di Francesco Damato
Il Dubbio, 1 aprile 2021
Se fosse vero, come mi auguro, che la direttiva europea appena approvata alla Camera sulla presunzione d'innocenza, già stabilita del resto nella nostra Costituzione almeno a parole, dovrà tradursi, come ha detto il deputato Enrico Costa contestando la versione minimalistica datane dai grillini, segnerà la fine dei processi mediatici, delle conferenze stampa dei pubblici ministeri e dei nomi dati enfaticamente a certe indagini, come le famose "mani pulite" di una trentina d'anni fa contro tutte le mani presuntivamente sporche dei politici che capitavano sotto tiro; se fosse vero tutto questo, ripeto, dovrei tirare finalmente un sospiro di sollievo.
E non unirmi allo scetticismo di chi ha già dubitato che la direttiva, per quanti sforzi si possano attendere da una ministra della Giustizia garantista come Marta Cartabia, non si tradurrà mai, o si tradurrà chissà quando, in qualche disposizione concreta che punisca i recidivi. I quali vanno intesi naturalmente come magistrati votati, destinati e quant'altro a proseguire in certe abitudini. Ma temo di non farcela a coltivare l'ottimismo della volontà piuttosto che il pessimismo della ragione, come pure esortava a fare lo sfortunato Antonio Gramsci.
Nel mio pessimismo della ragione fatico anche a immaginare, di fronte al voto della Camera e ciò che ne potrà seguire, il rimorso di qualcuno dei magistrati appena glorificati sulle prime pagine di molti giornali nella pregustazione della condanna degli imputati a carico dei quali si è appena aperto un processo santificato anche dalle telecamere della televisione di Stato. Non faccio nomi perché anche in questo caso, come in altri qui lamentati, non è problema di nomi ma di metodo, essendosi già viste e sentite storie del genere di quelle denunciate e ottimisticamente date per finite dal deputato Costa.
Un nome però permettetemi di farlo per lamentarmi di certe pratiche non proprio compatibili con la direttiva europea, in particolare con quella parte in cui si vieta di considerare colpevole una persona sulla quale sono state espresse nelle competenti sedi "decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza". Ne faccio il nome- che è quello di Gian Carlo Caselli- per la grande stima che ne ho, a parte il dissenso su ciò che tornerò fra poco a contestargli, e per il coraggio col quale egli ha trattato nell'esercizio delle sue funzioni fenomeni terribili come il terrorismo prima e la mafia poi.
Ebbene, da Caselli mi aspetto prima o poi, proprio per la stima che gli confermo, un po' di rimorso per l'insistenza con la quale - polemizzando con chiunque parlasse o scrivesse dell'assoluzione definitiva, in Cassazione, di Giulio Andreotti dai reati di mafia contestatigli, a dispetto anche di quel decreto legge a rischio di illegittimità costituzionale con cui aveva rimandato in galera mafiosi che ne erano usciti per cosiddetta decorrenza dei termini della loro custodia "cautelare"- ha tante volte sostenuto la colpevolezza, invece, dell'ex presidente del Consiglio. Il quale sarebbe stato assolto solo per i fatti successivi - se non ricordo male - al 1980, risultando provati, secondo lui, ma prescritti i fatti o i rapporti precedenti con esponenti della mafia.
Mi è dispiaciuto, ripeto, per la stima che ho di Caselli e non solo per essere stato fra i giornalisti con i quali lui ha polemizzato, ch'egli abbia continuato a sostenere la tesi dell'assoluzione praticamente a metà anche dopo che gli avvocati difensori dell'ancor vivo ex imputato gli risposero educatamente una volta riportando un virgolettato della voluminosa sentenza della Cassazione. In esso si riconosceva pari credibilità, cioè nulla ai fini di un giudizio finale, sia a una lettura colpevolista dei fatti e rapporti antecedenti il 1980 sia a quella innocentista.
Ricordo con rammarico, a dir poco, il rifiuto oppostomi dal direttore del giornale sul quale si era svolta la polemica con l'ex capo della Procura di Palermo alla richiesta di replicare ai suoi ragionamenti con quel richiamo degli avvocati di Andreotti, che erano notoriamente Franco Coppi e Giulia Buongiorno. Quel rifiuto mi fu motivato pressappoco così: non voglio chiudere questa polemica senza lasciare l'ultima parola a Caselli, cui però, negando la mia risposta, egli curiosamente non concedeva neppure la replica.
Alla quale certamente io non mi sarei opposto sia per ragioni di stile sia per il rispetto dovuto alle competenze contrattuali e morali del direttore, Ora, a distanza di anni dall'accaduto, grazie alla correttezza, e al nome stesso della testata del Dubbio, e del suo direttore, e infine all'attualità della questione riproposta dalla direttiva europea sulla presunzione di innocenza, voglio sperare di vedere finalmente Caselli smetterla di sostenere l'assoluzione solo a metà della buonanima di Andreotti. Che peraltro, proprio da buonanima non può proprio fisicamente difendersi, temo neppure in una seduta spiritica. Di cui, del resto, non sono un esperto o solo casuale partecipe, come capitò invece a Romano Prodi durante il sequestro di Aldo Moro.
di Marta Cartabia
Corriere della Sera, 1 aprile 2021
La Guardasigilli: "La sfida sulla parità durante i lavori della Costituente e la svolta con la legge del 1981". La presenza delle donne nella Polizia di Stato appartiene alla storia recente. Come è accaduto per altre funzioni pubbliche - magistratura, esercito, incarichi politici - la partecipazione delle donne all'esercizio di funzioni della sicurezza pubblica è stata ostacolata dal pregiudizio - veicolato dalla normativa di volta in volta vigente - che determinate attività non fossero adeguate alla natura della donna.
Al momento della scrittura dell'articolo 51 della Costituzione, che afferma il diritto di tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso di accedere agli uffici pubblici in condizioni di eguaglianza, fu avanzato un emendamento rivelatore della mentalità dell'epoca. Si propose di specificare che l'eguaglianza nell'accesso alle funzioni pubbliche doveva comunque avvenire in conformità alle attitudini dell'uno o dell'altro sesso. La reazione delle donne in Assemblea costituente fu vigorosa e concorde e portò a rimuovere quell'emendamento che relegava di fatto la presenza femminile solo a determinati ambiti.
L'eguaglianza fu affermata e scolpita nel testo costituzionale, ma l'attuazione di quel principio richiese tempo e avvenne con uno sviluppo graduale. Il primo passo, compiuto peraltro solo più di dieci anni dopo l'entrata in vigore della Costituzione, fu la creazione del Corpo di Polizia femminile con la legge n. 1.083 del 1959 che, mentre segnava l'ingresso delle donne nell'esercizio delle funzioni di ordine pubblico, circoscriveva i loro compiti in ambiti riguardanti donne e minori, e le costituiva come un corpo separato e distinto dagli altri.
