La Stampa, 4 gennaio 2021
Il destino del fondatore di Wikileaks, Julian Assange, si deciderà questa mattina 4 gennaio alle 10 ore locali (11 ora italiana). Come preannunciato nel dossier de La Stampa alla fine del processo lo scorso 2 ottobre, il verdetto sull'eventuale estradizione negli Stati Uniti è atteso dal tribunale Old Bailey nel centro di Londra, dove Assange, 49 anni, australiano, è stato processato con l'accusa di aver violato l'"Espionage Act", una legge americana draconiana del 1917 pensata per i traditori che passano informazioni al nemico: è la prima volta nella storia degli Stati Uniti che viene usata contro un giornalista.
Secondo l'accusa avrebbe cospirato per ottenere e pubblicare documenti diplomatici e militari classificati nel 2010 e deve rispondere di 17 capi di imputazione per spionaggio informatico e un capo di accusa per pirateria informatica. Assange era stato arrestato nell'aprile 2019 dopo essere vissuto recluso per 7 anni all'interno dell'ambasciata di Londra dell'Ecuador, che gli aveva offerto rifugio nel 2012. Potrebbe essere condannato a 175 anni di reclusione da scontare in "condizioni amministrative speciali", una versione particolarmente rigida del confinamento solitario.
"Dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale le nazioni si sono unite e hanno creato le basi epocali per le Nazioni Unite e per la dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Anche gli europei hanno creato il consiglio d'Europa, la Corte europea dei diritti dell'uomo, e hanno integrato nella legislazione nazionale, la dichiarazione universale dei diritti dell'uomo intesi come diritti umani inderogabili, e che non possono essere mai negati". sottolinea il padre di Assange, John Shipton, in difesa del figlio.
La dichiarazione è stata raccolta da Imbavagliati, Festival Internazionale di giornalismo civile, ideato e diretto da Désirée Klain, che dal 2015 dà voce a quei giornalisti che nei loro paesi hanno sperimentato il bavaglio della censura e la persecuzione di regimi dittatoriali.
Giornalista, programmatore e attivista australiano, Assange è cofondatore e caporedattore dell'organizzazione divulgativa WikiLeaks, che dal 2006 pubblica documenti da fonti anonime attraverso il sistema dei "leaks", informazioni trapelate. Appelli per la sua liberazione si stanno moltiplicando in ogni parte del mondo. L'accusa che viene formulata ad Assange dal Dipartimento di Giustizia americano, infatti, per molti costituisce un grave precedente per tutto il mondo della stampa. "Imbavagliati- Festival Internazionale di Giornalismo Civile", prodotto dall'Associazione Culturale "Periferie del Mondo - Periferia Immaginaria", è promosso dall'Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli e dalla Fondazione Polis della Regione Campania per le vittime innocenti della criminalità e i beni confiscati. Ed è stato realizzato in collaborazione con la Federazione Nazionale della Stampa, la Fondazione Banco di Napoli, l'UsigRai, il Sindacato Unitario Giornalisti della Campania, Articolo 21, e con il patrocinio di Amnesty International Italia e Unicef Italia.
La decisione di estradare il co-fondatore di WikiLeaks negli Stati Uniti sarebbe "politicamente e legalmente disastrosa per il Regno Unito" afferma Stella Moris, la compagna di Assange, in una lettera pubblicata dal Mail on Sunday, alla vigilia della sentenza. La compagna di Assange, che ha avuto due figli con lui, sostiene che la decisione di consentire l'estradizione non sarebbe solo una "farsa", ma danneggerebbe il diritto alla libertà tanto sostenuto in Gran Bretagna. "Riscriverebbe le regole di ciò che è lecito pubblicare qui", ha detto Moris. "Da un giorno all'altro congelerebbe il dibattito libero e aperto sugli abusi da parte del nostro stesso governo e anche di molti stranieri. I Paesi stranieri potrebbero semplicemente presentare una richiesta di estradizione affermando che i giornalisti britannici, o gli utenti di Facebook, hanno violato le loro leggi sulla censura. Le libertà di stampa che amiamo in Gran Bretagna sono prive di significato se possono essere criminalizzate e soppresse dai regimi in Russia o Turchia o dai pubblici ministeri di Alexandria, in Virginia". L'attesa è che Wikileaks ricorra in appello nel caso di un'estradizione. Per cui, comunque vada, il suo trasferimento negli Stati Uniti potrebbe essere rinviato.
