di Gianluca Franco
interris.it, 29 dicembre 2020
L'arcidiocesi di Lahore sostiene gli ex detenuti per la creazione di imprese. In Pakistan la Chiesa si mobilita per supportare i cristiani nella creazione di una propria attività di impresa. Monsignor Sebastian Francis Shaw, arcivescovo di Lahore ne ha parlato in un incontro che si è svolto nella chiesa cattolica di San Giovanni a Youhanabad. "Hanno sofferto molto negli ultimi cinque anni- spiega il presule a Fides. Abbiamo preso questa iniziativa per fare in modo che 42 ex detenuti innocenti possano gestire una nuova attività economica per sostenere le loro famiglie. E non dipendere da nessuno.
Afferma l'arcivescovo di Lahore rivolgendosi ai fedeli: "Questo è un regalo di Natale per tutti voi. Per restituire stabilità alla vostra vita e viverla con dignità. Preghiamo per il vostro bene e invochiamo le benedizioni di Dio per le vostre famiglie". L'arcivescovo ha anche ringraziato il governo pakistano e Ijaz Alam Augustine, ministro per i diritti umani e gli affari religiosi nella provincia del Punjab. Per la loro cooperazione e il sostegno nel rilasciare 42 prigionieri cristiani accusati di aver partecipato a scontri e rivolte. Dopo gli attentati suicidi che colpirono due chiese a Lahore a marzo 2015.
Ai partecipanti all'incontro in chiesa l'arcivescovo Shaw ha detto: "Vogliamo sostenervi pienamente e desideriamo vedervi impegnati in un'attività fiorente. Perché possiate vivere una vita felice". È intervenuto anche padre Francis Gulzar, vicario generale dell'arcidiocesi di Lahore e parroco della chiesa cattolica di St. John "Aiutarli nell'avviare una impresa economica personale è la strada migliore - sottolinea. Abbiamo consegnato dei rickshaw (mezzi di trasporto) a dieci persone. Ad altri motociclette con un carretto".
Aggiunge padre Francis Gulzar: "Altri ancora hanno avuto un sostegno per aprire un'attività commerciale. Come un negozio di alimentari, una attività di ristorazione. O un negozio di decorazione e vendita di tende e tappeti, uno spaccio di materiali per l'edilizia. Tra le persone beneficiate c'è anche un ex prigioniero musulmano, che era in carcere con loro".
di Elisabetta Zamparutti*
Il Tempo, 28 dicembre 2020
L'esistenza è un viaggio e il "viaggio della speranza" è la metamorfosi della detenzione in libertà. È il peregrinare della coscienza nel tempo che regala sempre e a tutti la possibilità di elevarsi fino a compiere, lo dico con convinzione, il miracolo. A partire dalla consapevolezza di ciò che si è, di ciò che si è stati e di ciò che si può essere. I detenuti ne sono spesso metafora per le vicende che in detenzione li hanno condotti e per le condizioni in cui si trovano a scontare la pena, a penare. Come Gaetano Puzzangaro. Mi dà occasione di parlare di questo e di lui la recente decisione della Santa Sede di beatificare il giudice Rosario Livatino, assassinato ad Agrigento il 21 settembre 1990, all'età di 37 anni, per mano di un gruppo di suoi coetanei "stiddari".
di Debora Alberici
Italia Oggi, 28 dicembre 2020
Sta chiudendosi il 2020, l'anno della pandemia, sulla quale sono stati scritti fiumi di inchiostro. Dalle influenze del Covid-19 non è esente il settore della giustizia che fra personale in smart working, udienze cancellate e poi in parte celebrate online, ha segnato un grave disagio a chi svolge la professione forense.
di Stefano Feltri*
saleincorpo.it, 28 dicembre 2020
Siamo portati a non scrivere dei pestaggi in carcere. Solo pochi giornali, tra questi Il Domani, hanno denunciato quello che è accaduto nel penitenziario di Santa Maria Capua Vetere. Il commento è di Stefano Feltri. Il 6 aprile scorso è successo qualcosa di inaccettabile in una democrazia: una spedizione punitiva di oltre 300 poliziotti è entrata nel carcere Uccella, a Santa Maria Capua Vetere, e ha picchiato i detenuti che protestavano per le proprie condizioni, aggravate dalla pandemia. Sapevamo che quella rivolta non era stata gestita come le altre che le carceri italiane hanno sperimentato durante i mesi del lockdown: a giugno 57 agenti sono stati perquisiti, le accuse dell'indagine includono reati molto gravi come tortura. Matteo Salvini si era precipitato a dare solidarietà. Non alle vittime, ma ai presunti torturatori.
