di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 3 aprile 2021
Il viaggio etno-musicale di Joe Perrino dentro gli istituti penitenziari della Sardegna. E il libro di Sergio Abis, "Chi sbaglia paga", con le lettere dei detenuti a don Ettore Cannavera, fondatore della comunità La Collina. Le prigioni dell'isola sono ormai utilizzate come un confino: per esempio ad Arbus Is Arenas e Onanì gli stranieri sono circa il 78%, rispetto a una media nazionale del 32%.
Please Governor Neff mi lasci libero. E il Governatore del Texas Pat Morris Neff, effettivamente lo lascio liberò e lo graziò. Eravamo negli anni Trenta del secolo scorso. Senza i blues di Leadbelly non ci sarebbe stata buona parte della musica folk e rock dei decenni successivi. E senza il viaggio etnomusicale di John Lomax e di suo figlio Alan nessuno avrebbe avuto modo di assaporare quei blues di Leadbelly che parlano all'anima. La Library of Congress aveva incaricato i Lomax di registrare la musica degli Stati Uniti del Sud, che fino ad allora si tramandava oralmente e rischiava di andare perduta. John Lomax capì che le prigioni negli anni Trenta americani erano posti preziosi dove si potevano incontrare biografie musicali meravigliose, proprio come quella di Leadbelly.
Altrettanto straordinario è il viaggio etno-musicale di Joe Perrino in Sardegna in giro per le dieci carceri dell'isola. Un viaggio che per ora è un disco - "Canzoni di malavita n. 3. Per grazia non ricevuta" - ma che diverrà a breve anche un film girato insieme a Giovanna Maria Boscani, artista musicale sassarese. Joe Perrino, rocker cagliaritano, diciotto dischi sulle spalle, ha dato vita a un eccezionale progetto di recupero di una tradizione musicale che nasce dietro le sbarre, così raccogliendo e tramandando racconti di vita, gelosie, lamentele, sogni, frustrazioni. In alcuni casi ha fatto proprio la stessa cosa dei Lomax, ossia è andato a recuperare una tradizione musicale galeotta che fino ad allora non aveva mai avuto occasione di diventare testo scritto e cantato da non detenuti. Joe Perrino ha sia tradotto in canzoni scritti, disegni, dipinti e piccole sculture di detenuti dai quali ha estrapolato il cuore pulsante, ha sia restituito vita a brani tradizionali, come nel caso della traccia Milano-Livorno-Binario 21.
"Annuncio ritardo: sono quasi due ore, il treno non parte, chiedo a un passante cosa è successo, un drogato è morto nel cesso". Una canzone che racconta di un ragazzo che dalla Sardegna finisce a Milano. A lui gli è andata male a causa dell'eroina. Quell'eroina che ti portava a dire che la prima volta era bello. "Gli è andata male con la fortuna. Rubava non per quattrini. Gli spacciatori bastardi e assassini". Una canzone che nel cuore degli anni Settanta era cantata dai gruppi anarchici milanesi.
In Ricominciare da capo c'è invece un riassunto di emozioni di vita carceraria: la paura del dopo, il dolore, la non rassegnazione, la naturale ricerca della felicità di chi ora sta dentro, ma poi starà fuori. Non c'è auto-commiserazione né esaltazione di violenza, ma solo vita vera, fatta di sentimenti di vendetta non sopiti. Si percepisce lo scorrere inesorabile, lento, tragico, ripetitivo, ossessionante del tempo. "Sono rinchiuso in una cella dimenticato. Viene l'inverno. Il freddo che morde. Tristi pensieri... Arriva l'estate, affaticato stanco e sudato mentre il borghese si gode la vita".
Tempo e spazio sono categorie classiche che definiscono la pena moderna. Il tempo e lo spazio della prigione si ritrovano in questa raccolta musicale, terzo capitolo di un progetto che meriterebbe di diventare patrimonio bibliotecario pubblico così come avvenne per il lavoro di ricerca di padre e figlio Lomax nelle prigioni degli Stati Uniti del Sud.
Joe Perrino ha lavorato dal basso a una tradizione musicale che solo in parte è assimilabile alla musica neo-melodica napoletana o barese. Quest'ultima riesce meno a scavare nella zona grigia dei sentimenti, che non è fatta solo da espressioni dalle tinte forti, come quando il mio omonimo Patrizio, cantante morto per overdose a 24 anni a Napoli, scrive a canta che non vuole "l'attenuante minorenne, perché je l'aggio acciso comme a n'ommo gruosso".
Nelle storie cantate da Joe Perrino, al pari di quelle di Tom Waits in "Orphans: Brawlers, Bawlers and Bastards", c'è l'intensità della vita trascorsa in prigione; non c'è dunque solo l'affresco di un mondo criminale sublimato a mondo perfetto, fondato sulla cultura machista della violenza. C'è anche lo sguardo antropologico alla vita di galera. Per questo il progetto musicale di Joe Perrino è anche una via attraverso cui conoscere le dieci carceri sarde con i suoi due mila detenuti.
Finire in carcere in Sardegna non è come stare in continente. C'è l'isolamento forzato determinato dalla lontananza, dalla difficoltà di tenere in piedi legami affettivi, visto che non sempre sono lì reclusi i sardi di origine. La Sardegna, un tempo perché ci si mandava i terroristi e i mafiosi, ora perché è luogo privilegiato di trasferimento degli stranieri provenienti dalla terraferma, tende ad assomigliare a un confino. Vi sono istituti con una presenza percentuale di detenuti stranieri elevatissima; si pensi che ad Arbus Is Arenas e Onanì gli stranieri sono intorno al 78%, rispetto a una media nazionale pari al 32% circa.
Per capire cosa accade nelle carceri sarde e per conoscere un'alternativa possibile alla prigione quale pena, ci si può affidare oltre che a un disco, anche a un libro scritto da Sergio Abis, Chi sbaglia paga (Ed. Chiarelettere). Abis raccoglie le lettere scritte in un ampio arco di tempo dai detenuti a un sacerdote, don Ettore Cannavera, fondatore della Comunità "la Collina", a Cagliari. Le lettere dei detenuti a don Ettore costituiscono uno spaccato sociologico attraverso cui conoscere il carcere vero, che purtroppo tende a non coincidere con quello descritto nelle norme dell'ordinamento penitenziario. Il carcere reale è fatto di sofferenze, isolamento relazionale ed affettivo, disagio, paura, preoccupazioni stratificate, abbandono emotivo e sociale. Don Ettore gestisce nelle bellissime colline cagliaritane una comunità dove ragazzi, giovani adulti e non solo scontano parte della loro pena in misura alternativa alla detenzione.
Ho avuto la fortuna di trascorrervi alcune giornate insieme a don Ettore, ai suoi educatori e a i suoi ospiti. Si respira un'aria non di afflizione, sofferenza, abbandono, solitudine. La pena recupera così quel suo senso costituzionale che invece sembra tragicamente perso leggendo le lettere dei detenuti che ha così mirabilmente raccolto Sergio Abis. È un libro duro che tocca le corde anche di chi tante ne ha lette e tante ne ha viste. Don Ettore non è il classico sacerdote che raccoglie la confessione dei peccatori; lui è la speranza di uscita dal buio, verso quella che dovrebbe essere una riconversione ecologica della pena.
