di Paolo Conti
Corriere della Sera, 10 aprile 2021
Riflessioni dello scrittore sul tema della responsabilità civica. Esce il 10 aprile, e resta disponibile per un mese, il volume "Della gentilezza e del coraggio" dell'ex magistrato. Che cos'è veramente la gentilezza, e che cosa davvero è il coraggio? E perché queste due qualità/virtù sono così strettamente connesse tra loro, e appaiono indispensabili per diventare un cittadino veramente consapevole, dunque libero? In estrema sintesi è l'itinerario proposto da Gianrico Carofiglio in Della gentilezza e del coraggio. Breviario di politica e di altre cose, dal 10 aprile in edicola con il "Corriere della Sera" per un mese a 9,90 euro più il prezzo del quotidiano. Sarebbe sbagliato pensare che le due creature carofigliane, così amate dal suo pubblico (ovvero l'avvocato Guido Guerrieri e il maresciallo Pietro Fenoglio) siano completamente sparite di scena. Certo qui loro non ci sono: mancano omicidi e casi da risolvere.
Siamo esplicitamente di fronte a un "breviario": ma resta il metodo investigativo, stavolta applicato alla scoperta dell'etica e alla sua negazione, dunque il piacere di capovolgere l'ovvio e i luoghi comuni come avviene in un'inchiesta dei tanti best-seller di Carofiglio. L'autore qui intende indicare "un sommario di suggerimenti" per la pratica della politica e del potere ma soprattutto "per la critica e la sorveglianza sul potere": cioè la dignità di cittadini adeguatamente strutturati per capire, saper convivere, criticare, rispettare, scegliere e rifiutare. Ma sempre liberamente.
Tre temi, indicati in incipit: la gentilezza "come metodo per affrontare e risolvere i conflitti e strumento chiave per produrre senso nelle relazioni umane", il coraggio "come essenziale virtù civile e veicolo del cambiamento". E poi la capacità di "porre e di porsi domande - la capacità di dubitare, insomma - come nucleo del pensiero critico e dunque della cittadinanza attiva". Una capacità che distingue "i cittadini consapevoli dai sudditi". Una facoltà che implica, guarda un po', "gentilezza e coraggio".
Dunque, la gentilezza. Primo equivoco sgomberato da Carofiglio: "La pratica della gentilezza non significa sottrarsi al conflitto. Al contrario, significa accettarlo, ricondurlo a regole, renderlo un mezzo di possibile progresso e non un evento di distruzione". Se i fascismi e i populismi "vivono dell'elementare, micidiale logica che divide il mondo in amici e nemici", l'uomo civile "non rifiuta il conflitto. Lo accetta, invece, come parte inevitabile e proficua della complessità e della convivenza". L'autore propone un parallelo, guardando verso Oriente, tra i samurai giapponesi (il leggendario maestro Miyamoto Musashi) interamente concentrati sull'obiettivo di uccidere il nemico, e la modernità del karate, con una frase del suo fondatore Gichin Funakoshi: "Sconfiggere il nemico senza combattere è l'abilità suprema".
Si arriva così alla differenza tra i bravi comunicatori e i manipolatori (qui Carofiglio analizza a lungo il "metodo Trump"), all'identikit del "politico ideale" pronto a mettere da parte il proprio ego per "non farne, mai, un fatto personale", alla dote della metacognizione, ovvero "la capacità di uscire da sé stessi" e di osservare criticamente cosa si fa, cosa si dice, cosa si pensa. E se gli incompetenti "sono inconsapevoli, ignoranti, della propria ignoranza" invece i competenti "sono consapevoli della propria ignoranza". Naturalmente si arriva al linguaggio violento, sempre più frequente, figlio delle semplificazioni e dell'ignoranza.
Il contrario di tutto questo è "l'arte del dubitare domandando", cioè "lo strumento fondamentale del pensiero critico e civile per contrastare tutte le forme e le pratiche di esercizio opaco, quando non deliberatamente occulto, del potere". Un esercizio del singolo che, collettivizzato, riguarda la democrazia: "La qualità della vita democratica dipende dal numero, dal tenore, dall'efficacia delle domande che interpellano l'esercizio del potere e lo sottopongono a scrutini inattesi".
Ed eccoci al coraggio e alla paura. Carofiglio mette da parte banali schematizzazioni: il coraggio non è più l'opposto di paura e viceversa ma "la paura è la premessa del coraggio" perché "non esiste coraggio se non come risultato di una reazione, di un'elaborazione della paura e della sua trasformazione in capacità di agire". Dunque il coraggio è "il buon uso della paura", è "reazione attiva ai pericoli individuali e collettivi". Sorprendente anche l'elogio dell'errore (così come c'è un elogio dell'ironia e dell'autoironia) una sorta di appendice alla gentilezza e al coraggio.
Ecco il racconto di Michael Jordan, la leggenda del basket: "Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri. Ho perso trecento partite. Per trentasei volte i miei compagni si sono affidati a me per il canestro decisivo e io l'ho sbagliato. Ho fallito tante e tante volte nella mia vita. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto". Qui il cerchio del ragionamento proposto da Carofiglio si chiude: "Convivere con l'errore e l'incertezza implica coraggio; implica un approccio cauto (il coraggio è cauto, la temerarietà e imprudente), e dunque gentile, al tentativo di trasformare il mondo e di dargli senso".
Certo, nelle pagine ci sono moltissimi agganci all'attualità (oltre a Donald Trump compaiono Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Alessandro Meluzzi, e si potrebbe continuare). Ma nel libro conta veramente l'idea centrale: "Gentilezza insieme a coraggio (in realtà le due caratteristiche, correttamente intese, sono inscindibili) significa prendersi la responsabilità delle proprie azioni e del proprio essere nel mondo. In modo ancora più sintetico: accettare la responsabilità di essere umani".