di Alessandra Briganti
Il Manifesto, 4 gennaio 2021
Bosnia, temperature a meno 20 gradi. La Farnesina, che ha espresso "grande preoccupazione" per la situazione in Bosnia-Erzegovina, ha fatto sapere in una nota di aver disposto "uno stanziamento fino a 500.000 euro a favore della Croce Rossa che sta operando sul terreno".
Nessuna pietà per i migranti della tendopoli di Lipa, Bosnia-Erzegovina, andata a fuoco il 23 dicembre scorso in circostanze ancora da chiarire. Da allora un migliaio di persone cerca di sopravvivere alla fame, alla sete, al gelo, sorretti dalla speranza che l'Europa possa aprire quel confine maledetto che li separa dalla loro meta. Per ora però quella speranza si è infranta contro il rimpallo di responsabilità e le accuse incrociate tra Ue, organizzazioni internazionali e autorità locali, incapaci di trovare una soluzione a una catastrofe umanitaria nel cuore d'Europa.
Martedì scorso il ministro della Sicurezza bosniaco Selmo Cikotic aveva disposto il trasferimento dei migranti in un'ex caserma di Bradina, villaggio di Konjic a sud di Sarajevo. Quel trasferimento però non ha avuto mai luogo a causa delle proteste dei residenti radunatisi davanti ai cancelli della struttura militare per impedire l'arrivo dei profughi.
Intanto a Lipa il clima era surreale: i migranti sono stati fatti salire sugli autobus arrivati al campo in mattinata e lì sono rimasti per più di 24 ore senza sapere cosa ne sarebbe stato di loro. Dopo, come in uno spietato gioco dell'oca sono tornati alla posizione di partenza, lì tra le macerie di un campo dove manca tutto, per primo l'umanità.
Su pressione dell'Ue il ministro della Sicurezza bosniaco ha ordinato la riapertura del centro di accoglienza allestito nella fabbrica dismessa del Bira a Bihac, cittadina di frontiera del cantone Una Sana dove si concentrano gli arrivi dei migranti in transito verso l'Europa. Anche in questo caso l'esecutivo è capitolato davanti all'intransigente rifiuto delle autorità locali e dei residenti di Bihac di ospitare, anche in via temporanea, i profughi rimasti all'addiaccio.
La Farnesina, che ha espresso "grande preoccupazione" per la situazione in Bosnia-Erzegovina, ha fatto sapere in una nota di aver disposto "uno stanziamento fino a 500.000 euro a favore della Croce Rossa che sta operando sul terreno" e di aver chiesto alla Commissione Ue di "attivarsi per alleviare le sofferenze delle persone coinvolte". Un appello che tuttavia cozza con la politica di respingimento dell'Italia che solo lo scorso anno ha "riammesso" in Slovenia 4.400 persone, a loro volta respinte in Croazia e Bosnia-Erzegovina.
Per uscire dall'impasse la presidenza bosniaca ha inviato le forze dell'ordine a Lipa con il compito di allestire delle tende sulle rovine del campo. Una misura in sé insufficiente a fronteggiare la catastrofe umanitaria in corso in un luogo, peraltro, dove di notte le temperature possono crollare fino a 20 gradi sotto lo zero. Così ai dannati di Lipa non è rimasto altro che la protesta: da due giorni un centinaio di migranti rifiuta i pasti, uno al giorno, distribuiti dalla Croce Rossa, una delle poche organizzazioni ancora attive sul campo. "Aprite le frontiere, siamo esseri umani, non animali" dicono i cartelli branditi nell'indifferenza generale. L'ennesimo, disperato urlo, destinato a restare inascoltato.
