di Giuseppe Gargani*
Il Dubbio, 10 aprile 2021
Il dibattito sulla giustizia e sulla politica è diventato più intenso negli ultimi mesi perché i problemi che il governo e il Parlamento debbono affrontare sono più complessi e interessano maggiormente i cittadini, ma anche perché le dichiarazioni rese dall'ex magistrato Luca Palamara rivelano quello che i magistrati hanno messo in atto per conquistare e gestire un potere anomalo di natura politica.
Prima degli anni 90 queste discussioni interessavano gli addetti ai lavori, ora interessano tutti, ma dobbiamo constatare che lo scontro tra il potere legislativo e il sistema giudiziario si registra sin dai tempi antichi come ci spiega in una lucida e approfondita analisi il professor Ortensio Zecchino in un recente libro "Il perenne conflitto tra i "signori" del diritto".
"La storia del diritto", precisa l'autore, si sviluppa in un "perenne conflitto per conseguire il dominio della società, perché chi controlla il diritto controlla la società", e si presenta come un alternarsi di stagioni di dominio del legislatore, con stagioni di dominio del giudice, o se si vuole come eterno conflitto tra questi due che sono i "signori' del diritto'.
"La 'premodernità giuridica' aveva visto il dominio della giurisprudenza; la modernità giuridica negli ultimi due secoli ha dato lo scettro al legislatore, la 'post modernità' e il ' postumanesimo' riportano in auge il giudice e la giurisprudenza". Ed è per questa ragione che un brillante analista francese Rosanvallon precisa che il secolo XXI dà la prevalenza al giudiziario rispetto ai secoli che l'avevano data prima al Parlamento e poi al governo. La contesa con il potere politico da parte dei giudici è legato alla interpretazione della legge che ha consentito al giudice di essere protagonista, e in un sistema complesso come quello italiano ha determinato una prevalenza del giudiziario e il dominio della giurisprudenza che si sostituisce alle regole del codice.
Naturalmente il giudice del nostro tempo non si limita a questo semplice conflitto ma va oltre fino ad invadere e occupare la sfera politica del potere. Vediamo quale è la differenza tra i tradizionali conflitti e quelli attuali fortemente patologici. La subordinazione della politica al potere giudiziario si è accentuata dagli anni 70 in poi con una legislazione che ha accentuato l'' autonomia' della magistratura anche nella sua organizzazione interna a discapito della indipendenza che è un valore più consistente sul piano costituzionale e prezioso per l'equilibrio dei poteri.
Per fare l'esempio più vistoso, la progressione automatica in Cassazione da parte del magistrato stabilita per legge negli anni 70, che segue quella di eguale contenuto per la Corte d'Appello, ha eliminato la verifica dei meriti e della professionalità perché si è ritenuto che i "meccanismi" per determinarli "intaccavano" l'indipendenza! Si è enfatizzata in tal modo una 'autonomia' come separatezza e irresponsabilità e non si è garantita l'indipendenza.
È stato un intervento esasperato per eliminare qualunque regola e qualunque valore all'ordinamento giudiziario che il Parlamento ha operato a maggioranza con l'opposizione di chi scrive e di pochi altri! Questo intervento insieme a tanti altri, che sarebbe lungo elencare, ha consentito una funzione giudiziaria fuori dalle regole istituzionali non finalizzata a reprimere l'illegalità, ma a far vincere il bene sul male: si è affermato in questo modo il magistrato etico molto pericoloso per l'equilibrio democratico che garantisce la legalità e non reprime come suo esclusivo dovere l'illegalità.
La funzione del magistrato è cambiata profondamente da allora perché la norma contenuta nel codice che attribuisce al pubblico ministero il compito di "ricercare il reato", al di là della notizia criminis, ha consentito di contestare un sistema, un qualunque sistema e quello politico in particolare dove il sospetto è maggiore, per... ricercare al suo interno il reato.
Questo metodo ha caratterizzato il sistema Tangentopoli che si è sviluppato con le "mani pulite" della procura di Milano ma ha orientato tutta la magistratura in questi anni. Non desta meraviglia quindi che Nicola Gratteri procuratore della Repubblica scriva la prefazione ad un libro "Strage di Stato" che tratta di una pandemia inventata e di un complotto internazionale, perché è nella logica del metodo da lui sempre utilizzato: quello di indagare su presunti complotti, come è stato detto o su sospetti. Le sue indagini sul sistema mafioso calabrese, purtroppo molto diffuso e pericoloso, hanno come conseguenza retate consistenti che portano pur sempre a un qualche risultato e alla individuazione di reati e forse anche di rei.
Gli autori del libro negano la letalità del virus e l'utilità dei vaccini e Gratteri individua quindi un "sistema" malato, equivoco, pericoloso una sorte di complotto sul quale bisogna indagare e la sua prefazione è come una iscrizione a ruolo ... per poi scoprire il sistema corrotto e forse il corrotto. Le denunzie e le rivelazioni, che tanti di noi conoscevano, di Palamara sono le conseguenze di tutte le azioni o le omissioni del legislatore e della politica che hanno consentito che un "ordine", così come disciplinato dalla Costituzione, si trasformasse in "potere" autoreferenziale e irresponsabile sul piano esterno. È stato detto con molta acutezza che la magistratura ha operato su un doppio binario: il primo proprio per chi deve far carriera e l'altro per chi deve esercitare e garantire il potere attraverso l'associazione, le correnti, e il Csm che non è solo un organo di autogoverno ma di rappresentanza politica interna ed esterna.
Tutto questo è avvenuto con il disinteresse del legislatore che consapevolmente e al tempo stesso inconsapevolmente ha delegato il magistrato a risolvere questioni difficili da disciplinare sul piano legislativo, e alcune leggi contengono addirittura una delega in bianco come quella che disciplina il "traffico di influenze", un possibile reato privo di una "fattispecie" concreta.
Orbene i magistrati che si occupano solo della personale carriera non hanno bisogno, come dice in maniera stupefacente Eugenio Albamonte, ex presidente dell'Associazione, di essere valutati "con criteri di eccellenza", ma "con lo scopo di garantire uno standard professionale adeguato a tutti i cittadini in relazione a tutti i processi che vengono celebrati. Il cittadino non ha bisogno di pochi giudici eccellenti che trattino le cause più importanti: al contrario necessita di magistrati che arrivino a un livello di adeguatezza. Quello che il nostro sistema prevede è di andare a cercare la caduta di professionalità.
Come non dare ragione a Giovanni Falcone che sosteneva che "la inefficienza dei controlli sulla professionalità, cui dovrebbero provvedere il Csm e i consigli giudiziari ha prodotto un livellamento dei magistrati verso il basso. Le parole dell'ex presidente dell'Anm non determinano scandalo perché tutti i magistrati sanno di essere eccellenti perché tutti al 99% sono promossi in Cassazione ed è evidente che il giudizio di merito nella scelta è molto difficile e quindi non può non prevalere l'appartenenza alla corrente!
