di Pietrangelo Buttafuoco
Corriere della Sera, 3 gennaio 2021
Un secolo fa, l'8 gennaio 1921, nacque un pezzo raro della cultura europea: un intellettuale e, insieme, un formidabile artista. Litigò con Renato Guttuso, polemizzò con Italo Calvino, intervistò il patriarca mafioso Genco Russo. Asciutto, rigoroso, eretico, fu interprete di una Sicilia e di un'Italia bisognose di verità e diritto, fuori dai vincoli dell'ideologia dominante
Insegnante alle elementari. Questo è Leonardo Sciascia. A chi cerimoniosamente lo appella "maestro!", da sornione qual è, risponde: "Ebbene sì; maestro di scuola io sono". Diplomato alle magistrali dove insegna Vitaliano Brancati, all'istituto IX Maggio di Caltanissetta - la cittadina siciliana d'entroterra della sua più completa felicità - Sciascia, nato cent'anni fa l'8 gennaio 1921, è il pezzo raro della letteratura europea in ragione della sua unicità: essere davvero un intellettuale e, al contempo, un formidabile artista.
A dispetto dei tanti imbonitori di pistolotti moralistici da festival letterari, Sciascia attraversa il suo tempo accompagnando Sandro Attanasio, l'ispettore di Einaudi che alla guida di una Bianchina furgonata vende libri nei più remoti paesi dell'entroterra di Sicilia. Anni dopo - portando con sé Gesualdo Bufalino - accompagnerà Gianni Giuffrida e Mario Andreose per Bompiani mentre con Elvira Sellerio, dagli uffici di via Siracusa a Palermo, inventa la stagione più entusiasmante dell'editoria.
Donna Elvira è una vera "comandiera". Con lei Sciascia affina il dovere sociale e civile della letteratura, inventa la collana della Memoria, fabbrica l'immaginario di libertà a uso di un'Italia bisognosa sempre più di verità nel diritto e della razionalità fuori dall'ideologia dominante e si ritrova "eretico" rispetto alle tante chiese.
Litiga con Renato Guttuso, titolare del mistero comunista; in tema di terrorismo polemizza con Italo Calvino che è potente idolo della Cultura con la C maiuscola; si butta alle spalle l'esperienza di consigliere comunale del Pci a Palermo, quella di parlamentare radicale al fianco di Marco Pannella e, dopo aver votato la lista del Garofano, scrive - ma senza iscriversi al partito - a Bettino Craxi.
Con il leader del Psi, inviso a tutte le anime belle, Sciascia consuma il trauma definitivo presso il ceto dei colti e sulla questione dolente della giustizia - col simbolo della bilancia ormai sostituito con quello delle manette - rompe l'andazzo forcaiolo al punto di essere tratteggiato da Giorgio Bocca al pari di un avvocaticchio; con la paglietta e l'abito bianco dei Don.
Bocca che riteneva l'Inferno un vasto Sud abitato da diavoli raccontava dunque l'autore de Il giorno della civetta vestito al modo di una macchietta. E lo vedeva perfino "immerso nei ragionamenti mafiosi". Antonio Di Grado, già presidente della Fondazione Sciascia, non ha mai dimenticato questo inciampo di Bocca, ma gli è che la Buonanima nei suoi viaggi in Italia cercava solo ciò che voleva trovare, al punto d'inventarsi - in un rigurgito razzista - uno Sciascia con la coppola. È quello che sul "Corriere della Sera" pubblica il fondamentale editoriale dal titolo I professionisti dell'Antimafia e la milizia di Leoluca Orlando, il comitato antimafia, sfregia ponendolo addirittura "ai margini della società civile".
A proposito di coppole, di zii di Sicilia - e d'incontri pericolosi - sembra un racconto di Sciascia l'incontro del Maestro di Regalpetra con Marcello dell'Utri, nientemeno.
In un pomeriggio del 1983 a Milano, il non ancora senatore di Forza Italia si aggira tra gli scaffali quando il proprietario, coccolandolo come merita un cliente spendaccione, gli dice: "Di là c'è Sciascia, lo vuole conoscere?". Imbarazzato, Dell'Utri dice sì "ma" - si premura ad aggiungere - "non voglio disturbarlo".
Il libraio fa allora le presentazioni, Sciascia è altrettanto imbarazzato nel far un minimo di conversazione con uno sconosciuto, porge timidamente la mano ma il libraio, molesto assai, dice al maestro: "Questo signore è il dottor Dell'Utri, il braccio destro del dottor Berlusconi...". Con un'espressione muta che il palermitano Dell'Utri decifra benissimo, Sciascia si sta interrogando - "e cu è?" - mentre il libraio, inesorabile, continua: "Quello di Canale 5!". L'illustre letterato in un sussulto rimedia alla gaffe: "Certo, certo, la guardiamo questa televisione".
Il libraio, soddisfatto di avere trovato almeno quest'appiglio, prende la copia di Cruciverba, un libro edito dalla Einaudi, e lo porge a Sciascia chiedendogli una dedica per il dottor Dell'Utri. "E cosa scrivo?", domanda lo scrittore facendo una faccia sconfortata. È lo stesso Dell'Utri a soccorrerlo in quel frangente: "Manco mi conosce, non si può sbilanciare; scriva "cordialmente, senza cordialità"; e così non sbaglia".
La battuta piace così tanto a Sciascia da fargli accendere la parlantina e allo sconosciuto avventore incontrato in libreria racconta di quando, nel 1958, da giovane maestro alle elementari - pur distaccato a Roma al ministero, corrispondente da Caltanissetta per "L'Europeo" - è incaricato di intervistare Genco Russo, il capo della mafia. Sciascia si adopera con l'avvocato di Genco Russo per organizzare l'incontro a Mussomeli e così fare l'intervista. Il servizio va a buon fine ma quando sta per prendere congedo dai due ecco che l'avvocato porge a Sciascia una copia fresca di stampa de Gli zii di Sicilia e gli dice: "Firmaci una dedica allo zio Genco".