Il volume - È in edicola dal 9 aprile con il "Corriere" il volume di Gianrico Carofiglio, Della gentilezza e del coraggio. Breviario di politica e altre cose (è uscito nel 2020 per Feltrinelli) a euro 9,90 oltre al prezzo del quotidiano; resta in edicola per un mese. È l'ultimo titolo della collana dedicata all'autore dal "Corriere" nel 2020 Carofiglio (Bari, 1961) è autore di racconti, romanzi, saggi. Ex magistrato, è stato senatore del Pd dal 2008 al 2013. Nel 2020 è stato finalista allo Strega con La misura del tempo (Einaudi Stile libero).
vistanet.it, 10 aprile 2021
Seicento mascherine in cotone madapolam e 283 confezioni di gel disinfettante per le mani sono state donate dall'associazione "Socialismo Diritti Riforme" alla Casa Circondariale di Cagliari-Uta. Di colore nero, in confezione individuale sanificata e sottovuoto, i dispositivi di protezione sono stati realizzati gratuitamente dalla stilista quartese Emma Ibba, socia Sdr. Le protezioni personali, dopo l'uso, potranno essere lavate e riutilizzate. Le confezioni di gel disinfettante, destinate alle sezioni e alle aree comuni detentive, arricchiranno la dotazione dei sanificatori, favorendo una maggiore difesa dal coronavirus.
Non è la prima volta che SDR contribuisce concretamente a garantire maggiore sicurezza anticovid ai detenuti e agli operatori penitenziari. In altre tre precedenti occasioni infatti sono state offerte 860 mascherine chirurgiche e 600 di cotone. I nuovi dispositivi sono stati consegnati al Direttore della Casa Circondariale Marco Porcu dalla stilista Emma Ibba, che le ha confezionate, e da Maria Grazia Caligaris, socia Sdr. Presente Monica Cardone, funzionaria giuridico-pedagogica in rappresentanza dell'Area Educativa dell'Istituto.
"Desidero esprimere un personale apprezzamento - ha detto Marco Porcu - per la sensibilità dell'associazione di volontariato Sdr che ancora una volta ha dimostrato una particolare attenzione nei confronti della Casa Circondariale. Un gesto utile che concretamente contribuisce a rendere più agevole il nostro impegno di garantire sempre maggiore serenità alle persone detenute e ai loro familiari". "La realizzazione dei nuovi dispositivi - ha sottolineato Emma Ibba - è nata dalla consapevolezza delle difficoltà derivanti dalla pandemia e dalla volontà di contribuire a dare maggiore sicurezza alle persone che vivono in questo carcere".
"L'impegno assunto da SDR - ha aggiunto Maria Grazia Caligaris - vuole essere un segno concreto di partecipazione civile e di vicinanza a una realtà spesso trascurata e marginalizzata. Uno sforzo reso possibile dalla generosità della nostra socia Emma e da quanti collaborano attivamente alla realizzazione dei nostri progetti culturali di sensibilizzazione". Presieduta da Paola Melis, l'associazione di volontariato opera nella Casa Circondariale di Cagliari-Uta da 12 anni promuovendo iniziative culturali e contribuendo al ruolo riabilitativo del carcere.
di Alfredo Imbellone*
Il Manifesto, 10 aprile 2021
A un anno dalla scomparsa, l'emittente romana Radio Onda Rossa organizza un'iniziativa pubblica in suo ricordo. Dispiace non poter contare nell'attuale dibattito sull'ergastolo ostativo della voce di Salvatore Ricciardi (Roma, 1940-2020), scomparso esattamente un anno fa, il 9 aprile, dopo essersi dedicato nell'ultimo ventennio di vita a dar voce al tema del carcere in Italia con libri e trasmissioni radiofoniche dai microfoni di Onda Rossa di Roma.
La morte di Ricciardi, avvenuta in pieno lockdown del 2020, quando erano vietati funerali e assembramenti di qualsiasi tipo, fu l'occasione della prima manifestazione pubblica sciolta dalle forze dell'ordine in applicazione delle restrizioni Covid. Fu organizzata una breve sosta nel quartiere di San Lorenzo del carro funebre proveniente dal vicino Policlinico Umberto I, dove Ricciardi era deceduto, per dare l'ultimo saluto a Salvo, così lo chiamavano i suoi compagni e compagne, sotto la radio che lo aveva avuto tra i redattori negli ultimi anni, per le strade del quartiere che aveva frequentato dagli anni 60 con la militanza nel sindacato dei ferrovieri, poi l'esperienza nel Psiup e l'uscita "da sinistra" con la nascita dei primi comitati per l'Autonomia Operaia che aprirono le loro sedi proprio in via dei Volsci.
Condannato egli stesso all'ergastolo per aver fatto parte delle Brigate Rosse, attorno alla figura di Ricciardi da metà degli anni 90 si mobilitarono collettivi dei centri sociali e realtà antagoniste di Roma, insieme a Radio Onda Rossa, per sostenerne la scarcerazione per motivi di salute, dopo che il Tribunale di sorveglianza ne aveva chiesto, ottenendolo infine nel 1998, il rientro in carcere dopo un intervento chirurgico al cuore.
L'incontro tra Ricciardi, Radio Onda Rossa e i centri sociali capitolini, andò poi oltre la vicenda della scarcerazione e del tema dell'incompatibilità tra detenzione e malattia e sanità penitenziaria, dando il via a una vivace serie di iniziative sul carcere nel suo complesso, nell'ottica della sua abolizione che hanno scandito quest'ultimo ventennio a Roma: come gli appuntamenti fissi sotto le mura del carcere di Rebibbia la mattina del 31 dicembre, e l'agenda Scarceranda autoprodotta da Radio Onda Rossa e fatta arrivare ai prigionieri e prigioniere di tutte le carceri italiane. Ricciardi era stato tra coloro che avevano fatto nascere queste iniziative, al pari di tante altre sul carcere sviluppatesi negli anni, e che ha continuato instancabilmente a portare avanti fino alla sua morte.
