di Maria Teresa Corso
quotidianodigela.it, 30 dicembre 2020
I detenuti del carcere di contrada Balate saranno impiegati in lavori socialmente utili. Per la definitiva approvazione si aspetta la conferma anche del sindaco Lucio Greco. L'iniziativa rientra in un più vasto progetto di reinserimento sociale dei detenuti ed è stata proposta dall'associazione Cittadini Attivi, presieduta da Carlo Varchi, subito sposata anche dall'assessore ai Servizi sociali, Nadia Gnoffo. Questa mattina entrambi sono stati ricevuti da Cesira Rinaldi, direttore della casa circondariale. Era presente anche Viviana Savarino, capo area trattamentale.
"Il mondo del volontariato - spiega l'assessore Gnoffo - si è speso sempre in maniera elegante e con metodi di alto profilo specie in questa casa circondariale. Il mio assessorato presto proporrà al comune di redigere un protocollo d'intesa per garantire un percorso comune all'istituto penitenziario". L'iniziativa prevede il trasporto e una copertura assicurativa dei detenuti.
"Mi sono attivato facendo da collante tra i due Enti - assicura Varchi, presidente dell'associazione Cittadini Attivi - consapevole che un istituto penitenziario ha bisogno di servizi comunali e di avere collegamenti diretti con il territorio per favorire, certamente, percorsi di trattamento e di inserimento nel tessuto sociale". La direttrice della casa circondariale, Cesira Rinaldi, ha già avviato iniziative del genere in altre strutture penitenziarie prima dell'esperienza gelese.
Il Messaggero, 30 dicembre 2020
Sono stati 72, di cui 15 donne, i detenuti coinvolti in cinque percorsi formativi promossi nell'ambito del progetto Argo. Quello che propone, appunto, percorsi formativi per il reinserimento dei detenuti ed è finanziato dalla Regione attraverso il Fondo Sociale Europeo.
C'è chi ha trovato la sua passione nella pasta fresca e nel pane fatto in casa, e sogna un proprio ristorante una volta fuori dal carcere. Chi durante la detenzione ha trovato l'orgoglio di saper fare un mestiere perché prima, in 53 anni, era stata "solo una casalinga" ed adesso dice di aver avuto "un'occasione per imparare a lavorare e la speranza di continuare il mestiere della cucina una volta fuori". Se ben organizzato, il carcere può davvero diventare un luogo di recupero. In questo senso l'esperienza formativa nel Nuovo Complesso Penitenziario di Perugia si può dire riuscita.
Sono stati 72 i detenuti coinvolti, di cui 15 donne ristrette nella sezione femminile. Gli allievi che hanno frequentato i 5 percorsi formativi per "Addetto alla cucina" (2 edizioni), "Addetto ai servizi di pulizia", "Impiantista elettricista" ed "Operaio agricolo", promossi da Frontiera Lavoro nell'ambito del progetto "Argo: percorsi formativi per il reinserimento dei detenuti", finanziato dalla Regione Umbria attraverso il Fondo Sociale Europeo, sono soddisfatti della loro nuova o migliorata capacità professionale.
Al termine delle 120 ore di lezione, i migliori 2 del corso di cucina sono stati assunti con regolare contratto di lavoro a tempo indeterminato in prestigiosi ristoranti del territorio perugino. Il corso di cucina, in particolare, è non solo un'occasione professionalizzante, ma anche motivo di incontro ed integrazione tra culture. Nell'Istituto penitenziario di Perugia sono infatti presenti molti detenuti stranieri che adesso stanno diventando in un certo senso portavoce della cucina mediterranea e dei piatti della tradizione umbra.
Come Elena, 32 anni, romena: "Ho imparato - racconta - tante cose nuove, specialmente riguardo agli ingredienti base della cucina italiana e ai modi di cottura che prima non conoscevo". O come la sua compagna Veronica, 26enne toscana, che però preferirebbe dedicarsi al servizio ai tavoli e dice: "Ora voglio riprendere la mia vita e continuare a fare la cameriera".
Tutti i corsisti che hanno partecipato alla formazione sono coordinati da prestigiosi e rinomati docenti. "Gli allievi - spiega la chef Catia Ciofo - hanno imparato le basi della cucina mediterranea, dalla pasta fatta in casa ai piatti tradizionali rivisitati. Alcuni non avevano idea della cucina, mentre altri avevano già lavorato nel settore. Tutti hanno affrontato il corso con piacere e ottenendo ottimi risultati. Divisi in piccoli gruppi, i partecipanti hanno lavorato in cucina con materiali e prodotti di qualità e, al termine di ogni lezione monotematica, la carne, il pesce, l'orto, la pasticceria, i piatti preparati sono stati consumati insieme.
Il cibo è un linguaggio comune e un argomento che tocca trasversalmente tutte le culture e le nazionalità, da qui la scelta di metterlo al centro di un progetto che ha un duplice obiettivo: da un lato creare le condizioni per una migliore integrazione delle donne detenute e migliorare la loro capacità comunicativa, dall'altro acquisire nuove abilità e competenze tecniche che possano costituire il punto di partenza per modificare il proprio percorso di vita". Il progetto, causa emergenza pandemica, attualmente è sospeso e riprenderà nel prossimo mese di gennaio con il corso per "Impiantista elettricista" in modalità a distanza.