Un disco e un libro ci portano dentro le prigioni di quella bellissima terra che è la Sardegna. L'arte e la letteratura costituiscono una forma di conoscenza non scontata del reale, in quanto libere da schemi precostituiti e da stereotipi interpretativi. Joe Perrino e don Ettore Cannavera (la cui opera traspare dal lavoro di scrittura e di archivio di Sergio Abis) sono due volti bellissimi di una Sardegna che - va ricordato - è la terra di Zirichiltaggia, ossia di quella poesia in dialetto grazie alla quale Fabrizio De André ci ha condotto per mano nell'isola, facendoci scoprire l'umanità di luoghi che possono essere raccontati solo se intensamente vissuti.
di Maria Vittoria Corrado
gnewsonline.it, 3 aprile 2021
Nel giorno della vigilia di Pasqua, è stato presentato il trailer del cortometraggio cinematografico Stabat Mater. Il dramma poetico, liberamente tratto dalla raccolta Madri di Grazia Frisina, regia di Giuseppe Tesi, è interpretato da attori professionisti, tra i quali Melania Giglio e Giuseppe Sartori, e da dodici detenuti di diversa nazionalità, lingua e cultura della casa circondariale di Santa Caterina in Brana di Pistoia.
La scelta del testo, ispirato alla preghiera tradizionalmente attribuita a Jacopone da Todi, al teatro medievale e alla tragedia greca, intende dare voce a tutti coloro che solitamente non hanno la possibilità di esprimersi, simbolicamente rappresentati dal pianto della Vergine Maria. In tal senso, hanno potuto manifestare il proprio disagio un gran numero di attori detenuti, grazie alla presenza del Coro e della Corifea, suggeriti dall'opera quali controcanto all'azione. "Il teatro in carcere - ha dichiarato la guardasigilli Marta Cartabia nel giorno della Giornata mondiale del teatro, celebrata lo scorso 27 marzo - non è mero intrattenimento, riempitivo di un tempo vuoto, ma un'occasione significativa in un percorso di acquisizione di consapevolezza".
Le riprese dello Stabat Mater, partite prima dell'inizio della pandemia, hanno avuto come scenario l'interno del carcere toscano e alcuni luoghi caratteristici della provincia: la saletta anatomica dell'Ospedale del Ceppo, di architettura settecentesca, la fontana di Daniel Buren a Villa La Magia e la spiaggia della Lecciona in Versilia. Il progetto, promosso dall'associazione culturale Electra Teatro, punta a valorizzare la persona e lo sviluppo della sua autonomia, attraverso un percorso formativo che potenzi capacità creative e culturali dei singoli, con un'attenzione particolare al miglioramento del lessico linguistico dei detenuti stranieri, essenziale alla loro integrazione sociale e al necessario reinserimento nella cittadinanza attiva.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 aprile 2021
Per i medici questa condizione acuisce le sue patologie con il rischio di autolesionismo. Al carcere di Parma c'è un detenuto con problemi psichici - tanto da commettere atti autolesionistici come cucirsi la bocca - che da cinque mesi è in isolamento totale. Nonostante l'indicazione dei medici, è perennemente chiuso in cella, senza l'ora d'aria e attività trattamentali. Il caso è stato sollevato da Sandra Berardi, presidente dell'associazione Yairaiha Onlus.
Si chiama Carmelo Latino e risulta preso in carico dai servizi psichiatrici già dal 2009 con tali scompensi emotivi da rendere necessarie frequenti visite psichiatriche. Dalle relazioni mediche che l'associazione Yairaiha ha allegato nella segnalazione al ministero e Dap, si evince che il principale motivo di ansia e scompenso, da sempre ma acuitosi negli ultimi mesi, è l'ipotesi di dover condividere la cella con altra persona al punto che tutti gli specialisti che lo hanno visitato hanno sempre raccomandato la collocazione in cella singola. Latino si trova in isolamento, continuatamente, dall' 11 novembre 2020. Inizialmente l'isolamento è stato volontario in relazione alla comunicazione da parte degli agenti preposti che avrebbe dovuto "lasciare la sua cella e cercarsi un compagno", onde evitare discussioni che avrebbero potuto compromettere il precario equilibrio psichico, oltre che prendere un rapporto disciplinare.
Il 17 novembre gli viene comunicata una sanzione disciplinare con l'esclusione dalle attività in comune per 15 giorni. A questa ne sono seguite altre fino a determinare l'isolamento totale con l'esclusione dalle attività e dall'ora d'aria. "Uno stato di isolamento che ha esasperato oltremodo la fragilità psichica del sig. Latino che in data 3 febbraio è arrivato a cucirsi la bocca per riuscire ad essere ascoltato", osserva l'associazione Yairaiha.
Il 18 febbraio, il detenuto, durante un video collegamento, avrebbe avuto modo di far presente al direttore e a due funzionari dell'istituto i motivi del suo gesto estremo, ribadendo la necessità di stare in cella da solo, dato il conclamato disagio psicologico e chiedendo, contestualmente, di poter effettuare le ore d'aria anche da solo, sebbene non dovrebbe esserci nessun divieto di incontro con la restante popolazione detenuta.
La questione è seria. Dalle numerose relazioni mediche si evince che l'isolamento forzato sta determinando un acuirsi delle patologie psichiatriche pregresse con elevati rischi autolesivi. Tutti i medici che lo hanno visitato raccomandano "l'allocazione in cella singola (anche in sezione Iride) e la garanzia del mantenimento di tutti i diritti e possibilità (attività, ora d'aria e socialità) che il paziente aveva nella sezione ordinaria", e ancora: "Si ribadisce la necessità di allocazione in cella singola in sezione ordinaria al fine di ridurre l'irritabilità e gli elementi stressanti in paziente con fragilità di adattabilità, al fine di garantire il miglior adattamento possibile alla vita detentiva residua (fine pena 2025 con detraibilità)".
La Repubblica, 3 aprile 2021
Il Garante dei detenuti e la Camera penale: "Provvedere alla vaccinazione nel più breve tempo possibile". Il Garante dei detenuti del Comune di Parma, Roberto Cavalieri, e la Camera Penale di Parma con il suo Osservatorio carcere, in persona della responsabile avvocato Monica Moschioni, dopo essersi incontrati per un confronto circa le recenti notizie provenienti dal penitenziario, dal quale provengono dati che evidenziano un peggioramento della situazione sanitaria dovuta al focolaio Covid-19 attivato la scorsa settimana, hanno deciso di rendere pubblica l'informazione condivisa a tutela di coloro che accedono alla struttura e a sostegno delle iniziative per la prevenzione dell'ulteriore diffusione del contagio.
