di Gabriele Minotti
L'Opinione, 11 aprile 2020
Peggiorano le condizioni di salute del leader dell'opposizione russa al regime putiniano, Alexei Navalny, in seguito al suo arresto e al suo internamento nel campo di concentramento di Pokrov. Questo è quanto si apprende dal suo profilo Instagram che, attraverso uno staff di collaboratori e amici, continua a fornire aggiornamenti sullo dell'attivista liberale condannato a due anni e mezzo di reclusione.
Navalny spiega che soffre di forti dolori alla schiena e alle gambe, che viene torturato con la privazione del sonno (sostiene che le guardie lo sveglino anche otto volte per notte) e che è dimagrito di otto chili. Per questo motivo ha chiesto di essere visitato da un medico di sua scelta: richiesta inizialmente negata dall'Amministrazione carceraria. In seguito al rifiuto, Navalny ha iniziato uno sciopero della fame che l'ha ulteriormente indebolito. Risibili, a questo proposito, i tentativi da parte dei suoi carcerieri di ridicolizzare la sua protesta, ad esempio - fa sapere lo stesso Navalny - mettendogli in tasca caramelle che poi venivano scoperte durante la perquisizione, o friggendo pollo e pane in prossimità della sua cella.
Da alcuni giorni è, inoltre, affetto da una grave tosse e ha la febbre a 38. Teme di aver contratto la tubercolosi a causa di alcuni detenuti del suo distaccamento (circa quindici persone, vale a dire il 20 per cento) risultati positivi e che, come lui, non ricevono le cure adeguate. Pare che all'origine della diffusione della malattia vi siano le pessime condizioni igienico-sanitarie delle celle, la mancanza di un adeguato riscaldamento della prigione e la malnutrizione: gli unici alimenti sono patate e avena bollite, sebbene il regolamento preveda che i detenuti in condizioni di salute precarie debbano seguire una dieta proteica.
La legale di Navalny, Olga Mikhailova, fa sapere che il suo assistito ha finalmente ottenuto di essere sottoposto ad alcuni accertamenti medici, dai quali è emerso che i dolori accusati nei giorni scorsi sarebbero dovuti ad una doppia ernia del disco, una delle quali particolarmente grave e che starebbe già determinando una perdita di sensibilità agli arti. Secondo gli specialisti, il trattamento prescritto a Navalny in carcere, oltre ad essersi rivelato inefficace, avrebbe anche portato ad un rapido peggioramento della situazione. Al dissidente russo resta comunque preclusa la possibilità di sottoporsi a cure adeguate - oltre al trasferimento nell'infermeria della prigione e al tampone per il Covid, che ha dato esito negativo - per i problemi respiratori accusati nei giorni scorsi.
Fanno riflettere le parole della moglie di Navalny, Yulia: "Putin ha messo in prigione mio marito illegalmente. L'ha fatto perché ha paura della competizione politica e vuole restare sul trono per il resto della sua vita. Ciò che sta accadendo è una vendetta personale attraverso una giustizia sommaria". Ora, che Putin non voglia per nessun motivo uscire dal Cremlino pare abbastanza ovvio, come il fatto che abbia paura dell'opposizione: altrimenti non si affannerebbe tanto a mettere a tacere chiunque gli si opponga, col veleno o con il confino in qualche sperduta prigione. La verità è che Putin non ha tutta la forza che ostenta e che vuole convincere di avere. La verità è che il suo potere è a rischio: lo dimostra la recente approvazione da parte della Duma - su iniziativa del suo partito, Russia Unita - di una legge che vieta di intraprendere procedimenti giudiziari contro gli ex-presidenti. Che l'autocrate abbia paura di ciò che potrebbe succedere, nel caso in cui perdesse il controllo della situazione e venissero a galla tutti i crimini perpetrati o tollerati sotto la sua presidenza? Probabile.
