Il Fatto Quotidiano, 9 aprile 2021
L'Italia torna a chiedere alla Francia di assicurare alla giustizia gli ex Br condannati. Lo ha fatto la guardasigilli, Marta Cartabia, durante un incontro in video-conferenza con il suo omologo francese Eric Dupond-Moretti. La ministra ha ricordato "la massima attenzione e la pressante richiesta delle autorità italiane affinché gli autori degli attentati delle Brigate Rosse possano essere assicurati alla giustizia".
Al termine della riunione, Cartabia si è detta soddisfatta dello scambio di vedute con il collega francese. Lo sottolinea una nota del ministero della Giustizia. I due Ministri hanno fatto riferimento all'eccezionale cooperazione bilaterale italo-francese in materia penale, sostenuta dalle magistrate di collegamento a Parigi e Roma. E hanno accolto con favore i recenti progressi della legge italiana in materia di mandati d'arresto europei e i numerosi successi operativi resi possibili grazie alle squadre investigative comuni.
Il Guardasigilli francese ha espresso poi la sua gratitudine all'Italia per aver consegnato al suo Paese un immobile parigino confiscato all'ambito di un caso di mafia, a condizione che esso sia utilizzato a fini sociali. Questo immobile è stato messo a disposizione di un'associazione a tutela delle donne vittime di violenza. Una giovane donna vi abita dall'inizio di marzo.
Questa esperienza innovativa è stata attuata con successo all'inizio dell'anno e il sistema italiano di utilizzo a fini sociali dei beni sequestrati o confiscati ha ispirato una riforma legislativa adottata di recente in Francia. Di ciò si è continuato a dialogare nel pomeriggio nell'ambito di un seminario in videoconferenza che ha riunito esperti francesi e italiani responsabili di tali questioni.
di Ruggiero Capone
L'Opinione, 9 aprile 2021
L'idea di far passare uno scudo penale, per garantire grandi imprese, aziende e professioni,
serpeggia in Italia da almeno una ventina d'anni. E perché aziende, assicurazioni ed alti dirigenti
s'erano già scottati con condanne e risarcimenti a seguito delle cause per morti da amianto, e poi dopo la sentenza per la tragedia Thyssen Krupp.
Due grandi processi, sia quello Eternit (amianto) che Thyssen Krupp, che s'erano celebrati dinnanzi alla Corte di Assise di Torino, con condanne storiche sia sotto il profilo penale che civile. A cui seguirono (anche in forza delle sentenze della Cassazione) una miriade di processi e costituzioni di parte civile in tutta Italia per situazioni similari, per i tantissimi incidenti sul lavoro, come per malasanità, disastri ecologici (caso Ilva), crolli di viadotti e ponti autostradali, avvelenamenti, disastri ferroviari, straripamenti di fiumi ed invasi idroelettrici ed irrigui. Quanto era accaduto a Torino faceva ormai giurisprudenza, e tutte le grandi aziende con scheletri nell'armadio temevano di finire nelle indagini del pm Raffaele Guariniello.
"Ci vorrebbe uno scudo penale" borbottava un principe del foro, dimenticando che la Costituzione (macigno insormontabile) prevede all'articolo 3 che tutti i cittadini hanno pari dignità e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, razza, lingua, religioni, opinioni politiche, condizioni personali e sociali... l'articolo assume il principio di uguaglianza tra tutti i cittadini come diritto fondamentale.
E poi c'è l'obbligatorietà dell'azione penale, quindi un pubblico ministero di qualsivoglia procura potrebbe infischiarsene d'eventuali scudi penali, quindi procedere in barba ad una legge ordinaria (e con strampalati e fallaci decreti attuativi) sfornata da un Parlamento d'improvvisate macchiette filodrammatiche.
Furono i medici per primi ad agitarsi per ottenere uno scudo penale: la pretendono dai tempi in cui Alberto Sordi interpretava "Il medico della mutua", dagli anni Sessanta. Volevano lo scudo per proteggersi dai tantissimi casi di malasanità: ovvero gente morta in corsia, in sala operatoria per interventi sbagliati, o per cure che nulla avevano a che fare con la patologia.
