di Susanna Ronconi
societadellaragione.it, 30 dicembre 2020
La sentenza della Corte di Assise di Brescia, che ha prosciolto Antonio Gozzini, l'ottantenne che nel 2019 ha ucciso la moglie, perché incapace di intendere e volere, ha sollevato reazioni dure e indignate di parte del mondo femminista e dell'associazionismo che si occupa di lotta alla violenza di genere. La ragione di questa forte reazione, sta, come in altri casi simili, nella motivazione addotta dalla Corte, quella del "delirio di gelosia".
Il proscioglimento, cioè, viene letto come un ritorno indietro rispetto a quel movimento - culturale, sociale e infine anche giuridico - che ha sancito come la spinta della gelosia, che sta alla base di tanti femminicidi, non possa più essere considerata una attenuante, come per millenni inteso dalla cultura e dal potere patriarcale, ma all'opposto una aggravante, derivante dall'esercizio violento dell'idea di possesso maschile della donna. Questo slittamento culturale e poi giuridico è un passaggio epocale, ed è ben comprensibile come ogni decisione che faccia balenare il ripristino di una qualche legittimazione attenuante di una accezione patriarcale, asimmetrica e violenta, delle relazioni tra uomo e donna, venga radicalmente messa in discussione.
Non è un caso che l'attenzione del mondo delle donne, dopo aver puntato alla riforma delle leggi e del codice penale, sia oggi principalmente concentrata sulla giurisprudenza: non solo perché le leggi e le pene oggi ci sono (e in Italia le pene per i reati contro le donne sono tra le più elevate in Europa), ma perché la giurisprudenza - le sentenze - sono attraversate e influenzate dalla cultura, dei giudici, degli avvocati, dei periti, della pubblica opinione.
Ed è una complessità, quella tra diritto e cultura, in cui i cambiamenti sono più lenti e contraddittori, ben più di una qualsiasi riforma delle leggi. In questo dibattito, e in questo movimento, mettere la giurisprudenza al centro significa focalizzare l'attenzione sulla responsabilità del reo, sulla pena e sulle motivazioni della sentenza. Sulla pena, soprattutto: che diventa, anche ben oltre le sue finalità, la misura emblematica del successo di questo passaggio culturale epocale, e del riconoscimento della donna vittima e dei suoi diritti.
Ritengo che in questa attuale centralità della pena e del diritto penale vi siano molti rischi, e la reazione alla sentenza di Brescia ne è un esempio. Il primo rischio è quello di un populismo penale femminile e femminista, intendendo per populismo penale la tendenza e la pratica di delegare al codice penale (e alla pena) il fronteggiamento di questioni sociali complesse, quali appunto quelle di genere, facendo inoltre prevalere una funzione simbolica del penale, e caricando di conseguenza ogni sentenza nel merito e ogni pena comminata di questa responsabilità simbolica.
Il tema del populismo penale delle donne mi appare all'ordine del giorno, e più leggo dichiarazioni e reazioni alle sentenze e più me ne convinco. Lo scorso anno, con l'associazione Sapere Plurale, abbiamo cercato di dare una opportunità di riflessione critica su questo slittamento come Coordinamento Cittadino contro la Violenza sulle Donne di Torino, organizzando il seminario Il populismo penale e la violenza di genere, a cui rimando perché lì si sono messi a tema molti aspetti critici.
Definisco questo slittamento verso un penale simbolico un rischio perché, per la mia esperienza e il mio vissuto, il movimento delle donne è un movimento delle libertà per tutte e tutti, che mal si coniuga con la domanda autoritaria, law&order che sta alla base del populismo penale, qualsiasi sia l'oggetto cui si rivolge, così come con una accezione punitiva e vendicativa della pena.
Ma anche o soprattutto, perché il dilatarsi del penale simbolico e della sua importanza cozza irrimediabilmente contro quella accezione di violenza di genere declinata dal movimento delle donne - e ratificata dalla Convenzione di Istanbul - come prodotto della cultura e della società patriarcali, dunque come una realtà che non si riassume nella somma di tanti atti delittuosi individuali contro le donne, ma si profila come fattore strutturale delle nostre società, e come tale va combattuta e cambiata.
Certo, gli atti individuali vanno perseguiti, accertati e puniti, così come la responsabilità del singolo uomo, ma se quella lettura è corretta, non è dal penale che la lotta alla violenza di genere riceverà le sue conferme e le sue vittorie. Il penale va presidiato, perché ognuna ha diritto ad avere giustizia, secondo la legge, ma sarebbe incoerente confonderlo, populisticamente appunto, come terreno privilegiato di lotta.
