di Marina Catucci
Il Manifesto, 9 aprile 2021
Arrivi record e qualche miglioramento con la presidenza Biden dopo le prime misure per alleviare il sovraffollamento nei centri. Ma i numeri restano alti. Più di 20mila minori migranti non accompagnati sono ora in custodia negli Stati uniti, mentre l'amministrazione Biden cerca di alleviare il sovraffollamento nelle strutture di protezione delle frontiere aumentando la capacità dei letti e riducendo il tempo necessario per rilasciare i minori affidandoli agli sponsor, parenti o assistenti sociali, che vivono negli Usa.
Da queste mosse è derivato un piccolo miglioramento, ma un numero record di bambini sta ancora attraversando il confine: ne sono stati contati 747 durante la sola giornata di martedì. Nel totale sono ancora 4.228 i minori sotto la custodia del Customs and Border Protection, agenzia generalmente non preparata a prendersi cura dei bambini per periodi prolungati, mentre 16.045 i bambini sono sotto la custodia del Dipartimento della salute e dei servizi umani. Si sono ridotti i numeri dei bambini che non riescono a essere riuniti alle famiglie, ma restano comunque alti: 445 bambini migranti separati dalle famiglie a causa delle politiche dell'amministrazione Trump tra il 2017 e il 2018 non sono stati ancora individuati. Il governo in quel periodo aveva dichiarato la separazione di almeno 2.800 bambini dai loro genitori. In seguito si è scoperto che almeno altri 1.712 bambini erano stati separati dalle loro famiglie, anche prima che la politica di Trump entrasse ufficialmente in vigore.
di Marina Catucci
Il Manifesto, 9 aprile 2021
Le promesse della campagna elettorale si concretizzano: raffica di ordini esecutivi. Per il presidente l'ostacolo è il fuoco amico del senatore centrista Manchin. Joe Biden ha annunciato una raffica di ordini esecutivi riguardanti il controllo delle armi, inclusi l'introduzione di normative per le cosiddette "armi fantasma" (armi da fuoco assemblate in casa prive di numeri di serie e più difficili da rintracciare), il bando dei dispositivi che trasformano le pistole in fucili a mezza canna e la nomina di David Chipman, da sempre sostenitore delle politiche per il controllo delle armi, come capo dell'Ufficio per la regolamentazione di alcol, tabacco, armi da fuoco ed esplosivi.
Queste le prime azioni sostanziali della presidenza Biden riguardo le armi, una delle massime priorità democratiche diventata ancora più urgente dopo le recenti sparatorie di massa a Boulder, Colorado e nell'area di Atlanta, in Georgia. L'annuncio di Biden è stato fatto nel giardino delle rose della Casa bianca, nel pomeriggio americano, troppo tardi per noi, alla presenza del procuratore generale Merrick Garland e della first lady Jill Biden.
Giunge anche grazie alle spinte degli attivisti per il controllo delle armi, sempre più allarmati dall'inazione del presidente. Biden, durante la campagna elettorale, aveva promesso che avrebbe preso provvedimenti per limitare la violenza armata, già durante il primo giorno di presidenza, poi l'impegno era sembrato cadere nel dimenticatoio, mentre si dava la priorità ad altre emergenze, come la pandemia e l'economia in caduta libera. Recentemente aveva suggerito di considerare il controllo delle armi una priorità meno urgente che poteva essere affrontata come un progetto a lungo termine, ma dopo i due mass shooting di poche settimane fa è stato evidente che la questione della violenza armata si era mossa da sé, diventando un problema di primo piano.
I suoi assistenti di hanno sottolineato che al di là delle sparatorie di massa, il presidente vuole concentrarsi anche su quella che ha definito "l'epidemia più frequente e mortale di violenza armata quotidiana che colpisce in modo sproporzionato neri e ispanici".
Da ex presidente della commissione giustizia del Senato, Biden ha una lunga storia di iniziative per il controllo delle armi, con episodi di successo, così rari in questo campo, come il divieto di 10 anni sul possesso di armi d'assalto, parte di un disegno di legge sul crimine del 1994 sponsorizzato proprio dall'attuale presidente. Non è detto che quello iniziato ieri sarà uno di questi successi, le politiche sul controllo delle armi sono tra le più problematiche: gli elettori delle zone rurali, tradizionalmente repubblicani, sostengono a spada tratta il possesso deregolamentato di armi, mentre gli abitanti delle periferie suburbane, sacche di voto ambite da entrambe le parti, tendono ad avvicinarsi al sentire delle città e a essere aperti al controllo delle armi.
Il problema per una vera politica di Biden sul controllo delle armi arriva da Joe Manchin, senatore democratico centrista dello Stato rurale del West Virginia, che già lo scorso mese si era opposto a i due progetti di legge sulla sicurezza delle armi approvati dalla Camera. Non sembra essersi spostato dalle sue posizioni.
di Simona Musco
Il Dubbio, 9 aprile 2021
"Se la legge è quella dei respingimenti in mare io la contrasto". Intervista al poeta e scrittore Erri De Luca. "L'uguaglianza della legge sbiadisce nelle prigioni dove sono conficcati quelli che hanno minori mezzi di difesa".