Ed evitiamo di enumerare i casi di risarcimento danni nella chirurgia estetica: hanno letteralmente sbancato le compagnie assicurative. Dopo tanta insistenza, un medico eletto in Parlamento per il Partito Democratico (Federico Gelli) riesce a far approvare nel 2017 uno scudo penale per i medici: in quattro anni inapplicato per mancanza di decreti attuativi, ed oggi potrebbe avere parziale applicazione per sollevare medici e case farmaceutiche dalle responsabilità per morti da vaccinazione e, forse, per casi di malasanità in tempo di Covid.
I medici si dichiarano scontenti, ma non è colpa loro se Ippocrate misconosce la Costituzione italiana. La delusione dell'Ordine dei medici è tutta nell'infranta speranza verso un provvedimento definitivo ed omnicomprensivo.
Ma lo scudo penale per medici ed infermieri, che somministrano i vaccini, potrebbe non frenare accertamenti da parte della magistratura, ed in forza dell'obbligatorietà dell'azione penale: e non dimentichiamo che per la dirigenza sanitaria rimane, sempre e comunque, la "culpa in vigilando" per i casi di malasanità (la scriminante del Covid potrebbe non bastare). Di fatto, il Parlamento ha venduto all'Ordine dei medici l'applicazione della legge 24/2017 (nota come "legge Gelli"), ma senza spiegare perché in quattro anni è stata sprovvista di "decreti attuativi". Infatti, lo scudo penale può aspettare, in sua vece entra in vigore un provvedimento (di natura eccezionale) che promette uno pseudo-scudo penale da azioni giudiziarie, denunce, querele e richieste di risarcimento danni.
Una situazione similare era capitata per l'Ilva, quando venne promesso lo "scudo penale" agli investitori siderurgici. Un importante consulto tra i parlamentari e gli esperti del legislativo (supportati da giuristi) portava a togliere lo scudo legale ad Arcelor Mittal sull'ex Ilva, e perché nessuna patente d'intoccabilità può evitare che le imprese vengano indagate per disastri ambientali, sversamento di sostanze inquinanti, intossicazioni e morti per tumore. La licenza d'uccidere la danno solo certe monarchie europee alle loro compagnie multinazionali che operano nelle ex colonie, ed è un fatto grave sul quale l'Onu tace da troppo tempo.
Ma il mondo dell'impresa non s'arrende, ed anche Ferrovie ed Anas hanno avanzato (pur se timidamente, diciamo sottotraccia) la richiesta di uno scudo penale per le responsabilità nei disastri ferroviari e stradali: proposta che, guarda caso, iniziava a serpeggiare dopo la strage di Viareggio del 29 giugno 2009. Ben trentadue vittime e ventisei feriti.
L'8 gennaio 2020 in Cassazione è stata data lettura del dispositivo, che mandava prescritto il reato d'omicidio colposo dei vertici di Ferrovie e di tutti i responsabili della strage: una sentenza che probabilmente non esclude i risarcimenti civili, ed anche questo pare pesi ai responsabili del disastro. Infatti l'Anas (che oggi è in Ferrovie) memore dei disastri ferroviari e del crollo del Ponte Morandi, vuole uno scudo penale per un eventuale subentro ad Autostrade. Il problema che porrebbero le aziende del comparto è tutto incentrato su eventuali futuri problemi alle infrastrutture. Ovvero su chi ricadrebbe la responsabilità penale della mancata manutenzione.
Questa sorta di "scudo penale" per Anas piace ad alcuni parlamentari amici di Aspi (Autostrade per l'Italia) che fanno notare come una patente d'immunità avrebbe ridimensionato anche la tragedia del Ponte Morandi. Ma occorre prendere questi assalti all'articolo 3 della Costituzione come trovate estemporanee di gente squalificata, che casualmente siede in Parlamento.