Il grande cambiamento avvenne nel 1981, con la legge n. 121 che, nell'istituire la nuova Polizia di Stato, sciolse il Corpo di polizia femminile e lo fece confluire nei ruoli generali con parità di attribuzioni, funzioni, trattamento economico e progressione in carriera. Quella legge rimosse gli ostacoli giuridici alla effettiva parità delle donne nel servizio di polizia e simbolicamente marcò la fine dell'eguaglianza condizionata alle attitudini di genere.
A distanza di quarant'anni da quell'importante sviluppo normativo, è significativo notare che, nonostante sia ancora numericamente minoritaria, la presenza femminile nelle forze di polizia è particolarmente qualificata. Molte sono le donne in posizioni di responsabilità: mentre nel contesto di altre funzioni pubbliche, quali la magistratura ad esempio, la presenza femminile può essere descritta attraverso l'immagine della piramide, con grandi numeri nelle posizioni di base e ridotte presenze nelle posizioni apicali, viceversa nelle forze di polizia le percentuali delle donne nelle posizioni dirigenziali sono significativamente più elevate.
Questi dati corroborano ciò che l'onorevole Maria Federici in Assemblea costituente aveva affermato con fervore al momento della stesura dell'art. 51 della Costituzione: "Le attitudini non si provano se non con il lavoro". Caduti gli ostacoli di ordine giuridico, fatto il loro ingresso nella Polizia di Stato a tutti gli effetti, le donne con il loro lavoro, la loro dedizione e la loro professionalità hanno mostrato e continuano a mostrare il contributo che sono in grado di offrire alla vita sociale, anche in questo ambito, che era loro tradizionalmente precluso.
di Attilio Bolzoni
Il Domani, 1 aprile 2021
I mafiosi a Palermo sono profondamente cambiati. E oggi, dopo gli agguati in strada, si fanno la guerra a colpi di post, in pubblico. Intanto sono sempre di più i commercianti che si ribellano al pagamento del pizzo.
È proprio vero che "la mafia non è più quella di una volta", come recita il titolo dell'ultimo film di Franco Maresco. Me ne ero già accorto qualche anno fa osservando le abitudini alimentari dei nuovi boss di Palermo, così lontane da quelle del vecchio Bernardo Provenzano che nel suo casolare di Montagna dei Cavalli si rifocillava con ricotta di pecora. E al vivandiere che favoriva la sua latitanza, con insistenza chiedeva: "Mi devi procurare quella verdura chiamata cicoria". Pasti frugali, da contadino qual è sempre stato, cresciuto nelle campagne intorno a Corleone. Un mangiare molto diverso dai suoi eredi o presunti tali, che si abbuffano nei ristoranti di Palermo con ostriche e champagne, ordinando solo ciò che è costoso.
Sempre un po' di tempo fa amici carabinieri mi hanno mostrato alcune foto di altri rampolli di Cosa nostra che solcavano il mare del golfo di Mondello sugli acqua scooter, si esibivano rumorosamente, si facevano i selfie. Erano picciotti della famiglia di Porta Nuova, per intenderci quella di Tommaso Buscetta e Pippò Calò. L'apparire non è mai stato un tratto del boss siciliano, sempre discreto, attento a non farsi notare sino all'estremo. Come Tanino Riina, il fratello del capo dei capi, che andava in giro con una malandata Golf che lo lasciava spesso a piedi. Preferiva restare in panne piuttosto che dare l'impressione di potersi permettere un'auto nuova. Tutto il contrario dei napoletani della camorra, chiassosi e vistosi, sempre pronti a ostentare ricchezza.
Ma tutto cambia. E se in Sicilia anche i mafiosi sono soggetti a una mutazione antropologica, mai avrei immaginato che i parvenu dei clan palermitani potessero arrivare a tanto e così presto. La notizia l'ho letta sulle cronache siciliane di Repubblica qualche giorno fa, un articolo di Salvo Palazzolo. Una sparatoria che comincia per strada e poi continua virtualmente con minacce incrociate sui social. Cose mai viste. Con feriti veri ricoverati in ospedale e la sfida, dopo le pistolettate, che si trasferisce su Facebook a colpi di messaggi. Ma che fine ha fatto quell'antico detto siciliano "la meglio parola è quella che non dice"?
La sparatoria - La prima scena del crimine è lo Zen, Zona espansione nord, il famigerato quartiere che è grande una piazza di spaccio e a quanto pare ormai mercato aperto e senza controllo dopo la cattura dell'ultimo capo, quel Giuseppe Cusimano che distribuiva la spesa durante il primo lockdown. Finito in carcere, liberi tutti e si sentono i botti. Non è ancora il tramonto e, due martedì fa, sull'asfalto di via San Nicola sono rimasti grandi macchie di sangue e un tappeto di bossoli. Qualcuno ha sparato, qualcun altro è rimasto ferito. Dopo un'ora al pronto soccorso dell'ospedale Villa Sofia sono arrivati in tre. Giuseppe Colombo aveva una lacerazione alla spalla, suo figlio Antonino la caviglia frantumata da una pallottola, Letterio Maranzano un taglio alla nuca. Tutti e tre hanno conti in sospeso. Fino a quando il boss che consegnava pacchi alimentari ai poveri è rimasto in libertà, l'hanno fatta franca. Cusimano ufficialmente è un venditore di bombole di gas che percepisce pure il reddito di cittadinanza, in realtà "controlla" lo Zen e mette pace fra i gruppi. Mette pace a modo suo: vuole uccidere "quei quattro fanghi" che si agitano troppo nel quartiere. I Maranzano non vedono l'ora di vendicarsi dei suoi protetti e preparano l'agguato contro i Colombo. Il martedì, la sparatoria.
Duello pubblico - Fin qui un film già visto. È ciò che accade dopo che lascia senza fiato: la seconda scena del crimine è Facebook. Dopo il ricovero a Villa Sofia il primo che va al contrattacco è Giuseppe Colombo. Ma non parte per un altro raid, la sua rabbia la scaglia con un post: "Il rispetto, gran bella parola, peccato che non tutti ne conoscano il significato". E sotto inserisce la foto di Al Pacino, uno dei protagonisti del Padrino, presa dal sito Dna criminale. Passa qualche ora e un parente dei Maranzano risponde: "I leoni stanno solamente riposando, non vi abbatte nessuno".
C'è la foto di due dei Maranzano e pure la musichetta di sottofondo del neomelodico Nello Amato. Contro risposta del Colombo con chiara allusione all'agguato subito dai Maranzano: "Non avere paura di essere solo. I leoni camminano da soli. Le pecore in gruppo". Il duello è pubblico, non proprio il massimo per un'organizzazione che da che mondo è mondo è segreta. Con un retroscena che smentisce anche ogni luogo comune sull'omertà. Una donna testimone dell'agguato racconta alla polizia: "Letterio Maranzano e suo fratello Pietro avevano entrambi una pistola alla cintola, Pietro l'ha estratta dalla tuta, ma non ho visto se ha sparato. Due ragazzi sono scesi invece da uno scooter Honda di colore bianco".