"La disuguaglianza di trattamento del cittadino di fronte alla giustizia è per me un dato di fatto. Se poi la legge è quella che lascia correre i respingimenti illegali, per mare e per terra, dal Mediterraneo al confine sloveno, violando il diritto a richiedere asilo, ne faccio volentieri a meno e se posso la contrasto".
Erri De Luca - poeta, scrittore, filosofo e attivista - è da sempre impegnato ad abbattere muri e confini. Lo ha fatto non solo usando le parole, ma anche buttandosi tra le acque del Mediterraneo a bordo della nave Prudence, di Medici Senza Frontiere, sfidando assieme a tredici pescatori di anime le politiche internazionali ripiegate sul controllo della frontiera più che sulla tutela delle persone. Un'esperienza dalla quale, nel 2017, nacque uno splendido reportage, dal titolo "Se i delfini venissero in aiuto". "Ho trovato in terraferma calunnie e voci a vanvera sui soccorritori di naufraghi che ho conosciuto", scriveva allora. Parole che valgono ancora oggi.
Si torna a parlare di ong, ancora una volta per criminalizzarle. Cosa ne pensa dell'inchiesta di Trapani?
È una delle tante che aggiungono ostacoli e pretesti per impedire i salvataggi di naufraghi nel Mediterraneo. Abbiamo un presidente del consiglio che in Libia ha definito salvataggi i sequestri in mare di profughi e la loro deportazione in recinti osceni. Chi impedisce agli organismi umanitari la loro opera, istiga all'omissione di soccorso.
Gli accordi tra gli Stati sull'immigrazione appaiono un modo per nascondere la polvere sotto al tappeto e i naufragi vengono tollerati come "effetti collaterali". Si storpiano i concetti per accettare, di fatto, la morte delle persone. Cosa direbbe a chi ha questa responsabilità?
Evito di rivolgermi alle autorità, per mia generosità nei loro confronti le considero incompetenti a gestire il normale fenomeno dei flussi migratori. Ai miei concittadini dico che le peggiori condizioni di trasporto marittimo della storia dell'umanità, aggravate dalla ottusa volontà di sbarramento, non hanno ottenuto niente. Hanno invece procurato un sentimento di vergogna nella coscienza civile del nostro paese. Dall'affondamento della nave albanese Kater i Rades nella Pasqua del 1997 a oggi, nessuna criminale misura di respingimento ha potuto far calzare all'Italia un preservativo.
Come si fa a vedere negli esseri umani un "carico fuorilegge"?
Prima bisogna disumanizzare le persone, considerarle zavorra scaricabile in mare, poi bisogna eccitare allarme, ostilità, repulsione attraverso i servizievoli organi d'informazione. I giornalisti che si imbarcano per raccontare queste storie al confine con l'umanità vengono criminalizzati proprio come si fa con le ong. C'è un tentativo di riscrivere la storia? La storia sarà scritta dai nipoti di chi è sbarcato sulle nostre coste e si è fermato per essere cittadino. Si sta invece deformando la cronaca. Sono stato in mare con Medici Senza Frontiere nel sud del Mediterraneo e mentre scippavamo dall'annegamento le più disperate vite umane, da terra si avviava la diffamazione dei taxi del mare. Quando si sperimenta la più spudorata contraffazione ufficiale della realtà, si dà ascolto solo a chi è a bordo di quelle unità. Quel giornalismo di liberi professionisti è l'unica fonte di informazione possibile.
L'ex pm Davigo, parlando delle intercettazioni a carico dei giornalisti, ha affermato che la legge è uguale per tutti. La legge, dunque, prevarrebbe anche su un diritto superiore, quello dei migranti alla vita...
L'uguaglianza della legge sbiadisce nelle prigioni dove sono conficcati quelli che hanno minori mezzi di difesa, di fronte ai domiciliari concessi agli illustri, di fronte a Dana Lauriolo imprigionata per la sua opposizione al Tav. La disuguaglianza di trattamento del cittadino di fronte alla giustizia è per me un dato di fatto. Se poi la legge è quella che lascia correre i respingimenti illegali, per mare e per terra, dal Mediterraneo al confine sloveno, violando il diritto a richiedere asilo, ne faccio volentieri a meno e se posso la contrasto. Ribadisco che l'unico giornalismo oggi è quello d'inchiesta, svolto sul campo.
Quali sono state le parole che hanno contribuito a spostare il baricentro della questione? Come si è arrivati a tanta indifferenza?
Nell'uso e spaccio di vocabolario falso registro la parola "ondate" riferita agli sbarchi. Questo termine suggerisce che una terraferma debba alzare dighe, scogliere, ostacoli contro l'inondazione. Il termine giusto è flussi, che non suggerisce alcuna reazione di strozzamento. Altro spaccio di vocabolario falso è invasione, che suscita ricordi di occupazioni militari straniere. Ma non si può parlare di invasioni per persone che arrivano disarmate, alla spicciolata, donne e bambini compresi. L'uso distorto serve a creare allarme e poi indifferenza, che è il secondo tempo.
