di Stefano Galieni
Left, 5 aprile 2021
Ancora non bastano? Il 4 aprile ha compiuto 73 anni il presidente kurdo Abdullah (Apo) Ocalan. È detenuto nel carcere di massima sicurezza dell'isola turca di Imrali da quando ne aveva 51, da solo, con scarsa possibilità di leggere, poca di scrivere, e ostacoli in continuazione per incontrare avvocati, parenti, medici. Alcune settimane fa erano girate voci circa un presunto peggioramento delle condizioni di salute, non era la prima volta che capitava e, al di là delle smentite, ad ogni anno che passa, il timore diventa più duro da affrontare.
Ma non solo per il popolo kurdo, per le tante e i tanti che con la loro lotta è solidale, che dagli scritti di Ocalan, da quanto messo in pratica, quotidianamente, soprattutto dalle donne, raccoglie un messaggio di pace e di libertà. Bisogna ricordare, ai governi italiani che hanno tradito un richiedente asilo, che, come riconosciuto ormai in ambito internazionale, Abdullah Ocalan è un rifugiato politico in Italia che non ha potuto veder rispettati i propri diritti dopo quanto accaduto nel febbraio 1999. Allora, nel complicato scenario geopolitico, il governo D'Alema scelse di far estradare in Kenya il richiedente asilo che, all'aeroporto, venne prelevato da agenti turchi e portato in carcere prima con una condanna a morte, sospesa, poi con l'attuale assurda condizione di detenzione.
Il Consiglio d'Europa appare incapace di seguire le raccomandazioni fatte dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani e degradanti (Cpt). Il Consiglio dei ministri sta fallendo nell'imporre l'esecuzione delle sentenze della Corte Europea dei Diritti Umani, e le Nazioni Unite guardano solamente a come la Turchia calpesta ripetutamente tutti gli accordi e convenzioni internazionali. Chi si oppone chiede per ora unicamente che il loro trattamento speciale nell'isola di Imrali, sui diritti finisca.
Tutti coloro che sono coinvolti nel mantenere il totale isolamento nel carcere dell'isola di Imrali stanno agendo illegalmente e sono coinvolti nella violazione dei diritti umani. Questo lo chiede, inascoltata, la stessa Ue che ha donato 6 mld di euro al sultano Erdogan, in cambio dell'opportunità di fermare l'afflusso nel continente di richiedenti asilo siriani, anche lì ignorando qualsiasi forma di rispetto dei diritti e, di conseguenza, non intromettendosi negli "affari interni" turchi.
Le richieste kurde sono altre ed è a quelle che va prestata attenzione. Non solo i kurdi ma anche la sinistra turca, sottoposta a dura repressione, partono dalla richiesta della libertà per Ocalan, unico atto politico che potrebbe favorire un percorso di pace e di riconciliazione, per approdare ad altro. La situazione in quell'area del pianeta è in fibrillazione, sta sfuggendo al controllo e la comunità internazionale deve agire subito e chiedere la fine di ogni violenza e di spargimento di sangue.
Le forze della resistenza kurda lamentano il fatto che, nonostante l'impegno contro l'Isis, nel nord est della Siria e nonostante i loro ripetuti appelli per una soluzione pacifica del conflitto, il mondo è rimasto a guardare. La Turchia ha praticato una "pulizia etnica". Fra il 2013 e il 2015 a dire il vero un processo di pace era iniziato ma è stato interrotto bruscamente dal presidente turco Erdogan e sono ripartite le violenze. È partita una campagna "Freedom for Ocalan" con cui si invita i politici, la società civile e tutta la comunità internazionale, ad agire ora prima che sia troppo tardi.
Le organizzazioni kurde, rappresentate in Italia dall'Uiki (Ufficio Informazioni Kurdistan in Italia) chiedono oltre alla fine dell'isolamento e alla liberazione di Ocalan, la fine delle persecuzioni e il rilascio di tutti i detenuti politici in Turchia, la cessazione delle operazioni militari nel nord est della Siria e in Iraq, un nuovo processo di pace col pieno coinvolgimento della comunità internazionale. In questo quadro il ruolo i Ocalan è semplicemente fondamentale.
