di Francesca Santolini
Il Domani, 7 aprile 2021
Mentre si polemizza sull'affidamento della delega per la politica antidroga alla ministra Fabiana Dadone, c'è un nodo che rimane irrisolto e che risente dell'influenza delle lobby. La decisione del premier Mario Draghi di affidare la delega per le politiche antidroga alla ministra Fabiana Dadone ha scatenato una forte polemica da parte delle forze di centrodestra.
Da Fratelli d'Italia a Forza Italia alla Lega, gli oppositori giudicano inopportuno far gestire la materia a un esponente politico dichiaratamente antiproibizionista come il ministro per le Politiche giovanili. A dimostrazione di come, la canapa, o cannabis, sia ancora oggi una pianta circondata da pregiudizi, che si ripercuotono anche sul piano legislativo, con riflessi negativi sui cittadini e l'economia.
"Cannabis", "canapa", "cannabis light", "canapa industriale", "canapa terapeutica" sono tante le definizioni attribuite a questa pianta, come tante sono le sue destinazioni d'uso. La canapa terapeutica, o cannabis terapeutica, viene utilizzata per il trattamento di persone affette da varie patologie come cancro, sclerosi, glaucoma: riduce il dolore causato dagli spasmi dei malati di Sla (Sclerosi laterale amiotrofica), stimola l'appetito di chi è sottoposto a chemioterapia, fino ad essere utilizzata come antiepilettico nei casi di epilessia farmaco-resistente. In questo caso le varietà contengono un principio attivo benefico: il Thc (tetraidrocanbinolo), la molecola antidolorifica ma anche psicotropa che talvolta viene utilizzata come sostanza d'abuso.
Nel caso della cannabis terapeutica il Thc è al di sopra dello 0,2 per cento (limite previsto per la cannabis light o canapa industriale), ed è proprio per questo che in Italia la coltivazione e la produzione sono consentite solo allo stato e non ai privati. Con delle conseguenze paradossali sia dal punto di vista medico sia economico. In Italia l'unico ente autorizzato dal ministero della Sanità a produrre cannabis terapeutica è l'Istituto farmaceutico militare di Firenze. Pur essendo un centro di eccellenza, l'Istituto non riesce a soddisfare con la sua produzione il fabbisogno dei malati del nostro sistema sanitario nazionale.
Diventa dunque inevitabile acquistare cannabis medica da compagnie estere a prezzi esorbitanti. Un caso clamoroso risale al 13 giugno 2019 con la pubblicazione da parte del ministero della Difesa di un bando il cui titolo recitava: "Gara procedura aperta accelerata per la fornitura di 400 kg di cannabis per le esigenze dello stabilimento chimico farmaceutico di Firenze". Una gara a cui nessun produttore italiano avrebbe mai potuto partecipare, perché in Italia la cannabis terapeutica, medica e ludica non può essere coltivata da privati.
A leggere il verbale, redatto il 3 luglio 2019, non solo nessuna società è riuscita ad aggiudicarsi la gara, ma tutte le società che hanno partecipato al bando erano straniere: Tilray Portugal, Medical organic cannabis Australia, Aurora Deutschland e Canopy growht Germany. Perché prevedere ingenti spese di fondi pubblici (nel caso specifico un milione e 520mila euro al netto di iva) per ottenere dall'estero quanto si potrebbe produrre facilmente nel nostro paese sotto la guida dell'Istituto chimico farmaceutico?
Domanda e offerta - L'International narcotic control board (che monitora la movimentazione della sostanza nei vari paesi) stima che il fabbisogno di cannabis terapeutica dell'Italia sia di circa due tonnellate l'anno, a fronte di una capacità produttiva di circa 150 chili da parte dello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze. La crescente domanda viene soddisfatta con cannabis acquistata in larga parte dall'Olanda e da Israele.
Secondo l'avvocato Giacomo Bulleri, uno dei massimi esperti legali sulla cannabis industriale e terapeutica in Italia, "la soluzione non può che arrivare da una scelta politica chiara che sinora è mancata. Da un lato c'è un difetto nella catena di comunicazione dei dati circa il fabbisogno della cannabis, il che porta il ministero a sottostimare le quantità. Dall'altro occorre aprire a partnership con aziende private che ben potrebbero produrre per conto e in favore dello stato, tra l'altro condividendo un consolidato know-how in materia".