I progetti di inclusione sociale, come quello promosso dalla Regione Umbria, sono utili per persone maggiormente vulnerabili, a rischio discriminazione, per le quali vengono definiti percorsi personalizzati di accompagnamento al lavoro. "Il progetto proposto - dichiara il coordinatore Luca Verdolini - ha l'obiettivo principale di fornire le competenze di base sulle diverse professionalità che possono operare in un contesto lavorativo oltre agli insegnamenti fondamentali, propedeutici ad un successivo reinserimento sociale della persona detenuta.
Negare ad una persona detenuta il diritto al lavoro non equivale infatti a sanzionarlo per il delitto che ha commesso, ma privarlo uno degli aspetti salienti della vita: la relazione con le persone e con la realtà. L'esperienza lavorativa, infatti, aumenta il grado di stima dei detenuti consentendo una riscoperta della loro dignità, permette il recupero dei legami familiari favorendo una rinnovata socialità ed incide infine sulla recidiva migliorando i comportamenti individuali e le abitudini sociali. Solo così riusciranno a ricominciare a vivere con dignità".
di Beppe Manni
Gazzetta di Modena, 30 dicembre 2020
Il carcere modenese di Sant'Anna è in grande sofferenza. Il grave episodio della rivolta dell'8 marzo con nove morti ha lasciato uno strascico di malessere, diffidenze e interrogativi non ancora risolti. La struttura che accoglieva 550 ospiti (la capienza sarebbe stata di 346), oggi ne ha poco più di 200 tra uomini e donne. Ciò dipende sia dai lavori di ristrutturazione che dal Coronavirus che colpisce anche in questo caso maggiormente le fasce più deboli dei cittadini. Gli internati sono doppiamente reclusi per evitare contagi e anche per le misure di sicurezza. I colloqui con i familiari sono stati ridotti, recuperati solo parzialmente da una maggiore possibilità per gli ospiti di fare telefonate.
Il Gruppo Carcere e Città, un'associazione di volontari modenesi, anche quest'anno per Natale ha invitato i cittadini a fare un regalo agli ospiti della struttura di Sant'Anna: un panettone, oltre alle mascherine, che in carcere i detenuti fanno fatica a reperire. Sono stati raccolti, nella sede di via Curie 21, cento panettoni e più di mille mascherine. I volontari non hanno purtroppo potuto consegnare personalmente i doni alle persone detenute.
Ai cittadini che hanno fatto il dono è stato consegnato un biglietto in ricordo e in ringraziamento. Don Erio Castellucci, vescovo di Modena, ha celebrato la messa natalizia in carcere nella sezione femminile. Su Rai tre la scorsa settimana in "Tutta la città ne parla" si è parlato dei fatti di Modena. La città e la società civile se informata è presente e fa sentire la sua vicinanza ai reclusi che fanno parte, anche se in un modo diverso, della nostra piccola collettività urbana.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 30 dicembre 2020
"Al Galala" arriverà al Cairo il 31 dicembre, parte di un pacchetto-record di vendite militari al regime egiziano. Che avrebbe ottenuto anche 8 milioni di euro in munizionamento da Cagliari a giugno. Intanto dalla prigione arriva un'altra lettera di Patrick Zaki. La più contestata delle vendite di equipaggiamento militare si conclude in sordina, così come iniziata: il 5 febbraio scorso su queste pagine avevamo rivelato la vendita di due fregate Fremm Bergamini di Fincantieri al regime egiziano, un affare da 1,2 miliardi di euro per due navi - la Emilio Bianchi F599 e la Spartaco Schergat F598 - inizialmente destinate alla Difesa italiana e poi virate sul Cairo senza comunicazioni ufficiali al parlamento.
Un affare enorme, possibile grazie alla collaborazione di banche europee e agenzie di credito (tra gli altri Cassa Depositi e Prestiti, Sace, Intesa Sanpaolo, Bnp Paribas e Santander) che copriranno parte della spesa egiziana con prestiti da 500 milioni. All'epoca Fincantieri non aveva voluto rilasciare dichiarazioni, solo dopo montò la polemica che costrinse il governo a metterci una pezza promettendo di rivedere l'accordo e poi (con il premier Conte) affermando che per avere verità dal regime sull'omicidio di Giulio Regeni era meglio fare business e tenerselo amico.
Altrettanto in sordina la prima delle due navi, la Spartaco Schergat, ancorata a Muggiano, vicino La Spezia, è stata ribattezzata dal regime con il nome "Al Galala", riferimento a uno dei mega progetti infrastrutturali voluti dal presidente al-Sisi e realizzati dalle imprese dell'esercito (fulgido esempio di forze armate imprenditrici e di un oligopolio che garantisce potere economico e dunque politico).
Il 23 dicembre, a due giorni da Natale, di nuovo in sordina (come raramente accade) a Muggiano si è svolta la cerimonia di consegna da Fincantieri alla Marina militare egiziana. Lo ha rivelato Rete Disarmo, con a corredo due foto dove sono ben visibili le bandiere egiziane e alti ufficiali che fanno il saluto militare.
"Il tentativo di tenere nascosta la consegna e la successiva partenza alla volta dell'Egitto durante il periodo natalizio - scrive Rete Disarmo - manifesta chiaramente l'imbarazzo da parte del governo italiano: non solo nessun rappresentante dell'esecutivo ha partecipato alla cerimonia, ma non ci risulta alcun comunicato ufficiale da parte dei vari ministeri in qualche modo coinvolti".