Tutto poteva immaginare, Sciascia, eccetto che ritrovarsi a fare una dedica a Genco Russo. Il dio del genio e dell'improvvisazione però gli viene in aiuto. E così scrive: "Allo zio di Sicilia, questo libro contro tutti gli zii". In tema di "sicilianizzazione" - il progressivo degrado di una povera nazione qual è l'Italia - nel Giorno della civetta, uno tra i suoi libri più famosi, Sciascia introduce una efficace locuzione: la linea della palma, emblema della prossimità desertica che come il mercurio di un termometro segnala l'immobilità sociale.
Preso a prestito e a pretesto di cavoli a merenda, con lo sciascismo fuori luogo rispetto alla sua stessa poetica - tutta di asciuttezza e rigore - perfino Sciascia è diventato un genere orecchiato ora in un tribunale, ora in una redazione o, peggio ancora, nelle chiacchiere da talk. Tra le botole dei luoghi comuni, quella della Sicilia è una delle più capienti. A ritrovarla, oggi, la copia con dedica a Genco Russo, se ne farebbe un feticcio del mistero di un'isola affollata di metafore ma affacciandosi dalla finestra di casa in contrada Noce, la residenza di campagna in quel di Racalmuto, Sciascia si conferma nell'agio di chi vive e conosce il mondo.
Padrone di sé stesso, degli asparagi selvatici e dello specialissimo genius loci dell'impostura - quella dell'abate Vella raccontato nel suo Consiglio d'Egitto - più di ogni altro posto, lì, lui è Nanà XaXa, così come la traslitterazione in lingua araba impone, svelando quel che il suo volto olivastro e il suo sorriso già annunciano. Prima dell'avvento dell'islam, Racalmuto - ovvero RahalMaut - neppure esisteva. E lui stesso, presentandosi con la tipica aspirazione delle vocali - che risente del linguaggio saraceno di dodici secoli fa - non sa darsi memoria prima dell'Egira.
Sciascia che viene ben dopo Verga e i suoi vinti - e dopo le lenzuola sporche di morte descritte da Tomasi di Lampedusa - capovolge la disperazione cui si assoggetta la sua terra e adotta la luce e la vita sul lutto. La sua stessa tomba, al cimitero del paese, è abbagliante di chiarore e lumi. Composto nel sepolcro con le mani strette a un crocifisso d'argento reclama con Pascal la possibilità di una scommessa: l'eventualità del Cielo.
La Sicilia spagnolissima che s'invera nella lezione di Giuseppe Antonio Borgese, quella della cupa pasta "cervantina e riberesca", ovvero la follia onirica del Don Chisciotte di Cervantes e il contrappunto buio nelle pitture di De Ribera, arretra rispetto alla sua scelta di modernità. Alle tenebre dello Spagnoletto, Sciascia contrappone la luminosa santità delle foto di Ferdinando Scianna che gli consentono di affollare nell'Es la disperante solitudine dei suoi siciliani.
Non c'è libro più erotico di Feste religiose in Sicilia e, dunque, non c'è rave più sensuale della Settimana Santa, con gli scatti di Scianna a confermarlo in un'intensa trama di Eros e sacro. In Morte dell'Inquisitore Sciascia decifra nel sacramento della confessione "una escogitazione, per così dire, boccaccesca". Lo stesso celibato dei preti è pura astuzia, assicura invulnerabilità nello sconfinare il mondo della femmina velata, ammantata e addobbata di mantiglie quando svela azioni e intenzioni: "Un modo escogitato da una categoria privilegiata, cioè quella dei preti, per godere di libertà sessuale sul terreno altrui, e nell'atto stesso di censurare una tal libertà nei non privilegiati".
L'eleganza del lutto estremo - il più potente rito di consacrazione della carne inchiodata - s'avvolge nella brace, tutta sfarzo e fantasticheria, di un desiderio. Gli uomini sono incappucciati. I bambini, pure. E all'hidalgo che se ne va a cavallo del Ronzinante in cerca di Mulini a vento, Sciascia - chiudendo una volta per tutte con Borgese - predilige Giufà, il furbo sciocco di memoria saracena che si tira la porta di casa portandosela sotto braccio al modo di un Magritte assai saputo di cavilli algebrici ancorché limpidi, illogici e umoristici.
Lui, di suo, è un intellettuale i cui occhiali - quelli della letteratura - lo aiutano a decifrare la realtà anche a costo di fraintenderla. Durante i lavori della commissione parlamentare sul terrorismo, si ritrova a interrogare Patrizio Peci, il pentito delle Brigate rosse, e si prepara come se avesse di fronte un testimone del nichilismo travolto dalla miseria, dalla tirannia e dall'ignoranza, con domande tipo: "Ha letto La Madre, qual è la sua interpretazione di Maksim Gor'kij?". Gli altri parlamentari, vicino a lui, sono ammirati del suo candore da Candide. Lui è solo uno che fa sogni in Sicilia - vorrebbe cavarsela con l'optimisme alla Voltaire - ma quelli la sanno lunga e l'avvisano amorevolmente: "Ma che fai, Leonardo? Cosa credi che siano i brigatisti? Tutt'al più avranno letto solo fumetti e giornalini pornografici".
E ancora in tema di osé resta da raccontare di quella volta quando a Parigi, nel quartiere a luci rosse di Pigalle, Scianna e Sciascia, inseparabili cercatori di senso, si ritrovano davanti alla locandina di un locale di spogliarelli. Il fotografo chiede allo scrittore: "Che facciamo, entriamo?". "Entriamo", risponde Sciascia. I due fanno il loro ingresso nel locale deserto. Siedono a un tavolo e subito si palesa una ragazza che sulle note di una musica diffusa da un registratore comincia a spogliarsi. Scianna guarda furtivamente lo scrittore che, a sua volta, osserva di sottecchi il compagno di disavventura. Entrambi, imbarazzati, distolgono lo sguardo dalla scena quando finalmente Scianna sussurra a Sciascia: "Che facciamo, usciamo?". "Usciamo", borbotta l'altro e quando una volta fuori, camminando per un bel pezzo in silenzio, Sciascia riprende a parlare, dice: "In quel posto, caro amico, l'unica cosa pornografica eravamo noi due".
trcgiornale.it, 3 gennaio 2021
Si è svolto mercoledì scorso alle ore 10 presso la Casa di Reclusione "Passerini" di via Tarquinia a Civitavecchia il tradizionale incontro natalizio tra i volontari della Comunità di Sant'Egidio e i detenuti per gli auguri di buone feste e buon anno e la consegna dei pacchi regalo. All'incontro hanno partecipato quasi tutti i 70 detenuti ai quali i volontari oltre al dono di un bel regalo contenente generi alimentari di conforto ed una bella tuta ginnica, hanno soprattutto portato solidarietà ed amicizia.