Nella tragedia del Morandi ci sono quarantatré vittime, un disastro ancora non del tutto quantificato. Soprattutto c'è l'inchiesta della procura, che si basa anche sulla negligenza di chi doveva vigilare, ascoltando le segnalazioni sui tremori della struttura e sulla caduta di calcinacci e pezzi d'infrastruttura. L'Aspi ha mantenuto operativi tecnici e funzionari genovesi indagati (geometri, ingegneri, imprese).
La gente, i familiari, tutti confidano che non finisca come per la strage di Viareggio. Soprattutto che colpi di spugna o "scudi penali" non proteggano il potere più di quanto già venga concesso dalle scappatoie di sistema. E poi abbiamo capito tutto: questo scudo penale tutelerebbe ogni grande, permettendo il giusto e severo processo per il ladro di mele, per chi beccato a fare legnatico o a costruire abusivamente la cuccia del cane.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 9 aprile 2021
I dati ministeriali, aggiornati al primo aprile, parlano di 6.458 detenuti presenti nelle carceri della Campania a fronte di una capienza regolamentare di 6.085 posti. Ci sono quindi più di 300 detenuti più di quelli che le strutture penitenziarie possono ospitare, il che finisce per tradursi nella compressione di spazi e diritti. Perché sono inevitabili lo sbilanciamento e l'affaticamento del sistema.
Eppure il 16 febbraio scorso le Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione sono tornate a ribadire quale deve essere lo spazio minimo disponibile per ciascun detenuto, cioè lo spazio necessario affinché la pena non si trasformi in qualcosa di inumano e degradante. È una sentenza con cui si conferma che lo spazio minimo per ogni detenuto deve essere di tre metri quadrati al netto dello spazio occupato da mobili e strutture tendenzialmente fisse, inclusi i letti a castello e gli arredi necessari allo svolgimento delle attività quotidiane di vita. Una decisione in linea con quanto stabilì nel gennaio 2013 la cosiddetta sentenza Torreggiani, adottata dalla Corte europea per condannare l'Italia per la violazione della Convenzione europea dei diritti umani.
Da allora sono trascorsi otto anni ma la realtà penitenziaria è ancora lontana dall'assicurare a ogni detenuto condizioni compatibili con il pieno rispetto della dignità umana. Fino a quando il carcere continuerà a non essere l'extrema ratio e i progetti per il rinnovo dell'edilizia penitenziaria continueranno a rimanere su carta, sarà difficile parlare di spazi adeguati per chi deve scontare una condanna in cella. Basti pensare alle carceri della Campania: nella maggior parte dei casi sorgono in edifici storici e vecchi, dove gli spazi non sono concepiti per la rieducazione, dove si arriva a stare in undici in una stanza (come a Pozzuoli) o anche in 13 (come a Poggioreale).
"Un carcere sovraffollato si traduce in spazi ristretti e insalubri, nella mancanza di privacy, nella riduzione delle attività fuori cella, nel sovraccarico dei servizi di assistenza sanitaria - spiegano Marella Santangelo, responsabile del polo universitario penitenziario campano e componente della Commissione per l'architettura penitenziaria istituita a gennaio dal Ministero della Giustizia, e Clelia Iasevoli, docente di Diritto processuale penale all'università Federico II di Napoli. Questo porta spersonalizzazione, tensione crescente, violenza".
A otto anni dalla sentenza Torreggiani può ritenersi una conquista il riconoscimento giuridico dello spazio vitale? "In un contesto di emergenzialismo si tende a giustificare una politica criminale proiettata al raggiungimento di risultati di tipo repressivo, oscurando l'opera del giudice delle leggi di disvelamento del volto costituzionale della pena", spiegano Santangelo e Iasevoli. "Nessuna pena può essere indifferente all'evoluzione psicologica e comportamentale del soggetto che la subisce e nessuna pena che preveda la privazione della libertà personale può essere indifferente ai luoghi in cui le persone vengono rinchiuse. Lo spazio in carcere ha un ruolo determinante per la protezione della dignità personale dei reclusi".
