di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 30 dicembre 2020
Non sapremo mai se, qualora il coronavirus si fosse sviluppato in uno stato custode e non nemico della libertà d'informazione, avremmo potuto difenderci prima e meglio. Ma è lecito pensare che se in Cina le denunce avessero potuto circolare senza censure né rappresaglie, la stessa popolazione locale, e poi quella mondiale, avrebbero potuto essere avvisate e curate più tempestivamente.
In decine di stati, nel 2020, è sembrato che oltre alla pandemia da Covid-19, ci fosse un'altra emergenza da affrontare: la libertà d'informazione, appunto. Il 28 dicembre Zhang Zhan, un passato remoto da avvocata e un passato più recente da blogger interrotto dall'arresto a maggio, è stata condannata a quattro anni di carcere da un tribunale di Shanghai in quanto colpevole di aver provocato contenziosi e problemi.
Zhang Zhan, 37 anni, aveva provato a raccontare dall'epicentro del virus, Wuhan, cosa stava accadendo e cosa si celava dietro la cosiddetta "polmonite misteriosa", quella che ti riduce i polmoni a suole consumate di scarpe.
Secondo il tribunale di Shanghai, le migliaia di persone che seguivano le sue dirette su WeChat e YouTube e i suoi post su Twitter, avevano ricevuto "informazioni false". E sempre secondo quel tribunale, Zhang Zhan nelle interviste ai media stranieri aveva avanzato "ipotesi maligne". Ad esempio, raccontando che altri operatori indipendenti dell'informazione erano stati arrestati e che molti parenti delle vittime del coronavirus a Wuhan chiedevano giustizia.
romatoday.it, 29 dicembre 2020
La Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà rilancia le priorità in un documento ad hoc. Ridurre le presenze all'interno delle carceri e procedere con le vaccinazioni Covid-19. No allo stop alle attività di formazione e maggiore utilizzo delle videochiamate e di internet. La Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà rilancia le priorità in un documento ad hoc.
santegidio.org, 29 dicembre 2020
Il Covid-19 ha inciso in maniera tutta particolare sulla condizione delle persone in carcere: Sono ormai sono 10 mesi infatti che, come è avvenuto in quasi tutte le strutture residenziali (ospedali, istituti, case di riposo), sono stati ridotti o chiusi i permessi per l'ingresso dei familiari e dei volontari; i colloqui con i parenti sono possibili solo con video-chiamata, oppure - in casi rari - dietro un vetro. Inoltre sono state sospese tutte le attività esterne: il mondo esterno sembra sempre più lontano e irraggiungibile.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 dicembre 2020
Accolto l'Ordine del giorno alla legge di bilancio di Riccardo Magi di +Europa. Il governo verrà impegnato a valutare la predisposizione di un piano per la vaccinazione del personale che opera negli istituti penitenziari e dei detenuti, nel quadro della programmazione nazionale.
di Roberto Saviano
La Repubblica, 29 dicembre 2020
Ora o mai più. Non può più essere rimandato, a gennaio sarà in aula il ddl per creare una Commissione nazionale indipendente sui diritti umani: lo attendevamo da moltissimo tempo. Che si realizzi è fondamentale, se dovesse nuovamente fallire significherebbe che la democrazia italiana ha scelto di rinunciare al senso stesso del suo esistere: creare e presidiare diritti.
di Giuseppe Di Lello
Il Manifesto, 29 dicembre 2020
Dal "libretto giallo" alle battaglie epiche tra istituzionalisti e movimentisti fino alla rottura. Della scissione tra Area e Md non ho capito granché ma temo che si sia riprodotto il solito contrasto tra l'ala politico-antagonista e quella istituzional-governista: mi si perdonino queste etichette approssimative che non vogliono intaccare in nessun modo l'onestà intellettuale dei protagonisti.
Nulla di nuovo, comunque, sotto il cielo di una sinistra giudiziaria che non è mai stata omogenea ed anzi ha nel suo dna proprio questa sorda lotta, non troppo sotterranea, tra chi è preoccupato di promuovere più efficienza democratica nel funzionamento della giustizia e chi è più preoccupato del contesto politico generale, tra chi guarda troppo dentro e chi troppo fuori dagli uffici. È stato sempre difficile in Md trovare una sintesi, anche se si era tutti disposti a rimanere all'interno di una sorta di coesistenza pacifica, una tregua che però nei momenti difficili provocava scontri furibondi.
