La Repubblica, 12 aprile 2021
Il Garante dei detenuti: "In Lombardia accade da marzo". Il leader della Lega contro la decisione del presidente della Regione e di quello della Campania di somministrare le prime dosi di Johnson&Johnson a chi è recluso. L'assessore alla Sanità D'Amato: "Su queste cose bisogna essere seri, no alle polemiche".
"Lazio e Campania vogliono vaccinare i detenuti prima di anziani e persone disabili. Roba da matti". A puntare il dito contro il governatore Nicola Zingaretti è il leader della Lega, Matteo Salvini. In un post su Twitter l'esponente del Carroccio critica duramente la decisione del presidente del Lazio di somministrare le prima dosi del vaccino Johnson&Johnson ai detenuti.
Le prime 180mila dosi del farmaco anti-Covid arriveranno domani e dopodomani nel Lazio e, come annunciato ieri dall'assessore regionale Alessio D'Amato, "saranno utilizzate per immunizzare tutti i detenuti e gli agenti penitenziari delle carceri del territorio".
Una scelta che Salvini ha però contestato, evidenziando che, a suo dire, le priorità sarebbero altre. "Che un ex Ministro degli Interni definisca 'roba da matti' la vaccinazione degli agenti della penitenziaria e dei detenuti è un'azione da maramaldo - replica l'assessore D'Amato - Il Lazio è tra le prime Regioni italiane per copertura vaccinale agli anziani e in generale per livello di somministrazioni. Su queste questioni - conclude - serve serietà, in Lombardia e Veneto sono iniziate a marzo le vaccinazioni nelle carceri".
A contestare le parole del leader della Lega è anche il Garante dei detenuti del Lazio. "A Salvini non far sapere che in Lombardia e Veneto le vaccinazioni Covid 19 in carcere sono iniziate a marzo", scrive in un tweet Stefano Anastasia. E il vicesegretario del Pd del Lazio, Enzo Foschi attacca Z definisce quanto dichiarato dal leghista "una gaffe clamorosa".
di Leonardo Berneri
Il Riformista, 12 aprile 2021
Ha 76 anni, gravemente malato ed è in attesa di giudizio recluso nel carcere di Catanzaro. Ma, come se non bastasse, ha da poco contratto anche il Covid-19. La stessa direzione sanitaria del carcere dice che non riesce a monitorarlo visto che, a causa del contagio, è posto in quarantena in un altro reparto. Ma nulla, per i giudici non è il caso di mandarlo ai domiciliari.
Parliamo di Antonio Vaccarino, già vittima di malagiustizia, tanto da essere stato recluso ingiustamente nel supercarcere di Pianosa. Nei primi anni del 2000 ha collaborato con i servizi segreti capitanati da Mario Mori per la cattura di Matteo Messina Denaro. Operazione vanificata a causa di una fuga di notizie.
Recentemente ha collaborato con la procura di Caltanissetta, tanto da essere risultato importante per fornire elementi utili che hanno contribuito a portare alla condanna recente del super latitante come uno dei mandanti delle stragi di Capaci e di Via D'Amelio.
Ma ancora una volta, la procura di Palermo l'ha inquisito e ottenuto la condanna di primo grado per aver favorito la latitanza di Matteo Messina Denaro. Vaccarino ora è in pericolo di vita: è anche a rischio infarto visto che è affetto da cardiopatia ischemica, ipertensione arteriosa, aritmia per fibrillazione atriale persistente. Il mancato impianto di pacemaker, consigliato dai periti, e la somministrazione del farmaco Cardior sta esponendo l'uomo ultrasettantenne a rischio blocco cardiaco e, conseguentemente, la morte.
Senza contare che durante la detenzione ha già subito un ricovero urgente in ospedale, ma è stato dimesso troppo presto. Tant'è vero - così si legge in una delle innumerevoli istanze presentate dai suoi avvocati Laura Baldassarre e Giovanna Angelo - che al rientro del centro clinico interno al carcere, gli stessi medici hanno accertato che il detenuto in attesa di giudizio stava ancora male. Lo hanno sottoposto a una coronarografia presso l'ospedale Pugliese di Catanzaro e sono state diagnosticate altre patologie legate al cuore, oltre alla sindrome ansioso - depressiva. Istanze rigettate anche in quel caso, nonostante la pandemia e il rischio contagio.
Poi è arrivato il covid. Un enorme focolaio all'interno del carcere di Catanzaro che ha coinvolto anche Vaccarino. Gli stessi medici scrivono testualmente nella relazione che "non sarà possibile effettuare quella assidua attività di controllo clinico prevista per la patologia". Ma per la Corte d'appello competente per ottenere i domiciliari, Vaccarino deve rimanere comunque in una struttura penitenziaria. Nell'ordinanza di rigetto, i giudici della Corte ordinano al Dap di trasferire il detenuto presso un altro carcere che possa garantire la cura del Covid e l'assidua attività di controllo clinico che necessita l'uomo anziano. Sarà una impresa non facile per l'amministrazione penitenziaria individuare una struttura penitenziaria adatta: c'è il sovraffollamento con la conseguente difficoltà nel contenere i focolai.
Vaccarino è stato sindaco di Castelvetrano e apparteneva alla corrente manniniana della Democrazia Cristiana. Il suo nome compare nel famoso rapporto di Amnesty International del 1993 in cui vengono denunciate le torture che avvenivano nel supercarcere di Pianosa riaperto dopo le stragi di Capaci e di Via D'Amelio.
