di Viviana Lanza
Il Riformista, 3 gennaio 2021
Sulle spalle ha una condanna a sette anni di reclusione per il reato di estorsione. Ma ha anche il fatto di aver scontato la condanna quasi interamente agli arresti domiciliari, essendosi dissociato e non avendo mai violato le prescrizioni imposte dalla misura alternativa. Ora la sua storia è finita al centro di una denuncia presentata alla Procura di Napoli.
L'ha scritta di suo pugno Giuseppe Loffredo, 56 anni, napoletano e da sette mesi recluso nel carcere di Secondigliano e con ancora sette mesi da espiare per chiudere il proprio conto con la giustizia. Si ritiene vittima della burocrazia giudiziaria che gli impedisce, solo perché la condanna è divenuta definitiva e c'è di mezzo un reato ostativo, di poter terminare di espiare la pena agli arresti domiciliari e vittima di quella burocrazia che impone una serie di passaggi, spesso lunghi e talvolta farraginosi, per avere in carcere i farmaci che gli servono per resistere a una grave forma di tumore del sangue che lo ha già costretto su una sedia a rotelle.
"Temo per la salute di mio padre - racconta la figlia Sabrina - È entrato in carcere con le proprie gambe, ora è su una sedia a rotelle. Purtroppo la sua è una malattia da cui non si guarisce e in carcere vedo che sta peggiorando. Non chiedo che venga scarcerato, ma che almeno possa avere di nuovo gli arresti domiciliari".
Ad accrescere le preoccupazioni dei familiari di Loffredo c'è anche la denuncia che lo stesso detenuto ha scritto alla Procura di Napoli il 17 dicembre scorso: "Sono malato di mieloma multiplo e ho bisogno di un farmaco che mi deve essere somministrato quotidianamente senza interrompere la somministrazione, cosa che invece è capitata più volte come si evince dalla cartella clinica", ha scritto il detenuto nella denuncia in cui ha segnalato uno stop alla terapia causato da un ritardo dell'arrivo del farmaco nel carcere di Secondigliano in cui è detenuto. "Ciò non tutela il mio diritto alla salute - ha aggiunto Loffredo - distruggendomi anche psicologicamente in quanto ho paura che, senza la chemioterapia di mantenimento, questo male incurabile mi possa sopraffare in breve tempo".
In questi mesi i giudici della Sorveglianza hanno sempre respinto le istanze presentate dagli avvocati di Loffredo, negando il differimento dell'esecuzione della pena sulla base del fatto che in carcere il detenuto poteva ricevere il farmaco per la chemioterapia. Gli avvocati Domenico Dello Iacono e Angelo Ferraro avevano sottoposto ai giudici le difficili condizioni del detenuto dovute anche alla pandemia, evidenziando come, per un soggetto rinchiuso in carcere, la necessità di evitare luoghi affollati, prescritta dai medici, sia impossibile da ottenere, ed evidenziando anche la "sofferenza aggiuntiva" vissuta da Loffredo per la condizione di autoisolamento cui è costretto per proteggersi dal Covid, considerato che a Secondigliano ci sono stati e ci sono detenuti positivi.
Del caso di Loffredo si è occupato anche il garante regionale Samuele Ciambriello evidenziando due aspetti sollevati da questa storia: uno riguarda il tema dei reati ostativi, l'altro le lungaggini burocratiche che indicono sulla tutela di diritti fondamentali come quello alla salute. "Chi ha sbagliato paghi la sua pena, ma non a prezzo della vita - commenta Ciambriello - Chi è detenuto ha diritto alla tutela della propria vita anche se il reato è ostativo. Perché questa del reato ostativo è una clausola ipocrita, ingiusta e costituzionalmente illegittima".
di Mary Liguori
Il Mattino, 3 gennaio 2021
Due infarti in sette mesi, due istanze di scarcerazioni respinte. Nel mezzo, la rivolta in carcere soffocata, secondo la Procura di Santa Maria Capua Vetere, con i manganelli. Poi un nuovo attacco di cuore, l'arrivo del 118, la morte e la chiamata ai familiari, la mattina dopo.
È deceduto nonostante i vari tentativi di rianimazione Renato Russo, 54 anni, di Arzano, detenuto a Santa Maria Capua Vetere con ancora cinque anni da scontare per due rapine messe a segno nell'Aversano nel 2019 con la tecnica del "lancio del bullone". È morto intorno all'una di notte di Capodanno nell'infermeria dell'Uccella. Alle sette del mattino, la sua compagna è stata avvisata del decesso e messa al corrente che la salma è sotto sequestro per gli accertamenti disposti dall'autorità giudiziaria.
Secondo quanto si è finora appreso, Russo, arrestato dai carabinieri di Aversa nell'ottobre del 2019 insieme a un coetaneo con l'accusa di avere rapinato due automobilisti dopo aver lanciato dei bulloni contro le loro macchine, sette mesi fa è stato colpito dal primo infarto. Dopo l'attacco, fu ricoverato per dieci giorni all'ospedale di Sessa Aurunca, dimesso e riaccompagnato in carcere. A luglio, Russo ha avuto un secondo arresto cardiaco; operato all'ospedale di Caserta, dimesso una settimana dopo e, ancora, ricondotto in carcere.
