Avvenire, 2 aprile 2021
I crocifissi realizzati con materiali poveri nei laboratori di Isola Solidale. A Rebibbia vengono consegnate nel Venerdì Santo anche 1.200 colombe pasquali. Hanno lavorato a pieno ritmo gli ospiti dell'Isola Solidale, nel laboratorio dell'associazione, per realizzare delle collanine con 500 crocifissi artigianali (da collo) da donare per Pasqua ai detenuti del carcere di Rebibbia.
Una corsa contro il tempo per confezionare a regola d'arte dei doni molto richiesti dai detenuti, soprattutto in occasione della Settimana Santa. L'Isola Solidale è una struttura che - grazie alle leggi 266/91, 460/97 e 328/2000 - ospita persone che hanno commesso reati per i quali sono state condannate, che si trovano agli arresti domiciliari, in permesso premio o che, giunte a fine pena, si ritrovano prive di riferimenti familiari e in stato di difficoltà economica.
La consegna è prevista per oggi, Venerdì Santo. Presenti Andrea Valeriani, presidente dell'Isola Solidale, Gabriella Stramaccioni, Garante dei detenuti di Roma Capitale, e padre Moreno Versolato, cappellano a Rebibbia. Insieme ai crocifissi, vengono consegnate anche oltre 1.200 colombe di Pasqua, di cui 350 al Femminile, 350 al penale, 50 alla Terza Casa, 500 al Nuovo Complesso. Le colombe sono state donate in parte dall'azienda "Bauli" e in parte raccolte dai gruppi scout Agesci della zona "La Fenice".
"Un segno importante - ha spiegato il presidente dell'Isola Solidale - di vicinanza e di speranza da parte dei detenuti accolti nella nostra associazione nei confronti di quanti passeranno la Pasqua in carcere". "I crocifissi realizzati - ha aggiunto Valeriani - nel nostro laboratorio sono semplici, di materiale povero, ma portano con sé una grande ricchezza spirituale nata da un profondo percorso formativo vissuto dai nostri ragazzi grazie alla presenza e alla cura di don Antonio Pesciarelli che ultimamente sta accompagnando spiritualmente l'Isola Solidale".
di Vittoria Serino
informareonline.com, 2 aprile 2021
Intervista alla prof.ssa Caccavale della Casa circondariale femminile di Pozzuoli. Lo scorso 11 marzo Antigone, associazione "per i diritti e le garanzie nel sistema penale", ha pubblicato il suo XVII rapporto sulle condizioni di detenzione intitolato "Oltre il virus".
Lo scopo dell'intervento è quello di "guardare oltre e provare a ragionare con sguardo critico su cosa abbia insegnato la pandemia al sistema penitenziario". In particolare Antigone ha indagato sulle conseguenze che ci sono state sul sistema scolastico delle carceri e i dati che ne sono emersi sono ben lungi dall'essere confortanti: tasso di abbandono scolastico alto, interruzione totale delle lezioni in seguito alla prima ondata, generale difficoltà nel reperire gli strumenti tecnologici adatti.
Tuttavia in Campania esiste una realtà che sembra essersi sottratta a questo generale clima di rassegnazione: la scuola carceraria di Pozzuoli. Questa è una sede associata del centro provinciale per l'Istruzione degli adulti (Cipia) di Napoli provincia 1, diretto dalla professoressa Francesca Napolitano e si compone di un corpo docenti che opera da diversi anni in modo sinergico con la direzione e l'area educativa della struttura carceraria ospitante. Ma come opera nel concreto la scuola? Per capirlo abbiamo intervistato la prof.ssa. Olimpia Caccavale che, ormai da 16 anni, insegna italiano alle detenute della Casa circondariale femminile di Pozzuoli.
Come ha reagito la scuola all'emergenza Covid-19?
"In realtà, ben prima che la DAD diventasse obbligatoria, la scuola si è attrezzata con un megaschermo interattivo e numerosi tablet (rigorosamente senza accesso a internet). Il corpo docenti ha quindi continuato a garantire un'istruzione giornaliera alle detenute secondo percorsi di istruzione di primo livello (licenza media), alfabetizzazione e apprendimento della lingua italiana per le adulte straniere e secondo livello (diploma superiore)".
L'approccio educativo verso le detenute è diverso da quello del sistema scolastico classico?