La canapa industriale - Diverso invece è il caso della canapa industriale, le cui varietà contengono una dose estremamente bassa di Thc, e quindi teoricamente potrebbero essere utilizzate senza sollevare alcun problema giuridico. E invece anche qui le regole sono di difficile interpretazione. A normare la materia in questo caso è la legge numero 242 del 2016 che consente a tutti la coltivazione della canapa industriale. Il problema è che la legge non è stata di fatto coordinata con le relative normative di settore, né tanto meno con la normativa europea. Ad esempio, nel codex alimentarius si prevede che si possa utilizzare soltanto il seme della canapa industriale e non le altre parti della pianta. Un vero peccato, perché probabilmente pochi sanno che una delle caratteristiche più interessanti della canapa è che non si butta via nulla. Le possibilità di utilizzo sono molteplici: dal fusto si possono produrre fibra, materiali edili o biocarburanti; dalle infiorescenze, oli essenziali, tisane, farmaci e cosmetici; dai semi, farina ed olio di semi. La versatilità della canapa è la base del suo basso impatto ambientale.
Una questione di lobby - E allora perché non creare una filiera agricola legale e trasparente che possa essere valorizzata nell'economia agraria italiana? "Numerose lobby temono la canapa per ragioni diverse: il suo utilizzo come biomassa per la produzione di carta o energia rinnovabile, ma soprattutto il suo impiego in medicina. Dal punto di vista farmacologico la canapa ha moltissime proprietà conosciute e meno conosciute che potrebbero essere sfruttate. La ricerca viene però spesso rallentata dalle amministrazioni e trova scarsi finanziamenti nel privato, all'apparenza per un pregiudizio duro a morire, ma in verità per le attente mosse del settore farmaceutico", racconta Marco Martinelli, ricercatore in biotecnologie vegetali alla scuola Sant'Anna di Pisa e autore del saggio "Io sono la cannabis" (Lupetti Editore).
Un recente studio pubblicato dall'Università di Catanzaro insieme all'Università di Rotterdam e all'Università Cattolica di Lovanio, in Belgio, ha correlato la diffusione della cannabis light all'interno delle città italiane tra il 2017 e il 2018 con i dati relativi al consumo di farmaci nelle farmacie dei medesimi centri urbani. Il numero di vendite di farmaci è diminuito in media dell'1,6 per cento ma con dei settori specifici. Le scatole di ansiolitici prescritte dai medici e vendute dalle farmacie sono diminuite significativamente dell'11,4 per cento, mentre il numero di antipsicotici è diminuito del 4,8 per cento.
"Considerando che il business degli ansiolitici in Italia porta nelle tasche delle case farmaceutiche circa 350 milioni di euro, un calo del 10 per cento delle vendite a causa della cannabis, sarebbe probabilmente una perdita troppo consistente", dice Martinelli.
La vicenda paradossale della canapa - una vicenda, sinora, di miopia e di occasioni perdute - è un simbolo, quasi una metafora. Ci racconta di un paese incapace di affrontare le sfide della complessità, senza lasciarsi condizionare da lobby, da tenaci condizionamenti culturali, da pregiudizi ideologici.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 7 aprile 2021
Rinnovata la custodia cautelare dello studente dell'Università di Bologna. Rifiutata la richiesta di deferire il caso ad un altro tribunale. Amnesty: governo convochi ambasciatore egiziano. La Corte d'assise del Cairo ha rinnovato di altri 45 giorni la detenzione del ricercatore egiziano all'Università Bologna Patrik Zaki. Lo riferisce Ansa la sua legale, Hoda Nasrallah, sottolineando che è stata inoltre respinta la richiesta, presentata ieri dalla difesa, di un cambio dei giudici che seguono il caso. L'udienza si era svolta ieri ma l'esito si è appreso solo oggi.
Ieri sempre la sua legale si era detta preoccupata delle condizioni psico-fisiche dello studente 29enne e ha spiegato di non aver nemmeno potuto parlare con il suo assistito. Inoltre gli attivisti della campagna a sostegno della liberazione di Patrick hanno confermato come ai rappresentanti diplomatici generalmente presenti durante l'udienza non sia stato permesso di raggiungere l'aula.
"Quello che la difesa aveva dichiarato ieri, che c'era un accanimento giudiziario nei confronti di Patrick è confermato dalla decisione di oggi che è crudele, dolorosa. Vorremmo che il Governo italiano facesse subito una cosa, perché può farla subito: convocare l'ambasciatore egiziano a Roma per esprimere tutto lo sconcerto per questo accanimento e chiedere che sia rilasciato", ha spiegato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International in Italia.