Torture pesanti, dai pestaggi all'illuminazione delle celle 24 ore su 24, raccolte anche dai magistrati di sorveglianza. Parliamo di un uomo che finì recluso per associazione mafiosa grazie alle parole di un pentito - tale Vincenzo Calcara - che in seguito sarà dichiarato inattendibile da diversi tribunali. Vaccarino verrà assolto per l'accusa di 416 bis e di recente ha ottenuto la revisione di un processo dove l'accusa si era basata sempre sulle parole di Calcara.
Più volte Vaccarino viene tirato in ballo dalla procura di Palermo. L'ennesima volta risale al 16 aprile del 2019. L'accusa - poi confermata dal tribunale (primo grado) di Marsala - è di favoreggiamento aggravato alla mafia, per un'indagine che ha visto coinvolti anche un colonnello della Dia che lavorava per la Procura di Caltanissetta (il colonnello Marco Zappalà) e un appuntato in servizio a Castelvetrano (Giuseppe Barcellona), in merito a informazioni su indagini che riguardavano il boss latitante Matteo Messina Denaro. Tutti e tre sono stati accusati a vario titolo dalla Dda di Palermo di "accesso abusivo a un sistema informatico" e "rivelazione di segreti d'ufficio" e inoltre all'ex sindaco Vaccarino viene contestata l'aggravante di aver favorito Cosa nostra e la latitanza di Matteo Messina Denaro.
E pensare che il Tribunale del Riesame di Palermo, al quale si era rivolto Vaccarino, aveva annullato il provvedimento di custodia cautelare, non rilevando la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza. Anzi per il Tribunale del Riesame, lo scopo di Antonio Vaccarino era quello di ingraziarsi il titolare di un'agenzia funebre in passato condannato per mafia, tale Vincenzo Sant'Angelo, per ottenere da lui informazioni sul contesto mafioso di Castelvetrano, da girare al colonnello della Dia Zappalà. Dopo qualche tempo, però, arriva il dietro front.
La procura di Palermo è ricorsa in Cassazione che ha annullato il provvedimento, inviandolo nuovamente al Tribunale del Riesame. Questa volta il provvedimento viene ribaltato e a gennaio del 2020 Vaccarino viene rimandato in carcere. Poi il processo, e a luglio scorso arriva la condanna a sei anni di carcere. Da una parte abbiamo la procura di Palermo che considera un delinquente Vaccarino, dall'altra la procura di Caltanissetta che l'ha considerato utile per capire i misteri delle stragi del 1992 e per far condannare Matteo Messina Denaro.
In realtà, a causa di una fuga di notizie, grazie proprio alla sua passata collaborazione con l'allora Sisde, diretto all'epoca da Mario Mori, l'ex sindaco Vaccarino aveva ricevuto una minaccia direttamente dal superlatitante Matteo Messina Denaro. L'operazione d'intelligence era durata dai primi di ottobre 2004 fino a una buona parte del 2006. In sostanza Vaccarino era riuscito a intraprendere dei contatti epistolari con il latitante. Poi tutta l'operazione si fermò quando ci fu una fuga di notizie e un'indagine - poi subito archiviata - della procura di Palermo proprio sul fatto che Vaccarino scrivesse i pizzini al superlatitante firmandosi "Svetonio", pseudonimo indicato proprio da Matteo Messina Denaro.
L'epistolario di "Alessio" (così invece amava firmarsi il super latitante), minuziosamente argomentato, talora orgoglioso e nello stesso tempo strategicamente vittimistico, è pubblico e si trova in un libro reperibile su Amazon. Matteo Messina Denaro cita Jorge Amado, scrive che la giustizia è marcia fin dalle fondamenta e dice di pensarla come Toni Negri. Non esita a bollare come "venditore di fumo" chi allora dirigeva il Paese, ovvero Silvio Berlusconi.
Addirittura parla di questioni interiori. Il metodo di quella operazione è quello classico che Mori ha sempre adottato anche quando era ai Ros. Non solo catturare direttamente il latitante, ma anche individuare i suoi circuiti di fiancheggiamento e attività imprenditoriali illecite legate agli appalti. "Attraverso quindi i contatti che il signor Vaccarino fu sollecitato a prendere nell'ambito delle sue conoscenze dell'entourage di Messina Denaro - ha spiegato Mori durante il recente processo che ha visto come imputato Vaccarino -, verso l'ottobre del 2004 arrivò una lettera al Vaccarino tramite un circuito specifico di corrispondenza applicato dal Messina Denaro e dai sui fiancheggiatori". Da lì quindi iniziò lo scambio epistolare che è durato circa due anni.
Una operazione che, nonostante poi sia in seguito saltata, ha comunque prodotto dei risultati. Si sono identificate un certo numero di persone, in particolare si riuscì ad ottenere l'individuazione di un imprenditore che era colui che rappresentava gli interessi del superlatitante. Così come l'individuazione di Vincenzo Panicola, il cognato di Matteo Messina Denaro.
Ma come mai l'operazione sfumò? È sempre Mori a spiegarlo. "Mentre era in corso questo scambio epistolare - racconta il generale -, nella primavera del 2006 viene catturato Bernardo Provenzano. Nel materiale di cui fu trovato in possesso emersero alcuni pizzini. Uno scambio tra lui e Matteo Messina Denaro, nel quale quest'ultimo segnalava il suo collegamento con Vaccarino". L'attività si fermò, teoricamente solo temporaneamente, perché lo stesso Messina Denaro scrisse una lettera a Vaccarino per dirgli che non poteva al momento più scrivergli visto che avevano arrestato Provenzano.