Orbene le correnti di pensiero sono da valutare sempre positivamente, ma l'appartenenza alla corrente come condizione per far carriera è contro la Costituzione, ed è contro la Costituzione la stessa organizzazione in associazione perché questa determina una "ristretta oligarchia" che gestisce un potere interno ed esterno che inevitabilmente diventa politico e quindi influenzabile da questo o quel partito. Il libro di Palamara è importante per questo assunto, e non per le beghe interne che possono anche allettare di più, perché dimostra come la magistratura non è riuscita soltanto a far prevalere la giurisprudenza sulla legge ma sia di fatto diventata un soggetto politico che mette in crisi l'equilibrio democratico. Il sempre ricordato Montesquieu ha proclamato la distinzione dei poteri per limitare sia il legislativo che il giudiziario e invece essi a turno hanno la prevalenza.
di Simona Musco
Il Dubbio, 10 aprile 2021
Forza Italia ottiene un ordine del giorno per discutere dell'applicazione pratica della norma. Ma il M5S avvisa: "La legge non si tocca". La Spazza-corrotti torna a far discutere. E rischia di rappresentare una nuova gatta da pelare in seno alla maggioranza, dopo l'impegno preso dalla ministra Marta Cartabia a modificare il ddl penale nel rispetto degli articoli 27 e del 111 Costituzione. Sul piatto, com'è noto, c'era già il tema della prescrizione, legge bandiera del Movimento. Ora, dopo la discussione che ha tenuto banco in Commissione Affari costituzionali, Forza Italia punta anche all'altro caposaldo dei grillini, la norma grillina di contrasto alla corruzione. Non per rivoluzionarla, forse, ma per incidere almeno su uno dei suoi punti salienti: la responsabilità dei partiti rispetto alla "pulizia" delle proprie liste.
Lo spunto è venuto dall'approvazione del decreto che rinvia le elezioni a causa del Covid. Decreto per il quale i forzisti - in testa Nazario Pagano e Luigi Vitali, spalleggiati dalla Lega - avevano presentato un emendamento per chiedere di eliminare - almeno in tempo di Covid - la sanzione a carico del partito che non ha provveduto, nei quindici giorni precedenti al voto, a pubblicare sul proprio sito il certificato penale dei candidati.
"Le liste vengono presentate trenta giorni prima - ha affermato in aula Vitali - ed è irrazionale prevedere una sanzione quando ormai il termine per la presentazione delle liste è evaporato: ed è irrazionale soprattutto quando il partito dimostra documentalmente di aver richiesto il certificato penale al cittadino". Il M5S non se l'è fatto ripetere due volte: "La Spazza-corrotti - hanno tuonato i senatori grillini - non si tocca". E il clima si è ricomposto nel corso della riunione di maggioranza, quando il sottosegretario Ivan Scalfarotto ha ottenuto il rinvio di ogni altra discussione relativa all'eventuale revisione della legge con un apposito ordine del giorno.
"Nessuna presa di posizione ideologica - ha commentato -, ma solo la consegna ai partiti di discutere sulla cosiddetta Spazza-corrotti, se lo riterranno, in un provvedimento che non sia il decreto legge relativo allo spostamento delle consultazioni all'autunno". Ragionamento che ha convinto i forzisti a ritirare gli emendamenti, in attesa di discuterne altrove. "Ci è stato detto dal Sottosegretario che questa non era la sede per affrontare il tema e che forse la normativa era troppo giovane per essere sottoposta a una rivisitazione in maniera traumatica - ha evidenziato Vitali -, ma devo dare atto al presidente, al governo e a tutti i componenti della Commissione di aver preso un impegno, che non è quello di fare la rivoluzione di questa normativa, ma di aprire un momento di riflessione, al fine di verificare quanto ha funzionato e quanto no".
E poi il messaggio ai colleghi del Movimento: "Nessuno vuole sottrarre i partiti alla responsabilità della trasparenza nelle candidature e nella designazione dei loro rappresentanti; ma facciamo una normativa razionale, efficace e che funzioni, invece di sparare nel mucchio, perché non bisogna essere dei politici di professione per capire quali e quante sono le difficoltà nel momento in cui si devono presentare le liste, con i tempi ristretti, gli imprevisti, gli inconvenienti, le sostituzioni, le rinunce e le nuove candidature", ha evidenziato.
Una discussione, dunque, ci sarà. E non è dato sapere fino a che punto i partiti di destra tenteranno l'assalto alla norma, anche se il M5S ha già alzato le barricate: "Dare la garanzia che nelle liste non ci siano persone coinvolte in procedimenti giudiziari è un dovere delle istituzioni - si legge in una nota dei senatori grillini. È sconcertante che questa questione sia stata la priorità sollevata da Forza Italia e Lega mentre ci affrettavamo a chiudere un decreto che serve a rimandare all'autunno, in modo ordinato, le prossime elezioni amministrative". Pagano, dal canto suo, ha provato a ricomporre gli animi: si tratterebbe, afferma, di "rivedere la legge alla luce dell'applicazione pratica".
Ma per Vincenzo Garruti, vicepresidente della Commissione Affari costituzionali in quota M5S, ogni discussione che modifichi i capisaldi della norma è da considerarsi esclusa. "Per noi la Spazza-corrotti è una garanzia di liste pulite e trasparenti - ha spiegato al Dubbio - e non è assolutamente in discussione. Deve ancora espletare completamente i suoi effetti e pertanto tale rimane. Se poi, come tutti i provvedimenti, si intende apportare delle migliorie amministrative, ma non politiche, per la pubblicazione dei casellari giudiziari è un altro discorso. Ma minare la norma per noi non è una via praticabile e su questo ci opporremo sempre".
In merito al limite di tempo per la pubblicazione dei certificati sui siti dei partiti, "nessuno vieta di agire prima dei 15 giorni che precedono le elezioni - ha aggiunto. Sarebbe buona prassi emulare il M5S. Se si vuole essere più precisi sulla questione dei termini, nulla osta ad andare incontro alle esigenze dei partiti, anche per prevenire le candidature di impresentabili. Su questo troveranno sempre la porta aperta". Ed è per questo, ha aggiunto, che un ordine del giorno non si nega a nessuno. Purché ci si limiti a questioni pratiche.
