di Giansandro Merli
Il Manifesto, 8 aprile 2021
Amnesty International presenta il Report 2020-2021. 560 pagine dense, che raccolgono il lavoro della Ong a livello globale, dall'Afghanistan allo Zimbabwe. La pandemia usata dai governi per comprimere i diritti umani e i diritti umani garantiti a tutti come vettore per uscire dalla pandemia.
È un po' questo il senso del Rapporto 2020-2021 presentato ieri da Amnesty International (Ai). 560 pagine dense, che raccolgono il lavoro della Ong a livello globale, dall'Afghanistan allo Zimbabwe. Filo rosso tra situazioni molto diverse: il Covid-19 ha colpito più duramente i gruppi sociali marginalizzati già prima del virus.
"Tempi senza precedenti obbligano a dare risposte senza precedenti e richiedono leadership fuori dal comune", scrive nell'introduzione Agnès Callamard, segretaria generale di Ai. Ma subito dopo aggiunge: "Nel 2020 una leadership globale non è emersa da potere, privilegio o profitti. È arrivata invece da infermieri, dottori e operatori sanitari in prima linea per salvare vite umane. Da chi si è preso cura delle persone anziane. Da tecnici e scienziati. Da chi ha lavorato per fornire cibo a tutti noi".
E allora colpisce un numero: in 42 dei 149 paesi monitorati sono state documentate vessazioni delle autorità contro operatori sanitari e lavoratori essenziali. Abusi che comprendono arresti e licenziamenti "contro chi ha sollevato problematiche riguardanti la sicurezza o le condizioni di lavoro" e hanno colpito soprattutto le donne. Insieme ai risvolti del Covid-19 l'Ong mostra sul campo gli effetti dei fenomeni strutturali che affliggono le vite di centinaia di milioni di persone: crisi climatica, violenza di genere, tagli ai servizi pubblici, repressione del dissenso.
La presentazione italiana del rapporto si è aperta citando Patrick Zaki, contro cui continua l'accanimento del regime egiziano, e Nancy Porsia, giornalista intercettata con altri colleghi nell'inchiesta contro le Ong del Mediterraneo. Emanuele Russo, presidente di Ai Italia, ha accusato i leader dei paesi più ricchi di "aver fatto scempio della cooperazione globale" nel contrasto sanitario del virus. Riccardo Noury, portavoce della Ong, ha sottolineato l'uso della pandemia per aumentare le politiche illiberali di Orbán in Ungheria, Duterte nelle Filippine e Bolsonaro in Brasile e ha ricordato le stragi in Myanmar, dove si usano anche armi italiane, e nella regione del Tigray in Etiopia. Giulia Groppi (Ai Italia) ha quantificato le disparità tra stati nelle somministrazioni dei vaccini e ribadito che solo attraverso uno "sforzo coeso che metta al centro i diritti umani" sarà possibile davvero battere il Covid-19.
di Paolo Ferrero*
Il Manifesto, 8 aprile 2021
Quando l'uomo della strada fa finta di non vedere un sopruso, è indifferenza. Quando un governante fa finta di non vedere un sopruso è complicità. Leggo che il Presidente del Consiglio Draghi, durante la visita in Libia, oltre ad aver variamente elogiato il governo libico per come affronta il problema dei migranti, si è addirittura complimentato per il comportamento della guardia costiera libica per quanto fa nei naufragi. Si tratta di affermazioni incredibili visto che non lontano dai luoghi in cui si è tenuto il vertice vi sono alcune delle prigioni nei quali - sono parole delle Nazioni Unite - avvengono "orrori indicibili".
Solo alcuni giorni fa Jan Kubis, inviato dell'Onu in Libia, ha riferito al Consiglio di sicurezza che "attualmente circa 3.858 migranti sono detenuti in centri di detenzione ufficiali in condizioni estreme, senza un giusto processo e con restrizioni all'accesso umanitario" ed ha espresso preoccupazione "per le gravi violazioni dei diritti umani contro migranti e richiedenti asilo da parte del personale del Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale e dei gruppi armati coinvolti nella tratta di esseri umani".
Uno dei primi atti che ho fatto nel 2006, quando mi é capitato di fare il Ministro é stato di andare a Lampedusa e di denunciare le pratiche di rimpatrio verso la Libia che, notoriamente, vessava i migranti facendo il lavoro sporco per conto dei paesi europei e segnatamente dell'Italia. A Roma con d'Alema e Amato (ministri degli esteri e degli interni) si aprì una discreta "dialettica politica" ma questa presa di posizione obbligò il governo a cambiare indirizzo rispetto agli esecutivi precedenti. Adesso Draghi va in Libia a lodare il governo libico per la gestione dei migranti.
Visto che la situazione per i migranti in Libia è peggiorata e non certo migliorata, questo significa una cosa sola e cioè che come il grande capitale delocalizza le produzioni, gli stati europei - e segnatamente l'Italia - delocalizzano il lavoro sporco sui migranti. Per essere razzisti non è necessario insultare i migranti come fa una parte del governo Draghi, basta lasciarli torturare da altri, come fa tutto il governo Draghi. Quando l'uomo della strada fa finta di non vedere un sopruso, è indifferenza. Quando un governante fa finta di non vedere un sopruso è complicità. Chi riduce il problema costituito da questo governo alla presenza della Lega Nord fa finta di non vedere che il problema di questo governo è la sua continuità con le politiche di Marco Minniti.
*Vicepresidente del Partito della Sinistra Europea
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 8 aprile 2021
Nessun migrante è stato mai "salvato" in mare. Hanno usato le proprie coste come ricatto estorsivo verso l'Europa e i migranti come bancomat.
Caro Presidente Draghi, Le scrivo perché credo profondamente sia stato vittima di un equivoco. Caro Presidente, nessun migrante è stato mai "salvato" in mare dalla Guardia costiera libica (finanziata dall'Italia), semmai rapito e mai rimpatriato. I migranti "salvati" vengono portati in campi di prigionia, che sono veri e propri lager, e durante le operazioni di "salvataggio" la Guardia costiera libica - esistono filmati - ha più volte picchiato i migranti ammassati sui gommoni, non ha esitato a sparare su uomini e donne, uccidendo.
