al concetto stesso di società democratica.
La Corte di Strasburgo ha pertanto deliberato che lo Stato convenuto debba porre in essere tutte le misure necessarie per assicurare l'immediata scarcerazione di Selahattin Demirtas.
Tale pronuncia, che ha ritenuto sussistente anche la violazione dell'art. 5 § 1 Cedu, oltre a confermare le violazioni accertate in quella resa il 20 novembre 2018 dalla Seconda Sezione - presieduta da Robert Spano, attuale Presidente della Corte EDU - in relazione alla quale era stato chiesto il rinvio alla Grande Camera sia da parte del governo resistente che del ricorrente, induce a una riflessione più generale sul pericolo che le aggressioni all'operato della Corte si riflettano sulla tutela dei diritti umani, la democrazia e lo stato di diritto, pilastri sui quali si fonda l'azione del Consiglio d'Europa. L'equivoco di fondo, totalmente errato, è che la Corte non ha, né rivendica, alcun ruolo politico, essendo, per contro, l'organo giurisdizionale previsto dall'art. 19 Cedu per assicurare il rispetto degli impegni derivanti alle Alte Parti contraenti dalla Convenzione e dai suoi Protocolli.
Principio cardine della sua attività giurisdizionale è dato dall'indipendenza sia della Corte sia dei suoi Giudici che nell'esercizio delle funzioni non rispondono né agli Stati che li hanno proposti né al Consiglio d'Europa, ragion per cui l'incarico è incompatibile con qualsiasi ruolo che possa pregiudicarne l'autonomia. Diversamente, il rischio è quello di delegittimare la Cedu e la Corte, il che priverebbe chiunque abbia subito una violazione dei propri diritti e libertà fondamentali della possibilità di trovare quella tutela che, seppur nell'ambito di uno standard minimo, la Convenzione e la Corte di Strasburgo hanno pur sempre garantito e continuano a garantire.
L'Osservatorio Europa dell'Unione Camere penali italiane
di Sergio Segio
vita.it, 5 gennaio 2021
"Il potere logora chi non ce l'ha", proclamava arguto e sfottente uno dei più rappresentativi e longevi governanti della Prima Repubblica, Giulio Andreotti. Erano gli anni Ottanta del secolo scorso e anche lui, assieme a tanti suoi compagni di partito e di governo, al pari di leader di formazioni avverse e concorrenti, come Bettino Craxi, si recava presso Rimini a recare omaggio e sostegno a Vincenzo Muccioli. Il fondatore della comunità di San Patrignano era divenuto uno dei personaggi più popolari dell'Italia di quegli anni. Trampolino di lancio erano stati, paradossalmente, le accuse e i conseguenti processi giudiziari contro di lui, che invocava leggi più repressive sulle droghe: "Basta con la liceità di bucarsi, basta con il compiangere il tossicodipendente e concedergli la modica quantità", tuonava sui giornali. Una filosofia di coazione e contenimento, conseguentemente, era alla base delle metodologie della sua struttura. La bontà del fine giustificava i mezzi utilizzati per raggiungerli.
Tanto che alcuni suoi operatori e lui stesso vennero imputati nel cosiddetto "processo delle catene" per sequestro di persona e maltrattamenti. L'esito fu una condanna in primo grado, il 16 febbraio 1985, seguita dall'assoluzione in appello, nel novembre 1987.
Un nuovo processo, nel 1994, vedrà Muccioli imputato e condannato per favoreggiamento, ma assolto dalla più grave imputazione di concorso in omicidio colposo, relativamente alla morte di un giovane tossicodipendente, Roberto Maranzano, avvenuta a San Patrignano nel 1989 a seguito di uno dei pestaggi punitivi che - è emerso da svariate testimonianze - nella comunità venivano inflitti a persone che tentavano la fuga, si rendevano responsabili di violazioni delle regole o, semplicemente, si mostravano indocili.