Il Riformista, 4 gennaio 2021
Gentile Ministro Di Maio, le nostre organizzazioni sono profondamente preoccupate per la promessa del governo italiano di fornire supporto antidroga al governo iraniano, dato l'elevato rischio che questo sostegno si traduca in condanne a morte per presunti autori di reati di droga. È particolarmente preoccupante che il sostegno dell'Italia alle operazioni antidroga iraniane sia stato promesso nello stesso mese in cui l'Iran ha confermato 50 condanne a morte per droga in una sola prigione. La esortiamo a confermare che l'Italia non procederà con questa assistenza fino a quando l'Iran non abolirà definitivamente la pena di morte per reati di droga.
Il governo italiano ha storicamente assunto la posizione più forte contro la pena di morte, e le nostre organizzazioni hanno lavorato a stretto contatto con il Ministero degli Affari Esteri per sostenere molte persone a rischio di pena di morte all'estero. Nel settembre scorso, l'Italia ha ospitato un evento presso l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite per celebrare l'introduzione della Risoluzione biennale per una moratoria universale sull'uso della pena di morte. Nelle sue osservazioni a quell'evento, ha confermato che: "L'Italia rimarrà pienamente impegnata a sostenere la campagna internazionale per una nuova moratoria universale sulla pena di morte, in vista della sua abolizione nel mondo... una campagna che riguarda i diritti e la dignità di ogni essere umano".
Data questa forte opposizione pubblica alla pena di morte, la scorsa settimana ci siamo allarmati nel leggere sul Tehran Times che il governo italiano si è impegnato a estendere il proprio sostegno alle operazioni antidroga iraniane, che abitualmente portano alla condanna a morte e all'esecuzione degli imputati. Nello specifico, il Teheran Times ha riferito che: "Dopo un incontro con l'ufficiale di collegamento della polizia antidroga italiana Salvatore Labarbera, il capo della polizia antidroga iraniana Majid Karimi ha annunciato che il livello di cooperazione tra i due Paesi sarà rafforzato e incrementato. L'incontro si è tenuto in Iran il 3 dicembre, durante il quale Labarbera ha sostenuto l'idea di estendere il livello di cooperazione esistente e ha sottolineato la necessità di combattere gli stupefacenti anche a livello internazionale".
Se l'Italia procede nel fornire assistenza diretta alle operazioni antidroga iraniane, ciò comporterà inevitabilmente condanne a morte per presunti autori di reati di droga. Secondo un rapporto di Iran Human Rights, il governo iraniano nel 2019 ha giustiziato almeno 30 persone accusate di reati di droga. I tribunali iraniani continuano a emettere un gran numero di condanne a morte per reati legati alla droga, e il 15 dicembre scorso Iran Human Rights ha riferito che sono state confermate le condanne a morte di 50 imputati per droga detenuti nella prigione centrale di Urmia.
In passato, ricerche condotte dalle nostre organizzazioni hanno ampiamente documentato e criticato il modo in cui l'assistenza al governo iraniano nella lotta al narcotraffico sfocia in operazioni il cui esito finale sono le esecuzioni degli arrestati.
Il rapporto di Reprieve "European Aid for Executions" ha stabilito come sia stato potenziato il sostegno agli sforzi dell'Iran per la "riduzione dell'offerta". L'assistenza per strutture, la formazione specialistica, la fornitura di cani per il rilevamento di droghe e la fornitura di attrezzature come body scanner e occhiali per la visione notturna, hanno aiutato la polizia iraniana a eseguire centinaia di arresti che hanno generato condanne capitali.
La prova che l'assistenza europea rischia di consentire esecuzioni iraniane ha portato molti governi a rifiutare tali aiuti. I Paesi che, su questa base, hanno rifiutato di fornire assistenza alle operazioni antidroga iraniane includono Germania, Austria, Danimarca, Irlanda e Norvegia. La volontà dell'Italia di fornire assistenza antidroga al governo iraniano è in netto contrasto con la posizione di principio assunta da altri governi europei.