Ha usato le proprie coste come ricatto estorsivo verso l'Europa e i migranti come bancomat: ha preso soldi per fermare le partenze, soldi dai trafficanti per poter agevolare le partenze, soldi dai familiari dei migranti per interrompere le torture, soldi per riscattarli e permettergli di tornare nei loro paesi. Tutto questo è stato indagato e svelato dall'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr) e la stessa Organizzazione Internazionale per le migrazioni (OIM) ha dichiarato i porti libici come porti non sicuri.
Presidente, anche sui centri di detenzione in Libia abbiamo informazioni dettagliate da fonti affidabilissime. Esistono almeno due tipi di lager: quelli ufficiali, nei quali vige il lavoro forzato, dove migranti che non hanno commesso alcun reato sono detenuti e trattati come criminali e schiavi. E poi ci sono i lager non ufficiali, veri e propri luoghi di tortura; qui i migranti vengono maltrattati a scopo estorsivo, venduti, picchiati, stuprati e uccisi. Le testimonianze sono agghiaccianti e chi ha ascoltato questi racconti non può ringraziare la Guardia costiera libica: se vuole approfondire le questioni di cui le sto parlando, le consiglio di ascoltare su Radio Radicale la trasmissione "Voci dalla Libia - speciale Fortezza Italia", a cura di Andrea Billau e Michelangelo Severgnini.
Non possiamo più sottostare al ricatto, non possiamo più fare "noi" la parte del lupo nella speranza di depotenziare i pedatori. Lo hanno già fatto i governi a trazione PD e non ha funzionato, checché ne dica l'ex ministro Marco Minniti. So bene che si trova stritolato da una parte dell'opinione pubblica spaventata dall'inesistente "invasione" dei migranti, so bene che l'Europa è del tutto inaffidabile, e oggi con la pandemia in corso lo è ancora di più, ma la Guardia costiera libica non è la soluzione: è, al contrario, il principale problema, soprattutto perché l'opinione pubblica crede che finanziarla e armarla serva a bloccare migranti, quando in realtà è un'esigenza che risponde alla necessità di salvaguardare le politiche energetiche: si paga la Guardia costiera libica perché i giacimenti Eni in Libia non subiscano ritorsioni. Fino a quando non sarà chiaro a tutti che esiste un nesso tra la sicurezza degli impianti petroliferi in Libia, la Guardia costiera libica e l'affare dei migranti, la partita tra noi non sarà leale; fino a quando non sarà chiaro a tutti che le milizie libiche coprono segmenti legali e illegali, pubblici e privati, ci muoveremo su un terreno che sembra essere quello dei flussi migratori, ma che in realtà riguarda le politiche energetiche del nostro Paese e quante vite siamo disposti a sacrificare sull'altare del profitto o, come direbbe qualche ex ministro, della ragion di stato.
Perché, allora, andare in Libia e, con tutte le informazioni che abbiamo - grazie soprattutto alle Ong e ai giornalisti intercettati dalla procura di Trapani - ringraziare la Guardia costiera libica?
Presidente, trovi il modo di ascoltare tutte le persone coraggiose che conoscono quello che accade in Libia, ascolti i volontari delle ONG, ascolti anche molti uomini della Guardia Costiera Italiana che hanno salvato e protetto vite, spesso in conflitto con i governi da cui dipendevano, ma in coerenza con la legge del mare. Ascolti i migranti che sono sopravvissuti ai lager.
L'Europa che non trova una strada nel diritto rappresenta la contraddizione dei suoi principi. E mentre Lei, ieri, Presidente Draghi, ringraziava la Guardia costiera libica, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen era ad Ankara, insieme al Presidente del Consiglio Europeo Charles Michel, a rendere omaggio al Presidente turco Recep Tayyip Erdogan che tanto "aiuto" ha dato all'Europa nel proteggere i suoi confini orientali - dietro lauta ricompensa - da "pericolosissimi" migranti tra cui centinaia di migliaia di siriani (famiglie, tantissime famiglie con figli piccoli) in fuga da un dittatore sanguinario. L'immagine dell'Europa con il cappello in mano, a farsi umiliare - inaccettabile il trattamento riservato a Ursula Von Der Leyen, evidentemente colpevole di non aver preferito la cura della casa e dei figli alla politica - dal despota turco, che ha contribuito alla destabilizzazione della Libia e che non nasconde le sue mire sul Mediterraneo, che conta di spartirsi con Putin, ha senz'altro fatto rivoltare nella tomba i padri fondatori, che si citano sempre più a sproposito.
E questa non è un'altra storia. Questa è la stessa storia, perché l'Italia aveva un solo compito, quello di gestire in maniera umana il dramma dell'immigrazione trasformandolo in risorsa per il Paese e per l'Europa. Da Minniti Ministro degli Interni in poi, invece, l'immigrazione è divenuta terreno di scontro politico, occasione per fare la peggiore propaganda di sempre sulla pelle dei più deboli. Conosco le dinamiche della politica, non pecco di ingenuità. Probabilmente bisognerà sempre tornare a Machiavelli "pertanto ad un Principe è necessario saper ben usare la bestia e l'uomo". Ecco, ormai da troppo tempo l'Europa sta usando la bestia; è la bestia che agisce, non l'uomo. Caro Presidente, i migranti sono esseri umani e in Libia si violano sistematicamente, ai loro danni, i diritti umani fondamentali.
Mi aspettavo, anzi no, mi auguravo un cambio di passo.
E di nuovo Machiavelli "non partirsi dal bene, potendo, ma sapere entrare nel male, necessitato", eccomi a offrirle una sponda: il ringraziamento alla Guardia costiera libica, come l'incontro di Van del Leyen e Michel con Erdogan sono un male "necessitato"? Queste parole lei potrebbe pensare siano un lusso da anime belle, che magari pensano di poter governare l'inferno complesso della politica con la morale e con l'indignazione, e probabilmente mi ricorderà che tra il sogno della giustizia e l'inferno della realtà degli umani ci sono gli oceani della mediazione.