Ma, soprattutto, è pienamente consapevole che Navalny ha tutte le carte in regola per sfidarlo e mettere fine al suo regno di oppressione e terrore: è giovane, è determinato, non ha paura delle ritorsioni, ha l'appoggio dell'Occidente e promette libertà, democrazia, diritti e garanzie costituzionali a un popolo che non ha mai conosciuto niente di tutto questo e che, forse, vorrebbe sapere come si vive da liberi cittadini. Non da sudditi, come ai tempi degli zar; non da proletari, come ai tempi dei soviet; non da pedine per la realizzazione di finalità ideologiche come la nascita della "grande Russia", come sotto Putin. Semplicemente persone. Semplicemente cittadini di uno Stato che li garantisce e protegge i loro diritti.
L'Occidente dovrebbe fare di più: non bastano le parole di indignazione, le pretese di scarcerazione, le pressioni diplomatiche, le sanzioni e le prese di posizione più o meno forti ma che non ottengono risultati concreti. Non bastano gli incoraggiamenti, la solidarietà e le "pacche sulla spalla" rivolte a Navalny. C'è bisogno di un Occidente forte e capace di adottare risoluzioni decise, incisive e finanche radicali. Di un Occidente capace di far sentire la sua voce, di affermare e difendere i suoi valori e di intraprendere delle serie azioni di contrasto. Non ha senso strepitare per le violazioni dei diritti umani in Russia, se poi con essa e col suo governo si proseguono le normali relazioni economiche e diplomatiche. Non si tratta di mere "questioni interne" sulle quali nessuno può interferire: è in ballo la dignità dell'Occidente stesso e di quell'ordine democratico-liberale, per il quale la Russia di Putin costituisce una seria ed oggettiva minaccia. Probabilmente una delle peggiori.
di Francesco Semprini
La Stampa, 11 aprile 2020
A raccontare il dramma che si sta consumando al confine meridionale degli Stati Uniti è il video (divenuto virale) di Wilton Obregon il bambino di dieci anni del Nicaragua che ferma l'auto delle guardie di frontiera in Texas e chiede aiuto. Le immagini del giovanissimo migrante deportato già a marzo e rapito conia madre in Messico, riassumono l'ampliarsi del fenomeno che vede flussi di minori entrare illegalmente negli Usa incentivati dall'abolizione da parte del presidente Joe Biden dell'ordine di rimandare tutti indietro varato dal predecessore Donald Trump.
Il suo gesto umanitario ha in realtà causato un'ondata migratoria di minorenni, 19 mila quelli che hanno attraversato da soli il confine il mese scorso, mentre ve ne sono almeno 20.822 in custodia degli agenti del "Customs and Border Protection". A marzo gli arrivi sono aumentati del 70%, giungono dal Centro America soprattutto, ma anche dall'America latina e non solo: gli agenti di frontiera hanno infatti identificato cittadini rumeni. Disperati costretti talvolta a pagare prezzi elevatissimi ai trafficanti e a sopportare le temperature torride delle latitudini meridionali.
Non è chiaro quanto potrà aiutare l'annunciato piano Marshall da quattro miliardi di dollari per l'America centrale col quale Biden punta a contrastare alla fonte il problema degli ingressi dei cosiddetti migranti economici, smantellando al contempo la rigida architettura della tolleranza zero messa in piedi da Trump. Il progetto ribattezzato strategia delle "radici profonde" pone un focus particolare sul "Triangolo del Nord", ovvero Guatemala, Honduras ed El Salvador, i Paesi più a settentrione dell'America centrale, considerati il serbatoio dei flussi in arrivo.
A confermare l'emergenza sono state le dimissioni di Roberta Jacobson, la cosiddetta zar dei confini la quale ha annunciato che, scaduti i primi 100 giorni di presidenza Biden, lascerà il suo posto. Ed ora è il Messico ad essere inondato dalle richieste di asilo, ottomila sino a questo momento, persone che sono giunte dal Centro America e sono state respinte al confine con gli Usa. Mentre dagli Stati di frontiera montano le richieste rivolte all'inquilino della Casa Bianca di recarsi ai valichi di Texas, Arizona e California e prendere atto di persona della gravità della situazione. Un invito che Biden ha sino ad ora ignorato, ma al quale non potrà sottrarsi anche per misurare la tenuta del suo governo.
di Stefano Mauro
Il Manifesto, 11 aprile 2020
Situazione sempre più critica. Nel più recente episodio che ha colpito la regione centrale del Paese una banda armata ha attaccato una pattuglia dell'esercito uccidendo 11 militari. E al sud, dove aumenta la tensione con gli indipendentisti biafrani, 1844 prigionieri in fuga dopo l'assalto al carcere di Owerri. Il presidente Buhari ufficialmente all'estero "per un periodo di riposo".