"Ad oggi i dati sul contagio da Covid-19 di detenuti e personale della Polizia penitenziaria manifestano un incremento tale da destare preoccupazione. Il numero dei detenuti ristretti al regime differenziato 41bis positivi è passato da 11 a 18, di cui uno risulta essere ricoverato nel padiglione Covid presso l'Ospedale maggiore. Anche in altri reparti detentivi risultano essere stati rilevati casi positivi, al momento 1 in Media sicurezza e 2 in Alta sicurezza. Quarantacinque sono, invece, gli agenti della Polizia penitenziaria ad oggi positivi.
Il quadro del focolaio oggi conta complessivamente 66 persone coinvolte e, considerate le caratteristiche della popolazione detenuta (240 persone detenute assegnate a Parma per motivi sanitari, persone anziane e spesso portatori di gravi patologie), il dato non può che elevare il livello di allarme.
Il Garante dei detenuti del Comune di Parma e l'Osservatorio carcere della Camera penale di Parma danno atto che il Direttore Valerio Pappalardo e la Direzione Sanitaria degli Istituti Penali, in persona del Dott. Faissal Choroma, hanno attivato tutte le necessarie misure per il contenimento del contagio, operando in coordinamento con il comandante Domenico Gorla, e nei confronti degli stessi si esprime sincero apprezzamento e solidarietà, soprattutto perché operano in condizioni decisamente critiche, dato l'elevato numero della popolazione detenuta.
Tuttavia è necessario che il processo di vaccinazione dei detenuti, che ad oggi ha riguardato solo 12 reclusi ultraottantenni, venga sostenuto dalla Sanità Regionale con maggiore determinazione, accelerando la somministrazione dei vaccini. La comunità penitenziaria conta circa mille persone tra detenuti e personale della polizia penitenziaria e, considerata la fragilità di larga parte dei detenuti, è atteso un segnale forte e deciso da parte della Sanità. Infine, i firmatari esprimono la propria vicinanza ai detenuti e alle loro famiglie, rendendosi disponibili per le eventuali necessità di informazioni, cooperando in tal senso con l'Amministrazione Penitenziaria".
di Daniela Preziosi
Il Domani, 3 aprile 2021
Alessandro Zan è il papà della legge sull'omotransfobia approvata a novembre alla Camera e ora ferma al Senato per i veti di Lega e FdI. "Salvini e Meloni dicono che una legge contro l'omotransfobia non serva. Eppure, quando abbiamo introdotto l'aggravante per l'istigazione all'odio contro i disabili, l'hanno votata. Per l'"abilismo" sì, per l'omotransfobia no? Che vuol dire?". Alessandro Zan, 45 anni, già presidente di Arcigay veneto oggi deputato Pd, è il primo firmatario della legge ferma al Senato per l'opposizione di Lega e FdI.
Onorevole Zan, lei sostiene che la Lega e FdI sono contrari solo all'aggravante per omotransfobia, e non a quella per l'odio contro i disabili contenuta nella stessa legge?
È evidente da come hanno votato. Nella legge l'abilismo segue gli stessi criteri dell'omotransfobia. Ma hanno votato a favore dell'aggravante per abilismo e contro quella per l'omotransfobia. Si contraddicono di nuovo quando parlano di "legge bavaglio": la libertà di espressione vale solo sui gay, o anche su tutto il resto?
Si spieghi...
La destra ha fatto ostruzionismo alla Camera, in commissione Giustizia, sostenendo che il testo limitasse la libertà di espressione. Poi, su sollecitazione di Lisa Noia di Italia viva, abbiamo inserito l'abilismo. Ed era giusto: per l'Unione europea i disabili sono uno dei gruppi sociali vittima dei crimini d'odio, assieme alle donne e alle persone Lgbt. Invece il razzismo e l'antisemitismo sono già coperti dalla legge Reale-Mancino. Sull'abilismo, dunque, hanno votato tutti. Quindi sui disabili va bene introdurre un'aggravante per il crimine d'odio nel codice penale, invece sull'omofobia no? Vuol dire che sono d'accordo sul principio, che è lo stesso, ma che non vogliono che le persone Lgbt abbiano una protezione.
Prendiamo sul serio le obiezioni della destra. Siete sicuri di non introdurre un reato di opinione?
Sicuri. È ribadito nell'art. 4 della legge: la libertà di espressione è garantita dall'Art. 21 della Costituzione. La cosa che viene punita è l'istigazione all'odio.
C'è chi sostiene che il sacerdote che dice che essere omosessuali è peccato potrà essere perseguito...
Non è vero.
O che la persona che dichiara di essere contraria alla gestazione per altri, che loro chiamano "utero in affitto", è perseguibile. Vero?
Ma no. Le opinioni sulla famiglia, né su qualsiasi altra cosa, non saranno mai un reato. Il tema è l'istigazione all'odio. Di fronte alle controversie sulla libertà di opinione, a partire dalla legge Mancino, la giurisprudenza, sia costituzionale che ordinaria, è intervenuta per chiarire la differenza: istigazione all'odio è quando un'espressione determina un concreto pericolo di discriminazione e di violenza nei confronti di un gruppo sociale. Se dico "sono contrario alla gravidanza per altri" non determino nessun pericolo. Se dico "i gay devono morire" è un'istigazione all'odio. La giurisprudenza ha fatto sentenze su sentenze, noi abbiamo solo esteso quella legge. Del resto c'è anche la Convenzione europea dei diritti dell'uomo che stabilisce, su casi singoli, che agire anche verbalmente mettendo in pericolo una persona o un gruppo sociale non è più libertà di espressione.
Se fosse stata già approvata, la sua legge sarebbe stata utile alla coppia di ragazzi presa a calci e pugni a Valle Aurelia qualche settimana fa?
Sì. Nella denuncia avrebbero avuto a disposizione un reato con un nome. Jean Pierre e Alfredo hanno raccontato che sono andati alla polizia e hanno denunciato che sono stati aggrediti perché si stavano dando un bacio. La risposta è stata: "Eeh? Cosa?". Insomma, lì per lì, hanno ricevuto una reazione un po' incredula. Ma il punto è che se al posto di questi ragazzi ce ne fossero stati altri, l'uomo che li ha pestati avrebbe reagito nello stesso modo. Perché il problema è che sono una coppia gay che si sta baciando. Diamo un nome alle cose, si chiama omofobia, sono stati aggrediti perché sono gay. E dunque, come per il razzismo e l'antisemitismo, serve un reato che dia un nome a quell'odio.
Dice Isabella Rauti che volete introdurre "l'ideologia gender". Cos'è?