Concordo, ma esiste un modo che la storia del miglior riformismo italiano (non quello autoproclamatosi tale) ha insegnato: ogni mediazione deve avere l'orizzonte del diritto, ogni negoziazione non deve violare i principi primi su cui si fonda il nostro essere e il senso del nostro scegliere. Anche quando siamo costretti ad agire non come vorremmo, se neghiamo ciò che siamo, non sarà una mediazione la nostra, non un accordo, ma una resa incondizionata, una sconfitta ammantata di apparente vittoria. Presidente, come è accaduto ad altri prima di Lei, può scegliere se sulla vicenda migranti far vincere la bestia o l'uomo.
di Giovanni Tizian e Gaetano De Monte
Il Domani, 8 aprile 2021
Nel 2017 il governo Gentiloni, ministro dell'Interno Minniti, ha siglato un'intesa con Tripoli. Per garantire la sicurezza del Mediterraneo l'Europa e il nostro paese hanno rafforzato la sorveglianza. Questa strategia ha generato milioni di euro di fatturato per le industrie della difesa, come Finmeccanica-Leonardo che ora ha assunto proprio Minniti.
Negli stessi anni il budget dell'Agenzia europea delle frontiere è aumentato raggiungendo 500 milioni, che diventeranno oltre 1 miliardo nei prossimi anni. Oltre a costi alti per la comunicazione e party per i dipendenti, a febbraio ha bandito una gara d'appalto da 112 milioni per realizzare la nuova sede a Varsavia, dopo che quell'attuale era stata ristrutturata non senza generare sospetti tra i giudici della corte dei conti, come dimostrano i documenti letti da Domani. A beneficiare di questi fondi anche le grandi multinazionali degli armamenti che hanno vinto appalti banditi da Frontex.
Le istituzioni europee si sono indignate per la campagna di Donald Trump a sostegno della costruzione di un muro lungo il confine con il Messico per bloccare l'immigrazione. Eppure negli stessi anni quelle stesse istituzioni ne hanno eretto un altro, invisibile, nel Mediterraneo centrale: un sistema di sorveglianza marittima, che si nutre dei dati ricevuti dai droni, dalle perlustrazioni dei velivoli di Frontex (l'agenzia europea delle frontiere), dagli elicotteri delle forze di polizia. In questo senso l'accordo con la Libia per bloccare le partenze dei migranti ha funzionato.
Da quando il governo italiano guidato da Paolo Gentiloni, con ministro dell'Interno Marco Minniti, ha firmato nel febbraio 2017 il Memorandum con il governo di Tripoli, le industrie aerospaziali e di armamenti hanno fatto affari d'oro con i ministeri degli stati membri e con Frontex.
Aziende come Airbus, le israeliane Iai e Ebit e l'italiana Leonardo Finmeccanica hanno ottenuto commesse per milioni di euro. Minniti ora è entrato in Leonardo, nominato poche settimane fa a capo della fondazione MedOr, nuovo soggetto creato dalla ex Finmeccanica che si occuperà anche di Libia. Dell'accordo ha beneficiato anche l'Agenzia Frontex, diventata uno degli organismi più finanziati dell'Unione, con un budget attuale di 500 milioni e di oltre un miliardo nei prossimi sei anni.
Con spese e appalti, alcuni abbastanza anomali da attirare l'attenzione dell'ufficio antifrode (Olaf) dell'Unione. Domani ha scoperto per esempio, che dopo aver ristrutturato la sede di Varsavia, non senza mettere in allerta la Corte dei conti, l'Agenzia ha pubblicato a metà febbraio un bando di gara da oltre 100 milioni per realizzare un nuovo quartier generale. Senza contare le spese per comunicazione, stampa e serate di gala.
Muro invisibile - Il memorandum Italia-Libia firmato dal governo Gentiloni a febbraio 2017 ha dato il via all'esternalizzazione del controllo delle frontiere nel Mediterraneo centrale. Ha previsto la formazione della Guardia costiera libica e ha gettato le basi per l'istituzione della zona di ricerca e soccorso davanti alle coste della Libia (Sar). Tanto è bastato per fornire al governo di Tripoli, senza mai esplicitarlo, la possibilità di intercettarne le imbarcazioni cariche di migranti che, una volta fermati, vengono riportati nei centri di detenzione, violando la prescrizione dell'Onu, che considera la Liba un paese non sicuro, e le convenzioni internazionali.
Per sostenere i libici l'Europa ha potenziato la sorveglianza: il business principale, in tempo di pace, per le industrie degli armamenti e dell'aerospazio come Airbus e Leonardo. La sorveglianza permette di raccogliere informazioni e trasmetterle alle centrali di ricerca e soccorso dei paesi che si trovano in quel tratto di mare: Italia, Malta e Libia. Questa triangolazione di comunicazioni protette e super veloci è il frutto di un progetto politico chiaro: trasformare la Guardia costiera libica nell'unica forza marittima in grado di intervenire per recuperare i migranti, non solo quelli in difficoltà partiti dalla costa compresa tra Tripoli e Zuara. L'obiettivo è non farli arrivare in Europa, riportarli indietro e ricacciarli nell'inferno dei centri di detenzione dove finiscono i clandestini.
Numerosi articoli della stampa libica celebrano con entusiasmo le grandi operazioni della neonata Guardia costiera. In queste brevi news, consultabili per esempio su Libya Observer, compare spesso il luogo in cui vengono portati i migranti intercettati. Tra questi c'è la città di Zawiya dove si trova il centro di detenzione Al Nasser, controllato da bande di trafficanti colluse con i militati, alcuni in passato membri della Guardia costiera che, proprio da Zawiya, parte per recuperare i gommoni in viaggio verso le coste italiane.
Eppure i rapporti Onu hanno più volte ribadito che la Libia non è un porto sicuro dove far sbarcare donne, bambini e uomini in fuga da guerre e miseria. Il manifesto della teoria dei respingimenti, anche se questo termine non viene mai usato, è un documento del 2017 della Commissione europea intitolato La migrazione lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Gestire i flussi e salvare vite umane. Nel report si sottolinea la necessità di "potenziare il sostegno alla Guardia costiera libica". Secondo la Commissione, inoltre, era urgente rendere operativa la rete Seahorse: un programma mirato a rafforzare le autorità di frontiera dei paesi nordafricani, attraverso la condivisione di risorse e tecnologie di intelligence e sorveglianza, di sistemi di segnalazioni e connessioni satellitari.