"Sì, tendiamo a fornire una didattica soprattutto di tipo laboratoriale. Questo perché la nostra è una "scuola del fare" ed i progetti che proponiamo (dalle attività teatrali a quelle di scrittura creativa) sono funzionali a garantire il recupero delle relazioni interpersonali piuttosto che impartire una formazione meramente nozionistica. In un contesto del genere infatti, oltre allo studio delle materie curriculari, diventa di fondamentale importanza imparare a stare insieme, gestire i conflitti ed affrontare lavori di gruppo".
Qual è il feedback delle alunne?
"Il numero delle iscrizioni è fortunatamente abbastanza alto. Le alunne sono molto motivate e, anche se le ragioni che le spingono a iscriversi possono sembrare banali, in realtà sono questioni indispensabili per la vita fuori dal carcere. Ad esempio per molte detenute straniere conoscere l'italiano è sinonimo di sopravvivenza: serve per saper interagire con avvocati e guardie. Altre invece sono analfabete e frequentano le lezioni per imparare a firmare le carte per l'uscita. Durante l'intervista la professoressa ha sottolineato, inoltre, come la scuola non debba essere una coercizione bensì un diritto per chi, avendo percorso strade ai limiti della legalità, si è visto sottrarre la propria libertà. L'articolo 27 della Costituzione Italiana afferma che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
Rieducare dunque, non punire: questo deve essere il senso della realtà detentiva. E, se da un lato la scuola mira a cambiare il futuro dei detenuti senza infierire sul loro passato, dall'altro aiuta tutti noi a capire il valore dell'educazione intesa come riscatto e ci avvicina a un mondo troppo spesso relegato ai margini.
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 2 aprile 2021
L'arrivo al Senato della legge Zan non è passato indenne. Ma in questo caso il quadro è più frastagliato perché sono contraria alla norma, per motivi diversi da quelli leghisti o cattolici, anche gran parte del femminismo e della sinistra libertaria e la stessa commissione Affari costituzionali è intervenuta con indicazioni non del tutto rispettate dal legislatore.
Come prevedibile, l'arrivo al Senato della legge Zan contro la transomofobia non è passato indenne. La Lega ha chiesto di soprassedere in nome di un vincolo di maggioranza che è in realtà inesistente, dal momento che quella che sostiene Draghi non è una maggioranza politica, la legge è di iniziativa parlamentare ed era chiaro sin dalla partenza del governo Draghi che i provvedimenti non strettamente inerenti alla Mission illustrata dal premier al momento dell'insediamento sarebbero stati di assoluta competenza parlamentare.
Cioè che i parlamentari si sarebbero potuti muovere senza alcun vincolo di maggioranza. A quel punto il presidente leghista della commissione Giustizia è passato al filibustering, di fatto rifiutandosi di convocare l'Ufficio di presidenza per calendarizzare la legge e avviare così il percorso di approvazione definitiva. Come finirà è incerto. Alla fine la legge dovrà approdare in aula ma è probabile che qualche cambiamento la riporti poi alla Camera e nel complesso i tempi di approvazione non sembra possano essere celeri.
Non è la prima volta che sul nodo delle aggravanti, come quelle per razzismo o antisemitismo, si assiste al medesimo fronteggiamento tra gli schieramenti parlamentari. In questo caso però il quadro è più frastagliato del solito perché è contraria alla legge, per motivi diversi da quelli leghisti o cattolici, anche gran parte del femminismo e della sinistra libertaria e la stessa commissione Affari costituzionali è intervenuta con indicazioni non del tutto rispettate dal legislatore.
In parte la polemica è quella che spunta perennemente in questi casi: essendo i casi violenza, calunnia e incitazione a delinquere l'inserimento di aggravanti specifiche finisce inevitabilmente per ledere la libertà di espressione. In questo caso, però, il confine è più labile del solito, perché, come si evince dall'esempio dei Paesi anglo-sassoni e in particolare del Regno Unito, anche il solo dire che una trans è comunque diversa da una donna può essere visto come lesivo della dignità delle trans, dunque meritevole di licenziamento, come nel noto caso di Maya Forstater, suffragato dal tribunale in quanto una simile opinione, espressa con un tweet, "non è degna di rispetto in una società democratica".