"Il prosieguo della detenzione di Patrick Zaki è un intollerabile abuso. Patrick, però, non è solo e vogliamo dimostrarglielo. Il 7 maggio prossimo, a quindici mesi dall'inizio della sua detenzione, in tutta Italia, terremo accesa Una luce per Patrick". Lo dicono la deputata Lia Quartapelle, responsabile Esteri Pd, il deputato Dem Filippo Sensi e il presidente Ali e sindaco di Pesaro Matteo Ricci. "È un'iniziativa a cui parteciperanno tutti i comuni aderenti ad Ali, le Autonomie Locali Italiane, che terranno le luci dei municipi accese e tutte le cittadine e i cittadini che vorranno manifestare la propria vicinanza allo studente di Bologna, accendendo una candela alle finestre", proseguono. "Respinta la richiesta del cambio dei giudici per #PatrickZaki, altri 45 giorni di detenzione, di tortura. Non è più tollerabile. Non è sopportabile. Il governo corra sulla cittadinanza italiana, la pressione sull'Egitto sia forte, chiara. Così non si va avanti", ha aggiunto Sensi su Twitter. "All'ennesimo rinvio di 45 giorni, è difficile trovare le parole per chiedere all'Egitto di liberare un ragazzo di 20 anni, innocente.
Il triste calvario di Patrick si allunga ancora. La mobilitazione per la sua liberazione deve cambiare passo e coinvolgere le istituzioni ad ogni livello", è il commento di Erasmo Palazzotto deputato LeU. "Persegue il martirio di Zaki. Con la decisione di oggi continua la vergogna di una detenzione senza senso. Altri 45 giorni di supplizio che non sono solo disumani per Patrick, ma un'autentica provocazione nei confronti dell'Italia e dell'Europa che con forza hanno chiesto la scarcerazione", dichiara in una nota l'eurodeputato Giuliano Pisapia.
Lo studente egiziano dell'università di Bologna è accusato della pubblicazione di post critici verso il governo del suo Paese sulla base di una serie di post Facebook pubblicati da un account che la difesa definisce non legale. La detenzione di Zaki, che ha 29 anni, dura dall'8 febbraio dell'anno scorso ed era stata prorogata per ulteriori 45 giorni il primo marzo scorso.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 7 aprile 2021
A mezzanotte del 3 aprile è stata resa pubblica una lettera aperta di critica al mega progetto governativo del Canale di Istanbul. Ieri, con un'inchiesta lampo, dieci ex ammiragli turchi sono stati arrestati per averla firmata. Facciamo un passo indietro: il presidente Erdogan ha un pallino fisso, aprire un canale a sinistra del Bosforo per incrementare il flusso commerciale dal Mar Marmara a sud di Istanbul e il Mar Nero a nord. Ci pensa dal 2011. Non è solo un pensiero, è già in parte realtà: a fine marzo il governo ha approvato il piano. Il "folle progetto", così definito dallo stesso Erdogan che lo considera uno tra i più strategici dei suoi mega piani infrastrutturali, sta per partire, almeno a sentire il ministro dei trasporti Karaismailoglu: "Poco tempo e la costruzione comincerà".
Il Kanal Istanbul, in stile Suez e Panama, avrebbe una lunghezza di 45 km e un costo stimato di 9,2 miliardi di dollari. Permetterebbe il transito di 160 navi al giorno, alleggerendo il Bosforo, tra i più affollati del mondo (53mila navi l'anno, contro le 19mila di Suez). La lista dei dubbiosi è lunga, quasi quanto quella delle criticità. Ingegneri, ambientalisti, attivisti, alti funzionari militari in pensione, lo stesso sindaco Imamoglu non lo vogliono e protestano da un bel po'. Per tanti motivi diversi. La costruzione del canale e il piano urbanistico - decisi violando le regole, senza consultare ong, associazioni, comitati di quartiere che temono già un boom di bustarelle - avrebbe effetti significati su una città da 15 milioni di abitanti. Provocherebbe un decremento notevole nell'approvvigionamento di acqua potabile e ridurrebbe al minimo l'ultima area verde di Istanbul, i 350 ettari della foresta della promessa del sultano Mehmet II, una volta presa Costantinopoli: "A chiunque taglierà un ramo della mia foresta, taglierò la testa".
Un ecocidio, lo definì al National Geographic tre anni fa Cihan Basyal, accademico e membro del Northern Forests Defense, a cui si aggiungerebbe il trasferimento forzato di decine di migliaia di residenti di Istanbul e la perdita di sostentamento per contadini e pescatori. Al loro posto grattacieli e residenze di lusso, che hanno già fatto impennare i prezzi delle abitazioni (da 25 dollari al metro quadro a 800).
Già nel 2013 i residenti denunciarono il governo per gli espropri subiti e i risarcimenti troppo bassi, senza successo. Infine, ed è qui che risiede la preoccupazione dei 104 ex vertici della Marina, violerebbe la Convenzione di Montreux. O meglio, la bypasserebbe perché quel trattato copre solo lo stretto dei Dardanelli e il Bosforo. Lo ha detto Erdogan lo scorso gennaio: "Non preoccupatevi, (il canale di Istanbul) è del tutto fuori da Montreux".
