di Alessandra Fabbretti
dire.it, 6 gennaio 2021
I testimoni hanno riferito di dover pagare ogni volta l'equivalente di 2-3.000 euro, ma la somma per i siriani rifugiati all'estero lieviterebbe sensibilmente. I vertici del regime siriano starebbero aggirando le sanzioni economiche individuali imposte dall'Unione europea ottenendo ampie somme di denaro dalle famiglie dei detenuti, che in Siria sarebbero decine di migliaia.
La denuncia emerge da un report realizzato dall'Association of Detainees and the Missing in Sednaya Prison (Admsp), associazione costituita dai parenti dei detenuti del carcere di Sednaya. Ai ricercatori, i familiari dei detenuti intervistati hanno raccontato di essere costretti a versare di continuo "mazzette" a funzionari statali tra cui secondini, personale carcerario, militari e giudici per poter incontrare i propri cari dietro le sbarre o per ottenerne il rilascio.
Un sistema di "bustarelle" che permetterebbe alla "rete" di incassare milioni attraverso una catena di "mediatori", che fanno finire i fondi nelle tasche di quegli alti funzionari colpiti dal congelamento dei patrimoni e da altre restrizioni internazionali imposte dall'Unione europea. L'ultima tranche di sanzioni è scattata a ottobre contro sette ministri del governo del presidente Bashar Al-Assad, portando a 280 il numero di alti esponenti dello Stato che Bruxelles ritiene responsabili dei crimini commessi nel conflitto scoppiato nel 2011. I testimoni hanno riferito di dover pagare ogni volta l'equivalente di 2-3.000 euro, ma la somma per i siriani rifugiati all'estero lieviterebbe sensibilmente, arrivando anche a superare i 30.000 euro.
L'autore del report e direttore di Adms, Diab Serrih, ha parlato di "un'industria della detenzione". "Il regime siriano- ha continuato Serrih- è costruito sugli apparati di sicurezza e l'intelligence. Pagano salari bassi per stimolare la corruzione, cosi' le tangenti servono a finanziare questa 'infrastruttura' detentiva". Ha inoltre parlato di "un governo ombra che guida il Paese".
Come denunciano le organizzazioni per i diritti umani locali, prima dello scoppio del conflitto civile, nel 2011, tra le 100.000 e le 250.000 persone erano detenute nelle carceri siriane. Un numero che è nettamente aumentato con la guerra, coinvolgendo migliaia di manifestanti, attivisti, oppositori del governo del presidente di Bashar Al-Assad, oltre ai combattenti fatti prigionieri durante il conflitto. Una quantita' di persone che una volta finite nelle maglie del sistema giudiziario siriano, difficilmente ne riemergono. Negli anni diversi report delle ong hanno testimoniato le violenze, le torture e le uccisioni patite dai detenuti. Ora quest'ultima inchiesta getta luce su una nuova dimensione del conflitto che il 15 marzo entrera' nel decimo anno.
di Dario Nardella*
Il Dubbio, 6 gennaio 2021
L'appello del sindaco di Firenze contro l'esecuzione di Lisa Montgomery: "Non c'è giustizia senza vita". Illustrissimo Presidente Joe Biden, mi permetto di scriverLe da Firenze, città di cui sono sindaco dal 2014, per sollevare un tema che mi auguro possa avere un'attenzione particolare durante il suo mandato presidenziale, quello della pena di morte. Sono rimasto molto colpito dalla notizia della prossima esecuzione di Lisa Montgomery, condannata alla pena capitale per un delitto efferatissimo, aver strangolato nel 2004 una donna incinta nel Missouri prima di praticarle un cesareo e rapire il bambino. È l'unica donna in attesa nel braccio della morte. Ha un passato di violenze, abusi, disturbi mentali. La sua sorte, a meno di colpi di scena legali dell'ultimo minuto, è questione di ore.