Il "Mandela del Medio Oriente", nei 22 anni trascorsi in carcere, ha elaborato un progetto e un percorso i cui valori fondanti sono nella laicità, nella parità di genere, in nuove forme di socialismo e del rifiuto di ogni forma di nazionalismo.
Se nel regime di Erdogan, invece di prevalere la paura o il bisogno di vendetta su cui costruire consenso verso un presunto "nemico interno", ci si rendesse conto che dalla vita e dalla libertà di Ocalan dipende gran parte della possibilità di portare pace nell'area le cose potrebbero cambiare realmente.
Non sono questi i segnali che giungono per cui, da uomini e donne europei che dalle esperienze kurde continuano ad imparare possiamo solo dire ad Abdullah Ocalan che non lasceremo le sue speranze isolate e che oltre che un compleanno in salute ci auguriamo che prossimo possa essere un compleanno di pace e libertà. Per lui, per il grande popolo che rappresenta e per chi aspira ad un mondo radicalmente diverso e migliore.
di Sharon Nizza
La Repubblica, 5 aprile 2021
"Sotto processo per il suo impegno anti-Hezbollah". Intervista con Joseph Braude, presidente del Center for Peace Communications, in vista dell'udienza che deciderà le sorti della ventiquattrenne: "Oltre a Kinda, 35 cittadini sono stati falsamente accusati di terrorismo, ma il loro unico crimine è stato aver preso parte a manifestazioni antigovernative".
La giovane attivista libanese Kinda al-Khatib, arrestata il 20 giugno scorso e condannata a dicembre dal Tribunale militare di Beirut a tre anni di carcere, è stata rilasciata nei giorni scorsi in vista dell'appello presentato dalla difesa su cui la corte marziale si pronuncerà l'8 aprile.
Khatib, 24 anni, attivista apertamente critica di Hezbollah - il "partito di Dio" sciita che di fatto governa il Paese che si trova sull'orlo del default economico e politico - era stata condannata per "collaborazione con il nemico", Israele. Il suo entourage ha sempre sostenuto che si trattasse di una montatura per metterla a tacere. Nei mesi della detenzione, a perorare la sua causa è stato Joseph Braude, presidente del Center for Peace Communications, una no-profit che riunisce attivisti dal Medioriente e dal Nord Africa. Braude, che ha parlato con Kinda appena rilasciata, risponde alle domande di Repubblica da New York in vista dell'udienza che a breve deciderà la sorte della giovane attivista.
Signor Braude, che cosa può dirci della situazione di Kinda?
"È stata arrestata da 16 uomini mascherati nel cuore della notte, interrogata per giorni e detenuta in prigione per nove mesi prima del suo rilascio temporaneo su cauzione. Durante il suo interrogatorio, non è stata informata per molti giorni delle accuse contro di lei. Nei mesi di detenzione era denutrita, ha sofferto di intossicazione alimentare e ha contratto il Covid-19 senza ricevere cure adeguate. Secondo Kinda, l'unica ragione per cui non ha subito aggressioni fisiche mentre era in prigione era che il suo caso aveva attirato l'attenzione dei media e l'esercito aveva paura di possibili ripercussioni".
La sua famiglia e i suoi sostenitori affermano che è stata arrestata per via del suo attivismo contro Hezbollah e che le accuse di spionaggio a favore di Israele sono una montatura. Cosa dice in merito?
"I sostenitori di Hezbollah e del presidente Michel Aoun considerano Kinda una spina nel fianco da anni: la sua è la voce di una giovane donna di talento con decide di migliaia di follower sui social media, che non ha mai smesso di denunciare pubblicamente le loro campagne di disinformazione. Hezbollah ha maggiore controllo sui tribunali militari rispetto a quelli civili, e per questo era importante per loro portarla di fronte a una corte marziale. In Libano, i civili possono essere processati in un tribunale militare solo per accuse legate al terrorismo o alla "collaborazione con Israele". Siccome le monitoravano da tempo il cellulare, hanno scoperto che si era scambiata dei messaggi con un giornalista israeliano e questo è stato il pretesto di cui avevano bisogno per usare la "legge anti-normalizzazione" per arrestarla. Poi hanno utilizzato gli organi di stampa pro Hezbollah per diffondere false e assurde affermazioni, senza nessuna prova, secondo cui aveva visitato Israele e si era coordinata con i servizi di intelligence occidentali e del Golfo".