Eppure ritengo che oggi questo slittamento sia ampiamente in atto, nonostante il femminismo italiano tradizionalmente non abbia mai avuto fiducia nello strumento del diritto e tanto meno in quello del diritto penale. E temo che questo caricare ogni sentenza di questo peso simbolico produca una diffusa illusione iperpunitiva, non solo destinata a fallire (il potere dissuasivo della pena e del carcere è notoriamente nullo) ma anche foriera di una cultura non garantista del processo e della pena. Non è di molto tempo fa la polemica attorno al mancato riconoscimento, da parte di un tribunale che giudicava uno stupro, di una aggravante, quella di aver intenzionalmente indotto la vittima ad ubriacarsi per poterle più facilmente usare violenza: i fatti accertati dicevano che la sua ubriachezza non era stata forzata dagli imputati.
Le proteste contro questa decisione - la sentenza comunque si è conclusa con la colpevolezza e la condanna degli imputati - furono aprioristiche, prescindevano dall'accertamento dei fatti, alludendo pericolosamente a una sorta di giustizia sommaria, in cui i fatti e le responsabilità specifiche attribuite rischiano di essere dettagli poco significativi.
E qui torniamo alla sentenza Gozzini. Non sono una giurista, ma la lettura del dispositivo della sentenza mi pare chiarire che questo rischio paventato, tornare a una cultura della gelosia (o del raptus passionale) come attenuante, non vi sia. Anzi, la sentenza affronta esplicitamente il dibattito sul femminicidio e si addentra nel distinguo tra gelosia come motivazione e, peggio, attenuante (e dunque come tale inaccettabile) e la sofferenza psichiatrica del reo, che è alla base della sentenza di proscioglimento per incapacità di intendere e di volere.
Dice il giudice: "vanno tenuti ben distinti il delirio da altre forme di travolgimento delle facoltà di discernimento che, non avendo base psicotica, possono e debbono essere controllate attraverso l'inibizione della impulsività ed instintualità". La sofferenza psichiatrica esiste, in questo caso il delirio di gelosia è un disturbo psicotico, e quando la sofferenza psichiatrica esiste ha ben poco a che vedere con la retorica patriarcale, autoassolutoria, del raptus occasionale da gelosia.
Il caso di Gozzini non sembra, per esempio, assomigliare a quell'altro caso, giudicato a Bologna nel 2019, il caso Castaldo, con una riduzione di pena di 15 anni per attenuante dovuta a "soverchiante tempesta emotiva e passionale", questa sì, mi pare, una giurisprudenza a maggior rischio. Il processo di Brescia ha appurato che l'imputato ha commesso il delitto, ma lo ha reputato non imputabile per la sua patologia psichiatrica: nell'estrema complessità e contraddittorietà che caratterizza una perizia psichiatrica - di cui la lettura di questa sentenza offre uno spaccato significativo - pure la sofferenza psichiatrica esiste, anche in caso di femminicidio.
Gozzini non sarà un uomo libero, se questo è il timore: è stata comminata la misura di sicurezza della permanenza in una Rems. Queste misure di sicurezza, se non sono il carcere (che in ogni caso per un uomo di 80 anni non dovrebbe essere ammesso, se i criteri costituzionali e di umanità della pena valgono qualcosa) sono comunque restrizioni della libertà centrate sulla pericolosità sociale anche più opache e meno garantiste della reclusione, come ben testimonia il dibattito sul "doppio binario" promosso da Società della Ragione e in corso su questo sito.
No so se la non imputabilità per incapacità di intendere e di volere vada superata, in nome di una responsabilità personale che è anche garanzia di maggiori diritti contro l'arbitrarietà delle misure di sicurezza, oltre che premessa di punibilità; lo sento un tema complesso e anche insidioso, in modo particolare considerando il clima sociale in cui viviamo, con il rischio che quella invocata, riconosciuta responsabilità non faccia tanto rima con dignità, quanto piuttosto con quella "certezza della pena" oggi per lo più declinata in salsa vendicativa. So però che Gozzini non poteva essere giudicato a prescindere dalla considerazione della sua sofferenza psichiatrica. Nemmeno se il reato è il femminicidio.
di Matteo De Luca
Il Riformista, 30 dicembre 2020
Alla luce delle recenti riforme legislative che hanno interessato l'articolo 270 del codice di procedura penale e dell'ormai nota sentenza Cavallo delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, torna al centro del dibattito l'annosa questione relativa ai parametri di legittimità delle intercettazioni mediante l'uso di captatori informatici in procedimenti diversi da quelli nei quali sono state disposte.
Le intercettazioni, negli ultimi anni, hanno profondamente condizionato le sorti di indagini e processi. Infatti, gran parte delle inchieste che occupano le aule di giustizia si fondano esclusivamente sulle intercettazioni, oggi corroborate anche dall'ausilio dei trojan, veri e propri virus capaci di attaccare ogni apparecchio elettronico e inseguire le loro prede superando ogni barriera fisica e giuridica.