La vicenda dello Zen si chiarirà in ogni sua piega con la ricostruzione della scientifica e le indagini della squadra mobile, ma quello che sappiamo già basta per capire come la "qualità" criminale delle periferie palermitane sia scesa di livello, contaminata dalla smania del manifestarsi. L'anno scorso c'è stato un altro caso che, per ragioni diverse, mi ha molto colpito. Un esattore della famiglia del Borgo Vecchio, tale Salvatore Guarino, si è presentato all'imprenditore Giuseppe Piraino che stava ristrutturando un appartamento nel centro di Palermo. E gli ha detto le solite parole che accompagnano la richiesta d'estorsione: "Sono qui per un contributo per la festa del patrono".
Voleva 500 euro di pizzo sui lavori. L'esattore non ha fatto in tempo a finire la frase che l'imprenditore ha iniziato a urlare, ha tirato fuori un quotidiano con le foto dei giudici Falcone e Borsellino e lo ha affrontato a brutto muso: "Si vergogni di chiedere il pizzo, queste sono le vittime della mafia". L'esattore, frastornato, ha balbettato: "Ma è per la festa del patrono". L'imprenditore: "Gliela faccio vedere io la festa".
E nel frattempo Piraino registrava tutto. Subito dopo l'esattore del racket se ne è andato con la coda fra le gambe. Grande rispetto per l'imprenditore che non paga e caccia via il manutengolo, ma - diciamolo - non è altrettanto rispettabile, criminalmente parlando, lo "spessore" dell'altro. La spiegazione c'è: con gli arresti di massa degli ultimi vent'anni che hanno scompaginato militarmente le cosche di Palermo, le prime file mafiose sono state sostituite dalle seconde, le seconde dalle terze file, le terze dalle quarte e sono rimasti i Guarino, i Colombo, i Maranzano. Da una parte ci sono sempre più commercianti che si ribellano alla "messa a posto" (così si chiama il pizzo a Palermo) e dall'altra esattori sempre più sprovveduti, controfigure dei loro predecessori.
Per tornare allo Zen, e alle sue fibrillazioni criminali dopo sparatorie vere e virtuali, è un pianeta in ebollizione da quando, nel 2007, sono stati catturati Salvatore e Sandro Lo Piccolo, padre e figlio, il primo latitante per un quarto di secolo. Nei loro covi sono state trovate armi, quasi duecento "pizzini", una mappa aggiornata della geografia mafiosa che ha permesso agli investigatori di sviluppare profonde indagini. Ma sorpresa - che in qualche modo anticipa ciò che stiamo scrivendo oggi - è stato sequestrato anche un manuale del "perfetto mafioso".
Tutto nero su bianco. Com'è composta la famiglia, chi è il sottocapo, cos'è il mandamento, il ruolo della Commissione o Cupola. E poi un decalogo sui diritti e sui doveri dell'affiliato. Vale la pena di riportarlo quasi integralmente: "Non si guardano mogli di amici nostri. Non si fanno comparati con gli sbirri. Non si frequentano né taverne né circoli. Si ha il dovere in qualsiasi momento di essere disponibile a Cosa nostra, anche se c'è la moglie che sta per partorire. Si deve portare rispetto alla moglie. Quando si è chiamati a sapere qualcosa si dovrà dire la verità.
Non ci si può appropriare di soldi che sono di altri e di altre famiglie. Non può entrare in Cosa nostra chi ha un parente stretto nelle varie forze dell'ordine, chi ha tradimenti sentimentali in famiglia, chi ha un comportamento pessimo e che non tiene ai valori morali". E per buona educazione: "Si rispettano in maniera categorica gli appuntamenti".
Forse il declino criminale dello Zen è iniziato allora e non ce ne siamo resi conto. Per fare un altro confronto con il passato. Ascoltato dalla Commissione parlamentare Antimafia negli anni Settanta, il boss Luciano Liggio di Corleone aveva fatto capire a tutti l'antifona: "Ho letto i classici. E poi storia, filosofia, pedagogia. Ho letto Dickens, Dostoevskij, Croce. Ma quello che ammiro di più è Socrate. Perché, come me, non ha mai scritto niente".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 aprile 2021
Per la Corte è incostituzionale il divieto assoluto di accedere ai domiciliari per gli ultrasettantenni condannati con l'aggravante della recidiva. Da oggi in poi la recidiva non sarà più un ostacolo per concedere la detenzione domiciliare agli ultrasettantenni reclusi in carcere. La Consulta ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 47-ter, comma 1 dell'ordinamento penitenziario, limitatamente alle parole "né sia stato mai condannato con l'aggravante di cui all'articolo 99 del codice penale". Ricordiamo che l'articolo 47 ter dell'ordinamento penitenziario prevede che la pena detentiva inflitta a una persona che abbia compiuto i settanta anni di età "può essere espiata nella propria abitazione o in altro luogo pubblico di cura, assistenza ed accoglienza".
Sono molti gli anziani in carcere - Questa ipotesi di detenzione domiciliare ha una finalità umanitaria dettata dalla circostanza che il superamento di una certa soglia di età comporta delle difficoltà maggiori per chi si trova in carcere. Non sono pochi, però, gli anziani reclusi in carcere nonostante la norma. Ma questo anche perché la recidiva ne è un ostacolo.
Una preclusione assoluta che non permette ai magistrati di sorveglianza di valutare la concessione o meno della detenzione domiciliare. Finalmente il caso è arrivato alla Corte Costituzionale. Con la sentenza n. 56 che ha come redattore il giudice Francesco Viganò, la Corte ha stabilito che è incostituzionale il divieto assoluto di accedere alla detenzione domiciliare stabilito per gli ultrasettantenni condannati in carcere con l'aggravante della recidiva.
Per i giudici bisogna ispirarsi al principio di umanità della pena, sancito dall'articolo 27 della Costituzione - Quindi, da ora in poi, gli anziani condannati a una pena detentiva potranno essere ammessi alla detenzione domiciliare anche se dichiarati recidivi. La Corte ha osservato che la detenzione domiciliare per gli ultrasettantenni è ispirata al principio di umanità della pena, sancito dall'articolo 27 della Costituzione. La preclusione assoluta stabilita dalla norma è stata ritenuta irragionevole, anche in rapporto ai principi di rieducazione e umanità della pena, in conformità alla costante giurisprudenza che considera contrarie agli articoli 3 e 27, terzo comma, della Costituzione le preclusioni assolute all'accesso ai benefici penitenziari e alle misure alternative alla detenzione. La decisione della Corte Costituzionale è una grande conquista di civiltà, anche perché - come già detto - non pochi sono gli ultrasettantenni in carcere nonostante non siano socialmente pericolosi. La recidiva è uno degli ostacoli che non ha permesso l'applicazione della detenzione domiciliare. Il caso esaminato dalla Consulta è degno di nota. Utile per capire quanto sia irragionevole (e ora incostituzionale) tale preclusione.
Le questioni di legittimità costituzionale sollevate dalla magistratura di sorveglianza di Milano - A sollevare le questioni di legittimità costituzionale è la magistratura di sorveglianza di Milano con l'ordinanza del 20 marzo 2020. Il rimettente è stato chiamato a giudicare su un'istanza presentata personalmente da un condannato, che aveva chiesto di essere ammesso alla misura alternativa della detenzione domiciliare presso l'abitazione della moglie.