"Non c'è da riaprire alcun capitolo, al massimo si può discutere di semplificazione. Siamo integerrimi sull'attuazione della Spazza-corrotti in qualsiasi circostanza, anche in quella in cui ci troviamo". E se l'intenzione degli altri partiti di maggioranza tenteranno di metterci lo zampino, la risposta è una sola: "In questo momento c'è bisogno di altro che fare guerre contro norme consolidate e per le quali si è già combattuto a suo tempo. Non ripetiamo battaglie già fatte, portiamo nuovi dibattiti all'interno delle assemblee".
di Simona Musco
Il Dubbio, 10 aprile 2021
I giudici di Strasburgo contro il metodo adottato dai pm di Trapani: "La tutela delle fonti giornalistiche è uno dei cardini della libertà di stampa". "La tutela delle fonti giornalistiche è uno dei cardini della libertà di stampa. Senza tale protezione, le fonti potrebbero essere dissuase dall'aiutare la stampa a informare il pubblico su questioni di interesse pubblico. Di conseguenza, il ruolo vitale di controllo pubblico della stampa può essere minato e la capacità della stampa di fornire informazioni accurate e affidabili può essere influenzata negativamente".
Dovrebbero bastare le parole della Corte europea dei diritti dell'uomo a mettere un punto alla vicenda che ha coinvolto la giornalista Nancy Porsia, la freelance intercettata dalla Procura di Trapani nel corso di un'indagine sui soccorsi delle Ong nel Mediterraneo. Parole scritte nella sentenza Sedletska contro Ucraina depositata il primo aprile, con la quale i giudici di Strasburgo hanno sottolineato l'importanza della protezione delle fonti giornalistiche per la libertà di stampa in una società democratica, affermando che "le limitazioni alla riservatezza delle fonti giornalistiche richiedono il controllo più attento".
Un'interferenza da dell'autorità giudiziaria che potrebbe portare alla divulgazione di una fonte non può essere considerata "necessaria", ai sensi dell'articolo 10 della Convenzione, "a meno che non sia giustificato da un requisito imperativo di interesse pubblico".
E per stabilire l'esistenza di un "requisito imperativo" potrebbe non essere sufficiente dimostrare semplicemente che senza l'accesso a quelle fonti sarà impossibile esercitare l'azione legale: "Le considerazioni che la Corte deve tenere in considerazione per il suo controllo ai sensi dell'articolo 10 pongono l'equilibrio degli interessi concorrenti a favore dell'interesse della società democratica a garantire una stampa libera". Una sonora smentita alla tesi dell'ex pm di Mani Pulite Piercamillo Davigo, dunque, che partendo dal presupposto che "la legge è uguale per tutti", ha sostenuto che è giusto intercettare una persona non indagata per arrivare a un indagato, perfino se di mezzo c'è la libertà di stampa.
Per la Cedu, però, il diritto dei giornalisti di non divulgare le proprie fonti "non può essere considerato un mero privilegio da concedere o sottrarre a seconda della liceità o illegalità delle loro fonti, ma è parte integrante del diritto all'informazione, da trattare con la massima cautela". Il caso in questione riguarda una giornalista di "Radio Free Europe" con sede a Kiev, responsabile, dal 2014, di un programma sulla corruzione. L'Autorità nazionale anticorruzione dell'Ucraina, nel corso di un procedimento a carico di un procuratore, aveva intercettato le telefonate con la sua compagna.
In un articolo online era stata diffusa la notizia di una riunione organizzata dal capo dell'Autorità con alcuni giornalisti, durante la quale erano state diffuse informazioni riservate sulle indagini, anche attraverso l'ascolto di alcune registrazioni tra il procuratore e la sua compagna, che includevano questioni relative alla vita privata della coppia. Da qui la denuncia della donna, sulla cui base era stata avviata un'indagine, condotta attraverso l'accesso, per 16 mesi, ai tabulati telefonici della giornalista ricorrente, che si è rivolta alla Corte europea chiedendo tutela per la propria attività professionale. Nella propria decisione, la Corte richiama precedenti pronunce in materia di perquisizioni a carico dei giornalisti a casa o sui luoghi di lavoro, nonché sul sequestro di materiale giornalistico, riconoscendo come tali misure rappresentino una drastica "interferenza" mirata a rivelare l'identità delle fonti, consentendo l'accesso a un'ampia gamma di materiale utilizzato dai giornalisti nello svolgimento delle proprie funzioni professionali.
Per i giudici, dunque, non solo gli inquirenti non possono chiedere ai giornalisti di rivelare il nome delle proprie fonti, ma non possono neanche cercare di ricavarlo indirettamente, attraverso sequestri o intercettazioni. E anche se la ricerca degli inquirenti non produce alcun risultato, il solo tentativo di intromissione rappresenta, per la Cedu, una violazione della libertà di stampa. E lo è, dunque, anche autorizzare quelle intercettazioni, azione definita gravemente lesiva e "grossolanamente sproporzionata".
di Valeria Cianciolo*
Il Sole 24 Ore, 10 aprile 2021
L'inadeguatezza dell'educazione impartita dai genitori, quale fondamento, ex art. 2048 cod. civ., della responsabilità dei medesimi per il fatto illecito commesso dal figlio minore, può essere desunta, in mancanza di prova contraria, dalle modalità dello stesso fatto illecito, che ben possono rivelare il grado di maturità e di educazione del minore.
Il caso - Un professore di un istituto tecnico era vittima, a scuola, di quattro gravi episodi di bullismo, già all'epoca dei fatti, denunciati. Il docente conveniva dinanzi al Tribunale sia l'alunno, ormai divenuto maggiorenne, sia i suoi genitori, per ottenerne la condanna, in via solidale tra loro, al risarcimento di tutti i danni non patrimoniali da lui patiti.
I convenuti offrivano banco iudicis 10.000 euro, somma di denaro, però, respinta dall'attore. Il giudice allora, proponeva una conciliazione ex art. 185 bis c.p.c., che prevedeva il pagamento a titolo di risarcimento di un importo - giudicato congruo da parte attrice, ma rifiutato dalla controparte - pari a 14.500 euro e spese compensate. I convenuti tentavano, pur maldestramente, di difendere le condotte illecite del ragazzo, rappresentando altresì, una certa inadeguatezza educativa dei docenti, ritenuti, a dir loro, incapaci di andare incontro alle esigenze del figlio.
Il Tribunale nel ritenere meritevole di accoglimento la domanda attorea, ha ricordato i quattro episodi di bullismo lamentati dalla vittima ed ha sottolineato come due di questi, integrassero gli estremi del reato di violenza privata, ex art. 610 c.p., e di minaccia, ex art. 612 c.p., mentre gli altri due episodi configuravano il reato di ingiuria, ora depenalizzato, ma pur sempre autonomamente valutabile in sede civile, ai sensi dell'art. 2043 cod. civ.
Riconosciuta la responsabilità del giovane convenuto, e il suo conseguente obbligo di rispondere personalmente delle condotte lesive poste in essere ai sensi dell'art. 2043 cod. civ., il Tribunale ha ravvisato una concorrente e solidale responsabilità ai sensi dell'art. 2048 cod. civ. dei genitori che nei riguardi del figlio si pongono "in funzione educativa ed in posizione di garanzia".