di Roberto Saviano
saleincorpo.it, 28 dicembre 2020
In questi giorni ha creato grandi polemiche la decisione del Comune di Verona di togliere la cittadinanza onoraria a Roberto Saviano. Uno dei motivi alla base dello strappo è il fatto che lo scrittore è favorevole alla legalizzazione di cocaina e droghe leggere. Il tema è forte e divide. Pubblichiamo un'analisi di Saviano dove spiega i motivi della sua posizione. Un invito per tutti a discutere e riflettere.
"È il sangue e solo il sangue che genera attenzione, che pretende azione (per qualche giorno almeno). È una drammatica e sempiterna regola, inviolata sino a ora. Solo il sangue è la madre di tutte le comprensioni: fin quando non lo vedi a terra la mafia non c'è, fin quando non senti lo sparo non percepisci pericolo, se non si innescano le faide non esiste il problema.
Il sangue non si può nascondere e quando scorre cosa accade? Accade che si ridimensiona la vicenda. Con l'omicidio Sacchi il sangue a Roma è tornato a scorrere ma c'è un automatismo innato che si genera sempre dinanzi alle tragedie, cercare elementi per allontanarle da sé. Incidente stradale? Beh, ma guidava ubriaco.
Cancro? Grande fumatore. Un ragazzo sparato alla nuca? Beh, ma vedrai che qualcosa non torna. È tutto normale, un modo per sentirsi al riparo, per potersi dire che non capiterà a chi si comporta bene, un meccanismo che le istituzioni spesso usano come ansiolitico per calmare la legittima apprensione, quella che pretende che tutto cambi. Avviene per non dirvi la più semplice delle verità: siamo tutti esposti, nessuno è al sicuro.
Roma non ha i morti di Caracas, non è lontanamente paragonabile a San Salvador o Lagos, ma Roma deve smetterla di sentirsi diversa dall'essere una città mangiata dalla corruzione e occupata dai poteri criminali. Prima si rende conto di essere una Capitale mafiosa, prima può forse pensare di trasformarsi. Roma non è Gotham City? Molto peggio.
Perché Gotham sapeva d'essere Gotham, perché riconosceva il male in Joker e Pinguino ma soprattutto Gotham aveva Batman che su Roma non è Bruce Wayne ma Franco Fiorito "er Batman". Roma è luogo di riciclaggio privilegiato degli investimenti del narcotraffico da più di un decennio: elenchi sterminati di ristoranti, pub e gelaterie sequestrati alle cosche. Infinite speculazioni edilizie. Tutti spesso derubricati a fatti episodici, laterali alla vita della città quando ne sono l'essenza stessa, il sistema linfatico dell'economia.
Dinanzi a un omicidio come quello dei Colli Albani si usano sempre le solite immagini. La metafora cinofila: "Cani sciolti". Oppure quella equina: "Cavalli pazzi". Sovente: "Lupi solitari". Fesserie. Sono un esercito pronto ad affiliarsi, microcellule pronte al salto organizzativo e che nella parte maggiore dei casi non ci riescono perché finiscono ammazzati, arrestati o nel delirio sanguinario sparano alla nuca come se fosse uno spintone. Non c'è limite alla corsa per trovare spazio di guadagno.
Roma da oltre un decennio è diventata l'hub della coca (e non solo) in Italia eppure di questo non sentirete mai parlare seriamente nei dibattiti politici. La prova più eclatante è già nel 2014 quando in una sola operazione (una sola!) i carabinieri sequestrarono 578 chili di coca che avrebbero reso 24 milioni di dosi ossia 1.300 milioni di euro. Da lì in poi potrei fare un elenco infinito, passando per i 200 chili scovati nell'agosto scorso. Percentuali di sequestro minime rispetto a un flusso perenne e continuo. Immaginate questa massa di denaro in una metropoli dove il turismo garantisce che case, ristoranti e locali siano pieni e quindi pronti per riciclare.
