di Roberto Naccarella
periodicoitaliano.it, 28 dicembre 2020
Le carceri in Bielorussia stanno vivendo una situazione complicatissima. Dopo i tantissimi arresti in seguito alle manifestazioni contro il presidente Lukashenko, le strutture carcerarie, piene fino all'inverosimile, sono in condizioni critiche a causa di una spaventosa ondata di Covid-19. Gli attivisti che hanno parlato con l'Associated Press dopo il loro rilascio hanno descritto celle massicciamente sovraffollate, senza un'adeguata ventilazione o servizi di base, con totale assenza di cure mediche.
Kastus Lisetsky, 35 anni, musicista, ha ricevuto una condanna di 15 giorni per aver partecipato a una protesta. È stato ricoverato in ospedale con febbre alta dopo otto giorni passati in una prigione nella Bielorussia orientale. Al 35enne è stata diagnosticata una polmonite bilaterale causata proprio dal Covid-19. "Muri umidi coperti da parassiti, mancanza di misure sanitarie, brividi di freddo e un letto arrugginito: questo è quello che ho ottenuto in prigione a Mogilev invece di assistenza medica", ha detto Lisetsky. "Avevo la febbre e ho perso conoscenza - aggiunge - le guardie hanno dovuto chiamare un'ambulanza".
Lisetsky ha detto che prima di entrare in quel carcere, lui e altri tre attivisti sono stati detenuti in una prigione di Minsk e sono stati costretti a dormire sul pavimento di una cella destinata solo a due persone. Come riporta il sito SCMP, tutti e quattro hanno contratto il virus. Ma non è tutto, perché Lisetsky, dimesso dall'ospedale, dovrà anche tornare in prigione per scontare i restanti sette giorni di pena. Il 35enne ha accusato il governo di permettere al virus di diffondersi tra le persone incarcerate per motivi politici. "Le guardie dicono apertamente che lo fanno su ordine", ha detto Lisetsky.
Più di 30.000 persone sono state arrestate per aver preso parte alle proteste contro la rielezione in agosto del presidente bielorusso Alexander Lukashenko. Un voto che gli attivisti dell'opposizione hanno ritenuto fin da subito "truccato" ad arte per concedere a Lukashenko un sesto mandato. La candidata all'opposizione Sviatlana Tsikhanouskaya, giunta seconda alle elezioni presidenziali e costretta a lasciare il paese dopo aver contestato i risultati ufficiali, ha esortato i leader stranieri e le organizzazioni internazionali ad intervenire per aiutare a contenere l'epidemia di coronavirus nelle prigioni bielorusse.
La Stampa, 28 dicembre 2020
Ex avvocatessa di 37 anni, è in cella da maggio. Secondo i giudici, ha diffuso "informazioni false" sui social media. Un tribunale di Shanghai, in Cina, ha condannato a quattro anni di detenzione Zhang Zhan, la blogger che aveva diffuso notizie sull'epidemia di Covid-19 da Wuhan. Lo ha annunciato il legale della donna, accusata di aver pubblicato "informazioni false" per i suoi report sulle fasi iniziali della risposta cinese alla pandemia, ampiamente condivisi sui social a febbraio scorso.
Zhang Zhan, ex avvocato di 37 anni, è sottoposta dal maggio scorso a detenzione a Shanghai, e deve rispondere anche del reato di aver creato disordini, che viene spesso usato contro attivisti e dissidenti in Cina. Zhang ha inviato "false informazioni attraverso testi, video e altri media attraverso gli internet media come WeChat, Twitter e YouTube", secondo l'accusa e ha accettato interviste da media stranieri, come Radio Free Asia ed Epoch Times, che "hanno speculato malignamente sull'epidemia di Covid-19 a Wuhan".
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 28 dicembre 2020
Il rappresentante delle Nazioni Unite ha rinunciato prima di cominciare lasciando spazio all'Egitto per un ruolo da mediatore tra Tripolitania e Cirenaica. Resta impotente la comunità internazionale di fronte al groviglio libico, ma intanto l'Egitto si posiziona per giocare un ruolo da mediatore tra Tripolitania e Cirenaica.