Il generale Mori spiega che si recò da Pietro Grasso, che nel frattempo era diventato capo della Procura nazionale Antimafia, e spiegò la situazione. Grasso poi lo richiamò informandolo che la Procura aveva preso atto dell'importanza della collaborazione di Vaccarino, ma che riteneva di non volerlo trattare come fonte o collaboratore.
A quel punto ci fu una fuga di notizie. Il nome di Vaccarino fu pubblicato su alcuni organi di informazione, la Procura di Palermo che, ricordiamo, non era più guidata da Grasso, aprì un'inchiesta su di lui per associazione mafiosa, subito dopo archiviata da ben nove pm di Palermo.
Dopo qualche tempo, esattamente il 2 novembre del 2007, giunge a Vaccarino l'ultima lettera - ma questa volta minacciosa e rabbiosa - di Matteo Messina Denaro. "Non ha neanche da sperare in una mia prematura scomparsa o nel mio arresto - scrive il super boss nella parte conclusiva della lettera - perché qualora accadesse una di queste ipotesi, per lei nulla cambierebbe, in quanto la sua illustre persona fa già parte del mio testamento, ed in mia mancanza verrà sempre qualcuno a riscuotere il credito che ho nei suoi confronti, comunque vada lei o chi per lei pagherà questa cambiale che ha forsennatamente firmato. Lei è un essere snaturato che non ha voluto bene neanche alla sua famiglia, si vergogni di esistere".
bolognatoday.it, 12 aprile 2021
La Camera Penale: "Una situazione che deve trovare soluzione. Alla Dozza le presenze sono circa 750, a fronte di una capienza regolamentare di 500".
La Camera Penale di Bologna "Franco Bricola", unitamente al proprio Osservatorio Carcere, esprime grande preoccupazione per la situazione di allarmante sovraffollamento della popolazione detenuta all'interno della Casa Circondariale di Bologna.
Attualmente le presenze si attestano sulle 750 unità, a fronte di una capienza regolamentare di 500" si legge in un testo diffuso dal Consiglio Direttivo e dell'Osservatorio Diritti umani, Carcere e altri luoghi di privazione della libertà.
Lo stato di emergenza legato alla pandemia, ancora in atto, imporrebbe l'adozione di misure deflattive, finalizzate a ridurre il rischio di contagio all'interno del carcere, che rappresenta, per ovvie ragioni, una realtà in cui è complicato mantenere adeguati parametri di distanziamento - spiega la nota. "Se è vero che l'emergenza sanitaria costituisce solo la punta dell'iceberg del problema di grave sovraffollamento, che caratterizza ormai da troppo tempo l'Istituto di pena bolognese, è altrettanto evidente che si deve porre rimedio a tale gravissima situazione anche attraverso un uso corretto delle misure sostitutive al carcere, sia nella fase della cognizione che dell'esecuzione della pena.
Sono difatti ancora troppi i detenuti in attesa di giudizio, per i quali l'applicazione della misura cautelare in carcere, prevista dal legislatore quale extrema ratio, è spesso inflitta in maniera spasmodica dal Giudice della Cognizione, talvolta anche in spregio delle eventuali condizioni soggettive che possono essere valorizzate per l'applicazione di una misura diversa dal carcere. Parimenti, le misure alternative alla detenzione meriterebbero una più ampia applicazione, in ottemperanza alla finalità rieducativa della pena prevista dall'art. 27 della Costituzione".
"Si sollecita, dunque, una seria riflessione, che renda concreto ogni utile intervento per alleggerire la pressione sulle carceri. Ed in tal senso ci si rivolge ai Magistrati di Sorveglianza del distretto ed ai Giudici del circondario di Bologna, perché' possano dimostrare attenzione e sensibilità nell'adozione di provvedimenti di scarcerazione e di applicazione di misure sostitutive al carcere, anche nell'ottica della tutela del diritto alla salute sancito dall'art. 32 della Costituzione. La Camera Penale di Bologna "Franco Bricola" auspica, inoltre, che le competenti Autorità Sanitarie locali predispongano al più presto l'avvio della campagna vaccinale per i detenuti della Casa Circondariale di Bologna, già attivato in altri Istituti di pena del territorio nazionale.
di Giuseppe Guastella
Corriere della Sera, 12 aprile 2021
Fermati nel 2009 per un banale equivoco, vennero pestati, umiliati e torturati dai militari. La vicenda è emersa dopo la denuncia del padre di uno di loro, ex ufficiale dei carabinieri, che per anni non ha creduto al figlio. I pugni, i calci e le umiliazioni dopo dodici anni risuonano ancora come un'eco sinistra nei tre universitari che per "celebrare" la fine degli esami finirono nelle mani dei carabinieri della caserma Levante di Piacenza e furono massacrati di botte solo per un banale equivoco. Una vicenda emersa dopo la denuncia del padre di uno di loro, ex ufficiale dei carabinieri, che per anni non ha creduto al figlio ma si è dovuto ricredere con l'inchiesta che ha portato all'arresto dei militari e ora al processo per torture, traffico di droga e altri gravi reati.