Il tutto con la pandemia in corso, pertanto il suo avvocato, adducendo la patologia cardiaca e il pericolo di vita, ha chiesto per due volte al magistrato di concedergli i domiciliari ma, evidentemente, rientrando il reato per il quale era sopraggiunta la condanna - la rapina - nella fattispecie ostativa, il giudice non ha ritenuto di accordare il beneficio.
Il 30 dicembre, Russo ha quindi avuto l'ultimo contatto con la famiglia. Una videochiamata in cui, a detta dei familiari, tossiva. La notte seguente, intorno all'una, ha avuto un attacco cardiaco fatale. Inutili i tentativi di rianimazione del 118: il 54enne è arrivato in ospedale a Caserta che era già cadavere. La salma è sotto sequestro.
Russo sarebbe tra quei detenuti che la Procura ritiene vittime della rappresaglia punitiva del 6 aprile scorso. Quella notte, sostengono i pm diretti dal procuratore Maria Antonietta Troncone, 66 agenti di polizia penitenziaria entrarono nelle celle e picchiarono selvaggiamente i detenuti che, il giorno prima, avevano inscenato una violenta rivolta tesa a ottenere benefici e scarcerazioni in relazione alla pandemia in corso. La Procura accusa gli agenti del reato di tortura.
"Renato ha sbagliato e stava scontando la sua pena, ma ha pagato con la vita - dice il fratello del 54enne, Mauro - la mattina del 30 dicembre ha videochiamato la compagna e tossiva.
Lei gli ha detto di farsi portare in ospedale, ma lui ha risposto che per due volte gli avevano già negato i soccorsi. Due mattine dopo, ci hanno avvisati che era morto. Per due volte, aveva presentato istanza di scarcerazione, ma il magistrato ha negato i domiciliari. La seconda volta è accaduto dopo la rivolta in carcere, in seguito alla quale mio fratello e altri detenuti sono stati barbaramente picchiati dagli agenti.
Il giorno dopo, Renato era pieno di lividi, gli agenti non si sono fatti scrupoli ad alzare le mani su un cardiopatico e per due volte i giudici gli hanno negato la possibilità di scontare la sua pena a casa e poter ricevere le cure adeguate. Tutto ciò è ingiusto e incivile". Il Garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello, chiede "giustizia e verità. Per due volte - ha detto - il magistrato competente, pur essendo Russo cardiopatico, gli ha rifiutato i domiciliari.
Non si può morire in carcere e di carcere. Chi ha sbagliato deve pagare, ma non a prezzo della vita. La giustizia è in agonia. Quando la politica riprenderà in mano i suoi poteri e i suoi doveri? Adesso è cinica e pavida. L'"ostatività" di un reato è una interpretazione ipocrita e incostituzionale, se riconosci che un detenuto è malato il motivo per il quale è in carcere non può prescindere il diritto alla salute".
Il segretario della giunta esecutiva dell'Anm di Napoli e magistrato di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere, Marco Puglia, replica alle affermazioni del garante. "Al di là della assoluta drammaticità della vicenda, per la quale non può che esserci dolore, ritengo che non sia corretto gettare un'ombra sulla magistratura. Le dichiarazioni del garante sono prive di capacità di analisi di una vicenda delicata avvenuta in un momento delicato: questo non perché la magistratura sia esente da errori, ma perché l'operato dei giudici, che ogni giorno si assumono la responsabilità della salute dei detenuti, non può essere messo in dubbio senza approfondimenti".
"L'ultimo provvedimento che riguarda Russo - continua Puglia - risale al 28 giugno del 2020 e il rigetto disposto dalla Sorveglianza tiene conto della vicenda al momento dell'istanza: è irrealistico sostenere che la morte poteva essere evitata con la scarcerazione. Sarebbe opportuno che chi riveste ruoli di un certo tipo non rilasciasse dichiarazioni se non dopo approfondimenti di natura sanitaria e processuale". "Va detto - ha concluso Puglia - che l'istanza potrebbe essere stata respinta per inammissibilità in quanto la condanna non era ancora definitiva". Il 20 gennaio ci sarebbe stata la prima udienza in corte d'Appello.
genovatoday.it, 3 gennaio 2021
Si tratta del primo detenuto deceduto in Liguria nel 2021. L'uomo, arrestato per spaccio di droga, si è tolto la vita durante la notte fra venerdì 1 e sabato 2 gennaio 2021.
Poco dopo la bella notizia che le carceri liguri sono arrivati a contagi zero, nella giornata di sabato 2 gennaio 2021 la segreteria del sindacato Osapp è venuta a conoscenza di un suicidio nella notte. Si tratta del primo detenuto deceduto in Liguria nel 2021.
ilgerme.it, 3 gennaio 2021
Dovrebbero lasciare il carcere lunedì prossimo gli agenti del Gom venuti in soccorso in via Lamaccio per fronteggiare l'emergenza epidemiologica dietro le sbarre scoppiata qualche settimana fa e che ha coinvolto circa 90 detenuti e diversi caschi blu.
Lo annuncia con molta preoccupazione, chiedendo un ripensamento, la Uil penitenziari che spiega come "seppur nel frattempo migliorata, la situazione presso il penitenziario - scrive Mauro Nardella - resta tutt'ora in preda all'emergenza visto che diversi sono ancora sia i detenuti che gli agenti positivi al tampone".
