di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 aprile 2021
Padova e Reggio Emilia i casi più critici, ma il sovraffollamento incide anche negli altri istituti. E a Catanzaro ieri si è registrato un altro morto. Continua a crescere il numero dei contagi all'interno delle carceri e i focolai Covid si estendono.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 9 aprile 2021
La denuncia del Consiglio d'Europa. Maglia nera anche per il numero di reclusi in violazione delle leggi sulla droga. Chissà se Matteo Salvini, che non ha mai voluto la Turchia dentro l'Unione europea per salvaguardare - a suo dire - le radici culturali del vecchio continente, potrà ritenersi soddisfatto dal fatto che ormai l'Italia, dal punto di vista della detenzione carceraria (dunque del livello di civiltà), è più vicina al Paese di Erdogan che all'Austria o alla Danimarca. Parliamo di sovraffollamento, in particolare: a fronte del record turco di un tasso pari al 127,4% (numero di reclusi ogni 100 posti letto) e con una media di 11 detenuti per cella, l'Italia segue a ruota con il suo 120,3%. Tutti gli altri vengono dopo. A rivelarlo è il rapporto annuale "Space" del Consiglio d'Europa dedicato alla situazione delle carceri dei Paesi che aderiscono all'organizzazione europea che monitora i diritti umani.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 aprile 2021
L'Italia, messa a confronto con i soli Paesi membri dell'Unione europea risulta avere le carceri più sovraffollate: 120,3 detenuti per ogni 100 posti, con una media di 1,9 persone per cella. Non solo, messa a confronto con tutti gli Stati membri del Consiglio d'Europa, risulta ai primi posti con il più alto numero di detenuti in attesa di giudizio. Ma andiamo con ordine. Il Consiglio d'Europa ha appena reso pubblico il rapporto "Space 1" curato dal professore Marcelo Aebi e la professoressa Tiago Melanie. Parliamo di un rapporto annuale che il Consiglio d'Europa predispone e diffonde da alcuni decenni per fornire ai Paesi membri una utilissima fonte di dati comparativi relativi ai diversi sistemi penali e penitenziari.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 9 aprile 2021
Dal 1991 al 2020 circa 30mila persone in Italia sono state indennizzate dallo Stato dopo essere state vittime di ingiusta detenzione o errore giudiziario, per una spesa complessiva di oltre 870 milioni di euro (una media di 29 milioni l'anno).
Nel 2020, nonostante l'attività giudiziaria sia stata rallentata dalla pandemia, lo stato italiano ha dovuto indennizzare 766 persone, per una spesa di 46 milioni di euro. A fornire i dati aggiornati sulle vittime di ingiusta detenzione (cioè coloro che subiscono una custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari, salvo poi essere assolti) e di errori giudiziari (cioè coloro che, dopo essere stati condannati con sentenza definitiva, vengono assolti in seguito a un processo di revisione) è l'associazione "Errori giudiziari", che da decenni approfondisce il fenomeno degli innocenti in manette nel nostro Paese (alcuni dati sono stati anticipati ieri da Repubblica).
I distretti giudiziari con il maggior numero di casi di innocenti risarciti nel 2020 sono Napoli (con 101 casi), Reggio Calabria (99 casi) e Roma (77 casi). Il record di spesa per indennizzi nel 2020 è invece detenuto dai distretti di Reggio Calabria (con una spesa di circa otto milioni di euro), Catanzaro (quattro milioni e mezzo di euro) e Palermo (quattro milioni e quattrocentomila euro). È sulla base di questi numeri impietosi che Enrico Costa, deputato e responsabile giustizia di Azione, ha presentato una proposta di legge per sottoporre a procedimento disciplinare i magistrati responsabili di aver messo in carcere degli innocenti.
I numeri, per quanto già di per sé drammatici, non riescono a fotografare a pieno il fenomeno degli innocenti in manette nel nostro Paese. Sono decine, se non centinaia, ogni anno i casi di persone ingiustamente detenute che rinunciano a presentare domanda di indennizzo perché non possono permettersi di affrontare ulteriori spese legali, o perché scoraggiate dalle misere somme previste dalla legge in caso di accoglimento della domanda di risarcimento (235,82 euro per ogni giorno di carcere e 117,50 euro per ogni giorno di arresti domiciliari).