Al momento della presentazione dell'istanza, il condannato aveva settantotto anni ed era detenuto in esecuzione di una pena complessiva di quattordici anni e sette mesi di reclusione - di cui tredici anni e otto mesi ancora da espiare - per una serie di reati fallimentari e tributari accertati in diverse sentenze di condanna, alcune delle quali avevano applicato la circostanza aggravante della recidiva, preclusiva della concedibilità della misura alternativa in forza della disposizione censurata; ciò che comporterebbe il necessario rigetto dell'istanza.
Tra le ragioni che hanno portato la Consulta a dichiararne l'incostituzionalità, spiccano in particolare "i cambiamenti avvenuti nella persona del reo, e l'eventuale percorso rieducativo in ipotesi già intrapreso" dal condannato dopo la sentenza, ivi compreso il tempo già trascorso in carcere, nonché la maggiore sofferenza determinata dalla detenzione su una persona di età avanzata.
di Gianluca Greco
brindisireport.it, 1 aprile 2021
Si tratta del 46enne Nicola Nigro, di Ceglie Messapica, condannato per associazione mafiosa. L'avvocato: "Aveva una grave patologia psichiatrica, cronaca di un suicidio annunciato". È stato trovato impiccato nel bagno della sua cella. Nonostante i soccorsi prestati dal personale di polizia penitenziaria e dagli operatori sanitari, non c'è stato nulla da fare per il 46enne Nicola Nigro, di Ceglie Messapica. L'uomo era recluso nel carcere di Bari, dove stava scontando una condanna per vari reati, fra cui associazione mafiosa.
Il suo ultimo arresto risale al gennaio 2017, quando i carabinieri posero fine a un periodo di latitanza che durava dal settembre 2016, quando a suo carico fu emesso un ordine di carcerazione conseguente a una condanna passata in giudicato. Nel 2010 fu coinvolto nell'operazione Calypso, che decapitò i vertici della cosiddetta frangia mesagnese della Scu.
Afflitto da problemi di natura psichiatrica, prima del trasferimento nella casa circondariale barese era stato ospitato in una comunità. Da quanto emerso avrebbe utilizzato i lacci delle scarpe per compiere l'estremo gesto. In passato più volte aveva tentato il suicidio. Il pm di turno del tribunale di Bari con ogni probabilità disporrà l'autopsia, per chiarire la dinamica dei fatti.
L'avvocato: "Ingiusto e disumano morire così, mi rivolgerò al ministro" - Nigro era assistito dall'avvocato Francesca Conte. Il legale, contattato da Brindisi Report, esprime profondo disappunto per l'accaduto. "È la cronaca - dichiara - di un suicidio annunciato. Nel dicembre 2019 la Cassazione aveva stabilito che era stato ingiusto revocargli la detenzione domiciliare presso una comunità di Alberobello (Bari), annullando con rinvio per nuovo giudizio.
Il tribunale di sorveglianza di Bari ha impiegato un anno e 5 mesi per rifissare la camera di consiglio, peraltro dopo alcuni solleciti formali, che era fissata per il 28 aprile di quest'anno. E per farla fissare abbiamo dovuto presentare due istanze. Il Tribunale di Sorveglianza di Lecce, malgrado ci fosse una incompatibilità assoluta e conclamata del Nigro con il regime carcerario, a causa di una patologia psichiatrica gravissima, conclamata da 10 anni a questa parte da numerosi psichiatri delle strutture pubbliche in tutte le carceri d'Italia dove è stato detenuto, ha sostenuto che, siccome non c'erano posti in comunità terapeutica, si doveva aspettare".
"Questo - prosegue l'avvocato Conte - malgrado siano state presentate, con i colleghi che si sono avvicendati con me nella difesa, una serie di istanze in cui, alla luce dei tentativi di suicidi messi in atto, si è rimarcato che quella persona, in carcere, sarebbe morta". Ma per il legale la vicenda non si chiude qui. "Ci rivolgeremo direttamente al ministro della Giustizia (Marta Cartabia, già presidente della Corte Costituzionale, ndr) - afferma ancora l'avocato Conte - perché uno Stato di diritto non può consentire che una persona muoia in questo modo, in preda alla disperazione, dentro un carcere. A causa del Covid non vedevo il mio assistito da 4 mesi.
Ho cercato di rassicurarlo sul fatto che si sarebbe trovata una soluzione, ma lui diceva che sarebbe morto in carcere. E così è stato. Questo non è giusto e non è umano nel XXI secolo. Nessuno si permette di dire che la salvaguardia della collettività non debba essere tutelata, ma qui stiamo parlando di un soggetto che da anni non commetteva reati, che si trovava in una comunità psichiatrica e che per un capriccio si è trovato nuovamente arrestato, nonostante una sentenza della Cassazione".
Il sindacato Osapp: "I soggetti psichiatrici scaricati nelle carceri" - La questione riguardante l'incompatibilità con il regime carcerario dei soggetti psichiatrici, fra l'altro, è stata più volte sollevata dal segretario regionale del sindacato Osapp, Ruggiero D'Amato. "I soggetti psichiatrici - ribadisce D'Amato a Brindisi Report - oggi sono stati scaricati letteralmente nelle carceri, dalla chiusura degli Opg (ospedale psichiatrico giudiziario, ndr).
Molti di questi erano davvero dei lager. Ma i detenuti psichiatrici non possono essere gestiti nel carcere perché non ci sono gli spazi, non ci sono le strutture e non è la polizia penitenziaria che può gestirli. Devono essere tolti dal circuito penitenziario e va creato un circuito parallelo in cui possano ricevere le cure e le attenzioni di cui hanno bisogno. Tenerli in carcere è come tenere un fiammifero acceso in una polveriera".
di Sandra Figliuolo
palermotoday.it, 1 aprile 2021
La comunicazione alla famiglia di Francesco Paolo Chiofalo, originario della Zisa, è arrivata sabato scorso. È stata disposta l'autopsia per chiarire le cause del decesso. Il detenuto era tossicodipendente da tempo e stava scontando un definitivo per furto ed evasione. La madre disperata: "Vogliamo sapere cosa gli è successo".
Una telefonata sabato scorso, in cui con freddezza è stato comunicato dal carcere Pagliarelli che il detenuto Francesco Paolo Chiofalo, 37 anni, era deceduto. Una chiamata che ha gettato nella disperazione i suoi genitori, che lo avevano sentito due giorni prima e avrebbero notato che non stava bene, che faceva fatica a parlare, "farfugliava". Sul decesso dell'uomo la Procura adesso ha aperto un'inchiesta ed ha disposto l'autopsia.
Una vita difficile quella di Chiofalo, originario della Zisa, fatta di dipendenza dalla droga sin da giovanissimo e di piccoli furti per comprarla. Proprio per furto ed evasione era finito al Pagliarelli, per scontare un definitivo. Sarebbe tornato libero dopo aver scontato la sua pena al massimo ad ottobre. Invece è morto in cella per cause da accertare.