Firmata nel 1936, la Convenzione garantisce il transito di navi civili nei due passaggi di mare sia in tempo di pace che di guerra e limita l'accesso delle navi militari di paesi terzi. Secondo i firmatari della lettera aperta, Montreux ha permesso alla Turchia di restare neutrale durante la Seconda guerra mondiale, evitando da un conflitto devastante per una nazione appena nata.
Ma il Kanal Istanbul apre nuovi scenari. A preoccupare gli ex ammiragli, è la riduzione della sovranità turca e la possibile militarizzazione del Mar Nero con tutto quel che ne consegue in termini di tensioni internazionali, soprattutto con la Russia che su quel lago si affaccia e che con Ankara mantiene un rapporto di alleanza-rivalità sempre sul punto di collassare.
La presa di posizione (che è seguita a una lettera simile firmata il 2 aprile da ben 126 ex ambasciatori turchi) non è piaciuta al governo né a una magistratura sempre più erdoganizzata: il procuratore capo di Ankara ha subito aperto un fascicolo e un giorno dopo 10 ammiragli in pensione finivano in manette e altri quattro venivano convocati per essere interrogati. Sono accusati di aver minato alla sicurezza dello Stato e all'ordine costituzionale.
Hanno immediatamente perso la pensione, annullata ieri. Esponenti del governo e lo stesso presidente si sono spesi in condanne aspre dell'iniziativa: "È un golpe politico", ha detto Erdogan. Eppure tra gli arrestati ci sono nazionalisti di ferro, come Cem Gurdeniz, il teorico della Patria Blu, ovvero della dottrina - resa pratica da Erdogan - di ampliamento delle acque territoriali turche nell'Egeo a scapito di Cipro e della Grecia.
di Tanguy Berthemet*
La Repubblica, 7 aprile 2021
Il nuovo presidente Mohamed Bazoum, da poco insediatosi come capo di uno degli Stati più poveri del mondo, dovrà prepararsi a numerose sfide; oltre alle contestazioni politiche dovrà confrontarsi con l'aggressiva penetrazione dei gruppi terroristici spesso n lotta tra loro. Mohamed Bazoum, presidente del Niger eletto lo scorso febbraio, non si è insediato fino al 2 aprile, eppure nei mesi intercorsi tra elezione e giuramento è stato vittima di un tentativo di colpo di Stato.
Un episodio più simile a una sommossa bloccata in tempo che a un vero e proprio colpo di mano, ma ciò la dice lunga sulle difficoltà politiche e i problemi di sicurezza che attendono il nuovo capo dello Stato. Questo fatto si somma alle manifestazioni dell'opposizione, che non accetta i risultati delle urne e grida al broglio, e anche alla riapparizione delle violenze islamiste che, dopo un periodo di tregua, hanno causato parecchie decine di morti nelle ultime settimane.
Il tentato colpo di Stato - "Il colpo di Stato" ha preso il via davanti alle cancellate della vasta tenuta presidenziale, a Niamey, nella notte tra il martedì e il mercoledì precedenti l'insediamento. Poco prima delle delle tre di notte, una serie di colpi di arma da fuoco rimbombavano nell'aria. "Per mezz'ora la sparatoria è stata intensa, con armi pesanti e leggere", ha dichiarato a France Presse un abitante del quartiere Plateau, dove si trova la residenza del presidente. Gli assaltanti non sono riusciti a entrare nel palazzo e la situazione, il giovedì, era di calma. Il governo ha immediatamente denunciato "un tentativo di colpo di Stato", "un atto vile", senza precisare altro. Secondo fonti ufficiali, all'origine di questo sommovimento ci sarebbero dei militari e sarebbero stati effettuati "numerosi arresti", mentre prosegue la "frenetica ricerca" di altri golpisti.
Il ruolo dell'esercito - Un ufficiale dell'aeronautica è sospettato di esserne l'organizzatore, insieme a uomini delle Forze speciali d'informazione e sicurezza, un corpo d'élite. "Hanno tra loro vincoli stretti e non accettano la sconfitta", afferma un responsabile nigerino. Il potere accusa una parte dell'esercito di essere vicino all'opposizione, di avere addirittura istigato le violente manifestazioni seguite all'annuncio dei risultati delle elezioni presidenziali. A fine febbraio, con queste accuse è quindi finito in carcere Moumouni Boureima, ex Capo di Stato Maggiore, insieme a Hama Amadou, uno dei principali oppositori. "Sono note le tensioni che pervadono il tessuto dell'esercito e questo colpo di mano non è del tutto una sorpresa. Lo è invece che siano riusciti a organizzarsi, perché quella frangia inquieta di militari è tenuta sotto attenta osservazione, in questo periodo", afferma uno specialista in sicurezza del Sahel.