Il Tribunale ha riconosciuto, nella fattispecie, un danno morale, per il turbamento dell'animo causato dalle aggressioni fisiche e morali subite, e da liquidarsi in via equitativa, tenendo conto:
1) dell'entità ed intensità della violazione della libertà morale e fisica e della dignità della persona offesa;
2) del turbamento psichico cagionato, dedotto dalle forme con cui si è perpetrata l'aggressione;
3) degli effetti sul piano psicologico anche nel tempo;
4) dell'incidenza del fatto dannoso sulla personalità della vittima;
5) dell'intensità del dolo.
La responsabilità dei genitori e l'art. 2048 cod. civ - Ai sensi del comma 1 dell'art. 2048 cod. civ., il padre e la madre - o il tutore - sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori non emancipati o delle persone soggette alla tutela, abitanti con essi. Si ritiene che l'elencazione di tali soggetti, responsabili ex art. 2048, primo comma, cod. civ., abbia carattere tassativo e che, dunque, sia esclusa l'applicazione analogica della disposizione. Con riferimento ai genitori, a rispondere degli illeciti commessi dal figlio minorenne sono non soltanto quelli "legittimi" ma, altresì, ex art. 27, L. 4 maggio 1983, n. 184, i genitori adottivi, nonché quelli "naturali" che abbiano riconosciuto i figli. Dubbi permangono, invece, in relazione a quelli che non abbiano proceduto al riconoscimento della prole. A tal proposito, in mancanza di pronunce giurisprudenziali, la dottrina, da una parte, ha escluso la responsabilità per il fatto del figlio in capo al genitore che non abbia provveduto al riconoscimento, ai sensi dell'art. 250 cod. civ., dall'altra, ha riconosciuto valore determinante al rapporto di filiazione in sé. Nell'ipotesi in cui tra i genitori sia intervenuta una separazione personale o un divorzio e il figlio minore sia stata affidato ad uno soltanto di essi - anche se ciò, ai sensi della L. n. 54/2006, costituisce una eccezione, rappresentando l'affidamento condiviso la regola generale, ci si chiede se sia applicabile o meno l'art. 2048 cod. civ..
Sul punto si è affermato che la responsabilità genitoriale di entrambi i genitori non cessa a seguito di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti civili, annullamento, nullità del matrimonio, come previsto dall'art. 317 cod. civ. Pertanto, il genitore non affidatario mantiene una serie di poteri e doveri di vigilanza e controllo sia sull'attività del figlio che sull'operato del genitore affidatario. Si propende, quindi, per l'applicabilità dell'art. 2048 cod. civ. in quanto, avendo la norma una funzione di garanzia in capo ai genitori, gli stessi ne rispondono in virtù del loro status. Le argomentazioni contrarie, volte a negare la responsabilità del genitore non affidatario si basano sulla mancanza del presupposto della coabitazione. Un altro orientamento invece, circoscrive la responsabilità ex art. 2048 cod. civ., del non affidatario, solamente a quei periodi in cui il genitore esercita sul minore i poteri a lui riconosciuti dalla legge.
La responsabilità dei genitori o precettori ex art. 2048 cod. civ. concorre con la responsabilità del minore (Cass. civ., 26 giugno 2001, n. 8740, in Banca Dati Plus Plus diritto on Line): se il minore è capace di intendere e di volere, egli è direttamente responsabile del danno ingiusto posto in essere, secondo le norme generali della responsabilità civile. La responsabilità dei genitori e degli altri soggetti previsti dall'art. 2048, quindi, si aggiunge a quella del minore capace di intendere e di volere, ex art. 2043 cod. civ., configurandosi così una responsabilità solidale, con la conseguenza che la domanda di risarcimento può essere proposta sia contro i genitori sia contro il minore, autore dell'illecito. L'art. 2048 è, pertanto, una norma dettata a protezione dei terzi, esposti al rischio di un danno conseguente all'agire dei minori: la responsabilità prevista da questa norma nasce come responsabilità del minore verso i terzi e si estende ai genitori, tutori, precettori e maestri d'arte, in funzione di garanzia (Cass. civ., S.U., 27 giugno 2002, n. 9346, in Banca Dati Plus Plus Diritto on Line).
La prova liberatoria si traduce nella dimostrazione di aver impartito l'educazione e l'istruzione consone alle condizioni sociali e familiari e di aver vigilato sulla condotta in misura adeguata all'ambiente, alle abitudini ed al carattere (Cass. civ., 19 febbraio 2014, n. 3964, in Banca Dati Pluris on Line).
Il contenuto della prova liberatoria dipende dalle modalità stesse con cui è avvenuto il fatto: nel caso di illecito particolarmente grave o increscioso, l'inadeguatezza della educazione impartita e della vigilanza esercitata è desunta proprio dalle circostanze con cui si è verificato l'evento (Cass. civ., 6 dicembre 2011 n. 26200, in Banca Dati Plsu Plus diritto on Line).
Si delinea, così, una responsabilità dei genitori di natura oggettiva, dal momento che il criterio di imputazione per l'illecito commesso dal figlio è, in pratica, correlato al loro status. La precoce emancipazione dei minori, frutto del costume sociale, non esclude né attenua la responsabilità che l'art. 2048 cod. civ. pone a carico dei genitori, i quali, proprio in ragione di tale precoce emancipazione, hanno l'onere di impartire ai figli l'educazione necessaria per non recare danni a terzi nella loro vita di relazione, dovendo rispondere delle carenze educative a cui l'illecito commesso dal figlio sia riconducibile. Ad esempio, nel 2009 la Cassazione non ha dato alcuna importanza al fatto che un minore fosse prossimo alla maggiore età, posta la lettera dell'art. 2048 cod. civ. e l'inderogabilità dei doveri ex art. 147 cod. civ. "finalizzati a correggere comportamenti non corretti e, quindi, meritevoli di costante opera educativa, onde realizzare una personalità equilibrata, consapevole della relazionalità della propria esistenza" (Cass. civ., 22 aprile 2009, n. 9556, in Banca Dati Plus Plus diritto on Line).
La corretta lettura dell'art. 2048 cod. civ. ci suggerisce di affermare che il minore può adottare una condotta diversa da quella illecita per cui la copertura solidale dei genitori si giustifica con l'idoneità degli stessi ad evitarla, indirizzando i figli verso condotte socialmente corrette: attività di indirizzo da svolgersi non con la sola e mera vigilanza (unico parametro stabilito dall'art. 2047 cod. civ. rispetto all'incapace) ma anche, con l'insegnamento educativo. Alla luce di questo, non è auspicabile, l'esonero dei genitori dalla loro responsabilità all'approssimarsi della maggiore età del figlio. Come pure, non è condivisibile l'opinione per cui non dovrebbe ammettersi la loro responsabilità "se il fatto è stato compiuto nell'ambito di quella sfera di libertà normalmente concessa al minore" (S. Patti, Famiglia e responsabilità civile, Milano 1984, p. 248).
