di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 12 aprile 2021
L'ammiraglio Agostini, comandante di Irini, la missione Ue in Libia: al centro il rispetto dei diritti umani. Ma sulle altre forze lungo quelle coste non posso garantire. "Posso assicurare che i marinai della guardia costiera libica addestrati dalle missioni europee a partire dal 2017 non hanno commesso violazioni dei diritti umani a danni dei migranti. Certo non hanno mai sparato.
Larga parte dell'addestramento verte proprio sul rispetto dei diritti umani, contro le violenze di genere e a protezione dei minori. Ma va ricordato che lungo le coste libiche operano tante forze diverse, che spesso sono confuse con la guardia costiera del governo di Tripoli. E di queste forze non possiamo affatto garantire".
L'ammiraglio Fabio Agostini non esita ad affrontare la questione migranti nella lunga intervista che ci concede nel suo ufficio romano di comandante della missione europea Irini, che dal 31 marzo 2020 monitora lo scenario libico con il mandato Onu di sorvegliare e possibilmente impedire l'arrivo illegale di armi. In precedenza, aveva guidato l'ultimo periodo della missione Sophia. Da poche settimane il suo comando è stato rinnovato di due anni.
Irini è accusata di avere regole d'ingaggio troppo deboli, specie di fronte all'invio di armi e mercenari sia da Mosca che da Ankara. Come replica?
"Siamo sostenuti da 24 Paesi europei, che ci forniscono 4 navi (tra cui quella da sbarco italiana San Giorgio), circa mille uomini, tre aerei, quattro elicotteri. Il nostro mandato è dettato dalle risoluzioni Onu sull'embargo dell'export di armi in Libia. Ma dobbiamo anche rispettare il diritto marittimo internazionale. Non possiamo abbordare una nave sospetta se il suo Paese di bandiera ce lo vieta, infrangeremmo la legalità. Ciò detto, abbiamo effettuato migliaia di investigazioni, specie sui mercantili, ne abbiamo abbordati una dozzina, visitato oltre 200 navi, monitoriamo 25 aeroporti e 16 porti. Ad oggi abbiamo bloccato a Tobruk una petroliera illegale, sequestrato e portato in Grecia un cargo di carburanti per aerei diretto in Cirenaica. Un caso esemplare per la sua complessità: il cargo batteva bandiera delle Isole Marshall, apparteneva ad una società di Singapore, era partito dagli Emirati e aveva un comandante norvegese. Ma ci diamo da fare. Per quanto possibile, i nostri droni e aerei controllano anche i confini terrestri".
L'Onu e l'Europa chiedono il ritiro di 20.000 mercenari, specie inviati da Russia e Turchia. Cosa fa Irini se li incontra, può bloccarli militarmente?
"Se lo Stato di bandiera ci blocca entro le prime quattro ore, noi non possiamo salire sulla nave sospetta. Comunque, abbiamo osservato che i mercenari si spostano in aereo. Il numero di 20.000 sembra invariato, sebbene con avvicendamenti continui. Nelle ultime settimane abbiamo notato una piccola riduzione dei traffici sospetti".
Mercenari e milizie destabilizzano. Lei vorrebbe un mandato più forte?
"Tocca a Onu e Bruxelles decidere. Io posso dire che Irini è parte della soluzione del nodo Libia, che vede un insieme di sforzi diplomatici, politici, economici. Abbiamo contribuito a raggiungere il cessate il fuoco e garantire la sua tenuta dall'estate scorsa. Siamo un organismo deterrente che aiuta la pacificazione. Ovvio che se avessi regole d'ingaggio più agguerrite io eseguirei gli ordini".
Che rapporto avete con guardacoste e marina libici?
"Purtroppo Irini non ha più il compito di addestrarli, come invece prima faceva Sophia e continua a fare l'Italia. Non c'è più un rapporto strutturato".
Incontrate le barche dei migranti?
"Le nostre navi operano sino alle 12 miglia delle acque territoriali libiche. Non hanno mai incontrato migranti. È invece avvenuto ai nostri velivoli, che li hanno segnalati alle autorità competenti".
Se vi chiedessero aiuto?
"Porteremmo subito soccorso, come prevedono le leggi del mare e non li condurremmo in Libia, bensì ad un molo europeo. Così è scritto nel nostro mandato".