"Il nostro paese sta vivendo una dura crisi economica, sanitaria, sociale legata anche alla mancanza di sicurezza che è confermata dagli scioperi del settore pubblico di questi mesi (scuola e sanità in particolare, ndr), dal banditismo, dai rapimenti, dagli scontri intercomunitari e dagli attacchi alle forze di sicurezza, senza alcuna risposta adeguata da parte del presidente Buhari" ha affermato ieri alla stampa nazionale Atiku Abubakar, leader del Partito democratico popolare (Pdp) e principale forza politica di opposizione in Nigeria.
Polemiche e durissime critiche, ormai sempre più frequenti, nei confronti dell'incapacità da parte del presidente Muhammadu Buhari (in questi giorni ufficialmente all'estero "per un periodo di riposo") di poter arginare una difficile crisi securitaria, legata al dilagare della violenza in numerosi stati federali. In questi ultimi due anni si è passati dalle brutalità di gruppi jihadisti come Boko Haram e Stato islamico dell'Africa Occidentale (Iswap) nelle aree del nord-est (Borno, Yobe), al banditismo e ai rapimenti di studenti negli stati del nord-ovest (Katsina, Kano, Zamfara).
Situazione che, in quest'ultimo mese, sta diventando sempre più critica anche in numerose regioni centrali (Niger State, Benue, Kaduna) con una serie di attacchi contro le forze di polizia e militari. Il più recente episodio risale a questo venerdì, quando una banda armata ha attaccato una pattuglia dell'esercito uccidendo 11 militari.
Lo stato di Benue si trova nella zona denominata "Middle Belt", vale a dire la fascia centrale della Nigeria, dove si sono formati numerosi "gruppi armati di difesa", in seguito agli ormai decennali scontri tra pastori semi-nomadi e agricoltori sedentari. Il mese scorso, il governatore dello stato di Benue, Samuel Ortom, ha dichiarato di essere sfuggito "a un attacco di una banda di pastori armati mentre viaggiava su un convoglio" e secondo le forze di polizia "dopo anni di scontri con gli agricoltori, i pastori fulani hanno creato numerosi gruppi legati al banditismo".
Ancora più grave, se possibile, resta la situazione nelle aree del sud-est del paese, dove questo lunedì un gruppo armato, a bordo di pick-up e pesantemente armato, ha assaltato la prigione di Owerri, nello stato di Imo, facendo evadere più di 1.800 detenuti.
"1.844 prigionieri fuggiti, l'ingresso principale del carcere abbattuto con l'esplosivo, numerosi veicoli distrutti e armi saccheggiate da una stazione di polizia": questo il bilancio ufficiale presentato dall'ispettore generale della polizia, Muhammed Adamu, per quella che viene considerata dalla stampa locale "la più grande fuga di prigionieri della storia della Nigeria moderna", con enorme imbarazzo per le autorità nigeriane.
In una dichiarazione ufficiale Adamu ha indicato come principale indiziato dell'attacco, non rivendicato, il Movimento delle popolazioni indigene del Biafra (Ipob), invitando le forze di sicurezza "a sterminare tutti gli attivisti del gruppo". A 50 anni dalla terribile guerra civile del Biafra (1967-1970), che ha ucciso quasi un milione di persone per lo più di etnia Igbo, rimangono forti le tensioni tra il governo centrale e i gruppi secessionisti biafrani - quello più politico dell'Ipob o la milizia dell'Eastern Security Network (Esn) - con la richiesta di uno stato indipendente.