Gli illeciti che manifestano disprezzo per l'altrui dignità, salute o addirittura vita, come accade nel bullismo, sono consumati generalmente proprio nella fascia di età dove i minori godono di una libertà di cui non sanno fare buon uso e potenzialmente più idoneo per l'illecito, dove il minore necessita di una maggiore guida. Questo accade normalmente nell'età adolescenziale.
Si pensi all'uso dei social network e al loro potenziale di cui i minori non si rendono pienamente conto: in un recente caso di illecita circolazione di immagini intime per via telematica, il Tribunale di Sulmona ha condannato i genitori degli autori del gesto, stabilendo che la propagazione a catena, che aveva provocato nella giovanissima vittima un grave danno psicologico con ricadute sulla sua salute, manifestasse "di per se´ una carenza educativa degli allora minorenni dimostratisi in tal modo privi del necessario senso critico, di una congrua capacità di discernimento e di orientamento consapevole delle proprie scelte nel rispetto e nella tutela altrui. Capacità che avrebbero già dovuto avere in relazione all'età posseduta" (Trib. Sulmona, 9 aprile 2018, in Danno e resp., 2018, p. 763). A prescindere, comunque, dal fatto che possa imputarsi ai genitori una colpa, vera o presunta, l'eventuale reazione risarcitoria ricorderà loro tanto l'indispensabile esigenza della loro opera quanto i criteri minimi a cui informarla. Il compito educativo resta, dunque, anche per questo, difficile perché eterogeneo nelle sue sfaccettature e, va da sè, di grande "responsabilità"
*Avvocato del Foro di Bologna e associato Ondif
di Giandomenico Caiazza
Il Dubbio, 10 aprile 2021
Per i nostri standard, l'intercettazione è il top del famoso "giornalismo d'inchiesta", un eden. Che Paese formidabile, il nostro! Ogni giorno ne scopri una. L'ultima è l'indignazione dei giornalisti intercettati dalla Procura della Repubblica di Trapani.
Intendiamoci, noi penalisti siamo naturalmente animati da uno spirito di autentica solidarietà per chiunque finisca nella rete del Grande Orecchio. Chiunque. Perché sappiamo, per quotidiana esperienza professionale, quale furia devastatrice possa scatenarsi ogni qual volta la privatezza delle conversazioni venga violata, e diventi pubblica gogna. E conosciamo bene, per di più, la insidiosa inaffidabilità dello strumento. Diversamente da quanto ritenuto dai suoi tifosi - una foltissima schiera di tifosi: ma ci ritorniamo tra poco - l'intercettazione è tutt'altro che un elemento di prova dotato di oggettività. Fate un giochino: registrate per qualche giorno le vostre telefonate, e poi fatele trascrivere (da un maresciallo amico, magari). Faticherete a riconoscervi nelle parole che avete usato, perfino sapendo di essere registrati (figuriamoci ignorandolo!). La trascrizione appiattisce, rende indistinto il flusso espressivo. Quel "sì" era assertivo, o liquidatorio? Quel "no" era un rifiuto, o una espressione di stupore? Quel "certo, come no!" era un rendersi incondizionatamente disponibili, o l'equivalente di un categorico diniego? E quando vi è scappato detto "quel grande stronzo di Carlo", era l'affettuosa celia verso l'amico di sempre, o un retropensiero finalmente espresso al riparo della vostra illusoria privatezza? Divertitevi.
Senonché, tra i più fegatosi tifosi del Grande Orecchio sono da sempre iscritti, in primissima fila e con assoluto distacco su ogni altro, proprio i giornalisti nostrani. Dagli in pasto un po' di intercettazioni, e li hai resi felici. Dai un po' di RIT ad un giornalista, che ci pensa lui. Vuoi mettere, per il cronista, l'ebrezza di avere a disposizione, squadernato ed inerme, un flusso ininterrotto di conversazioni tra persone, meglio se politici o comunque personaggi pubblici, convinte di poter parlare in libertà, tanto non ci ascolta nessuno? Per i nostri standard, è il top del famoso "giornalismo d'inchiesta", un eden. È un mio cattivo ricordo, o non è forse vero che sono state costruite fortune editoriali e politiche sulle intercettazioni telefoniche (come trascritte dal maresciallo, ben s'intende: sappiamo tutti quanto sia irresistibile, in questo Paese, il fascino suggestivo ed inconfutabile del Pubblico Ufficiale)? Senza pietà, senza salvezza per nessuno, e senza nessuna remora riguardo a segreti professionali di ogni genere. C'è qualcuno che si è mai chiesto se sia legittimo intercettare il medico curante di un latitante? Ma figurati se gliene fotte niente a nessuno!
Quando una Politica imbelle e tremebonda ha provato a porre un freno a questo scempio senza eguali nel mondo civile, la categoria (dei giornalisti) è insorta indignata, e con essa il solito caravanserraglio di complemento: no alla "Legge Bavaglio", hanno strepitato. O è un mio ricordo allucinato? L'opinione pubblica - urlavano- ha diritto di sapere la Verità, ogni possibile Verità. E siamo noi giornalisti gli inappellabili giudici di ciò che sia giusto sapere, e cosa no. Poi un giorno accade che un Pubblico Ministero, ai fini della propria indagine, decida di intercettare un po' di giornalisti, anche non indagati, come la amata legge sul Grande Orecchio certissimamente gli consente, e si scatena l'inferno.
Leggiamo in questi giorni che, in tal modo, è stato appiccato il fuoco alla nostra carta costituzionale. Ma pensa! Io credevo succedesse quando si intercettano avvocato e cliente, per esempio, (una norma del codice, qui sì, espressamente lo vieta, ma la giurisprudenza la interpreta a modo suo) e invece dobbiamo occuparci della segretezza delle "fonti" del giornalista, strappandoci le vesti. Come se la "fonte" del giornalista fosse una specifica categoria di cittadini che, non appena fanno due chiacchiere con un giornalista (a proposito: deve essere iscritto all'Ordine?), pare debbano acquisire una sorta di immunità per contagio.