La Al-Galala è partita il giorno di Natale, secondo Agenzia Nova arriverà lungo le coste egiziane il 31 dicembre. Seguirà il resto del pacchetto già autorizzato dall'Italia, tra i 9 e gli 11 miliardi di euro (record) per 20 pattugliatori, 24 caccia Eurofighter e 20 aerei addestratori M346. Intanto continuano ad arrivare munizioni: secondo Giorgio Beretta, analista di Opal, dalla provincia di Cagliari a giugno sono stati esportati 8.121.300 euro di munizionamento pesante all'Egitto. Lo dicono i dati Istat, nella neonata categoria "Altri prodotti in metallo". Ma con simili numeri, spiega Beretta, quel metallo serve a camuffare armi prodotte dalla Rwm Italia di Domunsnovas (la stessa che parla di crisi aziendale, come spiegavamo lo scorso 15 novembre su queste colonne).
E mentre Al-Galala lasciava le acque italiane, a Tora - la famigerata prigione del Cairo per i detenuti politici - lo studente Patrick Zaki vedeva la famiglia. Il 28 dicembre ha consegnato loro un biglietto scritto in italiano: "Buon natale a tutti i miei colleghi e sostenitori. Fate sapere che sono qui perché sono un difensore dei diritti umani". Durante l'incontro il giovane ha detto ai genitori - riporta la pagina Facebook "Patrick Libero" - di essere certo che questa detenzione altro non sia che una punizione per il suo lavoro.
di Giovanni Tizian
Il Domani, 30 dicembre 2020
I trafficanti di esseri umani hanno contatti ovunque. I testimoni che hanno vissuto nei lager libici riferiscono della presenza di militari, di prigioni confinanti con caserme dove c'erano uomini in divisa e carri armati.
Altri hanno detto ai magistrati di essere stati venduti da intermediari che lavoravano per un'organizzazione delle Nazioni unite e hanno fatto i nomi dei capi che gestivano i centri di detenzione. Uno di loro è collegato al comandante Bija, il guardacoste, accusato proprio dall'Onu di essere "uno dei più efferati trafficanti di uomini in Libia", che nel 2017 ha partecipato a un incontro in Italia con una delegazione del ministero dell'Interno.
I magistrati di Palermo proseguono le indagini e da quanto risulta a Domani avrebbero avviato alcune rogatorie per raccogliere le prove su questa rete di complicità. Dietro le torture c'è infatti un sistema di connivenze istituzionali in uno stato dove regna il caos e le bande criminali si spartiscono donne, uomini e bambini come merce in un suk.
Le ultime rivelazioni, raccontate da due ragazzi del Bangladesh, riferiscono di sistematiche brutalità: appesi a testa in giù e picchiati con tubi e armi. Violenze mostrate in diretta ai familiari chiamati con il telefonino per convincerli a pagare il riscatto. I due testimoni, sentiti nell'ambito di un'inchiesta della procura di Palermo coordinata dal magistrato Calogero Ferrara, hanno raccontato anche di essere stati imbarcati a forza nonostante il mare agitato e le cattive condizioni meteorologiche. "O salite o vi ammazziamo e buttiamo i corpi in mare", è stata la minaccia dei trafficanti libici. I migranti vengono venduti da una banda a un'altra, le richieste di denaro sono continue, i familiari nei paesi di origine vengono intimiditi costantemente.
L'organizzazione corrompe poliziotti e funzionari di stato. Spesso gli affiliati sono militari e uomini della guardia costiera libica. Prigione Zawyia L'indagine della procura di Palermo evidenzia anche la superficialità e l'indifferenza con cui l'Europa e l'Italia hanno affrontato l'argomento. Nella geografia del traffico di esseri umani la città di Zuara è uno dei luoghi privilegiati per le partenze perché molto vicino al confine tunisino.
I due bengalesi torturati, le cui testimonianze sono state pubblicate nei giorni scorsi, erano arrivati qui prima di finire su una barca diretta verso l'Italia. Strategica è pure Zawya, non lontano da Tripoli e Zuara. "I migranti rinchiusi nella ex base militare venivano innanzitutto privati della loro libertà personale, sorvegliati ininterrottamente da carcerieri armati. Inoltre i soggetti rinchiusi a Zawyia venivano tenuti in condizioni disumane, privi dei beni di prima necessità e delle cure mediche necessarie (tant'è che in tanti sono morti per gli stenti o le malattie lì contratte, così come emerge da diverse dichiarazioni), in modo che, da un lato non rappresentassero un costo per l'associazione, e dall'altro vivessero in uno stato di grave soggezione nei confronti dei loro carcerieri".
È un passaggio del mandato di arresto nei confronti di alcuni scafisti e torturatori catturati su ordine del magistrato Ferrara. Nello stesso documento si legge: "La situazione veniva aggravata dal sistematico compimento di continue e atroci violenze fisiche o sessuali, fino a giungere alla perpetrazione di veri e propri atti di tortura, talora culminate in omicidi, e ciò al fine di costringere i familiari dei migranti a versare all'associazione somme di denaro quali prezzo per la loro liberazione"
Nella gestione di questi campi di tortura, secondo quanto riferito da alcuni testimoni vittime dei soprusi, ha avuto un ruolo tale Mohamed decritto come "il libico dell'Oim", cioè l'organizzazione delle Nazioni unite che si occupa di flussi migratori. "Mohamed - dice un testimone al pm - aveva una barba lunga e vestiva in abiti militari, in quanto sulle spalline aveva una stella e tre barre. Egli aveva un aiutante, verosimilmente sudanese, che indossava la casacca dell'Oim e che parlava inglese e arabo".