Avete prove evidenti di comportamenti criminali da parte dei guardacoste libici?
"Non da parte dei circa 500 addestrati dalla missione Sophia o da quelli addestrati dagli italiani. Occorre evitare confusioni. I guardacoste agli ordini delle autorità di Tripoli sono molto diversi dalle milizie o da altre forze che impropriamente utilizzano quella denominazione, per esempio le milizie della Cirenaica che sequestrano le navi di passaggio per poi farsi pagare i riscatti. Anche le agenzie dell'Onu e la Croce Rossa confermano il salto di qualità degli uomini addestrati in Europa. C'è stato il coinvolgimento di Francia, Grecia, Olanda, Italia e Croazia. Lo scorso novembre mi sono recato a Tripoli e qui i responsabili delle maggiori organizzazioni umanitarie internazionali hanno confermato la qualità dell'addestramento europeo rispetto a prima del 2017".
Quanti sono i guardacoste addestrati dall'Europa?
"Direi circa la metà di tutte le forze libiche in mare".
Ma i migranti riportati a terra finiscono nei "lager" libici?
"Prima di tutto occorre ricordare che i guardacoste governativi salvano persone che stavano per annegare o comunque su imbarcazioni non adeguate, pericolose. Salvarli è un dovere. A terra io non so cosa avvenga. Non rientra nei miei compiti verificarlo. Ma so che i campi dove vengono messi sono monitorati da Onu e Croce Rossa, vi accedono le maggiori organizzazioni umanitarie internazionali".
di Elvira Serra
Corriere della Sera, 12 aprile 2021
Il delicato dibattito sul fine vita e il vuoto legislativo che l'Italia continua a non colmare. In Francia all'Assemblea nazionale è cominciato il dibattito per la legge su "un fine vita libero e scelto". Ne ha scritto qualche giorno fa Stefano Montefiori, rilevando l'intemerata dell'insigne scrittore Michel Houellebecq, che sulle colonne di Le Figaro non ha esitato a dire: "Quando un Paese arriva a legalizzare l'eutanasia, ai miei occhi perde qualsiasi diritto al rispetto. Diventa allora non solamente legittimo, ma anche auspicabile distruggerlo, affinché qualcos'altro possa sostituirlo".
La sua posizione merita le più attente riflessioni, tant'è che giovedì, quando è cominciata la discussione all'interno del Palais-Bourbon, la legge si è arenata al primo articolo, sommersa da tremila emendamenti contrari. Tuttavia, per parafrasare Houellebecq, il Paese degno del maggior rispetto è quello che sa esercitare la pietà, il sentimento della compassione nei confronti di chi soffre. Proviamo adesso a riavvolgere il nastro al 27 febbraio 2017. Alle 11.40 di quel mattino si spegne in una clinica di Zurigo Fabiano Antoniani, conosciuto come Dj Fabo: aveva 39 anni ed era cieco e tetraplegico dal 2014, dopo un incidente stradale.
Accanto a lui ci sono la compagna, Valeria Imbrogno, cuore d'acciaio, instancabile nel supportare l'uomo che ama, e la madre, Carmen Corollo, schiantata dal dolore di perdere un figlio nondimeno così illuminata da sussurrargli: "Vai Fabiano, la mamma vuole che tu vada". Dj Fabo aveva scelto liberamente di morire, di fronte a un futuro che non gli dava speranza, mortificava la sua vita a una costante assistenza passiva e lo costringeva a grandi sofferenze.
Quattro anni dopo un altro giovane uomo, Roberto Sanna, 34 anni di Pula, in Sardegna, dà l'addio alla madre Marina, alla compagna Gioia, al fratello Andrea e allo zio Aldo in un asettico letto in Svizzera. Lontano dalla propria casa, dal padre, dagli amici.