Nei mesi della sua detenzione, il Libano è stato devastato dall'esplosione al porto di Beirut e dall'ulteriore deterioramento della situazione politica ed economica...
"Tra i profughi siriani, la pandemia, la stretta delle sanzioni statunitensi contro Hezbollah, il nepotismo e la corruzione dilaganti, l'economia e il sistema politico libanese sono al collasso. Proprio in queste settimane, di fronte allo stallo politico e al continuo aumento dell'inflazione, sta montando una nuova ondata di proteste che chiede un cambiamento nel Paese, mentre la repressione non si placa. Le organizzazioni libanesi per i diritti umani hanno documentato un netto incremento delle aggressioni a giornalisti da parte di organi statali: da 20 nel 2019 a 60 nel 2020. Il 4 febbraio, l'assassinio del giornalista e attivista anti Hezbollah Lokman Slim ha scioccato il Paese. Oltre a Kinda, 35 cittadini libanesi sono stati recentemente processati con false accuse di terrorismo, quando il loro unico crimine è stato aver preso parte a manifestazioni antigovernative".
La vostra organizzazione mira a creare maggiore consapevolezza sulle leggi sul boicottaggio in vari Paesi arabi che vietano qualsiasi interazione con gli israeliani. Ci spiega meglio?
"Leggi del genere sono controproducenti e noi sosteniamo gli sforzi per revocarle e per proteggere gli attivisti per la pace che vi si oppongono, mettendo a rischio la propria carriera o nei casi peggiori - come in Libano - la libertà personale. Stiamo promuovendo una proposta di legge, che ha già ottenuto consenso bipartisan in Francia e negli Stati Uniti, volta a istituire un rapporto annuale dei casi in cui cittadini di Paesi arabi siano intimiditi o puniti per aver interagito con israeliani, elevando l'attenzione internazionale su questa problematica.
Non va sottovalutato l'effetto sulla diaspora libanese che può avere la condanna di Kinda e Charbel (co-imputato che vive negli Usa, condannato in contumacia a 10 anni, ndr). La comunità libanese nel mondo è vastissima, molti di loro hanno sviluppato amicizie e collaborazioni con cittadini israeliani. Ora che Israele ha firmato accordi di pace con gli Emirati Arabi Uniti e altri Paesi musulmani dove vivono centinaia di migliaia di libanesi, molti temono di fare rientro in patria, isolando ulteriormente il Libano dalla sua ancora di salvezza che sono gli espatriati in tutto il mondo, specie in un momento così difficile per il Paese".
Esiste un attivismo pubblico in Libano contro la legge sul boicottaggio, l'articolo 278 del Codice penale?
"Sempre più persone, soprattutto tra i giovani, realizzano i danni che questa legge ha causato all'economia e alla posizione globale del Paese. La gestione fallimentare di Hezbollah e dei suoi alleati, che ha portato alla situazione attuale di crisi acuta, non fa che rafforzare l'opinione secondo cui è necessario tentare un nuovo approccio. Dopo decenni in cui il governo libanese ha rivendicato il monopolio sulle decisioni rispetto all'approccio verso Israele, i giovani si sentono rafforzati dall'idea di poter agire localmente e democraticamente per revocare una legge ingiusta. Per essere chiari, questa non è la causa che Kinda el-Khatib ha fatto propria: la sua corrispondenza con un giornalista israeliano è stata incidentale ed è un aspetto marginale della sua prolifica attività sui social media. Ma il suo caso, e il sostengo che ha ottenuto, sottolineano la natura draconiana di una legge che è stata utilizzata per perseguirla per ragioni politiche, e in questo senso potrebbe rivelarsi un punto di svolta".
di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 5 aprile 2021
Namazi è stato arrestato nel 2015 con l'accusa di "collusione con un Paese nemico" e condannato a 10 anni di carcere. L'anno dopo è stato detenuto anche il padre Baquer. Il segretario di Stato americano Blinken: "Tutti gli ostaggi statunitensi e i detenuti illegittimi devono essere rilasciati e riuniti con i loro cari".
