quotidianocanavese.it, 4 gennaio 2021
È quanto ha evidenziato il Garante regionale delle persone detenute che ha presentato un dossier in Consiglio regionale per chiedere interventi urgenti in alcune strutture penitenziarie, Ivrea compresa. "Se non ora quando? Come non pensare di utilizzare parte dei fondi Ue destinati all'Italia per far compiere un salto di qualità alla sanità e all'edilizia penitenziaria?".
Con questo doppio interrogativo il garante regionale delle persone detenute Bruno Mellano ha aperto questa mattina la videoconferenza stampa di presentazione del Quinto dossier delle criticità strutturali e logistiche delle carceri piemontesi.
"La raccomandazione, raramente rispettata, di non giungere mai al 100% di posti occupati per far fronte a necessità di spostamenti o di emergenze - ha spiegato - è diventata particolarmente drammatica nel corso della pandemia. Occorre operare affinché l'affollamento, che in alcuni Istituti piemontesi raggiunge anche il 130%, non superi il 98% della disponibilità".
Il documento, elaborato dal garante regionale in collaborazione con il Coordinamento piemontese dei garanti, verrà indirizzato al capodipartimento dell'Amministrazione penitenziaria Bernardo Petralia, al provveditore dell'Amministrazione penitenziaria del Piemonte Pierpaolo D'Andria, al ministro di Giustizia Alfonso Bonafede e ai sottosegretari di Stato Vittorio Ferraresi e Andrea Giorgis.
Critica la situazione a Ivrea dove piove dentro in alcune celle e il sistema di videosorveglianza funziona solo nel 50% della struttura. Questi gli interventi che il garante ha sollecitato per la struttura eporediese:
- completamento del sistema di videosorveglianza delle aree comuni interne dell'istituto: al momento il sistema è stato attivato solo per il primo e terzo piano, mancano ancora il secondo ed il quarto, dei 4 piani in cui si articola l'edificio detentivo;
- risistemazione logistica delle attività di servizio alla struttura detentiva o di formazione per un utilizzo più funzionale e meno conflittuale degli spazi;
- potenziamento dei locali di formazione e scolastici, con lo sfruttamento migliore degli spazi ed eventualmente anche l'utilizzo di un cortile attiguo alle aule esistenti;
- completamento ed ulteriore potenziamento dell'area dedicata all'accoglienza dei parenti in visita: una prima parte del lavoro auspicato lo scorso anno è stato svolto con le iniziative del progetto "Stare insieme";
- sistemazione campo sportivo al fine di poterlo utilizzare tutto l'anno (non solo nella bella stagione): indispensabile il rifacimento recinzione dello stesso;
- prevedere la completa riverniciatura delle recinzioni esterne, non solo con finalità di decoro ma anche di prevenzione dell'erosione;
- interventi di consolidamento della copertura dei tetti al fine di evitare le attuali infiltrazioni piovane;
- prevedere la completa sostituzione delle guarnizioni delle finestre sia per una miglior coibentazione dei locali che per evitare le infiltrazioni di pioggia che spesso allagano le celle maggiormente esposte alle intemperie.
lavoce.it, 4 gennaio 2021
"La straordinaria difficoltà che da mesi stiamo vivendo pare quasi averci assuefatto. Si continua a parlare di morti, di tamponi, di statistiche al grido primum vivere... il tempo per 'filosofarè verrà - così scrivono in un comunicato i Giuristi cattolici dell'Umbria. E a tal proposito lanciano un segnale "che contestualmente è di speranza e di incitamento".
"Se il 2021 è l'anno della 'ripartenza' dove sono le idee per farlo? È quindi arrivato il momento di tornare anche a pensare, ad immaginare e a costruire. Anche se ancora non ci si può incontrare di persona, utilizzando i nuovi strumenti di comunicazione, i Giuristi cattolici dell'Umbria hanno organizzato sul web delle "chiacchierate" serali, denominate "i Martedì di Ugci", in cui incontrarsi sul web per discutere insieme, ripartendo dalle fondamenta del nostro vivere insieme: il principio di dignità. La dignità, infatti, costituisce la pietra angolare su cui si regge tutta la nostra comunità politico-sociale, il principio fondamentale della nostra Costituzione.