Un saluto difficilissimo, costoso, ma per lui necessario. Eppure la Corte Costituzionale con la sentenza numero 242 del 2019 ha riconosciuto il diritto al suicidio medicalmente assistito per chi ne faccia richiesta in piena lucidità, con una patologia irreversibile, insopportabili sofferenze e sia tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale. Gli ermellini hanno anche invitato il Parlamento a colmare il vuoto legislativo. Un vuoto che oggi rimbomba.
di Irma D'Aria
La Repubblica, 12 aprile 2021
Complice la pandemia, le manifestazioni di ansia e gli attacchi di panico sono in aumento. Lo psicoterapeuta Alessandro Bartoletti suggerisce gli stratagemmi anti-panico per superare le crisi e ritrovare equilibrio. Come uno tsunami, la paura e l'ansia possono trasformarsi in panico vero e proprio, un'onda che travolge e lascia chi ne è vittima con il terrore che possa ripresentarsi. Ai tempi del Covid, a partire dalla prima ondata con tutti i morti inaspettati per poi arrivare alle successive ondate ed ora ai dubbi sui vaccini, in molti sono attanagliati dalla paura patologica che sembra essere diventata un'epidemia moderna.
Che cos'è il panico - Paura e panico sono due sensazioni diverse ma collegate: "L'episodio dell'attacco di panico è di per sé un fenomeno circoscritto. Dura pochi minuti ed è paragonabile a uno tsunami psicofisiologico che ci fa perdere il controllo della nostra emozione più controllata, la paura", spiega Alessandro Bartoletti, psicologo e psicoterapeuta, dottore di ricerca in Neurobiologia presso la Scuola Normale Superiore di Pisa e autore del libro "Panico, ansia & paura. Guida strategica per aspiranti coraggiosi" (Editore Franco Angeli). "Il panico - prosegue l'esperto - altro non è che l'apoteosi dell'ansia e della paura ed è accompagnato da una tempesta psicofisiologica di sintomi fisici e mentali che potremmo scherzosamente riassumere come la 'paurosa tredicina'. Sono sintomi viscerali come la tachicardia, il soffocamento, la sudorazione e la paura di morire. Sintomi neurologici come le vertigini, la sensazione di svenimento, i tremori e i formicolii. E sintomi sul controllo della realtà, come la sensazione di irrealtà e di perdita dell'identità individuale, o la paura di perdere il controllo e impazzire, il sintomo più rappresentativo del panico".
Tanti tipi diversi di panico - Ma esistono vari tipi di panico: quello a base fobica, un panico ossessivo, uno paranoico, un panico depressivo, un panico traumatico, e addirittura un panico d'amore. "Sono veramente molte le percezioni che possono sfociare in episodi di panico: il terrore delle proprie sensazioni cardiache, il rimugino ossessivo, la paura di oggetti o situazioni specifiche, il catastrofismo mentale, gli spaventi provocati dalla comunicazione mediatica, il perfezionismo maniacale, le memorie traumatiche, ma anche il dolore intenso per la fine di una relazione", prosegue lo psicologo. Persino la depressione può essere connotata da forte ansia, paura e agitazione.
Panico e Covid-19 - La paura di contagiarsi di Covid-19 ha generato una nuova forma di panico? "In realtà - chiarisce Bartoletti - la paura del contagio ha per prima cosa esacerbato il disagio psicologico in chi già precedentemente soffriva di un disturbo ossessivo-compulsivo che porta a comportamenti maniacali di pulizia e di evitamento. Queste persone hanno radicalizzato sempre di più i loro comportamenti compulsivi di disinfezione degli oggetti e di loro stessi. È come se il loro peggior incubo si fosse trasformato in realtà". La paura del contagio, inoltre, ha fatto aumentare in alcune persone l'ansia per la propria salute, che alla lunga può sfociare in forme gravi di ipocondria caratterizzate da un controllo maniacale del proprio corpo e da una ricerca ossessiva di informazioni e rassicurazioni mediche.
I segnali d'allerta - Come capire quando stiamo provando un po' di sana paura o ansia o quando stiamo scivolando nel patologico. Quali sono i campanelli d'allarme? "La paura - risponde Bartoletti - è una delle emozioni più utili in assoluto per l'essere umano. Ci permette di reagire ai pericoli in tempi così rapidi ed efficaci che qualsiasi ragionamento razionale non potrebbe mai eguagliare. I problemi sorgono quando ne perdiamo il controllo e nel tentativo di gestirla mettiamo in atto con noi stessi dei tentativi disfunzionali di soluzione reiterati nel tempo". Insomma, sono proprio i nostri di gestire la paura a scatenare l'escalation verso il panico, l'ansia e l'angoscia. Per esempio? "Rifuggire pensieri o immagini sgradevoli fa sì che esse diventino delle ossessioni intrusive. O ancora, l'evitamento di determinate situazioni contribuisce a renderle sempre più minacciose: è così che si sviluppa la fobia di viaggiare, muoversi, dei luoghi chiusi. Apparentemente l'evitamento ha l'effetto di un ansiolitico ad effetto immediato, in realtà fa perdere sempre più il controllo sulla nostra paura", spiega Bartoletti.