La materia presidiata dall'articolo 270 è stata modificata dalla legge 7 del 28 febbraio 2020 che, intervenendo sulla riforma Orlando, introduce nel nostro ordinamento la pericolosa disciplina della cosiddetta "pesca a strascico" mediante l'uso di captatori informatici anche per taluni reati comuni, estendendone di fatto l'utilizzo a tutti i reati contro la pubblica amministrazione. In sostanza, si getta l'"esca" nel mare dello scambio di informazioni e conversazioni travati e si attende che qualcosa venga a galla.
È evidente che il dibattito che ha animato i dissidi delle forze politiche e dei protagonisti della giurisdizione penale in fase di conversione in legge della riforma delle intercettazioni non attiene a un profilo prettamente processuale, ma investe inevitabilmente la tutela dei diritti fondamentali dell'individuo, a cominciare da quello alla libertà e alla segretezza della corrispondenza e di ogni forma di comunicazione, sancito dall'articolo 15 della Costituzione, che rischia di essere gravemente compromesso laddove la circolazione dei risultati delle intercettazioni venga estesa oltre ogni misura.
Su questo infausto panorama legislativo si è espressa la Corte di Cassazione a Sezioni Unite con la sentenza Cavallo (la 51 del 2020) che, ristabilendo i limiti alla utilizzabilità delle intercettazioni, di fatto vieta l'utilizzo delle stesse in procedimenti diversi rispetto a quelli per cui sono state autorizzate, sempre che tra essi non vi sia una connessione forte e che non si tratti di gravi reati per cui è obbligatorio l'arresto in flagranza (con pena minima non inferiore a cinque anni e massima a vent' anni).
L'entrata in vigore della riforma delle intercettazioni dal primo settembre 2020 ha tuttavia diminuito la portata garantista della sentenza in commento. Infatti, l'utilizzo delle intercettazioni effettuate in un procedimento diverso da quello in cui sono state autorizzate, elude il dettato dell'articolo 15 della Costituzione, che tutela il diritto fondamentale della libertà e della segretezza delle comunicazioni, in assenza di un espresso provvedimento di autorizzazione.
In altri termini, questa riforma, in barba al principio della separazione dei poteri, rischia di trasformare il nostro Paese in uno Stato di polizia, fornendo alle Procure una sorta di autorizzazione in bianco a monitorare la vita privata dei cittadini, in evidente spregio al diritto e costituzionale della libertà di comunicazione. In conclusione, ben venga la tecnologia al sevizio della sicurezza e della legalità ma siamo realmente garantiti contro l'abuso di questi strumenti? E inoltre, siamo sicuri che chi ha disciplinato tali strumenti ne abbia colto realmente la portata invasiva?
targatocn.it, 30 dicembre 2020
Oggi la relazione del garante regionale dei detenuti Bruno Mellano. Sulle stesse tematiche si è espresso anche il gruppo Radicali Cuneo - Gianfranco Donadio: "Il Covid mette a rischio anche tutto il personale addetto, dagli agenti di custodia, agli amministrativi, a chiunque vi svolga mansioni varie"
Si terrà oggi 30 dicembre alle 11 tramite videoconferenza la presentazione del Quinto Dossier sulle criticità strutturali e logistiche delle carceri piemontesi. A relazionare sui dati il garante regionale dei detenuti Bruno Mellano e una rappresentanza dei dodici garanti comunali piemontesi; le conclusioni saranno lasciate al portavoce della Conferenza nazionale dei garanti territoriali Stefano Anastasia.
A seguito della conferenza il dossier verrà inviato al capodipartimento dell'amministrazione penitenziaria Bernardo Petralia, al provveditore dell'amministrazione penitenziaria del Piemonte Pierpaolo D'Andria, al ministro di Giustizia Alfonso Bonafede e ai sottosegretari di Stato Vittorio Ferraresi e Andrea Giorgis. Sulla stessa tematica - e nello specifico in merito alle criticità legate al periodo Covid - anche il gruppo Radicali Cuneo - Gianfranco Donadio si è espresso recentemente, con una lettera e una segnalazione alle autorità regionali.
"L'essere condannati ad una pena detentiva non fa decadere il diritto alla salute - si legge nella lettera. E il Covid mette a rischio anche tutto il personale addetto, dagli agenti di custodia, agli amministrativi, a chiunque vi svolga mansioni varie. Siamo a conoscenza di un detenuto del carcere di Cuneo affetto da Covid che sta facendo lo sciopero della fame, della sete e si astiene dalle cure per denunciare la situazione. Pare che i contagiati siano rinchiusi in spazi ristretti, senza condizioni igienico-sanitarie consone.