Da parte sua, Emma Powerful, portavoce dell'Ipob, ha negato ogni coinvolgimento nell'attacco al carcere di Owerri, definendo le accuse "false e strumentali". Gli attivisti del gruppo negano di essere l'ala armata del movimento indipendentista e affermano solamente di voler "proteggere le loro comunità e i loro villaggi dalle violenze dei pastori nomadi Fulani, venuti dal nord del Paese".
di Ilaria Sesana
Avvenire, 10 aprile 2021
Aumentano i focolai, colpite anche le donne con bimbi. Antigone: tassi di positività maggiori negli spazi sovraffollati. I sindacati: accelerare con i vaccini. Si sono accesi a Reggio Emilia (con oltre cento detenuti positivi) e al "Due Palazzi" di Padova (più di novanta i positivi) gli ultimi focolai di Covid-19 scoppiati nelle carceri italiane. Per far fronte alla difficile situazione in cui si trovano due istituti, il Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria ha istituito due nuovi gruppi di lavoro con l'obiettivo di individuare con urgenza le cause della diffusione del contagio e di predisporre le misure organizzative da adottare per evitarne l'ulteriore diffusione.
di Elisabetta Rampelli
Il Dubbio, 10 aprile 2021
Sin dal 2018, dopo i tragici fatti di Rebibbia, quando una madre ha ucciso in carcere i suoi due figli, e il Consiglio d'Europa ha emanato linee guida a tutela dei diritti e degli interessi dei bambini dei genitori detenuti, ci siamo impegnati in dibattiti con avvocati, politici, psicologi e psichiatri, magistrati minorili, rappresentanti dell'amministrazione penitenziaria e della polizia penitenziaria, per trovare soluzioni al paradosso di un sistema che prevede la presenza dei figli minori in carcere, nonostante esistano già norme che, se estensivamente applicate, potrebbero evitarlo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 aprile 2021
Luigi Chiatti, dopo 30 anni di carcere, dal 2015 è internato. Come lui altre persone si trovano nella stessa situazione, con il rischio che queste strutture si trasformino in nuovi Ospedali psichiatri giudiziari. Ha finito di scontare i 30 anni di carcere nel 2015, il giudice lo ha ritenuto ancora socialmente pericoloso e lo ha "internato" in una Rems (Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza). Siamo nel 2021 e di recente la magistratura di sorveglianza gli ha prorogato nuovamente la misura di sicurezza. Parliamo di Luigi Chiatti, conosciuto come il "mostro di Foligno", l'autore del duplice omicidio di due bambini avvenuto a Foligno tra il 1992 ed il 1993.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 aprile 2021
Comunicato dei Garanti per la privacy e per i diritti delle persone private della libertà che per la riservatezza nelle comunicazioni via Skype dei detenuti.
Non viene rispettata la privacy dei detenuti che effettuano i colloqui telematici con i propri famigliari. Per questo, con un comunicato congiunto, il Garante per la protezione dei dati personali e il Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà personale richiamano il rispetto della riservatezza. Tale richiamo è nato a seguito di diverse segnalazioni relative a episodi nei quali le video-telefonate e i colloqui via Skype delle persone detenute si sarebbero svolti in assenza delle necessarie condizioni minime di riservatezza e, in particolare, in violazione del divieto di controllo auditivo da parte del personale di custodia.
di Domenico Alessandro De Rossi*
Il Riformista, 10 aprile 2021
Sono stati annunciati i vincitori del concorso di idee San Vittore, spazio alla bellezza, promosso da Triennale Milano e dalla Casa Circondariale Francesco di Cataldo - San Vittore. La Commissione, presieduta da Stefano Boeri ha esaminato le 29 candidature pervenute e ha individuato sei gruppi vincitori. Ai raggruppamenti verranno assegnati i casi di studio oltre all'organizzazione di sopralluoghi e rilievi presso la Casa Circondariale.
Nelle intenzioni i gruppi saranno chiamati a risolvere il 'caso progettuale" in linea con le indicazioni programmatiche, fornendo un modello replicabile in altri contesti. Fra utopia e distopia, questo è quanto avviene in Italia oggi a fronte della grave crisi che coinvolge il mondo dell'esecuzione penale in tutte le sue drammatiche realtà, umane, organizzative, amministrative, tecnico-economiche.
Praticamente due universi separati: da un lato la dura concretezza di drammi che si dibattono da anni senza aver trovato una logica istitutiva concernente l'esecuzione penale. Realtà complessa, mai risolta che necessita molto più a monte di soluzioni politiche e amministrative. Dall'altro lato, la tenera autoillusione di risolvere il gigantesco caso-carceri italiano attraverso un concorso di architettura che inventi l'ennesimo ossimoro dello spazio-alla-bellezza-in-galera.
