di Benedetta Capelli
L'Osservatore Romano, 11 aprile 2020
Il volto della Misericordia non è solo la Bolla d'indizione del Giubileo straordinario del 2016 - "Misericordiae Vultus" - ma anche lo sguardo di un detenuto che a Dio ha offerto il suo errore, di un infermiere che ha chiesto aiuto per salvare vite, di un disabile che vuole conforto nella difficoltà, di una famiglia che con la sua protezione arriva dall'Argentina in paese nuovo. Questi sono i volti che Francesco incrocerà nella Messa che celebra oggi, alle ore 10:30 nella Chiesa Santo Spirito in Sassia, in occasione della Domenica della Divina Misericordia.
Tra loro anche dei giovani rifugiati provenienti da Siria, Nigeria ed Egitto, tra cui due persone egiziane appartenenti alla Chiesa copta e un volontario Caritas siriano della Chiesa cattolica sira. Il gruppo di detenuti e detenute arriva dal carcere di Regina Coeli, Rebibbia femminile e Casal del Marmo di Roma, saranno presenti alcune Suore Ospedaliere della Misericordia, una rappresentanza di infermieri dell'Ospedale di Santo Spirito in Sassia.
Insieme al Papa - si legge in un comunicato del Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione - concelebreranno diversi Missionari della Misericordia, in rappresentanza dei più di mille sacerdoti, istituiti durante il Giubileo straordinario, ai quali il Papa ha affidato un mandato particolare, legato alla celebrazione del sacramento della Riconciliazione e alla predicazione del mistero della misericordia divina.
Le letture saranno proclamate da un seminarista, mentre il servizio liturgico verrà svolto da ragazzi provenienti da una parrocchia della periferia di Roma. Nel rispetto delle norme anti-Covid la presenza è limitata ad 80 persone. La Santa Messa sarà trasmessa sul portale di Vatican News (www.vaticannews.va), in streaming sul sito (www.divinamisericordia.it) e verrà resa fruibile alle persone sorde e ipoudenti attraverso la traduzione nella lingua dei segni LIS.
Il Fatto Quotidiano, 11 aprile 2020
Sospese le attività coi detenuti, soprattutto la scuola. "L'emergenza sanitaria in carcere ha significato la sospensione di tutte le attività professionali, sportive e con i detenuti. Sono venuti meno i contatti con i familiari e soprattutto la scuola. Solo il 4% delle ore previste sono state erogate". Sono le parole dell'osservatore nazionale dell'Associazione Antigone, Claudio Paterniti Martello, che si occupa dei diritti dei detenuti.
"Secondo un nostro monitoraggio, a gennaio 2021 in un istituto su due la scuola era ripresa in presenza; nella parte restante la didattica a distanza veniva fatta solo in un caso su quattro. Sono emersi l'inadeguatezza delle infrastrutture tecnologiche e i problemi di spazi. Una diminuzione della popolazione detenuta permetterebbe quindi anche un maggiore accesso al diritto all'istruzione. Si è trattato di un anno durissimo e questo andrebbe riconosciuto dal parlamento con un provvedimento che preveda uno sconto di pena per chi ha passato quest'ultimo anno dietro alle sbarre. È stato un anno di vuoto che ha lasciato spazio all'angoscia e alla paura".
di Frank Cimini
Il Riformista, 11 aprile 2020
Quando venne estradato in Italia Cesare Battisti, al di là dei ministri armati di smartphone a Fiumicino perché evidentemente quel giorno non avevano niente di meglio da fare nell'esercizio del loro mandato, il messaggio forte arrivò dal Capo dello Stato Sergio Mattarella con le parole: "E adesso gli altri...".
E infatti siamo qui a registrare una nuova formale richiesta italiana alla Francia affinché consegni una decina di ex militanti di gruppi della lotta armata alle nostre prigioni. La ministra della Giustizia Marta Cartabia ha incontrato il suo omologo d'Oltralpe che ha detto di sì, ricordando però che tutto dipenderà dall'istanza politica superiore cioè da Macron.