Le molte udienze, affollate di giornalisti e di sostenitori, e le assoluzioni moltiplicarono a dismisura la fama e il consenso di cui già godeva Muccioli, che si presentava, e veniva accreditato da quasi tutti i media, come "salvatore" di migliaia di ragazzi e ragazze di cui nessuno sapeva e voleva occuparsi, secondo la sua stessa narrativa. Indubbiamente, non erano pochi i famigliari, travolti dal dramma e dall'impotenza, a preferire i figli incatenati in una porcilaia piuttosto che "liberi di drogarsi".
Per parlare di loro, arriva ora su Netflix SanPa - Luci e tenebre di San Patrignano, con la regia di Cosima Spender, una docuserie in cinque puntate nata da un'idea di Gianluca Neri, che con equilibrio ed efficacia ci restituisce una memoria colpevolmente rimossa. Ne esce un dolente affresco d'epoca, dove risulta evidente il tentativo di superare il manicheismo col quale l'Italia intera visse quegli avvenimenti e giudicò i suoi protagonisti.
Dai tanti testimoni di cui vengono proposti il racconto e i ricordi emerge una umanità variegata, diversamente tormentata, giustificatoria o autoassolutoria ma sempre e comunque ricca. Un quadro complesso, contorto e sofferto che, anche indipendentemente dalle singole narrazioni, aiuta a comprendere l'intrinseca insufficienza, per non dire la fallacia, del metro di misura oppositivo male/bene, giusto/sbagliato col quale sinora ci si è perlopiù misurati sull'argomento. Uno solo dei testimoni, Fabio Cantelli, che in quel periodo ebbe la delicata responsabilità delle relazioni esterne a San Patrignano e la forza di separarsene criticamente, lo rende esplicito: "Concetti come libertà, volontà, male, bene vanno rivisti e bisogna avere il coraggio di non usarli come assoluti". E dalle sue parole, ma forse ancora di più dal suo volto, si capisce come non vi sia intento sminuente di quanto, anche di tragico, avveniva in quegli anni in quel luogo arroccato in una presunzione di autosufficienza.
C'è, invece, vera e sofferta consapevolezza, esito profondo e maturo di un viaggio alla ricerca di quei significati che, in molti casi, in precedenza avevano portato alla dipendenza da sostanze e al rifugio illusorio nelle loro evanescenti e micidiali risposte. Un rifugio inevitabilmente presto sgretolatosi, per essere sostituito da quell'altro, quello apparentemente protettivo e paterno della comunità terapeutica, altrettanto precario e insufficiente, dove al potere delle sostanze era sostituito quello dell'autorità e della "salvazione".
Il potere sulle persone può avere effetti inebrianti e di alterazione della realtà, proprio come una droga pesante. Ed è così che dalla "prima" San Patrignano si arrivò alla "seconda", strutturata su scala industriale, catena di smontaggio e rimontaggio di vite all'insegna della cura coatta, dei pezzi rotti da riaggiustare. Alcuni dei quali, all'opposto, proprio lì si sono rotti definitivamente: come Natalia Berla e Gabriele Di Paola, di cui il documentario racconta il suicidio, per entrambi avvenuto nell'aprile 1989, e come Fioralba Petrucci, anche lei rimasta uccisa precipitando da una finestra della comunità "satellite" di Civitaquana nel giugno 1992, su cui invece il documentario non si sofferma.
Eppure, è particolarmente illuminante, poiché, secondo testimonianze dell'epoca, quella giovane era morta dopo essere stata ripetutamente picchiata, il giorno prima di essere riportata a San Patrignano, dove non voleva tornare. "Fioralba sapeva troppo", titolò "la Repubblica", che riferiva le dichiarazioni della madre Antonietta: "Mi ha confidato di un omicidio avvenuto a Sanpa". Era l'omicidio Maranzano, che venne alla luce solo l'anno successivo, grazie alle rivelazioni di un ex ospite, Franco Grizzardi.