Vorrei innanzitutto ricordare che, contrariamente a quanto afferma Zaccaro nell'intervista al manifesto (27 dicembre), Md è nata proprio con una fuoriuscita da una più ampia area di magistrati, sicuramente democratici, ma contrari a portare fuori dagli uffici le battaglie libertarie e soprattutto sociali dei primi Anni 60.
Il manifesto ideologico e programmatico di Md è tutto nel "libretto giallo" redatto da Luigi Ferrajoli, Vincenzo Accattatis e Salvatore Senese per il congresso del dicembre 1971 (Per una strategia politica di Magistratura democratica) nel quale si teorizzava la promozione di una giurisprudenza alternativa non chiusa in se stessa ma capace di promuovere, "attraverso il collegamento organico con il movimento di classe, una cultura giuridico-politica alternativa all'ideologia tradizionale del diritto e della giustizia borghese che valga a prefigurare ... un modello di giudice e di giustizia alternativo in una prospettiva di transizione al socialismo".
All'interno della corrente però questa strategia era mal sopportata da settori più moderati che volevano le stesse cose solo se e quando concordassero con le battaglie della sinistra ufficiale, cioè del Pci. L'ala movimentista, con l'avversione del Pci, era corsa lancia in resta contro la legge Reale con la raccolta di firme per il referendum abrogativo.
Poi aveva preso una posizione pubblica contro le leggi speciali emanate per contrastare il terrorismo e in questo contesto c'erano state rotture, perfino personali, tra giudici di Md che istruivano i processi ai brigatisti e giudici che criticavano questo impegno, ed ancora tra giudici che appoggiavano il teorema del pm Calogero sull'autonomia operaia e quelli che lodavano la resistenza del giudice istruttore Palombarini.
Molto altro ci sarebbe da ricordare di queste battaglie epiche tra istituzionalisti e movimentisti che si sono anche odiati, ma non si sono mai divisi perché alla fine si riusciva sempre a conciliare con intelligenza i due momenti della stessa battaglia.
Si era molto attenti alla giurisprudenza, con riviste come Quale giustizia e poi Questione Giustizia, ma si era anche molto dentro i movimenti e le lotte sindacali. Così sia all'interno degli uffici che all'esterno nella società risaltava la figura di un giudice di Md legato all'impegno giudiziario e al sociale. Ora che se ne sia uscita la maggioranza della componente eletta nel Csm è veramente un brutto segno di rottura, speriamo non irrimediabile, perché sarebbe una sconfitta per quel poco di sinistra che c'è rimasta. Basterebbe tornare alle origini, ma la vedo dura.
di Cesare Maffi
Italia Oggi, 29 dicembre 2020
Il governo boccia un Odg che aveva accolto in giugno. Anziché restituire i giudici ai tribunali, la maggioranza preferisce assumerne di nuovi. Assumere nuovi magistrati e, contemporaneamente, non ridurre il numero dei magistrati fuori ruolo, è una contraddizione che danneggia la già dissestata giustizia nostrana.
Chi sono questi fuori ruolo? La legge ne prevede un massimo di 200, destinati a svolgere funzioni amministrative (si noti bene: amministrative, estranee in sé alla carriera intrapresa entrando in magistratura) presso una miriade di enti e istituzioni. Si va dal ministero della Giustizia all'Ispettorato generale, al dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, dalla Presidenza del consiglio alle Camere, ai ministeri, dalle autorità indipendenti agli organismi internazionali, alla Scuola superiore della magistratura.
Tuttavia il tetto dei 200 fuori ruolo non tiene conto dei magistrati che operano presso alcuni palazzi romani: Quirinale, Consulta, Marescialli. Sono esclusi altresì i 16 eletti al Consiglio superiore della magistratura. Vi sono poi altri, collocati in aspettativa per svariati motivi: mandato parlamentare o amministrativo, funzioni di governo, assessori esterni, ricongiungimento col coniuge all'estero.