Diverse le critiche di una parte del femminismo, secondo cui il vessillo dell'identità di genere è "un'arma brandita contro le donne, il luogo in cui la realtà dei corpi, in particolare dei corpi femminili, viene fatta sparire", quello in cui anche "le quote destinate alle donne vengono occupate da uomini che si identificano come donne". La risposta di chi è favorevole alla legge è che si tratta invece solo di garantire una maggiore difesa a persone discriminate e a volte perseguitate per la loro identità di genere o per le loro scelte sessuali.
Un'estensione delle leggi contro la discriminazione o persecuzione su base razziale, etnica o di appartenenza religiosa. C'è in questa replica, probabilmente, una certa dose di dissimulazione. I comportamenti violenti o lesivi o discriminatori possono infatti essere già sanzionati sulla base delle leggi esistenti, senza bisogno di ricorrere alle aggravanti. È probabile che l'inserimento di aggravanti elevi effettivamente il tasso di vigilanza ma sembra difficile giustificare solo così leggi come quella Zan, anche perché gli esempi dei Paesi dove il problema è all'odg già da anni indicano l'esistenza reale di una possibile minaccia alla libertà d'opinione. Il testo, del resto, modifica l'art. 604-bis del codice penale sostituendo alla formulazione "propaganda di idee e istigazione a delinquere" con la sola "propaganda di idee".
Nel complesso la ratio inconfessata di questa legge, come di tutte quelle precedenti e affini sembra essere un tentativo intervenire non solo e non tanto sui comportamenti ma anche e soprattutto sulle mentalità. Una sorta di "pedagogia di massa" esercitata con gli strumenti della proibizione, della censura e della sanzione.
L'obiettivo, insomma, è cambiare le idee e la mentalità delle persone, ed è un obiettivo al quale non ci si può neppure avvicinare colpendo i casi di violenza e discriminazione sulla base "indistinta" del un codice penale. È una posizione che potrebbe addurre argomentazioni a proprio favore ed essere criticata con motivazioni affilate. Ma sarebbe opportuno e utile evitare le semplificazioni che ne fanno una questione di destra e sinistra o, peggio, di omofobia e antirazzismo.
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 2 aprile 2021
Le reazioni alla norma varata in Consiglio dei ministri. Il decreto introduce l'obbligo vaccinale per i sanitari e lo scudo penale per chi somministra i sieri. "Le procedure previste dalla norma per l'obbligo vaccinale degli operatori sanitari non ne garantiscono l'applicabilità.
Serve semplificare il sistema sanzionatorio per renderla efficace": è la posizione del presidente della Federazione degli Ordini dei medici e degli odontoiatri, Filippo Anelli, rispetto alle misure inserite nel decreto Covid varato mercoledì dal governo. Il lavoratore sociosanitario che rifiuterà di vaccinarsi - prevede il testo - potrà essere adibito (ove possibile) ad altre mansioni che non comportino rischi di diffusione del contagio (in caso contrario la retribuzione non sarà dovuta).
"Necessario essere molto più chiari anche se più duri, con provvedimenti più forti - prosegue Anelli -. Non escluderei il licenziamento. Così com'è, prima che si possano concludere tutte le procedure sarà finita la pandemia. Nel futuro ci potrebbero esse altre emergenze, meglio provare ad articolare una norma chiara in cui si dice che per fare assistenza bisogna essere vaccinati".
E sulle sanzioni: "O si sceglie la strada della pena pecuniaria o si sceglie la sospensione. Ma bisogna conciliare gli aspetti ordinistici e quelli legati all'organizzazione del lavoro. Sulla parte applicativa c'è ancora molto da lavorare. Perché, ad ora, non si capisce bene cosa devono fare gli Ordini, cosa devono fare i datori di lavoro. Non escludo che ci possano essere ricorsi sulle procedure attuative".
Il dl esclude la punibilità dei vaccinatori quando hanno agito seguendo le procedure previste per la somministrazione dei sieri anti Covid. Il sindacato dei medici Anaao - Assomed: "Abbiamo lavorato per mesi in prima linea in totale emergenza, senza reti. Senza avere linee guida, con opzioni terapeutiche sconosciute pur di trovare una possibile cura. In questo contesto la possibilità di denunce è elevatissima. Serve uno scudo complessivo per gli operatori sanitari. Siamo delusi del decreto: viene offerta una tutela giudiziaria per eventi improbabili e non per eventi probabilissimi".