Tattiche anti-panico - Che fare di fronte a queste sensazioni che a volte paralizzano la vita di chi ne è vittima? Oltre a chiedere aiuto per intraprendere un percorso di psicoterapia quando necessario, esistono degli stratagemmi anti-panico, cioè strumenti per riacquisire la gestione delle proprie emozioni mediante esperienze e comportamenti che sviluppano nuove competenze personali, o semplicemente ripristinano quelle che già abbiamo. Uno dei più noti stratagemmi della psicoterapia breve strategica è quello che prende il nome di 'peggiore fantasia'. "Consiste in un esercizio di esasperazione volontaria delle temute sensazioni ansiose", spiega lo psicoterapeuta che è anche specialista in Psicoterapia Breve Strategica. "Obbligarsi a trattenere la paura ha esiti paradossali: il demone richiamato si smaterializza. Questo esercizio va però svolto solo sotto la guida di uno specialista perché necessita di tempi prestabiliti, modi e applicazioni che non possono essere improvvisati".
Studiare la propria paura - Uno stratagemma che è invece facilmente applicabile nella vita quotidiana consiste nello studiare le proprie paure per superarle. "Quando, ad esempio, si ha paura di una situazione specifica, poniamo la paura degli aghi o del prelievo di sangue, si inizia con lo studio fisico dello strumento, com'è fatta una siringa. Chi ha paura ne ha spesso una rappresentazione distorta", spiega Bartoletti. "Poi si passa dalla teoria alla pratica mediante piccoli esercizi di manipolazione pratica, ad esempio usandola per annaffiare una piantina, e così via con avvicinamenti maggiori e crescenti. Così facendo nel giro di qualche mese è possibile superare qualsiasi annosa fobia".
di Davide Dionisi
vaticannews.va, 12 aprile 2021
Halina Rozanska de Pochylak racconta, in esclusiva, la sua esperienza nell'assistenza dei detenuti. Un'esperienza condivisa con il futuro Papa Francesco" "Ho conosciuto Papa Francesco quando era Provinciale dei Gesuiti e lo considero uno dei più grandi Pontefici, anche perché continua a manifestare la sua vicinanza agli uomini e alle donne del nostro tempo che stanno vivendo una crisi globale senza precedenti dovuta alla pandemia".
La testimonianza esclusiva è di Halina Rozanska de Pochylak, 78 anni, originaria di Leopoli, approdata in Argentina con i suoi genitori dopo la Seconda Guerra Mondiale. All'età di 8 anni, la svolta della sua vita: la notizia della morte della nonna, detenuta in Siberia e vittima del regime comunista. Da allora Halina decide di dedicare la sua vita all'assistenza ai carcerati ed oggi, nonostante l'età, tre figli e 9 nipoti, continua il suo servizio dietro le sbarre a Buenos Aires.
Bergoglio confessore - Tra le esperienze edificanti della sua missione, l'incontro con Bergoglio: "Ricordo che, sia da vescovo che da cardinale, era solito andare in carcere a visitare detenuti ammanettati alle mani e ai piedi, malati di Aids, con condanne lunghissime. Esigeva che venissero messi in condizioni di interloquire e di solito ci riusciva. Così si sedeva accanto a loro e li confessava come nessun altro sacerdote aveva fatto prima. Dopo il suo passaggio si registravano numerose conversioni" racconta la volontaria che può contare anche sul costante supporto dei suoi tre figli: "Ho perso mio marito due anni fa, ma lo sento sempre vicino. I miei ragazzi mi danno una grossa mano sia economicamente, che materialmente. Recentemente ho avuto bisogno del loro aiuto perché la cappella del carcere doveva essere imbiancata. Mia figlia utilizza il computer al mio posto e legge le carte processuali, dato che è avvocato" rivela Halina.