Dunque non è sufficiente la riforma del trattato di Dublino che rispetto alle regole precedenti fa prevalere la legge del paese che chiede le estradizioni e non più quella del paese che riceve le richieste. Cartabia, che da presidente della Corte Costituzionale già aveva insistito sulla necessità di superare il carcere come sanzione penale ribadendo poi il tutto da ministro, evidentemente ritiene che invece per responsabilità relative a fatti di oltre quarant'anni fa non si debba transigere.
Dalla Francia Irene Terrel, storico difensore di moltissimi rifugiati italiani, spiega: "Non capisco come in Italia non si riesca, come è successo in altre questioni storiche, a concedere l'amnistia per delle vicende così vecchie. È incomprensibile, ci vuole una pacificazione servono misure di amnistia". "Se si guarda al diritto francese sono tutti casi prescritti - aggiunge l'avvocato. Non capisco come si possa tornare su tutte queste questioni, sarebbe un errore giuridico e sarebbe scandaloso. C'è la prescrizione, c'è un accanimento ricorrente. L'amnistia permetterebbe di pacificare questo periodo politico che è stato estremamente doloroso per molte persone, ma c'è un momento in cui bisogna voltare pagina. I tempi giudiziari sono passati".
L'Italia non ha mai voluto fare i conti con la sua storia in relazione agli anni 70 per responsabilità di tutti gli schieramenti politici, a cominciare dalla sinistra che considera tuttora indigeste le parole di Rossana Rossanda sull'album di famiglia. Per cui le autorità italiane continuano a cercare di artigliare in giro per il mondo una serie di corpi appartenenti a ultrasettantenni quasi ottantenni da esibire poi come trofei di guerra, di una guerra finita da tempo. La lotta armata e il terrorismo politico da decenni non costituiscono più un pericolo per le istituzioni. Eppure si rischia di veder finire in carcere, tanto per fare un esempio, Giorgio Pietrostefani condannato per l'omicidio Calabresi quando sono passati in pratica cinquant'anni.
Quel delitto in Francia è prescritto da tempo, in Italia lo sarà nel 2027. Nel nostro paese, ma anche in Francia ci sono giornali che danno conto anche dei sospiri in questa battaglia per ottenere le estradizioni. Si tratta di giornali pronti a criticare la magistratura e l'eccessivo peso del processo penale in merito ad altre vicende giudiziarie. Gli anni 70 invece restano tabù. Sarebbe necessario un minimo di equilibrio e pure di civiltà. Purtroppo non c'è.
di Conchita Sannino
La Repubblica, 11 aprile 2020
"Pressante richiesta" della ministra Cartabia al collega francese Dupond. Da Pietrostefani a Petrella a Marinelli, sembra che "sia arrivata l'ora". Recuperare conflitti e dinieghi. Magari prima che flocchino altre prescrizioni sulla variegata pattuglia di terroristi italiani, con esistenze nuove e consolidate, latitanti in Francia.
Troppi decenni dopo, Parigi promette di sanare "le ferite" degli Anni di piombo e annuncia con inusuale impegno di voler affrontare il nodo - politico, prima che giudiziario - di quei brigatisti. Dossier affidato con "pressante e urgente richiesta" dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia al suo omologo francese Dupond-Moretti nel corso del loro primo (virtuale) confronto.
"È venuta l'ora", ha annuito con Cartabia l'avvocato entrato a Place Vendeime come Guardasigilli del governo Lastex dieci mesi fa (l'altro cognome è un omaggio alla madre Elena, di origini italiane). Significherebbe: arresti e consegne. Sembra che abbia influito la sensibilità del ministro: sa qualcosa di sete di verità, Dupond. La vocazione del penalista gli nacque perché il nonno materno, operaio immigrato dall'Italia, fu trovato morto nel 1957 in circostanze misteriose lungo una linea ferroviaria e, a dispetto delle denunce di uno zio, "non fu mai aperta l'indagine".