Le nostre organizzazioni hanno molto rispetto per la posizione che l'Italia ha assunto nell'opporsi alla pena di morte nel mondo, ed è nostra speranza che, alla luce dei recenti sviluppi, il suo governo seguirà i partner europei nell'impedire che il suo supporto nella lotta alla droga venga utilizzato per ordinare esecuzioni.
Chiediamo rispettosamente di rivelare quale assistenza il governo italiano sta attualmente fornendo all'Iran in questo settore, e confermare che non verrà fornita ulteriore assistenza fino a quando il governo iraniano non abolirà definitivamente la pena di morte per i reati legati alla droga.
Sottoscrivono:
Maya Foa, co-direttore esecutivo di Reprieve
Mahmood Amiry Moghaddam, fondatore di Iran Human Rights
Elisabetta Zamparutti, Tesoriera di Nessuno tocchi Caino
di Antonello Guerrera
La Repubblica, 4 gennaio 2021
"Purtroppo temo che la decisione sia già presa. Lo estraderanno negli Usa e per lui sarà finita. Ma sarò sempre dalla parte di Julian", promette al telefono Roger Waters, il celebre cantante e musicista inglese, fondatore di una delle band più amate della storia, i Pink Floyd. Perché oggi a Londra ci sarà una delle sentenze più attese, discusse e controverse degli ultimi anni, quale che sia il verdetto sul destino di Julian Assange.
Il 49enne australiano è il fondatore del sito online Wikileaks che dal 2010 sconvolse il mondo con la pubblicazione dei cablogrammi segreti della diplomazia Usa sottratti dal militare americano Bradley Manning, oggi donna di nome Chelsea. Assange scoprirà se verrà estradato negli Usa dove è accusato di cospirazione per ottenere illegalmente e pubblicare informazioni classificate. In tutto, 18 capi di accusa per cui potrebbe essere condannato, se estradato, fino a 175 anni di carcere. Una lunghissima saga, da quando Assange si rifugiò per anni nell'ambasciata ecuadoriana a Londra nel 2012. Col tempo, l'australiano ha accumulato critici, soprattutto dopo i sospetti di convergenze con la Russia e Trump nel caso delle mail hackerate da ignoti al partito democratico americano durante la campagna elettorale del 2016 e pubblicate su Wikileaks. Ma Assange ha sempre avuto dalla sua parte la famiglia, attivisti, seguaci e un irriducibile nugolo di vip e artisti londinesi per la sua liberazione, da Brian Eno a Vivienne Westwood, da Jeremy Corbyn a Roger Waters, che spiega perché in quest'intervista a Repubblica.
Mr. Waters, come mai tiene così tanto al caso Assange?
"Perché è cruciale per la libertà di espressione, per il giornalismo e i diritti umani in generale. Assange, perseguitato negli anni, ha pubblicato quei documenti per farci capire quanti scomodi segreti ci nascondono i nostri governanti: altrimenti non avremmo mai saputo dei crimini americani in Iraq o Afghanistan. Era suo diritto, e il nostro. Altrimenti si torna al feudalesimo".
Feudalesimo?
"Sì, perché queste sono le basi della nostra civiltà: chiedere conto ai leader mondiali delle proprie azioni. Insieme alla "Rule of Law", la Legge sopra ogni cosa, alla base della nostra democrazia. Assange, con la pubblicazione dei cabli, ha fatto esattamente questo".
Ma la messa online di documenti classificati, talvolta non redatti, e tra l'altro rubati, ha rovinato la vita di molte persone, oltre a scatenare tensioni internazionali.
"Sciocchezze. Fumo negli occhi per coprire la realtà. Come quando la National Security Agency mise nel mirino Seymour Hersh per lo scoop sul massacro americano di My Lai, in Vietnam".
Ma Assange è accusato dagli Usa di aver complottato con Chelsea Manning.