La novità importante nella Libia paralizzata dai contrasti interni e dalle ingerenze straniere si è consumata ieri a 150 metri dal perimetro dell'ambasciata italiana di Tripoli. Era infatti da poco trascorso mezzogiorno quando il personale italiano ha assistito in diretta all'arrivo di una folta delegazione egiziana nell'edificio limitrofo. Una mossa destinata a pesare sul Paese. L'ambasciata egiziana era stata chiusa nel febbraio 2014 e da allora tra il governo di Abdel Fattah al Sisi e quello poi sostenuto dalle Nazioni Unite guidato dal premier Fayez Sarraj a Tripoli era stata guerra aperta. Sembra invece che gli egiziani abbiano adesso deciso di rimandare un ambasciatore e di aprire un consolato nel Fezzan. Si prospetta anche una prossima visita di Sarraj in Egitto, dopo quella semisegreta di alcune settimane fa.
Il nuovo attivismo egiziano dovrà venire considerato con attenzione anche in Italia, specie alla luce della crisi tra Roma e il Cairo innescata dall'affare Regeni. L'Egitto infatti mira ad essere un attore rilevante dello scenario libico. Va sottolineato che proprio al Sisi era stato uno dei maggiori alleati politici e militari dell'uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar.
L'Egitto, assieme alla Russia, aveva pienamente sostenuto la violenta offensiva lanciata da Haftar nel 2019 per conquistare Tripoli. Ma l'intervento turco al fianco delle milizie pro-Sarraj l'aveva bloccato. Oggi l'Onu resta marginale. Il suo nuovo inviato per la Libia, il diplomatico bulgaro Nickolay Mladenov, ha rinunciato all'incarico ancora prima di cominciare. Intanto Haftar e la Turchia si scambiano minacce di guerra. E al Sisi sa bene che per entrare nelle grazie di Biden gli sarà utile slegarsi dal carro di Putin, con cui invece Trump andava a braccetto.
di Giuseppe Catozzella
L'Espresso, 28 dicembre 2020
Ragazzine adescate. Giovani donne violentate. Mogli picchiate. E detenute rinchiuse insieme ai figli in edifici fatiscenti. Viaggio in un paese dove la crescita economica non migliora la qualità della vita.
Una donna in carcere non è soltanto una donna rinchiusa, spesso è una donna rinchiusa insieme ai suoi figli. Oppure è una donna rinchiusa con i figli sbandati, se hanno più di cinque anni, nessun parente con cui stare e vivono per strada. Se è vero che le carceri sono una delle più fedeli rappresentazioni del grado di civiltà e del livello di rispetto dei diritti umani di un paese, le detenute della prigione di Adwa in Etiopia e i loro figli sono tra le persone che più subiscono una violazione dei diritti umani nel mondo, in uno Stato che per ogni detenuto spende nove birr al giorno (0,43 dollari). Ma la verità è che il carcere di Adwa non è che lo specchio dell'Etiopia.
Se è vero che l'Etiopia è il paese che cresce economicamente di più al mondo è allora altrettanto vero che gli indici economici sono lontani dal misurare il benessere e la felicità dei cittadini. L'elezione di due anni e mezzo fa di Abi Ahmed Ali - dr. Abi come lo chiamano tutti in Etiopia - (il primo premier di etnia Oromo dopo gli anni del Terrore rosso, eletto con l'appoggio degli Stati Uniti), ha messo fine alla dittatura del negus comunista Menghistu Hailè Mairàm prima e a quella di Meles Zenawi dopo, ha aperto il paese a una impressionante crescita ma ha anche destabilizzato gli equilibri interni ed esterni dell'Etiopia.
E se le riforme e le liberalizzazioni operate da dr. Abi (la cessazione della guerra contro l'Eritrea e la riapertura dei commerci a nord, con la conseguente riconquista di uno sbocco più comodo sul mare; la liberazione di migliaia di prigionieri politici Oromo; la privatizzazione delle industrie chiave; la denuncia della tortura da parte dei servizi di sicurezza) hanno fatto ben sperare per un po', già dalla mia visita in Etiopia dell'inizio del 2019 era evidente che la storica guerra etnica tra Oromo e Tigrini non era cessata ma si era frantumata in guerriglie tra le etnie locali.