Seguendo l'insegnamento di Aldo Moro ("quando siete in difficoltà, tornate alle fondamenta") i giuristi cattolici, propongono allora una serie di riflessioni sulla dignità dopo la pandemia. Se lo Stato esiste per realizzare il bene della persona umana, se la dignità viene prima di ogni altro diritto e valore, allora, si domandano i giuristi, quale dignità nella giustizia, nel lavoro, in economia, nei diritti e nelle libertà?
Si inizia martedì 5 gennaio 2021 alle ore 21 in diretta Facebook (pagina "Mishpat-Ugci-Pg-Tr) e youtube, con un incontro sulla funzione riabilitativa della pena. È dignitosa la situazione delle carceri italiane sia per i carcerati, che per i "carcerieri"? Per renderla più dignitosa e utile la pena oggi, c'è solo un problema di soldi?
Finito il Covid, il problema delle carceri si risolverà costruendo più penitenziari e assumendo più guardie, oppure facendo più amnistie e indulti, come si è fatto in questi ultimi 30 anni? È possibile incominciare a vedere il problema da un altro punto di vista? Ne parleranno guidati dal Prof. Avv. Simone Budelli, presidente dei Giuristi cattolici, il prof. Stefano Anastasia (Garante regionale per l'Umbria e il Lazio dei diritti delle persone detenute), il prof. Carlo Fiorio (vicedirettore del Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Perugia), la senatrice e avvocato Fiammetta Modena (Componente della Commissione Giustizia).
di Stefania Pianigiani
agrodolce.it, 4 gennaio 2021
Come ama sottolineare Sonia Donati, referente per la Toscana della Guida Slow Food agli Oli Extravergine, in Toscana l'olivo è sempre stato uno di famiglia, coltivato per lo più da quelle che sono definite Imprese Accessorie, quelle che non producono per la vendita, ma per l'autoconsumo e che quindi si basano sul solo lavoro familiare. A queste si affiancano i produttori che fanno fatica a fare reddito, ma che fanno qualità, quella qualità di olio che il comparto medico definisce nutraceutico: un olio diverso, molto diverso da quello che si chiama sempre extravergine, venduto sottocosto. Ma tutte queste persone, con il loro sacrificio, sostenendo costi non indifferenti, di fatto hanno conservato e conservano il paesaggio toscano, colline verdi, colline coperte di olivi curati, mantenuti, proprio quel paesaggio toscano che i numerosi turisti, da tutto il mondo vengono per vedere e ammirare.
In Toscana attorno all'olivo sono nate tante attività e tra i tanti progetti messi in campo, per fare un olio di qualità ce n'è uno davvero speciale, quello di Beatrice Massaza, la contadinaMolto più di un semplice olio extravergine che ha insegnato ai detenuti di Gorgona, l'arte dell'olio extravergine di oliva. Un progetto che ha vinto il premio nazionale Agro-Social: seminiamo valore di Confagricoltura e JTI Italia.
I detenuti del penitenziario dell'isola di Gorgona, nell'Arcipelago Toscano, oltre a lavorare nei campi e nel frantoio, si occupano anche di marketing e di vendita. Beatrice Massaza, titolare dell'azienda agricola Santissima Annunziata di San Vincenzo (Livorno), ha centrato l'obiettivo di fare un olio unico, reso ancora più speciale da chi lo fa. In ogni bottiglia c'è molto più di un prodotto di qualità nato da una varietà particolare di olive; ci sono percorsi di formazione per acquisire le conoscenze agronomiche biologiche, le competenze sul marketing e la comunicazione e soprattutto la possibilità di trovare in un lavoro il riscatto di una vita. È questo il cuore del progetto Recto Verso, vincitore del bando Agro-Social: seminiamo valore realizzato da Confagricoltura e JTI Italia.