Il passaggio dalla prima alla seconda fase di San Patrignano, tuttavia non è dipeso solo dall'accresciuta notorietà e dai consensi ricevuti dalla struttura e dal suo fondatore. Certo, da quello è derivata una sorta di delirio di onnipotenza, con Muccioli ormai sempre impegnato altrove, tra quotidiane ribalte televisive, incontri importanti e riconoscimenti in Italia e all'estero, costretto a delegare la gestione ad altri, a un "cerchio magico" che gli filtrasse ogni contatto.
Ma maggiormente determinante è stato il nesso - che nella docuserie poco traspare - con il clima sociale e culturale. La fase iniziale della comunità sta temporalmente dentro la sperimentazione e il mettersi in gioco solidale e motivato che fece nascere numerose comunità e movimenti, nel contesto degli anni Settanta, con il suo portato di conflitti e di lotte, di diritti civili e di libertà, di onda lunga dell'antiautoritarismo del 1968 ben rappresentato, anche simbolicamente, dalla chiusura dei manicomi; in e di quel contesto San Patrignano rappresentava il controcanto, dove infatti spesso Muccioli si trovava ad attaccare la legge 180 del 1978, cosiddetta legge Basaglia.
La seconda fase, negli anni Ottanta, è condizionata e, al contempo, anticipatoria della restaurazione politica e culturale, punitiva e disciplinare, allora in corso complessivamente nella società e, nello specifico, ben tradotta nella filosofia fortemente repressiva della legge sulle tossicodipendenze, cosiddetta Iervolino-Vassalli, introdotta nel 1990 ma di lunga gestazione, di cui proprio Muccioli fu il più deciso e ascoltato proponente.
Se il documentario sceglie di non addentrarsi nel dibattito politico, sociale e culturale di quella fase di crinale (non solo italiana, peraltro: la war on drugs e l'ipertrofia del penale e del carcere si affermano negli Stati Uniti in quegli stessi anni, per esportarsi ed estendersi in Europa e in modo particolare nel nostro paese), di passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale, in compenso mostra bene gli albori e lo sviluppo di quel sistema malato di rapporto interdipendente tra media e processo penale spettacolarizzato che si perfezionerà di lì a poco negli anni di Tangentopoli, in quel caso con una indiscussa regia della magistratura, sulla scia dei precedenti processi per terrorismo. Diversamente, nella vicenda di San Patrignano è il potere mediatico che governa il gioco in autonomia, proponendosi classicamente quale megafono di una volontà della pubblica opinione invece sapientemente costruita e mobilitata.
Qual è stato, in definitiva, il modello SanPa? Non solo e non tanto catene, contenimento e violenza, che ne erano semmai semplici e ancora artigianali strumenti, bensì quello di sistema disciplinare e autoritario, economico e produttivo basato sul lavoro coatto e gratuito.
A differenza delle altre comunità, quella di Muccioli "seconda fase" è stata in grado di assicurare un'amplissima ricettività. Nell'ultimo bilancio sociale disponibile, quello del 2018, San Patrignano dichiara di ospitare "circa 1.200 persone" e di averne accolte dall'inizio ben 26.000, nonché di essere stata "concepita e tuttora strutturata come una vera e propria micro società".
Una rivendicazione o una ammissione, a seconda dei punti di vista. Ma certamente questo è un punto focale, che consente di leggere e meglio comprendere l'evoluzione, le scelte operate e i metodi utilizzati nonché lo stesso "gigantismo" di questa comunità dalla storia così peculiare. Una dimensione resa possibile non solo dagli spazi fisici che, dall'inizio, ha avuto a disposizione sulle colline riminesi e dall'imponente e continuativo sostegno finanziario assicurato dal petroliere Gianmarco Moratti e dalla moglie Letizia, in quel tempo presidente della Rai e in seguito sindaco di Milano, ma proprio dalle metodologie operative, laddove le altre realtà terapeutico-riabilitative hanno invece investito sull'aspetto educativo, cercando di assicurare strutture con un rapporto ottimale operatori/utenti. A San Patrignano è prevalsa l'economia di scala, con il lavoro come principale strumento rieducativo, nella pretesa di costituire, appunto, non solo una cittadella separata ma una società a sé stante, alternativa e autonoma. Un microcosmo concentrazionario e indipendente.