Qual è il confine tra giusto e sbagliato quando ci sono leggi che consentono di lasciar morire qualcuno per mare? C'è un diritto alla disobbedienza?
Esiste il sentimento di giustizia e poi esiste la legalità, cioè un corpo di leggi approvate dalle autorità. Succede che siano in contrasto. Una legge dello Stato, votata in Parlamento, che condanna un pescatore per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina in seguito al salvataggio di un annegato, e gli sequestra la barca, è una legge con il crisma della legalità ma è ingiusta. Va dunque puntualmente negata. Il sentimento di giustizia, da Antigone in poi, ha diritto di prevalere sulla legge.
Lei ha vissuto in prima persona, dal ponte di una nave, cosa voglia dire affrontare le onde per salvare qualcuno. Che tipo di umanità ha conosciuto in quell'occasione?
Non ero un ospite, ma uno dell'equipaggio, ho condiviso impegno e compiti di persone che ammiro. Ho visto salire da una scala di corda più di ottocento persone stremate, giovani che non si reggevano in piedi. Erano finalmente salve. La soluzione sono già i convogli umanitari organizzati per esempio dalla Comunità di Sant'Egidio, con voli diretti e profughi già distribuiti in sedi di accoglienza.
La politica mira a proteggere i confini, non le persone. Cosa sono, per lei, le frontiere?
Le frontiere sono suddivisioni amministrative che regolano le giurisdizioni attribuite agli Stati. Le frontiere non sono sbarramenti. Non lo sono le montagne che al contrario costituiscono una rete di innumerevoli transiti non controllabili, da versanti opposti, come sa chiunque le conosca. Non è sbarramento il mare che Omero definì una volta per tutte una strada liquida. Le frontiere sono convenzioni e riguardano la storia, non appartengono alla geografia. La specie umana sulla superficie del pianeta si è spostata per necessità da quando è apparsa al mondo. Lasciamo ai doganieri il loro pezzo di carreggiata, il loro porto. Tutto intorno il passaggio è spalancato.
di Roberto Ciccarelli
Il Manifesto, 9 aprile 2021
"La pandemia ha rivelato il clamoroso fallimento delle due destre egemoni: liberismo e sovranismo. Da essa possiamo trarre due insegnamenti: il primo è di segno anti-liberista, relativo al carattere pubblico, l'altro di segno anti-sovranista, relativo al carattere globale che dovrebbero rivestire le garanzie del diritto di tutti alla salute e alla vita, senza distinzioni né di ricchezza né di nazionalità"
La pandemia del Covid-19 ha svelato la totale mancanza di garanzie dei diritti, pur stabiliti da carte e convenzioni, l'inadeguatezza delle istituzioni internazionali e la subalternità dei governi alle aziende farmaceutiche sui vaccini. Per Luigi Ferrajoli questa situazione può riservare tuttavia un'opportunità politica. In due libri pubblicati di recente, "La costruzione della democrazia. Teoria del garantismo costituzionale" (Laterza, pp. 466, euro 30) e "Perché una Costituzione della terra?" (Giappichelli, pp. 80, euro 11) sostiene che, dopo anni di politiche liberiste, può prevalere nel dibattito pubblico il principio che la sanità pubblica, i vaccini e la tutela dei diritti fondamentali a cominciare dal reddito e dal salario non vanno affidati alle logiche del mercato ma garantiti ugualmente a tutti.
"Nella prospettiva di un costituzionalismo globale - spiega Ferrajoli - va stipulata la non brevettabilità di questi vaccini. È anzi necessario abolire i brevetti di tutti gli altri farmaci salva-vita, la non disponibilità dei quali determina ogni anno, nel mondo, milioni di morti. La pandemia sta poi facendo emergere un'altra intollerabile diseguaglianza: i vaccini sono stati accaparrati dagli stati più ricchi e quelli più poveri ne sono quasi totalmente privi. Solo tra tre o quattro anni potranno vaccinare tutte le loro popolazioni. L'accaparramento avviene anche grazie ai brevetti, peraltro finanziati con fondi pubblici. Occorrerebbe, nell'immediato, procedere almeno alla loro sospensione, come hanno proposto Sudafrica e India. Una moratoria dei brevetti permetterebbe agli Stati più poveri di produrre i vaccini e intensificare la risposta a un virus che ha già fatto nel mondo due milioni e mezzo di morti. Eviterebbe la morte di altri milioni di persone".
Tuttavia gli Stati Uniti, le nazioni dell'ex Commonwealth, l'Unione Europea l'Italia si oppongono. In che modo a suo avviso si possono superare queste posizioni?
Sbagliano a opporsi. È nel loro interesse permettere la più ampia e rapida vaccinazione in tutto il mondo, se non altro per non subire altre ondate di contagi ad opera di varianti del virus sempre più aggressive. Vedremo nelle prossime settimane se prevarranno le ragioni della vita o quelle dei profitti. Se poi bisogna compensare le multinazionali e liberarsi dai loro ricatti, lo si faccia al più presto e si permetta la produzione dei vaccini ovunque sia possibile. Il problema è di tale portata che va risolto a qualunque costo. Ne va, ripeto, della vita di milioni di persone.