Siamak Namazi ha la colpa di essere americano. Baquer Namazi quella di essere suo padre. Da duemila giorni sono in carcere in Iran: Siamak arrestato nel 2015 con l'accusa di "collusione con un Paese nemico", e condannato a 10 anni di carcere. Baquer in prigione invece dal 2016 dopo essere stato attirato in Iran con la scusa che avrebbe potuto rivedere suo figlio. Nessun americano è stato detenuto tanto a lungo in Iran come Siamak, dicono i suoi legali.
Sabato il fratello Babak è tornato a chiedere all'amministrazione Biden che faccia il tutto il possibile per liberare la sua famiglia, visto che i tentativi fatti dalle precedenti amministrazioni finora non hanno prodotto risultati. "Spero e mi aspetto che il presidente Biden adotti approcci immediati, nuovi e audaci per far uscire la mia famiglia di prigione. Allo stesso tempo, imploro le autorità iraniane di agire con umanità e dignità, garantendo loro la libertà. Mio fratello e mio padre sono uomini innocenti e nessuno dei due potrà sopravvivere a questa prova molto più a lungo".
Martedì prossimo a Vienna, alla riunione della commissione congiunta sul nucleare iraniano, ci saranno anche gli americani. La delegazione avrà colloqui con russi, europei e cinesi, non un dialogo diretto con gli iraniani, ma è comunque la prima volta che le due parti si parlano da quando alla Casa Bianca c'è Joe Biden, o anche se in forma mediata. La questioni dei prigionieri però non sarà sul tavolo: l'amministrazione Biden ha già chiarito in passato che intende tenerla separata dai negoziati sul nucleare.
Ieri del caso Namazi ha parlato il segretario di Stato, Antony Blinken: "2.000 giorni fa, l'Iran ha arrestato Siamak Namazi perché cittadino statunitense. Quando suo padre, Baquer, è volato in Iran per liberarlo, è stato imprigionato e ora gli è impedito di andarsene. Tutti gli ostaggi statunitensi e i detenuti illegittimi devono essere rilasciati e riuniti con i loro cari. #FreetheNamazis", ha scritto sul suo profilo Twitter.
Venerdì sulla questione era intervenuto anche Robert Malley, l'inviato speciale Usa per l'Iran che probabilmente guiderà la delegazione a Vienna. "Abbiamo detenuti americani ingiustamente detenuti in Iran. Non possiamo dimenticarli. E qualunque cosa accada dal lato nucleare, che ci riesca o meno, il nostro obiettivo sarà riportarli a casa".
In Iran ci sono almeno 12 cittadini con doppia nazionalità in carcere con accuse che vanno dalla propaganda contro lo Stato alla minaccia alla sicurezza nazionale. Le organizzazioni per i diritti umani denunciano da tempo quella che definiscono la "politica degli ostaggi", che usa le detenzioni di cittadini dual national per scambiarle come pedine nelle trattative politiche con altri Stati, come sta succedendo nel caso della anglo-iraniana Nazanin Zaghari-Ratcliff, in carcere in Iran dal 2016. Nazanin Zaghari-Ratcliffe è finita in mezzo a una questione intricata che riguarda un debito storico di 400 milioni di sterline del Regno Unito con l'Iran. "È ampiamente chiaro che Zaghari-Ratcliffe e altri cittadini con doppia cittadinanza britannico-iraniana che sono stati incarcerati in Iran sono tenuti in ostaggio fino a quando il Regno Unito non ripaga il debito derivante dalla vendita di armi allo scià dell'Iran a metà degli anni 70", ha scritto di recente il quotidiano britannico The Guardian.
di Andrea Pugiotto
Il Riformista, 4 aprile 2021
1. È una decisione che si fa attendere, quella sulla costituzionalità dell'ergastolo ostativo alla liberazione condizionale. Svolta l'udienza pubblica il 23 marzo scorso, la Consulta ha poi informato che proseguirà "nella prossima settimana di lavori" la discussione iniziata in camera di consiglio. Decisione molto tesa, dunque, se tale rinvio - in ipotesi - fosse dovuta a una spaccatura interna al collegio.