Roma si racconta compiaciuta con i turisti che leccano i gelati e i selfie ai Fori Imperiali con i gladiatori. Ma è solo una scenografia. È invece la metropoli dove trovare lavoro senza essere protetto da un politico è quasi impossibile, dove un piccolo imprenditore per farsi pagare si deve rivolgere a bande che recuperano i crediti. In questa Roma ogni pistola è un'occasione per provare a farcela. Ancora pensate che siano le serie tv a ispirare i violenti? Quanta colpevole ingenuità, le serie raccontano il reale volto di ciò che accade e chi lo vive ci si specchia direttamente.
Roma è stata storicamente città aperta: Cosa Nostra, 'Ndrangheta e Camorra si sono sempre mosse in equilibrio evitando scontri cruenti. La gestione negli anni si è evoluta: i clan meridionali hanno subappaltato il controllo del territorio e in questo spazio è nata un'organizzazione autonoma. Mafia Capitale la Cassazione non la definisce mafia, tutto questo è fisiologico perché ad oggi è solo su base etnica il riconoscimento penale del crimine organizzato: sembra assurdo ma è così (con la sola eccezione della Mala del Brenta).
La battaglia per il riconoscimento di un'organizzazione mafiosa è infinita: l'introduzione del reato è del 1982 (mentre Cosa Nostra esisteva già da un secolo) e la parola 'ndrangheta è entrata nel Codice Penale solo nel 2010 (esisteva da più di 120 anni). Ci vorrà tempo perché tutti comprendano il volto di ciò che è nato nel ventre di Roma, superando gli stereotipi che ancora cercano coppole e lupare. Questa battaglia però non si deve fermare.
E non può essere delegata alla magistratura. Deve essere l'ossessione della società civile - se ancora esiste - perché spesso per gran parte della politica (quando non complice) è solo un tema da risolvere con le manette. Nulla di più fallace. Le prigioni da sole non hanno mai sconfitto nessuna mafia. Trasformare le regole che rendono Roma una città a vocazione mafiosa sarebbe invece l'unico atto determinante.
Se l'omicidio Sacchi si configura come interno alle dinamiche della distribuzione delle droghe leggere, la politica per riscattare la sua inanità ha una sola strada: legalizzarle.
Sottrarre questo mercato immenso al crimine è l'unico modo per dimezzarne profitti e potere: ogni altra strada sarà effimera, perché retate e condanne apriranno vuoti nelle reti di spaccio che una leva sempre più giovane sarà felice di colmare.
Non sarà facile per una politica che si nutre di tweet prendere questa decisione. Ma bisogna imporre il tema nel dibattito pubblico. E costringere da subito ad affrontare i nodi del riciclaggio e dell'investimento mafioso che distruggono ogni libera iniziativa. Altrimenti Roma rimarrà una città corrotta sin nel midollo, dove l'unico modo per salvarsi è starne lontani".
di Nando Dalla Chiesa
Il Fatto Quotidiano, 28 dicembre 2020
Quando queste Storie italiane usciranno il Natale sarà già passato. Perciò non ha senso usarle, come avrei voluto, per scrivere un'ideale lettera a Babbo Natale o a Gesù Bambino. Semmai ne approfitto per raccontarvi di un bimbo di sei anni che ha scritto una commovente lettera al vecchio Santa Claus chiedendogli di portare le medicine alla nonna per farla guarire.
di Emanuele Lauria
La Repubblica, 28 dicembre 2020
L'impegno con l'Onu è del 1993. Da Pd-5S la proposta di legge per istituire una commissione nazionale indipendente. In aula entro gennaio. Ventisette anni, sette legislature, trascorsi invano. Due o tre ere politiche dentro le quali l'Italia non è riuscita a rispettare un impegno votato il 20 dicembre del 1993 all'assemblea generale delle Nazioni Unite: quello di istituire una commissione nazionale indipendente sui diritti umani.
di Massimiliano Nerozzi
Corriere di Torino, 28 dicembre 2020
Il Procuratore generale Francesco Saluzzo: "Colpito il lavoro del settore giudicante. La criminalità punta a prendersi attività per un tozzo di pane". La verità è che ci vorrebbe un vaccino anche per la Giustizia, dopo un anno che ha sconvolto vite e incasinato scartoffie, ancor di più di quanto già non lo fossero: "Quando finirà la pandemia, e parliamo dell'autunno-inverno 2021, la macchina della giustizia sarà così depressa dal numero dell'arretrato accumulato, che ci vorranno anni prima di tornare ai livelli pre-Covid, che già non erano entusiasmanti", ragiona il
Procuratore generale Francesco Saluzzo, nell'ufficio al settimo piano del palagiustizia. Adesso, dell'attività nei mesi del virus, se ne può però tracciare un primo bilancio.