Insomma, il problema dei cittadini incarcerati ingiustamente, purtroppo, è più grave di quel che sembra e di quanto i numeri sugli indennizzi riescano a raccontare. Un dato, comunque, salta all'occhio: i distretti giudiziari con i più alti importi in risarcimenti per ingiusta detenzione nel 2020 sono Reggio Calabria, Catanzaro e Palermo, cioè alcune tra le città più esposte nella lotta alla criminalità organizzata. Segno evidente che c'è qualcosa che non va nel modo con cui la magistratura agisce contro le illegalità di tipo mafioso.
Troppi cittadini innocenti finiscono coinvolti in inchieste antimafia e incarcerati ingiustamente. I numeri dovrebbero indurre la politica e la magistratura a riflettere sulle cause di questo fenomeno (un uso troppo disinvolto della carcerazione preventiva da parte dei pm?), eppure l'argomento sembra un tabù. Un caso su tutti sembra confermarlo. Come sottolineato da Costa, su base pluriennale Catanzaro è il primo distretto italiano per entità di indennizzi per ingiusta detenzione: soltanto negli ultimi nove anni lo Stato ha versato quasi 51 milioni di euro.
Dal 2016, da quando la guida della procura di Catanzaro è stata affidata a Nicola Gratteri, la situazione non sembra essere cambiata molto. Su queste pagine abbiamo dato notizia, ad esempio, delle decine di misure cautelari annullate nell'ambito della maxi inchiesta contro la 'ndrangheta "Rinascita Scott", lanciata nel dicembre 2019 dalla procura guidata da Gratteri con oltre trecento arresti in tutta Italia.
Nel gennaio 2019, l'allora procuratore generale di Catanzaro Otello Lupacchini lanciò con coraggio un allarme durante la cerimonia di apertura dell'anno giudiziario sui troppi casi di ingiusta detenzione registrati nel distretto giudiziario di Catanzaro. Il richiamo rimase inascoltato. Poi Lupacchini si permise di criticare Gratteri per i modi di conduzione dell'inchiesta "Rinascita Scott": il Csm lo punì trasferendolo a Torino e declassandolo.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 9 aprile 2021
I dati diffusi da Errorigiudiziari.com. In 30 anni 30mila casi. Costa: "Magistrati non pagano, cambiare legge". La zona grigia delle richieste rifiutate. In carcere, o agli arresti domiciliari, per mesi. A volte per anni. Salvo poi essere dichiarati innocenti al termine del processo. Storie nascoste, spesso non raccontate.
Ma che racchiudono la vita di persone nei confronti delle quali è stata la giustizia a sbagliare. Sono circa mille gli uomini e le donne che ogni anno ottengono il risarcimento dallo Stato italiano perché hanno ingiustamente trascorso del tempo in cella. Perché, dopo essere stati arrestati - a volte molto tempo dopo l'inizio della detenzione - sono stati assolti in via definitiva.
L'associazione Errorigiudiziari.com ogni anno rielabora i dati del ministero dell'Economia, sull'ammontare dei risarcimenti che lo Stato versa a chi ingiustamente è stato in carcere. E, una volta assolto, ha chiesto alla Corte d'Appello competente i danni.
Nel 2020 sono stati spesi per risarcire queste persone quasi 37 milioni di euro. Ai quali si aggiungono 9 milioni di euro erogati per gli errori giudiziari, una cifra che corrisponde al triplo erogato per le stesse ragioni nel 2019. La differenza tra i due casi? Nel primo caso parliamo di persone che sono state sottoposte a una misura cautelare e, successivamente, assolte in via definitiva. Nel secondo, parliamo di persone condannate che poi vengono assolte in seguito alla revisione del processo. Quest'anno il risarcimento è stato riconosciuto a sedici di loro.
La media di soggetti risarciti per ingiusta detenzione è, invece, di circa mille all'anno. Nel 2020, invece, le riparazioni erogate sono state 750. Il dato potrebbe risentire dell'effetto Covid e del rallentamento delle decisioni giudiziarie. La cifra dei risarcimenti liquidati supera comunque di gran lunga la media annuale -di 27.405.915 milioni di euro - calcolata dal 1991 al 2020. La città in cui l'anno scorso sono stati elargiti più fondi per risarcire chi aveva subito un'ingiusta detenzione è Reggio Calabria con quasi 8 milioni. Segue Catanzaro, con circa 4 milioni e mezzo. Al terzo posto c'è Palermo.