Un'idea che è nata un anno fa e "che è cresciuta grazie all'entusiasmo di tutti e 85 i detenuti e soprattutto dei responsabili del penitenziario", racconta Beatrice Massaza, da sempre impegnata nel sociale. "Non è beneficenza, ma uno scambio alla pari tra persone che cercano una strada nuova e aziende che hanno bisogno di lavoratori che sappiano fare un mestiere. Il nostro progetto è nato lì perché l'azienda agricola di Gorgona è il luogo ideale. Da qui è nato un percorso articolato, che diventerà entro due anni un modello di lavoro da esportare anche in altri istituti penitenziari. Grazie ad Apot-Associazione produttori olivicoli toscani è stata creata una rete di aziende, circa un centinaio, interessate a partecipare e attivare percorsi formativi e d'inserimento lavorativo. La sfida è quella che dal carcere non escano ex detenuti, ma potatori esperti o agricoltori".
Raccolta, frantoio, quindi formazione sulla commercializzazione e la comunicazione. I ragazzi impareranno a creare le etichette e le campagne pubblicitarie, fino alle strategie di marketing e ai corsi di degustazione. Verranno poi creati dei video tutorial che serviranno a far conoscere ed esportare il modello di lavoro di Gorgona ad altri istituti penitenziari italiani, e piano piano arrivare alla creazione di un ente certificatore con tecnologia blockchain.
Il bando Agro-Social: seminiamo valore ha ricevuto la candidatura di numerose idee progettuali di qualità provenienti dai territori coinvolti di Toscana, Umbria, Veneto e Campania, ed è nato con l'idea di stimolare la creazione di opportunità e nuovi modelli di sviluppo per le comunità locali rurali del Paese sostenendo progetti concreti d'impresa, sostenibilità e solidarietà.
di Andrea D'Aurelio
ondatv.tv, 4 gennaio 2021
"Ho vissuto questo Natale in ansia. Sapere che tuo marito positivo è chiuso 24 ore su 24 in una stanza, da solo, ti senti lacerare l'anima". È lo sfogo che arriva da una donna nella rubrica "Raccontalo al Mister" per via del focolaio dietro le sbarre che è divampato nel carcere di Sulmona. Una situazione decisamente più tranquilla rispetto ai mesi scorsi anche se l'emergenza, come confermano gli addetti ai lavori, non può essere ancora considerata chiusa. La parola passa ai congiunti dei detenuti che hanno seguito tutto a distanza, tra preoccupazione e patema d'animo, senza poter interagire con i reclusi, almeno in un primo momento. "Sono stati giorni di immensa preoccupazione" - racconta la donna - "inizialmente hanno sospeso la videochiamata e si può immaginare come dovevamo sentirci noi familiari.
Poi ringraziando Dio si sono organizzati per poterci dare questa occasione per vedere e sapere come stavano i nostri familiari. Io parlo di mio marito positivo. Ho vissuto questo Natale in ansia e preoccupazione. Una preoccupazione che solo chi c'è dentro può comprendere".
La donna parla di un "periodo infernale". "Ogni giorno che chiamavo chiedevo se avesse febbre, i valori della saturazione dell'ossigeno. Mandammo un pacco postale con saturimetro ma non c'è stato consegnato. Mandammo vitamine D e non sono state consegnate perché non consentite. Solo vitamine C, mascherine e visiere erano permesse. Noi familiari siamo stati male perché mai potevamo immaginare che si arrivava a tanto". Nello sfogo-denuncia la moglie del detenuto si interroga sull'origine del contagio, specificando che tutti i colloqui da giugno si sono svolti nel pieno rispetto delle misure precauzionali. "Non siamo noi gli untori" - tuona la donna - spiegando ancora che il giorno de suo ultimo colloquio risale ai mesi scorsi, prima dell'adozione del dpcm per la divisione del paese in fasce e colori. Nonostante la prenotazione gli accessi degli utenti furono sospesi per via degli ultimi protocolli anche se lei, dopo un viaggio di due ore e l'attesa nel piazzale Vittime del Dovere, riuscì a incontrare il coniuge.