La dialettica sul rientro dei terroristi "protetti" da Parigi si era rianimata già nel 2019, dopo la ratifica italiana della Convenzione di Dublino. Il trattato riapriva il calcolo della prescrizione, facendo prevalere le regole del Paese che richiede l'estradizione: cioè l'Italia, che ha termini più lunghi della Francia. Poi, dopo le tensioni e gli incidenti con i vicepremier dell'epoca Salvini e Di Maio, nel febbraio 2020 ecco il Bilaterale a Napoli e le pazienti ricuciture Mattarella-Conte-Macron. Ora, in base alla legge italiana, anche se l'arresto avvenisse in via provvisoria (nell'attesa del complesso iter di rimpatrio) si fermerebbe la clessidra. Ma chi sono i destinatari di queste richieste di estradizione, fino ad ora infrante sullo scudo della dottrina Mitterand, che invece Macron potrebbe licenziare con un placet politico?
Dal folto parterre iniziale (circa 30), con gli anni sono diventati sempre di meno i condannati in via definitiva su cui l'Italia potesse avanzare "pretese". Roma e Parigi lavorano oggi su 11 profili, di cui 4 all'ergastolo (unico verdetto che non può essere "prescritto"). Obiettivo: scongiurare ulteriori colpi di spugna, anche sul dolore dei familiari delle vittime.
Com'è appena avvenuto per la prescrizione scattata in favore di Luigi Bergamin, nelle stesse ore in cui i due Ministri della Giustizia riaprivano il dossier. Tra gli ideologi dei Pac, il gruppo armato di Cesare Battisti, e come lui condannato per l'omicidio del macellaio Lino Sabbadin, Bergamin avrebbe dovuto scontare 16 anni di carcere. Analogamente, già da marzo 2020, ha potuto dimenticarsi dei 12 anni di pena residua (banda annata e omicidio) Ermenegildo Marinelli: oggi in Francia è un imprenditore.
Esattamente tra un mese, invece, il 10 maggio, si cancelleranno anche i 5 anni residui da scontare per Maurizio Di Marzio, brigatista che partecipò all'assalto e tentativo di sequestro del poliziotto Nicola Simone, nel 1982. Il futuro direttore Interpol Italia, quella mattina, pensava di aprire a un postino e si ritrovò in casa un commando armato: rimase gravemente ferito, rispose con tre colpi di rivoltella. Stessa colonna romana, stesso rifugio Oltralpe, per Enzo Calvitti, che dovrebbe scontare in Italia 18 anni e 7 mesi, condannato per tre azioni di sangue: il tentato sequestro Simone, l'omicidio di Raffaele Cinotti, agente di custodia di Rebibbia, e quello di Sebastiano Vinci, il vicequestore ucciso mentre andava a lavorare, ne11981.
Tra quegli assassini, c'era anche Marina Petrella, Autonomia Operaia: arrestata dopo un conflitto a fuoco con i carabinieri su un bus, condannata all'ergastolo e coinvolta nel sequestro Moro, ottenne lo status di esiliata in Francia. E quando la Corte di Versailles, nel 2007, concesse l'estradizione, Sarkozy la salvò per motivi di salute: con solidarietà pubblica dell'allora première dame Carla Bruni e di sua sorella, l'attrice Valeria Bruni Tedeschi.
Il nome di Petrella è oggi nell'elenco delle richieste di estradizione: rinnovata nel 2020. La mannaia dell'estinzione dei reati scatta poi, nel 2023, per Giovanni Alimonti, condannato nel processo Moro Ter; nel 2026 per Raffaele Ventura, ben 4 condanne per omicidio, rapine, banda armata, con 24 anni e 4 mesi da scontare.
Mentre nel gennaio 2027 si prescrive anche il carcere per Giorgio Pietrostefani, ex dirigente di Lotta continua, 22 anni di carcere per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi. Quattro i latitanti da ergastolo che Cartabia vorrebbe riportare in Italia. Oltre a Petrella, sono: Narciso Manenti, coinvolto nell'uccisione del carabiniere Giuseppe Gurrieri, freddato a Bergamo nel 1979 davanti agli occhi del figlio 11enne, prima richiesta alla Francia inoltrata nel 1986; Roberta Cappelli, oggi architetto, stessa colonna romana delle Br; ergastolo anche per Sergio Tornaghi, colonna milanese Br, condannato per l'omicidio del maresciallo Francesco Di Cataldo.