Nel corso del dibattito svoltosi a Montecitorio sulla legge di Bilancio il deputato Enrico Costa, oggi di Azione (il movimento di Carlo Calenda), ha sollevato l'incoerenza di una spesa di 7 milioni iniziali, nel primo anno, per arrivare agli oltre 25 dal 2030, con lo scopo di assumere magistrati ordinari in aggiunta a quelli di cui è prevista l'assunzione in base alla normativa vigente.
Non è coerente stanziare nuovi finanziamenti in luogo di recuperare decine e decine di magistrati fuori ruolo, in massima parte collocati al dicastero della Giustizia (più volte occasione di pepate polemiche da Francesco Cossiga, il quale vedeva i magistrati al lavoro in via Arenula impegnati nel predisporre disposizioni che li toccavano in prima persona).
In giugno il governo aveva accettato un ordine del giorno mirante all'adozione delle iniziative volte a ridurre gli incarichi in posizione di fuori ruolo. Eppure, nonostante che da giugno a oggi il fenomeno sia cresciuto, il governo non ha accolto l'ordine del giorno Costa, proponendone una riformulazione che l'avrebbe depotenziato e che è stata respinta dal presentatore.
Il parlamentare ne ha approfittato per segnalare una parte degli incarichi di fuori ruolo. L'elenco è perfino spassoso, perché parte dall'ambasciata a L'Aia per transitare nel Garante per concorrenza (tre magistrati, tanti quanti presso la Commissione europea), nella Commissione antimafia (ancora tre), nella Scuola della magistratura (cinque). Abbondano gli organismi internazionali: Consiglio d'Europa, Corte di giustizia, Corte penale internazionale, Corte europea per i diritti dell'uomo, Eurojust (in questo caso, con assistenti, anche loro parimenti magistrati).
Non mancano destinazioni che rivelano eccellenti doti di fantasia: missioni in Ucraina, nei Paesi Bassi, presso il ministero della Giustizia del Marocco. Così, un magistrato va a Rabat mentre, putacaso, a Brescia ve ne sarebbe bisogno. In Albania un fuori ruolo è "magistrato di collegamento".
Numerosi magistrati operano nei gabinetti e negli uffici legislativi dei ministeri. In via Arenula ben 41 fuori ruolo sono incaricati di "funzioni amministrative". Già: ma, come ha vanamente fatto notare Costa, "se svolgono funzioni amministrative, non si possono prendere degli amministrativi e non dei magistrati"?
di Daniela Piana*
Il Dubbio, 29 dicembre 2020
La diagonale. Una traiettoria che non si vede mai in una piazza. Troppo affollata, troppo percorsa, troppo corsa, per poterne percepire la diagonale. Stamane era possibile. Era possibile il notturno deserto della città eterna, era possibile intravedere nelle brume Venezia eretta nell'assoluto improbabile della sua storia, le vie di fuga dei portici di Bologna si aprivano al viandante che avesse avuto voglia di avventurarsi nella immensa ed essenziale esperienza della solitudine. Diagonale. Non è una banalità quello sguardo che attraversa lo spazio in modo così inedito.
L'anno che si chiude si chiude con un ribaltamento delle categorie del vivere. Il secolo breve - che sembra avere quasi voluto riprendersi la rivincita della sua brevità allungandosi fino al XXI secolo - è imploso come una pulsar nel rallentare fino allo zero un tempo accelerato in cui abbiamo vissuto per effetto centrifugo sempre più sfilacciati e disconnessi come atomi anomici.
Tempo accelerato, hanno teorizzato e osservato i sociologici e gli studiosi dei fenomeni umani.
Il tempo come metrica, il nomos rispetto al quale determinare il modo in cui gli uomini ordinano le loro azioni. Fare la spesa e poi andare al lavoro e nel frattempo rispondere alle mail e poi passare dalla scuola e certamente nel mezzo inserire una ora di palestra oppure fluttuare fra gli aerei ma non disconnessi già preparando le poste elettroniche che stanno per partire ad orario prefissato mentre stiamo valutando se fra un transfer e l'altro possiamo forse risolvere uno dei punti nel nostro taccuino virtuale che sempre - ovviamente - ci accompagna. Così si è vissuto. Così tanto accelerati che quando ci siamo fermati la prima volta non abbiamo davvero capito cosa fosse successo. Senza molto discutere ci si è immersi in una sorta di esperimento di laboratorio, la società ferma e coesa distanziata e solidale tutti per uno perché c'è un uno piccolo piccolo fra noi che rischia di mandare a carte e quarantotto quello che siamo e quello che vorremmo essere. Come individui ovvio, della società non è che siamo tanto abituati a curarci.