Non che chi scrive sia contrario all'uso terapeutico dell'estetica, magari anche nelle carceri, anzi. Stupisce non poco la distanza siderale come una certa professionalità, talune istituzioni e un sistema delle conoscenze e dei saperi siano ancora così lontane dalla (rimossa) realtà, tanto da proporre un così infelice autoinganno. Una metodologia falsata da indurre i più giovani architetti a cimentarsi nientemeno con un progetto per il carcere.
Professionisti, molti dei quali probabilmente non avranno visitato prigioni. Non avranno parlato con i detenuti o guardato negli occhi i poliziotti della penitenziaria - quelli che si suicidano - o interloquito con gli educatori o con coloro che, più in alto, amministrano l'istituzione.
Con somma superficialità l'equivoco del metodo suppone di risolvere il vasto problema (occultato) dell'esecuzione penale chiamando progettisti ad affrontare tematiche serissime proponendo nel motto concorsuale lo "spazio alla bellezza".
Poco importa, in corpore vili, il tema riscuote comunque visibilità, non si sa bene a beneficio di chi. Alcune di queste soluzioni ricordano decisioni fatte da governi felloni che in tempo di guerra invece di occuparsi di strategie militari e di armamenti preferirono cambiare il colore delle uniformi e dei pennacchi ai cappelli dei soldati.
Il paradossale esempio rimanda alla stagione che stiamo vivendo in presenza del Covid-19 dove un qualcuno si è preoccupato di costruire costosi padiglioni per inoculare vaccini firmando l'idea con una primula: logo accattivante e sereno, accompagnato dal retorico motto per sconfiggere il male: "l'Italia rinasce con un fiore". Mancava la musica. Per stupire, la superficiale formula per risolvere il problema carcerario oggi in Italia si decifra così: un concorso dove il dramma si doma con l'estetica, diventando commedia. Male non sarebbe rilanciare invece con maggiore serietà una riflessione globale, sistemica, multidisciplinare intorno alla esecuzione penale.
Anche l'architettura potrebbe essere di ausilio, ma solo molto dopo aver chiarito a tutti cosa sia l'esecuzione penale. Quale sia il suo ruolo e il suo vero compito. Dove inizi e finisca la funzione scemi tarla, a chi spetti la competenza e gestione. Dove cominci e si evolva in itinere l'aspetto riabilitativo e comportamentale in vista del contrasto alla recidiva.
Il Cesp opera da tempo su metodologie sistemiche, mettendo insieme intelligenze ed esperienze multi professionali proprio per offrire una risposta articolata alla più difficile fra le domande della società contemporanea. Oggi nessuno che voglia una riflessione più corretta per cosa possa essere l'esecuzione penale per i prossimi venti, trent'anni, non può pensare di risolvere il problema con l'ossimoro progettuale del carcere più bello. Dalle parole del ministro della Giustizia Cartabia si può coltivare una discreta speranza. Lavoriamo in tal senso. Poi verranno pure gli architetti. *Vicepresidente Cesp
lavocedeimedici.it, 10 aprile 2021
Gli istituti penitenziari, luoghi complessi e spesso con alti tassi di sovraffollamento, rappresentano una delle realtà dove i detenuti hanno subito più di tutti le conseguenze del Covid-19, dai contagi fino all'isolamento imposto dalla pandemia. Ne parliamo con Sandro Libianchi, Presidente dell'Associazione "Co.N.O.S.C.I." (Coordinamento Nazionale degli Operatori per la Salute nelle Carceri Italiane - www.conosci.org), già dirigente medico nel complesso poli penitenziario di Rebibbia, Roma, specialista in Medicina Interna, Endocrinologia e Farmacotossicologia.
Cosa significa innanzitutto "vivere in carcere"?