Una loro ossessione, richiederebbe un approfondimento con competenze che non sono le mie. Cosa sia questa ideologia non lo sa nessuno, abbiamo capito solo che mistificano la realtà con le loro paure. Giorgia Meloni al Maurizio Costanzo Show ha detto che noi vogliamo far scambiare i vestiti ai bambini di sette anni per insegnare loro cosa sia l'omosessualità. Non so da dove le sia venuta questa fantasia. Ma è un pensiero volgare e inaccettabile nei confronti del lavoro di maestre e maestri per decostruire gli stereotipi che sono una delle cause delle discriminazioni e del bullismo. La mamma stira e il papà va a lavoro è uno stereotipo di genere. Decostruirlo non è mettere in discussione una persona o il suo orientamento sessuale. Perché un bambino che gioca con le bambole rischia di essere bullizzato? Riguarda anche i disabili: perché circola il pregiudizio che una persona diversa debba essere una persona da colpire. Gli stereotipi sono l'anticamera della violenza.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 3 aprile 2021
Vaccinarsi per Mario Draghi? Inocularsi il siero per i valenti Massimo Galli e Alberto Zangrillo? Ovvero, in ragione di un rito sociale e di una procedura sanitaria di affidamento all'autorità dello Stato e della scienza. Certo, nel profondo dell'individuo, la motivazione più forte poggia sulla valutazione del proprio personale interesse: se, dunque, il vaccino o qualsiasi altra terapia, faccia il mio bene oppure mi arrechi un danno.
È intorno a questi processi emotivi e mentali che si forma il consenso, o si manifesta il dissenso, a proposito delle strategie pubbliche contro il coronavirus. Natalino Irti, maestro di diritto civile, ha pubblicato un libro molto bello, "Viaggio tra gli obbedienti" (edito da La Nave di Teseo). È una sorta di diario dell'anno della pandemia dove l'autore, analizzando i rapporti interpersonali e le regole monastiche, le prescrizioni sanitarie e gli ordini militari, suggerisce argomenti per rispondere alla domanda: "perché obbedire?".
Irti, non dà una risposta netta, perché, così scrive "la domanda, nasce e rimane, all'interno della coscienza individuale", ma indica un percorso. Ciascuno di noi - di fronte all'inimmaginabile e all'inconoscibile del virus - si trova preso tra la tentazione di abbandonarsi a chi più sa e più può e quella di rompere le righe, saltare la fila, violare il coprifuoco.
In termini di psicologia sociale, tutto ciò si è manifestato attraverso una serie di comportamenti considerati come espressione dell'eterno e irriformabile carattere nazionale: sempre oscillante tra capacità di abnegazione e trasgressione individualistica, tra senso di responsabilità e moto anarcoide, tra coscienza civile e dileggio anti - istituzionale.
Nelle diverse forme di disubbidienza si avverte o una irriducibile renitenza umorale o - quando motivate da considerazioni giuridiche o filosofiche - l'affermazione dell'assoluta e irrinunciabile necessità del dubbio, come fondamento del pensiero critico. Opzioni degne del massimo rispetto quando non lesive dei diritti altrui e del bene pubblico, ma che sembrano sottovalutare le dimensioni della pandemia e i suoi tragici effetti per la collettività.
Eppure nella stragrande maggioranza gli italiani hanno osservato le regole, anche quando risultavano contraddittorie o cervellotiche. C'è una ragione di fondo, raramente dichiarata, eppure intensamente avvertita. Tutti gli Stati, in qualunque tempo e qualunque forma assumano, si basano su un vincolo primario: lo scambio tra protezione e ubbidienza.
Lo Stato garantisce la tutela dell'incolumità fisica e psichica dei cittadini e questi promettono l'osservanza delle regole. Su questo scambio si fonda la legittimazione giuridica e morale dell'autorità statale, la vita delle istituzioni e la stabilità dell'organizzazione sociale. Non è necessario compulsare Thomas Hobbes: basta un manualetto di scienza politica e l'esperienza quotidiana di ognuno. La possibilità di riconoscerci in una comunità, nelle sue leggi e nei suoi istituti, dipende direttamente dalla consapevolezza di essere protetti.
L'aver delegato il monopolio legittimo della forza agli apparati dello Stato giustifica l'affidamento a un'autorità in grado di difenderci dai nemici interni ed esterni. In altre parole, di fronte a una minaccia, chiediamo allo Stato di proteggerci da essa. È quanto accade, ancor più, in presenza della più insidiosa e inquietante delle minacce: il morbo.
Questo perché, la posta in gioco è costituita - e per tutti - da una questione di vita o di morte. È qui che, come scrive Irti, l'ubbidienza richiama una "regola che calando dal di fuori e dal di sopra, assume la vita dentro di sé e conferisce la forma del diritto".
È allora che l'ubbidienza chiama in causa "scelte tragiche" vaccinarsi o meno è, in realtà, la più semplice - che interpellano ciascuno di noi: ed è sempre allora che lavarsi coscienziosamente le mani diventa un atto di coscienza e, allo stesso tempo, un atto politico. La scelta di ubbidire, tuttavia, esige una precondizione: il riconoscimento e il rispetto rigoroso di quel diritto alla conoscenza, cui dedicò la sua ultima battaglia Marco Pannella.
Decreti della Presidenza del Consiglio dei ministri e prescrizioni sanitarie, divieti e obblighi, interdizioni e limiti, blocchi e chiusure, acquistano un senso - almeno un minimo senso - e producono ubbidienza, solo se accompagnati da un'adeguata informazione.
E Dio solo sa quanto essa sia stata assente o carente in questi lunghi mesi. L'informazione potrà essere contestata e contraddetta, e messa radicalmente in discussione, ma deve essere sempre offerta al cittadino cui si chiede responsabilità e lealtà. Solo in tal caso "l'individuo potrebbe riacquistare la libertà di obbedire, la libertà dell'ascolto e della personale decisione". (Ancora Irti).
di Andrea Palladino
Il Domani, 3 aprile 2021
Ascoltati e monitorati negli spostamenti di cronisti esperti di immigrazione come Nancy Porsia e Nello Scavo. Gli investigatori hanno così scoperto anche le fonti coperte da segreto professionale.
Sono centinaia le pagine di intercettazioni, trascritte e depositate nell'inchiesta sulle Ong della procura di Trapani, che riguardano i giornalisti. Nomi di fonti, contatti, rapporti personali, dati che il codice di procedura penale tutela come segreto professionale. Nelle carte dell'indagine contro la Jugend Rettet, Save The Children e Medici senza frontiere non c'è solo la caccia alle Ong. A finire nel mirino della polizia giudiziaria - lo SCO, la squadra mobile di Trapani e il comando generale della Guardia costiera - è anche l'informazione che dal 2016 racconta lo scenario delle morti per affollamento nel Mediterraneo centrale.
Il caso più eclatante riguarda Nancy Porsia, giornalista esperta di Libia. In una informativa del 24 luglio 2017, gli investigatori la definiscono "specializzata sulla migrazione" evidenziando che ha collaborato con molte testate italiane e straniere, tra le quali "Rai, Skytg24, La Repubblica, Arte, Ard, The Guardian".
È stata intercettata a lungo, almeno per un mese e mezzo, anche durante le telefonate con il proprio legale Alessandra Ballerini nelle quali riferiva la preoccupazione per le minacce ricevute dalle milizie libiche guidate da al-Bija. Alla sua attività di reporter è stato riservato un lungo dossier. Nel documento di 22 pagine - firmato SCO, squadra mobile e comando generale della Guardia costiera - ci sono fotografie, contatti sui social, rapporti personali e nomi di fonti in un'area considerata tra le più pericolose dell'africa del nord.