di Davide Varì
Il Dubbio, 4 aprile 2021
L'associazione il Carcere Possibile Onlus interviene a pochi giorni dalla decisione della Consulta sulla liberazione condizione per chi è all'ergastolo ostativo. A pochi giorni dalla decisione della Corte costituzionale sull'ergastolo ostativo, in particolare sulla norma che preclude la liberazione condizionale per i detenuti non collaboranti, l'associazione Il Carcere Possibile Onlus torna a condividere con noi una riflessione con un articolo a firma dell'avvocato Sabina Coppola, membro del Consiglio direttivo.
di Roberta Lanzara
adnkronos.com, 4 aprile 2021
"Aumentano casi positivi, ma quasi tutti asintomatici. Contagi fra agenti polizia penitenziaria conformi ad andamento regione di appartenenza". La situazione contagi nelle carceri italiane evolve. "È preoccupante ma non allarmante, perché nonostante la consistente crescita di casi positivi nelle ultime settimane, sono quasi tutti asintomatici. Il numero dei sintomatici invece è stabile e basso".
di Davide Mattiello
Il Fatto Quotidiano, 4 aprile 2021
Diverse ed autorevoli voci si sono già fatte sentire per avvertire del rischio cui si espone l'Italia a smobilitare il 4 bis dell'ordinamento penitenziario, in particolare facendo saltare il collegamento tra presunzione assoluta di pericolosità sociale del condannato per mafia e collaborazione con la giustizia.
foggiatoday.it, 4 aprile 2021
"Vogliamo sapere se si è trattato di un suicidio o se Gerardo Tarantino è stato "suicidato" da qualcuno". Il commento del legale di Gerardo Tarantino, l'avv. Michele Sodrio, a poche ore dalla notizia del ritrovamento del corpo senza vita del suo assistito nel bagno della cella del carcere di Foggia: "Vogliamo conoscere la verità".
Gerardo Tarantino, l'unico indiziato dell'omicidio di Tiziana Gentile avvenuto il 26 gennaio a Orta Nova, è stato trovato senza vita nel bagno della cella del carcere in cui era ristretto dal giorno successivo al fermo avvenuto nei pressi dell'abitazione della vittima.
nuovosud.it, 4 aprile 2021
"Non si arresta il focolaio di Covid-19 nella Casa circondariale di Catanzaro e la situazione è diventata esplosiva. Da quanto appreso dagli ultimi dati forniti dall'Amministrazione è salito a quota settanta il numero dei detenuti contagiati, per due dei quali si è dovuti ricorrere al ricovero ospedaliero, mentre i poliziotti penitenziari positivi sono diciassette".
A darne notizia è Aldo Di Giacomo segretario generale del sindacato di Polizia penitenziaria S.PP.. "La parola d'ordine è vaccinare - afferma Di Giacomo - e la campagna vaccinale va assolutamente velocizzata cosicché, al pari di quanto accaduto nelle Rsa, possa essere ridotto e arginato il pericolo di ulteriori focolai. Siamo ad aprile, ma soffermandoci sulla popolazione ristretta sono stati vaccinati solamente 5.886 detenuti su 54.000, mentre il totale dei poliziotti penitenziari avviati alla vaccinazione è di 14.916.
Al fine di minimizzare i tempi e provare a recupere il notevole ritardo, sarebbe opportuno somministrare Johnson & Johnson di cui per l'immunità è prevista una sola somministrazione rispetto ad AstraZeneca che prevede due iniezioni". In relazione a quanto accade nella Casa Circondariale di Catanzaro, prosegue Di Giacomo "è necessario monitorare costantemente l'andamento dei contagi mediante esecuzione di tamponi molecolari, ripetuti a distanza di tempo, sia per il personale che per la popolazione ristretta e dotare il personale di ogni Dpi.
Vista l'esplosività del focolaio potrebbero iniziare a mancare i posti in isolamento sanitario dunque pare opportuno, così come è avvenuto ed avviene in altri istituti penitenziari, valutare la possibilità di uno sfollamento al fine di contenere i contagi e salvaguardare sia coloro che non sono stati contagiati e sia la comunità esterna alle mura del carcere. Ad ogni modo se il piano vaccinale non viene portato avanti in modo più rapido nelle carceri, il rischio contagi potrebbe sfociare in ulteriori e gravissimi pregiudizi all'incolumità dei detenuti, dei Poliziotti e di quanti vengono in contatto con chi a qualsivoglia titolo vi faccia ingresso".
di Ivan Grozny Compasso
padovaoggi.it, 4 aprile 2021
Nuovo focolaio al Due Palazzi. Il direttore Mazzeo: "Un errore non vaccinare i detenuti". Sono sessantanove i positivi tra i detenuti della casa circondariale, una quindicina gli agenti. "Una comunità chiusa come il carcere avrebbe dovuto essere trattata come una Rsa. Si avrebbe dovuto vaccinare i detenuti, coloro che operano nel terzo settore e tutti coloro che qui lavorano".