Gli ultimi dodici mesi hanno rivelato l'inadeguatezza di istituzioni come l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Come si dovrebbe riformarle per garantire effettivamente i diritti?
Oggi l'Oms ha solo quattro miliardi di bilancio. Ne occorrerebbero 4 mila l'anno per fare ricerca, prevenire e fronteggiare le pandemie e portare le cure di tutte le malattie in tutto il mondo. Serve più di una semplice revisione del suo trattato istitutivo, di cui si è parlato in questi giorni, in vista soltanto della prevenzione di future pandemie. Lo stesso vale per la Fao, che studia e fa progetti, ma non è certo in grado di porre fine alla fame nel mondo. Occorre trasformare queste istituzioni, ma anche la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l'Organizzazione Mondiale del Commercio, in vere istituzioni di garanzia indipendenti dal controllo dei paesi più ricchi, mettendole in grado di attuare le finalità enunciate nei loro stessi statuti: la garanzia dei diritti sociali, la promozione dello sviluppo dei paesi poveri, la crescita dell'occupazione e la riduzione degli squilibri e delle eccessive disuguaglianze.
In Italia la gestione della pandemia ha diviso profondamente lo Stato dalle regioni creando pesanti diseguaglianze. Occorre una riforma del titolo quinto della Costituzione?
Quella del 2001 è stata una delle riforme più regressive. La regionalizzazione della sanità equivale infatti a una lesione del principio di uguaglianza, essendo inammissibile che il grado di garanzia della salute sia diverso da regione a regione. Il caos attuale nella gestione della pandemia è stato poi una drammatica conferma anche della sua irrazionalità. Ancor più regressiva e incostituzionale sarebbe l'autonomia regionale differenziata rivendicata dalla Lega che, a questo punto, è sperabile che venga abbandonata.
La crisi sanitaria sta scatenando una crisi economica. Nella sua prospettiva quali politiche ipotizza a garanzia dei diritti di chi ha perso il lavoro, ha chiuso le attività, è povero?
In primo luogo un reddito di base universale e un salario minimo orario, stabilito a livello sovranazionale. Per evitare lo sfruttamento dovrebbe essere il doppio del reddito di base. Poi un fisco sovranazionale di carattere realmente progressivo sulle grandi ricchezze com'è stato suggerito da Anthony Atkinson e da Thomas Piketty. Contro le ripetute crisi economiche e la crescita delle disuguaglianze è necessario passare dallo stato sociale burocratico, con tutti i costi, le inefficienze e gli arbitri generati dalla mediazione burocratica, allo stato sociale dei diritti basato su garanzie pubbliche ex lege.
Alla luce di queste considerazioni come sintetizza l'idea proposta nel suo libro di un "costituzionalismo oltre lo Stato"?
Come un inveramento e come un'attuazione del paradigma costituzionale, logicamente conseguenti al carattere universale dei diritti fondamentali, i quali o sono di tutti, cioè uguali e indivisibili, come del resto stabiliscono le carte internazionali, oppure si trasformano in privilegi. Prendere sul serio questi diritti in quanto universali equivale perciò a disancorarli sia dalla cittadinanza che dal mercato. La pandemia ha rivelato il clamoroso fallimento delle due destre egemoni: liberismo e sovranismo. Da essa possiamo trarre due insegnamenti: il primo è di segno anti-liberista, relativo al carattere pubblico, l'altro di segno anti-sovranista, relativo al carattere globale che dovrebbero rivestire le garanzie del diritto di tutti alla salute e alla vita, senza distinzioni né di ricchezza né di nazionalità. La pandemia potrebbe insomma produrre un risveglio della ragione su questioni fondamentali e farci dire di essa, con le parole di Giambattista Vico, "sembravano traversie ed erano in fatti opportunità".
Ha ipotizzato una "Costituzione della terra". Di cosa si tratta?
Diversamente dalle costituzioni nazionali e dalle tante carte internazionali dei diritti, una Costituzione della Terra dovrebbe prevedere ed imporre, oltre alle tradizionali funzioni legislative, esecutive e giudiziarie, anche le funzioni e le istituzioni di garanzia primaria dei diritti fondamentali. Tutti questi diritti hanno infatti bisogno di norme di attuazione che introducano le istituzioni pubbliche che li garantiscano: un servizio sanitario mondiale, un'organizzazione mondiale dell'istruzione, un demanio planetario che sottragga al mercato beni comuni come l'acqua potabile e protegga le grandi foreste, i mari e i grandi ghiacciai, il monopolio pubblico della forza in capo ad organi di polizia internazionali e la conseguente messa al bando delle armi e degli eserciti nazionali. La mancanza di queste funzioni e di queste istituzioni di garanzia, in un mondo sempre più integrato e interdipendente, è una lacuna insostenibile del diritto internazionale, che equivale a una sua vistosa violazione.
Chi sono i soggetti di questa politica oggi?