L'inchiesta è coordinata dal procuratore aggiunto Ennio Petrigni e dal sostituto Anna Battaglia. L'autopsia sarà eseguita oggi e servirà a chiarire i motivi del decesso. La famiglia del detenuto si è rivolta invece all'avvocato Massimiliano Russo, che nel tempo ha assistito varie volte Chiofalo, e chiede giustizia. La madre della vittima, Maria Durante, è distrutta dal dolore: amava profondamente quel figlio difficile da gestire e che le aveva dato molti dispiaceri: "Vogliamo sapere cos'è successo, perché Francesco Paolo è morto", dice la donna attraverso il legale.
Il carcere avrebbe comunicato alla famiglia soltanto il decesso, senza dare dettagli su cause e circostanze. L'avvocato non sarebbe stato neppure avvertito. Certo è che, da tossicodipendente, Chiofalo aveva diritto ha cure particolari e ad essere seguito in maniera adeguata nel carcere. I suoi parenti su questo fronte non sono però pienamente sereni. Sostengono di averlo contattato con una videochiamata il martedì prima del decesso e che Chiofalo non sarebbe stato al massimo della forma. Una sensazione che avrebbero avuto nuovamente due giorni dopo, il giovedì, quando si sarebbero accorti che l'uomo "farfugliava". Sabato scorso la tragica telefonata per comunicare il decesso. Adesso sarà la Procura, sulla scorta dell'autopsia, a stabilire se vi siano potenziali responsabilità per la morte di Chiofalo.
di Lorenza Pleuteri
giustiziami.it, 1 aprile 2021
NDR e ABS. Alla voce "anamnesi personale", nella copia sbiadita del diario clinico di Salvatore "Sasà" Piscitelli, sono annotate due sigle. Una sta per "niente da rilevare". L'altra significa "apparente buona salute", come spiegano i medici che in carcere lavorano. L'aggettivo BUONO si intravede anche nella casella "esame obiettivo". Molti altri riquadri sono in bianco, vuoti.
Le 21 pagine della prima ricostruzione ufficiale - Un anno dopo le rivolte - e la morte di Sasà e altri dodici detenuti - vengono alla luce gli atti contenuti nel sotto fascicolo aperto dalla procura di Modena, i risultati degli accertamenti effettuati dalla pm Lucia De Santis prima di spogliarsi della competenza e di ripassare l'inchiesta alla procura di Ascoli, da dove le era arrivata. Sono solo 21 pagine, le prime di fonte giudiziaria. Ma forniscono informazioni inedite, offrono spunti, alimentano dubbi. Sulle ultime ore di Sasà raccontano una storia diversa da quella ricostruita e denunciata da almeno sette compagni di viaggio e di detenzione. Sembra un altro uomo, un quarantenne sano e in forze, senza problematiche particolari, senza bisogni urgenti. È morto, qualche ora dopo l'incontro con un medico, la compilazione (parziale) del diario clinico, le sigle e gli aggettivi tranquillizzanti.
"Decesso presso il carcere di Ascoli": lapsus della pm? - Il 23 marzo 2020, due settimane dopo la morte di Sasà Piscitelli, la pm modenese scrive alla direzione del carcere di Ascoli Piceno, dove nella notte tra l'8 e il 9 marzo il quarantenne era stato portato assieme a 41 compagni. Chiede di riferire le condizioni del detenuto all'arrivo in istituto, le circostanze del decesso, le attività di verifica dell'eventuale possesso di psicofarmaci, medicinali o stupefacenti, la documentazione medica sullo stato di salute nel tempo passato nella struttura. Nell'intestazione della richiesta la pm colloca la morte "presso la casa circondariale di Ascoli Piceno". Non sa che Sasà è deceduto in ospedale, come sostengono nella città marchigiana? O il suo è un banale errore di compilazione oppure un lapsus?
Le cose che la direttrice non può sapere - La direttrice, Eleonora Consoli, si prende qualche settimana per raccogliere e comunicare le informazioni richieste. Risponde alla pm il 14 maggio. Precisa che il detenuto Salvatore Piscitelli è morto alle 17.25 presso l'ospedale civile di Ascoli Piceno, non in carcere. Riferisce che era arrivato in istituto alle 00.25 del 9 marzo 2020 assieme ad altri 41 ristretti, "tutti provenienti dalla casa circondariale di Modena, in quanto avevano partecipato ai disordini/rivolta avvenuti all'interno dell'istituto di Modena l'8.3.2020". Non chiarisce come facesse lei a sapere che i nuovi giunti fossero stati coinvolti nelle azioni di protesta e di devastazione, se non richiamando genericamente il provvedimento con cui il Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria ha disposto i trasferimenti e d'urgenza. Lo dà per scontato. Però nel verbale da lei allegato alla relazione, l'ultima pagina del suo rapporto, il compagno di cella di Sasà sostiene una cosa diversa. Il quarantenne, garantisce Mattia, non aveva aderito alla rivolta.
Il compagno: "Sasà non ha preso parte alla rivolta" - Mattia Palloni è uno dei cinque ragazzi che a novembre sottoscriveranno un esposto - choc, per denunciare pestaggi, abusi, torture. Sulla morte di Piscitelli viene sentito la prima volta, con la formula delle dichiarazioni spontanee, non a ridosso del decesso del compagno, ma a quasi due mesi di distanza. Il 2 maggio, messo di fronte a due assistenti e a un sovrintendente della polizia penitenziaria, non è molto loquace. Pare intimidito. Sostiene che lui e Sasà non presero parte alla sommossa di Modena. All'inizio avevano deciso di rimanere nella loro cella, condivisa. Poi furono costretti a uscire, perché la sezione era stata invasa dal fumo, provocato dall'incendio di suppellettili e arredi. Rassicurato il personale sanitario e un agente rimasti chiusi dentro un ambulatorio, sempre stando alle dichiarazioni spontanee di allora, entrambi raggiunsero il piazzale e altri reclusi. Qui un altro carcerato, sconosciuto, passò a Sasà una bottiglia di metadone (prelevato dall'armadio blindato dell'infermeria, aperto con la chiave e non forzato, o forse presa dal tavolo usato da due infermiere per preparare le dosi da distribuire). Mattia cercò di non farlo bere. Non ci riuscì. E il compagno, inghiottita il liquido, restituì la bottiglia al fornitore.
Un medico solo per visitare 42 detenuti? - La direttrice, tornando all'arrivo al carcere di Ascoli, conferma l'avvenuta perquisizione e l'immatricolazione di Sasà. Scrive alla pm che alle 2.30 viene sottoposto alla visita di primo ingresso dal medico di turno del Servizio integrativo assistenza sanitaria, Simone C. In quella notte non ordinaria è presente un solo dottore, lui, posto di fronte a una impresa titanica: sottoporre ad accertamenti sanitari di base 42 detenuti e non detenuti qualunque, bensì i ragazzi e gli uomini in arrivo da un carcere devastato da una sommossa, dopo una razzia di litri di metadone e di una gran quantità di psicofarmaci. "A molti di noi - renderanno poi noto gli autori dell'esposto di novembre - non fu neanche chiesto di togliersi gli indumenti per constatare se avessimo lesioni corporee". Per verificare le condizioni di Sasà, con trascorsi di tossicodipendenza e un fisico provato, il medico ci mette 15 minuti: dalle 2.30 alle 2.45, almeno stando all'appunto sul diario clinico. Alle 3.00 il detenuto in "apparente buona salute" viene collocato nella cella 52 del secondo piano, lato sinistro, reparto marino.