"Julian non ha rubato niente, non ha commesso alcun crimine. Chelsea è stata graziata da Obama. A Julian gliela vogliono far pagare per le sue rivelazioni. Mi pare di vivere quanto profetizzato da George Orwell: i "ministeri della verità", dove si decide la narrativa del potere, perfetti per populisti come Trump, Johnson, Bolsonaro, Salvini, Modi".
Lei, Waters, ha sempre criticato Trump. Però Assange è stato accusato di aver fatto, volontariamente o meno, il gioco del presidente uscente con la pubblicazione delle email dei democratici prima del voto 2016. Tanto che si specula su una possibile grazia. Anzi, secondo un avvocato di Assange, Trump gliela offrì nel 2017 se avesse scagionato pubblicamente la Russia nel caso delle mail hackerate. Lei crede a queste ricostruzioni?
"No. Per me sono ridicole. Non c'è stato alcun ruolo della Russia. Wikileaks non ha alcun legame politico. Assange ha pubblicato documenti senza caratterizzarli o commentarli. Sta a noi lettori valutarli e farci un'idea. E poi avete un'ossessione con la Russia".
In che senso?
"È un popolo stoico che ha sacrificato decine di milioni di persone nella Seconda guerra mondiale, ma oggi sembra il demonio, come in Ucraina e in Crimea. Che ha fatto benissimo ad annettere".
Contro ogni legge internazionale, schierando i carri armati.
"Ma il 98% per cento degli elettori in Crimea ha votato per appartenere alla Russia. Dovete rispettarlo!".
E quindi lei non crede che, Assange o meno, la Russia abbia tentato di influire sulle elezioni nei Paesi occidentali, come quelle degli Usa nel 2016?
"Sciocchezze! Enormi sciocchezze!".
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 4 gennaio 2021
"Il nuovo è un vecchio che è stato ben dimenticato", recita un vecchio detto russo. E così, per combattere l'alcolismo che - a detta dei politici - ha raggiunto "vette preoccupanti " in molte parti della Federazione, il Cremlino ha pensato di rispolverare le vytrezviteli, letteralmente "stazioni di disintossicazione".
Create in epoca zarista e diventate tristemente rinomate sotto Stalin, queste celle dove gli ubriachi prelevati dalle strade venivano rinchiusi finché non smaltivano la sbornia erano state abolite dieci anni fa. Ma per i deputati della Duma che hanno caldeggiato la legge siglata a fine anno da Vladimir Putin ed entrata in vigore il primo gennaio, i "rifugi per ubriachi" sono l'ultima arma nella lotta all'alcolismo. Circa 50mila russi continuano a morire ogni anno per il troppo bere, fino a 10mila per ipotermia dopo essersi accasciati all'aperto per la sbronza.
E, se è vero che durante il ventennio di Putin al potere il consumo di alcol è crollato del 40 percento, il 2020 ha visto le vendite di vodka aumentare del 65 percento durante il lockdown. La prima vytrezvitel fu aperta nel novembre 1902 a Tula, a Sud di Mosca. Finanziata dalla città e equipaggiata da uno staff di paramedici, aveva l'obiettivo di soccorrere i lavoratori congelati per strada e ridurne la mortalità. Pochi anni dopo, istituzioni simili erano sorte in quasi tutte le province dell'Impero russo, ma vennero chiuse dopo la Rivoluzione.
Nell'Unione sovietica la prima "stazione per smaltire la sbornia" apparve ne11931. Ma sotto Stalin questi rifugi divennero ben presto uno dei tanti mezzi di repressione. Con ordinanza del Commissario del popolo degli affari interni dell'Urss Lavrentij Beria del 1940, i centri medici per la sobrietà furono subordinati alla famigerata Nkvd, la polizia politica segreta responsabile delle purghe. Nel 1974 ci passò una notte pure il dissidente Andrej Sakharov.