"Mio marito ha trascorso il giorno della vigilia e il giorno di Natale da solo come un cane chiuso in una gabbia" - conclude la donna - "il carcere già di per sé è quello che, figuriamoci con una pandemia in atto. Mercoledì 27 dicembre ha negativizzato ma nonostante questo sono ancora chiusi, non possono scendere a passeggio, non possono fare socialità neanche tra di loro che si sono negativizzati. Aspettiamo che tutto questo finisca quanto prima". Una storia che fa riflettere sul risvolto umano e sociale della pandemia che coinvolge anche il penitenziario con le famiglie dei detenuti che restano, tuttora, con il fiato sospeso.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 4 gennaio 2021
Il medico, all'epoca dei fatti in servizio al carcere di Opera, à stata ritenuta colpevole di "lesioni colpose": una Tac rapida avrebbe evitato atroci sofferenze a un 61enne. "Omicidio colposo" no, perché una diagnosi tumorale più accurata e tempestiva sarebbe comunque valsa al detenuto morto il 10 dicembre 2014 solo il 50% di possibilità di sopravvivere al massimo 2 mesi in più, ma di certo "avrebbe lenito le gravi sofferenze psicofisiche del paziente, migliorandone così le condizioni di vita residua": è con questa motivazione che la III sezione del Tribunale spiega la condanna della dottoressa L.A., all'epoca in servizio nel carcere milanese di Opera e rinviata a giudizio appunto per "omicidio colposo", a 3 mesi (più risarcimento del danno alla famiglia in separata sede civile) per il reato invece di "lesioni colpose" ai danni del detenuto G.C., di cui in settembre avrebbe sottovalutato i sintomi e non diagnosticato 4-6 settimane prima un tumore ai polmoni, non avviando la terapia del dolore che almeno ne avrebbe mitigato le atroci sofferenze alla schiena ("A fine estate - ha deposto la moglie - lui mi disse: "Ho passato un'estate tremenda, da mesi non riesco a dormire per questo dolore che ho e non posso stare in nessuna posizione...mi dice sempre che non ho niente").
Detenuto all'ergastolo nella sezione di Alta Sicurezza del carcere di Opera, l'uomo aveva 61 anni al momento della morte nell'ospedale San Paolo, dove solo negli ultimi giorni e su istanza dei familiari era stato ricoverato. Centrale, nella ricostruzione che il giudice monocratico Alessandro Santangelo fa della vicenda istruita dal pm Letizia Mocciaro, è la Tac polmonare che nel diario clinico risulta indicata il 19 settembre 2014 da un'altra dottoressa ex medico curante dell'uomo, senza che però si capisca perché l'esame fu in realtà a lungo non fatto, "non comparendo più nelle settimane successive - ha fatto notare il consulente dell'accusa - l'indicazione a eseguire la Tac polmonare senza nessun commento del perché non più presa in considerazione".
Quella Tac, nota il perito, se eseguita in quel momento, avrebbe "con ogni verosimiglianza condotto alla diagnosi" corretta di carcinoma polmonare, anziché alla diagnosi sbagliata di sospetta fibromialgia. Invece soltanto il 19 novembre, dopo un malore che lo aveva fatto ricoverare in ospedale, una Tac aveva mostrato il tumore ormai dilagato, "lo stadio della malattia era ormai talmente avanzato che non c'erano possibilità terapeutiche se non le cure palliative, tanto che fu impostata una terapia con oppiacei, unico tipo di antidolorifico che rispondeva".
Il dibattimento avrà anche una coda processuale. In aula, infatti, la teste dottoressa A. P., che era il precedente medico curante del detenuto e che aveva correttamente indicato la necessità di fare una Tac, ha però affermato che l'esame (eseguibile solo fuori dal carcere) non era poi stato eseguito perché il detenuto aveva rifiutato il ricovero esterno: ma questa affermazione, ad avviso del giudice che ha trasmesso alla Procura gli atti affinché valuti di contestare alla dottoressa la falsa testimonianza, "non convince per una pluralità di ragioni che, ad una lettura congiunta e inquadrata nelle altre risultanze processuali, finisce per accreditarla di franca falsità".