Il superamento dell'ergastolo ostativo persegue un obiettivo di maggiori garanzie delle libertà delle persone ed è una questione di civiltà giuridica. L'ostatività nella concessione dei benefici di legge alle persone condannate all'ergastolo è frutto dei provvedimenti emergenziali di inizio anni 90, era l'epoca delle stragi mafiose, e l'introduzione e inasprimento degli articoli 4bis e 41bis dell'ordinamento penitenziario.
L'eccezionalità di simili provvedimenti seppe integrarsi con le stagioni emergenziali che hanno caratterizzato la storia italiana prima e dopo la loro introduzione, divenendo infine parti integranti e stabili dell'ordinamento ordinario. Negli anni, anziché restringersi e limitarsi, il loro campo di applicazione si è andato estendendo, fino a comprendere voci di reato ben al di là degli ambiti eversivi per i quali furono introdotti.
La critica abolizionista del carcere di cui Salvatore Ricciardi è stata una delle migliori voci nell'Italia degli ultimi decenni individua nell'ergastolo, nel "carcere duro" del 41 bis, nella fattispecie dell'ostatività, non tanto e non solo delle escrescenze peggiorative del sistema penale e penitenziario, delle loro aberrazioni, quanto piuttosto le loro punte di diamante, i loro fondamenti ideologici e, vien da dire "mitici" a fondamento e giustificazione dell'intero apparato. L'eliminazione del colpevole dal consesso sociale, la sua relegazione dietro le mura di un carcere per sempre, senza possibilità di uscita se non nel pentimento e collaborazione, qualora utili ai fini processuali, richiamano molto da vicino una pena di morte differita nel tempo. Simile trattamento riservato al mostro, all'irriducibile, all'irrecuperabile corrispondono al detto "sbattere in cella e buttare la chiave" che sta alla base di una larga fetta di consenso attorno al sistema carcerario.
Poco importa se poi, all'atto pratico, nelle patrie galere vi stiano decine di migliaia di persone per reati minori, per la gran parte in condizioni socio-economiche svantaggiate, le classi povere ed emarginate della società. La giustificazione dell'istituzione carceraria trova linfa proprio dall'idea di punire l'archetipo criminale, la quintessenza del male, l'elemento da annientare e allontanare permanentemente per il bene della società.
Secondo l'analisi abolizionista oggetto di critica del sistema penitenziario devono essere in primis tali istituti che sanno tenere in piedi nell'opinione comune l'idea della necessità del carcere, permeando, come si è visto nel caso del 4bis e simili, l'intero sistema, diffondendosi nell'applicazione e tramandando nel tempo le pratiche emergenziali punitive.
Di simili argomentazioni Salvatore Ricciardi è stato instancabile sostenitore nel corso degli anni. Oggi manca la sua intelligenza e forza nel portarle avanti, come manca la sua figura di ribelle di lungo lustro a tutte e tutti coloro che lo hanno conosciuto, letto, ascoltato. Se in occasione della sua morte fu strozzata la possibilità di dargli addio, oggi, a un anno di distanza Radio Onda Rossa organizza un'iniziativa in suo nome. "Ciao Salvo!", venerdì 9 aprile 2021, in ricordo di Salvatore Ricciardi a un anno dalla scomparsa: dalle 17:00 presenza in strada con diretta radiofonica da via dei Volsci, sotto la sede di Radio Onda Rossa, davanti al civico 56, con mascherina e distanza senza perdere il contatto umano.
*Radio Onda Rossa
Adnkronos, 10 aprile 2021
Sono stati rinviati a giudizio 46 detenuti del carcere romano di Rebibbia indagati per la rivolta avvenuta il 9 marzo 2020 nel penitenziario in contemporanea con i disordini scoppiati in altri istituti italiani, da Milano a Modena fino a Foggia e a Palermo dopo le disposizioni legate alle misure di contenimento della pandemia da coronavirus.
La prima udienza è fissata per il 30 giugno mentre in 4 hanno scelto il rito abbreviato. I reati contestati dai pm Francesco Cascini e Eugenio Albamonte, coordinati dal Procuratore capo di Roma Michele Prestipino, vanno a vario titolo dal danneggiamento al sequestro di persona, rapina e devastazione. Nell'ambito delle indagini, lo scorso novembre, sono state eseguite nove misure cautelari in carcere nei confronti di altrettanti detenuti.
La protesta dei detenuti aveva interessato prima il reparto G11 per poi estendersi ad altri settori di Rebibbia Nuovo Complesso coinvolgendo centinaia di detenuti. Nel corso della rivolta, oltre ad essere stata saccheggiata l'infermeria, la biblioteca e devastati interi settori, un ispettore finì in ospedale dopo essere stato accerchiato e colpito con calci e pugni riportando una prognosi di 40 giorni.
di Francesco De Palo
Il Fatto Quotidiano, 10 aprile 2021
Giorgos Karaivaz, che lascia la moglie e un figlio adolescente, era molto conosciuto dal pubblico televisivo per i suoi reportage anche sull'operato della polizia e stava tornando a casa dopo aver partecipato a una trasmissione sull'emittente Star. Il suo nome è legato anche a un caso di corruzione che coinvolgeva diversi agenti di polizia, avvocati, imprenditori e un ex politico. Si cercano due uomini a bordo di un motorino
È stato ucciso con sei colpi d'arma da fuoco di fronte alla sua abitazione, ad Alimos, un sobborgo di Atene, probabilmente da due uomini a bordo di uno scooter. È morto così Giorgos Karaivaz, giornalista televisivo greco esperto di cronaca nera, lasciando il Paese sotto shock. Adesso è caccia ai responsabili con posti di blocco in tutta l'Attica.