Un caso ancor più spinoso è quello di Paolo Ceriani Sebregondi, origini nobili, accusato dell'omicidio di Carmine De Rosa, responsabile della sicurezza Fiat. A suo carico non pende più domanda: la richiesta italiana fu esaminata e respinta nel me" rito dai francesi. Come avviene anche per la legge italiana, non si potrà più rinnovare l'istanza. I due ministri si sono dati appuntamento a breve: per la svolta. Fuori tempo massimo, per far quadrare i conti. Mai tardi, per riparare sentimenti di giustizia.
di Jacopo Rosatelli
Il Manifesto, 11 aprile 2020
Elezioni suppletive al Csm. Oggi e domani 9 mila giudici e pm al voto. Un test dopo la bufera del caso Palamara. Il "caso Palamara" produce ancora effetti. Domani e lunedì gli oltre 9mila giudici e pm italiani sono chiamati a votare a elezioni suppletive per un posto vacante al Consiglio superiore della magistratura. Accade per la terza volta in tre anni, causa lo stillicidio di dimissioni seguite all'emersione pubblica del mercimonio sui vertici delle procure fra cinque membri del Csm, l'ex presidente dell'Anm Luca Palamara (ora radiato dall'ordine giudiziario) e i deputati renziani del Pd Luca Lotti e Cosimo Ferri, quest'ultimo passato poi a Italia Viva. Nota bene: Ferri è un magistrato in aspettativa che, prima di essere reclutato da Matteo Renzi, guidava la corrente più conservatrice, Magistatura indipendente (Mi).
Tra un anno la consiliatura di Palazzo dei Marescialli più travagliata della storia repubblicana finirà, quindi inevitabilmente l'attenzione per questo turno elettorale non è alta. Senza considerare che, fra emergenza Covid e caos vaccini con annesse polemiche sulle priorità nei turni, anche nei tribunali i pensieri in questo periodo vanno ad altre cose. In ogni caso è pur sempre un test interessante per capire umori e orientamenti delle toghe, che mai come ora stanno attraversando una fase di disorientamento interno e scarso feeling con l'opinione pubblica. Come dimostrano, emblematicamente, le vendite altissime del libro Il sistema dello stesso Palamara, scritto a quattro mani con il direttore de Il Giornale berlusconiano Alessandro Sallusti.
In lizza per il posto reso libero dalle dimissioni di Marco Mancinetti ci sono quattro candidati, uno per ogni corrente principale: Mario Cigna di Unicost (il gruppo centrista cui appartenevano Palamara e l'ultimo dimissionario), Maria Tiziana Balduini di Mi (sigla di altri tre costretti a dimettersi nel 2019), Marco D'Orazi della davighiana Autonomia e indipendenza e Luca Minniti di Area, della quale fa parte (non senza tensioni) Magistatura democratica. D'Orazi e Minniti sono dunque espressione delle uniche due componenti che non hanno visto propri membri costretti a lasciare il Csm a causa dello scandalo, ma non è affatto certo che sarà uno di loro ad essere premiato dalle urne. La destra di Mi conserva, nonostante tutto, molta presa, e c'è chi è disposto a scommettere che a vincere sarà la sua esponente, Balduini, presidente di sezione del tribunale di Roma.
Il davighiano D'Orazi, giudice a Bologna, si è fatto conoscere anche attraverso il libro Una giustizia degna dell'Italia (edizioni Pendragon). Pubblicato l'anno scorso sull'onda della vicenda Palamara, è un j'accuse contro "la perdita delle caratterizzazioni ideali" delle tre correnti tradizionali (Unicost, Mi e Area) trasformatesi in mere macchine autoreferenziali di gestione del potere, complice il fatto che "la gran parte dei magistrati si disinteressa del funzionamento dell'autogoverno".