Procuratore generale, nel 2019 disse che c'erano "troppe assoluzioni": ora?
"C'è stato un leggero miglioramento nello scarto tra esercizio dell'azione penale ed esito dibattimentale".
Perché?
"A parte la maggior consapevolezza delle Procure di non mandare avanti cose senza futuro, ha determinato un cambio di rotta la messa alla prova, che ha funzionato. Così come ha influito la particolare tenuità del fatto, il 131 bis".
Morale?
"Un gran numero di provvedimenti che andavano a giudizio, perché scrivere l'archiviazione è più faticoso che mandare a processo, muoiono in Procura. Dopodiché, resta sempre una questione".
L'articolo 112 della Carta.
"Si torna sempre lì: è sostenibile un sistema nel quale tutti i fascicoli debbono essere trattati allo stesso modo?".
Lei cosa risponde?
"No. E non perché sia un abolizionista dell'obbligatorietà dell'azione penale, assolutamente no, perché è garanzia per il cittadino. Ma perché bisognerebbe validare un meccanismo in base al quale, sia normativo o del Csm, il Procuratore possa dire, con criteri trasparenti: "questi non li faccio, o li faccio se mi avanzerà tempo".
E invece?
"Nelle valutazioni, il Csm guarda in maniera ossessiva al numero dei procedimenti lavorati. E se io ho il vicino di stanza che ne fa tanti, di fascicoli, e magari neanche tanto bene, mi trovo in difficoltà perché ho minore produttività. Vagli a spiegare che la mia, magari è qualitativamente migliore: non interessa a nessuno. La quantità si pesa, la qualità no".
Le risultano ritardi nell'esecuzione delle sentenze?
"Detto che la Procura generale e le Procure sono un'eccellenza nel panorama nazionale, quanto a velocità di esecuzione, il settore competente della corte d'Appello è in gravissima crisi: ci sono 6.000 sentenze per le quali occorre fare l'estratto esecutivo e comunicarlo all'organo dell'esecuzione, Procura o Procura generale appunto".
Come si risolve?
"C'è una nuova struttura centralizzata, per smaltire l'arretrato, ma il problema sono i numeri, in termini puramente aritmetici, che non si possono affrontare".
Allarme per appalti e contributi pubblici nell'era Covid: che ne pensa?
"Le malversazioni ci sono sempre state e ci saranno, perché la torta è ghiotta".
Sta aumentando l'usura?
"Si stanno moltiplicando i fenomeni. Ai danni del piccolo commerciante, o imprenditore: non è usura classica, soldi per interessi a strozzo, ma strisciante, che porta all'acquisizione dell'attività commerciale".
L'obiettivo dei criminali?
"È il momento in cui possono pensare di prendersi un'attività per un tozzo di pane, invece di mandare scagnozzi o di mettere la molotov alla saracinesca".
Che effetto ha avuto il virus sulla giustizia?
"Le Procure, per necessità di cose, hanno sempre lavorato, anche se siamo al 65-70% di attività e risultati, ovviamente. L'impatto grave c'è stato per il giudicante".
Cosa ci aspetta?
"4-5 anni per tornare ai livelli pre-Covid: sarà un lavoro immane".
Sul rinvio dei processi di 'ndrangheta per virus fece incavolare gli avvocati.
"Premessa. Il legislatore, in determinati casi, consente di far andare in carcere un cittadino non ancora giudicato, e quindi non colpevole".
Quindi?
"Non mi rimangio neanche una parola. Sennò gli avvocati devono trovare motivo di scandalo nella stessa custodia cautelare; non nel fatto che se viene a cessare, e mica per ragioni fisiologiche, sia un fatto non indifferente per la collettività e per la prevenzione dei fenomeni criminali".
di Giovanbattista Tona
Il Sole 24 Ore, 28 dicembre 2020
La Cassazione chiarisce gli effetti della dichiarazione di estinzione del reato. La sentenza non accerta responsabilità e non vale come precedente. Il buon esito della messa alla prova estingue il reato e non integra un precedente penale, ma presuppone l'accertamento di un fatto, che può essere rilevante nei casi in cui la reiterazione della condotta comporta l'applicazione di una sanzione accessoria in un successivo giudizio penale.