Se è vero che il lavoro (purché corredato da diritti e propedeutico al reinserimento nella società "vera") può contribuire a riabilitare, l'ergoterapia in un universo chiuso e autoriferito altro non può essere che sistema di governo disciplinare di una comunità di individui non liberi.
SanPa ci racconta senza autocensure dei limiti e degli "effetti collaterali" di quel sistema ma anche, onestamente, dei risultati delle filosofie di "salvazione" sempre rivendicate da Muccioli. Nulla ci dice - e dunque non induce a riflettere, come sarebbe utile e necessario - sulla dimensione sociale e numerica dei "sommersi" (tra il 1973 e il 2000 il numero accertato di decessi per sostanze stupefacenti in Italia è stato di 16.955; dai primi anni Novanta, dopo la nuova legge, oltre 30.000 persone tossicodipendenti hanno continuato a entrare mediamente in carcere ogni anno) e sulle cause della loro "perdizione".
Che non possono essere attribuite solo e sempre agli effetti delle droghe in sé, bensì, in misura maggiore e determinante, al trattamento giuridico delle stesse e alla clandestinità e criminalizzazione che ne deriva per chi le consuma: si moriva (e si muore, anche se oggi non se ne accorge più nessuno) di overdose, ma si moriva (e si muore) anche di carcere, di AIDS, di repressione, di stigmatizzazione e di emarginazione in quanto assuntori di sostanze stupefacenti proibite. Questo era e rimane il nodo che non può essere eluso.
di Liana Miella
La Repubblica, 4 gennaio 2021
Dopo l'appello su Repubblica di Liliana Segre e del Garante dei detenuti Mauro Palma, e il sì, sempre su Repubblica, del sottosegretario Dem alla Giustizia Andrea Giorgis, si fa strada la convinzione che "il mondo di dentro" delle carceri vada trattato proprio come "il mondo di fuori".
Vaccini per le carceri? Sì, al più presto, ma seguendo anche nelle prigioni la scala di priorità che esiste per tutti noi.
di Vincenzo Musacchio*
nuovatlantide.org, 4 gennaio 2021
Lo scrittore russo Fëdor Dostoevskij sosteneva che il grado di civilizzazione di una società si misurasse anche dalle sue prigioni. Concordando con questa idea, aderisco all'appello di Rita Bernardini affinché i reclusi nelle nostre patrie galere siano tra i primi a essere vaccinati contro il Covid. Ritengo sia percorribile anche la strada della temporanea conversione delle pene minori in detenzione domiciliare. Laddove non esista un domicilio, si potrebbe individuare qualcuno (enti o persone) che si possa assumere la responsabilità della quarantena. I detenuti (con loro ovviamente tutto il personale che lavora nelle carceri) vivono in uno stato di esposizione naturale al Covid-19 poiché è evidente a tutti il ridottissimo spazio a loro disposizione dato l'attuale sovraffollamento carcerario. Secondo i dati del Ministero della Giustizia, al 29 febbraio 2020 in Italia i detenuti erano 61.230, a fronte di una capienza a norma delle carceri pari a 50.930 posti. Come ho da sempre sostenuto il condannato a pena detentiva, va punito, rieducato e risocializzato. Nell'esecuzione della sua pena gli va garantita l'integrità fisica e morale.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 4 gennaio 2021
Eletto presidente dopo il caso Palamara, assicura "più attenzione all'etica". Il trojan? "Utile ma invasivo, usare con cautela".
