di Luigi Manconi
La Stampa, 2 gennaio 2021
Prima scena. Roma, 20 agosto 2015. Lo sguardo della signora Mina Welby, mentre passa davanti alla chiesa di San Giovanni Bosco, nel quartiere Tuscolano-Cinecittà, viene attratto da due giganteschi manifesti attaccati alle colonne della cancellata d'ingresso. C'è scritto: "Hai conquistato Roma, ora conquisterai il paradiso".
È in corso il funerale religioso di Vittorio Casamonica, patriarca di una famiglia abruzzese di origine rom responsabile di ingenti affari criminali nel territorio romano. Mina Welby non può non ricordare un altro funerale religioso che, in quella chiesa, doveva essere celebrato e mai fu celebrato. Ora, che di questi fatti funebri si parli a Natale e nei giorni intorno a Natale, può sembrare a qualcuno fuori tempo e fuori luogo: quasi un'ombra sottile di blasfemia. E, invece, le cose possono essere viste anche in senso completamente rovesciato: è proprio nei giorni che ricordano la Natività che si può meglio pensare alle "cose ultime". E meglio capirne il senso profondo.
Seconda scena. È il 24 dicembre 2006. Nella piazza di quella stessa chiesa si celebrano i funerali di Piergiorgio Welby: "un povero cristiano", per dirla con Ignazio Silone, che narrava delle lacerazioni insanabili tra messaggio evangelico e imperativi del potere ecclesiastico negli ultimi anni del XIII secolo. Mina Welby aveva chiesto a un sacerdote di quella chiesa, che visitava il marito nei mesi della più atroce sofferenza, di celebrare le esequie religiose, ma questi le comunicò che non sarebbe stato possibile.
Di conseguenza, i funerali si svolsero in piazza San Giovanni Bosco, che costituisce come il lungo e ampio sagrato di quella chiesa. Su un lato della piazza, un palco modesto con sopra la bara di Welby e, accanto, la moglie, i parenti, gli amici, Marco Pannella, Emma Bonino e Marco Cappato, e qualche parlamentare. Faticherei a definirla laica, quella cerimonia, perché il sentimento che circolava tra quel migliaio e oltre di persone era segnato da una tonalità sacra, da un senso forte di condivisione del dolore e della speranza e dalla ricerca di qualcosa che andasse "oltre", secondo la sensibilità e la cultura di ognuno.
Tra quella folla c'era don Filippo di Giacomo, sacerdote e oggi valentissimo giornalista. All'epoca, don Filippo, dopo undici anni da missionario nella Repubblica Democratica del Congo, era giudice presso il Tribunale del Vicariato di Roma e così ricorda: "con me c'erano due sacerdoti dello stesso Vicariato e riconoscemmo almeno una decina di confratelli". E numerose suore, come quelle della Congregazione Ancelle del Santuario (fondata nel 1882), accompagnate dalla Madre superiora, succeduta in quel ruolo alla cugina di Welby, e quelle della Scuola Santa Maria Ausiliatrice. E molti parrocchiani e moltissimi, radicali e non, tra coloro che avevano seguito, per giorni e giorni, la dolente vicenda di Piergiorgio Welby. Non c'era il parroco di San Giovanni Bosco e nemmeno quel prete che aveva chiesto di poter uscire dalla chiesa con i paramenti sacri per benedire la salma, ricevendo un categorico rifiuto dal superiore. Come si vede, una delle tante manifestazioni di quello "scisma sommerso", di cui scrisse il filosofo Pietro Prini in un importante libro, pubblicato da Garzanti, e molto citato da Pannella.
Terza scena: ma perché venne negato a Piergiorgio Welby il rito religioso? In un comunicato del Vicariato di Roma si attribuì il motivo al fatto che "il dottor Welby" ("in realtà non era laureato", sorride la moglie) aveva parlato pubblicamente di diritto all'eutanasia. In effetti, quel rifiuto si dovette a una scelta pienamente politica. Esclusivamente politica. Lo conferma il teologo Silvano Sirboni, intervistato da Famiglia Cristiana (agosto 2015): "né nel rito delle esequie né nel diritto canonico" si trova motivazione per negare la cerimonia religiosa al suicida, a meno che "il darsi la morte non sia stato un segno di esplicito ateismo" o una manifestazione di "odio verso la Chiesa". Nulla del genere, nel caso di Welby.