Amare chi è rifiutato - Diverse le esperienze personali che hanno segnato la sua missione. Su tutte quella di un detenuto malato terminale a cui ha insegnato a pregare prima di morire.
"Aveva un tumore alla gola e continuava a chiedere una sigaretta. Pur non fumando, me la procurai e il giorno dopo mi recai da lui per offrigliela. Gli donai contestualmente una Bibbia. Mi rispose che non l'avrebbe neanche aperta perché era analfabeta. Espresse comunque il desiderio di pregare e mi chiese di insegnargli il Padre Nostro. Mentre lo recitava, vedevo il suo volto rasserenarsi perché ripensava alla sua famiglia e alla sua terra d'origine, la Patagonia.
Mi chiese più volte di accompagnarlo nella preghiera. Rinunciò persino ad una delle sue passioni, il calcio, pur di invocare l'aiuto del Signore. Un giorno insistette perché andassi di domenica e, rinunciando agli impegni familiari, lo andai a trovare e pregai con lui tutto il tempo della visita. Tornai due giorni dopo e le guardie mi dissero che si era spento la domenica sera stessa, accompagnato dal conforto dei suoi compagni".
Parlando del dopo carcere, Halina è convinta che: "Quando una persona torna in libertà, è spaventata e non sa muoversi in società. Spesso commette gravi errori. Non viene accettato dagli altri e non gli vengono assicurati i servizi essenziali di sopravvivenza. La nostra risposta deve essere una sola: amarli" continua Halina, indicando che "Non hanno mai ricevuto affetto ed è questo il motivo principale dei loro errori. Dobbiamo avvicinarli alla preghiera anche se è un compito arduo. Ma possiamo riuscirci attraverso l'amore e la vicinanza".
di Davide Dionisi
vaticannews.va, 12 aprile 2021
Halina Rozanska de Pochylak racconta, in esclusiva, la sua esperienza nell'assistenza dei detenuti. Un'esperienza condivisa con il futuro Papa Francesco" "Ho conosciuto Papa Francesco quando era Provinciale dei Gesuiti e lo considero uno dei più grandi Pontefici, anche perché continua a manifestare la sua vicinanza agli uomini e alle donne del nostro tempo che stanno vivendo una crisi globale senza precedenti dovuta alla pandemia".
La testimonianza esclusiva è di Halina Rozanska de Pochylak, 78 anni, originaria di Leopoli, approdata in Argentina con i suoi genitori dopo la Seconda Guerra Mondiale. All'età di 8 anni, la svolta della sua vita: la notizia della morte della nonna, detenuta in Siberia e vittima del regime comunista. Da allora Halina decide di dedicare la sua vita all'assistenza ai carcerati ed oggi, nonostante l'età, tre figli e 9 nipoti, continua il suo servizio dietro le sbarre a Buenos Aires.
Bergoglio confessore - Tra le esperienze edificanti della sua missione, l'incontro con Bergoglio: "Ricordo che, sia da vescovo che da cardinale, era solito andare in carcere a visitare detenuti ammanettati alle mani e ai piedi, malati di Aids, con condanne lunghissime. Esigeva che venissero messi in condizioni di interloquire e di solito ci riusciva. Così si sedeva accanto a loro e li confessava come nessun altro sacerdote aveva fatto prima. Dopo il suo passaggio si registravano numerose conversioni" racconta la volontaria che può contare anche sul costante supporto dei suoi tre figli: "Ho perso mio marito due anni fa, ma lo sento sempre vicino. I miei ragazzi mi danno una grossa mano sia economicamente, che materialmente. Recentemente ho avuto bisogno del loro aiuto perché la cappella del carcere doveva essere imbiancata. Mia figlia utilizza il computer al mio posto e legge le carte processuali, dato che è avvocato" rivela Halina.
Amare chi è rifiutato - Diverse le esperienze personali che hanno segnato la sua missione. Su tutte quella di un detenuto malato terminale a cui ha insegnato a pregare prima di morire.
"Aveva un tumore alla gola e continuava a chiedere una sigaretta. Pur non fumando, me la procurai e il giorno dopo mi recai da lui per offrigliela. Gli donai contestualmente una Bibbia. Mi rispose che non l'avrebbe neanche aperta perché era analfabeta. Espresse comunque il desiderio di pregare e mi chiese di insegnargli il Padre Nostro. Mentre lo recitava, vedevo il suo volto rasserenarsi perché ripensava alla sua famiglia e alla sua terra d'origine, la Patagonia.