"Il 2020 - affermano da Sant'Egidio - è stato un anno difficile per tutti ma soprattutto per coloro che vivono nelle strutture chiuse e non hanno potuto ricevere le visite dei familiari e dei volontari, o le hanno potute ricevere con molte restrizioni. L'anno nuovo nasce sotto il peso di tante preoccupazioni per il futuro. La Comunità di Sant'Egidio non ha potuto organizzare il consueto pranzo di Natale che in questa struttura non è mai mancato negli ultimi dieci anni.
Tutte le attività di Sant'Egidio, come quelle di altre associazioni di volontariato che frequentano le Carceri per visitare gli ospiti, ruotano intorno al contatto con le persone, alle strette di mano, agli abbracci, ai baci, al mangiare intorno alla stessa tavola, al prendere cibo dagli stessi vassoi al respirare la stessa aria, gli uni accanto agli altri senza distinzioni. Quest'anno sarebbe stato quindi facile e per certi versi giustificabile arrendersi, non fare e rimandare tutto, eventualmente, al prossimo anno. Invece le ragioni dell'incontro ed il pensiero per coloro che aspettano una novità per la loro vita in modo intenso sono state più forti.
Muniti di mascherine, gel e grande entusiasmo i volontari, hanno potuto incontrare i detenuti nella grande sala teatro, divisa in due parti da una barriera in plexiglas: da una parte i volontari e il personale della polizia penitenziaria, dall'altra gli ospiti della struttura. Non una situazione ideale per un incontro di amicizia e solidarietà: all'inizio c'era un certo imbarazzo in tutti ma poi ha prevalso la voglia di comunicare e la forza di stare insieme. Ci sono state delle belle parole: "...che il Natale ed il nuovo anno vi porti pace e serenità a voi ed alle vostre famiglie..." "...noi non ci arrendiamo a non incontravi ed anche voi non vi dovete arrendere, non vi dovete rassegnare..." Un pensiero commosso è stato rivolto da tutti alla memoria di Padre Alessandro Mambrini, il cappellano venuto recentemente a mancare, che ha lasciato un segno nel cuore di tanti detenuti e che sempre è stato un protagonista dei pranzi di Natale di Sant'Egidio.
Dopo le parole ci sono stati tanti applausi: alla pace, alla salute, all'amicizia, alla libertà. Sì, applausi davvero liberatori. Anche il personale del carcere ha partecipato con calore e vicinanza all'incontro, organizzato in stretta collaborazione con il Direttore Patrizia Bravetti; erano presenti il Comandante Emanuela Anniciello, il Vicedirettore Dott. Daniele De Maggio ed altri agenti.
"Una bellissima giornata - spiega il responsabile della Comunità di Sant'Egidio Massimo Magnano - che ci ha reso felici come ogni anno, perché gli incontri con i detenuti sono indispensabili, sono persone fragili che hanno bisogno di messaggi di pace e di speranza. Noi siamo un punto di riferimento per loro, non solo durante il periodo di reclusione ma anche quando usciranno: tutti potranno venire presso i Centri della Comunità in tante città per ricevere sostegno e amicizia.
Ringrazio per l'incontro di questa mattina e per quello di sabato 19 dicembre che abbiamo svolto presso il carcere di Borgata Aurelia, a cui abbiamo distribuito più di 450 pacchi regalo". Infatti, sabato 19 dicembre i volontari di Sant'Egidio sono andati a visitare i detenuti e le detenute presso il grande Carcere di Via Aurelia Nord per consegnare gli stessi doni natalizi consegnati al Carcere in Via Tarquinia. Anche in questo carcere gli agenti della Polizia Penitenziaria diretti dal Comandante Giovanna Calenzo avevano organizzato in modo perfetto i percorsi. I volontari sono passati prima nella sezione femminile dove in un cortile all'aperto hanno potuto salutare e soffermarsi con tutte le detenute. Sono circa 35 di tante nazionalità e di varie età.
Alcune anche molto anziane, aiutate dalle più giovani. La sezione femminile è bella, piena di dipinti colorati e murales che negli anni alcune detenute transitate in questo luogo hanno dipinto sulle pareti. Bella come sono belli gli occhi di queste donne che aspettano di tornare libere. Dietro le mascherine si intuiva il sorriso di molte di loro, uguale a quello dei volontari, contenti di essere lì. Poi c'è stato in una sala della sezione maschile l'incontro con una rappresentanza di detenuti. Anche qui parole molto calorose da parte dei volontari e di alcuni detenuti a cui, simbolicamente, sono stati consegnati 449 regali anche per gli altri non presenti. Gli agenti si sono poi predicati per far avere subito e contemporaneamente i regali in tutte le celle.
La mattina del giorno di Natale i volontari di Sant'Egidio sono stati invitati a partecipare alla messa nel grande carcere di via Aurelia Nord celebrata dal Vescovo Mons. Gianrico Ruzza presso la Cappella del carcere. Il Vescovo si è insidiato da pochi mesi nella diocesi ma già è entrato varie volte dentro i due penitenziari di Civitavecchia per visitare i detenuti.