Firenze è capoluogo della Toscana. Nel 1786, il 30 novembre, l'allora Granducato, stato autonomo, fu il primo al mondo ad abolire la pena di morte per volere di Pietro Leopoldo di Lorena che promulgò una nuova Riforma Penale. Da Firenze, da questa terra, rilanciamo un appello forte contro la pena di morte e per una moratoria delle condanne. Non può essere mai deterrente, non può essere mezzo di correzione, non può essere degna di una Stato che voglia chiamarsi civile. Lisa Montgomery si è macchiata di un crimine orrendo, è da anni in carcere. Marito e figlia della vittima cosa ricaverebbero dalla sua morte? Quale idea di giustizia vogliamo insegnare a quella bambina? L'ergastolo o comunque una pena di lunga durata non sarebbe sufficiente? Già l'illuminista Cesare Beccaria giudicava la pena di morte nient'altro che "uno spettacolo" che nulla aveva a che vedere col "contratto sociale" che deve stabilirsi tra cittadino e Stato civile.
Ebbene, non vogliamo questi "spettacoli" che lanciano in pasto al più tribale populismo i nostri istinti più biechi. Crediamo anzi che prima di tutto la giustizia debba essere assicurata non solo rapidamente ma anche equanimemente rispettando i diritti umani anche del più crudele degli uomini. Cosa ci distinguerebbe, altrimenti, dal "lupus" teorizzato da Thomas Hobbes? A cosa varrebbero migliaia e migliaia di anni di evoluzione, progresso, modernità? La stessa parola "giustiziato" in italiano richiama la parola "giustizia" e dovrebbe essere cambiata. Negli ultimi anni sono stati molti i casi di condannati negli Stati Uniti che hanno fatto clamore.
Ricordo bene quanto fui turbato, da giovanissimo, dal caso di Paula Cooper, quindicenne omicida di una anziana insegnante di catechismo. Per lei, nera che veniva da un'adolescenza disagiata, si mobilitò l'opinione pubblica internazionale e persino Papa Giovanni Paolo II. La sua pena fu commutata in ergastolo. C'è un particolare che mi colpì di più, nella storia di Paula. Il nipote della vittima, che in origine era favorevole all'esecuzione, ebbe un ripensamento. Anche per lui la donna non andava giustiziata. Niente gli avrebbe ridato la nonna, neppure la morte della sua assassina. Ricordo anche il caso di Gregory Summers, giustiziato in Texas nel 2006, accusato di aver commissionato l'omicidio dei genitori adottivi, delitto per il quale si era sempre proclamato innocente. Summers riposa ora proprio in Toscana, in provincia di Pisa: fu lui a chiederlo espressamente.
Ma la pena di morte non è solo negli Stati Uniti. Appena qualche giorno fa è stato giustiziato un giovane in Iran. Era colpevole di omicidio, aveva appena 16 anni al momento dei fatti. Non ci sentiamo più sicuri dopo la sua morte, non ci sentiamo più appagati, non ci sentiamo vendicati. Nessuna giustizia può esserci senza la vita. Commutare la pena di morte in forme alternative di punizione non significa rinnegare i processi o assolvere coloro che sono stati condannati, non significa mostrare mollezza ma semmai essere consapevoli della potenza della misericordia e della legge. Siamo certi che questo appello che parte da Firenze contro la pena di morte potrà essere da Lei ricevuto e valutato con la massima lucidità, consapevolezza, equità.
Da sempre c'è un solido legame tra Firenze e gli Usa e i rapporti storici sono ancor di più rafforzati dalla presenza in città di numerose sedi di università americane. Per questo forte è il desiderio di condurre insieme importanti iniziative per i diritti umani e per la difesa dei valori comuni. Il Suo mandato inizia con la lotta a una terribile pandemia. Salvare vite umane è la sfida e il traguardo più grandi. Sarebbe davvero un'impresa straordinaria che fossero salvate anche le vite dei tanti, troppi, condannati che ancora sopravvivono nel braccio della morte.
*Sindaco di Firenze
di Sergio D'Elia
Il Riformista, 6 gennaio 2021
Sarà la prima detenuta federale giustiziata dal 1953, ha commesso un delitto così efferato da far dubitare che fosse in sé. Il presidente uscente vuol fare fuori tutti prima che Biden chiuda il braccio della morte. Bonnie Heady fu asfissiata a morte nella camera a gas del Penitenziario di Jefferson City, nello stato del Missouri, il 18 dicembre 1953. Era stata condannata per aver rapito e ucciso un bambino di sei anni di Kansas City.
Era stata arrestata a settembre insieme a un suo complice. A ottobre era comparsa davanti a un giudice del tribunale federale di Kansas City. A novembre, dopo solo un'ora e otto minuti di discussione, una giuria popolare del tribunale federale aveva raccomandato la pena di morte, invocata dai parenti delle vittime e dagli stessi carnefici, rei confessi nel processo.