Chiediamo quindi con urgenza l'intervento delle autorità per ripristinare condizioni umane e di legalità all'interno del carcere e degli istituti penitenziari in generale, tramite l'approfondimento della questione, visite ispettive e rigidi controlli sul rispetto delle regole. Vogliamo conoscere quanti siano i positivi nelle nostre carceri, quali siano le cautele poste in essere e quale la loro efficacia e proponiamo che si consideri l'opportunità di una tempistica urgente per la somministrazione del vaccino a questa popolazione "a rischio" ed attendiamo le risposte".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 30 dicembre 2020
Un gruppo di penalisti partenopei lancia una petizione online per chiedere l'intervento del governatore della Campania. Nelle affollatissime prigioni regionali è boom di soggetti a rischio di contagio da Covid: più di 400 gli anziani, 194 i disabili.
Prima gli appelli e le denunce dei garanti. Poi lo sciopero della fame, iniziato da Rita Bernardini, leader dei Radicali e di Nessuno Tocchi Caino, e proseguito con una staffetta tra i penalisti. Infine una petizione online. L'obiettivo è sensibilizzare la politica soprattutto, ma anche l'opinione pubblica, sul dramma delle carceri durante questa pandemia.
L'avvocato Alessandra Cangiano, che con il penalista Gaetano Balice e un gruppo di altri colleghi si erano candidati alla guida della Camera penale indicando tra le loro priorità anche quella dell'attenzione al mondo del carcere, ha promosso una raccolta di firme per una priorità delle vaccinazioni anche nelle carceri. Ormai il vaccino è una realtà e c'è già un piano per la vaccinazione della popolazione regione per regione.
C'è anche una scala di priorità da seguire: si parte da medici, infermieri, operatori sociosanitari per arrivare alle categorie più a rischio, perché anziani, con patologie o lavoratori in settori essenziali come insegnanti e personale scolastico, forze dell'ordine, personale delle carceri e dei luoghi di comunità. Non c'è, però, un riferimento diretto alla popolazione carceraria.
Eppure quello del carcere è un mondo dove il rischio di focolai si è rivelato un rischio concreto. Siccome parliamo della realtà napoletana, pensiamo al carcere di Poggioreale: in questi giorni i dati sulla pandemia nel grande penitenziario cittadino sono meno allarmanti rispetto al mese scorso e il numero dei detenuti positivi si è più che dimezzato, ma è presto per abbassare la guardia anche perché ci sono stati contagi e decessi negli ultimi mesi.
Il Garante regionale aveva proposto di dare la precedenza, nella campagna vaccinale, a quegli istituti, come Poggioreale e Secondigliano, dove il Covid ha causato più contagi e anche vittime. La raccolta di firme online è un'iniziativa che sta raccogliendo molti consensi tra gli avvocati penalisti che sostengono la necessità di includere anche il popolo delle carceri nel piano anti-Covid. I promotori dell'iniziativa si sono detti pronti a collaborare con la nuova giunta della Camera penale, guidata dal neo-presidente Marco Campora. Intanto, hanno avviato la petizione online e scritto al governatore Vincenzo De Luca.
"È facile intuire che il carcere, nonostante gli sforzi organizzativi in atto, costituisce il focolaio per eccellenza essendo impossibile praticare il distanziamento ma spesso anche solo aprire una finestra - si legge - Le autorità nazionali finora sono rimaste silenti, invitiamo il presidente della Campania, neovaccinato, in quanto responsabile della sanità locale a dare disposizioni in tal senso nell'ambito del territorio regionale. Sarebbe un bell'esempio che sicuramente verrebbe seguito a livello nazionale". Si fa appello all'incomprimibile diritto alla salute, diritto da assicurare a chi vive come a chi lavora in carcere: "Lo stato detentivo non può e non deve costituire un motivo di marginalizzazione di una comunità peraltro molto esposta al rischio contagio".
La proposta, sulla scorta di quanto già stabilito dal piano nazionale di vaccinazione, è quella di iniziare con i reclusi con patologie che superano i 60 anni di età e con i tossicodipendenti, che pure sono una quota numerosissima all'interno delle carceri. Guardiamo i numeri della popolazione carceraria campana, per capire di quante persone parliamo.
Secondo il Ministero della Giustizia, sono 70 i reclusi che hanno più di 70 anni di età, 370 quelli tra i 60 e i 69 anni, 1.164 tra 50 e 59 anni di età: sommati rappresentano circa un quarto di tutti i detenuti della regione. Per il resto, man mano che l'età si abbassa si abbassano anche i numeri dei reclusi: 65 sono i giovanissimi (tra i 18 e i 20 anni), 316 hanno tra 21 e 24 anni, 765 hanno tra i 25 e i 29 anni, 864 non hanno più di 35 anni, 963 hanno tra i 35 e i 40 anni d'età, 1.018 non superano i 44 anni e 833 hanno tra i 45 e i 49 anni. Ci sono inoltre, 114 detenuti con disabilità, 1.440 i detenuti tossicodipendenti, 330 quelli con doppia diagnosi, ossia tossicodipendenti e con altre patologie.