"Il caso Palamara non si esaurisce con la vicenda di Palamara. Nessuno ha intenzione di gettare nell'ombra quello che è successo, né di voltare le spalle". Parte da questo assunto la linea di Giuseppe Santalucia. Magistrato di Cassazione, esponente di Area, l'associazione delle toghe progressiste, già capo dell'Ufficio legislativo dell'ex ministro della Giustizia Andrea Orlando, da inizio dicembre guida l'Associazione nazionale magistrati.
di Simona Musco
Il Dubbio, 4 gennaio 2021
Una cartina di tornasole dello Stato di diritto può arrivare ora dalle decisioni della Corte Costituzionale, spesso sismografo della tenuta delle garanzie. L'annus horribilis dei diritti. Il 2020 dell'avvocatura si potrebbe riassumere così, tra il tentativo di smaterializzare il processo, ridisegnando (in peggio) il diritto alla difesa per contrastare la pandemia, e la marginalizzazione dei liberi professionisti nelle misure emergenziali.
Dopo mesi di paralisi del sistema giustizia, con il blocco dei processi da marzo a maggio scorso e lo spettro evocato, e poi non realizzato, del processo da remoto, per affrontare la seconda ondata del virus il governo ha pensato ad una soluzione che, di fatto, secondo l'avvocatura, rischia di peggiorare il problema, oltre che di crearne qualcuno nuovo: una Camera di consiglio da remoto per i giudizi in appello. Con un processo di fatto cartolare, senza l'intervento del pm e dei difensori, salvo che una delle parti faccia richiesta di discussione orale o che l'imputato manifesti la volontà di comparire. A poter visionare gli atti sarà solo il relatore, data la lontananza dalla Cancelleria della sezione, rendendo la collegialità, dunque, un lontano ricordo. L'immediata conseguenza è che la maggior parte degli avvocati, per evitare tale rischio, chiederà la trattazione orale, anche nei casi in cui sarebbe stato possibile farne a meno. Con l'effetto, dunque, di aumentare, anziché diminuire, le presenze nelle aule.
La crisi dello stato di diritto - Se è vero che le difficoltà non nascono con il Covid, di sicuro si può dire che la pandemia ha accentuato i problemi strutturali della giustizia. Ne è certo Vittorio Manes, professore ordinario di diritto penale all'università di Bologna, secondo cui il 2020 è stato un anno difficilissimo per l'avvocatura e per i diritti. "C'è sempre un equilibrio molto difficile tra tutela della salute pubblica ed esigenze di funzionalità della giustizia - spiega. Ma bisogna comprendere che per il processo penale la compresenza fisica è necessaria ed è difficile possa rinunciarvisi, dopo aver visto via via liofilizzarsi, se non scomparire, alcuni principi cardine come oralità, immediatezza e concentrazione. La fisicità è un requisito determinante e centrale". Ma anche le modifiche relative alla sospensione dei termini della prescrizione e al prolungamento di quelli per la custodia cautelare rischiano di non rispondere al quadro costituzionale, secondo molti giuristi, specie quando sono munite di effetti retroattivi.
Dubbi che la Consulta non ha fatto propri, ritenendo la sospensione della prescrizione non in contrasto con la Costituzione. Una decisione, commenta Manes, "che apre ad uno scenario di processualizzazione che suscita opinioni critiche. Fino a poco tempo fa - aggiunge - la prescrizione era ritenuta un istituto di diritto sostanziale, quindi direttamente connesso alle garanzie di legalità e irretroattività. Questi distinguo, in qualche modo, aprono una breccia che potrebbe consentire di far fluire molte diverse ipotesi di sospensione retroattiva della prescrizione ai danni dell'imputato, colui che ne pagherà realmente il prezzo".