È una politica basata sulla ragione, cioè sul nesso tra la salute degli umani e la salute del pianeta e, nei tempi lunghi, sugli interessi vitali di tutti. Su questi temi c'è stata in questi anni una generale crescita di consapevolezza, che si è manifestata in mobilitazioni collettive come "Fridays for future" e campagne come "Nessun profitto sulla pandemia". A queste lotte sociali e a queste mobilitazioni civili, la prospettiva del costituzionalismo globale offre un obiettivo politico e istituzionale in grado, oltre tutto, di unificarle.
Cosa risponde a chi sostiene che questa democrazia cosmopolitica è utopistica?
Che è esattamente il contrario; che è la sola risposta razionale e realistica al dilemma affrontato quattro secoli fa da Thomas Hobbes: la generale insicurezza determinata dalla libertà selvaggia dei più forti, oppure il patto di convivenza pacifica sulla base del divieto della guerra e la garanzia della vita. Con due differenze e aggravanti di fondo: la capacità distruttiva degli odierni poteri selvaggi globali, incomparabilmente maggiore di quella nello stato di natura hobbesiano, e il carattere irreversibile delle devastazioni da essi prodotte.
Dopo un anno di pandemia rischiamo di passare dal "niente sarà come prima" al "non esiste un'alternativa" a questo sistema?
Le alternative esistono. L'idea che esse non esistono è un'ideologia di legittimazione dell'esistente che naturalizza ciò che è totalmente artificiale, prodotto dell'attività e delle irresponsabilità della politica e dell'economia. Non c'è nulla di naturale in quello che sta accadendo. Tutto è politico.
di linda meoni
La Nazione, 9 aprile 2021
"Liberi di immaginare", con la regia di Giuseppe Tesi, è liberamente ispirato allo Stabat Mater della poetessa-scrittrice Grazia Frisina. Ecco il trailer che dà un assaggio del complesso lavoro appena ultimato. Un lavoro che dà carne, corpo e voce alla Madre di tutti, abbattendo qualsiasi muro o barriera, capace di portare un dolore universale e inconsolabile, quello che si prova per la morte ingiusta di un figlio, dentro a un altro dolore: quello della detenzione. L'emozione di veder prendere forma il suo "Stabat Mater", finora 'solo' un intenso dramma poetico contenuto nell'opera "Madri", è stata per Grazia Frisina inaspettata, enorme, la risposta a quella sua ricerca cominciata quando quel testo è diventato parola su carta.
"Quando ho pubblicato 'Madri' - è il ricordo della scrittrice e poetessa - cercavo qualcuno che in qualche modo potesse dargli carne, voce, materia. Da qui la decisione di far pervenire il testo al regista Giuseppe Tesi, che conoscevo per alcuni suoi lavori teatrali. La sua reazione fu l'immediata volontà di trasformare il testo in opera teatrale, facendola entrare in carcere. Le difficoltà non sono mancate, ma il lavoro è giunto al termine e la sorpresa nel vederlo è stata forte: pensavo che portare lo 'Stabat Mater' in una realtà così complessa fosse un'idea inattuabile e invece Tesi è riuscito mirabilmente nell'intento. È stato bello riuscire a portare un dolore universale e inconsolabile come quello di Maria dentro a un altro dolore. Questo più di ogni altra cosa mi ha colpita".
Una Maria terrena e umana, non la madre dei soli silenzi e dolori, ma una madre che prende parola, anche una "mater gaudiosa", fatta di carne che in "Liberi di immaginare" - questo il titolo del corto cinematografico diretto da Giuseppe Tesi, progetto dell'associazione pistoiese Electra Teatro, di cui è appena uscito il trailer - incontra la sofferenza dei detenuti, tutti mirabilmente impegnati in questo progetto che ha dimostrato di saper creare ponti culturali ed emotivi. E che di poesia c'è bisogno, oggi più che mai.
"La poesia procede in senso verticale - prosegue nella riflessione Frisina, che incessantemente lavora alla scrittura con un lavoro pronto a uscire in estate -, ha la capacità di farci scendere nel profondo, di andare nel nostro io e toccarne le punte più fragili, ma ha la capacità anche di portarlo fuori e di saperlo innalzare, di renderlo comunicabile e in qualche modo di sublimarlo. La poesia ha la capacità di rendere un dolore visibile, di una visibilità che rasenta il sacro, che accarezza il divino. Credo che oggi si abbia veramente bisogno di questo. Chi cerca risposte nella poesia, non ne troverà: la poesia semmai sollecita riflessioni e domande, ci invita a vedere le cose con un altro sguardo, più attento e di premura".