Domani le due docenti inaugureranno un seminario interdipartimentale ("Spazi, diritti e cambiamento culturale") con interventi di magistrati, dirigenti dell'amministrazione penitenziaria e la lectio magistralis del giudice della Corte Costituzionale Nicolò Zanon: un'iniziativa innovativa che ha l'obiettivo di affrontare le tematiche del mondo penitenziario da una prospettiva che consenta di coniugare spazi e diritti.
"Significa - precisano Iasevoli e Santangelo - porre le premesse per il cambiamento culturale che parte dallo spazio vitale, perseguendo l'obiettivo del riconoscimento degli spazi necessari all'azione trasformativa del trattamento individualizzante. Da qui il ruolo fondamentale dell'architettura penitenziaria, che va oltre le misure e lo spazio minimo pro capite, che con il progetto può sperimentare la configurazione dello spazio della pena, per uscire dalla concezione del contenitore e immaginare spazi e articolazioni che tengano al centro l'uomo recluso, i suoi bisogni e la sua dignità".
reggiosera.it, 9 aprile 2021
Creata dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria per prevenire il proliferare dei contagi. La soddisfazione di Cgil, Cisl e Uil: "Segnale importante". Il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha istituito una squadra speciale per affrontare l'emergenza Covid nel carcere di Reggio Emilia, in cui sono attualmente contagiati 120 detenuti e 60 agenti risultano indisponibili. Il provvedimento è stato firmato ieri dal capo del dipartimento Bernardo Petralia e dal vice Roberto Tartaglia e ripropone la soluzione con cui si sono in breve risolti i focolai scoppiati nella casa circondariale di Tolmezzo nel novembre 2020 e nel nuovo complesso di Roma Rebibbia a fine gennaio scorso.
Il gruppo di lavoro, oltre che dai dirigenti del Dap, è formato dal provveditore regionale e dal direttore del carcere di Reggio. Il suo compito è individuare le cause dei contagi e predisporre le misure per evitare che si diffondano. Sottolineano Trisolini, Bonfiglio e Cannizzo di Fp Cgil Fps Csil e Uil Pa: "È un segnale importante che da tempo sollecitavamo e sul quale da settimane siamo impegnati nei confronti di tutte le istituzioni coinvolte".
"Continueremo a mantenere alta l'attenzione ed a seguire l'evolversi della situazione nei prossimi giorni, pronti a formulare le nostre proposte e a dare il nostro contributo, con l'obiettivo di uscire al più presto da questa crisi sanitaria", aggiungono le organizzazioni. Sulla situazione della "Pulce" sono state intanto presentate un'interrogazione parlamentare dei deputati di Reggio del Pd, e una in Regione da parte dei consiglieri della Lega.
di Carmine Di Niro
Il Riformista, 9 aprile 2021
Forse non ha retto all'onta mediatica dell'arresto. Sabatino Trotta, dirigente del Dipartimento di Salute Mentale della Asl di Pescara, si è ucciso nella notte nel carcere di Vasto (Chieti), a poche ore dal suo arresto per corruzione nell'inchiesta sull'appalto da 11 milioni della Asl. Trotta è deceduto nella sua cella, dove era solo causa normativa anti-Covid, nella Sezione circondariale dove ci sono nove camere di pernottamento, nonostante l'intervento della polizia penitenziaria e dei medici del 118. La Procura di Vasto ha aperto un fascicolo per ricostruire quanto accaduto ed accertare eventuali responsabilità. Secondo l'Ansa Trotta si sarebbe impiccato con il laccio della sua tuta alla finestra della camera, lasciando anche una lettera indirizzata ai familiari.
Trotta era stato arrestato nell'ambito dell'inchiesta per corruzione che ha portato agli arresti anche una coordinatrice e un rappresentante legale della cooperativa sociale La Rondine, di Lanciano, del Consorzio Cooperative sociali Sgs vincitore della gara pubblica della Asl Pescara per l'affidamento della gestione di residenze psichiatriche extra ospedaliere, del valore di oltre 11 milioni di euro. Il suicidio del primario pescarese è stato confermato dalla direttrice del carcere Giuseppina Ruggero e dal procuratore capo di Vasto, Giampiero Di Florio.