Uno sguardo all'ultimo trentennio ci aiuta a capire quanto sia grande il fenomeno. Gli errori giudiziari per i quali è stato riconosciuto il risarcimento sono 207. Di ben altro tenore le cifre dell'ingiusta detenzione: "Dal 1992 al 2020 gli indennizzati sono stati 30.000, con spesa di 870 milioni", ha scritto su Twitter il deputato di Azione Enrico Costa.
Che ha poi aggiunto: "Paga solo lo Stato: chi sbaglia continua indisturbato la sua carriera", ha aggiunto, riferendosi ai pm e ai giudici che, in questo caso, commettono un errore. Il parlamentare ha presentato una proposta di legge che punta a modificare proprio questo aspetto: "La prossima settimana sarà discussa alla Camera la mia proposta di legge che prevede che il provvedimento che riconosce la riparazione per ingiusta detenzione sia trasmesso automaticamente al titolare dell'azione disciplinare per le valutazioni di competenza. Inoltre si introduce una nuova e specifica ipotesi di responsabilità disciplinare per 'chi abbia concorso, per negligenza o superficialità, anche attraverso la richiesta di applicazione della misura della custodia cautelare, all'adozione di provvedimenti di restrizione della libertà personale per i quali sia stata disposta la riparazione per ingiusta detenzione", ha spiegato in una nota. "Questo è un punto fondamentale e non formale: per tali errori finora ha pagato solo lo Stato; il magistrato che sbaglia non ne risponde. Occorre intervenire", ha concluso.
C'è poi un altro aspetto della vicenda, e riguarda l'articolo che disciplina la richiesta del risarcimento per ingiusta detenzione. L'art. 314 del codice di procedura penale dà la possibilità di rivolgersi al giudice per la riparazione del danno. Ma precisa che la riparazione può avvenire "qualora (il soggetto, ndr) non vi abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave". Spesso però accade che nella definizione di colpa grave il singolo giudice includa condotte che, per chi contesta questa norma, non hanno nulla di colposo.
"Succede molte volte, e consideriamo che secondo alcune stime due richieste su tre vengono rifiutate, che si nega ad esempio il risarcimento all'assolto che, quando era stato arrestato, si è avvalso della facoltà di non rispondere o a chi, pur non avendo commesso reati, aveva rapporti di amicizia con chi, invece, i reati li aveva compiuti", spiega ad HuffPost Giulio Petrilli che, suo malgrado, conosce bene la materia.
Aveva 20 anni quando fu arrestato con l'accusa di banda armata. Erano i primi anni ottanta e quell'accusa, rivelatasi poi infondata, gli è costata sei anni di carcere. In un regime simile all'attuale 41 bis. La sua colpa? Non era certamente da trovare nel codice penale, visto che è stato poi assolto in via definitiva. Ma nelle frequentazioni che aveva in quegli anni. Dopo l'assoluzione, però, non ha ottenuto il risarcimento. Perché secondo le corti che hanno valutato il caso quelle "cattive amicizie" avrebbero in sostanza tratto in inganno il giudice.
Da decenni Petrilli combatte la sua lotta affinché gli assolti siano risarciti a prescindere dalle loro amicizie e, soprattutto, a prescindere dalla condotta che hanno avuto quando si sono trovati per la prima volta di fronte agli inquirenti. "Le persone come me sono invisibili - ci dice ancora - quella legge andrebbe modificata per fare in modo che ogni assolto sia risarcito per il semplice fatto di aver trascorso ingiustamente del tempo in galera".
di Riccardo Polidoro
Il Riformista, 9 aprile 2021
L'attesa per la decisione della Corte Costituzionale sulla legittimità dell'ergastolo ostativo ha indotto i media a occuparsi del cosiddetto "fine pena mai", vigente nel nostro Paese nonostante sia stata abolita la pena di morte e la stessa condanna a vita. L'istituto "estraneo", per chi non lo conoscesse, consente di tenere ristretta in carcere una persona per sempre, senza alcuna speranza che un giorno possa uscire. Unica possibilità è collaborare con la Giustizia, augurandosi che si abbia qualcosa da riferire.