"Una comunità chiusa come il carcere avrebbe dovuto essere trattata come una Rsa. Si avrebbe dovuto vaccinare i detenuti, coloro che operano nel terzo settore e tutti coloro che qui lavorano. Questo non è stato fatto e non so in che tempi si farà. Io questo l'ho chiesto da tanto tempo, soprattutto per quelli più fragili. Anche la garante regionale si è interessata alla questione". Il direttore del carcere Due Palazzi, Claudio Mazzeo si trova di nuovo a dover fronteggiare un focolaio all'interno della casa di reclusione. Lui e tutti coloro che ci vivono e ci lavorano.
Focolaio - Sono sessantanove i positivi tra i detenuti, una quindicina gli agenti. "Già da un anno come tutti stiamo vivendo questa situazione, con le difficoltà che però ha una situazione come questa. Abbiamo dovuto fermare tutte le attività e prendere tutte le iniziative possibili per contenere il propagarsi del virus. Devo dire che i detenuti hanno compreso bene la situazione e si sono comportati in maniera molto responsabile. È chiaro che il personale è molto sotto pressione e nonostante la stanchezza sta garantendo i servizi e tutti gli spostamenti dei detenuti. Grandissimo lo sforzo del personale medico che sta lavorando da mesi senza sosta. Questi aspetti mi fanno sentire ottimista".
Vaccini - Sul fronte vaccini, il direttore ci fa sapere che il 60% del personale ha aderito alla campagna, il che fa sottintendere che il 40% non lo ha fatto. "Ripeto, fermo restando che è giusto ci sia la libertà di scelta, è altresì vero che a maggior ragione per questo si doveva puntare subito sul vaccinare i detenuti perché se si contagia chi a casa ci può andare è un conto, se si ammala un detenuto è un problema più grande che coinvolge inevitabilmente tante altre persone". Il direttore ci fa notare che la seconda ondata ha avuto il suo picco a Natale e che i contagi di questi giorni sono dovuti alla cosiddetta variante inglese. "Siamo comunque in attesa di avere l'esito di altri tamponi, ma sembrerebbe che questi contagi siano dovuti a questa variante".
Politica - Che ci voglia un cambio di rotta pare indispensabile, soprattutto a fronte di quanto accaduto quest'anno: "La politica deve fare un salto di qualità per quando riguarda il carcere. Il carcere ha una funzione sociale, rappresenta una fase della vita di una persona, non può essere considerato il rimedio assoluto. Il carcere è un percorso, non può essere una soluzione a vita". È un passaggio, quello che si richiede, anche culturale: "A Padova devo dire che per fortuna la situazione è migliore, il carcere è abbastanza integrato con la società. L'inserimento dei detenuti nei lavori di manutenzione in squadra con gli operai del comune e della provincia, ad esempio, è un pratico esempio di inserimento nella società. Ma sono tantissimi i progetti, preziosi, ai quali non si può e non si deve rinunciare. Ma c'è ancora una parte della società che pensa ancora che il carcere sia un luogo dove rinchiudere chi delinque ed è vissuto come qualcosa di completamente staccato dalla società. Su questo c'è ancora tanto lavoro da fare, bisogna impegnarsi tutti".
- Napoli. Giustizia celere, i penalisti contro l'Anm: subito confronto
- Forlì. Lo si progetta da 18 anni, slitta ancora la data per il nuovo carcere
- Voghera. Banco Alimentare, anche il personale e i detenuti del carcere hanno donato beni
- Andria (Bat). "Senza Sbarre", domani mattina su Rai 1
- Senza reddito, la lunga fila in Italia per il pasto di Pasqua