Tra questi elementi ci sono il fax con cui l'avvocato del detenuto sollecitava ancora il 31 ottobre esami diagnostici mediante un eventuale ricovero urgente, la deposizione dell'allora direttore del carcere Giacinto Siciliano, i familiari del tutto all'oscuro del preteso rifiuto del detenuto, e il fatto che la dottoressa lo evochi oggi ma all'epoca non lo abbia annotato nella cartella clinica, finendo in aula per addebitare questa mancanza a una propria possibile distrazione.
di Giacomo Capovilla
Il Resto del Carlino, 4 gennaio 2021
Potrebbe arrivare a Rovigo una quota consistente di detenuti positivi a Covid del Triveneto. Il carcere, individuato insieme a quello di Trento in quanto di nuova generazione, dovrebbe ospitare 34 detenuti contagiati. Un problema serio, secondo i sindacati della Fp-Cgil Polizia penitenziaria, a causa della grave carenza di personale, la mancanza di medici e attrezzature sanitarie e l'assenza di protocolli per gestire i detenuti positivi e il loro eventuale ricovero.
"Rovigo è designata come eventuale luogo per detenuti positivi al Covid - spiega Gianpietro Pegoraro, coordinatore regionale della Fp-Cgil polizia penitenziaria. Come sindacato abbiamo chiesto aiuto al sindaco e al prefetto per evitare di ghettizzare le persone. Il provveditorato (amministrazione penitenziaria a livello decentrato, ndr.), che non vuole sentire ragioni, ha individuato Rovigo per far confluire 34 detenuti (attualmente ce ne sono 240) di media e alta sicurezza da tutto il Triveneto. Non è chiaro perché, in un periodo in cui sono vietati gli spostamenti tra regioni, questi vengano fatti per i detenuti.
La decisione è definitiva, ma al momento non è ancora stata attuata perché, per ora, gli istituti sono riusciti a contenere la diffusione del contagio. A Venezia ci sono 38 detenuti positivi. Se la situazione degenera è probabile che vengano trasferiti a Rovigo. In ogni istituto - prosegue Pegoraro - ci sono reparti di isolamento, per motivi di disciplina o di salute. Quando è scoppiata la pandemia il Dap (dipartimento per l'amministrazione penitenziaria) ha detto di usare quei reparti per i positivi. A Rovigo abbiamo cinque stanze per questa finalità.
In caso sia positivo al Covid un detenuto deve rimanere in isolamento per 14 giorni. A differenza di Venezia, la situazione in Polesine è migliore perché i tamponi sono stati fatti subito e a tappeto. I 34 posti per i positivi - prosegue il coordinatore regionale - dovrebbero essere ricavati da uno dei due reparti detentivi al primo piano.
La scelta è ricaduta su Rovigo e Trento perché sono istituti penitenziari di nuova generazione, in quanto dotati di videosorveglianza e di apertura automatica dei cancelli (non delle stanze). Queste motivazioni non sono sufficienti secondo noi. Non abbiamo abbastanza personale per garantire la sorveglianza, mancano medici e infermieri e non ci sono attrezzature nel caso in cui un positivo peggiori. Non è chiaro né come né dove ricoverare i possibili casi gravi.
Il provveditorato è stato l'unico che ci ha risposto dicendo di applicare il protocollo anti-Covid, all'interno del quale non era però previsto l'arrivo di 34 nuovi posti per positivi. Non esiste un piano che stabilisca come operare all'interno dei reparti Covid. Il provveditorato ha preso una decisione senza considerare che il personale è insufficiente e non formato per gestire dei positivi. Attualmente siamo in 124, quando invece dovremmo essere 180".
di Paolo Borrometi
articolo21.org, 4 gennaio 2021
"Una puntata storica per Report". Così Sigfrido Ranucci, autore e conduttore del programma Rai. La puntata, in onda questa sera, alle 21.10 su Rai 3 traccia e descrive tutti i principali spunti investigativi che identificano le deviazioni dello Stato nella stagione stragista e ciò che successivamente è emerso nelle inchieste sulla cosiddetta 'Trattativa' fra pezzi dello stesso Stato e la mafia.