Vengono poi aggiunti dettagli sul luogo di detenzione: "L'area era collegata, tramite un portone, a un'altra base militare operativa dove vi erano militari e anche carri armati. Tale base era in prossimità del mare e di una raffineria. All'interno potevamo esserci circa 500 persone, uomini, donne e circa 15 bambini". Da quanto risulta a Domani la procura di Palermo sta approfondendo il ruolo del "libico dell'Oim".
Non sarà facile, ma qualche riscontro è già stato acquisito e gli accertamenti sono in corso anche tramite la richiesta di documentazione in Libia attraverso rogatoria. La parte difficile sarà, come spiega una fonte investigativa, poterlo sentire. Infatti, se davvero lavora per l'Oim, gode dell'immunità diplomatica. Negli atti dell'inchiesta c'è poi un altro riferimento all'organizzazione della Nazioni unite: nel campo, ex base militare, alcuni testimoni riferiscono di un container dell'organizzazione dell'Onu.
"Non è dato sapere se è in disuso e usato dalla criminalità locale", scrivono i magistrati. Dalle indagini è anche emerso che il "libico dell'Oim" è legato al comandante Bija, il boss del traffico di esseri umani legato alle istituzioni libiche e ospite di incontri ministeriali europei. Bija è il soprannome di Abd al-Rahman al-Milad, a capo della Guardia costiere libica nella zona di Zawyia, cugino, come ha scritto Nello Scavo su Avvenire, di Ossama, il capo del campo governativo di Zawya su cui indaga la procura di Palermo e dove, secondo i testimoni, si trovava Mohamed. Bija è stato arrestato in Libia lo scorso ottobre.
Nel 2018 l'Onu lo aveva inserito in una black list dei trafficanti di esseri umani. Eppure nel 2017 faceva parte della delegazione libica giunta in Italia per incontrare funzionari del governo italiano in un incontro organizzato proprio dall'Oim. In fondo chi meglio di Bija poteva discutere di come frenare i flussi migratori? Il governo era quello di Matteo Renzi, ministro dell'Interno Marco Minniti. Già all'epoca il lager di Zawya era operativo e i migranti venivano torturati. Ma per l'Europa e l'Italia questo evidentemente era secondario. La priorità era fare in modo che la Libia apparisse un porto sicuro.
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 30 dicembre 2020
Nei 25 anni passati dagli accordi di Dayton, la Bosnia Erzegovina s'è rivelata essere poco più di un'espressione geografica. Bosgnacchi, serbi e croati fingono d'essere uniti, ma sono divisi su tutto. Tranne che su una cosa: non volere i migranti. "Difendiamo la nostra città!". I profughi di ieri contro i profughi di oggi. La gente che un tempo veniva sfollata e che ora usa lo sfollagente. Nel gelo di fine anno, nella glaciale indifferenza che il Covid fa calare su qualunque altra emergenza globale, alle porte dell'Europa c'è un problema migranti che si sta trasformando in una guerra fra poveri, in una "vera catastrofe umanitaria" - dice l'Onu - che nessuno sa affrontare: almeno tremila mediorientali, nordafricani, asiatici da giorni vagano in ciabatte a venti sottozero per le foreste della Bosnia nord-occidentale, al confine con la Croazia, arrivati lungo la rotta dei Balcani e rimasti senza un campo dove rifugiarsi e respinti dalle guardie di frontiera croate e infine rifiutati dai cittadini bosniaci di Bihac. Che non li vogliono ospitare. Che presidiano la vecchia fabbrica dismessa di Bira, dove s'è provato a reperire un rifugio.
"Difendiamo la nostra città!", il grido di battaglia lanciato su Facebook da un gruppo di "patrioti" fra migliaia di follower e di like, fra politici e media locali che descrivono gli intrusi come criminali, terroristi, portatori di malattie.
Da Sarajevo, il governo lascia fare e si volta dall'altra parte, nonostante abbia ricevuto 60 milioni dell'Ue (più altri 25 in arrivo) proprio per tamponare questo disastro migratorio. Solo Unhcr e Oim, le organizzazioni mondiali per i rifugiati e i migranti, hanno rotto il silenzio con un parole molto dure: "Nevica, siamo sotto zero, non c'è riscaldamento, niente", ha twittato spazientito il responsabile Oim per la Bosnia, Peter Van der Auweraert, ormai a fine mandato. "Non è così che dovrebbero vivere le persone. Servono coraggio politico e azione. Adesso".
Il caso esplode ora perché sabato scorso, alla notizia che la loro tendopoli di Lipa sarebbe stata chiusa, i disperati hanno incendiato il campo. Ma nessuno può dirsi sorpreso da quel che succede: è da mesi che molte ong denunciano le condizioni di Lipa, 30 chilometri da Bihac, un campo temporaneo in mezzo al nulla, impiantato ad aprile per fronteggiare la pandemia. Le tende dovevano sbaraccare in settembre, ma nessuno ha fatto granché, per paura delle proteste degli abitanti della regione.
E il 9 dicembre, quando l'Oim ha deciso di non voler finanziare più un campo così inadeguato per l'inverno, concordando con le autorità locali una sistemazione nei container di Bira, la crisi è precipitata: 400 migranti hanno preso le loro quattro cose e han provato a entrare in Croazia, come al solito respinti dalla polizia di Zagabria con modi ruvidi (sono numerose le accuse di violenze); qualcuno esasperato ha dato fuoco alle tende; a tutti gli altri non è rimasto che vagare nei boschi innevati. Congelati, in un Paese pietrificato. Coi piedi violacei, la febbre alta, poche coperte, qualche pasto offerto dalla Croce rossa bosniaca: "Viviamo come animali", ha detto ai microfoni d'una tv Kasim, un giovane pakistano. "Anzi, gli animali vivono meglio di noi. Se non ci aiutate, moriremo. Per favore, aiutateci!".