Urla, botte e umiliazioni - È il pomeriggio del 18 maggio 2009. La Citroen C3 con i tre ragazzi passa di fronte all'Università cattolica di Piacenza. Uno si sbraccia e fa un gestaccio "di liberazione" proprio mentre incrocia una gazzella dei carabinieri. Forse pensando che ce l'hanno con loro, i militari li raggiungono, li fermano e li fanno scendere. "Ci fu un contatto spalla a spalla tra me e Cappellano (Salvatore, arrestato, ndr) che subito mi tirò un pugno dicendomi "Levati testa di c..."", dichiara Gianluca D'Alessio, uno dei giovani, alla Guardia di finanza nelle indagini dei pm piacentini Matteo Centini e Antonio Colonna, coordinate dal procuratore Grazia Pradella. I tre vengono portati nella Levante.
"Ci fecero sedere a terra ammanettati", racconta D'Alessio che viene fatto spogliare "completamente nudo" e perquisito mentre uno degli amici, Daniele Della Noce, viene portato in una stanza dalla quale arriveranno "solo colpi di botte e grida di dolore". Della Noce viene scaraventato contro la porta che si scardina, cade a terra, ma subito viene "riportato all'interno trascinato per i piedi". Sperando di riuscire a farli desistere, D'Alessio dice di essere "figlio di un capitano dei carabinieri", anche se il padre, ora dirigente Inps, si era congedato. In risposta, botte anche per lui nella stanza dove trova anche l'appuntato Giuseppe Montella, l'uomo al centro dell'inchiesta Levante, l'unico che "rimase a guardare". Cappellano non smette nemmeno quando Gianluca urla che gli stanno rompendo un braccio: "Per me puoi anche morire".
Appeso per le manette al ramo di un albero - I tre ragazzi dichiarano che nessuno spiegò loro i motivi dell'arresto e che furono lasciati a lungo ammanettati, senza acqua da bere e senza poter chiamare famiglie o avvocati fino a quando furono trasferiti nella caserma di via Beverora, i cui carabinieri, invece, li trattarono "con gentilezza".
La mattina dopo, prelevati per il fotosegnalamento, mentre attraversano un cortile interno, Cappellano lascia D'Alessio letteralmente appeso per le manette al ramo di un albero: "Era più alto di me, costringendomi a rimanere in punta di piedi". Un carabiniere di passaggio, saputo che era accusato di aver aggredito dei militari, "mi sferrò un pugno in pieno volto", ma un altro lo fece togliere da quella orrenda posizione dicendo: "Questo schifo non lo voglio più vedere".
Oggi i pm cominceranno l'arringa nel processo abbreviato prima delle richieste di condanna, che potrebbero superare i 15 anni di carcere. Non possono procedere, a causa della prescrizione, sulle presunte sevizie ai tre ragazzi che furono anche processati e patteggiarono la pena per violenza e minaccia a pubblico ufficiale (potranno chiedere la revisione). "Ho lavorato nell'Arma e questi metodi non li ho mai visti", assicura Riccardo D'Alessio. È sempre in contatto con il figlio che ora vive in Germania.
di Beppe Severgnini
Corriere della Sera, 12 aprile 2021
La pandemia mette in luce le caratteristiche di un popolo che, nel bene e nel male, balzano agli occhi. Oggi un nuovo assaggio di libertà, in buona parte d'Italia. Tutte le Regioni - tranne Campania, Puglia, Sardegna e Valle d'Aosta - passano dalla zona rossa alla zona arancione. Per la Lombardia è il diciassettesimo cambio cromatico. La variazione permette di uscire liberamente di casa, all'interno del comune. Negozi, parrucchieri e centri estetici sono aperti. I ragazzi fino alla terza media possono rientrare a scuola; anche metà degli studenti delle superiori tornano in aula. Rientrano gli universitari. Restano le restrizioni per bar e ristoranti: solo asporto. Rimane il coprifuoco dalle 22 alle 5 del mattino.
Resta anche una consapevolezza: l'entrata nella fase acuta della pandemia - è accaduto tre volte in un anno - è sempre rapida e drammatica. L'uscita - ogni volta - si rivela lenta, complicata e faticosa. La fatica non consiste solo nel rispettare le regole. È faticoso anche guardarsi intorno e capire che alcuni non l'hanno fatto, non lo fanno e non lo faranno.
Ci sono violazioni veniali: le uscite di casa, anche in zona rossa, sono ormai lasciate alle responsabilità individuali (un'autoregolamentazione ufficiosa e silenziosa, secondo la migliore tradizione nazionale). Ci sono poi violazioni dettate dall'età e dall'esasperazione: mi chiedo chi si sia avvicinato a un gruppetto di adolescenti intimandogli di mantenere le distanze. Ci sono, infine, violazioni irritanti: dai bar che chiudono la porta d'ingresso e aprono quella sul retro; al calcio, che insiste per ottenere privilegi (come può, il governo, garantire che gli stadi italiani saranno aperti per i campionati Europei?).
I media, com'è giusto, devono segnalare episodi ed eccessi, che purtroppo non sono mancati. Ma non sono trecento esagitati riuniti a Milano per un video rap a rivelare la temperatura sociale. In grandissima maggioranza - ripetiamolo, anche se molti non vogliono sentirlo dire - noi italiani abbiamo dimostrato tenacia e pazienza. Alcuni hanno sofferto - soffrono ancora - più di altri. Sarebbe opportuno pensare a loro: sostegni e ristori servono a galleggiare, non a riprendere la navigazione.