"C'è un filo che collega la strage di Bologna a quelle del '92 - '94. Approfondiremo il ruolo nelle stragi della P2, dei servizi di sicurezza, della destra eversiva e di Cosa Nostra - spiega Ranucci - e tutte le novità investigative che hanno portato negli ultimi 27 anni per ben tre volte a indagini nei confronti di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri per il reato di concorso in strage. Le prime due archiviate, l'ultima ancora in corso presso la procura di Firenze".
Ed è proprio sul caso che Report manderà in onda un'intervista esclusiva a Salvatore Baiardo, favoreggiatore della latitanza dei Graviano che, dopo pochi anni di carcere, è libero. "Baiardo ci rivela che ha partecipato a diversi incontri fra Graviano, Berlusconi e Dell'Utri. E ci dice che i primi risalgono al 1991, spiegando con precisione dove si incontrassero". Baiardo parla anche dei soldi che i Graviano avrebbero dato a Dell'Utri e Berlusconi, anche per appoggiare il progetto politico, già a partire dal febbraio-marzo del 1992.
Ed ancora, fra le novità più attese della puntata, quelle sull'agenda rossa di Paolo Borsellino sparita dal luogo della strage il 19 luglio 1992. "L'agenda è in più mani" rivela sempre Baiardo agli inviati di Report Paolo Mondani e Giorgio Mottola. "Non solo, come si presume, in quelle di Graviano e Messina Denaro. Quell'agenda interessava anche ad altre persone. C'è stato un grosso incontro a Orta per quell'agenda rossa. Un grosso incontro", riferisce sempre Baiardo. Precisando infine di "averla vista" anche lui.
Sigfrido Ranucci annuncia inoltre che, nella puntata, vi sarà "la ricostruzione di un filo di relazioni comuni tra i capi piduisti, il terrorismo di destra, i servizi segreti deviati e la criminalità organizzata che percorre il periodo storico che va dalla strage di Bologna del 1980 alla preparazione della strategia stragista dei primi anni 90".
La puntata di Report, in onda questa sera, è un filo rosso anche per "i nodi irrisolti nel caso delle indagini sulla strage di Capaci, l'omicidio Ilardo, il ruolo di Giovanni Aiello detto "Faccia da mostro" nel racconto del collaboratore di giustizia Consolato Villani".
Villani racconta, nell'intervista, che "Dietro le stragi in Sicilia e anche in Calabria e tutto quello che è successo in Italia c'erano i servizi segreti deviati che partecipavano all'interno istigando, diciamo, queste situazioni". Infine una triste parentesi che riguarda lo stesso conduttore di Report: Francesco Pennino, in carcere con i boss nel 2010, dopo la pubblicazione del libro a firma di Ranucci con il collega Nicola Biondo sull'infiltrazione di Ilardo, gli rivela che i Madonia l'avrebbero voluto ammazzare "ti volevano far del male", ma che poi hanno avuto "lo stop da fuori, di non far rumore".
di Pietro Polieri
Gazzetta del Mezzogiorno, 4 gennaio 2021
Post-modernità giudiziaria è la denominazione dell'ambito entro il quale va collocato l'interesse scientifico attuale di Vincenzo Bruno Muscatiello, docente di Diritto penale presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Bari. In tale perimetro di studio, del diritto penale viene colta la complessa e polimorfica fenomenologia trans-formativa e alterativa interna sistemica, determinata dalla sua apertura contemporanea a istanze esterne alla sua costruzione, ordinariamente e storicamente coerente, lineare e logico-continuativa.
Nella sua ultima produzione editoriale dal titolo "La seduzione dell'istante. Illusioni penalistiche al tempo dei media" (Cacucci, Bari 2020, 217 pp., euro 22,00) Muscatiello si sofferma a indagare la pressione seduttiva esercitata dai "novissimi" mezzi di comunicazione sulla struttura del diritto penale e su forma e contenuto della sua manifestazione pubblico- rituale, ovvero il processo.