Nell'informativa i funzionari di polizia riportano i contatti di Porsia con altri giornalisti internazionali, i suoi movimenti e anche alcuni dati personali. L'intercettazione è stata richiesta ed autorizzata con la funzione di "positioning", ovvero con il tracciamento degli spostamenti dell'utente. In altre parole la giornalista è stata di fatto seguita telematicamente per lungo tempo. Sono state poi trascritte anche le telefonate di Porsia con altri giornalisti italiani, dove si parla della situazione libica e di come muoversi in quel contesto. Tutti dati assolutamente irrilevanti per le indagini in corso. Nancy Porsia non risulta mai indagata. Nella telefonata con il legale - che la legge vieta di trascrivere e divulgare, a tutela dei diritti della difesa - viene dichiarato apertamente il rapporto fiduciario. Nella sintesi della telefonata vengono anche riportati spostamenti al Cairo dell'avvocato Ballerini, attiva anche sul caso di Giulio Regeni.
Nancy Porsia - mentre era intercettata - è stata ascoltata a sommarie informazioni dagli investigatori. L'obiettivo era quello di raccogliere informazioni sulla Ong Jugend Rettet. Lei, nelle risposte, spiega di non avere informazioni particolari sull'organizzazione di Berlino e racconta la situazione dei migranti a Tripoli.
Riferisce anche di aver partecipato alla missione marittima di Medici senza Frontiere, specificando che la nave era sempre rimasta a ridosso delle 24 miglia dalle coste libiche, in acque internazionali. Porsia nel corso dell'interrogatorio ha spiegato agli investigatori di essere stata minacciata di morte da reti di smugglers per le sue inchieste. Ma su questo punto la polizia non approfondisce il tema nel corso dell'interrogatorio. Porsia al momento delle intercettazioni non era indagata. L'ascolto delle telefonate di testimoni è consentito, ma solo in casi eccezionali e per un tempo limitato.
Molti altri giornalisti sono stati intercettati indirettamente, mentre parlavano con rappresentanti delle Ong. Si trattava di un normale rapporto - spesso fiduciario - dei giornalisti che seguivano i flussi migratori provenienti dalla Libia con le proprie fonti. In molti casi nel corso delle telefonate viene fatto riferimento a testimoni o circostanze sensibili. L'inviato di Avvenire Nello Scavo, ad esempio, viene intercettato mentre parla con una sua fonte sulle modalità per ricevere un video che dimostra le violenze subite dai migranti in Libia. Nelle carte sono riportati anche i contenuti delle conversazioni della giornalista Francesca Mannocchi con esponenti delle Ong, dove si fa riferimento ai viaggi in Libia. Era il 2017, l'anno più difficile e complesso nel paese del nord Africa e i pochi reporter che si recavano a Tripoli correvano alti rischi.
È stato intercettato anche il cronista di Radio Radicale Sergio Scandurra, mentre chiedeva informazioni ad alcuni esponenti di organizzazioni umanitarie, impegnate in quei mesi nei salvataggi dei migranti. Negli atti sono poi finite diverse telefonate del giornalista del Fatto quotidiano Antonio Massari che raccontò nell'agosto del 2018 i rapporti tra gli operatori della Imi e Matteo Salvini. Anche in questo caso il cronista stava parlando con alcune fonti. Intercettati, infine, anche Fausto Biloslavo, del Giornale, e Claudia Di Pasquale, di Report. La giornalista della Rai è stata ascoltata mentre parlava con Nancy Porsia. L'ex ministro dell'Interno Marco Minniti, responsabile del Viminale all'epoca delle indagini e delle intercettazioni, interpellato da Domani, non ha voluto commentare.
di Leonardo Clausi
Il Manifesto, 3 aprile 2021
Crescono le proteste contro la violenza della polizia e la nuova legge anti-assembramento. Con la scusa del disturbo della quiete pubblica mano libera alle forze dell'ordine. Kill (the) bill. In un hashtag che strizza debitamente l'occhio a Tarantino si raccolgono le manifestazioni di questo weekend pasquale in Gran Bretagna. Dove "bill" non è il programma di una sera al cinema, bensì il "Police, Crime, Sentencing and Courts Bill", fetentissima legge che tra le molte misure permette alla polizia di calare con più serenità il suo già robusto, e spesso ultimamente violento, braccio su chi protesta. Molti i cortei e assembramenti in varie città tra cui Leeds, Manchester, Brighton e naturalmente Londra. Oggi a Hyde Park parlerà "the real Corbyn", Jeremy, nel suo primo intervento pubblico di rilievo dall'epurazione recentemente subita.
Attualmente in discussione in parlamento, la legge aumenta (in Inghilterra e Galles) il potere poliziesco di criminalizzazione delle proteste, permettendo agli agenti di sgombrare assembramenti anche non violenti che si ritengano "disturbatori" della quiete pubblica arrivando ad affibbiare pene detentive fino a dieci anni. Con l'occasione dà anche una bella raddrizzata alle improduttive comunità di nomadi e traveller: contiene infatti misure anti-intrusione che impediscono di dormire in un veicolo contro la volontà del proprietario della terra su cui questo si trova, tanto per non fare misteri inutili su chi avevano in mente i legiferatori. Le duecento novantasei pagine sono nella fase parlamentare di seconda lettura ("second reading") dopo essere passate per 359 contro 263 - i laburisti si sono astenuti -, ma continueranno ad essere avversate con decisione per le strade.
Con le restrizioni anti-coronavirus agli assembramenti appena ritirate (lunedì), queste manifestazioni sono legali ma arrivano in una fase di forte tensione con la polizia. Tre giornate di scontri violenti gli scorsi 21, 23 e 26 marzo si erano conclusi con ventinove arresti e sedici fermi. Un'altra manifestazione il 30 marzo si era volta senza incidenti: e incidenti di rilievo finora non ce ne sono. Questa è una mobilitazione prevalentemente giovanile ma non solo, che lotta contro provvedimenti restrittivi dei diritti inalienabili dell'individuo come quello di protesta, provvedimenti fatti passare in tutta fretta dalla porta di servizio dall'esecutivo più a destra degli ultimi decenni.
Approfittando del giro di vite biopolitico transnazionale in atto "imposto" dalla pandemia, il governo Johnson - e nello specifico la torva figura di Priti Patel agli Interni - sono in piena sbandata coercitiva. In contraddizione solo parziale con il loro Dna ideologico - repressivo nel sociale e nel penale e uber - liberoscambista nell'economico - questo pare un singulto autoritario della solita ricetta di "law & order" della destra conservatrice e della sinistra neoliberale anglosassoni sulla scia di proteste come quelle di Extinction Rebellion due anni fa e di Black Lives Matter l'anno scorso, in cui la polizia era stata accusata dai tabloid di esser stata troppo morbida e perfino in sintonia (nel caso di XR) con le proteste, perlomeno all'inizio.