di Simona Musco
Il Dubbio, 9 aprile 2021
Costa (Azione): "La prossima settimana alla Camera la mia proposta di legge con una nuova e specifica ipotesi di responsabilità disciplinare per giudici e pm". "Nel 2020 l'Italia ha speso 46 milioni di euro per le ingiuste detenzioni e per gli errori giudiziari. Persone arrestate per sbaglio, innocenti". Lo dichiara in una nota Enrico Costa, deputato e responsabile Giustizia di Azione, commentando i dati relativi al 2020, analizzati insieme all'associazione errorigiudiziari.com.
di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 9 aprile 2021
Gli avvocati chiedono di uniformare i depositi digitali. Ora ne afferma l'opportunità anche la commissione Giustizia della Camera. Sette processi telematici, ognuno con regole e sistemi diversi. Una babele che gli avvocati chiedono di superare, realizzando una piattaforma unica. Negli ultimi anni hanno dovuto infatti familiarizzare con le differenti modalità tecniche create per depositare gli atti di fronte ai vari organi giurisdizionali: software "imbustatori", set di moduli Pdf da inviare via Pec, portali su cui caricare gli atti e i documenti.
Il tema si è affacciato anche in Parlamento: il parere con cui il 23 marzo la commissione Giustizia della Camera ha approvato (con osservazioni) la proposta del Piano nazionale di ripresa e resilienza, suggerisce infatti di usare le risorse del Recovery fund proprio per prevedere un'unica piattaforma di gestione dei processi telematici. Sfruttare la leva finanziaria del Recovery è intenzione anche del ministero della Giustizia, che prevede però tempi lunghi mentre gli avvocati chiedono di accelerare. Ma i problemi, oltre che dalla moltiplicazione dei sistemi, derivano dal loro funzionamento zoppicante.
Perché tanti processi telematici - Le differenze tra i processi digitali sono figlie, in parte, del debutto in tempi diversi ma anche del fatto che fanno capo ad amministrazioni differenti. Lo scaglionamento temporale ha determinato l'utilizzo di tecnologie anche molto diverse l'una dall'altra: il più datato, il processo civile telematico, sperimentato dal ministero della Giustizia fin dal 2006 e divenuto obbligatorio dal 2014, si basa su un meccanismo complesso pensato, all'epoca, per creare un "canale sicuro" per il deposito degli atti.
I processi più recenti (il penale, il tributario e quello sportivo, appena partito) funzionano, invece, con una tecnologia più avanzata, tramite caricamento (upload) degli atti e dei documenti sui rispettivi portali. Poi ci sono il processo amministrativo telematico, basato su moduli Pdf da inviare via Pec, e il rito di fronte alla Corte dei conti.
Le prospettive e i tempi - Il ministero della Giustizia, pur ribadendo, come spiegano dalla direzione generale dei servizi informativi automatizzati, che "la differenza di strutture tecnologiche non è un pregiudizio per gli utenti" poiché possono utilizzare "software che unificano le modalità di gestione", punta a "interventi strutturali che nei prossimi anni agevoleranno l'omogeneizzazione dei sistemi e la loro integrazione nel grande Hub della pubblica amministrazione".
Inoltre, intende estendere ai processi telematici che gestisce direttamente - il civile in tribunale e corte d'appello, il penale nelle procure e quello civile e tributario in Cassazione, partito il 31 marzo - l'architettura scelta per il deposito degli atti penali, basata sull'upload senza la mediazione del gestore della Pec. "Uniformare i sistemi sarebbe importante - dice Giovanna Ollà, consigliere nazionale del Cnf - prendendo a parametro quello che funziona meglio, ma deve avvenire con sistemi funzionanti e prevedere una fase sperimentale. E va esteso il processo telematico al giudice di pace".
L'upload è la soluzione promossa anche da Aiga, che pensa "a una piattaforma comune a tutti i riti telematici, con regole e specifiche tecniche uniformi e la possibilità di evitare la firma digitale degli atti, grazie all'autenticazione forte, ad esempio con Spid", spiega il presidente, Antonio De Angelis. Aiga presenterà a breve una bozza di proposta di legge delega con le norme base per la piattaforma unica di processo telematico. Intorno all'obiettivo della piattaforma unica per i processi digitali si è anche radunato un gruppo spontaneo di avvocati, sollecitati dallo sfogo social di Giovanni Mameli, che ha denunciato i costi e le inefficienze della moltiplicazione dei sistemi: "Nel concepire i processi telematici - spiega - siamo rimasti schiavi delle complicazioni cartacee e questo sta generando altro contenzioso. In Estonia, invece, funziona un sistema unico che gestisce tutti i processi".