Quindici minuti dopo, il giudice federale l'ha condannata all'esecuzione, che venne effettuata a tempo di record un mese dopo. Giustizia fu fatta, rapida e senza appello. Se nulla fermerà la mano del boia, il 12 gennaio, dopo quasi settanta anni dall'ultima esecuzione federale di una donna, la storia si ripeterà. Un'altra donna, Lisa Montgomery, verrà messa in croce sul lettino della camera della morte del penitenziario di Terre Haute, in Indiana. Morirà avvelenata da una dose letale di Pentobarbital e dopo aver provato, prima dell'ultimo liberatorio respiro, una terribile sensazione di panico, di soffocamento o annegamento.
Lisa si è resa responsabile di un delitto talmente efferato da far dubitare della sua reale capacità di intendere e volere al momento del fatto. Dopo aver strangolato una donna incinta, le ha aperto la pancia con un coltello da cucina, ha prelevato il feto di otto mesi e se l'è portato a casa per farlo crescere con sé... forse, per dare al bimbo l'amore che a lei, stuprata e prostituita sin da piccola, era stato negato. A differenza di Bonnie, arrestata, processata e giustiziata nel giro di pochi mesi, Lisa ha atteso tredici anni nel braccio della morte. Probabilmente non era in sé quando ha commesso il fatto, sicuramente oggi è una persona diversa da quella del delitto. Senza nessuna grazia, senza un atto di pietà, il 12 gennaio, giustizia sarà fatta. Una giustizia lenta ma inesorabile.
Nel 1953, quando Bonnie Heady è stata asfissiata col gas, governava in America il Presidente Ike Eisenhower, il generale che aveva deciso di fare la guerra al nazismo e porre fine all'orrore delle camere a gas nei campi di concentramento. Alla fine del conflitto mondiale, il Presidente degli Stati Uniti aveva ripristinato la pena capitale, per la sua arcaica concezione della giustizia, che esige di cavare un occhio per ogni occhio cavato, togliere la vita a chi la vita ha tolto, ripagare il danno arrecato con un danno di egual misura.
In tal modo, è divenuto lui stesso cieco, mortifero, dannoso. Ha condannato e si è autocondannato alla "catena perpetua" di causa ed effetto, al ciclo assurdo di delitto e castigo, della violenza e del dolore da ricambiare con una violenza e un dolore eguali e contrari. Alla fine, si è rivelato anche lui "crudele e inusuale", come le pene e i trattamenti contrari all'Ottavo Emendamento della Costituzione americana.
Dall'antica legge di Dio Trump ha tratto la versione negativa e spietata, che giudica, condanna e maledice per sempre. Ne ha fatto un codice personale e penale da imporre al mondo e ai giorni nostri. Della volontà di Dio ha negato la parte positiva e benevola, che pure esiste, e indica un diritto e una giustizia di miglioramento, di tutela e di riparazione. Come invocava Aldo Moro, il progresso penalistico non sta nel miglioramento del diritto penale, ma nel suo superamento con qualcosa di meglio del diritto penale, che sia più ragionevole e più umano del diritto penale. È questa la "nuova frontiera" del diritto e della giustizia penale: un diritto senza pene e istituti di pena, una giustizia che non punisce, ma ripara.
di Stefano Mauro
Il Manifesto, 6 gennaio 2021
Il caso di Walid Kechida, accusato di offese alla religione e a esponenti del governo. Ma non è il solo. E in vista delle elezioni una nuova legge ufficializza la censura dei giornali online. Con una condanna a tre anni nei confronti del giovane internauta Walid Kechida si è aperto il 2021 in un clima di crescente repressione della libertà di espressione in Algeria.