Mi chiese più volte di accompagnarlo nella preghiera. Rinunciò persino ad una delle sue passioni, il calcio, pur di invocare l'aiuto del Signore. Un giorno insistette perché andassi di domenica e, rinunciando agli impegni familiari, lo andai a trovare e pregai con lui tutto il tempo della visita. Tornai due giorni dopo e le guardie mi dissero che si era spento la domenica sera stessa, accompagnato dal conforto dei suoi compagni".
Parlando del dopo carcere, Halina è convinta che: "Quando una persona torna in libertà, è spaventata e non sa muoversi in società. Spesso commette gravi errori. Non viene accettato dagli altri e non gli vengono assicurati i servizi essenziali di sopravvivenza. La nostra risposta deve essere una sola: amarli" continua Halina, indicando che "Non hanno mai ricevuto affetto ed è questo il motivo principale dei loro errori. Dobbiamo avvicinarli alla preghiera anche se è un compito arduo. Ma possiamo riuscirci attraverso l'amore e la vicinanza".
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 12 aprile 2021
È la strage l'arma quotidiana della giunta militare del Myanmar che ha ormai deciso di tentare il tutto per tutto nel tentativo, finora vano, di fermare le proteste di piazza. Secondo Assistance Association for Political Prisoners le vittime superano ora quota 700 e la stima di quanto avvenuto a Bago venerdì, in una regione centrale del Paese, è che in un solo giorno si sono contate ben 82 vittime.
Nell'antica capitale, a Nord di Yangon, polizia ed esercito hanno sparato sulla folla senza andare per il sottile e dai lacrimogeni ormai si è passati alle esecuzioni sommarie di massa. È però una situazione che continua a vedere mobilitazioni di piazza e la scelta del governo clandestino - il Comitato che rappresenta il parlamento o Crph, esecutivo ombra de facto (il sito si può vedere all'indirizzo crphmyanmar.org) - è ormai orientata alla costituzione di un esercito federale, mossa che potrebbe vedere saldarsi l'alleanza tra gli eserciti regionali delle diverse autonomie armate e il governo ombra della Lega per la democrazia di Aung San Suu Kyi.
Una possibilità reale dopo che il Crph ha fatto carta straccia della vecchia Costituzione voluta dai militari nel 2008. Reale ma in salita. Per ora Tatmadaw, l'esercito della giunta, è impegnato - oltre che sul fronte della protesta civile - in numerose piccole battaglie locali in diversi Stati della periferia (specie nel Chin e nel Kachin) anche se in alcuni casi le formazioni armate non vanno sempre d'accordo tra loro per problemi di confine. La giunta sta tentando di tirarne alcuni dalla sua parte - in particolare l'United Wa State Army (Uwsa) e lo Shan State Progressive Party (SSPP), ala politca dello Shan State Army (SSA-N), ma per ora le bocce sono ferme (e il Restoration Council of Shan State, a capo di un'armata molto più numerosa, si è schierato contro Tatmadaw).
Sul fronte negoziale intanto la giunta ha nuovamente negato all'inviata speciale Onu Christine Schraner Burgener l'ingresso nel Paese. L'inviata si trova ora in Thailandia per un giro nelle capitali del Sudest tra le quali il caso Myanmar è diventato una spina nel fianco anche perché le posizioni sono molto diverse: Indonesia, Malaysia, Singapore e Filippine sono i fautori di un negoziato rapido per spingere Tatmadaw alla ragione e chiedono la fine delle ostilità e la liberazione dei prigionieri politici (a oggi oltre 3mila) mentre Vietnam, Cambogia, Laos e la stessa Thailandia si barcamenano tra silenzi, blandi inviti alla moderazione e il mantra della non ingerenza. Qualcosa però si muove. In casa cinese soprattutto.