Non dicano che non si sapeva. I Balcani sono l'area d'Europa a maggior concentrazione d'organizzazioni internazionali, militari e umanitarie, ma da quando è stata chiusa la rotta Turchia-Grecia-Macedonia-Serbia-Bosnia, le migrazioni sono continuate e poco s'è fatto: solo dal 2018, il governo di Sarajevo ha dovuto gestire 60 mila rifugiati e ora ne ha 6.500 in campi fatiscenti, oltre a questi tremila a spasso. La Croazia ha alzato un muro invisibile, sessanta respingimenti al giorno, e un dossier presentato la settimana scorsa alla commissaria Ue per gli Affari interni, Ylva Johansson, censisce 12.654 abusi subiti dai migranti finiti in mano alle mafie o alle (spesso corrotte) polizie balcaniche.
Sono stati documentati da Amnesty International autentici casi di tortura: profughi sequestrati in cambio di riscatto, un marchio a fuoco sulle braccia a titolo del pagamento avvenuto. Da più di due anni c'è una coraggiosa maestra elementare bosniaca di Bihac, Zehida Bihorac, che in totale solitudine porta medicinali, vestiti, cibo e racconta sui social quel che patiscono i migranti nella Krajina, in fondo a quei 1.600 chilometri di cammino, di paura, di fame, di torture che li portano da Lesbo alle frontiere dell'Europa. Zehida ha ricevuto minacce, ha chiesto (spesso inutilmente) la protezione della polizia e il suo caso, come quello di tutti i volontari bosniaci che aiutano gli immigrati, ha spinto perfino le Nazioni Unite a protestare, chiedendo un'indagine sulle violenze xenofobe.
Tutto questo, a 25 anni da Dayton. E da quegli accordi di pace che nel dicembre 1995 liberarono gli stessi bosniaci dalla guerra, dal genocidio, dai campi profughi in cui erano stati cacciati, dall'incubo di dover vagare in cerca d'un destino migliore. Mai più, si diceva allora. In questo quarto di secolo, la Bosnia Erzegovina s'è rivelata essere poco più di un'espressione geografica, congelata in una pace vuota e fredda. Bosgnacchi, serbi e croati fingono d'essere uniti, ma sono divisi su tutto. Tranne che su una cosa: non volere i migranti.
di Roberto Righi
Il Dubbio, 30 dicembre 2020
È opportuna una prima riflessione, dopo un anno di emergenza sanitaria, economica e sociale. E dopo un anno di stravolgimento della gerarchia e delle categorie delle fonti e di quelle che si sarebbero potute definire le (relative) certezze in materia del giurista contemporaneo.
Voglio partire da una recente sentenza della Corte Costituzionale, resa però in epoca che sembra ormai lontana, perché "pre-virus". Con essa, affrontando le limitazioni alla libertà personale conseguenti alle misure di pubblica sicurezza previste dal d.lgs. 159/ 2011, la Corte ha fatto importanti affermazioni di principio. E cioè che "le misure in questione in tanto possono considerarsi legittime, in quanto rispettino i requisiti cui l'art. 13 Cost. subordina la liceità di ogni restrizione alla libertà personale, tra i quali vanno in particolare sottolineate la riserva assoluta di legge (rinforzata, stante l'esigenza di predeterminazione legale dei "casi e modi" della restrizione) e la riserva di giurisdizione.
Gli esiti cui è approdata la giurisprudenza costituzionale italiana, che in questa sede devono essere riaffermati, finiscono così per attribuire un livello di tutela ai diritti fondamentali dei destinatari della misura della sorveglianza speciale, con o senza obbligo o divieto di soggiorno, che è superiore a quello assicurato in sede europea. La riconduzione delle misure in parola all'alveo dell'art. 13 Cost. comporta, infatti, che alle garanzie (richieste anche nel quadro convenzionale) a) di una idonea base legale delle misure in questione e b) della necessaria proporzionalità della misura rispetto ai legittimi obiettivi di prevenzione dei reati (proporzionalità che è requisito di sistema nell'ordinamento costituzionale italiano, in relazione a ogni atto dell'autorità suscettibile di incidere sui diritti fondamentali dell'individuo), debba affiancarsi l'ulteriore garanzia c) della riserva di giurisdizione, non richiesta in sede europea per misure limitative di quella che la Corte Edu considera come mera libertà di circolazione, ricondotta in quanto tale al quadro garantistico dell'art. 2 Prot. n. 4 Cedu" (sent. n. 24/ 2019).
Tutti gli italiani, anche se non leggono la Gazzetta Ufficiale conoscono però il D. L. 2 dicembre 2020 n. 158 e il D. L. 18 dicembre 2020 n. 172 e stanno vivendo in questi giorni le limitazioni ivi contenute alle libertà di circolazione e di domicilio. Le quali confliggono frontalmente con gli artt. 13, 14 e 16 della Costituzione. Se per questa volta si è rispettata da parte del Governo - attraverso la decretazione d'urgenza - la riserva assoluta di legge che pertiene a tali diritti apparentemente "inviolabili", mentre la fonte secondaria atipica rappresentata dai D.P.C.M. sino ad oggi intervenuti in materia era certamente incostituzionale, prima di tutto per la mancanza di capacità a disciplinare le limitazioni ai diritti di libertà che ne sono conseguite, altrettanto non può dirsi quanto al contenuto di tali decreti legge, la cui lettera confligge frontalmente con le norme costituzionali sopra citate. Ma non solo con esse.