"Il momento è veramente difficile e dobbiamo mobilitarci tutti insieme contro il regime, Walid (Kechida) è stato condannato - ha detto ad Afp Kaci Tansaout, coordinatrice del Comitato nazionale per la liberazione dei detenuti (Cnld) - con l'accusa di aver pubblicato "meme" e vignette che deridevano gli esponenti del governo e la religione su Facebook". La procura di Setif aveva chiesto cinque anni di carcere lo scorso 27 dicembre per "insulto al presidente" e "violazione dei precetti dell'Islam", diventati poi tre con la sentenza di lunedì. Un moto di proteste ha occupato i principali social del paese con l'hashtag #FreeWalidKechida, segno di protesta nei confronti del regime che "continua la sua vendetta contro i militanti dell'Hirak"
A causa della pandemia dallo scorso marzo le proteste in strada del movimento si sono interrotte, ma non quelle attraverso il web, con un progressivo aumento della repressione nei confronti di attivisti e giornalisti come Khaled Drareni, condannato a due anni, o Mustapha Bendjama, direttore del quotidiano Le Provincial, accusato di aver "attaccato l'interesse nazionale" per le sue pubblicazioni sui social. Più di 90 persone sono attualmente detenute in Algeria in relazione alle proteste dell'Hirak, con cinque detenuti in sciopero della fame nel carcere di El Harrach, ad Algeri, per "denunciare questa dura repressione". Secondo il Cnld, i vari processi si basano, almeno nel 90% dei casi, su pubblicazioni critiche nei confronti delle autorità sui social. Monitoraggio dei contenuti, procedimenti giudiziari e censura dei media elettronici: se il ministro delle Comunicazioni, Ammar Belhimer, ritiene che "non ci siano prigionieri di coscienza in Algeria", numerose ong, prima tra tutte Reporters Sans Frontières (Rsf), ritengono che "il cappio si stia stringendo su internet".
In quest'ottica viene contestata la nuova legge che punta, secondo le opposizioni politiche, "a controllare i media online, sia dal punto di vista tecnico che editoriale", dopo che già nel 2020 almeno dieci siti di notizie (Radio M, Maghreb Emergent, Interlignes, Casbah Tribune) sono stati censurati dalle autorità. Il decreto, che concede un anno di tempo ai media per conformarsi alle nuove disposizioni, impone ai quotidiani di "fornire informazioni sui finanziamenti e di conservare un archivio di tutti i contenuti per almeno sei mesi". L'hosting del sito dovrà essere "domiciliato esclusivamente" in Algeria e per i siti che pubblicano in una lingua straniera ci dovrà essere "il consenso dell'autorità responsabile della stampa elettronica".
"Il governo mantiene la sua road map autoritaria e decide un altro colpo di stato in preparazione delle elezioni legislative, queste dure sentenze ne sono la conferma", ha denunciato su Twitter Said Salhi, vicepresidente della Lega algerina per i diritti dell'uomo (Laddh). Le elezioni legislative sono previste per il 2021 in Algeria e il presidente Tebboune - rientrato dalla Germania il 30 dicembre, dopo due mesi di assenza a causa della degenza da coronavirus - ha reso prioritario lo sviluppo della nuova legge elettorale e ha validato la nuova costituzione (votata con una bassa affluenza il 1° novembre), ampiamente criticata dalla società civile perché "attribuisce troppo potere al presidente della Repubblica a discapito del potere giudiziario e politico".
di Teresa Valiani
redattoresociale.it, 5 gennaio 2021
"Morti", "populismo penale" e "cambiamento" sono i termini che meglio descrivono gli ultimi 12 mesi secondo il Garante nazionale Mauro Palma. Poi c'è tutta la narrazione che "non analizza a fondo i fenomeni e influisce sulla politica".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 gennaio 2021
La situazione rischia di generare: 50 i contagi nell'istituto di Venezia e un focolaio a Rebibbia. La garante di Roma: "Non si può isolare il carcere ancora a lungo". Si sta riproponendo lo stesso schema tra la prima ondata del Covid 19 e la seconda. I numeri del contagio all'interno delle carceri, seguendo l'andamento nazionale, si sono apparentemente stabilizzati e così il Governo ha l'alibi per far bastare le misure - dichiarate insufficienti dagli addetti ai lavori - introdotte dal decreto ristori da poco convertito in legge.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 5 gennaio 2021
Si dice spesso che se la gente visitasse un allevamento di animali - porci, vacche, tacchini, uno qualsiasi - diminuirebbe il consumo di carne perché lo spettacolo di quella costrizione fa disgustosa anche la sola idea di ingurgitarne le vittime.
di Sebastiano Ardita*
Il Domani, 5 gennaio 2021
Non è questo il terreno sul quale rivendicare la parità formale di trattamento tra detenuti e liberi. Il tema della priorità dei vaccini da somministrare in ambiente penitenziario è un argomento rilevante, non solo per definire le politiche sociali nel nostro paese, ma anche come test di coerenza delle scelte complessive in materia di Covid e carcere.
di Marco Bentivogli*
Il Dubbio, 5 gennaio 2021
In un Paese in perenne ritardo su tutto - in ultimo i pasticci sull'assenza di un piano vaccini - sono però puntualissime e funzionali le polemiche forcaiole e giustizialiste. E in un paese che non funziona è "utile" aprire un dibattito pretestuoso sui vaccini ai carcerati: serve a catalizzare gli istinti beceri, a distrarre dalle incapacità e dalle incompetenze.