Una cartina di tornasole dello Stato di diritto può arrivare proprio dalle decisioni della Corte Costituzionale, spesso sismografo della tenuta delle garanzie. "Osserviamo luci e ombre - continua Manes. L'anno si è aperto con una decisione storica, quella sulla irretroattività delle norme penitenziarie che avessero effetti afflittivi e punitivi sulla sfera giuridico penale del singolo. Le ultime decisioni, non solo quella sulla prescrizione, ma anche quella sulla impossibilità di accedere al rito abbreviato per i reati punibili con l'ergastolo, segnalano una diversa sensibilità e un diverso rigore nell'affermare e proteggere le garanzie. Il contesto è emergenziale e comprendiamo tutte le necessità di primaria protezione di alcune esigenze di salute, però questo non dovrebbe mai consentire di accettare deroghe rispetto a garanzie fondamentali dello Stato di diritto, perché lo stesso è pensato proprio per reggere all'impatto di contesti eccezionali e di emergenza".
Una categoria in difficoltà - A dare un'idea di quanto sia stato duro il 2020 per la categoria ci ha pensato il Censis: il 57 per cento degli avvocati, stando all'ultimo rapporto, ha chiesto il bonus da 600 euro erogato dallo Stato per far fronte alle perdite causate dalla pandemia. I numeri finora a disposizione, sulla base dei dati contributivi relativi a luglio, parlano di una flessione delle entrate pari al 20 per cento. A spiegarlo è Nunzio Luciano, presidente di Cassa Forense: il dato, per ora, è parziale, ma basta a comprendere la situazione.
Per questo l'obiettivo per il 2021, sottolinea, è creare "un nuovo tipo di welfare per i liberi professionisti, un'operazione di sistema che deve vedere in prima fila l'Adepp, l'associazione degli enti di previdenza privati". Per affrontare la crisi Cassa Forense ha messo in campo diversi bandi, con lo scopo di aiutare economicamente gli avvocati in difficoltà. Tra questi quello per le spese degli studi legali e le prestazioni assistenziali straordinarie legate al Covid, con un'indennità pensata non solo per coloro che hanno contratto il virus, ma anche per chi ha subito una quarantena forzata.
"Attualmente ci sono più di 8mila domande da evadere e le risorse sono in esaurimento - spiega Luciano. Il nostro impegno sarà di reperirle, senza dimenticare che siamo un ente che deve erogare le pensioni. La parola d'ordine è solidarietà: il più forte aiuta il più debole". Ma per il 2021 è importante anche puntare sulla formazione. "Serve un nuovo modello di avvocato, partendo da una riflessione con il Consiglio nazionale forense e le associazioni più importanti dell'avvocatura - aggiunge. La formazione non potrà più essere quella tradizionale. L'avvocato dovrà cambiare pelle, sfruttando i nuovi fronti legati anche alle tecnologie e puntare agli studi associati e multisettoriali. Ma soprattutto serve unità: un'avvocatura divisa è debole e dobbiamo vincere i personalismi per portare avanti un progetto comune".
di Francesco Specchia
Libero, 4 gennaio 2021
La leader radicale contro il Guardasigilli: "Ha sequestrato ogni idea di riforma". Sul governo: "Rischia di sprecare i soldi Ue". Velato da un cauto pessimismo, lo sguardo di Emma Bonino in queste ore, è più triste del solito. La senatrice di +Europa è un giunco d'acciaio.
Con un attivismo di velocità quantica, da un lato raccoglie fondi per le capre, la memoria e il trasbordo della salma in Etiopia di Agitu Ideo Gudeta la pastora amica barbaramente uccisa in Trentino; dall'altro vaticina l'apocalisse sia per la campagna di vaccinazione anti- Covid, sia per il governo stesso.
di Cristina Genesin
Il Mattino di Padova, 4 gennaio 2021
Ostellari, senatore padovano presidente della Commissione Giustizia: "Problema da risolvere in fretta o sarà il caos". "Al Senato nella commissione Giustizia che presiedo, tra i temi in discussione c'è quello della magistratura onoraria. Ci sono diversi disegni di legge presentati, ma si tratta di progetti che introducono correttivi e non risolvono la questione. La Lega ha una sua proposta e io la caldeggio. La politica deve trovare soluzioni o si rischieranno altre condanne come quella del giudice del lavoro di Vicenza e allo Stato costerà molto di più".