Immunità per il giornalista, immunità per le sue fonti: vade retro, Grande Orecchio. Che ora è all'improvviso diventato l'orecchio pizzuto di Satanasso in persona. Immaginano, questi nostri amici, norme e regole invece inesistenti, come ha loro spiegato molto bene un idolo della categoria, il dottor Pier Camillo Davigo, per di più dalle colonne del Fatto Quotidiano (Dio esiste, altroché!). Nessuna norma prevede l'immunità del giornalista dal potere investigativo del Grande Orecchio. Ora, intendiamoci: tenderei ad escluderlo, ma se mai questa volesse essere l'occasione per una riflessione palingenetica sui limiti delle intercettazioni di conversazioni tra persone, sulla assoluta eccezionalità della violazione della privatezza, su un nuovo bilanciamento tra la potestà investigativa dello Stato ed i diritti variamente declinati della persona, giornalisti compresi, beh io mi siedo in prima fila. Hai visto mai che da questa grottesca caciara, salti fuori qualcosa di buono? Si chiama eterogenesi dei fini, e a volte funziona.
di Liana Milella
La Repubblica, 10 aprile 2021
Bufera nelle chat e mailing list dei magistrati contro la delibera del Csm che stabilisce la scelta tramite estrazione dei giudici che devono valutare gli aspiranti alla toga. Si teme che possa diventare il criterio per nominare i membri togati dell'organismo. Contro Armando Spataro. A favore Cascini e Zaccaro.
"Sorteggio". "Metodo di scelta fondata sulla sorte", secondo il dizionario Treccani. Quindi, nei fatti, il contrario di una scelta. Poiché a scegliere è solo il caso. Parola, il "sorteggio", che da tempo va di moda tra chi pensa di "sanificare" la magistratura dalle correnti. Di moda anche tra illustri giuristi. Divenuto un leit motiv, il "sorteggio", non appena è esploso il caso Palamara.
All'ex pm era appena giunto un decreto di perquisizione e si diffondevano i dettagli del suo caso, ed ecco che la prima reazione, era il maggio del 2019, fu quella del "sorteggio". Nel senso di ricorrere "al caso" per eleggere i consiglieri togati del Csm, "colpevoli" di essere figli e protagonisti del correntismo. Quindi da punire. Da sbaragliare. Da affidare, per l'appunto, alla scelta del caso.
Parola - il "sorteggio" - da bandire dal Csm? Da non pronunciare neppure visto che il rischio concreto è che possa fare capolino nella ormai prossima legge elettorale per rinnovare - nel luglio del 2022 - il Csm? E invece ecco la parola "sorteggio" diventare grande protagonista di una decisione del Csm che, dopo 24 ore, è oggetto di scontro nelle mailing list e nelle chat dei giudici.
Con una figura importante nella magistratura come quella di Armando Spataro - toga in pensione da ex procuratore di Torino, ma colui che ha avuto il coraggio di portare sul banco degli imputati 22 agenti della Cia per il sequestro Abu Omar - che appena sente la parola "sorteggio" salta sulla sedia e dice: "Il sorteggio, da qualsiasi prospettiva lo si voglia considerare, è una scelta che dimostra auto-disistima ed esprime la rassegnata rinuncia all'esercizio delle proprie competenze. Questo al di là del fatto che possano essere sorteggiati magistrati preparati o, al contrario, non all'altezza del compito".
Spataro scrive, e lo fanno tanti altri colleghi criticando duramente una decisione del Csm presa giovedì 8 aprile che ha una "colpa". Contiene, appunto, la parola "sorteggio". Ma giusto negli stessi minuti ecco chi all'opposto esalta un passo che - come scrive "Il Giornale" - va nella direzione di riconoscere quello che Luca Palamara ha detto nel libro "Il sistema", e cioè che anche i magistrati commissari d'esame dei giovani colleghi sono frutto di una lottizzazione correntizia, e a loro volta, scelgono secondo logiche di appartenenza. Per sbaragliare il "sistema" quindi serve il "sorteggio".
Ma che è successo al Csm per sollevare questo putiferio? Il "sorteggio" è stato promosso a metodo di scelta. Perché è passata la decisione di cambiare le regole per individuare i magistrati che faranno parte delle commissioni d'esame delle future toghe. Saranno "sorteggiati". A favore tutti, togati e laici, tranne Carmelo Celentano di Unicost e Antonio D'Amato di Magistratura indipendente.
Il Csm pubblicherà un bando di concorso, arriveranno le domande di chi vuole fare il commissario, saranno esclusi solo coloro che hanno obiettivi ostacoli come un disciplinare in atto, una valutazione di professionalità negativa, oppure già ricoprono un incarico direttivo o semidirettivo, o ancora provengono da un ufficio che ha carenza di colleghi. Ma, a parte queste esclusioni obiettive, sarà il sistema del sorteggio a selezionare i futuri commissari.
Cosa cambia rispetto a prima? Tantissimo. Perché con il vecchio sistema sarebbe stato il Csm stesso a valutare i titoli di ciascuno e a individuare i più titolati in base alla singola storia professionale. Solo a quel punto, "dopo" la selezione del Csm, scattava il sorteggio tra tutti i selezionati. Quindi il Csm "sceglieva" in prima battuta i colleghi con un curriculum meritorio al punto da poter, a loro volta, scegliere le future toghe.
Qual è il giudizio di Spataro? Durissimo: "In qualunque modo lo si voglia giustificare, con questo sorteggio si spalanca la strada ad altri sorteggi, a partire da quello dei componenti del Csm, o comunque si asfalta una strada in discesa per chi voglia sostenerlo nonostante la palese incostituzionalità di tale ipotesi". E ancora: "Non è affatto vero che, togliendosi di dosso doverose responsabilità, la trasparenza ne guadagna: anzi questa giustificazione fa crescere stupore e delusione".
La pensano in tanti come Spataro. Per esempio molte toghe di Magistratura democratica, come il presidente Riccardo De Vito. Mentre non ha dubbi chi ha sottoscritto la scelta. I togati della sinistra di Area al Csm, e in particolare Giovanni "Ciccio" Zaccaro, il presidente della Terza commissione, proprio quella che selezionava i commissari per il concorso.
Che adesso dice: "La delibera, lungi dal legittimare il sorteggio come forma per selezionare candidati destinati a ruoli per i quali rilevano specifiche attitudini, come quelle direttive o semi-direttive, è un gesto di fiducia verso tutti i magistrati perché parte dal presupposto che qualunque magistrato, con la quarta valutazione di professionalità ed immune da criticità, ha le qualità per comporre la commissione di accesso alla magistratura".
Una tesi subito contrastata da chi boccia la teoria grillina dell'"uno vale uno". Per esempio da chi, nelle chat, oppone a Zaccaro un ben diverso ragionamento: "In questo modo i consiglieri del Csm rinunciano alle loro prerogative, non scelgono, bensì lasciano che sia il caso a farlo, seguendo la logica che tutti sanno fare tutto, cioè dell'uno vale uno".
Una lite nella famiglia della sinistra delle toghe, visto che al Csm il capogruppo di Area Giuseppe Cascini ha seguito invece un ben diverso ragionamento motivando il suo voto favorevole: "In passato - ha detto Cascini - la composizione della commissione esaminatrice ha favorito amici o colleghi di corrente. Adesso è tempo di seguire un'altra strada".