Qualche giorno fa, in un memorabile pezzo su Il Foglio, il Prof. Giovanni Fiandaca metteva in fila tutte le questioni. La condizione carceraria italiana è una vergogna del nostro paese. L'utilizzo esclusivo della detenzione senza nessun'idea di custodia della persona e del suo reinserimento non cura mali sociali e criminalità ma li esalta. Le carceri italiane sono il frustino che il paese agita per esorcizzare le proprie responsabilità. Ma la demagogia punitiva non ha alcuna efficacia. Dati del 2018: il 68% dei detenuti in carcere torna a delinquere, mentre il tasso di recidiva di chi può giovare di misure alternative al carcere crolla al 19%. Gli sfottò contro i parlamentari che si sono recati in visita nelle carceri sono la schiuma di una cultura politica retrograda. E c'è ancora più da fare quando si sente un Ministro della Giustizia dire: "Gli innocenti non finiscono in galera".
Dovrebbe sapere che l'imputato solo al termine del processo viene giudicato "assolto". E si può parlare di "ingiusta detenzione" e si parla di "errore giudiziario" dopo 3 gradi di giudizio che spesso arrivano in tempi biblici, aggravati dopo l'abolizione della prescrizione di cui l'attuale Governo è responsabile, come lo è dell'assenza di una vera riforma sulla giustizia civile. Dal 1992 (anno da cui parte la contabilità ufficiale delle riparazioni per ingiusta detenzione presso il Ministero dell'Economia e delle Finanze) al 30 settembre 2018, si sono registrati oltre 27.200 casi di ingiusta detenzione. In media 1.007 innocenti finiti in custodia cautelare ogni anno. Insomma, mille persone ogni anno varcano la soglia del carcere, per poi essere assolte.
La condizione carceraria è un'emergenza e un paese che ha bisogno di patiboli e che non sa rieducare non ha speranza. Va ringraziato chi lavora, anche da volontario, nelle nostre carceri e Bonafede, Salvini e Meloni dovrebbero andare a parlare con Ristretti Orizzonti a Padova e sforzarsi di ascoltare e capire, magari evitando i citofoni.
A marzo 2020, proprio a inizio epidemia Papa Francesco aveva pregato di tutelare le persone vulnerabili anche perché costrette a vivere in luoghi sovraffollati. Aveva "osato" accostare gli anziani nelle Rsa con i carcerati, quasi un reato in un paese con la bava alla bocca e che vive di parallelismi utili solo a tenere basso il livello della politica. Come quando vengono accostati i terremotati nelle tende e gli immigrati col wi-fi; i carcerati vaccinati con i cittadini onesti senza lavoro.
(Questi giorni si scopre peraltro che i soldi per "i terremotati" ci sono da anni ma non si spendono per il combinato disposto di politici inadeguati e burocrati esperti in slalom di irresponsabilità e terrorizzati dall' "abuso di potere" e dal "danno erariale").
Per chi, dopo 2000 anni, ha ancora bisogno dei distinguo nella custodia della vita è uno scempio, lo stesso per cui produce bile contro i carcerati e non muove un dito per anziani e disabili. Ma l'indignato forcaiolo si sente di promuovere giustizia con semplicità e tra qualche bestemmia lo sentiamo gridare: "se fosse per me". Ma auguro a tutti voi di non dover mai andare a trovare una persona a cui volete bene reclusa in prigione.
Ha ragione Fiandaca, questo è un gruppo dirigente che non ha nessuna conoscenza di diritto e dunque, aggiungo io, è pericoloso per il paese. "Gettare le chiavi", "a pane e acqua", sono gli slogan primitivi di uso comune di cittadini e politici la cui rettitudine non è poi così specchiata. E per questo i loro tabloid forcaioli li usano solo contro i "nemici". La recente magistropoli di cui solo il Riformista e il Dubbio hanno parlato è inquietante. L'autoreferenzialità è la parabola degenerata della separazione dei poteri dello Stato.