La Fp Cgil, invece, sottolinea: "Importante l'introduzione dello scudo penale per i professionisti che eseguono i vaccini, spesso in modo volontario. Bisogna affrontare il tema di uno scudo penale per tutti gli operatori sanitari in prima linea per arginare la pandemia ma che non diventi uno scudo dalla responsabilità civile per le strutture sanitarie. Sarebbe come eliminare il diritto al risarcimento dei cittadini e degli operatori stessi, vittime dell'assenza dei presidi di protezione, soprattutto nella prima fase pandemica".
di Ettore Bianchi
Italia Oggi, 2 aprile 2021
Nelle carceri francesi sono detenute 66 terroriste. Per la prima volta, in Francia, ma anche in Europa, l'amministrazione penitenziaria francese si appresta ad aprire due strutture speciali di detenzione per donne incarcerate per atti di terrorismo e considerate pericolose e in grado di fare proselitismo. Ad oggi queste detenute particolari sono mescolate alle altre carcerate, a differenza degli uomini che si sono macchiati di reati di terrorismo che scontano la propria pena in prigioni dedicate.
Le nuove unità dedicate alle terroriste nelle prigioni non ha precedenti simili nel Vecchio Continente. Oggi, nelle prigioni francesi si contano 66 donne detenute per atti di terrorismo e un migliaio di detenuti radicalizzati. In estate verrà aperto nel centro penitenziario femminile di Rennes un'area che si occuperà della radicalizzazione. Inizialmente saranno ospitate sei donne che aumenteranno progressivamente fino alla fine del 2022: dovrebbero arrivare a una trentina, ma la cifra non è confermata. Inoltre, l'amministrazione carceraria non esclude che vi possano essere incarcerate le donne di ritorno dalla Siria attualmente detenute nei campi di detenzione curdi. Sarebbero in totale un centinaio di francesi delle quali avvocati e parlamentari hanno chiesto il rimpatrio.
La scelta di Rennes risponde alla necessità di stabilire un confine tra la detenzione classica e delle aree specializzare che accolgono prigioniere giudicate pericolose e in grado di fare proseliti. La sorveglianza sarebbe affidata a una trentina di persone, delle quali 17 in servizio giorno e notte, ma anche consiglieri per l'inserimento e la libertà vigilata e un sostegno psicologico.
di Marina Catucci
Il Manifesto, 2 aprile 2021
Entro le prossime 3 settimane il 90% degli adulti americani avrà la sua dose, annuncia Biden. Ma nelle prigioni la situazione è ben diversa tanto che una giudice della Corte Suprema statale di New York ha imposto di vaccinare tutti i detenuti dello Stato, cominciando subito.
Durante una conferenza stampa sulla risposta del governo al Covid-19 e sugli sforzi per vaccinare tutto il Paese nel più breve tempo possibile, il presidente Biden ha annunciato che entro le prossime 3 settimane il 90% degli adulti americani avrà accesso al vaccino contro il coronavirus, senza limitazioni sanitarie o anagrafiche e con punti vaccinali raggiungibili nel raggio di cinque miglia (8km) dai luoghi di residenza, in quanto le farmacie che distribuiranno il vaccino balzano da 27.000 a 40.000, e sono in allestimento una dozzina di nuovi siti di vaccinazione di massa entro il 19 aprile.
Questo annuncio di Biden ha anticipato di poco quello dello Stato di New York dove, da martedì, l'accesso al vaccino è stato esteso a chiunque abbia più di 30 anni e dal 6 aprile lo sarà a chiunque ne ha più di 16, mentre già da ieri gli ultra 75enni e i loro accompagnatori non hanno più bisogno di appuntamento per vaccinarsi, ma possono semplicemente presentarsi ai centri di distribuzione di massa e "arrotolare la manica", come è stato trionfalmente sintetizzato nell'annuncio.
Questa ondata di buone notizie, però, riguarda tutta la popolazione Usa tranne quella carceraria in quanto nelle prigioni la situazione è ben diversa tanto che una giudice della Corte Suprema statale di New York, Alison Tuitt, ha imposto di vaccinare tutti i detenuti dello Stato, cominciando subito. Solo nell'ultimo mese a New York almeno 1.100 detenuti sono risultati positivi al coronavirus e 5 sono morti, citando questi dati la giudice ha scritto nella sentenza che escludere arbitrariamente i detenuti dalla distribuzione dei vaccini è "ingiusto e un abuso di potere".