"L'obiettivo generale di Seahorse è aumentare la capacità dei paesi nordafricani di contrastare la migrazione irregolare e il traffico illecito rafforzando i loro sistemi di sorveglianza delle frontiere, sviluppando la loro capacità di condividere informazioni e coordinare le azioni con le loro controparti negli stati membri dell'Ue. Per il momento la Libia è l'unico paese partner a beneficiare di questa rete", questa la risposta di Federica Mogherini, all'epoca Alto rappresentante agli Affari esteri dell'Unione e vicepresidente della Commissione, data nel 2018 a un'interrogazione presentata da un europarlamentare.
Respingimenti che affare - Seahorse è solo l'ultima appendice di Eurosur. Sigle degne di un film sulla guerra fredda che indicano il meccanismo sul quale si fonda il "controllo delle frontiere esterne dell'Unione". Eurosur, costato finora oltre 103 milioni di euro, è stato istituito nel 2013. In pratica è la rete attraverso la quale vengono trasmesse le informazioni sensibili. Tramite Eurosur Frontex acquisisce potere attraendo risorse e finanziamenti.
L'ultima evoluzione di questo grande occhio sul Mediterraneo si chiama Mas, acronimo di "Multipurpose Aerial Surveillance", ossia sorveglianza aerea polifunzionale. In un documento del 2018 di Frontex si legge che Mas "ha contribuito al successo" di molte operazioni di soccorso, salvando più di 1.900 persone. In quell'anno la Libia era già coinvolta nelle operazioni di ricerca e soccorso. E da Mas riceveva le informazioni per far partire le motovedette. "Le operazioni vengono eseguite ogni volta che Mas rileva la presenza di una barca e le autorità competenti vengono informate", è scritto. L'autorità competente per l'area libica Sar, creata dopo la firma del memorandum Italia-Libia, è proprio la Guardia costiera libica, che grazie a quelle informazioni intercetta e respinge i migranti.
Fabrice Leggeri, il direttore di Frontex, in una lettera inviata alla Commissione e pubblicata dal quotidiano britannico The Guardian, ha ammesso che l'Agenzia avverte tutti i centri di soccorso su entrambe le sponde del Mediterraneo. Dunque anche la Libia, che dopo il 2017 fa il lavoro sporco per l'Europa. Nel 2020 e nei primi mesi del 2021 sono state riportate in Libia più di 13mila persone, riferiscono le organizzazioni dell'Onu come l'Unhcr, l'Alto commissariato per i rifugiati. La maggior parte finisce nei centri di detenzione. Solo in pochi entrano in programmi di protezione dell'Unhcr, che solo nel 2019 ha portato fuori dalle prigioni quasi duemila persone.
L'accordo e i droni - Il sistema di sorveglianza Mas-Eurosur è la porta di entrata per le industrie che producono i droni. Da Airbus, multinazionale aerospaziale e della difesa, prima per produzione di areomobili civili, all'Iai (Israel Aerospace Industries), alla Elbit, altra società di armamenti israeliana, all'italiana Leonardo, ex Finmeccanica. Proprio Leonardo ha firmato a febbraio 2021 un contratto da 6,9 milioni con il ministero dell'Interno italiano per il noleggio di un aereo senza pilota da usare nella sorveglianza marittima: "Per un periodo di 12 mesi in uso presso il centro nazionale di coordinamento-Eurosur". Un buon affare per la società partecipata dal governo italiano: quasi 7 milioni di euro per un anno di sorvolo di un modello di drone usato anche in operazioni militari di intelligence.
Le risorse stanziate provengono dal Fondo sicurezza interna 2014-2020 che vale quasi mezzo milione di euro, poco più della metà stanziati dall'Unione europea. Il dettaglio delle spese dell'intero progetto rivela il vero intento del fondo: la stragrande maggioranza delle risorse è stato destinato al controllo delle frontiere, con 367 milioni di euro di cui 48 per implementare la rete Eurosur e 82 milioni alla voce generica "strumenti Frontex".
Il 29 maggio 2018, per esempio, è stato il comando generale della Guardia di finanza a usare il fondo di sicurezza interna: 250 milioni di euro che sono stati dati a Leonardo per un aereo bimotore necessario al pattugliamento marittimo. In quegli anni Leonardo ha firmato anche un contratto direttamente con Frontex: nel 2018, per 300 ore di volo di un drone, al costo di 1,6 milioni. L'altro lotto lo ha vinto l'azienda israeliana, Iai. Nel 2020 stesso meccanismo ma stavolta i contratti li hanno siglati Airbus, Iai ed Ebit: due contratti per un totale di 100 milioni. I droni forniti da Iai sono velivoli militari, usati anche dalle forze armate.
Tutte queste commesse, si legge nei documenti della gara, sono destinate a Italia e Malta. Il che vuol dire che da qui voleranno per vigilare sul tratto di Mediterraneo interessato. Leonardo ha fatto ricorso sull'ultima gara vinta da Airbus: la corte europea che tratta questo tipo di contenziosi ha respinto la richiesta dell'industria italiana, scrivendo in sentenza che potrà comunque partecipare a future gare senza alcuna limitazione.
Leonardo, Airbus, Iai, Ebit sono le aziende che spesso sono state ospiti di Frontex in convegni in cui hanno presentato le tecnologie prodotte. Convegni organizzati anche prima della pubblicazione delle gare europee. Conflitto di interesse? Frontex ha risposto dicendo che l'Agenzia opera con la massima trasparenza, con fornitori affidabili e rispettando i principi etici.
Se la sorveglianza delle frontiere è un affare redditizio e anche merito delle politiche di esternalizzazione delle frontiere, con la Libia delegata a effettuare quei respingimenti che l'Italia non può fare perché violerebbe i diritti umani. Politiche che trovano legittimazione definitiva nel memorandum d'intesa fortemente voluto da Minniti e Gentiloni.