E ancora "che il contributo del Gom sia stato, e tutt'ora lo è, determinante ai fini della prevenzione del totale collasso della struttura è sotto gli occhi di tutti - si legge in una nota. Pensare, quindi, ad una sua venuta meno, in un momento come quello attuale, sarebbe una disdetta per un sistema come quello del carcere peligno alle prese ancora con gravi problemi".
A seguito dell'accensione di un focolaio in via Lamaccio, il carcere è stato, dopo un primo periodo di forte incertezza, attenzionato dal ministero che oltre a mandare rinforzi tra gli agenti, ha proceduto a trasferire una parte dei detenuti per liberare celle e permettere l'isolamento dei positivi. I disagi più grandi sono venuti però dalla gestione dei ricoveri che hanno richiesto uno sforzo nella sorveglianza maggiore e rischioso, anche per l'assenza, specie all'inizio, di reparti dedicati per la cura dei detenuti Covid.
Il Gazzettino, 3 gennaio 2021
All'interno del carcere di Santa Maria Maggiore la situazione è sempre piuttosto tesa a seguito dell'emergenza conseguente alla pandemia Covid-19: il numero dei contagiati accertati all'interno della struttura è salito ad una cinquantina, tra cui anche 5 agenti di polizia penitenziaria.
Per evitare che il virus si possa propagare ulteriormente, la direzione della casa di reclusione ha realizzato tre reparti Covid per cercare di garantire il massimo isolamento, e ha dotato il personale dei presidi necessari ad operare in sicurezza.
Ovviamente non manca la preoccupazione, sia da parte degli agenti che dei detenuti, i quali temono di poter essere contagiati e di potersi ammalare seriamente. Nella serata tra il 30 e il 31 gennaio si è svolta una protesta pacifica, nel corso della quale i detenuti hanno sbattuto le suppellettili contro le sbarre delle celle per richiamare l'attenzione e sollecitare l'adozione di tutte le iniziative necessarie per garantire la sicurezza sanitaria all'interno di Santa Maria Maggiore.
Il Resto del Carlino, 3 gennaio 2021
L'accusa di cinque detenuti: "Una volta portato ad Ascoli il nostro compagno di cella non fu assistito a dovere". "Emetteva versi lancinanti: è stato chiesto più volte l'intervento di un medico ma non è stato fatto nulla. Quella mattina la risposta è stata: 'Fatelo morire'. Verso le 10, 10.20 dopo diversi solleciti furono avvisati gli agenti che Salvatore era nel letto, freddo. Piscitelli era morto. Eppure hanno scritto che è deceduto in ospedale".
È un esposto da brividi quello firmato e depositato in procura da cinque detenuti presenti alla violenta rivolta dello scorso 8 marzo nel carcere Sant'Anna. Un esposto volto a far luce sul decesso dei detenuti, avvenuto in alcuni casi in carcere e per altri quattro durante il trasferimento in altri penitenziari.
Al centro della denuncia dei detenuti, in particolare, la morte di Salvatore Piscitelli (avvenuta dopo il trasferimento nel carcere di Ascoli), 40 anni che, secondo gli amici carcerati avrebbe perso la vita nell'indifferenza di molti; commissari e agenti di Ascoli 'sordi' dinanzi alle richieste di aiuto durate quasi un giorno. I cinque detenuti sono stati sentiti pochi giorni prima di Natale in procura a Modena come persone informate sui fatti ma, come spiega il procuratore Giuseppe di Giorgio, ci sono ancora diversi elementi da approfondire.
"Al momento il fascicolo è aperto per omicidio colposo - spiega Di Giorgio - per ogni detenuto morto è stato aperto un fascicolo; in alcuni casi il reato ipotizzato è morte come conseguenza di altro reato. Al momento è tutto abbastanza fumoso: non ci pronunciamo ma rispetto a quanto è stato scritto negli esposti ed espresso verbalmente davanti ai pm si faranno i necessari approfondimenti". Unico punto fermo per la procura l'esito dell'esame autoptico effettuato sul corpo di Piscitelli che, come per gli altri decessi, 'parlerebbe' di morte conseguente ad un'overdose. Overdose dovuta a quell'ingestione massiccia di metadone dopo che i detenuti, nel corso della rivolta, saccheggiarono la farmacia del Sant'Anna.
Nell'esposto si fa riferimento a presunti pestaggi avvenuti al Sant'Anna: "Il detenuto, già brutalmente picchiato alla casa circondariale di Modena, durante la traduzione arrivò ad Ascoli in evidente stato di alterazione da farmaci tanto da non riuscire a camminare... Tutti ci chiedevamo come mai non fosse stato disposto l'immediato ricovero".
La Stampa, 3 gennaio 2021
Il Consigliere comunale di Forza Italia Eraldo Ciangherotti rilancia la proposta che sia ad Albenga la nuova sede del carcere in provincia di Savona. Lo afferma dopo l'intervento del referente regionale dei detenuti in Piemonte, il fossanese Bruno Mellano che ha bocciato l'ipotesi di realizzare una nuova casa circondariale a Cengio.