Appena sceso dall'auto, a pochi metri dal portone, Karaivaz è stato colpito a bruciapelo dal passeggero della moto: sei volte, ha detto la polizia che sul posto ha trovato 17 bossoli, secondo quanto riferiscono i media greci. La scientifica sta ora esaminando questi reperti per capire se l'arma usata nell'omicidio sia comparsa in qualche altra azione criminale. I primi soccorritori hanno trovato Karaivaz riverso sull'asfalto, già privo di vita. Vengono interrogati testimoni e si cercano i filmati delle telecamere presenti nella zona, ma finora degli assassini nessuna traccia. Gli investigatori, sempre secondo i media locali, ritengono che l'agguato sia stato preparato con cura, con i sicari che conoscevano le abitudini del reporter.
Karaivaz, molto conosciuto dal pubblico televisivo per i suoi reportage di 'nera', ma anche sull'operato della polizia, stava tornando a casa dopo aver partecipato a una trasmissione sull'emittente Star. Il suo nome è legato in particolare al caso di un multiforme anello di corruzione che coinvolgeva diversi agenti di polizia, avvocati e uomini d'affari con fatturati a sei zeri, in cui erano coinvolti anche un ex parlamentare Anel (partito di destra ed ex alleato di Syriza) e l'imprenditore Dimitris Malamas, assassinato nell'ottobre 2019 ad Atene con 18 colpi di kalashnikov.
Il giornalista era sposato e padre di un adolescente, aveva lavorato per anni per la tv Ant1, prima di passare a Star, ed era collaboratore del quotidiano Eleftheros Typos. I social media sono stati subito inondati di messaggi di cordoglio e sul sito personale del giornalista, bloko.gr, i collaboratori del reporter hanno scritto che "Giorgos Karaivaz non è più con noi. Qualcuno ha deciso di farlo tacere con i proiettili per fargli smettere di scrivere i suoi articoli. È stato giustiziato davanti a casa sua. Per noi che in questi anni abbiamo collaborato con lui, sotto la sua guida nei momenti difficili, che abbiamo condiviso con lui il vino, che siamo stati onorati della sua amicizia, sono ore molto dure".
"L'omicidio del giornalista George Karaivaz ci ha scioccati tutti. Le autorità stanno già indagando sul caso per arrestare gli autori e assicurarli alla giustizia. Esprimiamo il nostro dolore e le nostre sincere condoglianze alla sua famiglia", ha detto la portavoce del governo Aristotelia Peloni. Anche se attentati incendiari o atti vandalici contro le sedi dei media sono abbastanza comuni in Grecia, raramente sono stati presi di mira i giornalisti. Nel luglio scorso, il proprietario di tabloid Stefanos Chios era stato ferito a colpi di pistola da un uomo a volto coperto, ma era sopravvissuto. Il precedente più noto è quello del giornalista investigativo Socratis Giolias, ucciso nel 2010, che secondo la tv pubblica Net stava lavorando all'epoca a un'inchiesta su fatti di corruzione. Un gruppo di estrema sinistra rivendicò l'omicidio, ma il caso non è mai stato risolto.
di Alberto Negri
Il Manifesto, 10 aprile 2021
La realtà è che Stati uniti ed Europa nel Mediterraneo e in Medio Oriente hanno lasciato in questi anni un vuoto riempito dal "reis" turco e dalla Russia ma adesso ci vuole un "ritorno all'ordine", alla nuova guerra fredda decretata dalla coppia Biden-Blinken. E Draghi esegue.
Draghi, in sintesi, dice che Erdogan è un dittatore che ci fa comodo: tradotto significa che gli facciamo fare quel che vuole fino a quando ci serve. Una pericolosa e irrealistica illusione, del premier ma anche Usa ed europea. Erdogan fa quello che vuole con il nostro consenso e indignarsi perché non rispetta i diritti umani o il galateo diplomatico è assai ipocrita. Gli Usa e gli europei speravano che il golpe fallito del 15 luglio 2016 lo sbalzasse dal potere: da allora il "reis" preferisce mettersi d'accordo con Putin piuttosto che con l'Occidente atlantico, che lo vorrebbe manovrare in funzione anti-russa ma alla fine lo detesta e lo ammansisce, magari sulla pelle degli altri.
Qualche esempio? Trump, con il ritiro delle truppe Usa dal Nord della Siria nell'ottobre 2019, lasciò che Ankara massacrasse i curdi siriani, nostri alleati contro l'Isis, usando i jihadisti terroristi e tagliagole. In Tripolitania, di fronte alla incapacità italiana a sostenere il governo Sarraj, siamo suoi ospiti e le milizie filo-turche fanno la guardia all'ambasciata italiana mentre i suoi militari si sono fatti fotografare sulle motovedette donate dall'Italia. I turchi hanno la memoria lunga: l'Italia conquistò la Libia nel 1911 sottraendola all'Impero ottomano e l'anno dopo si portò via anche il Dodecaneso. Erdogan, il neo-ottomano sgarbato, è uno che gli insulti se li lega al dito.