I funzionari "hanno distinto in modo irrazionale tra le persone incarcerate e le persone che vivono in ogni altro tipo di struttura di congregazione per adulti - ha continuato Tuitt - ponendo a grande rischio la vita delle persone incarcerate durante questa pandemia. Non ci sono scuse accettabili per questa deliberata esclusione. Sotto tutti gli aspetti materiali, gli adulti incarcerati affrontano lo stesso accresciuto rischio di infezione, malattia grave e morte, come le persone che vivono in altri contesti congregati, e ancora di più dei minori nei centri di detenzione, dove le persone hanno avuto la priorità per il vaccino".
L'ordine imposto da Tuitt fa di New York uno dei pochi Stati che vaccinano la popolazione carceraria, insieme a New Jersey, Massachusetts ed Oregon, pochi, nonostante gli epidemiologi e gli specialisti in malattie infettive abbiano ampiamente concordato, anche durante le prime fasi della campagna vaccinale, quando l'offerta era più limitata, che le persone nelle strutture correzionali dovrebbero rientrare nelle categorie di chi ha diritto al vaccino, a causa dell'alto rischio di contrarre e diffondere il virus. Oltre a ciò un numero sproporzionato di detenuti è afroamericano e ispanico, gruppi che più di altri sono stati duramente colpiti dalla pandemia. La vaccinazione di persone incarcerate si è subito dimostrata come una decisione politicamente impegnativa in tutto il Paese, e Stati alle prese con le stesse questioni etiche, logistiche e legali hanno stabilito linee temporali drasticamente diverse per l'offerta di dosi ai detenuti.
di Carlo Rovelli
Corriere della Sera, 2 aprile 2021
La giornalista francese è da poco finita a processo perché smascherava la pseudoscienza. Non possiamo permettere che chi fa soldi vendendo acqua fresca si appelli alla libertà di parola e poi usi la giustizia per far tacere chi contesta. In uno Stato di diritto, le sentenze si rispettano e si applicano. Anche se non ne condividiamo le motivazioni.
Ci sono però situazioni in cui i giudici, in buona fede, commettono errori, e questi errori, accumulati, diventano nocivi per la società. In questo caso, penso sia bene parlarne. Sono seriamente preoccupato per un trend in questa direzione. Pseudo-scienza, pseudo-medicina, e ciarlatani di vari tipi, si stanno diffondendo in Italia, perfino all'interno delle nostre università, usando una strategia aggressiva: denunciare chiunque li critichi alla magistratura per diffamazione o calunnia.
La strategia è efficace. La paura di restare invischiati in lunghi processi e l'incertezza del giudizio dissuadono persone competenti dal criticare i ciarlatani. Per paura di essere denunciati, i più tacciono. Molti hanno paura perfino di testimoniare in un processo, per timore di essere denunciati a loro volta. I ciarlatani crescono e si rafforzano. Ogni condanna o anche solo rinvio a giudizio per diffamazione di un giornalista, scienziato, o blogger, che ha criticato, magari in maniera mordente, pseudo-scienza o pseudo-medicina viene utilizzata dai ciarlatani come approvazione istituzionale di una ciarlataneria.
La gente è confusa. Finisce per fare cose come spendere cifre ingenti per cure inefficaci e sciocche, invece di curarsi veramente. Per fare un esempio nel campo di mia competenza più specifica, la fisica quantistica, i miei colleghi ed io siamo tutti disgustati dalla crescente diffusione dell'uso ciarlatanesco di tante cure mediche "quantistiche".
Ma molti preferiscono tacere. Non parlo in astratto. L'occasione di questo pezzo è il recente rinvio a giudizio di una ottima giornalista che da tempo si occupa di criticare ovvia pseudo-scienza con grande competenza e in maniera ampiamente documentata: Sylvie Coyaud. Prima di scrivere questo articolo ho esitato, per timore di finire anch'io citato per diffamazione.