Tra le piattaforme che hanno debuttato più di recente c'è quella del processo penale telematico: dal 29 ottobre 2020 gli atti difensivi presso le Procure devono essere depositati digitalmente attraverso il nuovo portale. Ma gli avvocati penalisti hanno riscontrato malfunzionamenti e criticità, tanto da protestare con tre giorni di astensione dalle udienze a fine marzo e chiedere di consentire di nuovo il deposito cartaceo, oltre a quello telematico, fino a quando i problemi non saranno risolti.
Una richiesta a cui il Governo ha provato a dare risposta nel decreto legge 44/2021, in vigore dal 1° aprile, che prevede che, in caso di malfunzionamento del portale attestato dal direttore generale per i servizi informativi automatizzati, l'autorità giudiziaria può autorizzare il deposito di singoli atti e documenti in formato analogico.
La soluzione, però, non convince i penalisti perché - si legge in una nota dell'Unione delle Camere penali - dà la possibilità al pubblico ministero di decidere se ammettere il deposito cartaceo a fronte della denunzia di malfunzionamento del sistema o se non farlo, lasciando così il difensore nell'incertezza determinata da problemi tecnici oggettivi. Tanto che i penalisti chiedono che, in sede di conversione, il decreto legge sia modificato per consentire agli avvocati, nella fase della pandemia, di depositare via Pec gli atti solo autocertificando che non sia stato tecnicamente possibile il deposito attraverso il portale.
2014 - PROCESSO CIVILE
Il debutto - È obbligatorio dal 30 giugno 2014 in tribunale, dal 30 giugno 2015 in corte d'appello.
Come funziona - Per depositare gli atti occorre avere un "punto di accesso" al Pct e un software. I file di testo devono essere trasformati in formato Pdf e firmati digitalmente. Il software poi li "imbusta" (crittografandoli) e li spedisce via Pec agli uffici giudiziari.
2016 - PROCESSO CONTABILE
Il debutto - A marzo a giugno 2016 è diventato obbligatorio l'invio via Pec degli atti e dei ricorsi alla Corte dei conti. Resta l'obbligo di deposito della copia cartacea conforme all'originale informatico che deve avvenire possibilmente entro cinque giorni lavorativi dalla data di ricezione della Pec.
Come funziona - Va utilizzata la Pec: sopra il limite di 30Mb vanno effettuati più messaggi. È necessaria la firma digitale per tutti i documenti che richiedono la firma nel deposito cartaceo. L'accesso al fascicolo informatico richiede l'autenticazione tramite Spid e permette l'estrazione di documenti.
2017 - PROCESSO AMMINISTRATIVO
Il debutto - È obbligatorio dal 1° gennaio 2017 per i nuovi giudizi, dal 1° gennaio 2017 per i nuovi giudizi, dal 1° gennaio 2018 per tutti i giudizi di fronte ai Tar e al Consiglio di Stato
Come funziona - Si basa su una serie di moduli pdf per i vari tipi di deposito, a disposizione gratuitamente sul sito della Giustizia amministrativa, da compilare e a cui allegare uno a uno i documenti in formato Pdf e firmati digitalmente, oltre al loro elenco, in Pdf, anch'esso firmato. I moduli vanno poi a loro volta firmati digitalmente e inviati via Pec.
2019 - PROCESSO TRIBUTARIO
Il debutto - È obbligatorio per i giudizi avviati dal 1° luglio 2019 di fronte alle commissioni tributarie (esclusi i contribuenti che stanno in giudizio da soli per le cause fino a 3mila euro).
Come funziona - Per depositare gli atti occorre accedere all'area riservata sul sito della Giustizia tributaria: qui si compilano progressivamente alcune schermate che guidano alla redazione della "Nir web" (nota di iscrizione a ruolo) e si possono caricare atti e documenti in.pdf firmati digitalmente.