L'obiettivo primario dell'accordo è la formazione dei guardacoste libici, la creazione di un corpo in grado di badare alle proprie frontiere, bloccare le partenze o intercettare i gommoni carichi di migranti nella parte di Mediterraneo di competenza di Tripoli: per farlo è stata prevista l'istituzione di una zona Sar, di ricerca e soccorso, libica, all'interno della quale le motovedette, fornite dal governo italiano, avrebbero potuto operare in piena libertà per riportare nei gironi carcerari chi da lì stava fuggendo. Un cambio epocale, che ha aperto anche nuovi business per il controllo delle frontiere. Più informazioni si catturano dal cielo più i libici sono in condizione di bloccare le navi in partenza. L'obiettivo è evitare l'arrivo in Europa. Un muro invisibile, appunto.
"Il memorandum non aveva questa intenzione, anzi finché siamo stati noi al governo la nostra Guardia costiera andava a salvare vite fin dentro le acque internazionali libiche", precisa una fonte vicina all'ex ministro Minniti, che aggiunge: "Dovete indagare su cosa sia accaduto dopo". Di certo non è solo merito dell'accordo, le istituzioni europee hanno contribuito stimolando il potenziamento della Guardia costiera libica, che con il governo gialloverde, ministro dell'Interno Matteo Salvini, è diventata protagonista dei respingimenti camuffati da salvataggi. Sono trascorsi quattro anni dal patto Italia-Libia.
A febbraio scorso Minniti è stato nominato nella fondazione MedOr di Leonardo. Di cosa si occupa MedOr? "Permetterà in particolare di consolidare le relazioni con gli stakeholder dei paesi di interesse, al fine di qualificare Leonardo come un partner tecnologico innovativo nei settori dell'aerospazio, della difesa e della sicurezza". Settore di investimento, quest'ultimo, che ha risentito positivamente dell'accordo Italia-Libia firmato dall'ex ministro. Minniti, contattato, esclude che si possa parlare di conflitto di interesse: "Da ministro non trattavo appalti e non ho avuto alcun ruolo nei contratti di cui parlate". Poi ci tiene a precisare che la fondazione di Leonardo non ha scopi di business: "Ha altre finalità, costruire un punto di vista comune su aree strategiche per l'Italia, come può essere il Mediterraneo, come del resto fanno molti altri paesi da tempi lontanissimi".
Il braccio Frontex - Perno di questa strategia anti immigrazione è Frontex: il budget destinato alla struttura con sede a Varsavia è cresciuto di continuo, toccando quota mezzo miliardo nel 2021. Nel bilancio dell'Unione europea sono indicate le previsioni di spesa destinata a Frontex nei prossimi anni: per il 2027 oltre 1 miliardo. Il capitolo generale del bilancio dell'Unione chiamato "gestione delle frontiere" passerà dagli attuali 1,8 miliardi (2021) agli oltre 3,6 tra sei anni. Un terzo spetta a Frontex, dove lavorano 1.300 persone che costano 88,6 milioni di euro: una media di 70mila euro a testa.
La destinazione di questa massa enorme di risorse non ha pari tra le agenzie europee. Per esempio le strutture che si occupano di asilo politico, tutte assieme, non superano un budget di 400 milioni. E tutta la voce di bilancio "migrazioni" è pari al miliardo di oggi che diventerà oltre 2 nel 2027. La scelta dell'Europa è chiara: finanziare a tutto spiano l'Agenzia del respingimento, che supervisiona le regia dell'esternalizzazione delle frontiere, al centro però di recenti scandali e inchieste che ne hanno minato la credibilità.
L'antifrode di Bruxelles (Olaf) sta indagando su alcune opacità gestionali, e seppure l'Agenzia sia stata prosciolta da ogni accusa sui respingimenti illegali nel mare Egeo resta il sospetto su alcune operazioni durante le quali di sicuro ha prevalso il laisseiz faire. Se poi ci si avventura nella lettura del bilancio di Frontex stupiscono le spese rilevanti per attività non strettamente connesse al controllo delle frontiere.
A colpire è soprattutto la spesa per curare l'immagine dell'Agenzia più ricca d'Europa: più di un milione di euro per ufficio stampa e comunicazione. "L'ufficio stampa si occupa delle attività del portavoce, delle notizie, delle conferenze", hanno risposto da Varsavia. A fronte di cifre così consistenti, l'attività social di Frontex dovrebbe essere piuttosto prolifica. Invece i social manager pubblicano uno, massimo due post al giorno. Nel 2019, si legge nel bilancio, sono stati fatti 300 tweet, meno di uno al giorno.
Tra le spese dell'ultimo rendiconto disponibile troviamo feste per lo staff inclusi i parenti dei dipendenti: costo complessivo più di 200mila euro. "Sono eventi interni per creare coesione che favorisce l'interazione tra i dipendenti", hanno spiegato dall'Agenzia. Tra gli eventi organizzati ci sono i party natalizi, gli happy hour mensili, le colazioni mensili per i compleanni e le attività per la creazione di un "coro di Frontex". Inoltre, aveva rivelato Euobserver, dal 2016 al 2019, per eventi di gala l'agenzia ha speso 2,1 milioni. A seguire ci sono i costi di rappresentanza: 100mila euro. E mezzo milione per incontri tra i membri del board. Infine 7 milioni di noleggi. "Nel complesso le spese di locazione si riferiscono all'affitto delle strutture adibite a sede dell'agenzia, Frontex non le possiede. Attualmente queste strutture ospitano circa 800 membri del personale".
La sede e i lavori - Frontex ha sede a Varsavia. Sulla gestione degli attuali uffici la Corte dei conti europea ha avuto qualche dubbio. "Gli auditor della Corte - si legge in una relazione - hanno controllato un pagamento di 2 milioni di euro effettuato per lavori di ristrutturazione svolti nella sede dell'Agenzia". In pratica l'ufficio diretto dal francese Fabirce Leggeri aveva modificato le disposizioni contrattuali in una fase molto avanzata del progetto, introducendo la possibilità di effettuare un prefinanziamento per lavori non ancora completati. Ma secondo le originarie disposizioni contrattuali i pagamenti dovevano essere effettuati solo a lavori ultimati.