Ma sono due i casi che hanno infiammato di più l'opposizione a quest'elargizione sfacciata di potere alla polizia - di cui quest'ultima nemmeno sarebbe troppo soddisfatta, perlomeno non unanimemente: in particolare, il fatto che pare una risposta ai disordini dell'anno scorso a Bristol con l'ammaraggio della statua del mercante di schiavi Colston, episodio tra i tanti assalti "alla statua bianca" di vari assassini filantropi. Anche in quell'occasione la polizia fu bersaglio di rimproveri per aver agito con circospezione nel reprimere l'oltraggio, un comportamento dettato dal buon senso di non voler guastare il tormentato rapporto con la comunità caraibica della città, scatenando la bile dei commentatori di destra.
E poi il recente assassinio e stupro della giovane Sarah Everard nel quartiere di Clapham Common, a sud della capitale, ad opera di un agente di polizia. Alla veglia di protesta, il 13 marzo, la polizia aveva sgomberato violentemente i manifestanti raccoltisi nonostante il divieto sanitario ancora in vigore. Protestavano anche contro una legge per cui i vandali dei monumenti schiavistici rischiano di beccarsi dieci anni, ma che parte ancora da un minimo di cinque per chi stupra.
di Jacopo Agostini
Il Manifesto, 3 aprile 2021
Intervista. Il professore Arnab Roy Chowdhury approfondisce il tema del genocidio dei Rohingya. Con la testimonianza di una famiglia musulmana costretta a fuggire dai militari. Negli ultimi decenni lo stato del Myanmar ha intenzionalmente formulato e perseguito piani a livello nazionale e statale volti ad annientare il popolo Rohingya e ad escludere i musulmani dalle posizioni di governo e dell'esercito. Una persecuzione e discriminazione sistematica avviata nel 1962 col coup d'état e ripresa dai successivi governi.
Uno degli episodi più violenti è avvenuto nel maggio del 2001 a Taungoo (città a 200 chilometri a nord di Yangon), con vari focolai di violenza tra comunità buddiste e musulmane. Secondo Human Rights Watch più di mille persone guidate da monaci buddisti (tra cui membri della Usda, Union Solidarity and Development Association e personale della MI, Military Intelligence) hanno attaccato, distrutto e incendiato negozi, abitazioni e moschee provocando la morte di circa 200 musulmani. Alcune famiglie sono state costrette a fuggire e ad abbandonare la città, altre a chiedere ospitalità ai loro parenti. A tutt'oggi i danni e gli effetti delle tensioni del 2001 sono ancora chiaramente visibili: moschee chiuse, abitazioni vuote e abbandonate, molestie nei confronti della popolazione mussulmana.
A testimonianza di tutto ciò un padre di famiglia ci racconta quello che ha vissuto durante le violenze di due decenni fa. Ad approfondire l'argomento una intervista al ricercatore Arnab Roy Chowdhury, docente alla Scuola di sociologia alla Higher School of Economics di Mosca. Specializzato in sociologia delle migrazioni, studi post-coloniali, sociologia comparata e storica ha di recente pubblicato un articolo a carattere scientifico sulla crisi dei rifugiati Rohingya e il nazionalismo in Myanmar. Arnab sostiene che l'emergere dell'identità Rohingya è costitutivamente legata alla trasformazione dello Stato e ai cambi di potere durante l'epoca precoloniale, coloniale e postcoloniale. Il nazionalismo religioso ed esclusivista ha trovato nell'immagine dei "musulmani Rohingya" il nemico, l'altro, e tutto ciò si è verificato in uno Stato all'apparenza democratico. Sotto la transizione neoliberale, facendo leva su paure, disincanto, insicurezza e rabbia di una popolazione a maggioranza birmana, la dittatura del governo fascista ha utilizzato il richiamo anticoloniale, xenofobo e populista sposandolo col fanatismo religioso buddista. Una grande parte dei musulmani ha di conseguenza interiorizzato lo stigma e ha incominciato utilizzare questo victimhood (come lo descrive Arnab, l'essere e sentirsi vittime) come simbolo della loro lotta e resistenza.
Professore, ci racconti com'è nata la marginalizzazione (tramutata in una vera e propria persecuzione) dei musulmani in Myanmar...
La persecuzione dei musulmani è il risultato di un lungo processo che trova le sue radici nell'epoca coloniale, il culmine è avvenuto nel 1962 col coup d'état. Per capirla però dobbiamo partire dal periodo precoloniale. Nel 1430 il regno di Arakan (l'attuale stato di Rakhine e la divisione di Chittagong in Bangladesh) dove attualmente vivono i Rohingya, era governato da un re buddista conosciuto anche con il titolo musulmano di Suleiman Shah. In quel regno buddisti e musulmani convivevano pacificamente assieme, esso era un punto d'incontro tra il sud-est asiatico e il sud dell'Asia per commercianti e altre etnie come indiani, persiani, bengalesi, arabi. Molti di essi si sposarono anche con le donne locali. In questo contesto tra i portoghesi e i pirati Mugh era frequente la vendita di schiavi, a prevalenza musulmana- bengalese, costretti a coltivare i campi di riso. Schiavi che ben presto si stabilirono nel regno tanto che i bengalesi a metà del XVIII sec. rappresentavano la maggioranza della popolazione dello Stato del Rakhine.
Nel 1784 il Myanmar conquistò il regno di Arakan. Questa annessione produsse nuovi confini culturali, religiosi (buddisti e musulmani), oltreché geografici. Chi abitava il nuovo Stato promosse il buddismo e introdusse la religione nella letteratura di corte. In quanto ai confini, da ricordare che una catena montuosa e un fiume dividevano e isolavano geograficamente la minoranza musulmana dalla società buddista dell'Irrawady. Quando nel 1824 arrivarono, gli inglesi cercarono di annettere lo Stato del Rakhine e di mappare le diverse etnie e popoli indigeni rifiutando la cultura musulmana e promuovendo, al contempo, quella buddista. I musulmani vennero considerati degli stranieri e i Rohingya non vennero nemmeno ritenuti una etnia. Arrivarono inoltre molti migranti dall'India, dal Bangladesh e dal sud-est asiatico, portati come forza lavoro a basso prezzo dagli inglesi per lavorare nei campi. Alcuni di loro facevano anche i commercianti ed avevano una istruzione media.
Nel corso dei decenni si venne così a formare una gerarchia dove all'apice c'erano gli inglesi stessi, più sotto gli indiani (tra cui Sikh facenti parte dell'armata inglese) e i cinesi, alla base i birmani. In risposta a questa situazione in Myanmar nacque il movimento nazionalista, razzista e xenofobo contro i sud-est asiatici, sud asiatici e bengalesi, considerati collaboratori degli inglesi e traditori del paese, coloro che inquinavano la razza birmana dando alla luce bambini chiamati Kapya. Avevano la pelle scura, rubavano il lavoro, i loro diritti e le loro mogli. Dopo la decolonizzazione del '48 i mercanti indiani decisero di abbandonare il Myanmar ma la maggioranza dei musulmani che lavoravano nei campi rimase a vivere nello stato dell'Arakan. Pur non essendo coloro che un tempo avevano sfruttato i birmani, diventarono ben presto il capro espiatorio del razzismo ripreso nel 1962. Una breve parentesi per la verità vi fu quando al potere salì il primo ministro U Nu, padre di Aung San Suu Kyi, che portò al governo anche i musulmani scegliendo così una politica di riconciliazione e di riconoscimento della minoranza Rohingya. Nel '62 però intervennero i militari con il primo colpo di stato, essi indicarono come nemico pubblico ancora una volta i musulmani e iniziarono a governare con la violenza. Nel 1978 fu perpetrato il genocidio che si ripeté nel 1992 e 1996 ed è proseguito di recente nel 2012 e nel 2015.