La seconda volta è stato molto diverso. Lo abbiamo sentito eccome il fermarsi del tempo. Negli spazi forse interstizi vissuti fra il tempo fermo e il tempo che riprendeva nell'estate abbiamo avvertito la presenza pulsante di una categoria smarrita e dimenticata, lo spazio. Quello che si apre attorno al nostro respiro. Poi quando avvertiamo lo spazio vuoto. Non c'è spazio per l'horror vacui nel XXI secolo che sta diventando quello che è, ancora in embrione ma già si fa capire molto bene. Lo spazio ne è la categoria dominante e caratterizzante. Spazio vuoto perché è nello spazio vuoto che si possono dispiegare come se fossero trame di un tessuto tutto da intessere le nostre vite collettive, i nostri rituali, i nostri modi di essere nel mondo.
Uno spazio che si è nel frattempo arricchito di una dimensione ulteriore quella immateriale. Abbiamo il materiale e abbiamo l'immateriale e siamo fortunati perché il secondo ci ha permesso di conservare e di potere in qualche modo prendere le distanze critiche allo stesso tempo dai riti che eravamo abituati a praticare e che avevamo rattrappito e accorciato nel primo.
Un divertissement che chiosa a pié di pagina di Kant questo? Nulla affatto. Le conseguenze sul piano della vita sociale e soprattutto del rapporto che intercorre fra diritto e società sono immense ed ancora largamente inesplorate. Ne possiamo intuire la portata e tratteggiare alcune forme che chiedono però di essere approfondite e lavorate molto meglio e tutti insieme.
Se lo spazio è importante e lo spazio è doppio allora i riti della giustizia devono essere ripensati in uno spazio doppio, attraverso una differenziazione, nel digitale alcuni nel materiale altri, gli uni connessi con gli altri attraverso l'unico ponte capace di integrare intelligenze e visioni, le persone che operano nella e per la giurisdizione. In secondo luogo se gli spazi sono importanti allora lo spazio centrato sul cosa fare e non tanto sulla procedura, non sull'artefatto, ma sul rito istituzionalizzato, significa che le sequenze delle azioni vanno ripensate, ma vanno ripensati anche i dispositivi che regolano gli accessi alla giustizia, non solo le porte dei palazzi di giustizia - remoti o vicini - ma anche la comprensione la accessibilità in senso linguistico e comunicativo oltre che l'accoglienza.
Gli spazi di giustizia possono diventare luogo di investimento sul capitale sociale, di cultura. Facciamo degli interni dei palazzi luoghi di adozione di alberi e sculture, di significato di pitture e stralci di letteratura, perché chi frequenta i corridoi dei pas perdus non sia perduto ma raccolto in un tessuto culturale che dà un senso di uno spazio aperto e non angusto.
Facciamo delle piattaforme internet di erogazione dei servizi legali anche luoghi virtuali dove i giovani possono raccontare le loro visioni della legalità. Ci costerà pochissimo ci darà un risultato incommensurabile di partecipazione e trasparenza. Ed infine ripensiamo le periferie: la giustizia dovrà essere sensibile soprattutto a chi non la raggiunge facilmente.
Se la direttrice è la diagonale allora la diagonale collega i punti estremi ed è dal collegamento dei punti estremi di poligoni poliformi che emergono i nodi- centri di maggiore densità normativa giurisdizionale e di bisogno di giustizia. Forme che emergono da uno spazio vissuto, respirato capito e osservato. Facciamo dello spazio la metrica della giustizia del XXI secolo.