Partiamo dal presupposto che ci stiamo riferendo ad un contesto particolare, che è confinato per sua definizione, poiché il 'sistema-carcere' intrattiene dei rapporti "controllati" con il resto del mondo; ciò vuol dire che il carcere ha un suo equilibrio del tutto particolare e spesso poco connesso con la realtà esterna, sebbene il "modello carcere" dovrebbe essere un modello di restituzione dell'individuo alla società esterna dopo un processo di riequilibrio. Parliamo dunque di "rieducazione" della persona, ma questo equilibrio è molto instabile poiché spesso il carcere resta ancora più un "contenitore di disagio".
Per questo la mission delle strutture penitenziarie dovrebbe realizzare una conversione da un modello puramente contenitivo ad uno di captazione e restituzione alla società, anche attraverso un giusto riallineamento degli attori in gioco: sanitari, direzioni, Polizia penitenziaria, ASL, ecc. In definitiva, l'occasione della carcerazione dovrebbe rappresentare anche quella del disinnesco delle tensioni individuali negative e una giusta canalizzazione verso una restituzione alla società "sana". A seguito di una condanna la persona viene messa in carcere ed isolata da tutto: questo è un fatto comunque negativo e facilita processi di regressione dell'individuo. Il carcere diventa un contenitore di disagio psicologico e psichiatrico molto forte: il rischio è che, se l'intervento di sostegno non è adeguato, si assiste ad un peggioramento delle performance individuali. Ciò ha sviluppato grandi tensioni e l'innesto di questa "bomba sociale" interna è scaturito soprattutto dalle tensioni derivate dalla pandemia.
Quali sono, ad oggi, le maggiori problematiche che si riversano sulle carceri italiane proprio come conseguenze della pandemia?
Viviamo una fase che, per sue caratteristiche, non ha sicuramente favorito alcuna tranquillità del sistema, ma anzi ne ha indotto la crisi. Come tutte le realtà complesse, se noi cerchiamo di dare una spiegazione al problema, guardandolo da più angolazioni, non possiamo non considerare il lato sanitario, sfociato addirittura in rivolte. I 12 morti che si sono contati nel marzo scorso ne sono l'esempio drammatico: un fatto del genere non accadeva dagli anni '70. La rivolta vera e propria, sistematica, in più carceri, è stato un evento eccezionale, che deve essere considerato adeguatamente. L'altro tema che ha generato malessere è stato il fatto di limitare i contatti con i familiari: questo ha sicuramente aumentato le ansie interne tra i detenuti, anche se poi è scattato una sorta di meccanismo di compenso con le videochiamate, ma di certo non si è risolto il problema ed anzi si è acuito non poco quel senso di isolamento tipici di chi vive in carcere. Inoltre l'organizzazione sanitaria italiana ancora risente della forte distanza tra le necessità percepite o reali e l'offerta sanitaria: questo problema purtroppo viene ancora adesso delegato a dirigenze aziendali lontane, anche fisicamente, dalla struttura carceraria e questo induce una cattiva valutazione delle criticità quotidiane. Ci sono dirigenze sanitarie mediche che ritengono di gestire questi problemi comodamente dalla poltrona del loro ufficio, evitando di 'sporcarsi le mani'; questo appare come un chiaro indicatore di una sottovalutazione del problema, che resta invece molto complesso. Peggiori sono anche quelle situazioni in cui si considera il carcere come un qualsiasi ambulatorio del territorio dove la cittadinanza riceve diagnosi e cura, ma così non è e questo testimonia la frequente non conoscenza della situazione, laddove lo stato di detenzione crea nuove esigenze e la necessità di risposte organizzative peculiari.
E per il personale sanitario? Quali problematiche ha aggiunto il Covid-19?
I problemi sono diversi e numerosi: diversi per natura, a fronte di una generale carenza di personale sanitario, che riflette anche la carenza nazionale, nelle carceri è ancora maggiore perché questi luoghi non vengono considerati come un "terreno attrattivo" da un punto di vista di sviluppo professionale; è un po' visto come un "terzo mondo" e chi lo vive ogni giorno o è molto convinto di quello che sta facendo, quindi molto sensibile per natura, oppure ci si ritrova per ripiego: alla base, quindi, c'è una problematica motivazionale. Un altro grande problema è quello della formazione: è veramente sottovalutata, anzi spesso ci troviamo davanti a dei neolaureati o neoassunti, che ricoprono degli incarichi nelle carceri molto delicati, come il medico di guardia, d'emergenza, ma non sono stati forniti di alcuno strumento formativo adatto o minimo.