Sabatino Trotta, medico chirurgo specialista in psichiatria e abilitato nella psicoterapia, era anche stato candidato alle elezioni regionali abruzzesi di febbraio 2019 nella lista della provincia di Pescara di Fratelli d'Italia. Trotta era finito in prigione con le accuse di corruzione, istigazione alla corruzione e turbata libertà degli incanti: secondo il pm di Pescara Anna Rita Mantini il dirigente dell'Asl era un "soggetto chiaramente dirottatore dell'iter pubblico ordinario e regolare".
Le parole della direttrice del carcere - Sabatino Trotta era tranquillo quando alle 16 di mercoledì è stato trasportato al carcere di Vasto. A spiegarlo è la stessa direttrice del penitenziario, Giuseppina Ruggero, che ha raccontato all'agenzia di averlo ricevuto personalmente. Trotta era stato tradotto a Vasto dove si ospitano i nuovi arrestati di tutta la regione che, secondo l'ordinanza del presidente della regione, devono fare 14 giorni d'isolamento Covid per essere trasferiti nell'istituto di destinazione che per il primario era Pescara. Al suo arrivo il dirigente dell'Asl avrebbe subito chiarito alla direttrice che era medico, psichiatra e che era stato vaccinato. La direttrice gli aveva parlato, "l'ho fatto apposta per capire come stava", spiega Ruggero.
Il dirigente arrestato era stato quindi sottoposto a visita medica e psicologica da parte del responsabile del dipartimento e dalla sua equipe. "Non hanno detto di metterlo a grande sorveglianza - spiega la direttrice Ruggero - Hanno scritto solo che se proseguiva la carcerazione aveva bisogno di un colloquio psicologico". Trotta sarebbe stato a colloquio con i responsabili del carcere per circa 45 minuti. Il racconto della direttrice dell'istituto si fa quindi inquietante: "Da psichiatra ha mostrato una tranquillità terribile e purtroppo ci sono caduta. Io mi voglio assumere questa responsabilità. Lo voglio dire", confessa la direttrice. Trotta alla fine del colloquio avrebbe detto con un'espressione stranamente sorridente: "Direttrice mica penserà che io mi voglia suicidare? Io c'ho tre splendidi figli".
Dopo cena, spiega ancora la direttrice, un ulteriore controllo con l'agente di custodia per sincerarsi dello stato di salute del detenuto. Che aveva fatto richieste "tranquillizzanti": una bottiglia d'acqua e due batterie per il telecomando. "Invece erano tutte sceneggiate per tranquillizzarci. Non ho chiuso occhio questa notte perché ripenso a tutte le parole che mi ha detto il primario e voglio capire dove mi ha ingannato" conclude Ruggero.
Come sottolinea l'Agi, nel carcere di Vasto ci sono 91 internati, 19 detenuti e 25 detenuti ristretti nella sezione Covid. Attualmente l'istituto di reclusione può contare su un personale di 70 unità rispetto alle 99 previste, ma nel prossimo ottobre andranno in pensione altri dieci tra agenti e assistenti. Una emergenza evidenziata dai numeri del turno di notte, quando sono in servizio solo cinque agenti.
di Rossella Anitori*
Il Dubbio, 9 aprile 2021
Gentile ministra delle Giustizia, Marta Cartabia, gentile Magistrato di Sorveglianza Dr. Marco Patarnello, torno a scriverle perché mia madre è risultata positiva al Covid e sono ormai 15 giorni che è trattenuta in una cella di isolamento senza potersi fare una doccia né guardare il cielo. Mia madre nonostante i suoi 65 anni è una donna forte di spirito, ma l'isolamento è una misura in grado di fiaccare anche gli animi più vigorosi.
Ieri mi ha raccontato che dopo 2 settimane in isolamento è risultata nuovamente positiva al tampone: questo nei termini di chi a Rebibbia sta gestendo la pandemia - un evento a cui la struttura carceraria non è preparata - significa un ulteriore periodo di isolamento. Senza acqua, senza affetti, senza aria. Ma come si può destinare un essere umano ad una tortura del genere? Dove è finita l'umanità che dovrebbe contraddistinguere la pena? Così facendo le istituzioni non si macchiano di una colpa peggiore di quella di cui chiedono conto al condannato? Circostanze speciali richiedono provvedimenti speciali, che purtroppo tardano ad arrivare.