Voglio essere chiaro. Voglio vivere in una società in cui chiunque possa curarsi come vuole. Voglio anche vivere in una società in cui chi inventa cure miracolose sia libero di sbandierarle e venderle agli allocchi.
Ma voglio anche vivere in una società in cui se qualcuno vende ciarlatanerie miracolose, altri possano criticarlo, con le parole forti necessarie, senza dover temere la magistratura. Non possiamo permettere che i ciarlatani si appellino alla libertà di parola per fare soldi vendendo acqua fresca, e poi però usino il sistema giudiziario per mettere a tacere chi li critica. Purtroppo questo sta avvenendo in Italia. Ci sono alcuni giornalisti coraggiosi, alcune persone di cultura, alcuni blogger, che hanno il coraggio di denunciare questi fenomeni deleteri. Ci sono voci nell'università, anche fra gli studenti, che si sono alzate in questo senso. Vanno difese, non messe in difficoltà. Ci sono giudici che si rendono conto della situazione, e non cadono nella trappola di punire chi fa un servizio civile essenziale. Ma troppo spesso avviene il contrario.
Mi rivolgo per questo a tutti i giudici, di cui ovviamente non metto neppure per un attimo in dubbio la buona fede. È per loro che scrivo questo articolo. Rinviare a giudizio o condannare per diffamazione un giornalista, uno scienziato, o un cittadino che ha il coraggio di denunciare pubblicamente una delle tante pseudo-medicine o pseudo-scienze che dilagano ha effetti devastanti per la società. È diventare inconsapevolmente complici di un sistematico raggiro, difeso con metodi mafiosi: spaventando le voci critiche. Mi rendo conto della posizione difficile di un giudice, che per la sua formazione culturale è spesso nella posizione di non sapere giudicare il merito di una accusa di inconsistenza scientifica. La soluzione, credo, non è giudicare il merito scientifico.
Il dibattito sulla consistenza o menodi un'idea medica o scientifica non deve essere risolto in un'aula di tribunale. Deve essere pubblico, e libero. Io non posso denunciare un ciarlatano perché dice ciarlatanerie (ahimè, quanto lo vorrei!); ma lui non deve pensare di poter denunciare me se io dico pubblicamente che lui è un ciarlatano per la palese inconsistenza delle frottole che racconta. Altrimenti come fa la società a difendersi dai ciarlatani?
Cari giudici, per favore fate attenzione: ogni rinvio a giudizio o condanna per diffamazione da parte di un tribunale italiano contro chi denuncia la pseudo-scienza è una coltellata contro la verità, un'arma data in mano a quelle che sono di fatto associazioni a delinquere. Non sta al giudice giudicare se una cura è efficace o meno, e proprio per questo non dobbiamo lasciare che i ciarlatani usino la magistratura per difendersi dalle critiche, anche se queste critiche sono, come devono essere, mordenti.
Ma mi rivolgo anche all'intero corpo docente universitario italiano, ai rettori, ai presidi, ai direttori di dipartimenti. L'università italiana si sta facendo contaminare dalla pseudo-scienza. Basta andare online e cercare pseudo-scienza nelle università italiane, per avere elenchi dettagliati, impressionanti per la dimensione e la diffusione del fenomeno che denunciano. Cartomanti, indovini, rimedi stregoneschi, misteri misteriosi, fenomeni paranormali e altra monnezza. Che orrore.
Liberiamoci da questo contagio. Non facciamoci prendere dalla paura. Se per quieto vivere, per evitare di incappare in percorsi giudiziari o polemiche, restiamo in un complice silenzio, stiamo facendo seriamente del male alla salute dei nostri concittadini, alla nostra cultura, alla educazione delle generazioni future. Stiamo mettendo in pericolo la credibilità dell'istituzione che ha il compito morale e civile di essere depositaria dell'affidabilità del sapere della nostra civiltà.
redattoresociale.it, 2 aprile 2021
Mentre la giustizia ordinaria conta appena 2.248 morti tra il 1988 e il 2014, il tribunale speciale creato con gli Accordi di pace del 2016 indica 6.402 omicidi tra il 2002 e il 2008. La cifra, che pare destinata ad aumentare parecchio, sarebbe tra le più terribili per tutta l'America Latina.