Inquietudine non priva di fondamento. L'arrivo al potere di Mohamed Bazoum, che succede a Mahamadou Issoufou e a cui è molto vicino, rappresenta la prima transizione pacifica del potere nella storia del Niger. Un debutto, in un paese segnato dai colpi di Stato; ne ha vissuti infatti quattro - il primo, nel 1974, ebbe come bersaglio Hamani Diori e l'ultimo, nel 2010, rovesciò Hamani Diori - oltre a un numero notevole di tentativi.
L'islamismo armato - Eppure l'agitazione dei militari e le pressioni dell'opposizione non sono le sfide più difficili che il nuovo presidente dovrà affrontare. L'influsso dell'islamismo armato non smette di estendersi nel Niger e sulle sue popolazioni, complici le fragilità di uno degli Stati più poveri del mondo. La prova più evidente la si è avuta il 21 marzo: proprio lo stesso giorno in cui la Corte costituzionale confermava la vittoria di Mohamed Bazoum, almeno 137 persone venivano assassinate in tre villaggi nei dintorni di Tilia, una città a nord di Niamey, vicina alla frontiera con il Mali. In un comunicato il governo ha dichiarato che "banditi armati" hanno assalito i borghi di "Intazayene, Bokorate e degli accampamenti nella zona di Akifakif". Tuareg e, in minor numero, Djerma, ne sarebbero rimasti vittime.
Quando si sono verificati quegli attacchi mortali sono anche avvenuti saccheggi e furti di bestiame nel vicino Mali. Sei giorni prima c'era stato un massacro nella regione delle tre frontiere, una zona a cavallo tra Niger, Mali e Burkina Faso; quasi 60 civili uccisi e, oltretutto, le vittime erano state scelte. "Gruppi di individui armati non ancora identificati hanno scorto quattro veicoli che trasportavano passeggeri di ritorno dal mercato settimanale di Bani Bangou (...). Questi individui hanno vigliaccamente e crudelmente giustiziato i passeggeri, bersagli mirati", spiegava un comunicato del governo. A gennaio, nella stessa zona, un centinaio di persone erano state assassinate.
Tali massacri non sono stati rivendicati ma sono avvenuti in luoghi in cui la presenza dello Stato Islamico del Grande Sahara (SIGS) è forte, soprattutto nella regione di Tahoua. In quest'area estesissima, dove lo Stato è praticamente assente, le popolazioni locali si sono organizzate in milizie. Secondo una fonte che interviene nelle mediazioni locali, nei due mesi precedenti le milizie avevano intensificato i raid contro le comunità di lingua fula e i Daoussak (entrambe popolazioni di lingua ovest-atlantica, particolarmente numerose in Nigeria, Niger, Mali, Guinea, Camerun e Senegal. Sono soprattutto pastori e agricoltori. N.d.T.). "I massacri sono quindi, almeno in parte, una specie di vendetta dopo quei raid oppure un richiamo all'ordine da parte dello SIGS", spiega la nostra fonte.
Uno snodo importante per i traffici - Da mesi il SIGS accresce la pressione in questa zona del Niger e sulla città di Tassara, che è controllata da gruppi armati arabi e rappresenta uno snodo importante per il controllo delle vie del commercio e di vari traffici, molto redditizi, tra il nord -verso l'Algeria, la Libia o il Marocco - e la città di Gao, a sud. Un interesse di tipo strategico, dunque. Gli osservatori temono che se Niamey non interviene le milizie locali, per proteggersi, ricorrano al grande rivale del Sigs, e cioè il Gruppo di sostegno all'Islam e ai musulmani (Gsim), legato ad Al Qaeda e, per il momento, ancora poco attivo nel Niger. Una prospettiva che di certo non facilita l'incarico, già molto arduo, di Mohamed Bazoum.
*Traduzione di Monica Rita Bedana)
ilpost.it, 7 aprile 2021
Lunedì alcuni uomini armati hanno distrutto con degli esplosivi una parte di una prigione nella città di Owerri, nel sudest della Nigeria, facendo evadere 1.844 persone che erano detenute nella struttura. 35 detenuti non sono voluti evadere, mentre almeno 6 sono tornati dopo essere inizialmente fuggiti. Un agente di polizia è stato ferito da un colpo di arma da fuoco.