Il no della Chiesa si spiega con il fatto che la vicenda era diventata "un caso politico" e, dunque, con "ragioni di opportunità". Formulata così, la questione risulta davvero avvilente. Innanzitutto perché viene teorizzato il rifiuto "politico" - in base a considerazioni tutte extrareligiose - della richiesta estrema di un cristiano alla sua Chiesa; e perché l'intera controversia si svolse intorno a un equivoco, certamente non involontario. Ovvero, il fatto di considerare la scelta di Welby un gesto eutanasico. Ma così non era in alcun modo.
Al contrario: il suo fu l'atto di chi sottrae al proprio corpo un presidio sanitario meccanico precedentemente applicato, perché esso, col tempo, era diventato intollerabile, provocando sofferenze non lenibili. "Dal punto di vista della volontà del paziente, in nulla differisce dalla scelta di un cardiopatico che rinuncia a una pillola antipertensiva", commenta oggi Mario Riccio, responsabile della Rianimazione e Anestesia dell'ospedale di Casalmaggiore, che all'epoca si rese disponibile ad aiutare Welby a liberarsi del ventilatore meccanico.
L'aspetto più significativo di questa vicenda è che ciò che esprimevano quei sacerdoti e quelle suore presenti in piazza a San Giovanni Bosco, era condiviso da una parte delle gerarchie ecclesiastiche e da alcune personalità del Vaticano. E, infatti, non fu certo un caso che, proprio in quei giorni, il cardinale Javier Lozano Barragàn, Presidente del Consiglio Pontificio degli operatori sanitari, interpellato sulla vicenda, mentre ribadiva la netta opposizione della Chiesa all'eutanasia, insisteva sulla liceità del rifiuto dell'accanimento terapeutico.
E, sottolineando l'importanza del parere di medici e sanitari, mai esprimeva un esplicito giudizio critico su Welby. Fatto sta che quella ferita non si rimarginò. Essa, fu l'esito di una decisione presa da quella che era la componente "più politica" della gerarchia ecclesiastica italiana, ispirata dall'attuale Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, Rino Fisichella, allora autodefinitosi "cappellano di Montecitorio", attivissimo nelle relazioni con la classe politica e assai presente nella vita pubblico-mondana.
A sostenerlo - o forse solo ad assecondarlo, a parere dei più informati - fu il Cardinale Camillo Ruini, all'epoca presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Ma meno di un anno dopo, i funerali di Giovanni Nuvoli, la cui vita si concluse esattamente nelle medesime circostanze, vennero celebrati solennemente nella chiesa di San Giuseppe, ad Alghero. E queste furono le parole del parroco: "Giovanni è stato schiodato dalla croce che ha portato per sette anni".
Sono passati quasi tre lustri e il comportamento tenuto al tempo dal Vicariato di Roma non sembra destinato a ripetersi. Molti i mutamenti intervenuti nella dottrina e nella pastorale; e, soprattutto, nel "popolo di Dio".
Nel 2017, quando venne approvata la legge sulle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento, numerosi furono i voti di parlamentari cattolici a favore di un testo che prevede la possibilità di sospensione di nutrizione e idratazione artificiali (pratica sempre osteggiata dalla Chiesa). Ribadito che l'eutanasia è tutt'altra cosa, va anche ricordato che, in Spagna, lo scorso 17 dicembre, la Camera dei deputati ha approvato una legge sull'eutanasia, senza che ciò provocasse una particolare mobilitazione della Chiesa di quel paese da sempre definito "cattolicissimo". Molte le ragioni, ma ha contato certamente una più sensibile attenzione - da parte dell'attuale Presidenza "bergogliana" di quella Conferenza episcopale - verso il "fattore umano". Quasi che il messaggio di Marco Cappato di quel 24 dicembre, rivolto al Vaticano, fosse stato - un miracolo? - ascoltato: "Che cosa vi siete persi di questa piazza, che cosa vi siete persi di questo sole, che cosa vi siete persi di questa festa, di questo Buon Natale per tutti, per e con Piergiorgio Welby".