Più di 6 mila persone sono state ammazzate con esecuzioni extragiudiziali dall'esercito della Colombia durante la presidenza di Álvaro Uribe Vélez. Le vittime sono cittadini qualunque, anche se ufficialmente si è cercato di farle passare come guerriglieri. La notizia è stata diffusa dalla Jep, il tribunale speciale creato con gli Accordi di pace del 2016 proprio per arrivare a punire i crimini di guerra commessi nel corso del conflitto.
I dati diffusi alzano di molto l'asticella delle vittime di cui si è parlato finora. Mentre la giustizia ordinaria conta appena 2.248 morti tra il 1988 e il 2014, infatti, la Jep indica 6.402 omicidi tra il 2002 e il 2008. La cifra, che pare destinata ad aumentare parecchio, sarebbe tra le più terribili per tutta l'America Latina: basti pensare che ufficialmente i morti della dittatura cilena di Pinochet sono 3.508 e quelli della dittatura argentina di Videla circa 13 mila.
Falsi positivi. In questo ambito, si parla di un "positivo" ogni volta che lo Stato colombiano uccideva un suo nemico, come un guerrigliero delle ex Farc-Ep. Nel documento della Jep si analizzano i "falsi positivi", ossia le persone uccise dai militari e dichiarate poi come facenti parte di un gruppo della guerriglia, sebbene questo non fosse vero.
Le modalità. Le uccisioni avvenivano spesso secondo lo stesso copione: nei quartieri di Bogotà e Medellin passava un camion che annunciava, mentendo, la possibilità di un lavoro in campo agricolo ben pagato, i giovani accettavano la proposta, salivano a bordo e di loro non se ne sapeva più nulla fino alla comunicazione della loro morte. I ragazzi venivano quindi spacciati per guerriglieri delle Farc-Ep. Le ragioni. Per quanto è stato ricostruito sinora, pare che i motivi che spinsero i militari fossero legati soprattutto al "Plan Colombia", un accordo del 1999 tra Usa e Colombia che prevedeva sostegno economico al paese latinoamericano nella lotta a terrorismo e narcotraffico. Ebbene, questo piano chiedeva all'esercito di Bogotà di produrre chiare prove dei successi raggiunti grazie ai soldi elargiti. I "falsi positivi", dunque, potevano contribuire a rimpolpare la lista dei risultati che gli Usa richiedeva, oltre a dimostrare la volontà e la capacità di contrastare la guerriglia all'interno del paese. L'articolo integrale di Samuel Bregolin (da Bogotà, Colombia), "Colombia: presidenza Uribe, uccise oltre mille persone l'anno dai militari", può essere letto su Osservatorio Diritti.
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 2 aprile 2021
Pechino avrebbe sigillato i confini. La giunta militare birmana alle prese con le autonomie armate regionali e un movimento di protesta sempre più reattivo alle violenze dell'esercito. Nuove accuse alla Lady. L'inviata speciale dell'Onu paventa la "possibilità di una guerra civile senza precedenti".
È durata poche ore l'illusione di una tregua annunciata dalla giunta. Poi l'esercito birmano ha ricominciato la sua battaglia su due fronti: col movimento pacifico che sta ormai diventando sempre più reattivo alla violenza di Tatmadaw (i militari di cui ieri ha bruciato due esercizi commerciali a Yangon) e le autonomie regionali armate, ormai apertamente schierate dalla parte della rivolta.
Mentre continua a salire il bilancio delle vittime - oltre 540 tra cui, secondo Save the Children, più di 40 bambini - l'avvocato di Aung San Suu Kyi, la leader birmana deposta dal golpe del 1 febbraio, ha reso noto che, dopo le accuse "minori" (corruzione, possesso illegale, violazione di norme anti Covid) la giunta si appresta a giudicarla per violazione del segreto di Stato, legge dell'epoca della colonia britannica che prevede sino a 14 anni di reclusione. Il suo legale, Khin Maung Zaw ha detto alla Reuters che la Lady, tre suoi ministri e il consigliere economico australiano Sean Turnell sono stati accusati una settimana fa da un tribunale di Yangon.