Secondo le autorità, la responsabilità dell'attacco sarebbe da attribuire alla Rete per la sicurezza orientale, l'ala paramilitare del movimento secessionista Indigeni del Biafra, che invece ha negato ogni coinvolgimento. Il presidente Muhammadu Buhari ha definito l'azione "un atto di terrorismo".
La Repubblica del Biafra fu uno stato secessionista del sudest della Nigeria, nella zona che si affaccia appunto sul golfo del Biafra e dove esistono i maggiori giacimenti di petrolio del paese. La sua indipendenza durò dal 1967 al 1970 e provocò in quegli anni la guerra civile nigeriana, al termine della quale il Biafra venne reincorporato nella Nigeria. Il conflitto causò la morte di milioni di persone, anche per la fame dovuta al blocco sull'accesso di beni di prima necessità messo in atto dal governo centrale nella regione.
Negli ultimi anni i movimenti secessionisti si sono in parte riattivati e le forze di sicurezza nigeriane hanno sempre represso le proteste con la forza, uccidendo in alcuni casi i protestanti pacifici pro-Biafra. Negli ultimi mesi nella regione sudorientale della Nigeria ci sono stati diversi attacchi a stazioni di polizia e altre strutture, che sono stati spesso attribuiti agli Indigeni del Biafra. Il gruppo però ha sempre negato le responsabilità.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 aprile 2021
Il sovraffollamento persiste e il Covid infesta le carceri. Secondo gli ultimi dati del Dap, i detenuti sono diminuiti di soli 188 unità. Nel frattempo il Covid si diffonde sempre di più e la campagna vaccinazione è ancora a rilento a causa delle regioni che non si muovono in maniera uniforme. Secondo il garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma, l'Abruzzo è ai primi posti per percentuale di detenuti vaccinati. A seguire la Lombardia, mentre altre realtà come Lazio, Toscana e Molise sono più indietro, anche se l'arrivo del vaccino Johsnon & Johnson monodose potrebbe far compiere un balzo in avanti proprio al Lazio.
di Gian Carlo Caselli
Corriere della Sera, 6 aprile 2021
La mafia è viva e vegeta e non c'è motivo di smantellare quel che funziona, con un distacco dalla realtà incomprensibile. "Perinde ac cadaver": così i Gesuiti esprimono sottomissione assoluta ai superiori. Questa formula ispira chi dà per scontato che la Corte Costituzionale ammetterà i mafiosi ergastolani che non collaborano con lo Stato al beneficio della liberazione condizionale (scelta che di fatto cancella l'ergastolo ostativo).
di Luciana Delle Donne*
Corriere della Sera, 6 aprile 2021
L'esperienza di Officina Creativa e la misurazione dell'impatto sociale. I parametri messi a punto con "Made in carcere" e "2nd Chance". Inclusione, sostenibilità, lavoro e riabilitazione per centinaia di detenuti. Risultato: recidiva quasi a zero, e ora il modello è replicato all'estero.
lavocedeimedici.it, 6 aprile 2021
In Italia la detenzione minorile è un fenomeno fortunatamente marginale nei numeri, con una percentuale di presenze assolutamente trascurabile. Ma quale realtà affrontano questi ragazzi? Quali sono le maggiori problematiche e le possibili soluzioni affinché possano essere riabilitati ed integrati correttamente nella società? Ne parliamo con Sandro Libianchi, Presidente dell'Associazione "Co.N.O.S.C.I." (Coordinamento Nazionale degli Operatori per la Salute nelle Carceri Italiane - www.conosci.org), già dirigente medico nel complesso polipenitenziario di Rebibbia, Roma, specialista in Medicina Interna, Endocrinologia e Patologie da Dipendenza.
Che dimensioni presenta il fenomeno della devianza minorile con arresto e/o detenzione e che iter viene seguito quando a delinquere è un minore?
La presenza giornaliera media nelle carceri italiane è di circa 300 ragazzi (281 al 15 gennaio), mentre molto più elevati sono le presenze e i transiti nei Centri di Prima Accoglienza - CPA (presenze al 15 gennaio: 3, periodo 1-15 gennaio: transitati 30 ragazzi). I CPA sono i luoghi dove i ragazzi arrestati per essere affidati in tempi strettissimi, proprio al fine di non creare "detenzione" o il meno possibile. La legge, infatti, prevede che entro un massimo di 96 ore il magistrato deve indicare quale misura alternativa dare al giovane, cosa che non avviene per gli adulti che possono passare anche mesi o anni prima che sia approvata loro una misura alternativa. L'intero meccanismo di gestione della giustizia minorile è basato su un modello che in Italia funziona molto bene e ci è invidiato dagli altri Paesi, soprattutto extra europei, per la sua altissima valenza socio-rieducativa. Sebbene siano trascorsi quasi 40 anni da quando ci si è dotati di un ordinamento penitenziario che valesse in parte anche per i minorenni, ma che era stato concepito solo per i maggiorenni, un decreto del 2018 ha modificato questo assetto, creando un vero e proprio ordinamento penitenziario minorile. I tempi sono stati molto lunghi, ma sulla base dell'esperienza del modello attuato di cui se ne è valutata la buona funzionalità ben sperimentata in concreto lo Stato ha prodotto una regolamentazione ad hoc (D. Lgs 2 ottobre 2018, n. 121: "Disciplina dell'esecuzione delle pene nei confronti dei condannati Minorenni").