"Anch'io ero chiamato a un compito - commenta il regista Tesi -, dare verso e voce a ciò che oggi abbiamo spogliato di mistero, alla sua luminosità. Mi sono spinto là dove il dolore è vero, reale. Il destino non ti avverte: ma se lo sai cogliere, e ascoltare, ti ricambia con gratitudine. E cosi da questi corpi crudi, chiusi e puniti, è sortita la profonda sacralità, una sorta di santità, che solo gli ultimi degli ultimi detengono. Si sono sottratti alla finzione del gioco cinematografico e teatrale, elargendo scomode verità. Dedico questo lavoro a mia madre. Mi ha insegnato l'affidabile speranza". "Liberi di immaginare" vede la partecipazione degli attori Melania Giglio e Giuseppe Sartori, lo ricordiamo, è un film realizzato grazie a una raccolta fondi alla quale hanno contribuito tanti comuni cittadini, la Fondazione Caript, la Fondazione Giorgio Tesi, Un Raggio di Luce, la Misericordia di Pistoia e l'Ordine degli avvocati.
cataniatoday.it, 9 aprile 2021
Un orto biologico come strumento di riabilitazione e valorizzazione dei rapporti interpersonali, ma anche di sensibilizzazione alla tutela del territorio e alla promozione dei suoi frutti destinati al consumo. È il progetto "L'Orto nell'Ipm di Bicocca" finanziato con i fondi della legge 285/97 e avviato nell'Istituto penale per minorenni di Bicocca alla presenza del sindaco Salvo Pogliese e dell'assessore ai Servizi sociali Giuseppe Lombardo. Sono intervenuti la direttrice dell'Istituto, Letizia Bellelli, il presidente della Cooperativa Prospettiva, Glauco Lamartina, la responsabile dell'ufficio Programmazione servizi sociali del Comune di Catania, Lucia Leonardi.
Il progetto, che ha la durata di dodici mesi, coinvolgerà a rotazione tutti i minori presenti in Ipm con attività dalla forte valenza educativa e formativa, basate su un positivo rapporto con la natura in tutte le sue forme e i suoi tempi. L'obiettivo è quello di realizzare e mettere in produzione un orto biologico per la coltivazione di frutta e ortaggi da destinare sia al consumo interno che ad azioni di solidarietà e di riparazione del danno nei confronti di enti che si occupano di famiglie in difficoltà.
Attraverso la partecipazione attiva, i ragazzi potranno anche acquisire la consapevolezza su concetti legati al consumo responsabile del cibo, alle proprietà organolettiche degli alimenti e al positivo impatto ambientale del chilometro zero. Nella zona individuata per l'orto, partendo dall'attività di bonifica, sono stati allestiti cassoni riempiti di terra dove sono state messe a dimora piante aromatiche, verdure e frutta. Nell'area è stato inoltre realizzato un murales grazie al contributo di Salvo Ligama, artista di rilievo internazionale, che ha guidato i ragazzi dall'ideazione del bozzetto alla fase di pittura. "Siamo particolarmente contenti - hanno detto il sindaco Pogliese e l'assessore Lombardo - di dare l'avvio a un progetto che mira alla rieducazione di tanti ragazzi attraverso i valori della solidarietà, delle relazioni, del rispetto dell'ambiente e soprattutto del territorio che ci appartiene e che siamo chiamati a salvaguardare e a valorizzare anche in un'ottica di crescita economica e di sviluppo. Nuove chance e opportunità sono sempre possibili anche e soprattutto per chi ha commesso errori in giovanissima età e dopo un importante percorso di consapevolezza, riuscirà con senso di responsabilità a guardare verso un orizzonte diverso".
di Sergio D'Elia*
Il Riformista, 9 aprile 2021
Esecuzioni sospese da oltre un anno. 97% delle condanne a morte commutate nel 2018. E, dice la Corte suprema, va liberato chi ha trascorso più di 25 anni in carcere in attesa di essere giustiziato. Nei Paesi musulmani, è tradizione che tutte le esecuzioni siano sospese durante il mese di Ramadan. Nel 2020, in Pakistan, la tregua religiosa di un mese è durata tutto l'anno. Nessuno è stato impiccato, e la moratoria è sconfinata nei primi mesi di quest'anno.
L'ultima esecuzione in Pakistan è avvenuta il 16 dicembre 2019, quando Taj Muhammad è stato impiccato per aver aiutato i Talebani nel massacro del dicembre 2014 in una scuola a conduzione militare di Peshawar in cui rimasero uccise 150 persone, tra cui 134 bambini. Gli anni successivi alla strage sono stati anni terribili. Il governo ha subito revocato la moratoria in atto da sei anni. La guerra senza quartiere al terrorismo ha fatto strame di diritto e giustizia nei tribunali e ha condotto nel braccio della morte o alla forca centinaia di presunti Talebani. Nel 2015, l'anno successivo alla strage, il "rito" della impiccagione si è ripetuto 326 volte. Quasi ogni giorno, prima dell'alba, un condannato aveva consumato l'ultimo pasto, aveva fatto le sue abluzioni, aveva avuto il tempo di pregare, poi era stato portato al patibolo dove i boia avevano coperto il suo volto con un cappuccio nero e gli avevano legato mani e piedi prima di impiccarlo.
La foga giustizialista è scemata quasi subito: dopo il 2015, di anno in anno, le esecuzioni sono diminuite drasticamente fino a scomparire del tutto nel 2020. La Corte Suprema del Pakistan è sempre stata un argine alla pratica della pena capitale nel Paese: ha posto limiti giuridici, creato precedenti, commutato migliaia di sentenze capitali.