La via del "sorteggio" che piace ad Andrea Reale, il primo eletto all'Anm per il gruppo di Articolo Centouno, che ha sempre sostenuto il "sorteggio" anche per eleggere i componenti del Csm ma che adesso, leggendo tutto il provvedimento appena votato dal Consiglio, ha il dubbio che "sia troppo discrezionale il criterio di esclusione di chi viene sottoposto al sistema del sorteggio".
Ma la querelle è aperta. Improvvisamente, mentre in via Arenula è al lavoro il gruppo scelto dalla ministra Marta Cartabia per la riforma del Csm, presieduto dal costituzionalista Massimo Luciani, e a un mese dagli emendamenti che dovranno approdare alla Camera per modificare la riforma dell'ex ministro Alfonso Bonafede, ecco il caso al Csm. Che una toga nelle liste chiosa così: "In questo modo si spalanca la strada al sorteggio anche per il Csm. Se qualunque magistrato, solo in forza del suo lavoro quotidiano, è in grado di fare anche il commissario che selezionerà le future toghe, allora con lo stesso sistema potrà anche diventare in futuro un componente del Csm".
di Gianluca Lettieri
Il Centro, 10 aprile 2021
Il colloquio dello psichiatra con la direttrice Ruggero all'ingresso del carcere: "Sono innocente" Poi la cena e le richieste per il giorno dopo: terapia per la pressione, acqua e pile del telecomando.
"Questa storia mi ha ferito. Ho fatto tanta beneficenza, sono un cattolico.
E adesso, con questa falsa vicenda, vengo invece presentato all'opinione pubblica come una persona che si approfitta di chi ha bisogno". Sono le tre e mezza del pomeriggio di due giorni fa quando il primario Sabatino Trotta, su un'auto della guardia di finanza, varca il cancello del carcere di Vasto e comincia a raccontare la sua verità alla direttrice Giuseppina Ruggero, che lo accoglie sul piazzale. A ripercorrere le ultime ore di vita dello psichiatra pescarese è proprio la responsabile dell'istituto penitenziario. "No, non immaginavo che, a distanza di poche ore, avrebbe potuto uccidersi", ripeterà all'infinito all'indomani di una tragedia che tutti, a Torre Sinello, etichettano come inaspettata.
All'inizio del primo giorno da detenuto, il primario appare tranquillo. Quando gli misurano la temperatura, dice di essere stato vaccinato. Ironizza persino sull'accento pescarese di Ruggero. La visita medica che va avanti spedita ed evidenzia un "minimo rischio suicidario". Poi, il comandante della polizia penitenziaria lo fa accomodare nel suo ufficio insieme alla direttrice. Racconta brevemente la sua storia, parla della famiglia che lo attende a casa, appare tranquillo e, a dire di chi lo ascolta, comunque in grado di gestire la situazione.
"Sono innocente e vittima di una persecuzione: non è assolutamente vero che ho usato gli ultimi per raggiungere scopi di denaro che, in realtà, non sono mai stati di mio interesse", si sfoga, respingendo con determinazione l'accusa di corruzione. "Gli altri hanno vinto una battaglia", scandisce Trotta, "ma l'importante è vincere la guerra. Io ho una splendida famiglia". A un certo punto, domanda alla direttrice: "Perché si sta tanto preoccupando per me?". "Perché lei non è abituato a questi ambienti", è la risposta. Il terzetto resta a parlare per mezz'ora, minuto più, minuto meno. Lui non scende nei dettagli, e i due interlocutori non fanno domande specifiche. Perché mettere il dito nella piaga significherebbe fare affiorare ulteriore malessere.
In ogni caso, sia per il presidio sanitario che per la direttrice, Trotta "è in grado di gestire il senso di frustrazione, anche perché è uno psichiatra e ben conosce l'ambiente penitenziario, avendolo frequentato per motivi professionali". A dire degli esperti, dunque, non c'è bisogno di una sorveglianza a vista.
Finito il colloquio, arriva il momento più difficile: entrare per la prima volta nella sua vita nel corridoio di un carcere. Lo accompagna un sovrintendente della polizia penitenziaria. La cella assegnata al primario è tra le più nuove. È composta da letto, tv, comodino, tavolo, sgabello e bagno con doccia. Trotta non deve condividere la stanza con altri detenuti perché il protocollo anti-Covid prevede 14 giorni di isolamento per i nuovi arrivati.
Lo psichiatra cena regolarmente, come accerta la direttrice del carcere con una telefonata. Poi, consegna all'agente della sezione la richiesta, per il giorno successivo, di una bottiglietta d'acqua e di due pile per il telecomando. Non dimentica neppure di farsi consegnare la terapia per la pressione. "Lei può suonare il campanello per qualsiasi necessità, noi siamo qui", gli ricorda un agente. "Grazie, ma non ho bisogno di niente", risponde il medico.
Per mettere in atto il suo piano di morte, però, lo psichiatra aspetta che si avvicini il cambio turno, previsto per mezzanotte. Conosce le regole del carcere e sa che, in quei minuti, le maglie dei controlli possono essere un po' meno strette. Prima di farla finita, impiccandosi con un laccio della tuta a una finestra, scrive una lettera alla moglie e ai due figli. La macchina dei soccorsi scatta immediatamente. Arriva anche l'ambulanza del 118, ma è tutto inutile.
Due inchieste - una della procura della Repubblica di Vasto e una interna - accerteranno se le misure di controllo siano state adeguatamente attuate. La prima domanda è: il laccio della tuta da ginnastica poteva essere in cella? "Sì, di certo non possiamo distruggere il pantalone a un detenuto", replica la direttrice Ruggero. "Per togliergli tutto, avremmo dovuto avere delle perplessità che, ripeto ancora una volta, non c'erano assolutamente".
E ancora: "Ripensando tutta la notte al colloquio avuto con Trotta, sono arrivata a due diverse conclusioni. La prima, per me più probabile, è che lui sia stato sincero fino al momento del telegiornale della sera. Poi, il servizio in tv potrebbe averlo fatto precipitare in un attimo di sconforto. La seconda ipotesi è che, essendo lui una persona molto intelligente, nonché particolarmente manipolativo e seduttivo, fosse tutta una recita e avesse architettato un vero e proprio piano. Con l'isolamento previsto per il Covid è tutto più difficile. Se Trotta fosse stato in stanza con altre persone, probabilmente lo avrebbero fatto desistere". E invece la sua vita è volata via cinque minuti dopo la mezzanotte, schiacciata sotto il peso di accuse così infamanti da cancellare in poche ore quasi trent'anni di carriera.