In questo momento io ripongo in lei tutta la mia fiducia. Lo scorso 26 febbraio abbiamo fatto istanza per chiedere la scarcerazione e l'applicazione provvisoria dell'affidamento in prova. Da quel giorno attendiamo fiduciosi di riabbracciarla. Purtroppo il Covid rende angosciante l'attesa e fa del carcere un luogo ancora più duro, minando anche la risorsa della socialità con cui si consolano le persone detenute e trasforma la reclusione in un interminabile periodo di isolamento in deroga a qualunque principio di umanità. Mia madre non è una persona socialmente pericolosa, i fatti per cui si trova in carcere risalgono a 10 anni fa e afferiscono alla sfera di quella che era la sua attività lavorativa. A causa di quei fatti ha subito un licenziamento, è stata screditata socialmente e dopo quasi 30 anni alle dipendenze delle Stato non ha maturato il diritto alla pensione.
Oggi, a causa di un ricorso tardivo proposto erroneamente dal suo avvocato contro una sentenza di primo grado, è in carcere da oltre due mesi, di cui uno, a causa del Covid, passato in isolamento, dove dovrà restare fin quando il tampone non tornerà negativo. Quanto mi chiedo e cosa dovremmo attendere perché l'umano nell'uomo possa finalmente trionfare e mettere un punto a questa notte dei diritti? Mia madre è una madre e una nonna e ha tanto amore da dare. Io e la mia famiglia attendiamo ogni giorno il suo ritorno. Grazie per l'attenzione.
*Figlia di Giuseppina Cianfoni, attualmente detenuta a Rebibbia
palermotoday.it, 9 aprile 2021
La co-presidente del comitato Esistono i Diritti, ha iniziato una protesta radicale e non violenta affinché il Consiglio proceda al "prelievo urgente del regolamento esitato dalla Settima commissione". Lettera a Totò Orlando: "Dentro gli istituti penitenziari ci sono esseri umani, basta indifferenza".
"Ho deciso dalla mezzanotte di ieri di dare corpo all'iniziativa per la nomina del garante comunale per la tutela dei diritti delle detenute e dei detenuti di Palermo, dando voce attraverso questa lotta non violenta a chi voce non ha". È questo l'incipit della lettera scritta al presidente del Consiglio comunale Totò Orlando da Eleonora Gazziano, co-presidente del comitato Esistono i Diritti, che ha iniziato lo sciopero della fame. Una protesta radicale e non violenta affinché "il presidente del Consiglio mantenga l'impegno dato al comitato Esistono i Diritti già negli scorsi mesi" e cioè "il prelievo urgente del regolamento esitato dalla Settima commissione consiliare che prevede l'istituzione della figura del garante comunale per la tutela delle persone detenute".
"Auspico che tutti i consiglieri comunali, insieme a me e a tutta la dirigenza del comitato Esistono i Diritti, possano essere speranza per i detenuti - si legge nella lettera di Gazziano. Il mio sciopero della fame è simbolo di dialogo e non di ricatto. Uno sciopero che interromperò quando il presidente Orlando interromperà questo silenzio al sapore d'indifferenza, pronunciando parole chiare, limpide e solenni. Il Consiglio tutto, superando le logiche di maggioranza e opposizione, apra la discussione per deliberare il regolamento. I detenuti palermitani non sono fantasmi, dentro gli istituti penitenziari ci sono esseri umani".
di Erasmo Marinazzo
Quotidiano di Puglia, 9 aprile 2021
Antigone: "Provvedere o ci saranno altri focolai". Solo poco più del 50 per cento dei detenuti del carcere di Borgo San Nicola ha aderito alla campagna vaccinale al via da ieri mattina. Una percentuale che al momento rende solo una chimera l'obiettivo di creare l'immunizzazione al Covid 19 fra i circa 1.000 ospiti. "Se l'adesione non dovesse registrare numeri significativi, occorreranno provvedimenti deflattivi se vogliamo scongiurare il pericolo dell'esplosione di focolai nei vari reparti", sostiene l'avvocato Alessandro Stomeo, osservatore nazionale per la Puglia di Antigone, l'associazione che si interessa della tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale e penitenziario.