2020 - PROCESSO PENALE
Il debutto - Dal 29 ottobre 2020 fino al termine del periodo di emergenza è obbligatorio per il deposito di memorie e documenti alla chiusura delle indagini preliminari presso le procure della Repubblica. Dal 1° aprile 2021 l'autorità giudiziaria può autorizzare il deposito di singoli atti e documenti in formato analogico in caso di malfunzionamento del portale o per ragioni specifiche ed eccezionali.
Come funziona - Gli atti si depositano accedendo all'area riservata del Portale dei servizi telematici del ministero della Giustizia. Occorre inserire i dati richiesti dal sistema e caricare gli atti firmati digitalmente e i documenti allegati. Dal sistema è possibile anche controllare lo stato del deposito.
2021 - PROCESSO SPORTIVO
Il debutto - Il 29 gennaio 2021 il Consiglio Federale ha approvato le Regole tecnico-operative del processo sportivo telematico di fronte al Tribunale federale nazionale e alla Corte federale d'appello.
Come funziona - Per depositare gli atti e i documenti occorre caricarli (in formato Pdf e con firma digitale) sulla piattaforma del processo sportivo telematico. Per la stagione sportiva in corso il Pst si usa in modo concorrente al deposito "tradizionale" (in questo periodo di emergenza, via Pec).
2021 - PROCESSO TELEMATICO IN CASSAZIONE
Il debutto - Finita la fase di sperimentazione iniziata a ottobre 2020, per la Cassazione civile il processo telematico è partito il 31 marzo 2021 con un sistema a doppio binario: tutti gli atti potranno essere depositato in modo telematico o cartaceo. La scelta di una modalità esclude l'altra.
Come funziona - Il software da utilizzare è un aggiornamento di quello previsto per il processo civile telematico, integrato con schemi specifici per la Cassazione. Ed anche la procedura è la stessa.
di Veronica Manca
Il Riformista, 9 aprile 2021
Ergastolano ostativo, neppure il Dap lo considera più pericoloso. Antonio vuole solo una possibilità di riscatto. Intanto in cella ha preso anche il Covid.
"Vorrei avere la possibilità di salutare mia madre, prima che muoia, per chiederle perdono". Con queste parole, il 13 marzo, Antonio mi ha salutata alla fine del nostro colloquio. Sicuramente provato dalla lunga detenzione, oltre 28 anni di carcere ininterrotto, dalla nostalgia dei familiari, dalla solitudine e dal senso di abbandono.
In carcere tutto è congelato, immobile; tutto sa di vuoto e di assenza; tutto è terribilmente pesante. Ciò che invece non si arresta è la pandemia, che corre a velocità drammatiche, facendo implodere un'intera struttura carceraria. Dal 13 marzo al 7 aprile, giorno del suo compleanno, Antonio si trova ricoverato nel reparto infettivi, con un'embolia polmonare da Covid-19. Del resto, i suoi compagni nel carcere di Reggio Emilia non stanno vivendo momenti migliori.
dati sono agghiaccianti: sono risultati positivi 60 agenti e, sul totale di 400, anche 119 detenuti, 5 dei quali sono ricoverati in ospedale. La situazione è preoccupante anche in altre carceri: a Panna, dove ci sono 18 positivi detenuti al 41bis; a Catanzaro, dove uno è morto; a Rebibbia, nella sezione femminile, dove oltre 50 detenute risultano positive.
La storia di Antonio è simile a quella di molti altri: un ergastolo ostativo raggiunto in giovane età; la piena consapevolezza dei propri errori; una carcerazione lunghissima e una rivisitazione del proprio passato, studi universitari e percorsi di giustizia riparativa a favore delle proprie vittime. Antonio non è più pericoloso nemmeno per il Dap tanto da ottenere la declassificazione dall'Alta sicurezza alla sezione dei comuni.
Non avanza nessuna giustificazione né richiesta di benefici. Esprime solo il desiderio di riparare, anche con la propria vita, e di avere quell'ultima possibilità di riscatto verso la madre, la propria famiglia di origine. La sua storia è emblematica. Insieme a quella di tanti altri, potrebbe rappresentare un campione significativo per uno studio scientifico che superi quegli slogan, lombrosiani quanto tristemente efficaci, della "mafiosità" che parte dalla nascita e giunge fino alla morte.