La realtà è che Stati uniti ed Europa nel Mediterraneo e in Medio Oriente hanno lasciato in questi anni un vuoto riempito dal "reis" turco e dalla Russia ma adesso ci vuole un "ritorno all'ordine", alla nuova guerra fredda decretata dalla coppia Biden-Blinken. E Draghi esegue. La sostanza è questa: gli Usa non vogliono un nuovo accordo tra Erdogan e Putin che possa incoraggiare la Russia a restare in Cirenaica e magari aprire un'altra base militare nel Mediterraneo dopo quelle in Siria.
Si tratta di una manovra che fa parte di una strategia più ampia con cui Washington vuole mettere pressione a Mosca: dallo schieramento dei missili ipersonici in Europa al blocco del gasdotto Nord Stream 2 tra Russia e Germania, all'eventuale ingresso dell'Ucraina nella Nato. Biden, sta per nominare l'inviato speciale incaricato di bloccare il gasdotto Nord Stream 2: è il suo uomo di fiducia in Ucraina, Amos Hochstein, già nel consiglio del colosso energetico ucraino Naftogatra, un passato nell'esercito israeliano, che durante l'amministrazione Obama fece saltare il South Stream con Mosca (2 miliardi di commesse Saipem) e si adoperò per attivare il Tap, il gasdotto alternativo con l'Azerbaijan.
Erdogan si oppone a Putin in Siria, in Azerbaijan e in Libia ma si è anche messo d'accordo con il capo del Cremlino: compra il suo gas e le batterie anti-missile S-400 ed è incline a una spartizione in zone di influenza che irrita gli americani, soprattutto Antony Blinken che nel 2011 era un sostenitore dei raid contro Gheddafi e ora vorrebbe cacciare i mercenari russi asserragliati con il generale Haftar su una "Linea Maginot|" nella sabbia della Cirenaica. La non guerra e la non pace è la situazione la Russia gestisce meglio, dal Medio Oriente al Caucaso, finché non si rompono gli equilibri.
Draghi, l'atlantista buono, ha orecchiato sul manuale Biden-Blinken che bisogna bacchettare Erdogan, l'atlantista ribelle, e ha fatto la sua uscita, un po' alla carlona, durante una conferenza stampa. Fa parte di un'offensiva diplomatica che ha portato il premier a Tripoli- grazie ad Erdogan - nello stesso giorno in cui arrivava il greco Mitsotakis: mai si erano visti in Libia due capi di governo europei in un solo giorno - la stampa italiana non ha dato l'evento per non sminuire il "primato" italico nell'ex colonia. Poi subito dopo c'è stata la missione von der Leyen-Michel ad Ankara.
La crisi di poltrone e sofà, grave se fosse uno sgarbo e una offesa voluta al ruolo di rappresentanza delle donne in politica, non a caso esplode ora dentro l'Ue, sia per le priorità dei ruoli sia perché davvero il protocollo dell'incontro era stato approvato dalle due parti. Ma lo sgarbo ha oscurato il vero problema. La Turchia non ha nessuna intenzione di cedere su quattro dossier: i profughi, le frontiere marittime del Mediterraneo orientale, la Libia e i diritti umani. Erdogan fa valere la sua vittoria militare in Libia a Sarraj che aveva il generale Haftar e i russi alle porte di casa.
Il via libera a Erdogan è venuto da noi, come del resto in Siria quando fece passare 40mila jihadisti per combattere Assad: era questo che volevano gli Usa, "guidare da dietro" la caduta del regime di Damasco. Per questo si è preso in casa tre milioni di profughi, incassa miliardi da Bruxelles e ricatta gli europei sulla rotta balcanica, dove camminano alla disperata tante donne migranti senza sedia e senza speranza. Ma noi paghiamo il dittatore per tenerle lontane.
La Germania lo sa perfettamente e quindi impone soltanto sanzioni europee "cosmetiche" per le violazioni di Erdogan delle "zone economiche esclusive" del gas offshore di Grecia e Cipro, dove hanno interessi la Total francese, l'Eni italiana, le compagnie americane e Israele. I "dittatori fanno comodo" anche per tacere: Draghi nel suo discorso d'insediamento non ha detto una parola su al-Sisi, Regeni e Zaki. Si capisce bene allora che una sedia non è solo una questione di arredamento diplomatico ma rappresenta cosa si muove davvero dietro la pace e la guerra nel Mediterraneo: una spasmodica lotta di potenze e una nuova guerra fredda, dove l'Italia ha il solito ruolo di penisola portaerei americana. E non basta dire che Erdogan "è un dittatore che ci fa comodo".
di Lorenzo Bini Smaghi
Corriere della Sera, 10 aprile 2021
A partire dagli acquisti, i paesi europei non hanno deciso in base ad analisi razionali di costi e benefici, ma cercando di minimizzare le responsabilità e i rischi di critica. Come ha ricordato Paul Krugman sul New York Times qualche giorno fa, la politica europea continua a commettere una serie di errori nella conduzione della campagna vaccinale.
Il "disastro" - per usare le parole del premio Nobel americano - deriva non solo da una eccessiva avversione al rischio ma soprattutto dall'avversione ai rischi sbagliati. Il rimprovero che viene fatto ai paesi europei è quello di non decidere in base ad una analisi razionale dei costi e dei benefici delle diverse alternative, ma piuttosto cercando di minimizzare le responsabilità e i rischi di essere criticati. Le decisioni vengono spesso prese sull'onda dell'emotività. Questo spiega molti errori commessi.
Il primo errore risale ad un anno fa, quando i governi dei paesi europei decisero di delegare il negoziato con le case farmaceutiche a funzionari europei, senza tuttavia dare loro un budget adeguato né il mandato di prenotare il numero massimo di vaccini da consegnare nel più breve tempo possibile, costi quel che costi. Non ci si può poi sorprendere se i paesi europei sono finiti in fondo alla lista delle prenotazioni, dato che l'obiettivo era quello di spendere il meno possibile. È stato poi facile dare la colpa all'Europa. Solo Angela Merkel ha avuto il coraggio di ricordare che i contratti con le case farmaceutiche "sono stati firmati dagli stati membri, non da qualche stupido burocrate".