Alla messa oltre alla direttrice Patrizia Bravetti ed a vari agenti erano presenti anche tanti detenuti ed un gruppetto di detenute. Tutti con la mascherina ed il distanziamento. È stata una Messa di Natale toccante. Il Vescovo, durante l'omelia, si è rivolto agli ospiti della struttura dicendogli che anche se per gli uomini che sono là fuori non sempre è così, per Dio tutti loro sono al primo posto, né davanti né dietro a nessun altro, al primo posto.
Al termine della cerimonia un detenuto, F. proveniente dalle Isole Canarie, ha consegnato al Vescovo a nome di tutti una bella icona della Madonna e gli ha chiesto di pregare per tutti loro che sono là dentro ogni volta che si raccoglierà in preghiera davanti a quel quadro. Davvero un Natale che ha portato un po' di ossigeno e di speranza ai detenuti nel tempo difficile della pandemia".
di Massimiliano Minervini
gnewsonline.it, 3 gennaio 2021
Ostie per le parrocchie dell'Emilia-Romagna: è questa l'originale iniziativa partita dalla casa di reclusione di Castelfranco. "Un percorso che nasce dalla particolarità del contesto - commenta Maria Martone, direttrice della struttura -. Infatti, oltre ad avere una sezione di reclusione, ne abbiamo anche una di casa-lavoro, in cui sono presenti delle persone che, pur avendo scontato la propria pena, restano in istituto per svariati motivi".
La direttrice descrive il percorso che ha portato alla realizzazione del progetto: "Sin dal 2019, insieme al cardinale Matteo Maria Zuppi, ci siamo interrogati sulle migliori soluzioni da adottare per questi soggetti, spesso privi di punti di riferimento e per i quali, spesso, è molto importante l'aspetto spirituale. Abbiamo, quindi, scelto di coniugare questo profilo con quello produttivo. Fra l'altro, si tratta di lavorazioni poco complesse, a cui possono accedere anche coloro che non sono in possesso di una particolare specializzazione".
"Il Cardinale Zuppi ha scelto di finanziare l'iniziativa, specie sotto il profilo dell'acquisto dei macchinari - prosegue Martone - mentre la restante parte della gestione del lavoro è stata demandata alla cooperativa sociale Giorni Nuovi, che ha già provveduto alla assunzione di due persone. Una particolarità: l'impacchettamento avviene apponendo sulle confezioni il logo del carcere. Dall'inizio della produzione serviamo diverse parrocchie di Castelfranco, Modena e Bologna".
Maria Martone sottolinea che: "Nell'ultimo periodo abbiamo attivato tante iniziative, fra cui una lavanderia, un call center, la nostra azienda agricola, che produce ortaggi e li mette in vendita all'esterno, anche per i cittadini. Infine, per la prima volta saranno messe in vendita bottiglie di vino con il logo dell'istituto". "Credo molto nella realizzazione di nuove professionalità in corso di pena - conclude la direttrice - giacché ritengo che il lavoro assolva a un'importante funziona rieducativa".
di Lorenzo Zacchetti
tpi.it, 3 gennaio 2021
Grazie a una convenzione tra la Statale di Milano e le carceri lombarde i detenuti hanno la possibilità di iscriversi a costo ridotto e di partecipare ai laboratori insieme agli studenti "esterni", che si impegnano anche come tutor dei neoiscritti. Il progetto sta riscuotendo grande successo, nonostante il Covid-19.
La pandemia di Covid-19 ha portato alla luce diverse criticità che in precedenza venivano trascurate, in particolare sulle strutture residenziali: ospedali e Rsa, ovviamente, ma anche le carceri, dove non casualmente ci sono state delle forti tensioni. "I detenuti hanno provato la stessa sensazione di paura di tutti noi, ma senza ricevere adeguate informazioni", spiega a TPI il professor Stefano Simonetta, autore del libro Utopia e carcere. "Non voglio certo giustificare le reazioni violente, ma va tenuto conto anche del fatto che per queste persone l'emergenza sanitaria ha rappresentato un ritorno al regime detentivo di vent'anni fa, annullando non solo le visite, ma anche alcune esperienze di socialità che sono state introdotte nel tempo".
Una di queste deve il suo avvio proprio al prof. Simonetta, docente di filosofia all'Università Statale di Milano, in seguito al suo incontro con un detenuto albanese: "Mi ero recato presso il carcere di Bollate per fargli sostenere un esame e, al termine, mi ha raccontato delle difficili condizioni nelle quali si era preparato. Al di là della necessità di studiare di notte, con una piccola luce per non disturbare i compagni di cella, la cultura carceraria guarda con sospetto a queste velleità, considerandole un modo per conquistare il favore del direttore o del magistrato di sorveglianza".
Dal caso singolo, si è arrivati a una convenzione tra la Statale, il più grande ateneo della città, e il provveditore delle carceri lombarde: "Un protocollo d'intesa tra Pubbliche Amministrazioni era per me un passaggio fondamentale per andare oltre le specifiche discrezionalità e l'allora Rettore della Statale lo ha condiviso con me", prosegue il prof. Simonetta, "Nei vari istituti ci sono già moltissime esperienze di volontariato, anche di grande valore, ma tutte legate alla disponibilità dei singoli: maestri di musica, insegnanti delle scuole superiori e anche signore che insegnano l'arte del cucito.
Noi volevamo invece dar vita a un progetto collettivo e siamo partiti dagli aspetti economici, abolendo tutte le spese possibili: oggi un detenuto che si iscrive alla Statale paga solamente i 156 euro previsti dall'imposta di bollo regionale, che non è abbattibile. Abbiamo messo un unico vincolo: che nei primi due anni si raggiungano almeno 18 crediti (pari a due/tre esami), per evitare che questa possibilità fosse utilizzata in modo solo strumentale".
Dai cinque studenti ristretti che hanno iniziato il progetto, oggi gli iscritti alla Statale sono oltre 100, ai quali vanno sommati i detenuti che seguono i corsi presso altri Atenei. Ovviamente, il Covid-19 ha complicato molto anche il loro percorso di studi. "Inizialmente ci consentivano di entrare in carcere con un tampone negativo, ma adesso non è più consentito", spiega il prof. Simonetta, il quale usa il plurale riferendosi non solo ai colleghi che tengono i laboratori presso gli istituti di pena, ma anche agli studenti esterni. Un tratto davvero particolare di questo progetto è che le classi sono miste in vari sensi: i detenuti frequentano i corsi insieme a studenti non ristretti, dei quali la maggior parte è composta da ragazze. Inoltre vengono invitati a partecipare anche i detenuti non iscritti all'Università, ma che hanno gli strumenti culturali per seguire le lezioni.