A tutti viene chiesto un ultimo sforzo. Senza impegno individuale, l'uscita sarà più lunga e complicata. Mario Draghi lo ha ripetuto parlando delle vaccinazioni, che considera - giustamente - fondamentali. Una sua frase - e il tono con cui l'ha pronunciata - ha colpito molti: "Con che coscienza si salta la fila per i vaccini?!".
Il presidente del Consiglio ha ragione: troppi italiani sono diventati "salta-fila". Ma si è trattato, quasi sempre, di un salto di gruppo. In regioni diverse, diverse categorie hanno ottenuto la priorità. Molti si sono sentiti giustificati: non hanno chiesto il vaccino in anticipo, lo hanno accettato. L'appartenenza è spesso più forte della coscienza, in Italia.
La determinazione con cui il premier si è appellato alla responsabilità dei singoli, giovedì nel corso della conferenza stampa, è condivisibile. Ma avrebbe potuto ricordare la superficialità (il cinismo?) di molte Regioni, che hanno utilizzato una scappatoia nel decreto - la categoria "altro" - per vaccinare 2 milioni e 300 mila persone che non erano né anziane né fragili, né sanitari né forze dell'ordine. Un quinto del totale. Non si poteva scrivere meglio, quella norma?
Un'espressione tristemente popolare recita: "Tutti colpevoli, nessun colpevole!". Non è questo il caso. Tutti colpevoli, almeno un po'; nessuno interamente innocente. Se ne siamo convinti, da qui si può ripartire. Governo, Regioni e categorie, ormai, dovrebbero avere imparato dai propri errori. Così noi cittadini. Se d'ora in poi ognuna farà la propria parte, e i vaccini arriveranno come promesso, potremo tornare liberi. Finalmente. La pandemia - quante volte lo abbiamo detto, scritto, letto, ascoltato? - è un evidenziatore: le caratteristiche di un popolo, nel bene e nel male, balzano agli occhi. Negli ultimi quattordici mesi abbiamo visto di tutto, ma c'è una qualità italiana di cui s'è parlato poco: le cose le capiamo al volo. Tempo di usarla, quell'intelligenza. Ci mostrerà l'uscita.
di Rosangela Urso
lavocedigenova.it, 12 aprile 2021
Sulla piattaforma On Theatre dal 13 aprile. Sul palco i detenuti del penitenziario di Marassi e attori raccontano il dramma di chi è costretto a fuggire in cerca di futuro. Un progetto di Teatro Necessario Onlus. Paure e speranze, storie di dolori, separazioni e solidarietà. I detenuti della casa circondariale di Marassi sono gli interpreti e i protagonisti di 'Profughi da tre soldi', il nuovo spettacolo teatrale prodotto dall'associazione culturale Teatro Necessario Onlus, che da 15 anni ha attivato nel penitenziario laboratori teatrali per i detenuti, e che debutta online martedì 13 aprile sulla piattaforma On Theatre e visibile con un'offerta libera.
Girato sul palco del teatro dell'Arca (il primo e unico teatro in Europa nato ex novo dentro un penitenziario), lo spettacolo, liberamente tratto da 'Opera da tre soldi' di Bertolt Brecht, mette in scena un tema di forte attualità; ambientato in un campo profughi, racconta le storie di chi ha dovuto lasciare la propria terra in cerca di futuro, mettendo l'accento sul dramma di chi è costretto a fuggire.
"Il teatro in carcere è fondamentale, nato come progetto sperimentale nel 2005, con il tempo ci siamo resi conto che era uno strumento fortissimo per dare l'opportunità ai detenuti di esprimere potenzialità che neanche loro pensavano di poter avere, anche in ambito creativo.
Il palco è il luogo ideale per ricucire relazioni di libertà e riscoprire nuove identità", osserva Mirella Cannata, presidente di Teatro Necessario. Come dimostrano le parole di uno dei protagonisti: "Ho partecipato per la prima volta a questo spettacolo che racconta tante cose che molti miei connazionali hanno vissuto: hanno attraversato il mare per arrivare in Italia lasciando tutto: famiglia, amici, casa. Qui pensano di poter cambiare vita, ma poi quando arrivi trovi tante difficoltà, qualcuno che ti sfrutta. Questo spettacolo è un grande spettacolo. Mi è piaciuto recitare, tutto il tempo che rimarrò in carcere farò teatro", anche perché sul palco "siamo tutti uguali, nessuno ci giudica", e sta in queste parole la scommessa vinta dell'associazione.
"Profughi da tre soldi", interpretato dalla Compagnia degli Scatenati, doveva andare in scena dal vivo ad aprile dello scorso anno, poi il lockdown ha fermato tutto e non è più stata rappresentata. Finché a settembre è stato ripreso con nuovi attori-detenuti ("Nel frattempo l'80% di chi aveva realizzato lo spettacolo era ormai fuori dal carcere in quanto aveva finito di scontare la sua pena", dice Cannata) e riadattato dal regista Sandro Baldacci su misura dei nuovi interpreti che saranno affiancati da Igor Chierici, Filippo Di Dio, Cristina Pasino, Michela Gatto.
"Si tratta di un esempio di teatro integrato dove i detenuti recitano insieme ad altri attori professionisti e gli uni apprendono dagli altri: i detenuti acquisiscono competenze, mentre gli attori ricevono la naturalezza e quella forza istintiva che a volte ai professionisti un po' manca", dice la presidente.