Gli errori sono proseguiti, a campagna vaccinale avviata, quando sono emersi alcuni effetti collaterali, provocati in particolare dal vaccino Astra Zenica. A metà marzo vari paesi europei, seguiti da altri, decisero di sospendere in via precauzionale l'iniezione del vaccino. Erano stati segnalati 30 "eventi tromboembolici" su circa 5 milioni di vaccinazioni. Ciò significa che chi era stato vaccinato aveva una probabilità pari allo 0,0006% di subire effetti collaterali. Si è così deciso di sospendere un vaccino perché sicuro "solo" al 99,9984%.
Non si è invece considerato che ritardare la vaccinazione di 3 giorni, per circa 150 mila persone, comportava un rischio ben maggiore, in termini di probabilità di contagio, di ricovero e forse di morte. In sintesi, sebbene i rischi di una mancata vaccinazione fossero ben maggiori della vaccinazione stessa, come hanno confermato tutte le istanze tecniche, le autorità politiche europee decisero di sospenderla. La motivazione principale era che l'avevano fatto anche altri paesi.
Gli errori sono continuati dopo le ultime evidenze riguardo agli effetti dei vaccini su alcuni "rari" casi di trombosi celebrali. L'istituto di ricerca tedesco Paul Ehrlich ha identificato 31 casi di coagulazione, di cui 9 decessi, su 2,7 milioni di iniezioni. Ciò significa una probabilità di morte dello 0,0003%. In Francia sono stati identificati 9 casi con 4 decessi su 1,9 milioni di dosi (0,0002%).
Il 7 Aprile l'EMA ha confermato, sulla base di un campione ancor più ampio, che la probabilità di morire per trombosi cerebrale dopo l'iniezione di un vaccino era molto bassa, statisticamente non diversa dallo zero con una soglia di significatività del 99%. È peraltro inferiore a quella di altri eventi rari, come quello di essere colpito da un fulmine.
I dati inglesi, presi sul campione più ampio di vaccinati, mostrano che il rischio di subire danni seri per una persona di età compresa tra 60 e 69 anni è pari allo 0,0002%, non significativamente diverso rispetto alla fascia di 50-59 anni (0,0005%) o di 30-39 anni (0,0008%), ed è comunque sempre inferiore al rischio di non vaccinarsi. Ciò nonostante, i governi di vari paesi europei hanno introdotto delle restrizioni alla somministrazione del vaccino in base all'età, diverse per paesi, spesso senza riuscire a spiegarne le motivazioni. Hanno contribuito alla confusione i molti esperti che quotidianamente esprimono i loro pareri senza riferimento a dati o a valutazioni scientifiche.
Non sarà possibile vincere la battaglia contro il virus senza una operazione verità. Tale operazione, che deve essere svolta direttamente dalle istituzioni politiche, consiste nello spiegare in modo semplice ai cittadini i dati, mettendosi nei loro panni e cercando di venire incontro alle loro preoccupazioni, senza scaricare su altri la responsabilità delle decisioni prese. Integrare il Comitato tecnico scientifico con un paio di statistici, di psicologi e di tecnici della comunicazione sarebbe un primo passo nella giusta direzione.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 10 aprile 2021
Nella struttura governativa di Al-Mabani le guardie sparano nelle celle. "L'utilizzo sistematico della violenza è la modalità di gestione del centro", racconta un'operatrice di Medici Senza Frontiere.
Un uomo ucciso e due ragazzi di 17 e 18 anni feriti dai colpi di pistola esplosi contro i migranti rinchiusi nel centro di detenzione libico di Al-Mabani, a Tripoli. È accaduto all'alba di giovedì 8 aprile e il bilancio sarebbe potuto essere ancora più grave perché le guardie hanno "aperto il fuoco indiscriminatamente all'interno delle celle". Lo ha denunciato ieri l'Ong Medici Senza Frontiere (Msf). Solo poche ore prima del gravissimo episodio il premier Mario Draghi, in visita nella capitale nordafricana per incontrare l'omologo Abdulhamid Dabaiba, aveva ringraziato i libici per i "salvataggi" dei migranti. Una parola impropria per definire le operazioni di cattura condotte dalla cosiddetta "guardia costiera" di Tripoli a bordo delle motovedette regalate dall'Italia.
Probabilmente anche il morto e i feriti erano finiti nel centro di prigionia a seguito di un'operazione di questo tipo. Al-Mabani, infatti, è stato aperto a gennaio scorso. Fino a inizio febbraio rinchiudeva 300 persone, aumentate vertiginosamente a seguito delle numerose intercettazioni condotte in mare nella prima metà di quel mese e poi a marzo. "In pochi giorni i detenuti sono diventati mille e al momento sono 1.500. Con i numeri sono cresciute anche le tensioni", scrive Msf. Due le dinamiche concorrenti: l'aumento dei migranti catturati nel Mediterraneo (6.071 nei primi tre mesi del 2021 contro gli 11.891 di tutto il 2020 - dati Oim); una diversa modalità di gestione dei successivi sbarchi in porto.
Per la legge libica l'ingresso e anche l'uscita "illegale" dal territorio nazionale sono considerati reato, per cui la maggior parte dei migranti sono arrestati una volta ricondotti a terra. Lo scorso anno, però, solo una parte veniva trasferita nei centri di detenzione ufficiali (alcune stime parlano di un 30%) mentre gli altri finivano verosimilmente nelle strutture in mano ai trafficanti, luoghi di cui si ha notizia solo attraverso i racconti dell'orrore di chi riesce ad arrivare in Europa. Da febbraio scorso, invece, le organizzazioni umanitarie presenti sul posto registrano un'inversione di tendenza: circa il 90% delle persone intercettate in mare sono portate nei centri di reclusione governativi. Così se al 31 gennaio l'Oim vi registrava 1.186 presenze, in due mesi il totale è schizzato a quasi 4mila.