*Comitato scientifico Consiglio di Stato
di Salvatore Sfrecola
La Verità, 29 dicembre 2020
C'è una grave ingiustizia nell'emendamento che prevede il risarcimento per chi risulta innocente dopo un processo. Nessun indennizzo è dovuto se si tratta di giudizi contabili. "Il processo è esso stesso la pena", ricorda Enrico Costa, parlamentare di Azione e già Vice ministro della Giustizia, citando una famosa definizione di Salvatore Satta, a commento di quello che considera "un passo verso la civiltà", l'emendamento, del quale è stato primo firmatario, sottoscritto anche da Lucia Annibali, di Italia Viva, e Maurizio Lupi di Noi per l'Italia, al quale si sono associati Nunzio Angiola e Flora Frate di Azione, il leader di +Europa, Riccardo Magi, e Massimo Garavaglia della Lega, e Giusy Bartolozzi di Forza Italia, approvato all'unanimità con l'adesione del ministro Alfonso Bonafede, che attua un rimborso, sia pure parziale, delle spese legali sostenute da chi, sottoposto ad un processo penale, viene assolto perché il fatto non sussiste, non lo ha commesso, non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato.
di Federico Berni
Corriere della Sera, 29 dicembre 2020
Nella seconda ondata il 7,7 per cento della popolazione complessiva raggiunto dal contagio. Spazi ridotti e limitazioni a familiari e volontari aggravano la situazione: "A molti mancano i vestiti invernali". Il Covid restringe ulteriormente gli spazi di libertà nelle carceri milanesi. L'allarme arriva da una ricerca di Caritas Ambrosiana, che parla di 260 detenuti positivi al virus tra quelli ospitati nei tre istituti del capoluogo (San Vittore, Bollate, Opera), anche se è guerra di cifre con il Ministero della Giustizia, secondo cui il dato relativo ai contagiati è drasticamente più basso (in tutto 160 persone, la metà delle quali a Bollate).
Stando al report degli operatori dell'Area carceri, la cosiddetta seconda ondata ha colpito più duramente all'interno dei penitenziari rispetto alla prima, con il 7,7 per cento della popolazione complessiva raggiunto dal contagio (senza dimenticare la morte, ai primi di dicembre, dell'ispettore di polizia penitenziaria Mario De Michele). Percentuale più alta rispetto al alla prima ondata della pandemia nella scorsa primavera, e che si spiegherebbe solo in parte con il trasferimento di malati da altre strutture lombarde in due "hub" allestiti in questi mesi a Bollate e San Vittore per fronteggiare l'emergenza sanitaria.
Situazione che va a gravare sul problema congenito della realtà carceraria cittadina, quello del sovraffollamento: 3.400 detenuti presenti, rispetto ai 2.392 previsti sulla carta. Una situazione di sofferenza che resiste nonostante il calo dell'8 per cento, rispetto alla situazione di inizio anno: prima, cioè, dei numerosi provvedimenti di rilascio o di alleggerimento delle misure di custodia adottati per sgravare le strutture all'epoca della prima ondata.
L'obbligo di garantire gli spazi adeguati per l'isolamento dei positivi, però, restringe quelli dei detenuti sani. Per questo, riporta il documento della Caritas, "molti reclusi sono stati trasferiti in altri reparti, trovandosi così a condividere la cella con più persone di prima". Ma non è l'unico effetto a catena della pandemia. Si segnalano, infatti, tensioni derivanti da chiusura dei reparti, in certi casi delle singole celle. E poi stop alla scuola, e a tutte le altre attività culturali e ricreative. Limitazioni all'accesso dei volontari ("a molti mancano vestiti adatti per l'inverno") e ai colloqui con avvocati e familiari (il 12 dicembre la protesta delle mogli dei detenuti all'esterno di San Vittore). Si chiede quindi di intervenire su tre fronti: misure alternative al carcere per chi ne ha diritto, poi continuità degli interventi educativi e, dove sarà possibile, meno restrizioni, perché, afferma Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana, "la gestione della crisi sanitaria non può prescindere dalla tutela dei diritti".
- Brindisi. Muore nella Rems di Carovigno in attesa che il giudice decida il trasferimento
- Cagliari. Tragedia in carcere: detenuto 80enne si toglie la vita impiccandosi
- Lecce. Una Social Academy oltre le sbarre con dolci e tessuti
- Milano. Il Garante dei detenuti: "Nelle carceri situazione di sofferenza, ma diritti rispettati"
- "È tempo che la Corte costituzionale faccia conoscere anche l'opinione dissenziente"