Il Dubbio, 10 aprile 2021
La famiglia di Bruno Pizzata ha presentato un esposto per accertare le responsabilità. Una nuova vittima di Covid nelle carceri italiane. Si tratta di Bruno Pizzata, 61 anni, detenuto presso la Casa Circondariale di Catanzaro, deceduto l'8 aprile 2021 presso l'Ospedale "Pugliese - Ciaccio" di Catanzaro per complicanze polmonari respiratore determinate da positività al Covid.
Gli avvocati Luca Cianferoni, Eugenio Minniti e Gianni Russano, nella qualità di difensori di Antonia, Sebastiano e Alessia Pizzata, rispettivamente madre e figli della vittima, hanno annunciato che presenteranno denuncia/querela "nei confronti di tutti quei soggetti che si sono resi responsabili con le loro condotte colpevoli e negligenti dell'exitus del signor Bruno Pizzata, esclusivamente causato dal tardivo ricovero presso il suddetto nosocomio da parte della Direzione e della Dirigenza Sanitaria del predetto Istituto di reclusione, nonostante la perdurante ingravescenza delle condizioni di salute che già da subito si erano caratterizzate per una sintomatologia assolutamente seria, naturalmente con contestuale richiesta di sequestro di tutta la documentazione sanitaria carceraria e ospedaliera afferente la gestione anamnestica ed il protocollo terapeutico apprestato per fronteggiare l'insorta patologia".
Sono almeno 73 i detenuti positivi nel carcere di Catanzaro, tra i quali due sono stati ricoverati. Mercoledì c'è stata una prima vittima e giovedì è stata la volta di A.S., di 45 anni che era ricoverato e pare non avesse altre patologie.
di Antonio Maria Mira
Avvenire, 10 aprile 2021
La Casa circondariale di San Severo, in provincia di Foggia, è ormai un reparto Covid, con metà dei detenuti positivi e addirittura tre ricoverati all'ospedale di San Giovanni Rotondo. Ma ancora nessun detenuto è stato vaccinato, mentre a metà marzo lo sono stati gli agenti penitenziari, col vaccino Astra Zeneca.
Ma nonostante questo, due di loro successivamente sono risultati positivi e ora sono a casa. Niente vaccini, invece, per operatori e volontari, compreso il cappellano, don Andrea Pupilla che così ogni volta che entra in carcere per incontrare i detenuti si deve fare il tampone. "I cappellani per il momento non sono previsti tra quelli da vaccinare. Doveva essere fatta una vaccinazione di massa, subito, veloce, ma sono riusciti a farla solo agli agenti ma con estrema lentezza, due al giorno in ospedale", ci dice don Andrea che è anche direttore della Caritas diocesana di San Severo e che ospita spesso detenuti in semilibertà o in affidamento.
Eppure fino alla settimana prima della Domenica delle Palme il carcere era rimasto indenne. "Abbiamo retto per un anno", dice ancora don Andrea. Poi è arrivato un detenuto trasferito dal carcere di Melfi, istituto con molti casi positivi. Ma per lui i tamponi fatti là erano risultati negativi. Così è entrato a San Severo ma poi è risultato positivo.
Nel frattempo aveva già infettato tutti. Una situazione ad alto rischio, aggravata dalla lentezza delle vaccinazioni. Così si è dovuti ricorrere ai trasferimenti in altri istituti per avere più spazio e isolare i positivi dividendoli da quelli ancora negativi. Così il carcere che solitamente ospita tra 80 e 100 detenuti, ne ha solo 52, metà contagiati. Hanno messo nelle celle insieme i positivi e i negativi nelle altre. E hanno liberato completamente il piano terra.
Ma la situazione è molto difficile e gli agenti sono allo stremo e alcuni si stanno mettendo in malattia. E pensare che quasi un anno fa, 1'1 giugno il carcere era stato sanificato. L'operazione era stata portata a termine dagli specialisti del 21° Reggimento artiglieria di Foggia, unità dell'Esercito inquadrata nella Brigata Pinerolo, su richiesta del direttore della casa circondariale. Il personale militare aveva provveduto a igienizzare in particolare i locali dell'infrastruttura e gli automezzi in dotazione alla Polizia penitenziaria.
Ma è bastato un detenuto contagiato per far precipitare tutto e non solo a San Severo. Negli ultimi 15 giorni la situazione è esplosa in molte carceri pugliesi. Secondo gli ultimi dati contenuti nel report nazionale del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria del 5 aprile i contagiati sono 115 tra detenuti, agenti e amministrativi. Le carceri con più casi, oltre a San Severo, sono quelle di Lecce con 27 contagi (7 detenuti e 21 poliziotti), Foggia con 17 casi (un detenuto, un amministrativo e 15 agenti), Bari e Taranto con 16 casi.
editoria.tv, 10 aprile 2021
"La scelta di applicare la pena detentiva deve essere, quanto meno, esteriorizzata nelle sue direttrici portanti che ne consentano di apprezzare la ragionevolezza". Lo ha stabilito la Cassazione in tema di diffamazione sul web e per quanto riguarda i blog che, anch'essi, dovranno rientrare nell'ormai sempre più attesa riforma auspicata dai giornalisti e raccomandata caldamente anche dalle istituzioni comunitarie europee.
L'ultimo caso è arrivato dalla quinta sezione penale della Corte di Cassazione che ha annullato con rinvio la sentenza della corte d'appello di Catanzaro che aveva condannato a sei mesi di reclusione un blogger calabrese. I giudici hanno ravvisato, come ha riportato l'Ansa, che il giudice che condanna per diffamazione al carcere, anche con la formula della pena sospesa, il direttore di una testata online scartando quella che deve essere la prima opzione, ossia la pena pecuniaria, ha "l'obbligo di indicare le ragioni che lo inducano ad infliggere la pena detentiva".
La pronuncia è ispirata dai principi stabiliti in sede di giurisprudenza comunitaria: l'Europa, infatti, ha spiegato che l'ipotesi del carcere va tenuta in considerazione solo per casi ritenuti gravissimi tra cui quelli inerenti i messaggi d'odio e l'istigazione alla violenza. La sentenza della Cassazione ha riportato d'attualità il tema della riforma, ormai necessaria e da anni invocata dai giornalisti, della diffamazione a mezzo stampa. L'argomento è stato posto dalla Fnsi sul tavolo del confronto con il neo sottosegretario all'Editoria Giuseppe Moles insieme ai temi del precariato e dell'equo compenso e delle cosiddette querele bavaglio. Entro giugno dovrebbe muoversi qualcosa in parlamento.
- Carofiglio, in edicola il suo breviario laico
- Cagliari. Sdr dona 600 mascherine e gel disinfettante ai detenuti del carcere di Uta
- "Sull'abolizione dell'ergastolo ostativo manca la voce di Salvatore Ricciardi"
- Roma. Covid: rivolta a Rebibbia, a processo 46 detenuti
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