di Alessandro Di Matteo
La Stampa, 2 gennaio 2021
L'ex presidente della Corte Costituzionale: "Lascia perplessi che si debba ricorrere sempre al giudice per una possibilità di soluzione". L'esposto della famiglia Regeni contro il governo italiano è "comprensibile", secondo Giovanni Maria Flick. Per l'ex ministro della Giustizia e presidente emerito della Corte costituzionale è "giustissima l'ansia di verità dei genitori", ma dal punto di vista giuridico la vicenda è di "elevata complessità".
Non basta una violazione dei diritti umani come quella nei confronti di Regeni per far scattare il divieto di legge?
"La legge prevede un'autorizzazione alla vendita di armi ad altri Paesi, che deve essere rilasciata dal ministro degli Esteri dopo un'istruttoria notevolmente complessa. L'articolo 1, poi, vieta le esportazioni "verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani". Ma queste violazioni devono prima essere "accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell'Ue o del Consiglio d'Europa". Ci vuole un pronunciamento formale di uno di questi tre soggetti. E la violazione deve poter essere ascritta al governo di quel Paese...".
Cioè, l'omicidio deve essere attribuito direttamente alla responsabilità del governo, non basta che sia stato commesso da servizi o polizia?
"Esatto. Inoltre, è ragionevole presumere che in questa vicenda un'autorizzazione alla vendita di armi vi sia stata a suo tempo. Se l'autorizzazione è stata rilasciata prima della vicenda del povero Regeni sarebbe presumibilmente legittima; dovrebbe semmai essere oggetto di revoca o sospensione da parte del ministro degli Esteri se ricorrano le condizioni specificate prima, valutando anche la rilevanza delle prese di posizione del Parlamento europeo sulla vicenda. In tal caso il problema riguarderebbe non tanto l'autorizzazione per l'esportazione, quanto l'illegittimità sopravvenuta di essa; in altre parole sarebbe in gioco l'autorizzazione e non l'esportazione come tale".
Insomma, la questione potrebbe non essere facilmente risolvibile con un esposto...
"Io ho grande comprensione per il giustissimo e sacrosanto desiderio dei genitori di Regeni di arrivare ad accertare le responsabilità, anche di fronte al comportamento della magistratura egiziana rispetto alle conclusioni di quella italiana. Ma sarei attento nella valutazione: è una questione di notevole complessità sotto il profilo giuridico internazionale e nazionale. Peraltro, non entro sulle modalità con cui è stata annunciata questa iniziativa - in tv - che forse possono essere giustificate dal desiderio di verità e dalla necessità di continuare a tener vivo l'argomento; ma che rischiano di trasformarsi in una spettacolarizzazione, non certo per volontà della famiglia Regeni".
La famiglia Regeni ha voluto compiere un atto forte, anche mediatico, per evitare che tutto finisca nel nulla...
"Esatto, dà il senso della delusione di chi dice "ho chiesto giustizia e non la sto ottenendo". Sarebbe forse stato più opportuno prima un colloquio con la competente autorità che possa restituire fiducia. E verificare se l'autorità giudiziaria italiana non si stia già occupando di questi aspetti della vicenda. Lascia perplessi che si debba sempre e solo ricorrere al giudice per intravedere una possibilità di soluzione, anche in una controversia fra Stati".
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 2 gennaio 2021
Esposto per la violazione della legge italiana 185/90 dopo il boom di vendite degli ultimi anni. Nel 2016 e nel 2019 Sardegna Pulita fece lo stesso per le bombe Rwm usate in Yemen e ci ha raccontato come è andata a finire. Poche ore dopo l'attracco della prima fregata Fremm di Fincantieri ad Alessandria, Claudio Regeni e Paola Deffendi su La7 a Propaganda Live hanno presentato la loro ultima iniziativa. Un esposto alla procura incentrato proprio sulla vendita di armi, che prosegue indisturbata, dall'Italia all'Egitto: "Assieme alla nostra legale abbiamo predisposto un esposto-denuncia contro il governo italiano per violazione della legge 185/90, che vieta l'esportazione di armi verso paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani accertati dai competenti organi della Ue, dell'Onu e del Consiglio d'Europa. Il governo egiziano rientra certamente tra quelli che si sono macchiati di queste violazioni".