Con la stessa sensibilità, fine ed elegante, ma allo stesso tempo travolgente e impetuosa, del miglior Kierkegaard alle prese con la temporalità puntiforme della passione carnale che anima le plurime relazioni sentimentali di Don Giovanni, Muscatiello analizza la materia giuridico-penale nel momento in cui viene aggredita suadentemente dalle per-fusioni/pro-fusioni, incantatrici e inebrianti, dei mezzi di informazione, rilevando, con accorta esplorazione razionale, la decomposizione della sua unità congruente e la disponibilità a farsi attraversare, in modo ormai ricorrente e strutturato, dalle per-versioni illusorie e cronicamente discrete, legate al momento, dell'interesse giornalistico e della rapida e intra-conclusa battuta sui social media.
Così, per lo studioso barese, la istantaneizzazione del diritto penale, in piena contraddizione con il suo normale svolgimento discorsivo ed evolutivo, pesato sull'attesa e la pazienza dell'indagine e dell'argomentazione durevoli e conseguenti, produce un vero e proprio stravolgimento identitario e operativo della penalistica stessa, corrotta tanto nella sua nucleità sostanziale quanto nel suo involucro procedurale, pur sempre, però, oggettivazione aderente di quella medesima sostanza, da cui non può essere separata e alla cui costituzione concorre parimenti.
Ciò che ne deriva, in maniera ancora più terribile, è l'evaporazione evanescente della normatività ideale, cui il diritto penale si richiama e che costantemente persegue per raggiungere la pienezza della sua estrinsecazione esecutiva. Il diritto penale, in altre parole, rendendosi possibile nella misura in cui accetta il suo "dover-essere" che la tradizione e la prassi hanno plasmato nel tempo, e che rappresenta il suo fondamentale profilo individuale, diventa-altro-da-sé, si snatura, proprio quando cede alle lusinghe, ingannevoli e allucinatorie, dei meccanismi e della temporalità dei media, della telecamera quanto del tweet, dell'immagine quanto del suono, del commento quanto della polemica, in tal modo non più curvandosi sulla realtà dei fatti, che con sapiente meticolosità e scrupolosità si è "data (eticamente e deontologicamente) il tempo" di ricostruire, ma esponendosi alla mutevolezza ingannatoria e stupefacente della "notizia-per-forza-e-dell'-oggi", legata più all'apparenza che alla realtà, più al nulla che all'essere. Muscatiello, lasciandosi alle spalle un'informazione che saltuariamente scommetteva su qualche processo celebrato su casi o personaggi celebri, operandone una selezione mirata e garantendo anche una certa fedeltà di ripresentazione della loro temporalità attuativa, narra una nuova storia dell'intreccio tra diritto e medialità, che ha trasfigurato il tribunale in salotto giuridico- televisivo, in cui alla dialettica di dimostrazioni e ragionamenti e al rigore di prove e deduzioni si è andata progressivamente sostituendo l'alternanza delle opinioni e la fantasmagoria delle illazioni. Trasformazione, questa, che si auspica di poter ancora controllare prima che muti in stabile degenerazione.
La Repubblica, 4 gennaio 2021
Il coordinatore nazionale Bonelli: "Sosteniamo la battaglia dei genitori di Giulio". "Un esposto in Procura contro la vendita di armi all'Egitto". Ad annunciare la prossima deposizione dell'atto contro il premier Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio sono i Verdi, che si associano così all'iniziativa dei genitori di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso nel 2016 al Cairo dopo essere stato torturato da cinque agenti dei servizi segreti civili egiziani. Proprio la notte di Capodanno Paola e Claudia Regeni intervenendo alla trasmissione televisiva Propaganda Live su La7 hanno annunciato la loro denuncia contro il governo italiano per la vendita di armi al presidente egiziano al-Sisi.
"Trent'anni fa nel 1990 l'Italia approvava la legge 185 - spiega il coordinatore nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli - normando il controllo dell'esportazione, importazione e transito di materiali di armamento. Importante è il primo articolo: la legge vieta esportazione di armi verso paesi in stato di conflitto armato, Paesi che vadano contro all'articolo 11 della nostra Costituzione con Paesi responsabili di accertate gravi violazioni delle convenzioni sui diritti umani. Per questo. conclude Bonelli - riteniamo importante l'azione della famiglia Regeni".