C'è troppo giornalismo che non fa domande, che distrugge le persone senza appello. Le rivelazioni delle indagini in corso danneggia gravemente la ricerca della verità. Il processo a Ottaviano del Turco è un esempio di scuola (tra i tanti) in cui dopo non aver trovato prove, ci si è occupati di distruggerlo nella vita privata.
L'uso dei trojan e delle intercettazioni, legittimato dal Governo, è diventato disponibile e alla mercé di poteri di ogni tipo. Non è un caso che la discussione sui "Servizi" di intelligence del paese siano un terreno di scontro in cui è sempre più chiaro che anche nel Governo è assente una cultura istituzionale che li consideri davvero al servizio della nostra Repubblica. E di nessun altro.
Le riforme si fanno ascoltando ma mai subendo i veti delle corporazioni né tanto meno gli interessi di casta mascherati da interessi generali. La nostra giustizia ingiusta uccide la nostra economia e lo stato di diritto. Serve più coraggio. Ed è per tutti questi motivi che voglio augurare alla nuova avventura di questo giornale di non smettere mai di pungolare il "dubbio" dei vincitori, dei demagoghi, di chi ha dimenticato cosa ci lega gli uni agli altri e di chi è ben lontano da recuperare la compassione.
*Coordinatore nazionale di Base Italia
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 5 gennaio 2021
La crisi innescata dalla vicenda Palamara ha mandato in frantumi il pantheon della magistratura italiana, trasformandolo in un discutibile reliquiario con le frasi e le foto dei giudici uccisi usati come soprammobili.
L'anno appena trascorso sarà studiato a lungo e non solo sotto il più scontato profilo sanitario. Le istituzioni di ogni Paese sono entrate in uno stato di fibrillazione dal quale stentano a riprendersi e in Italia questo è successo più che altrove. Governo, Regioni, Parlamento, la pubblica amministrazione in generale hanno dato la sensazione di uno sfarinamento complessivo, di una insuperabile difficoltà a fronteggiare le mille emergenze che affliggono il paese, con il risultato di condurlo dopo un lungo e doloroso abbrivio - alla paralisi quasi assoluta che si sta consumando in queste settimane.
Niente vaccini, contagi alle stelle, crisi economica, ritardi nella programmazione economica, leggi finanziarie approvate all'ultimo secondo. In tutto questo fluttuare di incertezze e immobilismi, l'acquitrino si staglia come la meta più probabile dello sfociare di questo fiume irruento e malmostoso. La macchina giudiziaria non ha, anche lei, mancato di offrire inefficienze e manchevolezze. Con una particolarità, tuttavia, che per la giustizia è stato costruito un vero e proprio diritto della pandemia che ha riguardato non solo tutti i settori della giurisdizione, tra cui quella civile e penale, ma anche minutamente sfratti, esecuzioni, regime carcerario, indagini, processi in appello e in cassazione, e quant'altro.
Un ordinamento speciale che, man mano, ha preso corpo e si è sostituito a quello vigente prima del Covid-19; un sistema che ha approntato i propri riti, ha disvelato i propri punti di forza e le proprie gravi cedevolezze, ha visto copiosamente all'opera anche puntigliosi e minuti esegeti. Qualcuno ha denunciato che la magistratura, al primo manifestarsi acuto dell'epidemia, si sarebbe collocata in "autoprotezione" con una serrata dei tribunali, coltivando l'idea di una giurisdizione 'domestica", ossia esercitata non nelle aule di giustizia, ma al riparo delle proprie abitazioni, insomma a casa.
A questa accusa il presidente dell'Anm, Giuseppe Santalucia, ha risposto con una certa ruvidezza in una recente intervista ammonendo che "sbaglia chi crede che la magistratura abbia interesse a fare i processi da casa. Quando si potrà torneremo a farli tutti in presenza" per cui le misure valgono "ovviamente soltanto per il periodo dell'emergenza".