Ieri l'ex ministro dell'Interno Marco Minniti (Pd), ora presidente della neonata fondazione di Leonardo "Med-Or" (per il Mediterraneo allargato fino al Sahara e il Medio ed Estremo Oriente), ha definito sulle pagine del quotidiano La Repubblica queste strutture detentive come "centri di accoglienza". "Ad Al-Mabani non c'è acqua potabile - racconta Bianca Benvenuti, operatrice Msf appena rientrata in Italia da una missione in Libia - L'approvvigionamento è garantito solo da Unhcr, Oim ed Msf. Le celle non hanno finestre. Le persone sopravvivono al buio e senza ventilazione. In poche settimane i reclusi in ognuno di questi stanzoni sono passati da 70 a 100 e poi fino a 400. Si lamentano con i nostri operatori perché non hanno spazio per stendersi, devono trascorrere la maggior parte del tempo in ginocchio".
Ovviamente in simili condizioni è impossibile garantire misure di distanziamento per prevenire la diffusione del Covid-19 e di altre malattie come la scabbia o la tubercolosi. La gran parte della popolazione detenuta è composta da uomini, ma gli operatori Msf hanno incontrato anche donne con bambini piccoli, famiglie, minori non accompagnati e disabili. L'omicidio e i due ferimenti dell'altro giorno non sono avvenuti per caso. "L'utilizzo sistematico della violenza è la modalità di gestione del centro", continua Benvenuti.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 10 aprile 2021
Viaggio nel Paese in cui dissentire è criminale. Lo studente gay arrestato quattro volte. Le attiviste del centro anti-violenza: "Le donne ci chiamano: ora è legale picchiarci?". Havin Ozcam ha 20 anni e tanta paura. È stato arrestato quattro volte negli ultimi tre mesi, l'ultima dieci giorni fa, ed ha ricevuto minacce di morte sui social da quando, lo scorso gennaio, ha preso parte alle manifestazioni contro la nomina del rettore dell'Università del Bosforo ad Istanbul, scelto direttamente dal presidente Erdogan. Ci aspetta in un angolo di Istiklal Caddesi, il famoso viale nel quartiere di Beyoğlu che sfocia in Piazza Taksim. Sopra la mascherina arcobaleno, due occhi dolci, un po' spauriti. Si guarda intorno mentre ci conduce nella sede dell'Halkların Demokratik Kongresi, una rete sindacale vicina il partito filocurdo Hdp: "Qui mi sento al sicuro, ormai vivo come una persona braccata, oggi il mio obiettivo è non essere ucciso, per questo voglio lasciare il Paese".
Havin è nato a Denizli, una piccola città dell'Anatolia, da una famiglia curda con cui ha rotto i rapporti: "Mia madre è arrivata a puntarmi contro un coltello perché ero gay, mio fratello mi ha picchiato e per mio padre non esisto più. Se loro mi avessero appoggiato oggi sarei molto più forte". Arrivato a Istanbul per studiare economia, è accusato di incitamento alla sedizione e gli è stato confiscato il passaporto. "La polizia ci ha localizzato attraverso il mio account twitter @Havinlgbt, alle sei di mattina gli agenti hanno fatto irruzione in casa, ci hanno ammanettati dietro la schiena e ci hanno picchiati. Le cose che mi hanno detto non me le scorderò mai - spiega muovendo le mani nervosamente - ci hanno minacciato di stupro, un poliziotto ci canzonava "come lo vuoi il manganello bagnato o asciutto?". Volevo piangere ma non potevo". Ora il suo sogno è raggiungere un Paese accogliente: "Il Canada, l'Olanda o la Francia ma un giorno tornerò in patria, quando ci sarà la libertà".
Ma se c'è chi pensa di partire, c'è anche chi resta nonostante il clima sempre più soffocante che avvolge la Turchia in tema di diritti umani. A pochi passi da Gezi Park, dove nel 2013 si accese una delle proteste più potenti contro il governo di Erdogan, c'è la sede di Mor Çatı, una ong che da 30 anni si batte per i diritti delle donne offrendo loro una casa rifugio, l'unica non governativa in Turchia, e un centro di solidarietà che aiuta centinaia di turche ogni anno. Qui l'uscita dalla Convenzione di Istanbul, decisa da Erdogan lo scorso 20 marzo, è stata sentita come un colpo letale: "La Convenzione era la nostra rete di sicurezza nella lotta alla violenza contro le donne. Lo Stato, firmandola, si era impegnato ad agire - dice Elif Ege, 33 anni, che lavora a Mor Çatı dal 2019 - e noi potevamo reclamare la sua applicazione. Ora la difesa delle donne aggredite è più difficile. È come se avessero aperto la porta agli abusi". Selime Buyukgoze, 46 anni, fa volontariato nella fondazionale dal 2011: "Quando Erdogan ha firmato il decreto abbiamo ricevuto tantissime telefonate di donne che ci chiedevano: "Quindi ora è legale picchiarci?". E abbiamo sentito dei poliziotti dire che non avevamo più appigli legali. Questa decisione ha rotto gli argini della violenza".