Uno studio condotto dal Iustice Project Pakistan ha rivelato che, tra il 2010 e il 2018,1a Corte Suprema ha annullato la pena di morte nel 78% dei casi. 1197% delle condanne è stato commutato in ergastolo o in altre pene detentive nel 2018. La linea della più alta corte del Paese ha fatto scuola nei tribunali di grado inferiore. Nel 2019, erano state emesse 632 condanne a morte. Il numero è sceso a 177 nel 2020. Anche la popolazione del braccio della morte tra i più affollati del mondo è diminuita dai 4.225 detenuti del 2019 ai 3.831, tra cui 29 donne, registrati alla fine del 2020.
Negli ultimi cinque anni, il tribunale supremo del Paese ha fatto evolvere la giurisprudenza con una serie di sentenze che hanno contenuto la pratica della pena di morte. Nel marzo 2019, l'allora Presidente della Corte Asif Saeed Khosa, noto per il tocco poetico che accompagnava i suoi giudizi e per aver assolto Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte per blasfemia, ha scritto una sentenza di 31 pagine per affermare che la regola falsus in uno, falsus in omnibus - falso in una cosa, falso in tutto - sarebbe diventata parte integrante della giurisprudenza nei processi penali: effettiva, seguita e applicata nella lettera e nello spirito da tutti i tribunali del Paese.
Secondo la regola latina, un testimone che rende una falsa testimonianza in un caso non è credibile in nessun altro caso perché "la presunzione che il testimone dichiarerà la verità cessa non appena appare manifestamente che è capace di spergiuro". L'attendibilità di un testimone non può essere parziale o frazionata Alla luce di questa sentenza, un gran numero di casi di pena di morte è stato ribaltato in appello. Fosse, una tale regola, in vigore attualmente in Italia, un imputato non avrebbe il terrore di finire in un'aula di tribunale.
Fosse applicata anche retroattivamente, la storia giudiziaria del nostro Paese andrebbe riscritta. La Corte Suprema non si è fermata a quel che accade nei tribunali, ha rivolto la sua attenzione anche alla esecuzione delle pene. Nel luglio scorso, ha annullato la condanna a morte di due fratelli - Sikandar Hayat e Iamshed Ali - che avevano passato 27 anni della loro vita in carcere. Accogliendo l'istanza di revisione presentata dai prigionieri nel braccio della morte, la Corte ha affermato che i condannati, dopo più di 25 anni di carcere in attesa di esecuzione, avevano maturato il "diritto all'aspettativa di vita".
Secondo la sentenza, il "diritto all'aspettativa di vita" è un diritto che va riconosciuto al condannato a morte che, nel fare ricorso a tutti i rimedi giudiziari legalmente previsti volti a evitare l'esecuzione, sia rimasto in carcere per un periodo uguale o superiore a quello prescritto per l'ergastolo. In Pakistan l'ergastolo equivale a una pena che può durare al massimo 25 anni. Dopo tale temine, anche per un condannato a morte può maturare il diritto a vivere in libertà la parte di vita che gli rimane.
Dal Pakistan, che decide una moratoria delle esecuzioni per i condannati a morte e, dopo massimo 25 anni, dona la libertà ai condannati a vita, giunge una lezione di civiltà a un Paese che prevede ancora e pratica senza sosta pene che vanno oltre ogni aspettativa di vita, svolge processi di irragionevole durata, fissa misure di sicurezza perpetue, infligge regimi crudeli di detenzione che durano fino alla morte.
Dopo solo sei anni dalla "strage degli innocenti" nella scuola di Peshawar, il Pakistan ha deciso di voltare pagina. Dopo quasi trent'anni dalla strage di Capaci, l'Italia continua invece a usare leggi e codici di emergenza, articoli come il 4bis, il 41bis e il 416bis che negano il diritto umano minimo, quello "pakistano", il diritto a sperare di vivere quel che resta della tua vita dopo un quarto di secolo di non vita.
*Associazione Nessuno Tocchi Caino
di Antonio Polito
Corriere della Sera, 9 aprile 2021
Tra i paladini delle riaperture e i difensori della prudenza l'incomunicabilità cresce. Ma occorre un piano credibile di ritorno progressivo, prudente e graduale, ma subito operativo, per riaprire l'Azienda Italia. Ogni volta che si parla di riaperture, il governo risponde: dipende dai dati. Giusto. Ma quali? Cominciamo ad essere un po' disorientati. Il numero dei morti, purtroppo e innanzitutto. Terribile. Sembra non calare mai. Però gli esperti ci dicono che sarà l'ultimo a scendere, fotografa contagi di settimane prima.
Il numero di posti disponibili in terapia intensiva, allora: è un altro parametro decisivo. Anche se, a più di un anno dall'inizio della pandemia, pensavamo di averne approntati di più. Per un periodo ci siamo concentrati sull'indice di contagiosità, il famigerato Rt. Poi abbiamo cominciato a guardare con apprensione alla percentuale di positivi sui tamponi effettuati. Di recente osserviamo più attentamente il numero dei contagiati ogni centomila abitanti. Contano tutti questi dati, ovviamente; e tutti insieme servono a stabilire i colori delle regioni. Ma da mesi non migliorano, e tra una vita in rosso e una in arancione non c'è poi tutta questa differenza.