"Operando questa modifica, l'Agenzia ha rinunciato a un elemento chiave del controllo. Incide poi sulla capacità delle autorità di bilancio di monitorare in modo appropriato l'esecuzione del bilancio e le attività dell'Agenzia" si legge nei documenti della Corte dei conti. Sospetti sull'operazione, dunque, ai quali Frontex ha risposto convincendo i giudici contabili europei. Il regolamento finanziario dell'Ue consente i pagamenti solo una volta che i lavori sono stati effettuati, mentre nel caso della sede di Varsavia, l'Agenzia ha autorizzato un pre finanziamento.
"Frontex occupa le sue attuali strutture dal 2015 e sono stati necessari alcuni lavori di ristrutturazione, che non sono stati completati come previsto a causa di gravi difficoltà nel mercato edile polacco", ha risposto Frontex. I documenti ottenuti mostrano che l'Agenzia ha utilizzato un pre-finanziamento, ma che l'azienda polacca deve ancora rimborsare i soldi, perché? "Il pre finanziamento è stata una soluzione che ha permesso di proseguire e completare la ricostruzione dell'edificio. È stato pagato il proprietario e non l'appaltatore.
Il proprietario restituirà a Frontex i fondi inutilizzati, il tutto garantito da garanzie contrattuali" dicono dall'Agenzia. Un altro documento, tuttavia, mostra che dopo aver anticipato 2 milioni per rinnovare la sede in affitto, di proprietà di un privato, Frontex nei mesi scorsi ha pubblicato un avviso di gara per la realizzazione del nuovo quartier generale sempre a Varsavia: "Un edificio di 70mila metri quadri per una media di 2.000 membri del personale". Duemila dipendenti a fronte di effettivi 1.300.
L'appalto da 112 milioni - Il prezzo di partenza è notevole: 112 milioni di euro. Su questi appalti al momento non c'è nulla di penalmente rilevante, a differenza degli affidamenti fatti negli anni a un'azienda informatica polacca, l'ultimo del valore di 50 milioni.
Su questi contratti polacchi il direttore Leggeri era stato avvertito di possibili irregolarità da funzionari interni, ma, come hanno rivelato le testate giornalistiche Der Spiegel, Libération e Lighthouse, Frontex ha continuato a stipulare accordi con la stessa società. Un affare sul quale indaga l'antifrode, che ha già passato al setaccio gli uffici dell'Agenzia europea da cui dipende parte dei profitti dei colossi degli armamenti.
di Irene Soave
Corriere della Sera, 8 aprile 2021
Lada Malova sta morendo in carcere per malattie polmonari. Il suo rilascio però è "quasi impossibile". La durezza delle carceri russe è sotto i riflettori in questi giorni per le dure condizioni in cui è detenuto l'oppositore Aleksej Navalny, rinchiuso nella famigerata colonia penale Ik-2 e probabilmente malato di tubercolosi.
In una cella più lontana dai riflettori internazionali, però, sta morendo con sintomi molto simili la 24enne Lada Malova, quasi ignota fuori dalla Russia ma celebre in patria per avere documentato a lungo sui social la sua vita di adolescente fra droga e glamour. In carcere - nel penitenziario femminile di Tosnensky, non lontano da San Pietroburgo, dove è a metà della pena che deve scontare, 7 anni e 10 mesi - ha contratto varie malattie gravi ai polmoni e rischia di morire. La madre chiede che venga rilasciata per curarla; ma una lite con una guardia del carcere, riporta l'avvocato dell'ong che segue il suo caso, ha vanificato questa speranza.
La carriera da "influencer" su Dvach - Tutto è cominciato nel 2015. Lada e il fidanzato dell'epoca (ora sparito), vengono arrestati con l'accusa di produrre e vendere anfetamine. Lei, allora 19 anni, era già da tre una specie di star di 2ch.ru, detto Dvach, un canale web di video e contenuti anonimi che è tuttora il forum più frequentato in Russia: i suoi video documentavano e praticamente recensivano le sue esperienze con varie droghe: marijuana (molta) ma anche pillole, coca, grandi dosi di superalcolici. A casa o nei locali di Mosca e San Pietroburgo: era sempre in viaggio. Con lei un amico, Alexander, che sarebbe morto nel 2016 di overdose da metadone.
Così la polizia incastrò Lada - Un pomeriggio la chiama un conoscente di nome Yura. Insiste moltissimo - "mi chiamò settanta volte, sembrava impazzito" - perché lei gli venda due etti di anfetamine. Lei non li ha. La raffica di chiamate, sempre a decine al giorno, dura due mesi. Yura passa presto alle minacce. Queste pillole, dice, gli servono per un amico di nome Edik. "Edik" è in realtà un agente della narcotici in borghese; al processo Yura non sarà mai nemmeno interrogato. A incastrare Lada, il giorno dell'acquisto, "Edik" (in ferie) manda una collega, che si presenta come la sua fidanzata; Lada le dà una bustina piena di polveri cosmetiche, prese dai cassetti della madre che è operaia in una fabbrica di ombretti a Mosca. I due capi d'accusa con cui è arrestata si contraddicono tra loro: spaccio di sostanze stupefacenti (che però erano cipria) e tentata frode. Nelle sue deposizioni al processo racconta di non aver mai prodotto droga, e aver dato queste polverine al finto cliente perché terrorizzata dalle centinaia di telefonate. Il giudice non si impietosisce, e Lada Malova finisce in carcere.
Detenuta modello - Al penitenziario di Tosnensky diventa presto una detenuta modello, tanto che la tv di Stato la riprende in un documentario sulla riabilitazione dei detenuti mentre fabbrica piccole civette giocattolo. La madre Lyudmila, di lei, non ha altro che una di queste civette, regalatele dalla figlia: Lada non può ricevere visite. A maggio scorso, nelle telefonate alla madre, ha cominciato a lamentare fiato cortissimo, stanchezza cronica. Un test sierologico mostra che in prigione ha contratto - e superato - il Covid, ma i suoi polmoni mostrano sintomi di varie altre malattie: tubercolosi, fibrosi polmonare, e una sarcoidosi polmonare che a oggi è al terzo stadio. La sua epilessia, di cui soffre da sempre, si è aggravata, e ha sintomi schizofrenici. Dopo la diagnosi, a luglio, la madre ha chiesto che venisse ospedalizzata; ma Lada Malova è stata rimandata in cella, e da allora peggiora vistosamente.