"Sbagliano i sindaci degli enti locali di Piemonte e Liguria di collocare un nuovo carcere nell'area dell'ex Acna a Cengio, in Liguria - ha sottolineato Mellano - Giusto pensare al riutilizzo dell'area industriale dismessa. Si tratta però un luogo isolato che non garantisce un reinserimento sociale e pena dignitosa a contatto con le famiglie e i servizi. Al massimo si può valutare l'utilizzo dell'imponente complesso della Scuola di polizia penitenziaria di Cairo-Montenotte dove si sta già sperimentando il lavoro all'esterno per alcuni detenuti di Fossano".
Eraldo Ciangherotti rilancia così la sua proposta: "La Valbormida è una zona decentrata rispetto al resto della provincia e in particolare per il Ponente. Meglio aprire una riflessione sull'opportunità di realizzare un penitenziario ad Albenga. Le aree idonee potrebbero essere quelle all'uscita del casello autostradale di Albenga nei pressi dell'Ortofrutticola o ristrutturando l'ex polveriera sulla strada per Campochiesa.
Sia in un caso che nell'altro sarebbero zone facilmente raggiungibili dai mezzi della polizia penitenziaria e delle forze dell'ordine per il trasferimento da e per il carcere. Non sono luoghi isolati e offrirebbero vantaggi certi per il personale della polizia penitenziaria e per le famiglie dei detenuti. Anche loro, come le forze dell'ordine, avrebbero possibilità migliori per raggiungere il carcere vicino all'autostrada e tra l'altro non lontano da un ospedale.
La nostra provincia ha bisogno di un nuovo penitenziario in tempi rapidi e penso che nella nostra città si possa realizzare una struttura accogliente per il personale carcerario e per le loro famiglie (che avranno la possibilità di vivere in una località dotata di tutti servizi), ma appunto anche per gli stessi detenuti e i loro parenti in visita e per tutte le persone addette ai lavori.
La presenza sul territorio di un'importante struttura offrirebbe un'opportunità di lavoro a commercianti ed artigiani. Occasioni uniche come lo sono state per decenni le caserme la cui chiusura ha, invece, impoverito il territorio, come ben ricordano i più anziani. Un istituto ad Albenga, inoltre, oltre a minori costi di gestione per le casse dello Stato, garantirebbe una maggiore sicurezza per la stessa cittadina con più forze dell'ordine sul territorio. Per questo motivo invito alla riflessione non solo l'onorevole Franco Vazio, ma tutti i parlamentari della Liguria e in particolare del Ponente Ligure affinché valutino l'opportunità di realizzare un penitenziario nella nostra città".
di Federico Berni
Corriere della Sera, 3 gennaio 2021
La grande moda per il reinserimento dei i detenuti in società. Mondi più vicini, oggi, grazie all'impegno di un colosso del lusso come Gucci e di una realtà come Sesta Opera San Fedele, un'associazione che si occupa di "volontariato penitenziario" nelle carceri di San Vittore, Bollate, Opera e, per i minori, il Beccaria.
La didattica a distanza ha fatto il resto, rendendo possibile per tutto il 2020 - e con una nuova sessione in vista per l'anno appena cominciato - un corso di informatica aperto a chi sta scontando la pena attraverso le cosiddette misure alternative (ad esempio arresti domiciliari, semilibertà, permessi lavorativi).
A tenerlo sono dei professionisti di Gucci, nella cui politica aziendale rientra anche l'impegno in progetti di volontariato. Uno di questi va incontro ai programmi di Sesta opera. Si parte dai primi rudimenti informatici, con l'obiettivo di arrivare ad avere dimestichezza con i programmi più diffusi nella vita comune.
Con un unico scopo: "Dare ai detenuti strumenti utili per affrontare l'attuale società", come spiega Guido Chiaretta, presidente di Sesta opera. E quindi "creare un ponte tra il dentro e il fuori, aiutando le persone con percorsi personalizzati di reinserimento sociale". Fare attività formative ed educative con professionisti esterni volontari, rappresenta "una parte di questa strategia, che cerca di dare alle persone che scontano la pena i mezzi necessari a tornare alla vita fuori dal carcere", perché "l'inclusione passa dal saperci responsabili delle fragilità degli altri".
"Altre persone sono in lista d'attesa per aderire al programma (attualmente ne fruiscono cinque assistiti), ma, fanno sapere dall'associazione di piazza San Fedele, servirebbero "altri computer per allargare la platea".
L'esempio della Onlus milanese arriva a pochi giorni dalla pubblicazione del rapporto carceri della Caritas ambrosiana, che ha restituito una fotografia allarmante dei tre principali istituti penitenziari della città, sempre più chiusi al mondo esterno per l'emergenza Covid.
Il documento lamenta lo stop completo a qualsiasi attività didattica, culturale, ricreativa e di sostegno psicologico. E tra le misure richieste, c'è proprio un maggior ricorso agli interventi di "accoglienza abitativa promossi e finanziati dalla Cassa delle ammende", che consentirebbero ai detenuti che ne hanno diritto di scontare la pena all'esterno del carcere.
La Nazione, 3 gennaio 2021
Giornata di inaugurazioni lo scorso 15 dicembre per il carcere di Pistoia che si è dotato di un nuovo spazio per il personale e una nuova sala polivalente per i detenuti. Entrambi progetti fortemente voluti dalla direttrice della casa circondariale pistoiese Loredana Stefanelli: "Fin dall'inizio del mio incarico ho voluto assicurare la realizzazione di molte iniziative che garantissero il benessere del personale, tra queste, uno spazio creato per sospendere anche per pochi minuti, un'attività difficile e delicata come quella del poliziotto penitenziario oltre che di tutto il personale che si occupa delle funzioni centrali".