di Giuseppe Baldessarro
La Repubblica, 30 dicembre 2020
Il caso più complicato da gestire resta quello del carcere della Dozza, ma in generale la situazione dei contagi all'interno delle strutture penitenziarie dell'Emilia-Romagna è complessivamente buono e assolutamente sotto controllo. Lo si evince dall'ultima relazione del ministero della Giustizia attraverso cui si è fatto il punto, con dati aggiornati a domenica scorsa, sia rispetto ai detenuti contagiati che agli agenti della polizia penitenziaria. In totale gli attualmente positivi nelle strutture presenti in regione sono 57. Si tratta di 39 detenuti e 18 guardie penitenziarie. I numeri più alti sono quelli della Dozza, dove al 27 dicembre risultano 29 detenuti contagiati e 2 poliziotti della penitenziaria. In tutte le altre strutture i numeri non vanno in doppia cifra e in due casi, Ravenna e Forlì, gli istituti risultano Covid free, ossia senza contagi.
Oltre Bologna le strutture con il maggior numero di persone infettate sono Modena con 8 casi (6 detenuti e 2 agenti) e Reggio Emilia con 6 casi (4 agenti e 2 detenuti ricoverati in ospedale). Tre casi a testa sono poi registrati a Ferrara, Piacenza e Parma. Un unico caso (ma si tratta di agenti e non di detenuti) si registra a Rimini, Castelfranco Emilia e al provveditorato regionale di Bologna. Secondo Nicola d'Amore, vice segretario regionale del sindacato della penitenziaria Sinappe, in sevizio alla Dozza "la situazione sta comunque migliorando di giorno in giorno".
E Aggiunge: "Basta ricordare che soltanto un mese fa i contagiati tra i detenuti erano circa 70 e che ora sono meno della metà". Un ruolo importante per "calmierare la situazione lo ha avuto l'abbattimento del sovraffollamento grazie alle misure alternative e alle strategie di contenimento dei numeri con una diversa distribuzione dei detenuti in altri istituti. Oggi alla Dozza ci sono meno di settecento detenuti, mentre soltanto alcuni mesi fa erano oltre 900".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 dicembre 2020
Approvato l'emendamento di Alessandro Capriccioli, consigliere regionale di +Europa radicali. Nella regione Lazio, a partire dall'anno 2021, verranno stanziati 600 mila euro per finanziare progetti e investimenti per l'informatizzazione e il potenziamento delle dotazioni telematiche all'interno degli istituti penitenziari.
Questo servirà anche per incentivare lo svolgimento delle attività formative e culturali, nonché di favorire le relazioni familiari dei detenuti attraverso l'acquisizione di idonea strumentazione informatica e la modernizzazione delle reti. Parliamo di emendamento approvato dalla Regione e promosso da Alessandro Capriccioli, consigliere regionale del Lazio di +Europa Radicali.
"L'emergenza sanitaria legata al Covid, che ha costretto gli istituti a sostituire molte attività in presenza con quelle in collegamento - spiega il consigliere Capriccioli, ha messo in luce l'inadeguatezza degli strumenti digitali e telematici a disposizione delle nostre carceri". Sottolinea che grazie al suo emendamento si potrà iniziare a colmare questa lacuna. Infatti i fondi stanziati potranno essere utilizzati sia per acquistare nuove strumentazioni, sia per modernizzare le reti.
"Grazie a questi investimenti - osserva sempre Capriccioli di +Europa Radicali - sarà possibile potenziare lo svolgimento della formazione, delle attività trattamentali e dei colloqui familiari per via telematica, in modo che nel protrarsi della crisi sanitaria queste attività possano continuare a svolgersi malgrado le misure di distanziamento sociale, e che una volta superata l'emergenza la modalità a distanza possa affiancarsi a quella tradizionale, garantendo ai detenuti un esercizio più pieno dei loro diritti".
Una conquista non da poco la digitalizzazione delle carceri, si tratta di un primo ma importante passo. Sì, perché se pensassimo solo all'istruzione, l'e-learning consente un collegamento interattivo tra il carcere e le agenzie educative all'esterno, senza spostare né i ristretti né il personale insegnante. In questo modo diventa realizzabile la creazione di un ambiente di apprendimento idoneo a far conseguire una formazione e dei titoli di studio spendibili sul mercato del lavoro. Sempre che il detenuto, ovviamente, una volta tornato cittadino libero non si abbandonato a sé stesso ma seguito e aiutato nel suo percorso di inserimento.