Una delle soluzioni indicate: lo stop al carrierismo. Idea condivisa dal progressista Minniti, in servizio a Firenze nella sezione del tribunale dedicata a immigrazione e richieste di asilo: "Occorre evitare che la "dirigenza" sia inseguita come espressione di una tappa della "carriera"" si legge nel suo programma pubblicato sul sito della rivista di Md Questione giustizia. I fatti che hanno portato alla catena di dimissioni dal Csm, sostiene Minniti, "hanno rivelato condotte gravissime, che hanno dimostrato la ricorrente capacità d'infiltrazione d'interessi abusivi all'interno della giurisdizione e dell'autogoverno dei magistrati". Parole dure che forse non tutti i magistrati hanno voglia di sentire.
di Riccardo Chiari
Il Manifesto, 11 aprile 2020
Né verità né giustizia. Anche Sergio Mattarella chiede di far luce sulla più grande tragedia della marineria italiana, nell'anniversario del rogo che provocò 140 morti. Al via una seconda commissione parlamentare di inchiesta, per far luce sulle cause dell'impatto fra il traghetto Navarma e la petroliera Agip Abruzzo. Gli Usa negano l'esistenza di tracciati radar e foto satellitari del porto di Livorno, nonostante le navi cariche d'armi di ritorno dalla prima guerra del Golfo.
A trent'anni dalla più grande tragedia della marineria italiana, in cui 140 persone persero la vita, asfissiate e bruciate, nel rogo del traghetto Moby Prince a poche miglia dal porto di Livorno, anche Sergio Mattarella ha fatto sentire la sua voce: "Sulle responsabilità dell'incidente e sulle circostanze che l'hanno determinato è inderogabile ogni impegno diretto a far intera luce - sottolinea il capo dello Stato - e l'impegno che negli anni ha distinto le associazioni dei familiari rappresenta un valore civico e concorre a perseguire un bene comune". Ma come arrivare alla verità, e alla giustizia, in questo mistero italiano?
Era la notte fra il 10 e 1'11 aprile 1991 quando il traghetto della Navarma diretto a Olbia entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo, ancorata in rada fuori dal porto. L'incendio fu causato dal petrolio che si riversò sul traghetto dopo l'impatto con la petroliera. Ma le fiamme non avvolsero subito l'intero Moby Prince, tanto che molte delle vittime morirono asfissiate dal fumo, mentre si attendevano soccorsi arrivati, e questa è una certezza, in grande ritardo. Si salvò solo un giovane mozzo, Alessio Bertrand.
Sul fronte giudiziario, la prima indagine si chiuse con processi dagli esiti deludenti. Alle perizie medico legali secondo cui i passeggeri del Moby erano morti nel giro di mezz'ora, si aggiunsero interrogatori troppo sbrigativi e testimonianze non prese in considerazione. Così in primo grado i quattro imputati di omicidio colposo plurimo - un ufficiale dell'Agip Abruzzo, il comandante in seconda della Capitaneria di porto, un ufficiale di guardia e un marinaio di leva - furono tutti assolti con formula piena. Mentre nella sentenza d'appello, validata in Cassazione alla fine degli anni '90, si stabilì l'intervenuta prescrizione del reato, segnalando comunque "l'inchiesta sommaria" della Capitaneria di porto.
Da allora nessun processo, solo una seconda inchiesta della procura labronica archiviata dieci anni fa, e una terza indagine avviata tre anni e ferma alla fase preliminare. A farla partire sono stati i risultati di una commissione parlamentare di inchiesta che fino al 2018 ha lavorato sul caso, arrivando ad alcune conclusioni diverse da quelle della magistratura ordinaria.
La commissione ha stabilito che la collisione non è stata dovuta alla presenza della nebbia, perché quella notte il cielo sopra Livorno era sereno, la visibilità ottima e il mare calmo. Né c'è stata una condotta colposa del comandante del traghetto, Angelo Chessa. Invece i soccorsi, sia pure lenti, si diressero verso la petroliera e non verso la nave passeggeri. Di qui l'accusa di incapacità della Capitaneria di porto di coordinare le operazioni di soccorso, con la conseguente morte di alcuni passeggeri molte ore dopo la collisione, e la censura sulle indagini, carenti, della procura labronica.
Eppure la causa promossa dai familiari delle 140 vittime contro lo Stato, ritenuto responsabile, attraverso le sue articolazioni periferiche, della morte a bordo del traghetto, è finita con un nulla di fatto. Pochi mesi fa il tribunale civile di Firenze non ha riconosciuto il diritto al risarcimento. Per il giudice Massimo Donnarumma, la commissione parlamentare "non ha disvelato verità e certezze nuove" ma è "un atto politico che non supera quanto è stato già accertato a livello penale".