Le attività si svolgono in cicli trimestrali, con una presenza settimanale all'interno del carcere. E gli studenti esterni fanno davvero a gara per potervi entrare: "Ogni anno mettiamo a disposizione circa 100/120 posti, ma le richieste sono più del doppio. Ci sono studenti che arrivano dalla Svizzera, dal Piemonte o dall'Emilia Romagna: si alzano all'alba per poi sottoporsi ai rigidi protocolli di sicurezza e infine fare lezione insieme ai detenuti".
Come si spiega questo forte interesse degli studenti per il progetto con il carcere? "Molti sono spinti dall'impegno sociale, ma altri non hanno alcuna esperienza di volontariato. Si tratta di una proposta formativa con tutti i crismi, ma decisamente al di fuori degli standard, grazie alla quale si possono cementare delle relazioni forti, che continuano anche al di là del percorso di studi".
Anche la relazione tra studenti e detenuti è molto particolare: "Inizialmente prevale la diffidenza, da entrambe le parti. Le lezioni si svolgono in cerchio e le prime volte si formano due semicerchi ben distinti. Col tempo, diventa persino arduo distinguere tra chi è ristretto e chi no: anzi, abbiamo notato che spesso i detenuti sono molto meno garantisti dei ragazzi, che tendono a giustificare i loro reati con la loro estrazione sociale. C'è anche chi rimarca che, in fondo, rubare gli piaceva! Su questo devo dire che noi preferiamo non far sapere agli studenti le motivazioni per le quali i loro compagni di corso sono finiti in carcere, per evitare pregiudizi. Fa eccezione il carcere di Opera, che invece vuole che siano informati, per meglio tutelarli rispetto a possibili rischi. Certo, delle situazioni difficili ogni tanto si presentano: ad esempio quella volta che un detenuto di Bollate, nel corso di una lezione sul 41 bis, ha espresso delle posizioni molto dure su Falcone e Borsellino. Quella volta ho fatto davvero fatica".
Oltre a studiare insieme ai detenuti, gli esterni hanno anche la facoltà di diventare loro tutor, sostenendo il percorso delle matricole. Anche in questo caso, si rende necessaria una selezione tra le tante manifestazioni di disponibilità: "Eppure, io stesso ancora mi stupisco del fatto che dei ventenni vadano 8/10 volte al mese in carcere per seguire i loro assistiti. Alcuni di essi sono al 41 bis e quindi non li vedranno mai in faccia, eppure li sostengono lo stesso, in base ai bisogni manifestati".
I risultati sono decisamente incoraggianti: al momento sono circa una decina i detenuti che si sono laureati, ma considerando che l'esperienza è cominciata da pochi anni è più indicativo il dato della media dei voti per esami sostenuti, che non si discosta di molto da quella degli studenti in libertà. Circa il 30 per cento degli iscritti è composto da stranieri (in prevalenza balcanici, ma anche sudamericani e asiatici), con una forte eterogeneità dei livelli di partenza: "Ci sono pezzi grossi del crimine organizzato che sono già alla terza laurea, ma anche immigrati che a fatica hanno preso il diploma di scuola superiore in carcere e provano ad andare avanti".
Altrettanto soggettivo è l'esito del percorso, perché chi ha di fronte a sé molti anni di detenzione preferisce prendersela con calma, mentre chi è vicino alla scarcerazione punta soprattutto a trovare lavoro. Che siano giovani o più maturi - ci sono anche over 70 - i detenuti che iniziano questo percorso hanno comunque a loro disposizione una chance non indifferente, che può essere colta per progettare un futuro di riscatto sociale o anche semplicemente per fare un'esperienza di socialità che altrimenti gli sarebbe negata. "Certo, comprensibilmente incide anche questa motivazione" - conclude il prof. Simonetta - "Non siamo mossi dal desiderio di salvare nessuno, ma semplicemente dalla convinzione che lo Stato debba garantire i diritti dei detenuti: anche se quello alla libertà lo hanno perso, quello all'istruzione va tutelato".
di Maria Sole Lupi
castellinotizie.it, 3 gennaio 2021
"Il carcere di Velletri vive nella tranquillità, la tensione è stata superata. I detenuti sono molto attenti sapendo del pericolo del Covid-19 e portano la mascherina quando sono fuori la loro cella, fortunatamente nessun caso Covid-19 accertato".
Queste sono le prime informazioni rilasciate dal cappellano del Carcere di Velletri, Don Franco Diamante, intervistato a filo diretto per il nostro giornale. Lui che vive dall'interno la dura realtà carceraria, data la lunga esperienza del suo operato, ci racconta di una situazione sotto controllo all'interno del penitenziario, da quando grazie alla concessione della detenzione domiciliare ad opera del decreto Cura Italia dello scorso marzo il numero dei presenti si è via via ridotto di 200 unità.
"Sono attualmente 400 i detenuti presenti nel carcere in linea con la capienza regolamentare - sostiene il cappellano, e aggiunge. Adesso, con meno persone all'interno c'è meno affollamento nei servizi e anche qualche possibilità lavorativa in più internamente all'istituto". Tuttavia, la parte più dolorosa è che il Covid-19 ha sospeso tutte le attività trattamentali interne (tra queste il teatro, il cineforum, libro forum, attività manuali e tanto altro) che davano un senso e uno scopo alle dure e grigie giornate all'interno delle mura carcerarie.