Per 10 ore nessuna notizia del detenuto in agonia - Per più di 10 ore su Sasà non ci sono annotazioni della direttrice. È come se sparisse, da notte fonda al primo pomeriggio. La colazione non gli è stata portata? E le sue medicine, le benzodiazepine richiamate nel diario clinico alla voce "terapia in corso"? Gli agenti del turno 8/14 e il personale sanitario non hanno mai guardato dentro la cella 52? La relazione della direttrice riprende il filo, dopo questo vuoto totale, alle 13.20. A quell'ora, scrive alla pm, "il ristretto non risponde agli stimoli del personale di polizia penitenziaria addetto alla vigilanza". Viene chiamato il medico di guardia Sias, Cristiano M.D.V, in servizio dalla prima mattinata.
La chiamata al 118 e l'arrivo dell'ambulanza - Il dottore capisce che la situazione è gravissima, sollecita l'intervento del 118 e gli inietta una fiala di Narcan (indicato poi con Naloxone) per "sospetta overdose di metadone". Arriva l'equipe esterna, con il dottor Ihaab A. L'ambulanza con a bordo Sasà, diretta d'urgenza all'ospedale civile di Ascoli, lascia il carcere alle 15.15. Una seconda lettiga carica un altro recluso "modenese" che ha bisogno di assistenza specializzata. Alle 17.25 il dottor Guido G. constatata e certifica la morte del detenuto Piscitelli, giunto e trattenuto al pronto soccorso in "stato di coma avanzato da verosimile intossicazione da farmaci".
La testimonianza del medico del carcere - "Mi sono attivato subito - dice adesso il dottor M.D.V, al telefono - appena gli agenti mi hanno chiamato in sezione. No, Piscitelli non avevo avuto modo di vederlo prima. Erano arrivati in più di 40, da Modena. Quando sono entrato in cella - riferisce - sembrava che dormisse. Ho provato a svegliarlo, ma non ha riaperto gli occhi. L'overdose di metadone non è così semplice da diagnosticare e su di lui non avevo informazioni. Gli ho fatto una iniezione di Narcan, poi l'ho affidato al personale del 118. Non è morto in carcere. Il detenuto - ripete - è uscito dall'istituto ancora vivo. So che è deceduto in ospedale, dopo. Sono stato convocato dal magistrato, come testimone. Ho raccontato tutto questo, documentato. Non c'è un'altra verità".
Mai scritti - e non distrutti - i nulla osta ai trasferimenti - La direttrice Consoli mette nero su bianco un'altra informazione. Piscitelli e i 41 compagni sono stati trasferiti d'urgenza nel suo istituto, "senza essere accompagnati da nessun fascicolo e/o altro documento". Perché? Lei, ecco il punto, non può avere contezza diretta del motivo. Però, senza dichiarare la fonte, scrive che "è andato tutto distrutto" nella rivolta. È vero per le carte redatte a Modena prima della sommossa. Non vale per gli atti successivi. All'arrivo ad Ascoli mancano altri documenti, quelli che per legge i medici avrebbero dovuto compilare dopo le violente azioni di protesta e prima delle traduzioni: i certificati delle visite effettuate a Modena e i nulla osta sanitari con l'ok al viaggio dall'Emilia alle Marche. Questi attestazioni non sono mai state scritte. I medici tenuti a redarle si sono giustificati dicendo che è mancato loro il tempo di provvedere, vista la situazione drammatica e l'alto numero di persone da assistere.
Ordine e sicurezza prima della salute - Non si fa riferimento ai nulla osta sanitari mancati nemmeno nel provvedimento con cui il provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria ha disposto lo sfollamento dei 42 detenuti "modenesi" destinati ad Ascoli. A firmare l'ordine di trasferimento - il pomeriggio o la sera dell'8 marzo, in un orario non indicato - è Silvia Della Branca. Il carcere emiliano è in gran parte distrutto, inagibile. Decine e decine di reclusi devono avere una sistemazione alternativa e in fretta, visto che sta facendo notte. La funzionaria motiva la disposizione con esigenze di ordine e sicurezza. Il poliziotto penitenziario a capo della scorta, quello che dovrebbe avere con sé i nulla osta sanitari al viaggio, per iscritto viene invitato a sorvegliare in modo adeguato i detenuti per impedire tentativi di evasione, anche con appoggi esterni, e "altri inconvenienti di qualsiasi natura che possano compromettere il regolare svolgimento della traduzione".
Dalla casa di reclusione di Modena sono usciti parecchi detenuti in overdose e a tarda sera si sono contati tre morti, i primi di nove. Però in queste disposizioni non c'è alcun riferimento alle possibili condizioni di salute dei trasportati, né all'opportunità di avere medici al seguito e neppure alla necessità di dotarsi almeno di farmaci antagonisti salvavita.
Come stava davvero Sasà? - Sasà durante il viaggio cade in uno "stato di torpore", come dirà il 2 maggio il compagno di cella, Mattia. Il dottor Simone C., il medico che lo visita nel carcere di Ascoli o che attesta di averlo visitato, non lo rileva o non lo annota. Nel diario clinico sono più le parti in bianco di quelle compilate. NDR, ABS e BUONO certificano condizioni di salute non preoccupanti. Le carte non spiegano se sia o no al corrente del furto di metadone e di psicofarmaci e delle overdosi in serie, nel carcere di provenienza.
Quello che si vede è che non ha riempito lo spazio per registrare eventuali "lesioni all'ingresso" né le caselle riservate a "sintomi fisici e psichici di intossicazione in atto da sostanze stupefacenti" e "sindrome di astinenza in atto". Le ha barrate con una riga, senza compilare altri campi né registrare parametri di base (ad esempio pressione, frequenza cardiaca, temperatura, auscultazione dei polmoni). In compenso, dopo la visita lampo, per Sasà ha valutato come "alto" il rischio di suicidio.
Versioni opposte sulle ultime ore di vita - Il vuoto dalle 3.00 alle 13.20 nella relazione inviata dalla direttrice alla pm di Modena verrà colmato dalle lettere denuncia spedite in estate da due detenuti e dall'esposto di fine novembre 2020 firmato da Mattia Palloni e altri quattro compagni, ascoltati dalla procura emiliana a dicembre. "Sasà - concordano, con accuse tutte da dimostrare, diventate oggetto di indagine - è stato picchiato prima, durante e dopo il viaggio. Stava malissimo ed era debole, non riusciva a reggersi in piedi. Ad Ascoli è stato trascinato fino alla sua cella e buttato dentro come un sacco di patate. La mattina del 9 marzo il compagno di stanza ha chiesto inutilmente aiuto e più volte. Nessuno è accorso ad aiutare Sasà. Si è sentito un agente pronunciare: "fatelo morire"". Sempre secondo i reclusi - testimoni, che non hanno competenze mediche e che non disponevano di strumenti diagnostici, il quarantenne sarebbe "morto in cella, portato via con un lenzuolo quando era già freddo". I medici con cui Piscitelli è stato a contatto, come detto, raccontano e certificano altro: il decesso in ospedale.