Queste però sono considerazioni al limite dell'ovvio. Ma come si spiega tutto questo? Anche se la gravosità delle limitazioni subite dai cittadini italiani è certamente la più intensa, quella dei ripetuti lockdown è un'esperienza comune alle democrazie occidentali, benché fondate sulla "rule of law". Ma il giudizio sulla legittimità costituzionale dei D. L. 158 e 172 del 2020 spetterà alla Corte Costituzionale, se ne sarà investita in via incidentale e qui non intendiamo anticiparlo.
Intendiamo solo darne una parziale spiegazione, in termini di realismo giuridico. Nei giorni scorsi su questo quotidiano è stato infatti autorevolmente ricordato da Ginevra Cerrina Feroni che il bisogno di sicurezza rappresenta un valore "super primario", che non entra nel tradizionale bilanciamento con gli altri diritti costituzionali, anche con quelli definiti inviolabili, perché vi prevale necessariamente.
Potremo allora dire che siamo di fronte ad un bisogno di difesa del singolo e della collettività, che deve essere assicurato dal potere esecutivo e quindi dal suo vertice rappresentato dal Governo e soprattutto dal Presidente del Consiglio dei Ministri ex art. 95 Cost., il quale, in una situazione eccezionale come quella che stiamo vivendo, inevitabilmente assume la capacità di "mangiarsi" molti dei diritti fondamentali assicurati dalla Costituzione.
Questo spiega ad un tempo l'esautoramento del Parlamento, come se fossimo in stato di guerra ex art. 78 Cost. e l'emersione di quelle fonti atipiche promananti appunto del Presidente del Consiglio dei Ministri, che peraltro per Costituzione non dispone di alcun autonomo potere normativo.
In questa situazione governata dallo stato di necessità recedono dunque non solo le categorie delle fonti normative, ma persino la Costituzione. E soltanto un organo di garanzia come la Corte Costituzionale potrà probabilmente dirci in futuro se i poteri normativi così esercitati hanno avuto nondimeno una copertura costituzionale. È certo però che tutto il diritto dell'emergenza che stiamo vivendo avrebbe avuto quantomeno bisogno di una legittimazione, che vada oltre il semplice meccanismo della fiducia parlamentare.
È necessario che queste limitazioni, che tutti noi stiamo vivendo e subendo in questi giorni, abbiano una fortissima copertura politica. Che il Governo che le dispone possa cioè dirsi il Governo di tutti gli italiani nel periodo più difficile dell'intera storia repubblicana. Altra forma di legittimazione non è possibile. Ma al momento essa è assente, con le conseguenze sotto gli occhi di tutti. Che saranno destinate ad aggravarsi ancora.
*Avvocato
di Antonio Polito
Corriere della Sera, 30 dicembre 2020
Non è scontato che l'Italia esca presto e bene dall'emergenza. Forse anche per questo la solidarietà politica tra i partiti di maggioranza è scesa sotto zero. E il 2021 ci riserva la concreta prospettiva di una crisi di governo. L'opposizione confida nella "legge" di Tocqueville.
Il pensatore francese sosteneva che un popolo può sopportare a lungo e senza lamentarsi condizioni difficili e restrizioni della libertà, ma "le rifiuta violentemente non appena se ne alleggerisca il peso". Nei tempi duri il malcontento si accumula, però difficilmente si traduce in azione politica, perché prevale la paura di star peggio. Ma quando si esce dall'emergenza, e le cose migliorano, ecco che c'è lo spazio per chiedere di più e provare un cambiamento. Una delle tante conferme storiche di questa legge è la vicenda di Winston Churchill: vinse la guerra e perse le elezioni, poiché gli inglesi preferirono voltar pagina dopo tutto "il sudore, le lacrime e il sangue" che lo sforzo bellico aveva imposto.
È probabile che anche da noi la fine della pandemia porti a un cambiamento radicale negli orientamenti dell'elettorato. È del resto già successo che durante una crisi la gente preferisca la sinistra, nella convinzione che sia più generosa nell'uso del denaro pubblico, ma per la ripresa si rivolga a destra, sperando in meno vincoli e più libertà all'iniziativa privata.
Però la fine della pandemia è ancora lontana. L'anno nuovo può portare grandi novità politiche, ma intanto si apre con un più tradizionale lockdown. Siamo ancora immersi nella seconda ondata, e non sappiamo se ce ne sarà una terza; se basterà il vaccino e quando arriverà la nostra dose; se e quando riapriranno le scuole dei nostri figli. Abbiamo altro a cui pensare insomma, prima della politica. Per questo i partiti si muovono un po' al buio. Fanno giochi di palazzo ma col fiato sospeso, aspettando di capire dove andrà il Paese, da che parte tirerà il vento del 2021. Così il governo un po' alla volta si indebolisce, ma l'alternativa resta avvolta nella nebbia. Eppure questo "grande stallo", invece di stabilizzare la situazione, manda in fibrillazione la maggioranza. La ragione è semplice: anche da quella parte conoscono, e temono, l'effetto Churchill.
Le strategie per evitarlo sono molte e diverse, spesso anche in conflitto tra loro, ma convergono tutte su un obiettivo: ristrutturare l'offerta politica del centrosinistra, così che quando l'emergenza finisca sia pronto qualcosa che sembri nuovo. Il materiale a disposizione non è abbondante, e i voti nemmeno, dunque bisogna lavorare con la fantasia. Gli ingredienti sul piatto sono tre: una nuova alleanza politica, un nuovo sistema elettorale, un nuovo Presidente della Repubblica.