Ci dice il parroco, "I volontari possono entrare ma sono una piccola minoranza rispetto agli ingressi prima della pandemia e possono avere soltanto contatti singoli con il detenuto che ne ha bisogno. Il rapporto è un detenuto per un volontario". La scuola e le messe sono le uniche a rimanere in vigore. Per quanto riguarda la vita religiosa in carcere, ci dice il cappellano: "possono partecipare alla messa 40 detenuti alla volta, abbiamo aumentato i giorni e gli orari settimanali in modo tale da dare l'opportunità a più persone divisi per sezioni di prenderne parte".
Le messe sono il giovedì, il sabato e la domenica in orari diversi per sezioni diverse. Il giovedì la messa è riservata ai precauzionali (sex offender) e il sabato e la domenica per i comuni.
"Posso dire che la partecipazione alle funzioni è più o meno rimasta invariata rispetto al periodo prima della pandemia, in media un centinaio a settimana partecipano alla messa".
Ciò che emerge dal racconto del cappellano è una fotografia drammatica della realtà quotidiana dovuta alla pandemia da Covid-19 nella quale, al fine di ridurre le probabilità di contagio dall'esterno verso l'interno, i detenuti vivono esclusi quasi completamente dal mondo esterno, tranne per i rari casi di coloro che possono beneficiare dei permessi premio e dei permessi di lavoro. Viene reso in tal modo difficile quel cammino rieducativo previsto dall'Art. 27 comma 3 della Costituzione italiana il quale cita: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere nella rieducazione del condannato".
Ad aggiungere sofferenza, oltre all'assenza oramai quasi annuale di attività culturali e sociali extra, vi è la limitazione dei contatti in presenza con i familiari. Ci racconta: "I parenti che possono raggiungere il carcere, devono prendere appuntamento prima di poter fare visita al proprio caro in detenzione. A separare le loro conversazioni è un vetro divisorio che non permette loro il contatto fisico". Nessun abbraccio, quindi, è consentito tra compagni, coniugi, madri e figli e padri e figli. È da immaginarsi il loro dolore per vivere in una condizione di totale privazione dell'affettività, soprattutto nel bel mezzo delle appena trascorse festività natalizie.
Tuttavia, si assiste anche nel carcere di Velletri, così come disposto a livello nazionale, l'aumento delle chiamate e videochiamate concesse ai detenuti verso le loro famiglie e soprattutto nei casi in cui vi sono figli minori. Il cappellano spiega: "Diciamo che a seguito delle ribellioni di marzo dovute alle chiusure ai colloqui con i familiari, da qualche mese hanno concesso maggiori possibilità di chiamare in famiglia, alcuni lo fanno anche quotidianamente e questo ha contribuito inevitabilmente ad abbassare la tensione nelle carceri".
Si è chiesto a Don Franco Diamante di raccontarci di come è prevista l'organizzazione della procedura di isolamento per i sospetti Covid-19 e per i "nuovi arrivati" alla casa circondariale. La risposta: "Noi li chiamiamo "i nuovi giunti", loro vengono messi in isolamento in una delle stanze singole nella "sezione quarantena precauzionale" al "secondo B" per 14 giorni, devono fare due tamponi, se sono negativi vengono mandati nelle celle. Anche chi esce per permesso o per una visita in ospedale quando fa rientro viene messo in isolamento e deve seguire l'iter dei due tamponi. In più c'è una "sezione Covid", se tra i detenuti c'è un caso sospetto viene messo in quarantena. La sezione Covid-19 è spesso affollata".
Tuttavia, dalle parole del cappellano sembra di capire che la situazione a livello di organizzazione è di molto migliorata rispetto ai primi mesi della pandemia quando venne dedicata la "sezione transito" (quella riservata ai colloqui con i legali) per la quarantena sia dei nuovi giunti e sia dei sospetti Covid-19, per un totale di poco più di dieci posti.
Si è chiesto all'intervistato di raccontarci se avesse recepito qualche informazione in merito all'adesione dei detenuti del Carcere di Velletri allo sciopero della fame nazionale indetto dall'Onorevole Rita Bernardini, assieme ad altri personaggi del panorama politico e culturale, dai primi di dicembre per chiedere l'apertura di un dialogo con il Ministero di Giustizia circa l'approvazione di provvedimenti che mirino a decongestionare molte carceri italiane in condizione di sovraffollamento (ipotizzate anche la concessione di amnistia e indulto). La replica di Don Franco Diamante: "So che hanno aderito nella Casa Circondariale di Velletri circa la metà dei carcerati più motivata e consapevole. In carcere viene chiamato lo "Sciopero del carrello" e consiste nel non mangiare gli alimenti e le pietanze del vitto ufficiale portate cella per cella dal personale di polizia penitenziaria mediante il carrello", da qui il nome. Lo sciopero è durato 4 giorni".
Immaginando l'andamento delle feste natalizie in carcere, Don Franco Diamante ha aggiunto la sua testimonianza: "Natale in carcere è sempre stato il giorno più brutto dell'anno. Pandemia o no non cambia molto per loro. In quel giorno il personale è sempre stato al minimo e le attività non sono mai state previste così come i colloqui con i familiari". Solitudine, è la parola che più ci sembra descrivere il Natale- così come ogni altro giorno di festa- di coloro che si trovano ristretti in carcere e in generale sono
privati della libertà personale.
Sicuramente le festività in corso sono vissute con ancora più amarezza da coloro che vivono nelle mura delle celle, dai loro familiari e anche da coloro che vi lavorano quotidianamente. Confidando in un 2021 più positivo rispetto al precedente anche per la realtà penitenziaria rivolgiamo auguri sinceri di Buon Anno a tutti gli operatori penitenziari, al personale di polizia penitenziaria, ai volontari, a Don Franco Diamante per averci rilasciato l'intervista e a tutti i detenuti del carcere di Velletri. È importante che le persone recluse non vengano dimenticate dalla società ed è importante che questo lungo periodo sia un'occasione per attribuire il giusto valore alla libertà.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 3 gennaio 2021
Al governo egiziano che, per bocca della sua procura generale, dichiara che non c'è più nulla da fare per identificare i responsabili dell'assassinio e delle torture inflitte a Giulio Regeni, e che il procedimento in corso in Italia è privo di basi, il ministero degli Esteri ha risposto con un comunicato per dire che la dichiarazione egiziana è inaccettabile. Il ministero dice che ha fiducia nella magistratura italiana (!) e prosegue annunciando che agirà anche attivando l'Unione europea.