Su quali principi conta il legislatore?
Intanto si considera come prioritario lo sviluppo psicofisico del minore, che comprende anche la sua educazione e responsabilizzazione alla vita sociale. L'intento è quello di prevenire la ricaduta in altri reati. Il minore ha di fronte a sé tutta una vita quindi deve essere ricondotto ad un ragionevole stile di vita il prima possibile. Viene quindi favorito il percorso della giustizia "riparativa", della mediazione penale, che ha una corrispondenza nel settore degli adulti come i Lavori di Pubblica U (LPU). Nell'ambito della giustizia minorile l'aspetto a cui si attribuisce una grande importanza per l'opera di riabilitazione, è proprio la mediazione penale; una procedura delicata e difficile, basti pensare ad esempio alla riconciliazione di una donna anziana che ha subito un reato come uno scippo, il ragazzo e le due famiglie. Sulla base dello studio del reato del ragazzo e del suo contesto familiare, si valuto l'assetto psicologico del giovane ed il contesto familiare della vittima e in queste condizioni l'assistente sociale del Ministero della Giustizia, assieme ai difensori, spesso riesce a fare un'opera di mediazione e quindi di riconciliare il reo con la sua vittima e le famiglie di appartenenza.
Il settore minorile è basato molto sulle misure alternative: può spiegarci come funziona?
Il carcere viene contemplato per una stretta minoranza di giovani, autori dei reati più gravi. All'interno del carcere il minore è sottoposto ad un progetto educativo altamente personalizzato ed i bassi numeri consentono di dedicare tempo e risorse a questo delicato processo. Esiste nel sistema penitenziario una rigida separazione tra i minorenni e gli adulti: il carcere non deve diventare l'università del crimine! Con la peculiarità dei giovani-adulti, ovvero i ragazzi tra i 18 e i 24 anni, che possono rientrare in particolari categorie: coloro che hanno iniziato a scontare la pena da minori, che si trascina fino a quando sono maggiorenni; oppure quelle condanne che arrivano dopo il compimento della maggiore età ed altri casi. Anche le stesse strutture penitenziarie minorili sono generalmente diverse da quelle per gli adulti diverse e sono molto meno costrittive ed accoglienti: Il carcere minorile di Roma - Casal del Marmo è dotato di una serie di residenze all'interno di un grande parco, con ampi spazi di ricreazione (campi, palestra, ecc.). e possibilità di fare sport al suo interno. I ragazzi possono stare al di fuori dalle cosiddette "camere di pernottamento" (le "celle", che hanno assunto questa denominazione proprio per sottolineare il fatto che devono essere usate solo per dormire, ma nel resto della giornata si riesce a coinvolgere i giovani in numerose attività. Il minore può avere un numero di colloqui di persona, più elevati rispetto agli adulti, così come di comunicazioni telefoniche, sebbene ora la pandemia abbia fatto saltare questi schemi, a favore delle videochiamate. Un'attenzione particolare viene attribuita al rispetto della territorialità: anche se il reato viene commesso in una zona distante dalla propria residenza, le limitazioni alla libertà verrebbero comune riportate in uno spazio circostante o vicino alla famiglia. Infine c'è un'attenzione particolare nel momento della dimissione dall'istituto: proprio per evitare un'interruzione tra il processo rieducativo c'è massima attenzione quando il giovane viene ricondotto all'esterno, nella società. Un'idea precisa sull'entità del fenomeno ci viene dalle cifre riferite ai ragazzi in carico agli Uffici di Servizio Sociale per Minorenni (Ussm) del Ministero della Giustizia. Al 15 gennaio 2021, sull'intero territorio italiano c'erano 13.282 soggetti in carico di cui 11.982 maschi e 1.300 femmine e di questi 925 maschi e 63 femmine in comunità private; 10.154 italiani e 3.216 stranieri.
Di che numeri parliamo? Di quali reati si macchiano più facilmente i minori?