E non perché avesse alzato il gomito, ma perché aveva avuto l'ardire di partecipare a una manifestazione. Le stazioni sovietiche fornivano solo due "servizi": una doccia fredda e un letto. Ma costavano quanto una notte in un buon hotel. I detenuti venivano svestiti (perché, sostenevano i medici, "un uomo nudo è più sottomesso"), rianimati con acqua ghiacciata e lasciati a dormire. I più violenti venivano legati alle brandine e talora picchiati. Il cittadino veniva dimesso solo smaltita la sbornia, di regola non prima delle 5 del mattino. Una notifica veniva inviata al datore di lavoro che poteva costare una censura o il licenziamento.
Negli anni di Breznev, l'epoca della zastoj, stagnazione, che i sovietici ribattezzarono zastolje, sbronza, le stazioni erano così parte del "folclore urbano" da essere circondate da un'aura di romanticismo. Ne cantava Vladimir Vysotskij e Georgij Danelija le ricordava nei film Afonja e Maratona di autunno. Ogni anno tra 2,5 e 5 milioni di cittadini finivano in un centro per la sobrietà. Nel 1990 se ne contavano più di 1.200. Crollata l'Urss, il loro numero si dimezzò.
Finché nel 2011 l'allora presidente Dmitrij Medvedev non ne decretò l'abolizione: dagli Interni, l'assistenza agli ubriachi sarebbe dovuta passare alla Sanità. In pochi anni, di fronte alla congestione degli ospedali, le autorità di una ventina di regioni sono tornate alla pratica collaudata delle stazioni per ubriachi: più simili a ospedali che a carceri, niente sbarre alle finestre né lucchetti alle porte e pernottamento gratis. Mentre lo Stato ha ripreso a discuterne.
E nel 2018 le ha persino riesumate nelle 11 città che ospitavano i Mondiali di calcio. Ora, in base alla nuova legge, il sistema si baserà su un partenariato pubblico-privato e i "pazienti" dovranno pagare. La tariffa sarà definita su base regionale, ma dovrebbe aggirarsi tra i 1.500 e i 2mila rubli a notte, circa 16-22 euro. Gli agenti di polizia potranno prelevare dalla strada gli ubriachi "incapaci di muoversi o orientarsi" anche senza il loro consenso. "Il principale vantaggio è che nessuno congela", sostiene il primario della clinica "Nezavisimost 24" Aleksej Kazantsev.
Ma non mancano i dubbi. Molti ricordano i casi di percosse, fino alla morte, e di saccheggio che avvenivano nelle istituzioni prima della loro abolizione. Nel 2010 un giornalista venne ucciso a Tomsk dopo essere stato picchiato da un agente di polizia. Un anno prima un caso simile si verificò a Perni. mentre ad Arzamas una donna fu violentata.
"Sappiamo che cosa è successo lì, quali violazioni dei diritti sono state commesse", ricorda la narcologa Ljubov Shishenkova. Pur condividendo le perplessità, per Lev Levinson, capo del Programma di politiche antidroga dell'Istituto dei diritti umani, si tratta di "un servizio necessario". Più pessimista lo psichatra Pjotr Kamenchenko che, all'inizio della sua carriera di medico negli Anni 80, si trovò a prestare servizio in un vytrezvitel: "Temo che tutto andrà secondo la formula "Volevamo il meglio, ma è andata come sempre". Come il vecchio che è stato ben dimenticato.
di Alberto Negri
Il Manifesto, 4 gennaio 2021
Dopo il patto di Abramo. Più che una stabilizzazione è un salto in avanti verso nuove cancellazioni dei diritti dei popoli: in Medio Oriente l'amministrazione Biden, che si insedia il 20 gennaio, già oscilla sotto il peso delle decisioni di Trump. L'anno nuovo si apre come si è chiuso quello della pandemia. Gli americani possono fare quello che vogliono contro l'Iran e gli israeliani anche tutto quello che gli altri non possono mai fare: andare contro ogni legge internazionale. Una sintesi del doppio standard che, in negativo, si applica a iraniani, palestinesi, curdi, libanesi, iracheni, yemeniti, e a tutti coloro che in genere non intendono obbedire. Questi popoli, al massimo, possono ottenere "concessioni" ma non sono titolari di "diritti". Il Patto di Abramo ha sancito questo stato delle cose.