Compito di noi difensori è anche quello di valorizzare la persona, l'umanità e la concretezza del vissuto, che hanno preso forma e direzione durante un percorso di carcerazione, a distanza di anni, se non decenni, dai fatti e dalle sentenze di condanna. Ed è ciò che ha sempre affermato, tra l'altro, anche la Corte costituzionale, dalla sentenza n.149 del 2018, alla n. 253 del 2019, fino all'ultima, la n. 56 del 2021.
"La personalità del condannato non resta segnata in maniera irrimediabile dal reato commesso in passato, foss'anche il più orribile; ma continua ad essere aperta alla prospettiva di un possibile cambiamento", afferma la Corte costituzionale nella sentenza del 2018. Non si tratta, quindi, di "abolire" la normativa antimafia, né di entrare nel merito di scelte legislative, bensì di consentire al giudice naturale di valutare la persona, attribuendo una dimensione civile alla pena e un volto umano anche a chi ha commesso gravi errori.
Non vuol dire nemmeno che tutti i meccanismi indice di pericolosità sociale siano stati o verranno altrimenti abrogati. Questo passaggio è ben espresso dalla Consulta anche nella pronuncia n. 56 del 2021, con cui ha dichiarato l'illegittimità costituzionale del divieto assoluto di accesso alla detenzione domiciliare per la persona ultrasettantenne, anche se dichiarata recidiva o delinquente abituale, professionale o per tendenza: il giudizio espresso durante il processo non può impedire, in assoluto, vita natural durante, una rivalutazione anche della pericolosità sociale del detenuto, a fronte dell'età avanzata, e della sofferenza addizionale della permanenza in carcere.
È la stessa Corte costituzionale, lungo un percorso motivazionale equilibrato e rispettoso di tutte le istanze in gioco, a indicarci h via della speranza e della vita. Rimaniamo saldamente fermi su questa rotta, legati a quel filo della dignità umana che anche Antonio merita di ritrovare.
di Marco Imarisio
Corriere della Sera, 9 aprile 2021
Le nuove carte: "La Capitaneria fermò i soccorsi: sono tutti morti". Due nuove inchieste, una parlamentare e una in procura, per far luce su misteri e omissioni dello scontro tra il traghetto e la petroliera Agip Abruzzo che fece 140 morti. Il figlio del comandante Chessa: "Trattati in modo vergognoso, ma ne è valsa la pena".
Quando è già tempo di memoria senza che mai sia stata fatta giustizia, ecco che dall'armadio spuntano delle novità. Anche trent'anni dopo, anniversario tondo, che poi è la ragione dell'attuale e temporaneo fascio di luce su uno dei più misconosciuti misteri italiani. Pensiamo di sapere tutto, della tragedia della notte della Moby Prince. Dieci aprile 1991, il traghetto che si schianta contro la petroliera Agip Abruzzo all'uscita dal porto di Livorno. Centoquaranta morti.
Un processo da operetta. Nessun responsabile. La ricerca della verità lasciata solo ai familiari delle vittime. Come se quella tragedia immane dovesse essere destinata a restare una questione privata. È stato così fin dall'inizio. Ancora nel 2017, la Commissione parlamentare di inchiesta, che ha svolto un lavoro importante, si dichiarava stupita del fatto che molte dichiarazioni rese durante le audizioni fossero "convergenti nel negare evidenze o nel fornire versioni inverosimili dell'accaduto".
Bugie e falsità - Una montagna di bugie, di omissioni e di falsità. Non importa se costruite per coprire negligenze oppure segreti internazionali, resta una pagina orrenda della nostra storia recente. Oggi sappiamo che la nebbia "tropicale, che tutto avvolgeva" fu un evento "sopravvalutatissimo" come riferì un perito di allora alla Commissione.
Sappiamo che la Agip Abruzzo si trovava nel triangolo d'acqua all'uscita del porto, zona con divieto di ancoraggio per non intralciare il percorso delle altre navi. "La petroliera non doveva essere lì", titolava La Nazione il 15 aprile 1991. Quell'articolo è l'unico a non essere mai stato inserito nella vasta rassegna stampa allegata agli atti del primo processo.