Chi spinge per riaprire, invece, piuttosto che dati chiede date. Gli operatori del settore turistico e alberghiero, per esempio. Rivendicano "certezze"; altrimenti - dicono - è impossibile programmare alcunché. Lo stesso segnalano alcuni sindaci e governatori: festival, fiere ed esposizioni vanno decise per tempo. Passaporti sanitari, corridoi aerei, isole Covid free: tutti si muovono. E noi? Il ministro del turismo Garavaglia dà loro ragione, dice che se potesse una data la darebbe. Ma al governo dispone solo di una camera con vista sulle riaperture: non decide lui.
Così, tra i paladini dei dati e i fautori delle date l'incomunicabilità cresce. Prima che diventi conflitto e rabbia qualcosa va fatto. Forse una data oggi non la si può dare. Ma vivere aspettando Godot neanche si può, se davvero vogliamo ritrovare quel "gusto del futuro" di cui ha parlato Draghi, quel "furore di vivere" di cui ha scritto il Censis. Un esercito di lavoratori, autonomi ma anche dipendenti, soprattutto donne, sta uscendo dal mondo della produzione. Possono finire col gonfiare le schiere degli "scoraggiati", e allora sarà difficile recuperarli. Rischiamo seriamente di ritrovarci un altro gradino più in giù nella competizione con gli altri paesi europei, quando ricomincerà.
Se non una data fatale, se non un dato finale, almeno ci serve una "road map": un piano credibile di ritorno progressivo, prudente e graduale, ma subito operativo, per riaprire l'Azienda Italia. Facciamo sempre in tempo a rivederlo, o anche ad annullarlo, se qualcosa da qui ad allora cambierà in peggio, incrociamo le dita. Ma intanto potrebbe funzionare come una frustata positiva, e mettere un argine a depressione e sfiducia crescenti.
Se poi questa "road map" si basasse, insieme agli altri dati, sul parametro fondamentale del numero di vaccinazioni, ne guadagnerebbe l'"accountability" di governo e Regioni: potremmo così non dovercela prendere solo il fato o il virus se le cose andassero male, visto che ormai buona parte della soluzione del problema sta nelle nostre mani.
D'altronde un minimo di rischio calcolato va accettato, se vogliamo ripartire. Una volta messi in sicurezza gli anziani e i fragili, coloro che il Covid ha continuato a falcidiare anche mentre si vaccinavano magistrati e avvocati, una volta allentata la pressione sugli ospedali, non possiamo aspettare una miracolosa scomparsa dell'epidemia per tornare a vivere. Anche perché una "normalità" nel senso di prima forse non ci sarà per anni.
Gli esperti più onesti ci avvertono che non arriverà un'ora X allo scadere della quale saremo tutti immunizzati e al sicuro. Dipende da quante varianti sorgeranno, da che efficacia conserveranno i vaccini e di che revisioni avranno bisogno, da quanto in fretta riusciremo a immunizzare quella parte del mondo che è più povera della nostra, ma con la globalizzazione è una vicina di casa. Probabilmente dovremo vaccinarci ogni anno, come per l'influenza; dovremo continuare a portare a lungo la mascherina, come i giapponesi fanno dai tempi dell'epidemia di Sars; dovremo mantenere alcune forme di distanziamento sociale. Ma è per questo che ci eravamo detti che avremmo dovuto imparare a convivere con il virus. Al momento ce ne sentiamo invece ancora e soltanto ostaggi.
di Domenico Bilotti*
Il Riformista, 8 aprile 2021
Quale valore positivo ha tenere in cella una persona fino al decesso? Perché cancellare il diritto ad appellarsi a un giudice o ad avere una seconda opportunità? Il 41bis nega la vita. Ho sempre avvertito una certa difficoltà a spiegare agli studenti il meccanismo dell'ostatività.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 8 aprile 2021
I sindacati di Polizia penitenziaria: "Molto preoccupati". L'Unione dei sindacati chiede di accelerare ricorrendo ai vaccini monodose. Nonostante l'avvio della campagna vaccinale e le misure ulteriormente restrittive prese all'interno delle mura, aumenta il numero di contagiati e di focolai attivi nelle carceri italiane, anche a causa delle varianti del Covid-19.
Nel giro di quattro giorni, dall'inizio di aprile, si è passati da 760 a 823 casi positivi su una popolazione complessiva di 52.207 reclusi; mentre tra il personale di polizia penitenziaria si contano 683 infetti di cui 44 sintomatici, su un totale di 33.082 agenti. Un detenuto di 60 anni è morto ieri a Catanzaro, in ospedale dove era ricoverato da dieci giorni, dopo essere stato contagiato all'interno del carcere di Siano dove era scoppiato un focolaio con oltre 70 detenuti e 20 agenti positivi.
- In prigione per errore. Lo Stato ha pagato 46 milioni in un anno
- Prudenza e piccoli passi: la strategia di Cartabia doma la maggioranza
- Prescrizione, i 5 Stelle pronti alle barricate
- Trojan limitato ai dati dinamici. No a copie di foto e contatti senza "perquisizione"
- "Così i testi dell'accusa spiavano le mie telefonate"