La difesa dei propri cittadini, anche all'estero, è dovere del governo nazionale; menzionare l'Unione europea non può nascondere la propria inettitudine. Il Parlamento europeo è già intervenuto denunciando le prassi egiziane e sollecitando sanzioni contro i funzionari egiziani responsabili. Ma la responsabilità primaria è dell'Italia. Offensiva del buon senso, a questo punto, è poi la chiusura del comunicato, che incredibilmente formula ancora l'auspicio che la procura egiziana condivida l'esigenza di verità e fornisca la necessaria collaborazione alla Procura della Repubblica di Roma. Al di là delle apparenze che servivano a trascinare nel tempo l'attività della magistratura italiana e tenerne d'occhio gli sviluppi, le autorità egiziane hanno negato collaborazione. Con la loro recente dichiarazione esse l'hanno chiusa definitivamente. Non vi sarà alcuna collaborazione egiziana nella ricerca della verità. Del tutto illusorio è che gli agenti egiziani contro i quali procede la magistratura italiana siano consegnati all'Italia se saranno condannati. E le autorità egiziane non procederanno ad altre indagini per identificare e punire in Egitto i responsabili delle torture e dell'omicidio.
I governi italiani che si sono succeduti nel tempo da cinque anni a questa parte si sono mossi nel quadro dei rapporti politici ed economici con l'Egitto. A parte l'atto dimostrativo del temporaneo ritiro dell'ambasciatore, quei rapporti sono rimasti stretti. Basta menzionare la recente fornitura di due navi da guerra e la collaborazione nella ricerca e nello sfruttamento dei campi di gas nel mare egiziano da parte dell'italiano ente petrolifero di Stato. Ma il tempo della attesa e degli auspici è ora finito. E deve ricredersi chi avesse pensato che il trascorrere del tempo e il succedersi di tragedie finisca con coprire e far dimenticare questa. L'azione della famiglia con l'appoggio che le è assicurato dall'opinione pubblica non ha dato e non darà tregua.
Occorre ora che il governo italiano prenda atto dell'insanabile conflitto apertosi con quello egiziano. Il conflitto è ora tra governi. Entrambi i Paesi sono parte della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. Gli Stati si sono impegnati ad impedire che atti di tortura siano commessi nel proprio territorio; essi si sono obbligati e svolgere indagini efficaci e indipendenti e darsi la più ampia assistenza giudiziaria in qualsiasi procedimento penale relativo alla tortura, comunicandosi tutti gli elementi di prova (indipendentemente da eventuali trattati bilaterali in proposito). La collaborazione cui l'Egitto è tenuto è mancata ed ora appare definitivamente negata. Anche se risulta che al momento del suo sequestro Regeni era sotto il controllo degli agenti della sicurezza egiziana, lo stato di indagini preliminari in cui si trova il procedimento penale in Italia può rendere difficile, nel rapporto tra i governi, dar per certa la responsabilità di agenti pubblici egiziani, che abbiano agito per conto di quelle autorità.
Ma ciò che è incontrovertibile è l'ostruzionismo che è stato opposto alle richieste italiane di collaborazione giudiziaria. Almeno sotto questo aspetto è già ora sicura la violazione degli obblighi internazionali da parte dell'Egitto. E per questo il governo italiano dovrebbe attivare subito gli strumenti previsti dalla Convenzione contro la tortura. La Convenzione prevede che una controversia sulla sua interpretazione o applicazione, non risolvibile tramite negoziazione, sia sottoposta a arbitrato. Se, nei sei mesi seguenti alla data della richiesta di arbitrato, le parti non sono giunte ad un accordo sull'organizzazione dell'arbitrato, ciascuna di esse può sottoporre la controversia alla Corte Internazionale di Giustizia. Si tratta della Corte delle Nazioni Unite che decide le controversie internazionali.
Nell'aprile del 2019 è stata istituita una commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Giulio Regeni. Essa non è ancora giunta a formulare conclusioni o raccomandazioni al governo, ma ha recentemente ricevuto un argomentato suggerimento da parte dell'internazionalista professor Pisillo Mazzeschi. In esito alla sua audizione egli ha depositato una memoria che offre tutti i motivi utili a intraprendere la via prevista dalla Convenzione contro la tortura. A quell'autorevole contributo si è ora aggiunta la presa di posizione della Società Italiana di Diritto Internazionale. Il governo non ha più alcuna giustificazione nel protrarre l'inerzia o continuare a limitarsi a più o meno sdegnate dichiarazioni. Non c'è soltanto da far valere la ragione italiana in un caso di omicidio e tortura di cui è stato vittima un suo cittadino.
Non c'è soltanto da adempiere ad un dovere cui il governo è vincolato. La tortura è un crimine contro l'umanità. La comunità internazionale, a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, ha preso su di sé l'onere di far tutto il possibile per prevenire, far cessare e reprimere ogni fatto di tortura. E con la Convenzione contro la tortura ha stabilito gli obblighi degli Stati con gli strumenti utili a contrastarla. Il governo italiano si trova ad essere il membro della comunità internazionale che, attivando i meccanismi della Convenzione, può dimostrare che essa non è una vuota serie di belle parole, ma esprime un impegno serio. Può farlo e quindi, senza tardare, deve farlo.
di Ennio Cabiddu*
Il Manifesto, 3 gennaio 2021
Lettera aperta ai genitori di Giulio Regeni. Le due azioni di denuncia, la Vostra e la nostra, contro la violazione della legge 185/90 possono unirsi in un'azione comune in nome della giustizia e dei diritti umani. Considerateci a Vostra disposizione, certi che la ragione finalmente prevarrà sul mercimonio delle vite umane, quella di Giulio e quelle delle vittime innocenti dello Yemen.