Il Covid è riuscito intanto a eludere i sistemi di sicurezza sanitaria adottati nel carcere. Lo dicono i numeri: sono 25 i poliziotti penitenziari contagiati. Gran parte si stanno curando a casa, solo uno è stato costretto al ricovero per l'aggravarsi della sintomatologia. Due i detenuti positivi, entrambi occupanti celle nell'area di massima sicurezza. Contagiati anche loro - questa l'ipotesi maggiormente accreditata - per avere maneggiato un pacco arrivato dall'esterno.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 9 aprile 2021
È iniziata la campagna di vaccinazioni per detenuti nelle carceri di Salerno e Vallo della Lucania e nell'Istituto a custodia attenuata per tossicodipendenti di Eboli. Oggi sono stati vaccinati 11 detenuti a Salerno, con 19 rifiuti, 11 detenuti ad Eboli e nessun rifiuto, e 11 detenuti a Vallo della Lucania con 16 rifiuti.
"Vaccinarsi è un diritto dovere per tutti, una tutela per il diritto alla salute, un obbligo morale per i detenuti. Logicamente è sempre una scelta volontaria. Il ristretto anela alla libertà, quindi un detenuto vaccinato ha più libertà di movimento sia dentro le mura di un carcere sia nelle misure alternative al carcere. Certo sarebbe preferibile la somministrazione del vaccino a dose unica Johnson e Johnson evitando così sia complicazioni burocratiche che svantaggi organizzativi, ma la cosa più importante resta una corretta, trasparente, oggettiva, campagna di informazione sui vaccini". Così Samuele Ciambriello, Garante campano dei detenuti, presente oggi nel carcere di Fuorni, accompagnato dal suo staff, all'inizio della campagna di vaccinazione.
Al carcere di Salerno era presente Antonio Maria Pagano, dirigente sanitario dell'Istituto di Fuorni, che sta promuovendo la campagna di vaccinazione anche per gli agenti di polizia penitenziaria (che Fino ad oggi contano a Salerno 110 unità vaccinate, ad Eboli 25 unità e a Vallo della Lucania 10), la direttrice del carcere Rita Romano e il comandante Gianluigi Lancellotta.
Ciambriello poi si è recato a visitare i detenuti della sezione di alta sicurezza e quelli in isolamento: "L'alta sicurezza mi ha manifestato problemi che riguardano le telefonate, l'apertura delle celle, i tempi lunghi di ritiro dei pacchi che arrivano attraverso il corriere. Con i detenuti in isolamento ho chiesto e verificato le loro condizioni di salute, ho chiesto la ricostruzione di quanto accaduto venerdì 3 aprile nel momento del ritiro dei pacchi arrivati tramite corriere".
"Salerno è l'unico carcere della Campania dove davanti al detenuto viene aperto il pacco, controllato lo stesso ed eventualmente estratto tutto ciò che a livello alimentare o altro non può entrare - continua Ciambriello - Tutto questo è sintomo di trasparenza e non violazione della privacy del detenuto ma alcune volte causa conflittualità e discussione, visioni diverse su quello che è giusto o no, su quello che si deve portare in cella".