Nel mezzo stanno Erdogan e Putin: il primo funzionale al secondo. Non soltanto perché il Sultano della Nato si contrappone a Mosca e allo stesso tempo tratta con la Russia in Libia e in Siria ma anche perché serve agli Stati Uniti a contenere l'influenza russa, come testimonia la guerra del Nagorno-Karabakh contro gli armeni sostenuta dai turchi e dalle armi israeliane. Biden detesta Erdogan (lo attaccò anche da vice di Obama) ma si confronterà con lui non in base alle antipatie o alle credenziali democratiche ma alla sua utilità sul fianco orientale dell'Alleanza atlantica.
A un anno dall'assassinio il 3 gennaio scorso a Baghdad da parte americana del generale iraniano Qassem Soleimani e del suo luogotenente iracheno Al Muhandis possiamo valutarne in pieno le conseguenze. Questo è stato l'anno dell'attacco all'Iran _ esemplificato anche dall'uccisione a novembre attribuita al Mossad dello scienziato Mohsen Fakhrizadeh _ e del Patto di Abramo in funzione anti-Teheran tra Israele e le monarchie del Golfo, seguite poi da Sudan e Marocco. Più che una stabilizzazione è un salto in avanti verso nuove cancellazioni dei diritti dei popoli: in Medio Oriente l'amministrazione Biden, che si insedia il 20 gennaio, già oscilla sotto il peso delle decisioni di Trump.
La contrasta eredità di Obama nelle primavere arabe del 2011 - sostegno in Egitto ai Fratelli Musulmani, guerra a Gheddafi e appoggio alla destabilizzazione della Siria - aveva avuto come sbocco positivo il 14 luglio 2015 l'accordo sul nucleare con l'Iran che aveva fatto infuriare Israele e gettato nel panico l'Arabia saudita e le monarchie del Golfo. Trump è uscito unilateralmente da questo trattato internazionale e stabilito nuove regole del gioco che poi tanto nuove non erano (risalgono al presidente democratico Roosevelt nel 1945): le monarchie dovevano pagare "cash" e con acquisti di armi americane la protezione Usa aggiungendo al conto la normalizzazione con Israele, venduta agli arabi dei petrodollari come una questione di sopravvivenza di fronte alla vera o presunta minaccia dell'Iran.
Così sono arrivati gli "incentivi". Netanyahu, che si prepara nuove elezioni in marzo, ha incassato da Trump il riconoscimento americano di Gerusalemme capitale e l'annessione del Golan e poi nel 2020 gli è bastato soltanto un colpetto di freno sull'annunciata annessione della Cisgiordania per portare a casa le nuove alleanze con gli arabi. Al patto di Abramo hanno aderito Emirati e Barhain, poi è arrivata la normalizzazione tra Israele e il Sudan, quindi quella con il Marocco.
L'Egitto di Al Sisi è già della partita: sta in piedi con i soldi degli Emirati e dei sauditi avendo come compito ideologico e repressivo di eliminare i Fratelli Musulmani. Anche il generale Haftar in Cirenaica se aderisse al Patto di Abramo verrebbe pienamente riciclato.
Il sovrano Mohammed VI ha messo in cassaforte gli incentivi finanziari ma soprattutto si è aggiudicato il riconoscimento americano della sovranità marocchina sul Sahara occidentale. L'occupazione marocchina dei territori Sahrawi come quella israeliana della Palestina è contraria al diritto internazionale e a ogni risoluzione Onu sull'autonomia e l'autodeterminazione.
Queste ultime sono due parole che nella rudimentale filosofia del Patto di Abramo anche i curdi devono dimenticare, come del resto gli stessi yemeniti.