L'inchiesta è tornata nelle Marche - L'inchiesta è tornata nelle Marche, con i magistrati chiamati ad esaminare anche un esposto firmato dall'associazione Antigone, già presente nell'inchiesta modenese come persona offesa. Dagli uffici giudiziari interessati - procura di Ascoli e procura generale di Ancona - non escono notizie né aggiornamenti. La sola indicazione fatta filtrare un paio di settimane fa, veicolata da un criptico servizio del tg Rai regionale, allude a una autopsia bis (sulle carte e sui campioni e gli organi prelevati, poiché la salma di Sasà è stata fatta cremare "causa Covid") oppure alla rilettura degli accertamenti post mortem alla luce delle omissioni, dei pestaggi e degli abusi denunciati dai compagni di viaggio e di cella.
strill.it, 1 aprile 2021
Focus sulle vaccinazioni nelle carceri. L'VIII Commissione pari opportunità, pace, diritti umani, relazioni internazionali e immigrazione del comune di Reggio Calabria, ha audito l'avv. Giovanna Russo Garante dei detenuti dell'amministrazione comunale sulla situazione nelle carceri per la vaccinazione, ma anche sulle possibili azioni per favorire il reinserimento lavorativo.
"In questo momento-afferma Lucia Anita Nucera presidente Commissione-la campagna vaccinazione nella nostra regione ha diverse difficoltà, tuttavia, è necessario che anche i detenuti siano al più presto vaccinati al fine di scongiurare focolai e tutelarne la salute. Da assessore, ho ascoltato tantissimi ex detenuti, padri di famiglia, che non riuscivano a trovare lavoro perché le aziende avevano difficoltà ad assumerli, temendo la chiusura.
Per questo, è necessario l'inserimento di una norma che consenta a queste persone di poter avere un'altra possibilità ". La Garante Russo ha evidenziato le priorità e le azioni che si stanno portando avanti per tutelare i diritti dei detenuti: "La situazione Covid - dice l'avvocato - è monitorata in maniera ferrea ed egregia nelle nostre carceri. Ovviamente, la pandemia ha portato ad una contrazione delle attività all'interno degli istituti penitenziari, ma è stato necessario al fine di scongiurare un danno maggiore e tutelare il diritto alla salute dei detenuti.
La campagna vaccinazione in Calabria è un problema non irrilevante, e colpisce maggiormente le persone che noi garanti definiamo deboli e particolarmente vulnerabili. Per fortuna - prosegue la Garante - nei giorni scorsi il dott. Lucania si è coordinato con il commissario Scaffidi per l'avvio della programmazione tecnica per la vaccinazione dei detenuti che hanno dato il loro consenso e la procedura partirà a breve.
Ci sono tante esigenze che riguardano i detenuti, tra queste la formazione per consentire un effettivo reinserimento lavorativo e quindi, la rimodulazione di tutto ciò che vogliamo portare avanti. Serve una formazione - spiega l'avv. Russo - che consenta di inserire i detenuti concretamente nel mondo del lavoro, una volta scontata la pena.
È necessario un tavolo istituzionale per individuare i potenziali luoghi di inserimento lavorativo per gli uomini e per le donne. È importante anche riavviare il protocollo per l'impiego degli ex art. 21, prevedendo lo stanziamento di somme". Per quanto riguarda gli interventi da attuare, la presidente Nucera evidenzia: "Questo protocollo è stato avviato quando ero assessore e i detenuti li abbiamo impiegati più volte anche nei beni confiscati, e c'è già un fondo. Inoltre, c'è anche un altro protocollo che avevo realizzato per l'avvio di corsi di sartoria e di cuoco in un bene confiscato, speriamo che entrambi siano portati avanti. Come spero ci sia anche il ripristino del Mandela's office che potrebbe essere utilizzato per la messa in prova. Su queste priorità faremo un tavolo tecnico".
Il consigliere metropolitano Giuseppe Marino, delegato alla formazione ha dato la sua disponibilità per l'avvio di corsi che tengano conto delle novità del mondo del lavoro e della tradizione, anche per favorire l'inserimento e il recupero di giovani che intraprendono percorsi di devianza sociale. Il consigliere Saverio Pazzano ha posto l'accento sull'importanza della vaccinazione dei detenuti per tornare ad una vita relazionale, ed ha messo in evidenza le proposte portate avanti.
di Piero Rossano
Corriere del Mezzogiorno, 1 aprile 2021
Il 6 aprile apre il cantiere per il collegamento con la rete idrica cittadina. Il penitenziario era stato teatro anche di rivolte dei detenuti che lamentavano disagi specie in estate. Dopo un quarto di secolo di vita il carcere di Santa Maria Capua Vetere sarà allacciato alla rete idrica della città. I lavori di collegamento con la condotta principale saranno inaugurati subito dopo Pasqua. Una novità che il sindaco Antonio Mirra non ha esitato a definire "momento storico" tanto il problema era avvertito.
Storia di disagi - Era il 1996 quando l'amministrazione penitenziaria inaugurava il nuovo carcere di Santa Maria Capua Vetere. Una sede posta al confine con San Tammaro, giusto di fronte allo Stir, e che nelle intenzioni avrebbe dovuto superare le carenze strutturali dello storico penitenziario della città del Foro, ricavato da una ex fortezza borbonica (dopo la dismissione divenuta per qualche anno sede della facoltà di Lettere dell'allora Seconda Università di Napoli), ma che invece, dopo 25 anni, si dibatte ancora tra mancanze e limitatezze. Non ultima, l'assenza di un'adeguata fornitura di acqua corrente. Motivo che ha scatenato negli anni anche moti di rivolta da parte della popolazione carceraria, anche qui in sovrannumero rispetto alla disponibilità di celle, costretta a misurarsi con disagi enormi specie nei mesi più caldi.
Apre il cantiere - La svolta, invocata ed attesa anche dal personale dipendente dell'istituto di pena, si compirà entro l'estate. "I lavori alla condotta idrica - spiega una nota della casa comunale - hanno registrato una significativa accelerata con quel percorso amministrativo con la Regione Campania avviato dall'Amministrazione Mirra che ha portato, nel 2018, alla messa a disposizione del Comune delle somme per arrivare alle procedure di gara prima per la progettazione dell'opera e poi per l'aggiudicazione dei lavori".