Lo afferma la Cassazione con la sentenza 32209 del 17 novembre scorso, che riguarda la possibilità del giudice di merito di valutare un precedente illecito di guida in stato di ebbrezza alcolica per la sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente, anche se nel precedente giudizio l'imputato si è sottoposto alla messa alla prova, prevista dall'articolo 168-bis del Codice penale, con esito positivo. Non è la prima volta che la Cassazione affronta problematiche connesse alla messa alla prova.
L'istituto, inserito nel Codice penale nel 2014, si applica ai reati puniti con pena pecuniaria o con pena detentiva non superiore a quattro anni (e ad altri delitti specificamente individuati); l'imputato può chiedere la sospensione del processo con messa alla prova, che comporta il suo affidamento al servizio sociale per lo svolgimento di un programma, ad esempio con attività di volontariato e condotte volte a eliminare le conseguenze del reato e a risarcire il danno.
Dopo aver sentito le parti, se il giudice accoglie la richiesta, con ordinanza fissa il temine entro il quale il programma deve essere eseguito e sospende il giudizio per un periodo non superiore a due anni. Al termine il giudice, se ritiene che la prova abbia vuoto esito positivo, dichiara con sentenza estinto il reato. Questa decisione - ha chiarito la Cassazione - non è idonea a esprimere un compiuto accertamento sul merito dell'accusa e sulla responsabilità.
Per questo, ad esempio, non può essere parametro del contrasto tra giudicati rispetto ad altra sentenza resa nei confronti di un coimputato (Cassazione, 53648/2016). Poiché prescinde dall'accertamento di responsabilità - ha scritto inoltre la Cassazione - la sentenza che dichiara estinto il reato, in procedimenti per reati di contraffazione di prodotti, non può giustificare la confisca dei beni serviti per commettere il reato o che ne costituiscono provento (Cassazione, 49478/2019).
Nelle ipotesi di reati tributari, è stata anche esclusala confisca per equivalente, perché connessa all'accertamento della responsabilità penale, mancante dopo la messa alla prova; tuttavia, è stata ammessa la possibilità di applicare le sanzioni amministrative accessorie, se previste dalla legge (Cassazione, 47104/2019).
In materia di reati edilizie urbanistici, il giudice penale non può emettere l'ordine di demolizione con la sentenza di estinzione, ma si è ritenuta legittima l'emissione di analogo ordine da parte dell'autorità amministrativa sulla base degli elementi raccolti nel procedimento penale (Cassazione, 39445/2017 e 53640/2018).
Per i reati previsti dal Codice della strada è stata seguita la stessa linea: l'estinzione del reato non consente al giudice penale di applicare le sanzioni amministrative accessorie, come la revoca della patente di guida, che può però essere irrogata in separato procedimento amministrativo dal Prefetto (Cassazione, 40069/2015, 39107/2016 e 29796/2017).
Ora la Cassazione, conia sentenza 32209, aggiunge che, nonostante l'estinzione per l'esito della messa alla prova, una precedente condotta di guida in stato di ebbrezza può essere valorizzata dal giudice per la verifica della "recidiva nel biennio" prevista dall'articolo i86, comma 2 lettera b) del Codice della strada, presupposto per l'applicazione della sanzione accessoria della revoca della patente.
globalist.it, 28 dicembre 2020
"In questa domenica di festa sono venuto a portare il saluto alle donne e agli uomini della Polizia penitenziaria che fanno un lavoro prezioso, costante, senza sosta spesso poco conosciuto in balia di gente varia ed eventuale. Qui a San Vittore oggi l'80% dei detenuti è straniero, otto su dieci sono immigrati e questo ci dice che c'è qualcosa che non funziona", dice il leader leghista, che non manca di mandare la solita frecciata razzista.
"Altri fanno polemiche, Salvini va ad aiutare i senzatetto, porta i pacchi alle famiglie, va a visitare gli agenti in carcere, domani va a donare il sangue", io lascio a loro le polemiche e mi tengo la voglia di aiutare nel mio piccolo chi ha bisogno di una mano e chi in questi giorni di festa si sente ancora più solo. C'è chi polemizza e chi aiuta, io preferisco far parte degli italiani che fanno e che non chiacchierano", conclude Salvini, recordman di assenteismo in Parlamento e una vita passata in campagna elettorale.
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