Nel pomeriggio di giovedì era ben altro il clima dall'altra parte del Mediterraneo con i media egiziani impegnati a celebrare l'arrivo di Al-Galala, dopo un viaggio di 6mila miglia marittime, e a citare il capo della Marina militare egiziana, Ahmed Khaled, durante la cerimonia al porto: la fregata (inizialmente destinata alla Marina italiana, poi dirottata insieme a una seconda nave da guerra sull'Egitto) partirà per Suez dove sarà impegnata "contro ostilità e sfide nella regione".
Quella fregata, ex Spartaco Schergat F598, è parte di un pacchetto da 1,2 miliardi di euro che prevede per il 2021 la consegna di una seconda nave, la Emilio Bianchi F599. Non solo: il boom nell'esportazione militare all'Egitto del presidente golpista al-Sisi è dovuto anche all'autorizzazione alla vendita di 20 pattugliatori, 24 caccia Eurofighter e 20 aerei addestratori M346, per un valore complessivo che oscilla tra 9 e 11 miliardi di euro.
Un record che segue ad anni di incremento costante nel business bellico, coincisi con quelli della battaglia per la verità sul sequestro, le torture e l'omicidio di Giulio Regeni: 7,1 milioni nel 2016, 7,4 nel 2017, 69 nel 2018 e ben 871,7 nel 2019. La famiglia del ricercatore chiede di fermare il flusso, richiesta che si aggiunge al ritiro dell'ambasciatore dal Cairo: "Chiediamo questo come atto forte. È importante che l'Italia dia l'esempio".
Una battaglia condivisa con tanti altri, da Rete Disarmo che fece lo stesso nel 2016 contro la vendita di armi dalla Rwm di Domusnovas all'Arabia saudita (un esposto per violazione dell'articolo 1 della 185/90 depositato alle Procure di Roma, Brescia, Verona e Pisa tra le altre) e dalle realtà pacifiste sarde che nel 2016 e di nuovo nel 2019 hanno denunciato i ministri competenti per concorso in strage.
La Rwm si conferma un pivot, punto di contatto tra due abusi, quelli commessi in Yemen dai sauditi e quelli subiti da Giulio Regeni: come riportavamo mercoledì su queste pagine, dalla provincia di Cagliari a giugno sono stati esportati 8,1 milioni di euro di munizionamento pesante all'Egitto. La Rwm è ovviamente la prima e unica sospettata.
L'ultimo esposto presentato da Sardegna Pulita risale al 27 febbraio 2019, diretto alle Procure della Repubblica presso i tribunali di Roma e di Cagliari: indagare per concorso in strage commessa in Yemen contro i civili i ministri di Esteri (all'epoca Moavero Milanesi), Interni (Salvini), Difesa (Trenta), Sviluppo economico (Di Maio) e Ambiente (Costa).
"Quei ministri sono responsabili perché è tramite il comitato interministeriale che danno il via libera all'Uama che poi autorizza le esportazioni - ci spiega Angelo Cremone di Sardegna Pulita - Li abbiamo denunciati come in passato denunciammo la ministra della Difesa Pinotti del governo Gentiloni. In quel caso l'esposto fu trasmesso per competenza da Cagliari a Roma e poi archiviato senza che ci venisse comunicato nulla".
"Anche questo secondo esposto contro i ministri del Conte 1 è stato trasmesso al Tribunale di Roma, ma non abbiamo notizie. Non sappiamo se sia stato archiviato, se così fosse avremmo potuto fare opposizione. La famiglia Regeni può rimettere in discussione quanto fatto da noi, parla di un problema che c'è. Ce n'è anche un altro: il ruolo della magistratura che non ha ascoltato le nostre denunce. La Procura della Repubblica non può archiviare violazioni di leggi da parte di chi dovrebbe essere il primo a rispettarle, i ministri di un esecutivo".