E così, martedì 6 aprile, alla presenza degli amministratori della città, dei vertici degli uffici giudiziari del posto, di rappresentanti della Regione e dell'amministrazione penitenziaria, saranno avviati i lavori di allacciamento alla rete idrica cittadina. Il cantiere è previsto all'incrocio tra via Napoli e via Mastantuono, nei pressi del liceo scientifico Amaldi. "Raggiungiamo un altro significativo traguardo, che era uno degli obiettivi di questa Amministrazione" ha commentato il sindaco Mirra, avvocato penalista di professione e profondo conoscitore dei problemi del carcere cittadino.
di Davide Dionisi
L'Osservatore Romano, 1 aprile 2021
Storie di detenuti a Rebibbia in un libro di suor Emma Zordan. "Non tutti sanno che in carcere si può anche morire di carcere". È il cuore di una delle riflessioni più forti contenute nella raccolta di scritti dei detenuti della casa di reclusione di Rebibbia curata da suor Emma Zordan, religiosa delle Adoratrici del sangue di Cristo e volontaria da sei anni nel carcere romano. Nel volumetto di prossima uscita intitolato, non a caso, "Non tutti sanno...", i "ragazzi" di suor Emma hanno voluto raccontare la loro doppia reclusione evidenziando la difficoltà di sopravvivenza, il desiderio di amore, il difficile cammino di redenzione e di reinserimento nel tessuto sociale.
"In questo periodo di lockdown in cui sono impossibilitata a visitare i detenuti, il mio pensiero non riesce a stare a casa", rivela la religiosa. "Abbattendo muri e inferriate e infrangendo divieti, corro continuamente da loro, persone private di ogni conforto, di tutto ciò che possa rendere meno grigie, fredde e buie le loro giornate, meno pesanti le restrizioni imposte dalla terribile pandemia".
Attraverso questo piccolo sforzo editoriale, suor Emma vuole far conoscere l'emergenza covid-19 in carcere, i conseguenti provvedimenti restrittivi che hanno visto la sospensione temporanea dei colloqui visivi con i propri familiari, l'interruzione di tutte le forme di volontariato, fonte di massimo aiuto per coloro che si trovano ristretti negli istituti.
Ci siamo chiesti più volte come spiegare questo evento nefasto epocale a persone già private della libertà e che difficilmente avrebbero compreso ciò che stava accadendo fuori. La risposta è arrivata proprio da loro ed è stata sorprendente. "A volte mi rassicurano", riprende raccontando che in una recente lettera le hanno scritto: "Mi raccomando, cara Sr Emma, di riguardarti e sappi che tutti noi abbiamo bisogno di te, del tuo sostegno, perché tu sei per gli ultimi la speranza che rende leggero il nostro cuore".
La volontaria racconta nel libro tutta la drammaticità del carcere al tempo del Covid, spiegando nei dettagli una sofferenza che non accenna a diminuire: "Proviamo a immaginare cosa significhi sentir dire che questo coronavirus potrebbe diventare mortale e non avere nessuno che li conforti, li rassicuri; cosa significhi sentirsi cancellati i colloqui fisici e privati, persino i pacchi provenienti dalle loro famiglie; avere una vita povera di relazioni e vedere sparire tutti i volontari, di colpo non più autorizzati a entrare in carcere, e le già poche possibilità di formazione, e improvvisamente dover riempire le giornate con il nulla e la paura", racconta la religiosa.
La prefazione del volume è affidata al cardinale Giuseppe Petrocchi, arcivescovo di L'Aquila, che più volte ha visitato l'istituto romano e ha conosciuto i protagonisti di questa bella iniziativa: "Le pagine del testo sono come corridoi narrativi - scrive il porporato - che, se seguiti, immettono in "ambienti comunicativi" che non sarebbero stati altrimenti raggiungibili. In questi spazi dialogici troviamo esposte storie ed esperienze che vale la pena di esplorare con attenzione e rispetto. I detenuti si raccontano con franchezza disarmata. I brani da loro composti sono aree popolate da ricordi e da considerazioni, che sembrano distillate attraverso un lungo e spesso penoso itinerario autocritico: si coglie, sotto ogni riga, una sofferenza pervasiva che, in alcuni casi, raggiunge indici di drammaticità".
Secondo Petrocchi, il tono confidenziale con cui gli autori si rivelano rappresenta un attestato di fiducia verso il pubblico che li legge, ma, al tempo stesso, anche un rischio di fraintendimenti, se quanti ricevono i loro diari di vita adottassero un approccio superficiale e prevenuto: "Di qui la responsabilità di accostarsi a questi scritti con atteggiamento vigilante e inclusivo". La prefazione dell'arcivescovo di L'Aquila ha un titolo eloquente, Sapere, per amare. Amare, per sapere, perché, spiega, "si deve varcare il confine dell'indifferenza e dell'estraneità, così come è fondamentale lasciarsi alle spalle la soglia del sospetto e delle interpretazioni distorsive.
Bisogna, inoltre, attivare una disponibilità incondizionata alla verità, motivando evangelicamente la vicinanza partecipe: questo deposito di esperienze, infatti, merita di essere avvicinato con lo sguardo samaritano. Per capire - continua il porporato - occorre sapere, e per sapere, in modo autentico, è importante mobilitare sia la mente che il cuore. Conoscere, specie quando si tratta di visitare il mondo interiore di altri, non è un'impresa solo intellettuale, poiché se manca la luce dell'amore, gli occhi della ragione restano al buio".
Parlando del risultato e della proposta editoriale di suor Emma Zordan, il cardinale sottolinea che "chi legge le pagine di questo libro, con intelligenza altruista e leale empatia, si trova di fronte a sorprese positive e stimolanti. Emergono voci che chiedono solo di essere ascoltate".
Petrocchi invita alla lettura di queste pagine perché "ci aiutano a maturare la convinzione che è meglio porgere una mano amica (capace di offrire un aiuto adeguato) verso chi ha sbagliato, piuttosto che limitarsi a puntare il dito contro". Seguendo la circolarità relazionale, che contraddistingue la logica evangelica, occorre "sapere per poter amare, ma è solo amando che si impara a capire. Spalancando le porte dell'anima alla Sapienza, che è sempre animata dalla carità, riusciremo gradualmente ad arrivare alla Verità tutta intera".
Infine un appello: "Non lasciamo che, pure per le nostre omissioni, l'universo-carceri resti avvolto dalle nebbie di giudizi sommari e inquinati da un ostinato rifiuto". Un appello che suor Emma ha accolto fin da quando per la prima volta ha varcato la soglia della casa di reclusione e, da allora, contribuisce, attraverso pubblicazioni come queste, a migliorare la qualità dei servizi, portando un significativo supporto ai detenuti, ascoltando i loro problemi e dando sostegno morale e psicologico.
Una piccola rivoluzione culturale sul concetto di detenzione, finalizzata al perseguimento degli obiettivi di rieducazione e reinserimento contenuti anche nella nostra Costituzione e, in tal senso, la sua attività costituisce un concreto punto di riferimento per la buona riuscita dei progetti virtuosi. Anche se sembra poca cosa, il coinvolgimento di persone che hanno rotto il patto sociale serve a molto. Serve a seminare risultati, lavorando sulla prevenzione piuttosto che sulla repressione, che saranno raccolti magari tra cinque o dieci anni. E questo, rievocando il titolo del libro, non tutti lo sanno.
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