Stesso identico discorso con la questione dell'affettività. Potenziare l'utilizzo di Skype ai tempi di pandemia è stata una svolta per non recidere i contatti tra detenuti e famigliari, ancor di più tra detenuti e figli minori. Investire in tecnologia vuol dire innanzitutto offrire ai detenuti un'alternativa alle forme più comuni e praticate di istruzione professionale, ma, soprattutto si pone l'obiettivo di realizzare forme alternative e al passo con i tempi che riescano effettivamente ad assicurare elevati standard trattamentali al fine di realizzare, attraverso il recupero ed il reinserimento sociale, l'azzeramento o quanto meno l'abbassamento dei livelli di recidiva.
cuneodice.it, 30 dicembre 2020
La denuncia dei Radicali Cuneo: "Nel carcere di Cerialdo un detenuto positivo al Covid sta facendo lo sciopero della fame per denunciare condizioni di vita non adeguate".
Desideriamo far conoscere che nelle carceri esistono particolari situazioni in conseguenza della pandemia. Era di per sé prevedibile, visto la difficoltà a mettere in atto la cautela del distanziamento in strutture comunitarie e coatte. A seguito di una specifica segnalazione giunta a Radicali Italiani ed all'Associazione Radicali Cuneo - Gianfranco Donadei, ci siamo attivati per segnalare al Prefetto, al Magistrato di Sorveglianza di Cuneo, al Garante regionale e nazionale dei detenuti una situazione insostenibile.
L'essere condannati ad una pena detentiva non fa decadere il diritto alla salute. Ed il Covid mette a rischio anche tutto il personale addetto, dagli agenti di custodia, agli amministrativi, a chiunque vi svolga mansioni varie. Siamo a conoscenza di un detenuto del carcere di Cuneo affetto da Covid che sta facendo lo sciopero della fame, della sete e si astiene dalle cure per denunciare la situazione. Pare che i contagiati siano rinchiusi in spazi ristretti, senza condizioni igienico-sanitarie consone.
Chiediamo quindi con urgenza l'intervento delle autorità per ripristinare condizioni umane e di legalità all'interno del carcere e degli istituti penitenziari in generale, tramite l'approfondimento della questione, visite ispettive e rigidi controlli sul rispetto delle regole. Vogliamo conoscere quanti siano i positivi nelle nostre carceri, quali siano le cautele poste in essere e quale la loro efficacia e proponiamo che si consideri l'opportunità di una tempistica urgente per la somministrazione del vaccino a questa popolazione "a rischio" ed attendiamo le risposte.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 dicembre 2020
In cella senza abiti adeguati alla stagione, scuola e attività lavorative sospese, forti limitazioni ai colloqui con avvocati e familiari. A denunciarlo in un dossier, sono gli operatori dell'area Carcere di Caritas Ambrosiana sulla situazione degli istituti penitenziari di San Vittore, Bollate e Opera.
Dal dossier emerge che, nonostante il calo della popolazione carceraria dell'8% rispetto a quella registrata all'inizio dell'anno, quindi prima dell'emergenza sanitaria, permane, invece, una situazione di sovraffollamento: i posti teoricamente disponibili sono solo 2.923 a fonte dei 3.400 detenuti presenti. Una condizione fortemente aggravata dalla riorganizzazione degli spazi legata alla necessità di predisporre reparti sanitari per gli ammalati e per l'isolamento dei detenuti positivi al Covid- 19. Per liberare questi spazi - spiegano gli operatori della Caritas - molti reclusi sono stati trasferiti in altri reparti, trovandosi così a condividere la cella con più persone di prima. Una scelta che, sempre secondo il dossier, ha provocato persino nel carcere di Milano Bollate situazioni critiche.
La condizione di sovraffollamento è resa anche più intollerabile, poi, dalla chiusura dei reparti, dei piani e, in diversi casi, persino delle celle, con una significativa diminuzione, in particolare a San Vittore, dell'applicazione della sorveglianza dinamica, un regime che prevede che, nei reparti di media e bassa sicurezza, le celle restino aperte negli orari diurni, migliorando così la vivibilità degli istituti da parte delle persone detenute.
Ma uno degli aspetti che più preoccupa gli operatori della Caritas Ambrosiana riguarda la chiusura della scuola e di gran parte delle attività lavorative, culturali, ricreative e di sostegno psicologico, sociale che nei tre istituti erano garantite dalla presenza di operatori esterni all'amministrazione penitenziaria e dei volontari.