Ma ci sono volute due decadi abbondanti per dimostrarlo, grazie al lavoro sull'archivio satellitare svolto Gabriele Bardazza, l'ingegnere milanese che da anni presta consulenza al Comitato delle vittime. Pensiamo di sapere, e invece non sappiamo niente, perché fino a quando non salta fuori una prova, una pezza di appoggio, anche le evidenze dei fatti rimangono allo stato di pure ipotesi.
La tragedia e i soccorsi - Prendiamo uno degli snodi fondamentali della vicenda. I soccorsi furono disastrosi, un tragico trionfo di lentezza, incompetenza e in seguito di opacità. Succede che la Regione Toscana istituisca un armadio della memoria, per non dimenticare le stragi della Moby Prince, di Viareggio e della Costa Concordia. Un bravo archivista cataloga ogni documento. Dalla cartelletta di un avvocato del primo processo, emergono fogli che mai erano finiti agli atti. Sono firmati dai vertici del Comando operativo dell'Aeronautica militare, che riepilogano attimo per attimo la notte del 10 aprile 1991. Loro erano pronti a intervenire. Alle 00.10 la Capitaneria di porto, che secondo la legge è responsabile dei soccorsi, dà l'allarme. Probabile collisione tra due petroliere, nessuna notizia sui dispersi. La nostra aviazione si attiva subito. Stanno per levarsi in volo mezzi dalle basi di Linate, Istrana e Ciampino, al massimo un'ora e cinquanta minuti il tempo di intervento dalla base più lontana, "comprensivo dei 30 minuti di approntamento".
Alessio Bertrand: l'unico superstite del disastro della Moby Prince - Ma quegli aerei ed elicotteri, nove in tutto, non partiranno mai. Alle 00.17 la Capitaneria di porto dice che non c'è bisogno, "comunicando che da quello che si sapeva i naufraghi erano morti, nella zona c'era nebbia, che la Marina stava provvedendo".
Mezzanotte e 17. Mezz'ora prima, sulla tolda della Moby Prince viene ritrovato vivo quello che diventerà l'unico superstite della strage, Alessio Bertrand, il mozzo, che all'epoca aveva solo 23 anni. E da allora non ha mai smesso di ripetere la stessa versione dei fatti. "Molti dei miei compagni potevano essere salvati. Ma nessuno li andò mai a cercare. E nessuno ha mai pagato per questo". La Marina militare, che secondo la Capitaneria di Porto aveva preso il comando delle operazioni, arrivò sulla scena del disastro la mattina dopo.
Quella comunicata all'Aeronautica fu una inesattezza, o forse peggio. Con un tale livello di caos, con indagini giocate in casa e al ribasso, tese a dare la colpa a un uomo solo, il comandante della Moby Prince Ugo Chessa, che tanto non poteva più parlare, una volta caduto il velo delle menzogne sono fiorite tesi di ogni genere. Già la sera del 12 aprile 1991 si sapeva che nel locale eliche di prua, proprio sotto il garage, era avvenuta una esplosione.
L'analisi dei reperti - Ancora oggi non c'è sicurezza sul fatto che fosse dovuta a una miscela di gas frutto dell'urto tra le due navi, e non già il risultato di un esplosivo ad alto potenziale, come sostenne una discussa perizia degli esperti della procura, che nel 1992 salirono sul relitto. Il consulente della Commissione Paride Minervini scrive che "al fine di fugare i molti dubbi", sarebbe necessaria una analisi dei reperti ritrovati in tribunale, "per la ricerca delle tracce di esplosivi alla luce delle nuove tecnologie". Cosa fare, lo deciderà, il procuratore di Livorno.
La nuova indagine - C'è una nuova indagine per strage, a carico di ignoti. Ci sarà anche una nuova commissione di inchiesta, proposta da Pd, M5S e Lega, per far luce sulle cause della collisione, sul mancato coordinamento dei soccorsi. E su come sia stato possibile questa nebbia durata 30 anni. C'è da capirlo, Angelo Chessa, figlio del comandante, che ha dedicato la vita a ridare l'onore a suo padre ricostruendo quel che era davvero successo quella notte.
"Ho dato tutto, e rifarei tutto. Ci è capitato di essere trattati in modo vergognoso nelle aule di tribunale, di venire liquidati con una alzata di spalle. Ma ne è valsa la pena. Perché infine tutti hanno capito. Abbiamo una verità storica. Adesso sarebbe bello avere anche una verità giudiziaria".
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