Lo spazio dedicato ai dipendenti è stato dunque riaperto dopo esser stato chiuso per più di quindici anni. Un angolo grazioso, arredato con sedie, tavolini e piante ornamentali dove poter leggere un buon libro preso in prestito dalla biblioteca appositamente allestita. Un contributo per favorire la lettura e la cultura anche in locali non dedicati, commenta la direttrice Stefanelli. Presto sarà inoltre allestita una zona-comfort nel medesimo spazio, tramite un soppalco dove potrà sostare il personale che alloggia in caserma.
I detenuti invece hanno lavorato per rendere di nuovo agibile la sala polivalente del carcere. La sala, abbandonata da tempo, non disponeva di servizi igienici, aveva un pavimento logorato e non più adeguato, il soffitto non più a norma. "Due anni fa è dunque nata l'idea di rendere di nuovo l'ambiente conforme e fruibile da parte dei detenuti, perciò, dopo il progetto approvato da Cassa Ammende e grazie all'aiuto fondamentale del funzionario Giovanni Mosca del carcere di Prato, sono partiti i lavori dei detenuti per recuperare l'area", spiega la direttrice del carcere pistoiese.
Un progetto che ha portato soddisfazione a tutti i soggetti coinvolti, in particolare ai detenuti che grazie al loro operato potranno beneficiare di un nuovo spazio-palestra e di uno spazio in cui poter svolgere iniziative con la comunità esterna, tassello importante dell'attività carceraria che persegue l'obiettivo di non isolare le strutture penitenziarie dal resto del territorio. Due importanti novità per il carcere pistoiese per le quali la direttrice Stefanelli ringrazia il funzionario Giovanni Mosca, il provveditore Carmelo Cantone e la dirigente ufficio detenuti e trattamento Angela Venezia che ha partecipato all'inaugurazione delle sale.
di Enrico Deaglio
Il Domani, 3 gennaio 2021
Il fondatore di San Patrignano ha saputo supplire alle mancanze dello stato smarrito davanti al disastro della droga. Ma è stato un uomo con i suoi modi spesso troppo sbrigativi, i processi, le sue ombre e i cliché tipici di tutti i guru. Raccontare la sua vita significa raccontare la saga di una persona sola che si illude, brevemente, di poter sfuggire al Fato.
Non credo siano molti, in Italia, quelli che oggi si ricordano di Vincenzo Muccioli. No, non Mucciòli. Mùccioli, con l'accento sdrucciolo. I più sono in quella fascia d'età che oggi si definisce a rischio Covid; a tutti gli altri il nome evoca solo lontani ricordi, che si addensano un po' se a quel cognome si aggiunge il nome di "San Patrignano", che era il vescovo cattolico di Fano, perseguitato dall'imperatore Diocleziano.
Così si chiamarono, fin dall'antichità, decine di piccole o piccolissime località del centro Italia. Insomma, per darvi un aiutino: Vincenzo Muccioli (1934-1995) è stato il fondatore della "comunità di San Patrignano", vicino a Rimini, che divenne il più grande centro d'Europa per il "recupero dei tossicodipendenti". Fu un personaggio "molto discusso", ma forsennatamente amato dall'opinione pubblica, che l'avrebbe voluto ministro, presidente, santo subito.
La sua agonia e la sua morte provocarono una grande emozione mediatica, un vero e proprio monopolio del dolore, da cui si divincolò solo il titolo irridente del Charlie Hebdo di allora, il settimanale satirico Cuore: L'inferno aspetta Vincenzo Muccioli, per fortuna loro senza conseguenze. Poi, come tante altre cose, Muccioli venne, e anche abbastanza velocemente, dimenticato. Se ne riparla ora perché Netflix ha messo in onda un documentario davvero notevole, SanPa: luci e tenebre di San Patrignano, che in cinque puntate ripercorre l'altrettanto notevole storia della "comunità" e del suo guru.
Grandi apprezzamenti per il lavoro fatto, per la documentazione (molta mai vista prima, e decisamente conturbante per la gelida violenza che comunica), per lo "spirito del tempo", per l'equilibrio, le interviste, schiette a numerosi protagonisti della vicenda, il coraggio e la serenità di spirito della ricostruzione di un momento della nostra storia recente, che sembra nello stesso tempo così lontano e irripetibile, quanto moderno e attuale. Non è un giallo, non è solo una ricostruzione storica: la serie di Netflix è piuttosto una saga dell'uomo solo, che si illude solo brevemente di poter sfuggire al Fato: un vecchio tema, un classico.
Per questo le puntate hanno i titoli da grande tragedia: Nascita, Crescita, Fama, Declino e Caduta. Per questo il volto del protagonista impercettibilmente cambia, prevede, intuisce quale sarà la sua fine. Come tutte le tragedie, ci sono dei prodromi, delle condizioni esterne che la provocano. Nel nostro caso la storia fu uno degli eventi più disastrosi avvenuti nel nostro paese, ovvero la improvvisa, programmata, immissione sul mercato di un'enorme quantità di eroina.