Il capo della diplomazia di Pechino Wang Yi ha incontrato gli emissari dell'Asean - l'associazione asiatica di cui anche il Myanmar fa parte - caldeggiando la soluzione negoziata ma soprattutto non ha smentito i contatti che l'ambasciata in Myanmar ha avuto con i rappresentati del Crph. Un passo importante - che di fatto ne riconosce l'esistenza - ma a cui dovrebbero seguire passi reali. Passi che si potrebbero vedere nella prossima riunione dell'Asean a Giacarta la settimana entrante con decisioni che potrebbero anche cambiare gli equilibri nel Consiglio di sicurezza dove siedono come membri non permanenti anche Vietnam e India (che ha leggermente cambiato la sua posizione) che finora hanno remato contro l'ipotesi di sanzioni.
Il fronte occidentale resta compatto: venerdi gli ambasciatori a Yangon di Australia, Canada, Eu, Cechia, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Olanda, Spagna, Svezia, Nuova Zelanda, Norvegia, Svizzera, Gb, Usa hanno ricordato la prima vittima del 9 febbraio scorso - Mya Thwe Thwe Khine - dichiarando di voler sostenere speranze e aspirazioni di chi crede in un Paese pacifico e democratico. Ha firmato con loro anche Seul.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 11 aprile 2020
A pochi giorni dalla sentenza della Consulta, intervista con il prof. Glauco Giostra: "Ingiusti gli anatemi colpevolizzanti" dell'antimafia. La tesi dell'avvocatura dello Stato? "L'interpretativa di rigetto non sembra praticabile". Arriverà tra pochi giorni la sentenza della Corte costituzionale sulla possibilità di concedere la liberazione condizionale agli ergastolani per mafia che non hanno collaborato con la giustizia.
di Viola Giannoli
La Repubblica, 11 aprile 2020
Il Garante dei detenuti: "L'isolamento mette a rischio la dignità dei reclusi". E il Lazio va da solo contro il piano Figliuolo: "Dal 19 dosi di Johnson & Johnson, evitare rivolte". Luoghi chiusi per definizione, affollati per (drammatica) condizione. Bolle destinate dall'origine a diventare focolai in caso di contagi. Nelle carceri italiane ci sono, a oggi, circa 850 detenuti e detenute e 671 operatori penitenziari positivi al coronavirus. Migliaia da inizio pandemia. Negli ultimi giorni sono morti altri due reclusi, a Catanzaro, che si aggiungono alle 18 vittime contate dall'associazione Antigone nel rapporto sulla detenzione con e oltre il Covid, pubblicato a marzo. E undici sono i decessi tra le guardie carcerarie.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 aprile 2020
Con la nuova ordinanza del Commissario straordinario Francesco Figliuolo "tornano in forte dubbio le vaccinazioni nelle carceri, nelle fasce di priorità, sia per i detenuti sia per la Polizia penitenziaria". A sottolinearlo in una nota Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Polizia Penitenziaria. "Per quanto sembra emergere dall'ordinanza, infatti, le vaccinazioni nei penitenziari dovranno proseguire con gli stessi criteri indicati per la generalità della popolazione. Se così fosse - continua - sarebbe gravissimo e l'Ufficio del Commissario straordinario per l'emergenza Covid-19, che solo qualche settimana fa, anche dopo un nostro specifico intervento, aveva negato qualsiasi rallentamento delle vaccinazioni nelle carceri, questa volta sembrerebbe smentire se stesso".
di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 11 aprile 2020
Il Lazio partirà il 19 aprile con le vaccinazioni in carcere, la Campania ha già cominciato qualche giorno fa. E altrettanto stanno facendo diverse Regioni d'Italia, dove i focolai da Covid stanno agitando il clima interno agli istituti di pena, con il rischio di sommosse e disordini.
Eppure le decisioni sono in netto contrasto con quanto stabilito dalla nuova direttiva firmata due sere fa dal commissario straordinario Francesco Figliuolo, che dispone una vaccinazione rigorosamente per fasce d'età e fragilità su tutto il territorio nazionale.
agi.it, 11 aprile 2020
Due nuovi gruppi di lavoro sono stati costituiti dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria per intervenire con immediatezza sui numerosi contagi da Covid-19 negli istituti di Reggio Emilia e Padova. Dovranno individuarne con urgenza le cause e predisporre le misure organizzative da adottare per evitarne l'ulteriore diffusione, garantendo al tempo stesso la migliore sistemazione dei detenuti nel rispetto delle norme sanitarie disposte dal Ministero della Salute e delle direttive fin qui emanate dal Dap.
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