Ora sta per partire una seconda commissione parlamentare, per continuare il lavoro della prima. I familiari delle vittime ci sperano, anche per approfondire un punto rimasto oscuro: "In soli due mesi - è scritto infatti nella relazione finale - gli armatori e le loro compagnie assicuratrici si accordarono per non attribuirsi reciproche responsabilità, non approfondendo eventuali condizioni operative o motivazioni dell'incidente attribuibili ad uno dei due natanti".
La nuova commissione cercherà poi di fare luce sulle cause dell'impatto, ancora misteriose. Anche perché i tracciati radar e le foto satellitari del porto livornese nel momento dell'incidente non sono mai esistiti, almeno a quanto ha fatto ufficialmente sapere il governo Usa nel 2002. Nonostante che quella sera, alla fonda nella rada di Livorno, vi fossero ben cinque navi cariche di armi di ritorno dalla prima guerra del Golfo.
di Mauro Ravarino
Il Manifesto, 11 aprile 2020
Chieste misure cautelari per un militante anarchico. Imputato per un libro del 2015. Questa è una di quelle volte in cui letteralmente la realtà supera l'immaginazione. In cui si disarciona il "patto narrativo" che fonda tutta la comunicazione letteraria e un pezzo di romanzo viene considerato un'aggravante per imporre una sorveglianza speciale della durata di due anni per supposta "pericolosità sociale". Succede a Marco Boba, militante anarchico torinese, una lunga storia nei movimenti, autore di Io non sono come voi, romanzo uscito nel 2015 per Eris Edizioni. Ed è proprio la frase riportata nel retro copertina del libro a essere finita nella richiesta di misure preventive mossa dalla Procura di Torino.
"Troviamo davvero pericoloso e allarmante che in questi atti ci sia finito un romanzo", afferma Anna Matilde Sali di Eris Edizioni. "Non possiamo accettare che diventi una prassi, se no qualsiasi libro potrebbe diventare un'aggravante. Questa volta è capitato in ambito di movimento, domani chissà". La frase "incriminata", estrapolata dal romanzo "per far capire a chi si ritroverà il libro in mano qual è il cuore della storia, il mood, l'atmosfera, lo stile narrativo", è quella riferita dal protagonista del libro in un dialogo: "Io odio. Dentro di me c'è solo voglia di distruggere, le mie sono pulsioni nichiliste. Per la società, per il sistema, sono un violento, ma ti assicuro che per indole sono una persona tendenzialmente tranquilla, la mia violenza è un centesimo rispetto alla violenza quotidiana che subisco, che subisci tu o gli altri miliardi di persone su questo pianeta".
Un virgolettato che per ellissi viene, nella richiesta giudiziaria, fatto passare per pensiero dell'autore. La casa editrice precisa: "Parliamo di un romanzo di finzione, con un protagonista di finzione. Il romanzo è scritto in prima persona, al presente, scelta tra l'altro fatta non in origine dall'autore, ma dopo un lungo confronto tra autore ed editore. Editing, normale editing". La narrazione letteraria d'altronde è di per sé sottesa a quel patto sintetizzato da Umberto Eco in Lector in Fabula a proposito del ruolo dell'autore che, all'inizio di un testo, stabilisce questo: "Voi non credete a quello che vi racconto e io so che voi non ci credete, ma una volta stabilito questo, seguitemi con buona volontà cooperativa, come se io stessi dicendovi la verità".
Il 21 aprile ci sarà l'udienza in Tribunale per discutere dell'applicazione della misura. "Ho iniziato a fare politica a 15 anni ora ne ho 53 anni - racconta Marco Boba - e non mi sono mai ravveduto. Ed è quello che mi viene imputato nella richiesta di sorveglianza speciale, che mi pare quasi un reato di opinione. Ero, sono e resto anarchico. La Procura mette insieme di tutto e di più, le mie condanne e denunce, la mia partecipazione a Radio Blackout e altro". La sorveglianza sociale di cui fanno le spese attivisti No Tav o quelli andati in Siria con le Ypg curde è un provvedimento che colpisce le persone al di là di uno specifico fatto ma per un "comportamento generale".