Gli appelli: "liberatela" - "Costretta a fare gli esercizi mattutini dalle guardie, senza nemmeno avere le forze per rifarsi il letto", riporta il suo avvocato Aleksej Pryanashnikov al sito russo Meduza.io, spiegando anche che "la sarcoidosi, l'unica malattia che le è stata diagnosticata finora, non rientra tra quelle che l'ordinamento ritiene sufficienti per lasciare il carcere".
Dunque Malova resta in cella: l'ultima decisione per la scarcerazione di un malato, "anche terminale", spetta al giudice; e la celebrità di cui Malova godeva da teenager per i suoi video glamour di sballi e vita notturna gioca sempre a suo sfavore.
Nel frattempo la cura per la sarcoidosi con farmaci steroidei ha causato una tubercolosi, spiega il suo avvocato; nelle lettere alle amiche Malova scrive di biopsie in arrivo e di un imminente trasferimento in un carcere della Carelia (è invece stata trasferita in Mordovia, e la madre lo ha saputo solo il 14 marzo scorso, una settimana dopo). I suoi sintomi sono simili a quelli che lamenta Aleksej Navalny, per cui è stata ipotizzata una tubercolosi; la sorte dei due detenuti è un'incognita che il mondo sta a guardare.
di Dimitri Bettoni
Il Manifesto, 8 aprile 2021
Il maxi processo si chiude con dure pene carcerarie (tra cui 32 ergastoli) e accuse di torture e pestaggi in cella. Ma non c'è luce sulle responsabilità politiche né sui legami tra l'Akp di Erdogan e la rete Hizmet di Gulen. Il ruolo europeo si riduce al penoso siparietto della sedia negata a Von der Leyen. Si è concluso ieri il maxi-processo noto come "processo del reggimento della guardia presidenziale", dal nome della prestigiosa unità dell'esercito turco coinvolta nel tentato golpe del 2016 e per questo successivamente disciolta.
I giudici della 19a Alta Corte Penale di Ankara hanno comminato sentenze di condanna per 149 dei 497 imputati, inclusi 32 ergastoli di cui sei aggravati, provvedimento che nega ogni futura possibilità di libertà condizionale. Ad altri 106 imputati sono state inflitte condanne variabili tra i sei e i 16 anni, per gli 11 ancora latitanti non si è giunti a sentenza definitiva.
Tra i condannati anche Umit Gencer, il tenente colonnello che la sera del 15 luglio 2016 obbligò la presentatrice della televisione pubblica TRT Tijen Karas a leggere in diretta nazionale il comunicato dell'autoproclamato Consiglio "Pace a Casa", con cui si annunciava il golpe al paese.
Il processo era parte del filone di azioni giudiziarie scaturito dal tentato golpe in Turchia del 2016, durante il quale 251 civili furono uccisi e oltre 2mila feriti nel tentativo riuscito di fermare le fazioni golpiste dell'esercito. Iniziato nell'ottobre 2017 per un totale di 243 udienze, il processo ha visto alla sbarra militari accusati di essere membri della rete religiosa chiamata Hizmet (o con il dispregiativo Cemaat) e guidata dall'imam Fethullah Gulen, per il governo ideatore del tentato golpe. Ankara lo accusa di essere dietro una lunga campagna per rovesciare lo Stato attraverso l'infiltrazione nelle istituzioni turche. Gulen, ex alleato di Erdogan, ha sempre negato ogni responsabilità.
Mentre si avviano alla conclusione i processi a carico di militari, funzionari statali e semplici cittadini accusati di simpatizzare per le forze golpiste, non è mai stato possibile fare chiarezza sulle responsabilità politiche del tentato golpe. A nulla sono serviti i tentativi dei partiti di opposizione di istituire una commissione che fornisse al parlamento turco gli strumenti per fare luce sui legami tra mondo della politica e le formazioni golpiste. Il riferimento va in particolare, ma non esclusivamente, alla storica alleanza tra l'Akp di Erdogan e la Hizmet di Gulen, oggi argomento tabù, e dal cui collasso negli anni a cavallo tra il 2009 e il 2013 si può far risalire la catena di eventi che avrebbe poi condotto ai carri armati del 15 luglio.
La composizione delle forze golpiste, le dinamiche degli eventi e le responsabilità individuali e collettive del golpe continuano a essere in Turchia oggetto di un dibattito pubblico acceso, ma appena sussurrato, reso pericoloso dal clima tossico, in cui non allinearsi alla narrativa ufficiale corrisponde, agli occhi delle autorità, a un'effettiva ammissione di solidarietà verso i golpisti e di conseguenza ad azioni giudiziarie ed extra-giudiziarie anche molto pesanti.
L'auspicata verità che scaturisce dalle aule di tribunale continua a essere macchiata dalle accuse di pestaggi, violenze e torture nelle carceri, denunciate più volte da Amnesty International, dall'uso sistematico di leggi speciali che hanno reso i procedimenti giudiziari torbidi e dal progressivo restringimento del diritto di difesa nelle aule di tribunale. Vicende su cui l'Europa avrebbe potuto provare a esercitare una sua influenza regionale, in un tempo in cui la candidatura turca all'Unione era ancora credibile. Ma che oggi si rivela nel penoso siparietto della seggiola negata alla presidente della Commissione Von der Leyen durante l'incontro con Erdogan, sintomo visibile dell'impotente e alquanto cinico assistere dell'Europa al consumarsi della tragedia turca.