Una frase che tende a tranquillizzare le Camere penali, preoccupate dall'idea di una stabilizzazione del precariato normativo del 2020, e a ridare lustro all'immagine della corporazione che si è sentita vulnerata da una simile contestazione che coglie un sentimento diffuso. Nulla di peggio che passare per codardi di questi tempi, con tanta gente che rischia la vita ogni giorno. Potrebbe apparire che questo sia l'ultimo dei problemi con cui la magistratura è chiamata a fare i conti dopo l'affaire Palamara, ma la presa di posizione del presidente dell'Associazione non è casuale. Il credito che si è riversato sulle toghe italiane dopo la stagione della mattanza terroristica e mafiosa è stato enorme e, tuttora, resta grande.
La prossima beatificazione di Rosario Livatino con le stimmate del martirio cristiano ne è solo l'ultima, importante manifestazione. In questi decenni, certo, non erano mancati scandali, inefficienze, deviazioni o malcostume, ma la crisi innescata dalla vicenda di Luca Palamara ha mandato in frantumi il pantheon della magistratura italiana, trasformandolo in un discutibile reliquiario con le foto e le frasi dei giudici uccisi adoperati come soprammobili sulle scrivanie a uso televisivo o come santini per celebrazioni spesso inquinate dalla presenza dei loro avversari di un tempo.
La provocazione delle toghe serrate tra le comode mura domestiche in piena pandemia ha sferzato con durezza un corpo già esangue e febbricitante che non può sopportare di transitare dal sangue di Rosario Livatino alla codardia di don Abbondio. 11 presidente dell'Associazione ha lucidamente avvertito il pericolo di veder andare in frantumi anche gli ultimi bastioni di una fortezza che, per anni e anni, ha resistito a ogni assalto e che, come tutte le fortezze, non per un assedio ha visto aprirsi una breccia nelle sue mura, ma per l'astuzia di un cavallo non a caso chiamato trojan. Non è dato sapere se l'arrocco deciso dalle toghe associate, con la scelta di un presidente di alto valore professionale e conosciuta dirittura morale, riuscirà a evitare lo scacco matto.
Al momento si deve registrare che, in piena pandemia, all'interno della magistratura italiana si sono costituiti due altri gruppi, uno dei quali frutto di una scissione che non ha precedenti in quel lato del parlamentino associativo, sinora sempre coeso e compatto. È il segno dei tempi e delle urgenze che premono alle porte della magistratura italiana e che non spingono alla conciliazione e all'attesa. È anche il segno che la corporazione deve, forse, fare i conti con l'ultima maggioranza parlamentare "amica" nella storia recente e che le toghe potrebbero trovarsi - in una posizione di Medita debolezza e perduta credibilità - a doversi confrontare con una classe politica meno incline al compromesso e al dialogo della precedente.
La clessidra di questa legislatura corre veloce e l'anno lungi dal portare la moratoria che molte toghe auspicavano, ha solo aggravato la situazione aggiungendo critiche e insofferenza verso la magistratura. Di qui la mossa comunicativa più efficace e rassicurante del presidente dell'Anni: "II caso Palamara non si esaurisce con la vicenda dell'ex leader di Unicost, dal momento che anche vari altri colleghi sono coinvolti" e, poi, la prima indicazione operativa per il futuro della nuova compagine associativa appena eletta: "Su questo fronte sicuramente proseguiremo il lavoro fatto dalla giunta precedente e cioè quello di verificare e di accertare, sulla base delle regole del nostro codice etico, i comportamenti scorretti che sono emersi in quella vicenda".
Un passaggio importante e da non sottovalutare. Se l'azione disciplinare ha dovuto selezionare fatti e condotte secondo regole stringenti, la giustizia deontologica ha altre, e ben più tasche, regole e molti di coloro i quali sono sfuggiti alla prima hanno ben donde si temere la seconda. In questo snodo un impegno preciso che, certo, non sarà indolore per i magistrati associati e per quanti fidavano nella tregua pandemica per rifiatare.
La nuova peste non ha reso un buon servigio a tanti e anche alla magistratura italiana di cui ha portato a nudo inefficienze e limiti che ora sono chiari e vanno colmati. In questa tragedia immane bisogna sempre sperare che ogni sventura possa essere un'opportunità, lo auspicava anche il pavido dei pavidi alla morte di don Rogrido: "Ah! - diceva poi tra sé don Abbondio, tornato a casa: - se la peste facesse sempre e per tutto le cose in questa maniera, sarebbe proprio peccato il dirne male: quasi quasi ce ne vorrebbe una, ogni generazione; e si potrebbe stare a patti d'averla; ma guarire, vè". Ovviamente a guarire.
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