"A noi - spiega Eris Edizioni - sembra davvero pericoloso che una finzione possa diventare una prova, che le opinioni o le azioni di un personaggio di finzione lo possano diventare, che una frase scelta dall'editore, per promuovere al meglio un libro, possa diventare un'aggravante e che una questura o una procura si possano occupare di una materia che dovrebbe restare appannaggio di chi fa critica letteraria. In questi anni più volte si è invocato il reato d'opinione.
Dalla vicenda di Erri De Luca, assolto dall'accusa di istigazione a delinquere per essersi espresso a favore dei sabotaggi contro la Tav, alla studentessa accusata di aver partecipato attivamente a delle azioni No Tav solo per aver utilizzato il "noi partecipativo" nella sua tesi di laurea in Antropologia culturale sul movimento stesso". Il libro di Marco Boba è, lo racconta lui stesso, "la storia di un ragazzo inquieto e disilluso a cui sta stretto il contesto di vita e che fugge a Filicudi. È una storia di amore e rabbia".
di Viola Giannoli
La Repubblica, 11 aprile 2020
"Liberatela, è isolata in una cella senza doccia per settimane". L'appello della figlia di una donna condannata a tre anni nel carcere romano e positiva come altre 70 recluse: "Le portano due bottiglie per lavarsi e niente visite". Il garante dei detenuti: "In questi casi pene alternative". Rosato (Iv): "Più rispetto per i diritti delle detenute".
"Una cella di tre metri quadrati per tre con una branda e un wc, niente acqua calda corrente, solo un fornello da campeggio per scaldare la caraffa che le viene portata e una piccola bacinella blu, di quelle per sciacquare i piatti, per lavarsi. Così vive da due settimane, isolata in una stanza, mia madre positiva al Covid nel carcere di Rebibbia". La signora Giuseppina Cianfoni, 65 anni, nella Sezione Camerotti dell'edificio femminile del carcere romano ci entra il 26 gennaio. Venti giorni fa però scopre di avere il Covid, contagiata, come le altre due, da una compagna di cella che accusa i primi sintomi. In carcere partono subito i tamponi e, come da prassi, l'isolamento delle detenute da quelle sane.
Ora però la figlia, Rossella Antinori, racconta la storia della madre e delle altre 69 detenute, in un carcere non attrezzato e troppo affollato - come quelli di tutta Italia - per garantire condizioni di vita e di salute più dignitose per chi è recluso e contagiato. Cianfoni, per trent'anni dirigente della Conservatoria dei registri di Velletri, è stata condannata a tre anni e 4 mesi perché accusata di essersi fatta dare da un cittadino 200 euro per trascrivere una sentenza del tribunale civile relativa al trasferimento di una proprietà. "Per un ritardo dell'avvocato nel presentare ricorso - racconta la figlia - mia madre finisce dietro le sbarre. Purtroppo il Covid fa del carcere un luogo più duro, in deroga a qualunque principio di umanità".
Rossella Antinori scrive al magistrato di sorveglianza, per due volte, e a lui ripete quello che racconta anche a Repubblica: "Gli spazi per l'isolamento sanitario sono scarsi nel carcere. Mia madre, come le altre detenute, è stata messa in una cella con solo il wc e il letto. Gli è stata data una bacinella e una piastra sulla quale scalda l'acqua che poi si versa addosso per lavarsi, con due bottiglie di plastica tagliate a metà. Senza acqua, senza potersi fare una doccia, senza mai guardare il cielo perché l'ora d'aria in isolamento viene soppressa e la finestra inquadra il muro, senza affetti perché le visite sono bloccate dai decreti, senza parlare con nessuna perché anche le malate Covid non possono vedersi tra loro. Oggi mi ha detto al telefono di essere di nuovo positiva, quindi la aspetta una quarantena in isolamento per altre settimane. Dove è finita l'umanità che dovrebbe contraddistinguere anche la pena?", si chiede ancora la donna. Che ricorda come il 26 febbraio scorso è stata presentata istanza di scarcerazione e l'applicazione provvisoria dell'affidamento in prova, "ma finora non ci sono state risposte".