Ognuno si muove a modo suo. Renzi fa il Ghino di Tacco, scuotendo l'albero per cambiare governo (ma con l'apprezzabile scelta di far leva sui contenuti: più o meno gli stessi che fino a un mese fa sbandierava il Pd). Gli eredi della tradizione togliattiana, come Bettini, puntano a far nascere intorno al premier un nuovo partito che dia più spazio coalizionale al Pd (non sarebbe la prima volta, anche D'Alema curò il parto elettorale di Dini nel 1996). Conte e Franceschini, figli e figliastri della tradizione democristiana, contano invece sul fatto che il potere logora chi non ce l'ha: o con un estenuante temporeggiamento moroteo nel caso del premier pugliese, o con una tessitura squisitamente dorotea per il ministro ferrarese, un domino di "alleanze matrimoniali" con i Cinquestelle che parte dalla scelta dei candidati sindaci nelle cinque grandi città al voto in primavera, per arrivare fino al prossimo inquilino del Quirinale da eleggere tra un anno.
Ma tutte queste manovre hanno una loro debolezza intrinseca: e sta nel fatto che Conte non è Churchill. Non solo nel senso che non ha ancora vinto la guerra, ma che potrebbe anche perderla. A ben guardare, l'anno che sta per aprirsi rischia infatti di essere una prova troppo dura per questo governo. Il debito è cresciuto a dismisura, e per quanto Conte ripeta che finanziarsi non è un problema, ben 88 miliardi dei 127 di prestiti europei saranno destinati a vecchi progetti per sostituire finanziamenti nazionali e non indebitarsi ancora: il che ridurrà di molto la potenza di fuoco della "ripresa".
La governance necessaria per gestire questi soldi è ancora un mistero avvolto in un enigma. Né gli italiani né l'Europa sembrano avere alcuna fiducia nella capacità di spesa della nostra burocrazia, e il rischio di sperperare soldi destinati agli investimenti in incentivi e sussidi è molto elevato, come ha paventato ieri il commissario Gentiloni in un'intervista a Repubblica.
D'altra parte si è visto nell'ultima Finanziaria, approvata in fretta e furia, quanto il partito della spesa pubblica sia in preda a una vera e propria "euforia da deficit", al punto di sparpagliare altri 24,6 miliardi in interessi corporativi, operazioni di consenso e vere e proprie mance, come ha spietatamente spiegato ieri Sabino Cassese sul Corriere, così portando il disavanzo al 10,8% e il debito al 158%.
Che l'Italia esca presto e bene da questa emergenza è insomma tutt'altro che scontato. Pur essendoci entrata prima e peggio di tanti altri. Forse anche per questo la solidarietà politica tra i partiti di maggioranza è scesa sotto zero. Se si seguono i dibattiti parlamentari si vedrà che ogni gruppo applaude solo la dichiarazione di voto del suo rappresentante.
Così il 2021 ci riserva la concreta prospettiva di una crisi di governo. O "pilotata" a gennaio, verso un nuovo Conte rimpastato (magari con aggiunta di un gruppetto di "responsabili" selezionati tra transfughi ed eletti all'estero, nella migliore tradizione del trasformismo italico). O "non pilotata" a luglio, quando il "semestre bianco" eliminerà del tutto il rischio di elezioni anticipate. Un anno fa il premier Conte fu protagonista di un infortunio, pronosticando che il 2020 sarebbe stato un "anno bellissimo". Neanche per il prossimo siamo messi bene.
di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 30 dicembre 2020
Nel mondo ci sono 387 reporter detenuti, aumenta del 35 per cento il numero di giornaliste arrestate. Il Messico, il Pakistan, le Filippine, l'Honduras, ma anche l'Iran, l'Iraq. Le minacce alla libertà di informazione non vengono solo dalla guerra: nel 2020 sono stati uccisi 50 giornalisti nel mondo e la maggior parte lavorava in Paesi non in conflitto. È uno dei dati che emergono dal rapporto annuale di Reporters sans Frontières (Rsf) che monitora lo stato di salute del giornalismo nel mondo. In dieci anni, dal 2011 a oggi, Rsf ha censito 937 vittime, ma il numero dei morti cala più o meno costantemente dal 2012. Quest'anno sono stati uccisi mentre facevano il loro lavoro 50 giornalisti, anche se secondo l'organizzazione sono arrivate meno segnalazioni a causa della pandemia.
Anche la pace uccide l'informazione - Il numero dei giornalisti uccisi in zone di guerra diminuisce, è una tendenza che va avanti dal 2016, ma aumentano le vittime nei Paesi pacifici: nel 2016, il 58% dei giornalisti è stato uccisi in zone di conflitto contro il 32% di quest'anno. Gli Stati più a rischio si sono rivelati il Messico con 8 morti, l'India (4), il Pakistan (4), le Filippine (3) e l'Honduras (3).
Rsf sottolinea nel rapporto il modo particolarmente cruento con cui sono stati uccisi in Messico il giornalista Julio Valdívia Rodríguez del quotidiano El Mundo de Veracruz trovato decapitato e il suo collega Víctor Fernando Álvarez Chávez fatto a pezzi nella città di Acapulco. In India, il giornalista Rakesh Singh Nirbhik è stato "bruciato vivo" mentre il giornalista Isravel Moses, corrispondente di una stazione televisiva del Tamil Nadu, è "stato ucciso con il machete", riporta Rsf.