Al di là del desiderabile fallimento dell'ennesimo golpe militare, di cui la Turchia è stata fin troppe volte periodicamente vittima nel corso del XX secolo, gli eventi del 15 luglio 2016 hanno rappresentato il culmine violento di uno scontro di potere intestino che ha prodotto una vittima: la democrazia turca.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 aprile 2021
Al 31 marzo 2021, su un totale di 53.509 detenuti 17.131 sono stranieri e molti subiscono maggiormente la custodia cautelare in carcere. Gli stranieri subiscono maggiormente la custodia cautelare in carcere, nonostante siano autori di reati meno gravi. Al 31 marzo 2021, su un totale di 53.509 detenuti 17.131 sono stranieri.
di David Allegranti
La Nazione, 7 aprile 2021
Il caso della sezione femminile di Rebibbia: 56 casi di contagio. Salgono a 54 le detenute positive nel carcere di Rebibbia, a Roma. La scorsa settimana erano 40. Anche sei agenti sono stati contagiati, dice il sindacato di polizia penitenziaria SPP. "Vista l'entità del numero dei contagi - dice il segretario Aldo Di Giacomo - potrebbero seriamente iniziare a mancare i posti in isolamento sanitario.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 7 aprile 2021
Sull'ergastolo ostativo scatta il solito tic nazionalista contro la Cedu. In attesa del pronunciamento della Corte costituzionale, che ha prolungato la discussione sulla legittimità costituzionale dell'ergastolo ostativo, sui media è partita la grancassa di chi tenta di condizionare i giudici paventando il rischio di un cedimento alla criminalità organizzata. Anzi, di un vero e proprio favore ai mafiosi.
di Piercamillo Davigo
Il Fatto Quotidiano, 7 aprile 2021
In questi giorni ci sono state ulteriori polemiche sulle intercettazioni. Per poterne discutere è opportuno avere chiari alcuni termini del problema. Secondo la Costituzione della Repubblica Italiana (art. 15) la limitazione della libertà e della segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione si applica "soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria e con le garanzie stabilite dalla legge".
Questo primo dato spazza via i confronti numerici fra le intercettazioni fatte in Italia e quelle fatte all'estero. Mentre in altri Stati l'esecutivo può disporre intercettazioni, in Italia tutte le intercettazioni devono essere disposte o autorizzate dall'autorità giudiziaria: persino quelle effettuate dai servizi di sicurezza per ragioni diverse da quelle collegate a processi penali devono essere autorizzate da un magistrato (nella specie il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte d'appello di Roma).
Quando si afferma che negli Stati Uniti d'America si fanno meno intercettazioni che in Italia si dice una cosa non vera. Certo che negli Usa ci sono meno autorizzazioni giudiziarie, ma, per esempio, la National Security Agency effettua centinaia di milioni di intercettazioni (fra l'altro intercettò anche i vertici politici europei) senza alcun bisogno di autorizzazioni giudiziarie. Quanto alle garanzie previste dalla legge, in ambito processuale, le intercettazioni devono essere autorizzate dal giudice. In casi di urgenza il pubblico ministero può disporle direttamente, ma immediatamente e comunque entro 24 ore deve chiedere la convalida al giudice e se questa non interviene nelle successive 24 ore, le intercettazioni non possono proseguire e i risultati non sono utilizzabili. Le intercettazioni possono essere disposte solo per determinati reati (quelli puniti con pena superiore nel massimo a cinque anni di reclusione e altri specificati) e l'autorizzazione può essere data solo se è assolutamente indispensabile per la prosecuzione delle indagini.
Ottenuta l'autorizzazione, il pubblico ministero può disporre le operazioni per non oltre 15 giorni, salvo proroghe del giudice per periodi di pari durata massima (i termini sono maggiori per la criminalità organizzata). Per disporre le intercettazioni è necessario che sussistano gravi indizi di reato (sufficienti anziché gravi per la criminalità organizzata): attenzione non gravi indizi colpevolezza a carico di qualcuno, ma che un reato sia stato commesso.
Questo significa che non deve essere intercettato solo chi è raggiunto da gravi indizi di colpevolezza, ma può esserlo chi è estraneo al reato o ne è vittima. Ad esempio nei sequestri di persona a scopo di estorsione vengono intercettati parenti e amici del sequestrato nella speranza di individuare i sequestratori che chiamano per chiedere il riscatto. Quindi non ha senso lamentare che una persona è stata intercettata anche se estranea al reato.
Ci sono alcuni limiti, ma essendo eccezioni non sono estensibili: così non possono essere intercettate le conversazioni fra imputato (o persona sottoposta a indagini) e il suo difensore. Tale divieto non esiste rispetto ad altri detentori di segreti professionali (un commercialista un medico). I giornalisti possono opporre il segreto sulla identità delle loro fonti, ma non esiste un divieto di scoprire tali fonti. Rimane il fatto che la Corte europea dei diritti dell'uomo ha affermato che i giornalisti, in un sistema democratico, svolgono una funzione essenziale: quella di informare l'opinione pubblica, sicché indagini troppo invasive su di loro non sono lecite se possono compromettere questa funzione, ma solo per la funzione non per la persona.
Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Trapani, secondo le agenzie di stampa, ha dichiarato: "La giornalista Nancy Porsia è stata intercettata per alcuni mesi nella seconda metà del 2017, perché alcuni soggetti indagati facevano riferimento a lei che sí trovava a bordo di una delle navi oggetto di investigazioni.
Nessun altro giornalista è stato oggetto di intercettazioni. In ogni caso, voglio sottolineare subito che nella informativa riepilogativa dell'intera indagine depositata nello scorso mese di giugno, non c'è alcuna traccia delle trascrizioni delle intercettazioni della giornalista". Non sembra che in questo caso ricorrano situazioni fra quelle che possono incidere sul diritto-dovere di informare.
Purtroppo le leggi ad personam hanno fatto venire a tanti in Italia la voglia di avere uno status speciale, cioè di non essere chiamati a rispondere indeterminate ipotesi o per particolari reati, o di non poter essere destinatari di atti di indagine. Bisognerebbe, però, ogni tanto ricordare che l'art. 3 della Costituzione dice che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge.
- Intercettazioni. Cartabia manda gli ispettori a Trapani. Fnsi: "Adesso interventi legislativi"
- Giustizia, il M5S non la spunta sul Trojan "pigliatutto"
- Decine di avvocati spiati con i loro assistiti: "Così si viola il diritto di difesa"
- Garanzie e libertà non possono essere la Cenerentola del diritto
- Campania. Carceri, tra sovraffollamento e Covid la situazione è critica