I Verdi chiedono al ministro Di Maio "di sospendere e revocare ogni fornitura di armi nei confronti dell'Egitto, anche per ottemperare alla mozione approvata dal Parlamento europeo il 18 dicembre 2020 nella quale i deputati 'invitano l'Unione europea ad avvalersi di tutti gli strumenti a disposizione per rispondere alle gravi violazioni, inclusa la possibilità di adottare misure restrittive nei confronti di funzionari egiziani di alto livello responsabili delle violazioni più gravi".
di Franco Giubilei
La Stampa, 4 gennaio 2021
La comunità fondata da Muccioli: oggi più prevenzione mentre l'impronta autoritaria è "sfumata". Quando la storia di decine di migliaia di persone segnate da dipendenze pesantissime è tenuta insieme da una figura come Vincenzo Muccioli, col suo carisma patriarcale, si capisce come il racconto di Netflix risvegli i fantasmi di vecchie, ma roventissime polemiche. Quanto sia rimasto oggi dell'impronta del fondatore, che governò San Patrignano come una repubblica autonoma con generosità pari alla determinazione con cui incatenava i tossici in astinenza, è una questione attuale cui risponde il presidente della comunità, Alex Rodino.
Anche lui, come tutti coloro che ci lavorano, è entrato qui dentro da tossicodipendente, nell'84, dunque le vicende della docuserie le conosce bene, anche se la notizia dell'uccisione di Roberto Maranzano da parte di altri ospiti di San Patrignano la seppe solo più tardi: "Ne lessi sui giornali (era marzo del 1993, ndr), ed è stato pesante portare avanti i ragazzi con quell'attenzione dei media addosso, ragazzi che magari prendevano a pretesto quelle vicende per lasciare il percorso di recupero", ricorda Rodino. Il reparto punitivo dov'era maturato il pestaggio mortale, avvenuto nella porcilaia, era la macelleria. L'omicidio fu tenuto segreto per quattro anni e il cadavere fatto sparire.
Oggi però SanPa è un altro mondo e della filosofia del fondatore sono rimasti i principi-base a guidare la vita dei circa mille ospiti attuali: "L'impronta di Muccioli sta nei principi fondanti di rispetto reciproco e di accoglienza che chi viene dalla piazza, i tossicodipendenti, non pratica. Nei primi anni della comunità quell'impronta era fortemente accentuata".
Partita senza alcuna esperienza né competenza specifica - a fine Anni 70 in Italia nessuno sapeva niente di aiuto agli eroinomani, i servizi pubblici erano assenti, tossici e famiglie erano abbandonati al loro inferno quotidiano - col tempo San Patrignano ha mutato i propri interventi: "I metodi si sono affinati e oggi c'è un vero gioco di squadra rispetto ad allora, quando la guida era una - aggiunge il presidente -. All'inizio da qui si scappava, oggi quasi più nessuno lo fa, e se qualcuno lascia la comunità è libero di farlo".
Niente di paragonabile al modo in cui Fabio Anibaldi, capo della comunicazione di SanPa ai tempi di Muccioli, fra i protagonisti del documentario Netflix, venne riacciuffato dopo una delle tante fughe: una squadra di SanPa lo andò a prelevare a Milano e lo riportò a San Patrignano, dove smaltì l'astinenza chiuso a chiave in uno stanzino per più di due settimane, come racconta lui stesso. "Difficile oggi spiegare nella maniera giusta - osserva Rodino -. Abbiamo cercato di fare tesoro degli errori, anche per aumentare l'efficacia del recupero".
L'impronta autoritaria "è sfumata", resta invece il principio per cui "non si deve giudicare nessuno, bisogna rispettare il vissuto di chiunque. Per fare del bene ci vogliono persone per bene, ed è quel che ha prevalso".
In questo quadro complesso, la docuserie di Netflix ha riaperto una ferita: "La riapri comunque, qui però il problema è che la storia viene raccontata solo in parte, una parte che esiste e non va rinnegata ma che lascia fuori tante cose importanti". Nel 2020, nonostante il Covid, sono stati reinseriti in società 250 ragazzi: "Da dieci anni facciamo prevenzione nelle scuole. Un tempo si parlava solo di recupero, oggi, molto di più, di reinserimento".
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