La grande operazione di mercato cominciò alla fine degli anni Settanta, che erano stati tumultuosi, moderni e ricchi di partecipazione giovanile. Nel corso di quel decennio, progressivamente, le speranze di cambiamento e l'ottimismo avevano lasciato il posto a un panorama fosco fatto di repressione e contestazioni violente, uso delle armi da fuoco ed erano culminate con il rapimento e l'omicidio di Aldo Moro. A questo trauma collettivo seguì una fase, che i sociologhi chiamarono del "riflusso". "Moro e La febbre del sabato sera - diceva l'ottimo professor Giorgio Galli - ballarono insieme".
Nelle pause, avvenne la grande invasione della droga. E fu davvero un'epidemia, ma a differenza di quella attuale, le cui origini sono nel rapporto andato a male tra uomo e natura, quella fu davvero la più vile e infame operazione del capitalismo italiano; addirittura, secondo alcune teorie fu un piano preordinato della Cia per punire una gioventù ribelle. Hashish, marijuana vennero ritirati dal mercato e sostituiti da eroina, che costava poco, poteva permettersi una rete di distribuzione capillare ed era prodotta in loco; la Sicilia disponeva allora di decine di raffinerie funzionanti, note a tutti tranne che a polizia e governi.
Il risultato fu presto detto: Cosa Nostra si prese il più grande cash flow che la storia ricordi. Se un tossico spende 50.000 lire a settimana, e se i tossici sono - diciamo - una platea di mezzo milione e se la cosa dura molti anni, potete anche voi fare i conti, anche se non siete laureati alla Bocconi. Significa che Cosa Nostra ha in mano la liquidità del paese, che Palermo comanda su Milano, che può comprarsi industrie e banche, giudici e poliziotti, senza contare la politica, che è poi quella che costa meno: in quegli anni cambiò il futuro economico italiano e "riciclaggio", invece di "produzione", divenne la parola di tendenza.
Un guaio però si verificò, l'imprevisto del "costo sociale". L'eroina in Italia dilagò in quella parte di società dolce, ma anche feroce, che si chiama "la classe media", distruggendo stili di vita e famiglie, mescolando l'inferno dei poveri con il quieto vivere dei ricchi. C'erano le stazioni trasformate in "piazze di spaccio", le farmacie notturne con le lunghe file, la microcriminalità, gli zombie, i cucchiaini forati nei bar, il parco Lambro, il Colle Oppio, Ostia, Ercolano, le scritte agli svincoli delle autostrade "dio c'è", la centrale di spaccio di Fasano nelle Puglie, la disco che sostituì il rock, l'accattonaggio, lo sbattimento, la spada, la mistica del buco, i ragazzi che rubavano in casa le suppellettili di famiglia e se le vendevano per una dose, le ragazze che si prostituivano, sempre per una dose.
Se quell'epoca potesse condensarsi in una sola immagine, questa sarebbe una fotografia in bianco e nero, scattata in una fredda giornata d'inverno a Milano. Si vede un ragazzo irrigidito su una panchina di un parco pubblico nel quartiere Bovisa; ha dei jeans bianchi, un giaccone, la testa rovesciata all'indietro. È morto. Davanti a lui un prete, un prete vero, con la tonaca, gli impartisce la benedizione. Era uno dei tanti morti di overdose da eroina - nel 1990 furono 1.190 (ufficiali, ma era molto, molto per difetto).
Si chiamava Dario R., aveva sedici anni, l'anno era il 1979. Nessuno capì, o volle capire, da dove veniva il disastro; si capì invece subito che di epidemia si trattava e che bisognava trovare un riparo. Lo stato, inteso come ministero della Salute, governo, scienziati venne preso alla sprovvista e non sapeva decidersi. L'Italia aveva bisogno di lui I ragazzi che morivano erano vittime o colpevoli? Le droghe erano tutte uguali? Il disastro era provocato dal tilt delle endorfine o piuttosto dal materialismo, dal sessantotto, dalla dissoluzione delle famiglie, dalle controculture giovanili? Di sicuro bisognava cambiare le leggi, troppo permissive.
E, per curare, l'unica soluzione che venne trovata fu quella di somministrare, in pubblici ambulatori, il metadone, un oppiaceo simile all'eroina, ma che dava meno assuefazione e di cui si poteva, nel tempo, diminuire il dosaggio. Era comunque qualcosa e aveva una base scientifica, anche se vedere quelle file di ragazzi che aspettavano il bicchierino di plastica con la dose, o se la scambiavano o se la vendevano, trasformava il paesaggio delle città in una distopia del socialismo reale o un normale pomeriggio di Blade Runner. E così nacquero le "comunità".
In genere erano posti gestiti da religiosi, fattorie in campagna, basate sul fatto che se si tenevano i ragazzi fuori dalle tentazioni metropolitane, all'aria aperta non avrebbero avuto tentazioni. Alcune erano grandi, quelle di don Mazzi, di don Gelmini, di don Picchi, ma ce n'erano decine e decine di altre che nascevano con una cascina, un prete, un medico a firmare le ricette e l'inevitabile richiesta di finanziamento dalla regione. E poi ci fu Vincenzo Muccioli. Un omone romagnolo alto un metro e 90 con 130 chili di peso, drop out dall'università, a capo di un "cenacolo" che si diletta di parapsicologia.