"Di fronte alla denuncia dei Regeni - conclude Cremone - il tribunale ci dica che fine ha fatto il nostro esposto e dove sono le bombe della Rwm. Si indaghi: i codici di quegli ordigni li conosciamo, vogliamo sapere chi è l'utilizzatore finale, dove e contro chi li ha usati".
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 2 gennaio 2021
La confessione di 4 omicidi estorta con la forza, l'attesa del patibolo, la svolta del Dna Oggi, all'età di 84 anni, ottiene la revisione del processo per avere piena giustizia. L'anno in cui lo arrestarono Leonid Breznev prende le redini dell'Unione sovietica, Aldo Moro diventa per la terza volta presidente del Consiglio, la Francia di De Gaulle abbandona la Nato e i Beatles pubblicano Revolver, il loro settimo album.
Era il 1966 e Iwao Hakamada aveva appena vent'anni; l'accusa che le autorità giapponesi gli rivolgono è pesantissima: l'incendio della fabbrica in cui lavorava e l'omicidio del suo principale, della moglie e i due figli. Il movente? Il furto dei 200mila yen chiusi nella cassaforte della fabbrica. Hakamada viene interrogato per giorni e giorni in sedute lunghe 16 ore senza la presenza di un avvocato: lo picchiano a sangue, lo privano del sonno, del cibo, dell'acqua, una tortura incessante che lo piega e lo spinge ad ammettere i delitti. Nessun sistema democratico potrebbe tener conto di quella confessione estorta con la forza, ma per la giustizia giapponese è sufficiente per stabilire la sua colpevolezza. Due anni dopo la sentenza del tribunale di Shizuoka: condanna all'impiccagione. La data? Da stabilire. Tanto che Hakamada ha passato quasi mezzo secolo nel braccio della morte in attesa dell'ora fatale che secondo la prassi del paese nipponico viene comunicata al condannato il giorno stesso: mai nessun prigioniero ha subito un simile trattamento nella storia della giustizia moderna.
Nel frattempo l'ex pugile, recluso sotto un regime di isolamento speciale (niente tv, visite limitate e sorvegliate, divieto di uscire dalla cella) ritratta la confessione, accusa la polizia di aver utilizzato la forza per farlo parlare. I suoi avvocati chiedono la revisione del processo che non viene accordata, ma almeno l'esecuzione slitta di proroga in proroga. Fino alla svolta: nel 2008 viene effettuato un test del Dna raccolto dai corpi delle vittime che risulta incompatibile con quello di Hakamada che, al contrario, è del tutto assente dalla scena del delitto; la traccia appartiene a qualcun altro. Il caso finisce prima sui media giapponesi, poi su quelli internazionali. La pressione sulle istituzioni diventa continua e nel 2014, a 48 anni dall'arresto, l'alta corte di Tokyo proscioglie Hakamda per insufficienza di prove.
La sua libertà viene salutata dall'opinione pubblica e accompagnata dalle scuse dell'ex capo della polizia e poi deputato Shizuka Kamei, che si inchina personalmente davanti l'ex detenuto. L'incubo sembra ormai finito, anche se nessuno potrà mai restituirgli mezzo secolo di crudele detenzione in cui è stato fiaccato e umiliato, vittima di persecuzione giudiziaria e di crudeltà.
Ma a Hakamada non basta avere riavuto la sua libertà, vuole che la sentenza di omicidio sia cancellata e tramite i suoi legali la scorsa settimana è riuscito ad ottenere dalla Corte suprema giapponese la revisione completa del processo fino a quel momento negata dai giudici: "Siamo davvero contenti di questa notizia, ci tremano le mani perché finalmente abbiamo ottenuto la giustizia che ci è stata negata per mezzo secolo", ha commentato il suo legale Yoshiyuki Todate.