"Le attività scolastiche sono ferme e non è, a oggi, stata attivata alcuna forma di didattica a distanza, le attività trattamentali sono ridotte al lumicino", denunciano gli operatori della Caritas. Sempre secondo quanto emerge dal dossier, la presenza dei volontari è stata drasticamente ridimensionata in tutti e tre gli istituti, con evidenti conseguenze peggiorative per la vita delle persone detenute, soprattutto quelle maggiormente vulnerabili, che non possono effettuare i colloqui con i volontari e le volontarie delle diverse associazioni. Non solo. La diminuzione dei volontari ammessi ad entrare in carcere ha anche determinato un calo nell'erogazione di alcuni servizi di aiuto materiale come la distribuzione di indumenti e prodotti per l'igiene personale (che l'amministrazione penitenziaria non riesce a garantire, nemmeno per quei prodotti essenziali previsti dalla normativa). Dalle informazioni raccolte dagli operatori risulta che la situazione sia particolarmente critica nella casa circondariale di San Vittore, dove molti detenuti non avrebbero ancora ricevuto abiti adatti per proteggersi dal freddo.
Persino l'accesso degli avvocati è fortemente limitato e non riuscirebbe ad essere opportunamente sostituito dai colloqui telefonici o dalle video-chiamate, tanto più per le persone straniere che hanno meno dimestichezza con la lingua italiana.
Contemporaneamente, l'isolamento è reso ancora più intollerabile dall'impossibilità di svolgere i colloqui con i propri familiari e dalla limitazione, in alcuni casi dalla sospensione, della possibilità di ricevere i 'pacchi', con indumenti, prodotti alimentari e altri beni dall'esterno, a volte persino quelli recapitati per posta.
"Nonostante siano chiare le esigenze sanitarie che, in carcere come fuori, suggeriscono di limitare le occasioni di contatto interpersonale, quel che più preoccupa è il protrarsi della durata di questo regime d'eccezione, con il blocco proprio di quelle attività che più di tutte assolvevano alla funzione rieducativa della pena stabilita dalla Costituzione e che dunque sono indispensabili per un corretto funzionamento del sistema penitenziario", osservano gli operatori della Caritas Ambrosiana.
di Milvana Citter
Corriere del Veneto, 30 dicembre 2020
È giallo sulla data. La Cgil: "Il ministero ignora le nostre richieste di informazioni". La sede è stata scelta, la gara d'appalto per oltre 11 milioni di euro per i lavori di ristrutturazione e adeguamento è ormai in via di definizione, ma non c'è ancora nessuna data certa sul trasferimento del carcere minorile di Treviso a Rovigo.
Un'incertezza che pesa soprattutto sugli oltre 40 agenti di polizia penitenziaria in servizio nell'istituto di pena per minorenni di Santa Bona che non sanno quale sarà il loro futuro. La pratica per il trasferimento è stata avviata dal Ministero delle Infrastrutture oltre due anni fa, e nel novembre scorso si è chiusa l'ultima gara d'appalto per l'affidamento dei lavori che dovranno trasformare l'ex casa circondariale di Rovigo nella nuova struttura di detenzione per i minori per i quali viene disposto il carcere tra Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, arrivano a Treviso. Il trasferimento è stato deciso, come spiega il ministero nel bando della gara: "Per l'esigenza di eliminare l'istituto minorile di Treviso, che in contrasto a tutte le normative e a tutti gli standard nazionali ed europei, è l'unico istituto penitenziario minorile del nostro paese ancora inserito all'interno di una struttura penitenziaria per adulti".
La struttura si trova infatti accanto al carcere di Treviso, con il quale condivide anche l'accesso. Esigenza riconosciuta dagli stessi operatori anche per le dimensioni della struttura che, spesso, si è ritrovata in situazione di sovraffollamento. Ma a preoccupare sono i tempi: "Ancora non sappiamo nulla di definitivo - spiega Luca Bosio, delegato del sindacato Fp Cgil, nemmeno la data di inizio dei lavori e questo naturalmente crea molta incertezza per il personale. Parliamo di agenti che nel Trevigiano hanno vita e famiglia e che potrebbero essere costretti a trasferirsi a Rovigo. Per questo il 23 ottobre abbiamo inviato al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria di Venezia, una nota ufficiale nella quale chiediamo informazioni sulle tempistiche". A due mesi di distanza però nessuna risposta è arrivata e per il sindacato e gli operatori restano le preoccupazioni per il trasferimento degli operatori in servizio a Treviso.
umbria24.it, 30 dicembre 2020
"Per Aspera ad Astra", con l'obiettivo del recupero e della risocializzazione, è arrivato alla terza edizione. Il corto artistico "Voliera" sostituisce quest'anno lo spettacolo finale. L'obiettivo è quello di portare il teatro in carcere per contribuire al recupero dell'identità personale e alla risocializzazione dei detenuti e, parallelamente, al loro reinserimento nel mondo esterno e nel contesto lavorativo attraverso percorsi professionalizzanti nel campo delle arti e dei mestieri teatrali.