Quale identità viene attribuita oggi al musulmano nell'immaginario collettivo?
A causa del ruolo significativo che i musulmani, come ho già spiegato, avevano giocato nell'amministrazione del Myanmar durante il dominio britannico, il gruppo divenne un paria per i birmani nazionalisti che negavano la loro lunga storia nella regione e sostenevano il loro arrivo illegale durante l'occupazione britannica. I nazionalisti, soprattutto nello Stato di Rakhine, oggi non vedono alcuna differenza tra le comunità musulmane bengalesi residenti da lunga data nella regione e gli immigrati del Bangladesh, tanto che quando si riferiscono ai musulmani Rohingya li chiamano "bengalesi". Un termine che usano anche per delegittimare la loro presenza nel paese, e forse peggio, negare la loro stessa esistenza. Per loro non hanno mai avuto uno status ufficiale in Myanmar.
L'immaginario collettivo attualmente è alimentato dalla politica della paura creata dal governo militare: i musulmani sono indicati come pericolosi terroristi, opposti ai buddisti non violenti, accusati di voler fare una guerra contro lo Stato per creare una "nazione musulmana" e indipendente. La legge dei militari è fondata sulla nozione popolare di "razze indigene" o "figli originari del suolo" (Tayintha in birmano), contrapposti ai Kalar (sud asiatici). Derivato dalla parola Kala, che significa nero, Kalar è il termine locale e razzista per indicare le persone dalla pelle scura. Questi termini hanno la capacità di attingere a una memoria sociale condivisa dell'ingiustizia passata che può essere rettificata solo da un'azione, di solito estrema e definitiva, contro il gruppo colpevole. L'odio è fomentato da un senso di profonda ingiustizia storica, e il potere attinge risorse ed energia alimentando la violenza.
Che peso e che ruolo ha la religione in questo contesto, e in che misura viene riutilizzata dalla società civile e dalla maggioranza di governo di matrice buddista?
Con la salita al potere del governo autocratico e fascista è avvenuto in Myanmar una buddizzazione di massa. I militari sostengono che solo loro possono salvare il paese. Facendo leva sulla religione hanno diviso e polarizzato le masse.
Come vede l'evolversi della situazione nei confronti della minoranza musulmana dopo il colpo di stato del primo febbraio?
Sarà una tragedia per tutti, non solo per i musulmani ma anche per le altre minoranze (Shan, Mon, Karen, Chin, Kachin, ecc...) che vivono nel paese e che compongono il puzzle etnico del Myanmar. In quanto al milione di rifugiati Rohingya nei campi del Bangladesh, considerati rifugiati permanenti, credo che nel prossimo futuro una soluzione possibile sia l'intervento dell'Onu con la creazione di un corridoio di salvezza che permetta loro di tornare in Myanmar. I paesi come l'India, Singapore e Cina dovrebbero attivarsi per condannare pubblicamente il colpo di stato e il genocidio tagliando ogni relazione commerciale.
La testimonianza
Karim (nome di fantasia per salvaguardare la sua sicurezza), padre di famiglia, ci racconta quello che ha vissuto negli attacchi del 2001.
Karim, spiegaci cos'è successo durante le violenze del 2001 a Taungoo...
Nel 2001 avevo 5 anni e vivevo con i miei genitori, mio fratello e mia sorella in una casa costruita dal nonno. Il giorno in cui sono scoppiate le violenze ero davanti il negozio di famiglia a giocare con mia sorella quando un vociare in lontananza preannunciò l'arrivo di qualcosa di inaspettato. I vicini arrivarono di corsa parlando di buddisti birmani che avevano attaccato negozi e ristoranti di proprietà di musulmani nel centro di Taungoo. Noi a quel tempo abitavamo nei pressi del fiume Kha Phaung, a svariati chilometri dal centro dei tumulti. Mio padre ci ordinò di rifugiarci in casa e chiudere la porta mentre andava a trovare la nonna. Mia madre era quella che aveva più paura, mentre io e i miei fratelli non ci rendevamo conto della situazione. Mio padre ritornò dopo mezz'ora dicendo che una moschea era stata attaccata e che doveva lasciarci per adempiere alla jihad. Nei giorni a venire le violenze scoppiarono regolarmente in diverse parti del paese e alcune moschee a Taungoo vennero bruciate. Mi ricordo che io e la mia famiglia siamo andati a vivere per dieci giorni in un hotel gestito dall'amico di famiglia, Shivam. Ci avevano dato una camera singola, quando eravamo in cinque. In quei giorni non potevamo pregare nelle moschee perché era stato dichiarato il coprifuoco e quindi eravamo costretti a fare la Salat in albergo. Nei giorni successivi i morti aumentavano e anche alcuni bambini più piccoli di noi e donne incinte perirono per mano dell'esercito. Alcuni furono picchiati a morte, ad altri spararono. Spesso li prelevavano dalle loro case, dai treni e dagli autobus per giustiziarli. In questo bagno di sangue ci eravamo noi, terrorizzati e spaventati.
Ora dove vivi?
Vivo assieme a mia moglie e a due miei figli. Faccio il meccanico e abito in una delle "case di reinsediamento" costruite nel 2005. Sto cercando di guadagnare abbastanza soldi per poterci permettere un appartamento a Yangon e fare il bidello di una scuola elementare.
Com'è la tua vita da musulmano in Myanmar e quali ostacoli dovete affrontare?
La comunità mussulmana rimane essenzialmente segregata e la situazione umanitaria è difficile. Viviamo costantemente in un clima di terrore e continuamente abbiamo paura di rappresaglie, insulti e denigrazioni. Per qualsiasi genere di lavoro veniamo sottopagati e spesso non ci prendono in considerazione. Non sono mai stato nello stato del Rakhine ma sappiamo che i Rohingya sono stati uccisi in massa dall'esercito militare e dalle forze di sicurezza. I risentimenti tra buddisti e musulmani sono profondamente radicati e derivano da entrambe le comunità che si sentono assediate una dall'altra. Io non ho mai provato odio nei confronti di altre religioni e il rispetto è stato alla base della mia vita da bravo musulmano. Però ti dico che ho paura. Io temo di trovare un giorno mia moglie stuprata e mio figlio con la testa mozzata, come è successo in altre parti del paese.
Hai mai pensato di lasciare Taungoo e fuggire dal Myanmar?
Sì certo. Già nel 2001 alcuni miei amici sono fuggiti nelle città limitrofe. Qualcuno è andato a Taekaw, altri a Dathwegyauk, altri ancora in alcuni piccoli villaggi a casa di parenti. Un mio caro amico ha provato a ritornare a Taungoo ma ha ritrovato la casa di suo padre rasa al suolo. Quello fu l'ultimo giorno in cui lo vidi e ne sentii parlare.