Lui ha poteri carismatici, impone le mani, è dotato di un "raggio cristico" (ha anche le stigmate nelle due mani, e se le è procurate lui con un trincetto, come fece a suo tempo Padre Pio) ed esercita su una collina di Coriano, in una decina di ettari detti "la vigna del Signore" che la famiglia della moglie gli ha messo a disposizione e dove alleva cani di razza. Incomincia ad "accogliere" ragazzi tossicodipendenti nel 1978, fonda la "comunità di San Patrignano", la sua fama esce dal circondario. E la fama è che "con Muccioli se ne viene fuori".
I suoi metodi sono spicci, lui stesso non esita a farli sapere. Dice che i ragazzi che arrivano sono come piante morte e che spetta a lui farli risorgere. Devono obbedirgli, però, in tutto. Niente fumo, niente sesso, niente alcool. Se cercano di fuggire saranno riacciuffati, tutto quello che scrivono a casa viene letto, se sbagliano saranno "puniti", "isolati", "legati".
La delazione è incoraggiata, e lui stesso, che vede tutto, passa in mensa a distribuire ceffoni. "Mi comporto come un padre di famiglia", dice lui. La disciplina è tutto. Sì, ma quanto dura? Quando si guarisce? Quando si potrà uscire nel mondo? Qui Muccioli è molto più vago. La "rigenerazione" è un processo lungo, dice il Fondatore, può durare anni, i fiori sbocciati sono deboli, e comunque deciderà lui, e solo lui. Fuori dai cancelli di San Patrignano, intanto, si formano file di auto: sono tossici che vogliono entrare, portati dai genitori. Dormono in macchina anche settimane. Muccioli li guarda e sceglie... alcuni cominciano a lamentarsi che i raccomandati passano prima. E lui, intanto, è diventato l'uomo più popolare d'Italia; o meglio, di mezza Italia.
Siccome il lettore avrà già capito che qui ci sono tutti gli elementi perché la storia finisca male, è bene fermarci sul momento di massimo splendore: siamo nel 1983 e dalla comunità arrivano voci strane, "ragazzi incatenati", per cui i carabinieri vanno a vedere. E ne restano scioccati. Nella serie televisiva, il giornalista Luciano Nigro, che funge da voce narrante, mostra le fotografie che facevano parte, come prove di accusa, del fascicolo processuale.
A distanza di quarant'anni, comunicano ancora turbamento: ragazzi incatenati alle caviglie e abbandonati in piccionaie, magazzini, tinozze, depositi di animali morti; sporchi, smagriti, con segni di ferite, gli occhi chiusi o spalancati, non più abituati alla luce: sono foto che vengono da un lager, c'è poco da fare. Come potè Muccioli sopravvivere a delle fotografie simili?
I manicomi in Italia vennero chiusi quando i giornali pubblicarono foto e video di che cosa erano quelle "istituzioni totali"; Hitchcock, chiamato a esaminare i video di Dachau liberata dagli americani, si raccomandò: "Non montatele, lasciatele grezze, altrimenti diranno che sono false". Addirittura l'America perse la guerra in Iraq quando venne mostrato al mondo che cosa succedeva nella prigione di Abu Ghraib.
Ho chiesto a Nigro la storia di quelle foto. "In realtà, io le pubblicai, su un piccolo settimanale di area Pci che si stampava a Rimini, si chiamava Settepiù. Erano pubbliche, qualsiasi giornale avrebbe potuto averle o chiedermele, ma nessuno lo fece. Non il Corriere, nemmeno Repubblica; il Giornale di Montanelli, figuriamoci: era lanciato in una campagna forsennata per Muccioli! Rimasi molto colpito da questa mancanza di coraggio. Eppure, avrebbero cambiato la storia di San Patrignano, quando si era ancora in tempo".
Dunque, c'è un processo, a Rimini, e Muccioli è alla sbarra, ma il pubblico, in particolare genitori di ospiti della comunità urla "vergogna!" quando sarà condannato a un anno e otto mesi. Ricorda Nigro, "in realtà vinse Muccioli", perché la sua condotta (una cosa che noi, adesso, potremmo definire maltrattamenti, tortura, riduzione in schiavitù, abuso di potere, de-umanizzazione, esercizio di sadismo, a seconda di come ci sentiamo) venne accettata dai suoi sponsor e sostenitori, come "necessaria" e "dettata dall'amore".
Ed era un bello spaccato della società italiana. C'era Red Ronnie, il popolarissimo dj, che si proclamava "soldato di Muccioli", Paolo Villaggio, con un figlio tossico che a "San- Pa" aveva "finalmente trovato un padre", Indro Montanelli per cui Muccioli era un eroe, come lo era stato per lui ragazzo Mussolini, Mike Bongiorno che lo dichiarò "amato dal 92 per cento degli italiani", i conduttori e opinionisti televisivi, da Giovanni Minoli ad Arrigo Levi, Maurizio Costanzo, Guglielmo Zucconi, che se lo contendevano, il segretario della Uil Giorgio Benvenuto che andò a "SanPa" a celebrare il primo maggio, mezzo Partito socialista, mezza Democrazia cristiana e soprattutto i coniugi Gian Marco e Letizia Brichetto Moratti, della grande famiglia di petrolieri, in vetta alla Milano bene e dei suoi valori civici.