La presenza media è di circa 250-300 ragazzi in tutti gli istituti penitenziari italiani. Le grandi metropoli trainano più di tutti in termini di presenze. I reati sono generalmente contro la persona (più frequente: lesioni personali volontarie) e contro il patrimonio (più frequente: furto); rari sono i reati più gravi come l'omicidio. C'è un preoccupante aumento delle violenze sessuali a carico dei minori. Questa è una realtà che sembra aumentare negli ultimi anni. La tendenza è rapportata all'aumento del consumo di alcolici, cresciuto moltissimo e spesso concausa di reato, ma anche di sostanze stupefacenti. Ad esempio quando avvengono risse collettive tra giovani, spesso e volentieri alla base c'è un consumo smisurato di alcol o di droga. Bisogna poi tenere conto della realtà di genere: le ragazze detenute, o comunque che sono state arrestate, quasi sempre sono di origine non italiana; in questo caso il reato più comune è il furto: in appartamento, sui mezzi pubblici, nei negozi ecc. Queste giovani vengono utilizzate insieme ai bambini per distrarre l'attenzione e per poter perpetrare il reato più facilmente. Spesso hanno un'educazione e una cultura molto carente. Loro stesse subiscono violenze, in una sorta di tratta interna che non consente loro di uscire da questo circolo vizioso, proprio perché sono funzionali all'approvvigionamento di denaro. Per questo un'attenzione particolare viene data alla riammissione nei campi nomadi in cui vivono. Infatti, spesso infatti i programmi di riabilitazione s'interrompono perché queste persone si spostano e questo è uno dei fenomeni alla base di una recidiva molto elevata. Ci sono minorenni donne che sono finite in prigione anche 20 volte in pochi anni.
Lo psicologo e l'assistente sociale sono le due figure chiave: che ruolo svolgono?
Assistono il minore detenuto o in carico ai servizi sociali e preparano il piano di misura alternativa. Fuori dal carcere il ruolo viene preso in carico dalle comunità terapeutiche o socio-riabilitative, peculiari proprio per i minorenni. Sono strutture a bassa capienza, che prevedono una presenza media di una decina di ragazzi, occupati in attività culturali, scolastiche, ludico-ricreative e terapeutiche. Purtroppo in queste strutture esiste la possibilità dell'abbandono dei programmi che assume la veste dell'evasione, che costituisce di poe sé una violazione perseguibile. In questi casi, una volta rintracciato il minore, il magistrato generalmente fa rientrare il minore in comunità. La misura può essere anche con il ricollocamento nella famiglia d'origine che purtroppo però è spesso corresponsabile dei comportamenti del minore e dunque non è sempre consigliato, rendendo necessaria una riconsiderazione della misura alternativa.
I percorsi culturali sono una colonna portante del processo di riabilitazione. Come funzionano?
Le maggiori difficoltà si riscontrano allorché si voglia proporre progetti culturali a culture diverse, a ragazzi stranieri, che vengono da realtà molto distanti da quella occidentale. I percorsi culturali includono la lettura di poesie, laboratori di scrittura per permettere loro di esprimersi o per imparare a farlo. Per i ragazzi detenuti vengono anche organizzate delle uscite programmate con visite ai musei o altre iniziative esterne, che è una pratica che si organizza anche con i detenuti adulti, sebbene restino iniziative confinate nei piccoli numeri. Talvolta, infine, al ragazzo viene mostrato in anticipo il luogo dove andrà a stare (es. comunità terapeutiche o di accoglienza) per portare a compimento un percorso di stabilizzazione migliore e cercare di ridurre la possibilità di fuga; in qualche modo si prepara il terreno, altrimenti la reazione di rifiuto ad una successiva coercizione dopo il carcere è quasi immancabile e questo va assolutamente evitato.
di Denise Amerini
sinistrasindacale.it, 6 aprile 2021
Sintesi dell'intervento alla tavola rotonda "Carcere e lavoro. I luoghi comuni da smontare, le parole per ricostruire" organizzata da Officine Cgil Parma e Cgil Parma il 22 marzo scorso.
La Costituzione non fa differenza fra lavoratori detenuti e non, tutela il lavoro in tutte le sue forme. In carcere il lavoro è strumento cardine della rieducazione, del percorso di reinserimento delle persone. Per questo deve perdere ogni carattere afflittivo, di sfruttamento, di minore riconoscimento, e stabilire pari dignità e pari diritti: orario, ferie, contributi, salario, e accesso agli ammortizzatori, cosa oggi non scontata, se pensiamo al lavoro che ci vede impegnati, insieme ad Inca Cgil ed Antigone, per garantire il diritto al riconoscimento della Naspi ai detenuti.
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