La Repubblica, 2 gennaio 2021
Lettera ai paesi membri per nominare "monitor" per il cessate il fuoco. Non sarebbero armati. Fonti libiche: ok solo da paesi con "posizione e ruolo chiari" in Libia. Questo escluderebbe Turchia, Egitto, Qatar, Russia, ma anche Italia e Francia perché considerati troppo vicini a una parte o all'altra. Il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, ha inviato una lettera ai Paesi membri per chiedere di indicare loro osservatori da inviare in Libia con il compito di sovrintendere al cessate il fuoco e per indurre i leader politici del Paese a mettere a punto un meccanismo per designare il nuovo primo ministro. Lo riferisce il Guardian, sottolineando che si tratta della "prima volta che l'Onu intraprende iniziative attive sul terreno" in Libia per garantire il rispetto del cessate il fuoco.
L'invito di Guterres a nominare osservatori è rivolto in particolare a "blocchi regionali", che potrebbero essere Unione europea, Lega Araba e Unione Africana. Questi osservatori dovrebbero sovrintendere alla tenuta del cessate-il-fuoco, sottoscritto il 23 ottobre scorso, e al rispetto dell'embargo sulle armi, che si ritiene venga violato in particolare dalla Turchia, schierata con il governo di Tripoli di Fayez al-Serraj, e da Emirati arabi uniti, Russia ed Egitto, sostenitori del cosiddetto "Esercito nazionale libico" del generale Khalifa Haftar.
Si tratterebbe di osservatori disarmati. I libici hanno chiesto che gli osservatori provengano solo da paesi con "posizione e ruolo chiari" nella crisi libica. Questo secondo fonti consultate da Repubblica, di fatto escluderebbe paesi come Turchia, Qatar, Emirati, Egitto, Arabia Saudita, Russia, ma anche Francia e Italia, tutti paesi verso i quali una delle parti potrebbe avere obiezioni.
Se l'invio di osservatori dovesse concretizzarsi, l'operazione partirebbe nel quadro della formazione di un nuovo "Governo di unità nazionale" al quale parteciperebbero le forze di Tripoli e quelle di Bengasi, con l'obiettivo di superare l'attuale divisione in due del paese. Attualmente le Nazioni Unite hanno solo una piccola missione politica in Libia con 230 rappresentanti. L'iniziativa di Guterres cade in un momento critico poiché il cessate il fuoco include una clausola che chiede a tutte le forze straniere di lasciare la Libia entro tre mesi, quindi entro il 23 gennaio, ma finora non vi è alcun segnale che ciò stia avvenendo. L'inviata speciale dell'Onu ad interim per la Libia, Stephanie Williams, ha detto che attualmente sono 20.000 i militari stranieri nel Paese, inclusi soldati regolari e mercenari.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 2 gennaio 2021
La donna, medico di etnia uigura, portata in un campo di detenzione. Ora anche le autorità cinesi hanno confermato ciò che le organizzazioni per i diritti umani e i familiari andavano dicendo da tempo, Gulshan Abbas, una dottoressa cinquantottenne di etnia uigura, è stata rapita e portata in un campo di detenzione. Pechino ha detto che il medico è in custodia anche se non ha specificato, come invece ha rivelato la famiglia che si trova negli Stati Uniti, se è stata condannata a venti anni di carcere.
Si apre dunque uno squarcio su una vicenda che ha preso le mosse nel 2018 quando Gulshan Abbas è scomparsa al suo ritorno in Cina dopo aver visitato i parenti negli Usa. La sorella, Rushan Abbas, in particolare è impegnata nella causa del suo popolo, gli uiguri. Minoranza musulmana che parla una lingua turca ed è il principale gruppo etnico dello Xinjiang, una vasta regione nel nord- ovest della Cina che ha confini comuni con Afghanistan e Pakistan.
Proprio per l'attivismo familiare che risale già alla giovinezza del nonno, Gulshan è stata prelevata e condotta in un luogo ancora sconosciuto. Forse uno dei grandi campi di rieducazione che Pechino ha instituito nello Xinjiang proprio per detenere gli indipendentisti uiguri. La Cina in realtà parla di centri di "formazione professionale" che servono a debellare l'estremismo religioso. In questi campi, secondo le informazioni raccolte da diverse organizzazioni in difesa dei diritti umani, vi sarebbero rinchiuse almeno un milione di persone anche se le cifre arrivano anche a tre milioni.