Il teatro in carcere non si è mai fermato neanche con la pandemia: "Abbiamo ripreso tutti i corsi, e fino a oggi continuiamo a svolgerli grazie a una gestione molto rigida delle misure anti-contagio, e questo è stato davvero importante". Perché il teatro offre ai detenuti quella seconda possibilità di cui tutti abbiamo bisogno: "Fare cultura è lo strumento per riscattare completamente queste persone". L'associazione Teatro Necessario rientra infatti nel progetto di "Per Aspera ad Astra. Come riconfigurare il carcere attraverso la bellezza e la cultura".
piacenzasera.it, 12 aprile 2021
Gel, mascherine, cibo e libri per i detenuti della Casa Circondariale di Piacenza. È questo il gesto di generosità che la Comunità Islamica di Piacenza ha deciso di attuare in occasione del Ramadan di quest'anno, che prenderà il via martedì 13 aprile. "Nonostante la difficile situazione e le restrizioni dovute alla pandemia di Covid-19 - si legge sul sito della Comunità Islamica, dove è testimoniata la donazione - la comunità islamica di Piacenza si è mossa come ogni anno con attività di beneficenza. Da diversi anni (ormai dal 2011), viene donato cibo e oggetti utili alle persone più bisognose, in modo che tutti possano vivere un mese sereno e benedetto.
La generosità è una virtù che tutti i musulmani sono tenuti a rispettare. Se essere generosi è un valore da rispettare, nel mese più sacro dell'anno è per tutti di estrema importanza". "Vogliamo - affermano i membri della comunità - che anche i detenuti possano passare un momento bello e vivere con serenità il mese di Ramadan. La comunità - spiegano - ha raccolto i fondi necessari per acquistare nello specifico: 120L di gel; 1200 mascherine; 100kg datteri; 600L di latte; yogurt e altri cibi; tappeti per preghiera; più di 100 Calendari; 91 libri per comprendere meglio l'Islam".
di Piero Bianucci
La Stampa, 12 aprile 2021
L'Oms calcola che le vittime della pandemia siano tre volte di più contando quelle indirette. Nel mondo milioni di persone colpite da tumori, ictus e infarti si scontrano con ospedali saturi e sempre in emergenza. Nel mondo la pandemia sta raggiungendo i tre milioni di morti e questo tv e giornali lo dicono. Ma pochi aggiungono che le vittime indirette sono ancora di più. Tra le conseguenze tragiche del Covid la meno nota ma per certi aspetti la più grave è che milioni di persone con altre patologie non vengono curate perché gli ospedali affondano nell'emergenza. Sono vittime indirette del Covid i malati di cancro (19 milioni di nuovi casi ogni anno nel mondo), scarseggiano le terapie intensive per chi è colpito da ictus cerebrale (15 milioni di persone l'anno) e da malattie cardiovascolari (18 milioni). Secondo l'OMS la mortalità per ictus e infarto si è triplicata da quando siamo alle prese con il Covid. Tenendo conto anche dei tumori e delle diagnosi rinviate, si può stimare che le vittime della pandemia come minimo siano non 3 ma 9 milioni. Un enorme patrimonio di conoscenze e terapie che potrebbero salvare milioni di vite è come in oblio. Le abbiamo, sapremmo applicarle, ma non possiamo.
Crollo e risalita - I trapianti di organi (in ordine di frequenza reni, fegato, cuore) sono una inattesa (parziale) eccezione, forse anche perché è umanamente intollerabile avere a disposizione un organo donato e gettarlo nella spazzatura. Nel mondo in tempi normali si fanno 200 mila trapianti all'anno. La rivista "Trapianti" ha cercato di disegnare il quadro per l'Italia del Covid. In effetti all'inizio, dopo un 2019 ancora in crescita, il calo di donazioni e trapianti è stato forte. Il crollo ha sfiorato il 40 per cento. Ma poco per volta la situazione è quasi tornata al livello precedente. Non solo. Oggi sappiamo che le persone con trapianto possono essere vaccinate nonostante la terapia immunosoppressiva. E in alcuni casi la terapia sembra addirittura proteggere dal virus. Giuseppe Remuzzi, farmacologo, uno dei nostri migliori ricercatori, direttore dell'Istituto "Mario Negri", ha segnalato una ricerca comparsa su "Nature": 6 geni del cromosoma 3 renderebbero alcune persone più vulnerabili al Covid, altre invece le proteggerebbero.
Numeri sorprendenti - C'è anche una sorpresa nella sorpresa: per i trapianti il Piemonte è in controtendenza. Nel 2020 gli organi trapiantati sono stati 460: precisamente, 247 reni, 158 fegati, 26 cuori, 22 polmoni e 7 pancreas, alcune volte assieme, per un totale di 443 interventi di trapianto (il 6 per cento in più rispetto ai 419 eseguiti nel 2019). Quarantasette trapianti (e solo di rene) sono stati eseguiti nell'ospedale di Novara, 388 alle Molinette e 8 all'Ospedale pediatrico di Torino. Le Molinette sono anche l'ospedale italiano che nel 2020 ha eseguito il maggior numero di trapianti di fegato (158) e di rene (200, una cifra mai raggiunta da un singolo ospedale in Italia).
Bisturi e cronometro - È interessante prendere nota di questi dati mentre arriva in libreria "Un chirurgo tra bisturi e cronometro", biografia di Mauro Salizzoni, testo e interviste di Marina Rota (Hever Editore, 246 pagine, 20 euro).