Al di là del caso singolo e delle ragioni della detenzione o dell'applicabilità di altre misure alternative, il garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, è convinto che "in questa fase bisognerebbe consentire quanto più possibile le alternative al carcere". "A Rebibbia femminile abbiamo registrato oltre 70 donne positive al virus su una popolazione totale di 300 detenute circa, una percentuale molto, molto importante", sottolinea il garante. "Non ci sono luoghi idonei per la separazione delle detenute positive da quelle negative. Alcune fra le positive vengono ospitate al piano terra mentre le docce sono al terzo piano, quindi", spiega ancora Anastasia, "ricevono una fornitura di acqua calda in bacinelle. Una condizione intollerabile, determinata dal fatto che le detenute sono sempre oltre il limite di capienza previsto. Se 70 utilizzano a turno le stesse tre docce è chiaro che le patologie infettive si diffondono più velocemente. Eppure ci sarebbe un regolamento del 2000 che prevede servizi igienici in tutte le camere detentive. Inapplicato da 21 anni". A intervenire pure Ettore Rosato, presidente di Italia Viva: "Il Covid è una situazione straordinaria che non si può affrontare in maniera ordinaria. Occorre il rispetto dei diritti e delle condizioni igieniche e psicologiche dei detenuti e delle detenute".
di Alberto Rodighiero
Il Gazzettino, 11 aprile 2020
Domani torna in consiglio comunale l'elezione del Garante dei detenuti e a far passare il candidato della maggioranza potrebbe provvedere Forza Italia. Dopo "l'incidente" dello sorso 3 marzo quando, nel segreto dell'urna, un consigliere misterioso ha votato il super-boss mafioso Matteo Messina Denaro, domani la maggioranza cercherà di far eleggere come garante Antonio Bincoletto (proposto da Coalizione civica).
All'appello, però, mancherà sicuramente il voto di Luigi Tarzia della Lista Giordani che, come accaduto a marzo, tornerà a riproporre la candidatura di Maria Pia Piva. Salvo colpi di scena, però, la maggioranza questa volta potrà contare su almeno due voti dell'opposizione.
Il primo è quello del capogruppo del Movimento 5 Stelle Giacomo Cusumano che, anche in occasione della votazione precedente, ha dato il suo voto a Bincoletto. A fare la differenza, però, questa volta sarà il capogruppo di Forza Italia Roberto Moneta che ora, appoggerà il candidato del centrosinistra. "La mia non è una presa di posizione ideologica - ha confermato Moneta - Dopo la figuraccia fatta a livello nazionale con il voto a Messina Denaro, non possiamo più permetterci di perdere tempo".
"Io, poi, sono un avvocato - ha aggiunto l'esponente azzurro - di conseguenza conosco bene la situazione carceraria. In virtù di questo, in nome della contrapposizione politica, non possiamo giocare sulla pelle dei detenuti. Proprio per questo ho deciso di votare per Bincoletto. Anche perché, alla prossima votazione, sarebbe comunque eletto". Domani non è escluso che altri consiglieri di opposizione seguano l'esempio di Moneta. Tra gli indecisi ci sarebbe, infatti, il bitonciano Ubaldo Lonardi.
Il Mattino di Padova, 11 aprile 2020
Dopo il voto dato segretamente al superlatitante Matteo Messina Denaro, domani il Consiglio comunale tornerà in aula per cercare di nominare il garante locale dei detenuti. Non è escluso che proprio alla luce di quell'episodio, potranno esserci momenti di tensione tra i consiglieri. E non è escluso neanche che domani non si riesca nuovamente a trovare un accordo rinviando nuovamente la nomina. Una vicenda che ha fatto molto discutere dopo il voto a favore del boss mafioso del 3 marzo scorso Una scelta non troppo opportuna (coperta dal segreto del voto) che ha scatenato le reazioni di mezzo consiglio comunale, e in pochi giorni è finito anche sui tavoli delle ministre di Giustizia e Interno, grazie ad una pioggia di interrogazioni portate a Roma dai parlamentari di Pd e Fratelli d'Italia. Lo stesso prefetto Renato Franceschelli aveva definito il gesto "indegno" prima del disprezzo espresso dal garante nazionale dei detenuti Mauro Palma e della discesa in campo di Libera.
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