Salerno da un po' di tempo è al centro di un'attenzione particolare da parte della polizia penitenziaria, conseguenza di sequestri di droga e telefonini che arrivano attraverso pacchi; lo scorso anno si è addirittura verificato il sequestro di diversi telefoni che un avvocato tentava di far entrare in carcere. Ciambriello si è recato presso la "fabbrica di mascherine" dove 10 detenuti sono impegnati nella produzione di 500mila mascherine al mese da distribuire presso gli istituti penitenziari della Puglia, Campania, Sicilia e Calabria.
di Roberta Paoletti
La Repubblica, 9 aprile 2021
Il progetto punta ad attività di sensibilizzazione che si espandono fino a coinvolgere le biblioteche, le scuole, i servizi. "L'ansia è nemica in carcere come sulle navi, non c'è spazio sufficiente per sfogare il ritmo precipitoso di questa emozione", scriveva Goliarda Sapienza ormai quasi quarant'anni fa, della sua esperienza di detenzione nel carcere di Rebibbia di Roma.
Di spazio e di carceri ne abbiamo risentito parlare recentemente a proposito delle proteste insorte per le restrizioni della pandemia.
Come riporta il XVII Rapporto di Antigone sulle carceri italiane, il tasso di affollamento equivale al 106,2% dell'effettiva capacità delle strutture di ospitare persone, e sale al 115% se si considerano gli edifici non agibili che ne riducono ancora la capienza. Dati allarmanti, non solo per dignità delle vite umane recluse in spazi non idonei, ma anche per l'emergenza dei contagi da Corona virus.
La cooperativa Eta Beta, attiva sul territorio torinese dal 1987, dal 2001 ha un laboratorio informatico all'interno del carcere Lorusso Cotugno di Torino. Da questa esperienza nasce Vallette al centro, progetto finanziato dal Programma Operativo Nazionale Città Metropolitane con il Fondo sociale europeo 2014-2020.
Il nome evoca l'intenzione di una reversibilità della storia delle carceri: una volta gli edifici carcerari si trovavano al centro della città, nel pieno della vita cittadina, poi sono stati spostati fuori le mura, spesso in luoghi con poco passaggio, lontani dagli occhi della quotidianità. Il progetto vuole riportare simbolicamente le carceri al centro. Come? Producendo prodotti e attività di sensibilizzazione che partono dal carcere e si espandono prima al quartiere e poi a tutta la città, per coinvolgere le biblioteche, le sue scuole, i suoi servizi. Per Rosetta D'Ursi della cooperativa Eta Beta, la reclusione e gli istituti detentivi continuano a rappresentare una soluzione priva di alternative per i detenuti. "A fronte di questo - spiega a Europa, Italia - con il progetto Vallette al centro costruiamo dei percorsi di inclusione per le persone detenute. Creiamo i presupposti perché le persone detenute possano mantenere un contatto con l'esterno".
I corsi di formazione informatica, scrittura giornalistica e molto altro sono realizzati con i detenuti e le detenute e vogliono trasmettere competenze con la prospettiva di un'assunzione all'interno del progetto editoriale Lettera 21, rivista online di voci dal carcere, sempre gestita dalla cooperativa Eta Beta. "All'interno del carcere non abbiamo accesso alla rete, nemmeno negli spazi e negli orari del laboratorio, ma riusciamo comunque a fare formazione in modo simulato", continua D'Ursi. "È importante perché una volta fuori le persone non si trovino smarrite di fronte alle nuove tecnologie di comunicazione che continuamente si aggiornano. Anche così si mantiene un contatto con l'esterno".
Se si aumenta la consapevolezza delle opportunità, condividendo gli strumenti per la vita quotidiana, e dando alle persone detenute un'alternativa all'inattività, è possibile ridurre lo stigma, la marginalizzazione e i reati reiterati. Un ulteriore servizio sviluppato dal progetto si rivolge alle famiglie delle persone detenute, con uno sportello di mediazione che risponde alle domande dei familiari.
Il progetto è stato anche presentato al Salone del Libro di Torino 2019, riscuotendo un ampio interesse, lo stesso che anche Rosetta D'Urso dice di vedere nelle persone detenute che partecipano al laboratorio: "Ce ne potrebbe essere anche di più, ma noi che entriamo nelle carceri dall'esterno possiamo stare solo nell'edificio dove svolgiamo le attività e accogliere solo persone assegnate a quell'edificio. Questo restringe molto i numeri dell'utenza". Per il futuro si pensa a nuove formazioni sul gaming.
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