L'autonomia dei curdi iracheni ormai è ridotta al lumicino: il premier Al Khadimi preferisce incontrare Erdogan sulle operazioni anti-Pkk che i "suoi" curdi di Erbil o Suleimanya. Mentre quelli del Rojava, alleati occidentali contro l'Isis, avevano già visto sulla loro pelle nel 2019 cosa significava il ritiro americano dal nord della Siria. La realtà è che sia gli americani che gli europei sono pronti sacrificare i curdi in ogni momento se Erdogan si tiene in casa tre milioni di profughi e modera le sue pretese nel Mediterraneo orientale dove si scontra con l'asse Francia-Grecia-Cipro-Egitto-Israele-Emirati.
Il Patto di Abramo ha suddiviso anche gli yemeniti tra buoni e cattivi. Secondo il Financial Times il dipartimento di Stato Usa prima del 20 gennaio si prepara a inserire gli Houthi alleati dell'Iran nella lista delle organizzazioni terroristiche. È uno dei prezzi che chiede l'Arabia Saudita, insieme al protettorato sullo Yemen, per il riconoscimento di Israele voluto dal principe assassino Mohammed bin Salman e finora frenato dal sovrano Salman. Ma probabilmente è ancora in Iraq che forse dobbiamo aspettarci nuove operazioni americane e israeliane anti-iraniane e contro le milizie sciite. Lo sostiene un recente reportage di Le Monde e ieri anche il ministro degli esteri iraniano Javad Zarif. L'anno che verrà già somiglia molto, troppo, a quello appena trascorso.
di Adolfo Scotto di Luzio
Il Mattino, 3 gennaio 2021
Leggere i giornali, leggerne tanti, ogni mattina, è un'esperienza che nonostante tutto è ancora in grado di riservare qualche sorpresa. A Napoli il 31 dicembre cade sotto i colpi di un agguato camorristico un pregiudicato, Ciro Caiafa. Suo figlio, Luigi, diciassette anni, pochi mesi prima era stato ucciso da un poliziotto durante un tentativo di rapina a mano armata (sebbene la pistola sarebbe risultata poi una "replica").
di Fiorenza Elisabetta Aini
gnewsonline.it, 3 gennaio 2021
La disciplina del lavoro svolto in carcere dai detenuti, anche in favore dell'Amministrazione penitenziaria, deve essere equiparata a quella riconosciuta al lavoratore in libertà.
È quanto ha stabilito il 15 dicembre scorso il giudice del lavoro del Tribunale di Venezia accogliendo il ricorso presentato contro la decisione dell'Istituto Nazionale di Previdenza Sociale (Inps) che aveva negato l'indennità Naspi (Nuova Assicurazione Sociale per l'Impiego) al detenuto che, a causa della scarcerazione, era rimasto senza lavoro.
di Riccardo Iacona
Il Domani, 3 gennaio 2021
Sono appena tornato dalla Calabria per raccontare una delle indagini più importanti contro la ndrangheta condotta dalla Procura di Catanzaro guidata dal magistrato Nicola Gratteri. Si chiama "Rinascita Scott" e sono talmente tante le persone rinviate a giudizio che a Lamezia Terme hanno dovuto costruire una enorme aula bunker, l'unica capace di contenere centinaia di imputati e i loro avvocati del primo maxi processo che si svolgerà in Calabria a partire da metà gennaio.
di Liana Milella
La Repubblica, 3 gennaio 2021
Il sottosegretario alla Giustizia risponde all'appello lanciato su Repubblica da Liliana Segre e dal Garante dei detenuti, Mauro Palma. Subito il vaccino ai detenuti? "Credo che occorra seriamente rifletterci su. I detenuti vanno trattati come i cittadini liberi, tenendo conto della maggiore o minore fragilità e in particolare delle condizioni di salute e dell'età anagrafica".
- Napoli. Giuseppe ha un tumore ma per la magistratura deve restare in carcere
- Santa Maria C.V. (Ce). Cardiopatico morto in carcere, fu vittima dei pestaggi della polizia
- Genova. Detenuto muore impiccato nel carcere di Marassi
- Sulmona (Aq). Carcere, i rinforzi se ne vanno
- Venezia. Detenuti preoccupati dall'emergenza Covid: i contagiati sono già 50