Vorrei andarmene in Malesia, dove l'Islam è considerata la religione ufficiale del paese. Mio padre mi avevo parlato di alcuni lontani parenti dalle parti di Kuala Lumpur. Ciò che però mi spaventa è la traversata e i trafficanti d'uomini. Nel 2015 sono morti innumerevoli musulmani al largo del mare delle Andamane. La paura però ci tiene fermi dove siamo e sembra non ci sia via di scampo. Da piccolo avrei voluto giocare a calcio in una squadra italiana, mi piacerebbe essere un calciatore famoso.
di Michele Farina
Corriere della Sera, 3 aprile 2021
Almeno duemila morti nei massacri in Tigray, una macchia indelebile sulla "fedina di pace" del premier. Uomini gettati in un burrone, la storia di una ragazza "leonardesca" che ha perso un braccio ma non la dignità. "Le immagini che più mi hanno colpito - racconta Giancarlo Fiorella al Corriere - sono quelle degli uomini che camminano verso la morte, verso il dirupo dove i soldati etiopici getteranno i loro cadaveri, e il profilo delle montagne intorno. Se ci sono le montagne, è più facile risalire al luogo di un massacro". Venezuelano, il papà Raffaele nato vicino a Frosinone, Fiorella è il ricercatore di Bellingcat che dall'università di Toronto, smanettando con Google Earth Pro e PeakVisor, ha contribuito ad "autenticare" i video dell'ultimo massacro che affiora dal Tigray, uno dei 150 compiuti negli ultimi quattro mesi in quella parte martoriata di Etiopia.
I corpi lasciati alle iene - Il 4 novembre 2020 Abiy Ahmed, premio Nobel 2019 per la pace firmata con l'Eritrea, dava inizio all'offensiva contro la provincia ribelle abitata da 6 milioni di persone. Il 28 novembre il premier annunciava la fine della guerra con la presa di Macallè e dichiarava: "Nessun civile è stato ucciso". Nelle stesse ore ad Axum, culla del cristianesimo etiope, centinaia di civili disarmati venivano massacrati nelle strade e casa per casa dalle forze eritree del dittatore Isaias Afewerki alleate di Addis Abeba, "i loro corpi lasciati in pasto alle iene", ha raccontato un sacerdote della Chiesa di Santa Maria di Sion: nessuno poteva seppellirli, perché chi si avvicinava veniva colpito.
L'Atlante umanitario - Quella di Axum è solo una delle 150 stragi (con più di 5 vittime) di un elenco che si è andato ingrossando giorno per giorno, anche se "in differita", perché l'Etiopia ha spento Internet e tenuto fuori i media dal Tigray. Un elenco "cucito" insieme da un gruppo di lavoro dell'università di Gand, in Belgio, guidato dal geografo Jan Nyssen che ha vissuto per decenni in quella regione.
L'"Atlante umanitario del Tigray" (frutto di oltre 500 interviste e di una impressionante raccolta dati) esce con un'appendice su Twitter dove vengono nominate, una per una, le oltre 1.900 vittime finora identificate. Ogni età è rappresentata, dai bambini ai novantenni. Migliaia di morti non hanno ancora un nome. Per la strage di fine novembre ad Axum, Amnesty International ha raccolto e testimonianze di 41 sopravvissuti.
I quindici uomini gettati ancora caldi da una scarpata forse non avranno mai sepoltura: i ricercatori di Belling Cat e Bbc Africa Eye hanno impiegato meno di due settimane per trovare i riscontri topografici che confermano le prime voci arrivate dalle famiglie di Mahbere Dego, tra il capoluogo Macallè e Adua, dove 73 uomini erano stati portati via a gennaio dalle forze di sicurezza. Una strage in cinque video, tutti girati "orgogliosamente" dai soldati stessi. Lo sottolinea Giancarlo Fiorella, ricordando che a un certo punto uno degli aguzzini invita chi sta riprendendo le immagini ad "andare più vicino": "Come possiamo non registrare il modo in cui muoiono?".
La "finta" pace - Come possiamo noi dimenticarlo? I quindici giovani uomini hanno camminato per un chilometro verso il luogo dell'esecuzione, con il sole basso all'orizzonte che disegnava sul terreno le loro lunghe ombre. Vite brevi: i soldati sparano a bruciapelo, parlando in amarico (non in tigrino) si fanno i complimenti a vicenda prima di gettare i corpi dal dirupo nella macchia sottostante. Così muoiono i "woyane", termine dispregiativo che sta per ribelli.
Erano sospettati di appartenere al Tplf, Fronte Popolare di Liberazione del Tigray, il gruppo che ha governato la regione e fino al 2018 - spesso con il pugno di ferro - l'intera Etiopia. Fino all'avvento di Abiy, che per disfarsi dei nemici (il nerbo dell'esercito) è ricorso all'ex arci-nemico Afewerki. Sembra ormai chiaro, dice al Corriere Uoldelul Chelati Dirar, docente di storia dell'Africa all'università di Macerata, che la pace fatta in corsa con l'Eritrea avesse come vero obiettivo quello di trovarsi un alleato per la resa dei conti in Tigray.
Monna Lisa - Domani sono 4 mesi dall'inizio del conflitto. Gli eritrei controllano il Nord, gli etiopici le città, il Tplf è forte nelle zone rurali, sulle montagne. Una situazione "afghana", dice Chelati Dirar, che sul piano militare potrebbe durare anni. A rimetterci è la popolazione civile. Vittime, distruzioni, saccheggi. Almeno un milione di sfollati.
Ci sono cittadini italiani che hanno famiglia in Tigray. Alcuni si trovavano là quando scuole, ospedali, monasteri venivano bombardati. Al Corriere fanno sapere che non possono parlarne, perché temono rappresaglie sui loro parenti. Nell'Ovest intanto, tra i campi di sesamo e cotone che nessuno ha seminato, si consuma un nuovo esodo: migliaia di tigrini cacciati dalle loro case dalle milizie Amhara. "Pulizia etnica", denuncia Washington.
Addis Abeba nega e promette: chi si è macchiato di crimini sarà processato. Ma il premier Abiy Ahmed ha perso la sua credibilità. Un giorno gli strapperanno il Nobel per la pace, così come un chirurgo di Macallè ha strappato il braccio destro in cancrena a una ragazza diciottenne. Monna Lisa si chiama: un omaggio all'Italia di Leonardo, che fabbrica armi per il governo etiopico. Un soldato un giorno è entrato nella sua casa. Ha intimato al nonno della ragazza di fare sesso con lei. Il rifiuto, la resistenza, gli spari. Monna Lisa è rimasta con sette ferite e un braccio maciullato. È convalescente all'ospedale di Macallè, è il volto di un popolo che chiede giustizia e memoria. Un funzionario dell'Onu l'altro giorno ha detto al Consiglio di Sicurezza che almeno 500 donne in Tigray sono state violentate. Monna Lisa ha perso il braccio. C'è chi, se non ancora il Nobel, ha perso la dignità.
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