Giunto alla sua terza edizione "Per Aspera ad Astra - Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza", il progetto nazionale promosso da Acri, l'Associazione delle Fondazioni di origine bancaria, è stato portato in Umbria grazie all'adesione della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia. Sostenuto da dieci Fondazioni di origine bancaria, 'Per Aspera ad Astra' si articola in una serie di eventi formativi e di workshop rivolti a operatori artistici, operatori sociali e detenuti realizzati all'interno degli Istituti di pena che si trovano nei territori di competenza delle Fondazioni partecipanti.
A livello territoriale è stata dunque attivata una collaborazione che insieme alla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia coinvolge la Casa circondariale di Capanne e il Teatro Stabile dell'Umbria e che, proprio attraverso il progetto 'Per Aspera ad Astra', ha permesso di dare continuità alle attività dedicate alla popolazione carceraria già organizzate negli anni dal Teatro Stabile dell'Umbria all'interno del carcere di Perugia. Giovedì 7 gennaio 2021, a partire dalle ore 18, sui canali social Facebook e YouTube della Fondazione Cassa di Risparmio e del Teatro Stabile dell'Umbria Cristina Colaiacovo, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, Bernardina Di Mario, direttore della Casa Circondariale di Capanne e Nino Marino, direttore del Teatro Stabile dell'Umbria, daranno conto del progetto, delle attività svolte e dei risultati ottenuti.
"Attraverso questo progetto - afferma il presidente Cristina Colaiacovo - la Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, come è solita fare in altri campi nell'espletare la sua attività istituzionale, non si è limitata ad erogare risorse, ma ha assunto un ruolo attivo e propulsivo raccogliendo e mettendo a sistema energie, conoscenze, competenze e metodologie e costruendo così l'architrave per garantire continuità alle iniziative artistiche all'interno del carcere. Tutto ciò è stato possibile grazie alla disponibilità e al coinvolgimento dei direttori della Casa Circondariale di Capanne e del Teatro Stabile dell'Umbria e degli operatori artistici e sociali che ci hanno permesso di sviluppare una iniziativa che intendiamo consolidare, a beneficio del nostro territorio e del rafforzamento della rete nazionale, con l'adesione all'edizione 2021".
Un progetto che si rinnova e cresce ogni anno e che è diventato un vero e proprio corso di formazione professionale grazie a Vittoria Corallo, della Compagnia dei giovani del TSU. In questa occasione è stata coinvolta anche una classe del Liceo Classico Mariotti e studenti e detenuti hanno lavorato insieme all'interno del carcere.
Al termine del laboratorio era programmata una dimostrazione pubblica che, a causa delle restrizioni in atto, non è stato possibile realizzare. È nato così "Voliera", il corto artistico firmato da Vittoria Corallo che andrà in onda venerdì 8 gennaio nella Sala virtuale del cinema Postmodernissimo e sarà preceduto, a partire dalle ore 19, sui canali social del Postmodernissimo, del Teatro Stabile dell'Umbria e della Fondazione Cassa di Risparmio, da un incontro di presentazione a cui parteciperanno Vittoria Corallo, Daniela Monni del Comitato di Indirizzo della Fondazione Cassa di Risparmio e Nino Marino direttore del TSU.
Voliera è prima di tutto uno spettacolo teatrale, ma è anche la testimonianza che pur tra le difficoltà causate dall'emergenza sanitaria 'Per Aspera ad Astra - Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza' non si è fermato. "Voliera - spiega Vittoria Corallo - ė un'opera visuale che è nata nella Casa Circondariale di Capanne durante la pandemia, per continuare un percorso artistico e formativo che altrimenti rischiava di fermarsi. Volevamo fare uno spettacolo teatrale aperto al pubblico, che fosse liberamente ispirato a "Gli Uccelli" di Aristofane, per mesi ci siamo preparati esplorando alcune delle tematiche che quel testo ci suggeriva.
Per esempio il rapporto tra l'individuo e lo spazio in cui vive, il rapporto tra i metri quadrati che abita e la libertà sociale che questi gli concedono. Il materiale raccolto si è sedimentato ed è poi apparso in visioni a cui ho creduto, una di queste, quella che più mi ha sorpreso vedendola materializzarsi è stata la relazione tra le persone e i propri cani, e tra le persone ed altre persone diverse per etnia e cultura, questa è diventata per me un'allegoria di qualcosa di attuale e confuso del nostro spazio interiore e sociale.
Uno degli obbiettivi del progetto Per Aspera ad Astra è quello espresso nel suo titolo completo: "Riconfigurare il carcere attraverso Cultura e Bellezza", con questo in mente ho cercato di attraversare i contenuti esplorati nei mesi precedenti insieme agli attori detenuti con un linguaggio simbolico e poetico: per trasfigurare il carcere fisico, il carcere estetico e contenutistico, per trasfigurare il tempo del carcere e il tempo della pandemia. Volevamo prendere quel poco concesso e portarlo fino a dove si poteva estendere, anche questo per noi è stato un tentativo di volo".
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