Dall'Iraq alla Nigeria, coprire le proteste è sempre più pericoloso - In Iran, pochi giorni fa è stato giustiziato il fondatore del canale Telegram Amad, il giornalista dissidente Ruollah Zam. A indebolire i giornalisti non ci sono solo "i rischi legati alla professione" ma anche le leggi statali. Quasi venti giornalisti investigativi sono stati uccisi quest'anno: alcuni indagavano su corruzione e appropriazione indebita di fondi pubblici, altri si stavano occupando di mafia e criminalità organizzata, altri ancora di questioni ambientali.
Anche coprire le proteste è diventato sempre più pericoloso: "In un nuovo sviluppo nel 2020, sette giornalisti sono stati uccisi mentre coprivano le proteste", si legge nel rapporto. "In Iraq, tre giornalisti sono stati uccisi esattamente nello stesso modo: da un colpo alla testa sparato da uomini armati non identificati mentre coprivano le proteste. Un quarto è stato ucciso nella regione del Kurdistan settentrionale dell'Iraq mentre cercava di sfuggire agli scontri tra forze di sicurezza e manifestanti".
Più reporter donna agli arresti, cresce la censura per la pandemia - In Nigeria, "due giornalisti sono stati vittime del clima di violenza che accompagna le proteste, in particolare le proteste contro la brutalità di un'unità di polizia incaricata di combattere la criminalità. In Colombia, un giornalista di una stazione radio comunitaria è stato ucciso a colpi d'arma da fuoco mentre copriva una protesta della comunità indigena contro la privatizzazione della terra locale che è stata violentemente dispersa da polizia regolare, polizia antisommossa e soldati".
Ad oggi nel mondo ci sono ancora 387 giornalisti detenuti, nel 2020 è cresciuto anche il numero di giornaliste arrestate, + 35%. Nei primi quattro mesi dell'anno, il numero di giornalisti arrestato è cresciuto di quattro volte anche per la copertura sulla pandemia.
di Enrico Deaglio
Il Domani, 30 dicembre 2020
Nelle mie fantasie per l'anno nuovo io mi immagino che il governo italiano, con un succinto decreto dichiari lo ius soli per un milione di giovani figli di immigrati nati in Italia; che con un secondo decreto conceda la cittadinanza italiana a tutto il personale sanitario straniero che si è coperto di fatica e di gloria in questi mesi; che con un terzo decreto dia la precedenza nelle vaccinazioni a tutti quegli immigrati irregolari che sono, per le loro condizioni di povertà e precario vivere, i più esposti al contagio e alla sua trasmissione, e nello stesso tempo impauriti e quindi non in grado di far valere i propri diritti.
Naturalmente, tutti hanno ancora ben chiare le immagini del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, commosso, che sovraintende alla vaccinazione dei detenuti del carcere di Modena, dove il 9 marzo scorso morirono in circostanze purtroppo molto oscure, tredici (tredici) detenuti che avevano chiesto misure urgenti di protezione contro l'epidemia. (Errata corrige: cancellate da "naturalmente" in poi, mi rendo conto che questo paragrafo è davvero irrealistico).
Tutti dicono che il virus ha cambiato il mondo, e che non è certo finita qui. Grandi economie sono crollate, uomini potenti come Trump sono finiti nel ridicolo, le religioni hanno chinato la testa di fronte alla scienza; la dottoressa Katalina Karikò, nata 65 anni fa nella tragica pianura ungherese in una casa senza luce elettrica e acqua corrente ha regalato (sì, regalato) al mondo l'idea di un vaccino basato sull'Rna cui nessuno prima aveva pensato, che ci sta salvando tutti.
Fosse arrivata qui, invece che in America, sarebbe rimasta precaria allo Spallanzani, ad agitare reagenti. Questo per dire che, in genere, sono sempre gli immigrati il sale della terra e che ci converrebbe capirlo. E quindi: ius soli come risarcimento e come investimento, contro la nostra vecchiaia ormai decrepita, contro i nostri Natali tra Uncle Scrooge e Napoli Milionaria, in cui tutti chiedono "uno scatto", "una visione", "procedure straordinarie", "qualcosa per i giovani", ma fingono di non vedere che cosa succede.
Nello specifico, il virus ha fatto sapere che tutto il mondo dell'assistenza sanitaria - non per l'emergenza, ma per sempre - avrà bisogno (sempre che vogliamo conservare la democrazia) di decuplicare gli addetti, dal portantino al ricercatore, dal radiologo all'assistente sociale; e che questi non saranno italiani. Già ora, tutto il personale "basso", spesso precario, degli ospedali e delle residenze per anziani è fatto di immigrati.
E colpisce il dato di un'associazione di medici e infermieri stranieri in Italia: 77.000 iscritti. Non avendo la cittadinanza italiana, non possono partecipare ai concorsi pubblici, nemmeno ai bandi attuali delle Asl. In generale poi, come tutti sanno, l'economia italiana si regge sul lavoro degli immigrati, che costituiscono la maggiore forza creativa delle nostre imprese.
E ancora più in generale, nella storia ci si è salvati dalle grandi calamità con l'inclusione, e non con il contrario. Il contrario porta alle autarchie, alle dittature e alle guerre. Fantasie? Sicuramente. Ci vorrebbe un grande statista, una persona con una visione, ci vorrebbe un Mario Draghi. Sì, forse lui sarebbe la persona adatta; ha visione economica, ha sensibilità democratica e coraggio, come ha dimostrato con il whatever it takes e ora complimentandosi con il presidente del Napoli per la cancellazione della ingiustizia subita con il 3 a 0 a tavolino dato alla Juventus.
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