Lettera ai genitori di Giulio Regeni. Carissimi Paola e Claudio, apprendiamo con piacere che avete denunciato la violazione da parte del governo italiano della legge 185/90 che vieta espressamente la vendita di armi a Paesi in guerra o che violano i diritti umani. Ci sentiamo particolarmente vicini a Voi in questa tenace e sacrosanta voglia di smascherare la complicità dello Stato italiano (sì, dello Stato e non solo del governo) in nome di superiori interessi economici e geopolitici.
La nostra particolare vicinanza nasce anche dal fatto che noi abbiamo presentato quasi un anno fa analogo esposto alla magistratura in relazione alla esportazione verso l'Arabia saudita delle bombe prodotte in Sardegna dalla Rwm. Il nostro esposto con altre iniziative è servito almeno a far sospendere per 18 mesi la scandalosa fornitura. Questi 18 mesi stanno per scadere anche se la Commissione esteri della Camera dei deputati si è già espressa per convertire la sospensione in revoca delle licenze. Ci sembra allora che le due azioni di denuncia, la Vostra e la nostra possano unirci in un'azione comune in nome della giustizia e dei diritti umani.
Per questo considerateci fin d'ora a Vostra disposizione, certi che la ragione finalmente prevarrà sul mercimonio delle vite umane, quella di Giulio e quelle delle vittime innocenti dello Yemen. Prima di salutarvi e sapendo di farvi cosa gradita, rivolgiamo il pensiero a Patrick George Zaki, da troppo tempo segregato sulla base di pretestuose accuse nel suo Egitto, sempre uguale all'Egitto di Giulio. Per Patrick ci uniamo quindi ai tanti che sono impegnati per la sua liberazione ma non ci uniamo certo all'inerzia dello Stato italiano, tutto preso, ancora una volta, a tutelare ben altri e molto meno dignitosi interessi.
*Portavoce di Sardegna Pulita
di Massimo Basile
La Repubblica, 3 gennaio 2021
L'ultima fu nel 1953 Ethel Rosenberg: finì sulla sedia elettrica vittima del maccartismo. Sedici anni dopo un omicidio orribile e tredici dopo un processo di cui nessuno si ricordava più, adesso Lisa Montgomery riceverà tutta l'attenzione dell'America e un posto nella storia: dopo il via libera della Corte d'appello, il 12 gennaio diventerà la prima donna detenuta in un carcere federale a essere giustiziata dal governo americano in quasi settant'anni. Le ultime erano state, nel '53, Ethel Rosenberg, condannata in pieno maccartismo per spionaggio con l'Unione Sovietica e uccisa sulla sedia elettrica, e Bonnie Brown Heady, condannata alla camera a gas per rapimento e omicidio.
Montgomery, 52 anni, una delle cinquantacinque donne rinchiuse attualmente nel braccio della morte, ne aveva 36 quando il 16 dicembre 2004 strangolò una ragazza di 23 anni del Missouri, Bobbie Jo Stinnett, all'ottavo mese di gravidanza. Erano diventate amiche in chat, parlando di cani e rispettive gravidanze. Solo che quella di Montgomery era paranoia. Vittima di abusi sessuali dal patrigno, la donna, che viveva nel Kansas, per anni aveva sostenuto di essere incinta. Parlando di figli in arrivo e del desiderio di adottare un cucciolo, aveva guadagnato la fiducia della vittima, che gestiva con il marito un allevamento di cani Terrier. Dopo averla uccisa, strangolandola alle spalle, Montgomery aveva preso un coltello da cucina e sventrato la vittima, portandole via la piccola.
Quando la madre della ragazza entrò in cucina, vide un lago di sangue. Ai poliziotti raccontò che era come se alla figlia fosse esplosa la pancia. Il giorno dopo, tornata in Kansas, Montgomery annunciò di aver partorito. Venne arrestata. La bimba, chiamata Victoria, sopravvisse e venne consegnata al padre. Nel 2007 i giudici hanno emesso la condanna a morte, confermata un anno dopo. Rinchiusa nel Federal Medical Center a Fort Worth, Texas, la donna ha atteso l'esecuzione che verrà eseguita nel carcere federale di Terre Haute, Indiana. Doveva essere giustiziata l'8 dicembre, ma la sentenza era stata rinviata perché l'avvocato della donna aveva contratto il Covid dopo una visita in carcere.
Il 23 novembre è stata fissata l'esecuzione per il 12 gennaio, ma il legale si era opposto. La corte d'appello ha respinto il ricorso. Se non ci saranno novità, Montgomery verrà uccisa con iniezione letale, ennesima condanna a morte nell'ultimo anno sotto l'amministrazione Trump, otto giorni prima del giuramento da presidente degli Stati Uniti di Joe Biden, da sempre contrario alla pena capitale.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 3 gennaio 2021
Hassan Rezaei, condannato alla pena capitale per un omicidio commesso quando aveva 16 anni, è stato messo a morte all'alba del 31 dicembre, quando ne aveva raggiunti 28, nella prigione centrale di Rasht. Nel 2020 l'Iran è stato l'unico stato al mondo ad aver eseguito condanne a morte di rei minorenni, in completa violazione delle norme internazionali. Immediate sono state le reazioni delle Nazioni Unite e dell'Unione europea. Secondo Iran Human Rights, dal 2010 in Iran sono stati messi a morte almeno 63 minorenni al momento del reato, quattro dei quali negli scorsi 12 mesi. Almeno 80 rei minorenni sono in attesa dell'esecuzione in varie prigioni del paese.
di Liliana Segre e Mauro Palma*
La Repubblica, 2 gennaio 2021
Difficile dover decidere le priorità nell'accesso a una misura di tutela della salute, così fondamentale come un vaccino, mentre incombe tuttora il rischio dell'esplosione dei suoi improvvisi focolai. Per questo l'azione del governo - e del ministro della Salute in particolare - a cui è affidata la responsabilità di tale decisione va guardata con rispetto. Difficile dover decidere le priorità nell'accesso a una misura di tutela della salute, così fondamentale come un vaccino, mentre incombe tuttora il rischio dell'esplosione dei suoi improvvisi focolai.
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