La formazione è fondamentale: dovrebbe essere interprofessionale ed interistituzionale e le diverse figure professionali coinvolte dovrebbero quindi dialogare insieme, interfacciarsi, confrontarsi e formarsi con una procedura "bidirezionale". Una formazione reciproca permetterebbe uno scambio di esperienza e visione, che ad oggi non c'è o è scarsissima. Paradossalmente questo approccio era più presente in passato, mentre oggi incredibilmente è quasi scomparso. A tal proposito come associazione "CO.NOSCI" stiamo varando un programma nazionale di formazione, che contempli tutto questo, mettendo a confronto i diversi attori in gioco (Sanitari, polizia, direzioni, volontariato, ecc.). Un altro aspetto riguarda i contratti: le persone trasferite dal ministero della giustizia alle Asl hanno purtroppo mantenuto il vecchio contratto che avevano fino al 2008, che era un contratto considerato un po' "scarso"; le Regioni raramente hanno convertito questi contratti, nonostante ciò fosse indicato dalla legge. Infine la "vision" del sistema carcere-salute è molto spostata sulla frammentazione delle competenze, che risulta non organica e non considera la persona come un unicum. La conseguenza è quindi che la visione del sintomo prevale su quella della persona ad onta di precise indicazioni contenute in alcuni accordi in Conferenza Stato-Regione. Ci vorrebbe certamente più empatia, ma parliamo di un sentimento bilaterale: un operatore lasciato solo in carcere, senza una preparazione adeguata e senza un adeguato sostegno aziendale, è raro che riesca ad avere un atteggiamento empatico. Di certo è una caratteristica necessaria, ma purtroppo non frequente. La paura, la non preparazione, giocano a sfavore di un atteggiamento empatico, che è invece necessario per avere un rapporto lineare con la persona detenuta.
Quanto la cultura è di supporto all'interno delle carceri? Cultura è sinonimo di salute?
Sicuramente sì. La parola "cultura", contestualizzata nel mondo del carcere, può essere declinata ed interpretata in tante forme diverse: un primo tema riguarda la formazione professionale, poi il tema di lavoro, che in carcere esiste ed è fondamentale per supportare e migliorare lo stato di salute mentale e sociale dei detenuti. Cultura vuol dire anche poter coltivare la propria religione, il proprio credo: in Italia esistono tante espressioni religiose ed in carcere è lo stesso. A tale proposito ricordo che la religione musulmana è la seconda più presente nelle carceri italiane ed è quella che maggiormente viene supportata. In alcuni spazi di detenzione viene autorizzato il possesso di immagini ed oggetti sacri. Altra attività culturale molto importante è la biblioteca, che in carcere è sempre presente e rappresenta un luogo molto significativo: sarebbe importante seguire i detenuti in questo percorso perché molti di loro hanno un livello culturale poco elevato, la lettura quindi è spesso non agevole. Poi ci sono i giornali e la televisione, ma vengono anche portati avanti progetti ed attività ludico-ricreative che aiutano queste persone da un punto di vista di benessere: dal gioco degli scacchi, allo sport, fino alle, seppur rare, visite guidate nei musei all'esterno; consideriamo che per un gruppo di detenuti non è un'operazione facile, per tutti i connotati di sicurezza che richiede l'organizzazione di un'attività come questa, in concomitanza di un parere favorevole dei magistrati di sorveglianza. In generale la valutazione dell'effetto benefico di queste attività non è semplice da fare, ma ci sono delle osservazioni dirette che mostrano quanto la conflittualità possa diminuire all'accrescere delle attività culturali.
di Guido Scorza
huffingtonpost.it, 10 aprile 2021
Oggi si parla della riservatezza dei colloqui dei detenuti. La tutela va assicurata anche a loro. La pandemia ha cambiato le nostre vite e non ha, naturalmente, risparmiato neppure quelle delle persone in carcere. Dell'impatto della pandemia sulla vita di chi, per le ragioni più diverse, sta scontando una pena dietro le sbarre, però, come spesso accade, ci si occupa di meno specie nella dimensione mediatica.
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