Lo sa bene Pelin Bu, una studentessa di 23 anni, che il 10 marzo è stata arrestata per aver partecipato alla marcia femminista dell'8 marzo a Istanbul. "Mi hanno incriminato, insieme ad altre 17 donne, per aver gridato "Corri Erdogan corri le donne stanno arrivando" e "Chi non salta è Tayyip". Slogan che sono stati usati nelle manifestazioni per anni ma che ora vengono considerati un insulto al presidente della repubblica. Io ero nello striscione che guidava il corteo, avevamo le mascherine ma sono riusciti lo stesso a riconoscerci. Hanno deciso che chi saltava era colpevole".
Femminista e deputata del partito filocurdo Hdp, Filiz Kerestecioglu è nella lista dei politici per cui la procura generale della Cassazione ha chiesto l'interdizione dall'attività politica per cinque anni. Un procedimento che, ora, ha subito una battuta d'arresto per vizi procedurali. Lei, 60 anni, giacchetta rosa, capelli ricci e un'aria combattiva, non sembra spaventata. "È dal 2015 che criminalizzano l'Hdp, hanno destituito i nostri sindaci, messo in galera in nostri leader, ora vogliono dissolvere il partito. Perseguono giornalisti, avvocati, chiunque dissenta. Ci chiamano terroristi ma noi non ci arrenderemo. Non ci possono togliere la speranza". Avvocata, co-autrice del documentario "Le donne esistono" di cui ha scritto anche la musica, Kerestecioglu prepara la battaglia in Parlamento sulla Convenzione di Istanbul: "Erdogan non poteva decidere di uscire dal trattato, è la Grande Assemblea Nazionale che deve votare un atto del genere. Sono anni che noi donne combattiamo, continueremo a lottare e loro lo sanno".
di Daniele Mastrogiacomo
La Repubblica, 10 aprile 2021
L'ex presidente brasiliano in un'intervista al TG2 ripercorre gli anni della permanenza nel suo Paese del terrorista dei Proletari armati per il comunismo. E annuncia che vuole candidarsi alle elezioni del 2022. "Su Cesare Battisti ho sbagliato. Gli ho creduto, aveva torto. Era colpevole". Lo dice Luis Inácio Lula da Silva con la schiettezza che lo distingue nel corso di un'intervista che ha concesso al Tg2 Post. Il fondatore del PT è chiaramente amareggiato da una vicenda che ha sorpreso molti.
Cesare Battisti, ex terrorista dei Proletari Armati per il Comunismo e con il tempo diventato un noto scrittore, soprattutto in Francia, per i suoi libri noir, ha sempre sostenuto la sua innocenza fino al 2019. Arrestato per fatti legati alla lotta armata che scandì gli anni '70 del secolo scorso in Italia, l'ex militante riuscì a evadere dal carcere di Frosinone nel 1980 dopo essere stato condannato a 12 anni. Fuggì in Francia, poi in Messico, Brasile e di nuovo in Francia dove restò a lungo come rifugiato approfittando della dottrina Mitterrand che negava l'estradizione per motivi politici. La sua lunga latitanza si è conclusa il 12 gennaio del 2019 a Santa Cruz de la Sierra, in Bolivia, dove è arrestato dagli agenti del piccolo Paese sudamericano e consegnato agli uomini dell'Antiterrorismo italiani giunti sul posto. Viene trasferito due giorni dopo a Fiumicino e rinchiuso poi direttamente nel carcere di Oristano. Deve scontare l'ergastolo, commutato in 30 anni di carcere, per due omicidi commessi personalmente e altri due a cui partecipò in modo in diretto. La cancellazione del carcere a vita è stata la condizione posta dal Brasile, dove aveva ottenuto la cittadinanza, per concedere la sua estradizione.
Fu proprio Lula, nel 2010, a decidere il futuro di Battisti. Il suo caso era davanti al plenum del Tribunale Superiore Federale del Brasile per discutere della richiesta di estradizione arrivata dall'Italia. I giudici brasiliani si divisero e affidarono a Lula le sorti del ricercato italiano. L'allora presidente, in virtù del suo potere, firmò la sentenza che respingeva la richiesta e gli concesse il diritto di asilo" che significava la "residenza permanente". Un errore, che Lula adesso riconosce chiedendo "scusa a tutti gli italiani".
Del resto, sostenuto da una forte campagna stampa e da un vasto movimento di opinione che sosteneva la sua innocenza, Cesare Battisti è a lungo riuscito a sfuggire alle sue responsabilità e a ingannare per più di 30 anni gli intellettuali, i politici, gli scrittori che lo proteggevano. Ma è stato lui stesso, una volta chiuso in cella in Italia, nel 2019, ad ammettere davanti ai giudici che i fatti di cui era accusato erano veri. Un'ammissione che è apparsa subito strumentale: collaborando, puntava a una riduzione di pena.
Nella stessa intervista, il padre della sinistra brasiliana conferma di volersi candidare alle elezioni presidenziali del 2022. "Se sarò in salute e se i partiti progressisti lo riterranno, mi ricandiderò", ha annunciato. Lo aveva già accennato all'inizio di marzo quando la condanna a 12 anni di carcere per corruzione passiva e riciclaggio di denaro è stata cancellata. Lula è uscito pulito da tutte le inchieste che lo riguardano. Il giudice Sergio Moro è stato accusato di parzialità nel processo perché aveva pesantemente interferito nelle indagini suggerendo i pubblici ministeri come e dove trovare le prove a sostegno dell'accusa. Una grave violazione al suo ruolo super partes che ha viziato l'esito del dibattimento e la stessa condanna.
Il leader del Pt ha definito "genocida" il presidente Bolsonaro ricordando che "chi è venuto dopo di me non ha fatto ciò che doveva fare". L'esponente dell'estrema destra è considerato da Lula un "irresponsabile" per come gestisce la pandemia: "Quattro mila morti al giorno sono un numero inaccettabile", ha concluso.
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