È l'avvertimento del senatore padovano Andrea Ostellari, presidente della commissione Giustizia e avvocato di professione. Il tema è di stretta attualità: la retribuzione della magistratura onoraria che comprende giudici di pace, vice procuratori onorari (vpo) e giudici onorari (got). Il 16 dicembre scorso il giudice del lavoro di Vicenza, Gaetano Campo, ha accolto il ricorso di un giudice onorario (un legale padovano). E ha stabilendo il principio che il giudice onorario ha diritto a percepire lo stesso trattamento economico del giudice ordinario (togato cioè professionista).
Presidente Ostellari, tante volte i magistrati onorari hanno protestato inascoltati perché hanno retribuzioni molto basse, un lavoro precario e nessuna e nessuna garanzia. Ora che succederà?
"Ripeto, questa sentenza pone un tema urgente alla politica. E se non ci pensa la politica a risolverlo, ci penseranno i giudici del lavoro a dare risposte a chi chiede giustizia in base al principio "mi paghi ciò che mi spetta". Credo che anche il Governo si debba mettere intorno a un tavolo accogliendo la nostra proposta. Qualcuno ne ha di diverse? Si faccia avanti. Neppure i magistrati onorari sono d'accordo con la proposta del ministro Bonafede. Al contrario di altri disegni di legge, quello della Lega prevede una stabilizzazione che consentirebbe ai magistrati onorari attualmente in servizio di essere tutelati sotto il profilo contributivo ed economico. Di fatto la magistratura onoraria resterà tale mantenendo le stesse competenze e quella ordinaria nulla avrà a che vedere con essa. Gli onorari hanno costituito una colonna importante del sistema giustizia e sono stati puntualmente confermati nel loro incarico, incassando poco e senza alcuna tutelata anche in caso di malattia. Ecco il senso di questa proposta: trovare una soluzione idonea senza creare una magistratura di serie A e una di serie B".
Che cosa prevede?
"Intanto va fatta una precisazione: riguarda i magistrati onorari già in servizio ai quali si prevede di garantire un contratto a tempo indeterminato nello svolgimento delle funzioni che già esercitano con una retribuzione di 40 mila euro l'anno lordi a fronte di un impegno di almeno tre volte a settimana, oltre a oneri previdenziali e assistenziali fino al raggiungimento dell'età pensionabile di 70 anni. Oggi se un onorario è colpito da una malattia, è del tutto "scoperto". A Palermo hanno proclamato addirittura uno sciopero della fame per denunciare questa situazione. Oppure se non si interviene, bisogna avere il coraggio di dire a queste persone: "Signori fino a oggi vi abbiamo presi in giro e ora vi lasciamo a casa". Secondo noi, la proposta della Lega è la via giusta. Vedremo che ne pensa governo che potrebbe intervenire anche con un decreto legge".
La vostra proposta riguarda i magistrati onorari già in servizio. E chi in futuro entrerà nella magistratura onoraria?
"Oggi ci sono persone che hanno trasformato in lavoro l'attività di magistrato onorario. E non è colpa loro, ma dello Stato che lo ha permesso perché andava bene che queste persone lavorassero sottocosto. Da oggi in poi deve essere chiaro che non si può continuare a fare ricorso ai magistrati onorari impiegandoli come se lavorassero a tempo indeterminato. È necessario stabilire regole chiare per il futuro e incarichi a termine".
Tempi per intervenire?
"Anche a causa del Covid siamo stati bloccati e ora siamo concentrati sulla legge di Bilancio. Tuttavia alla presidente del Senato come commissione Giustizia abbiamo chiesto l'autorizzazione ad andare avanti sulla questione".
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