Il nome di Salizzoni è legato ai trapianti di fegato. E la storia dei trapianti di fegato è davvero straordinaria. Ho sempre trovato sbalorditivo che soltanto 66 anni intercorrano tra il primo volo dell'aereo dei Fratelli Wright - una decina di metri su una spiaggia della Florida - e lo sbarco di Neil Armstrong sulla Luna. Ma che dire dell'evoluzione dei trapianti di fegato dal primo infelice esperimento di Thomas Starzl nel 1963 alla tecnica dello "split" (scissione) che dal 1988 permette di salvare due pazienti - di solito un adulto e un bambino - suddividendo il fegato di un singolo donatore?
Rapidi progressi - Nato a Ivrea nel 1948, Salizzoni ha attraversato da protagonista un'epoca gloriosa della chirurgia. L'anagrafe mi ha assegnato quattro anni più di lui, e il lavoro di giornalista scientifico mi ha portato, sia pure indirettamente, a seguire passo dopo passo questa epopea: dai primi trapianti realizzati con buoni dati di sopravvivenza ma ancora esposti a una difficile vita post-operatoria alla introduzione della ciclosporina come decisivo farmaco antirigetto; dal primo "split" tentato da Rudolf Pichlmayr agli acrobatici trapianti multi-organo e "domino" - eseguiti in simultanea tra due persone delle quali una donatrice vivente, in modo che ne beneficino entrambe utilizzando un solo fegato donato da cadavere - fino agli ultimi sviluppi tecnologici e scientifici, tuttora in corso.
Un pioniere a Milano - Il fegato è il più massiccio dei nostri organi (il cervello è al secondo posto: dato su cui riflettere), il più irrorato dal sangue, uno dei più complessi per le funzioni vitali che svolge, misteriosamente capace di rigenerarsi. Nell'avvicinarmi al mondo dei trapianti epatici, importante per me fu l'incontro con Luigi Rainero Fassati, altro pioniere del settore, 85 anni, già ordinario di Chirurgia sostitutiva all'Università di Milano, autore di centinaia di pubblicazioni e anche di romanzi di successo.
L'ho avuto tra i collaboratori del supplemento "Tuttoscienze" a "La Stampa" e poi tra i conferenzieri di "GiovedìScienza". Fu lui a spiegarmi che all'inizio i trapianti di fegato, oltre ad essere molto faticosi per la durata (e lo sono ancora), spesso per il medico erano frustranti perché i pazienti arrivavano in sala operatoria come all'ultima spiaggia, in condizioni così disperate da rendere improbabile la sopravvivenza nonostante la perfetta esecuzione dell'intervento.
Primati torinesi - Il Centro Trapianto di Fegato di Torino, uno dei migliori al mondo, è una creatura di Salizzoni nata nel 1990. Nel 1998 fu il primo Centro in Italia ad avere un "fegato artificiale", dispositivo di supporto per pazienti colpiti da insufficienza epatica fulminante, fino ad allora disponibile solo a Boston e a Parigi.
Dopo un esordio timido e prudente, un trapianto al mese, si è arrivati a superare i 150 in un anno. Il millesimo fu contrassegnato da una coincidenza quasi incredibile: toccò al fratello di colui che il 10 ottobre 1990 era stato il primo destinatario di un trapianto epatico all'Ospedale Molinette, un paziente di 44 anni colpito da epatite virale, che sopravvivrà per 13 anni.
Il 17 luglio 2017 l'équipe di Salizzoni ha tagliato il traguardo di tremila trapianti, 126 dei quali con tecnica "split", 57 in combinazione con altri organi (rene, pancreas, polmone), 14 da donatore vivente, sei con tecnica domino. Poco più di un anno dopo, il 1° novembre 2018, per Salizzoni con cecità burocratica arriva inesorabilmente il giorno del pensionamento: scadenza vissuta come un lutto, attenuato soltanto dalla consapevolezza di lasciare una équipe che terrà alta la fama conquistata in trent'anni di successi.
di Giordano Stabile
La Stampa, 12 aprile 2021
Alla vigilia del dibattito parlamentare sulla concessione della cittadinanza a Patrick Zaki, l'Egitto si appresta a ricevere una seconda nave militare dall'Italia. Tutto come previsto dai contratti firmati un anno fa, ma anche una coincidenza spiacevole sottolineata dalle ong pacifiste e in difesa dei diritti umani. Sono stati gli attivisti a notare gli ultimi movimenti "sospetti" della fregata ex Emilio Franchi, adesso ribattezzata Bernees, nel porto della Spezia.
La scorsa settimana c'è stato il cambio di bandiera, mentre in quelle precedenti si è provveduto a smontare gli armamenti a tecnologia più sensibile, come i sistemi di guerra elettronica, jammers e Recm Nettuno-4100. La nave, della classe franco-italiana Fremm, sarà riarmata secondo le esigenze della Marina egiziana, come è già avvenuto con la Spartaco Schergat, ribattezzata Al-Galala, partita dal porto spezzino lo scorso 23 dicembre e arrivata ad Alessandria il3 O dello stesso mese.
Le tensioni sul caso Zaki, come su quello Regeni, non hanno quindi fin qui rallentato la collaborazione militare fra Italia ed Egitto, che per Il Cairo è fondamentale soprattutto sul fronte marittimo. La nuova flotta egiziana è destinata a dominare il Mediterraneo orientale, dove è in costruzione una seconda base aeronavale, vicino al confine libico, dopo quella di Ras Banas nel Mar Rosso. Ed è in competizione sempre più serrata con quella turca, che attende per il prossimo anno il varo della sua prima portaerei, la Anadolu.