I Moratti non solo finanziavano San Patrignano ma vi passavano il tempo libero, a servire in mensa, a pulire i pavimenti, ad ascoltare affascinati i racconti di Vincenzo e a partecipare con lui alle decisioni importanti, per esempio quale pena dare ai ragazzi riottosi. Con quella condanna (peraltro ribaltata in appello l'anno dopo), Muccioli aveva vinto.
Era passato il principio che se per far del bene si deve far del male, lo si può fare; erano stati messi da parte i diritti dell'uomo, per sancire i diritti dell'"uomo forte". A quel tempo "SanPa" aveva 400 ospiti. Divennero presto duemila, i giudici di sorveglianza ci mandavano i detenuti tossici a scontare la pena, Muccioli era sommerso dai finanziamenti.
Si dimostrò un notevole imprenditore: 220 ettari di terreno su cui avviare un'agricoltura moderna, una scuderia di cavalli di razza considerata la più ricca d'Europa, laboratori di falegnameria, sartoria, restauro. È scoppiata intanto anche in Italia, un'altra epidemia: l'Aids. Si scopre che più di un terzo degli ospiti di "SanPa" sono sieropositivi, Muccioli "li prende in carica", fonda un ospedale privato. "SanPa" divenne anche un centro convegni sulla droga e su come combatterla; la nuova legge, che prenderà il nome di Jervolino-Vassalli fu scritta sotto sua dettatura (e fu un disastro perché riempì le carceri di ragazzi arrestati per aver fumato uno spinello), Bettino Craxi sposò le proposte repressive di Muccioli e si lanciò in una campagna contro "la modica quantità non punibile", caldeggiata invece dai comunisti; la linea dura contro i drogati forgiò politici longevi come Giovanardi, La Russa, Gasparri, Buttiglione (che vedremo in azione, con l'aggiunta di Salvini, vent'anni dopo, a proposito della morte di Stefano Cucchi).
Letizia Moratti vide la sua carriera politica avanzare vertiginosamente: presidente della Rai, ministro della Pubblica istruzione, sindaco di Milano, sempre con San Patrignano in cima ai suoi pensieri. Muccioli non sfuggì al cliché di altri guru. Si costruì la solita grande villa con piscina, fenicotteri, etc.; trattò (in contanti, a suon di miliardi) cavalli di razza e si fece beccare al confine svizzero per esportazione di capitali, ornò il viale d'ingresso alla comunità di gabbioni con tigri, pantere nere, puma, leopardi che rappresentavano l'eroina messa in gabbia dall'unico che l'aveva domata: lui.
E poi, quello che tutti si aspettano: la caduta, a cui il documentario dà il ritmo e il fremito di un grande film di mafia americano. Siamo nel 1993, c'è una serie di strani suicidi in comunità - ragazzi che volevano fuggire - c'è un ragazzo, Roberto Maranzano, trovato morto, e orrendamente seviziato e avvolto in una coperta di San Patrignano, in una discarica a Terzigno, sotto Napoli, quasi mille km da San Patrignano. "Beh, capita", dicono a "San-Pa": era scappato, sarà stato ucciso in una lite tra pusher. E invece no: un ospite racconta che Maranzano è stato ucciso a San Patrignano, perché ribelle e chi lo ha ucciso è un uomo bestiale, minorato psichico, una specie di Luca Brasi per Vito Corleone.
Il delitto, efferato, è avvenuto nella porcilaia, tra quarti di bue, con modalità da cronaca di fatti corleonesi. Poi Muccioli ha ordinato di andarlo a scaricare a mille chilometri di distanza, dopo avergli fatto un'iniezione di eroina e stricnina e avergli sparato. La prova? In un nastro che ha registrato il suo braccio destro e autista. Si scopre che San Patrignano, come sono state altre comunità chiuse di questo genere, si fonda principalmente su una grande e feroce polizia interna e che i volti puliti dei "risorti" non sono tutto quello che c'è da vedere.
Il processo è lugubre, da fine impero. In attesa della sentenza finale Muccioli si ammala, di che cosa non si sa, il suo volto cambia. Muore a "SanPa", anno 1995, tra i suoi ragazzi e in diretta televisiva. Un Capo, un Santo, uno che ha fatto del Bene, un Vero Italiano. Sì, ma di che cosa è morto? Il documentario dà credito alla tesi che sia morto di Aids, contratto da uno degli ospiti della comunità (in cui, al momento della sua morte, un terzo degli ospiti era sieropositivo).
Viene dato anche credito alla teoria dell'omosessualità (repressa, nascosta dietro la facciata del buon bagnino romagnolo, dolorosa e anche aggressiva) del fondatore di "SanPa". Una proposta di erigere un monumento a Vincenzo Muccioli a Rimini venne bocciata dall'amministrazione comunale.
Epilogo. La storia racconta che l'epidemia da eroina cessò la sua fase acuta all'inizio degli anni Novanta, quando la cocaina divenne la droga della classe media. San Patrignano cominciò a svuotarsi. Il figlio di Muccioli, Andrea, la gestì con dubbi criteri e venne sostituito. I Moratti pagarono gli ingenti debiti. Oggi San Patrignano ospita mille persone che soffrono di dipendenza da alcool, cocaina ed eroina.
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