Appresa la notizia il governo statunitense ieri ha ne ha chiesto ufficialmente il rilascio. Durante un incontro organizzato con la Commissione esecutiva del Congresso sulla Cina degli Stati Uniti (Cecc), Ziba Murat, figlia del Gulshan Abbas, ha specificato i dettagli della vicenda rendendo noto che la famiglia ha solo recentemente (Natale) appreso che la madre ha ricevuto la sentenza nel marzo dello scorso anno per accuse legate al terrorismo.
Il portavoce del ministero degli Ester, i Wang. Wenbin ha detto che la donna "è stata condannata secondo la legge per aver partecipato al terrorismo organizzato, aver aiutato attività terroristiche e minato seriamente l'ordine sociale. Chiediamo ai politici americani di rispettare i fatti, di smetterla di fabbricare bugie che diffamano la Cina e di astenersi dall'usare la questione dello Xinjiang per interferire negli affari della Cina". Sembra così ripetersi il copione dello scontro tra Usa e il gigante asiatico così come è stato per Hong Kong.
di Andrea Oleandri*
Il Dubbio, 1 gennaio 2021
Un anno difficile come questo non poteva che avere un effetto negativo anche sui suicidi: nel 2020 sono stati 56. "Il 2020 delle carceri italiane è stato inevitabilmente segnato dallo scoppio della pandemia di Covid-19, che ha cambiato il volto anche di questi luoghi, chiudendoli ancor di più al mondo esterno, allontanando dagli istituti volontari, famigliari, personale scolastico e lasciando ai detenuti un in più di pena rispetto a quella che stanno scontando e di cui, a pandemia finita, non si potrà che tenere conto". Esordisce così Patrizio Gonnella, nel consueto punto di fine anno di Antigone.
di Giuseppe Baldessarro
La Repubblica, 1 gennaio 2021
Dopo la rivolta nel carcere di Modena tra i detenuti trasferiti ad Ascoli c'era Salvatore Piscitelli, ufficialmente deceduto per "overdose di farmaci". Aperta un'inchiesta per omicidio colposo su esposto degli altri carcerati, sostenuti dal Garante, che raccontano di botte, mancati soccorsi e visite mediche fasulle.
"Assistente, assistente, chiamate il medico presto.... Sasà Piscitelli non si muove più, è freddo nel letto...". Sembra di sentirlo Mattia Palloni urlare e chiede aiuto dalla cella numero 52, al secondo piano del carcere di Ascoli Piceno. Sono le 10 e 20 della mattina del 10 marzo 2020 ed è già la seconda volta che prega gli agenti della penitenziaria di far visitare Salvatore "Sasà" Piscitelli perché "emette dei versi lancinanti".
Giornale di Sicilia, 1 gennaio 2021
"La legge di bilancio per il 2021 porterà forze fresche e ingenti capitali nei settori di competenza del Ministero della Giustizia". Lo scrive il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, su Facebook. "Le risorse disponibili da subito e quelle che saranno assicurate nei prossimi anni rappresentano un investimento straordinario", aggiunge il Guardasigilli: "Solo con l'immissione di risorse consistenti, adeguate assunzioni e investendo sulle strutture e infrastrutture, saremo nelle condizioni di garantire un servizio giustizia che possa rispondere in modo efficiente alle istanze di cittadini e imprese.
di Eduardo Savarese*
Il Riformista, 1 gennaio 2021
Il poeta Eschilo, nella tragedia intitolata Eumenidi, ricorda che il processo celebrato contro Oreste il matricida si risolve attraverso l'intervento di Atena che decide di graziare il colpevole per avviare un nuovo capitolo della storia umana. Diremmo che si tratta di una decisione poco "efficiente", in quanto poco prevedibile, eppure talmente giusta che le divinità vendicatrici del delitto materno (le Erinni) si tramutano in Benevole, le Eumenidi appunto.
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