Gli egiziani seguono anche molto da vicino lo scontro fra Roma e Ankara, dopo le dichiarazioni del premier Draghi. Puntano anche all'acquisto di elicotteri e caccia Aermacchi e di certo si sono appuntati il "congelamento" dei contratti della Leonardo in Turchia. Il dilemma fra affari e difesa dei diritti umani è sempre più acuto.
"La conclusione di questo affare con la consegna della seconda Fremm suscita ancora più sdegno perché arriva pochi giorni dopo l'ennesimo, crudele, rinvio di altri 45 giorni della detenzione preventiva di Patrick Zaki", ha dichiarato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia: "Chiediamo che vi sia un cambio di passo e che il Parlamento italiano faccia sentire la propria voce per frenare questa collaborazione con un Paese responsabile di gravissime violazioni dei diritti umani". Per Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne di Rete pace disarmo, la vendita di queste navi configura invece "una perdita economica non indifferente".
La coppia di navi sarebbe costata allo Stato italiano 1,2 miliardi di euro inclusi gli interessi pagati sui mutui, ma "l'accordo di rivendita avrebbe un valore di soli 990 milioni di euro". Lo "sconto", se davvero c'è stato, fa parte di una competizione serrata per aggiudicarsi contratti in quello che è diventato uno dei mercati più ricchi e in espansione.
L'Egitto, con l'appoggio finanziario degli Emirati, punta a trasformarsi in una media potenza militare, e ha speso decine di miliardi negli 8 anni della presidenza di Al-Sisi. La Francia si è presa la fetta più grossa e ha già piazzato una fregata Fremm, le due portaelicotteri della classe Mistral in precedenza destinate alla Russia, 4 corvette Gowind, e 36 caccia Rafale, mentre la Germania ha concluso accordi per 2,6 miliardi e ha venduto tre fregate leggere Meko A-200 e tre corvette A-100. Ma anche la Russia è in campo e ha piazzato 24 dei suoi temibili caccia Su-35, nonostante i moniti degli Stati Uniti, che hanno minacciato sanzioni al Cairo.
di Paolo Brera
La Repubblica, 12 aprile 2021
La procura generale di Tripoli lo ha rimesso in libertà. Era stato arrestato lo scorso ottobre con l'accusa di avere gestito il contrabbando e il traffico di esseri umani. Dopo sei mesi di carcere, il comandante Bija è libero. Il trafficante di uomini più temuto e con una divisa ufficiale, il famigerato Bija contro cui le Nazioni unite hanno varato sanzioni per crimini gravissimi contro i diritti dei migranti in fuga verso le coste europee, è stato rilasciato dalla Procura generale di Tripoli per mancanza di prove.
Una beffa che racconta purtroppo come il tentativo di introdurre standard minimi di responsabilità giudiziaria sia un processo che si regge a stento sulla sabbia del deserto istituzionale creato da guerre, faide e rivoluzioni che hanno sfiancato la Libia. Abd al-Rahman Milad, meglio noto come "Bija", capo della milizia della importante città costiera di Zawiya, pochi chilometri a ovest di Tripoli, era stato arrestato a ottobre dopo la diffusione di un video in cui si schierava con l'allora capo del governo Fayez al Serraj contro Fathi Bashaga, il primo ministro dell'epoca.
Milad era finito nell'occhio del ciclone dopo una serie di inchieste giornalistiche che avevano smascherato il suo ruolo nei traffici di migranti. Da capo delle milizie di Zawiya, uno dei grandi hub della costa libica da cui salpano barchini e gommoni, a bordo della sua vedetta con funzioni di guardia costiera era accusato di dirigere il traffico dei migranti decidendo, sulla base di accordi coi trafficanti, a quali lasciare via libera e quali invece fermare, portando i catturati in campi di detenzione illegali in cui sono state testimoniate violenze terrificanti.
Questo, almeno, secondo le accuse testimoniate da diverse inchieste giornalistiche. Non altrettanto si può dire della legge. Se sulla base di quelle inchieste il Consiglio di Sicurezza dell'Onu aveva sanzionato già nel 2018 Bija, facilmente riconoscibile nei video di alcune imprese della sua milizia per una mano lesionata dall'esplosione di una granata, negli anni complessi della guerra con il governo Serraj, il comandante aveva avuto libero gioco di continuare a gestire traffici illeciti accanto alle mansioni lecite. L'arresto era arrivato solo a ottobre 2020.
Oltre a essere un centro nevralgico per il traffico di esseri umani, Zawiya è anche una importante sede petrolifera: qui si trova l'unica raffineria esistente in Libia. Nonostante sia un Paese ricchissimo di idrocarburi, il resto della benzina arriva dall'altra parte del Mediterraneo, in gran parte dalle raffinerie sarde dei Moratti. Paradossalmente, la Libia dipende in larga misura dall'estero per l'approvvigionamento di benzina, e la raffineria ha quindi un'importanza decisiva. Da capo delle milizie di Zawiya, Bija aveva così accesso anche ai finanziamenti per la protezione della raffineria. Insomma, riceveva denaro ufficiale per garantire la sicurezza del dipartimento, della raffineria di proprietà della Compagnia petrolifera di Stato libica e per il controllo del porto e dello specchio acqueo come guardia costiera. Affari che secondo accuse sostanziate si aggiungevano al traffico di esseri umani e al contrabbando. Ma la giustizia libica ha deciso diversamente: Bija ora è libero.
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