Quanto alla proposta della giunta alle autonomie regionali per una tregua, non è chiara la portata dell'annuncio di mercoledì sera: "Abbiamo visto la notizia sui social - dice il generale Naw Bu del Kachin Independence Army (Kia) a Myanmar Now - ma non ci sono conferme sul campo". Ci sono invece conferme del contrario perché ieri 20 soldati sono stati uccisi e quattro camion militari distrutti negli scontri tra Tatmadaw e Kia. Combattimenti nel Nord che arrivano dopo i raid aerei contro postazioni della Karen National Union (Knu) nell'Est: almeno 7.000 sfollati - scrive Mizzima - di cui 2500 fuggiti in Tailandia che però li ha rispediti indietro.
I militari hanno annunciato un cessate il fuoco unilaterale dal 1 al 30 aprile, per negoziare con le autonomie e celebrare la festa nazionale Thingyan, ma precisando che continua la "difesa da azioni che minano la sicurezza e l'amministrazione". Tregua o non tregua, ormai il fronte militare con le autonomie è aperto: coi Karen, i Kachin, gli Shan e con gruppi minori come Arakan Army (AA), Ta'ang National Liberation Army (Tnla) Myanmar National Democratic Alliance Army (Mndaa).
L'inviata speciale dell'Onu Christine Schraner Burgener, che ha già messo in guardia su un imminente "bagno di sangue", paventa la "possibilità di una guerra civile senza precedenti". Ma le sue parole non hanno fatto breccia all'ennesima sessione del Consiglio di sicurezza dove non si va oltre la "preoccupazione" e la condanna della violenza ma senza parlare di golpe e senza prevedere azioni esemplari per il freno tirato da Russia, Cina, India e Vietnam.
Ma è anche vero che la preoccupazione sale soprattutto ai confini che la Cina avrebbe sigillato, forse paventando esodi di massa se la guerra civile cominciasse ad espandersi. Secondo fonti citate ieri da Irrawaddy, truppe cinesi si starebbero ammassando a Jiegao, di fronte alla città di Muse, sul confine dello Stato Shan. Secondo il canale di Taiwan TvbsNews, i cinesi vogliono difendere le strutture del progetto del doppio oleodotto (gas e petrolio) lungo 800 km da Kyaukphyu, nel Rakhine (Golfo del Bengala), alla Cina attraverso le regioni di Magwe, Mandalay e dello Stato Shan. Pechino continua intanto a guardare all'Asean, l'associazione regionale del Sudest per una possibile mediazione e questa settimana i ministri degli esteri di Malaysia, Indonesia e Filippine dovrebbero incontrarsi col capo della diplomazia cinese Wang Yi in Cina.
Prosegue intanto l'attività di diversi membri del parlamento deposti, per lo più della Lega di Suu Kyi, che hanno proposto una democrazia federale, rispondendo così alla richiesta di autonomia che da tempo viene dalla periferia. Mercoledì, il Comitato per la rappresentanza del Parlamento (Pyidaungsu Hluttaw-Crph) ha annunciato di aver fatto carta straccia della Costituzione del 2008 voluta da Tatmadaw. Infine restano senza risposta le interrogazioni parlamentari sui bossoli dell'italiana Cheddite trovati in Myanmar. Visto che l'azienda tace, Amnesty Italia, Rete Italiana Pace e Disarmo, Opal e Atlante delle Guerre spingono perché il ministro Di Maio risponda in Parlamento.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 2 aprile 2021
Non è detto che le mosse del presidente turco Recep Tayyip Erdogan siano così popolari in patria. Secondo un sondaggio dell'Istituto di ricerca MetroPoll, tra i più accreditati in Turchia, la maggioranza dei cittadini, il 52,3%, non ha approvato il ritiro del Paese dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne, che Ankara aveva ratificato per prima nel 2012. Solo il 26,7% appoggia l'iniziativa del capo dello stato, giunta per decreto il 20 marzo scorso
Il resto del campione sostiene invece di non avere un'opinione chiara in merito o di non essere informato sulla vicenda. Dalla ricerca emerge inoltre che non c'è una maggioranza assoluta a sostegno del ritiro neppure tra chi si dichiara elettore dell'Akp di Erodgan o dei suoi alleati nazionalisti del Mhp - i favorevoli sono rispettivamente il 47,4% e il 44,4% degli intervistati -, mentre a sorpresa bocciano la decisione 8 elettori su 10 del partito conservatore islamico Saadet, in passato all'opposizione ma recentemente corteggiato da Erdogan, che si è anche recato in visita a casa di un suo alto dirigente.
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