Ora, dal novembre di quest'anno la guerra tra Oromo e Tigrini è ritornata, e potenziata, ha sconfinato in Eritrea, e dopo l'occupazione della capitale del Tigrai Macallè da parte delle Forze armate federali governative rischia adesso di sconvolgere gli equilibri di tutto il Corno d'Africa e dello scacchiere che controlla il mar Rosso e il canale di Suez (l'asse occidentale guidato dagli Usa da una parte, e la Cina e la sua via della Seta che passa per lo stretto di Bab el-Mandeb dall'altra). In uno dei paesi al mondo che ha sviluppato la più diffusa rete di spionaggio tutti sono controllati da tutti, e finisce che una persona su 6 ha la fedina penale sporca. E se sei donna, in un paese patriarcale come l'Etiopia, diventa molto più facile essere incriminata. Il paese, insomma, negli ultimi mesi e a dispetto del Nobel per la pace assegnato a dr. Abi, è tornato a essere una polveriera.
E di polvere è fatta principalmente la strada che dal centro di Adwa conduce al carcere. Il centro della città-mercato è nella zona alta di Adwa, sull'altipiano che sfiora i duemila metri dove un tempo sorgeva il municipio italiano con la sua piazza e le case coloniali. Ora da lì partono solo stradine terrose che portano fuori. Il settore femminile del carcere si trova dietro quello maschile, ancora più fatiscente, è una costruzione della dominazione coloniale italiana degli anni Trenta e forse è nata, immagino io, per vendicare la proverbiale sconfitta che gli italiani ricevettero proprio ad Adwa (Adua) nel marzo del 1896, quando il negus Menelik II bloccò il primo sogno italico di colonizzazione dell'Abissinia e di creazione un impero africano.
Per accedere alla sezione femminile c'è un portoncino di ferro rosso, presidiato da una guardia presente a tempi alterni. Il portone si apre in un muro di cinta basso e sormontato da filo spinato. Se non fosse per la guardia e il filo spinato sembrerebbe un qualunque edificio governativo. Dentro invece sono recluse 34 donne con i loro 12 bambini. Il carcere è composto di tre case di cemento armato allineate attorno a un cortile di terra rossa di sei metri per cinque. Non c'è elettricità né acqua corrente se non il sabato, il rubinetto nel cortile manda acqua solo quel giorno: è festa, bambini e madri raccolgono scorte dentro taniche di plastica da dieci litri.
A settembre il vescovo di Adigrat ha lanciato l'allarme per comprare serbatoi puliti e acqua purificata. Diarrea, malattie intestinali e della pelle sono i maggiori fattori di morte in carcere. L'acqua è contaminata, i bambini si ammalano continuamente. Con la presenza del Covid poi, denuncia il vescovo, la situazione è più preoccupante del solito. C'è, scrive, necessità di acqua pulita e presidi sanitari di disinfezione. Per ora è inascoltato. Il sabato è anche il giorno del lavaggio, dei vestiti e dei corpi. I bambini finiscono dentro vasconi di metallo arrugginito, e giocano col flusso d'acqua che quel giorno scende miracoloso.
Anche le donne si lavano aiutandosi a vicenda con le taniche. Il locale dei bagni, come tutto il resto, è fatiscente. In nessun angolo sono rispettate le norme di igiene. Le detenute non amano stare chiuse nelle "case", trascorrono quasi tutto il tempo all'aperto. Quando non piove e tutte mangiano o dormono, fuori rimangono solo i fornelletti in cui tostano il caffè. C'è Azieb, che ha 19 anni ed è incinta di otto mesi. Deve scontare un anno e otto mesi per aver rubato un cellulare; partorirà qui, aiutata dalle altre detenute.
Georgis Z. Michael invece è stata condannata per via del microcredito, aveva chiesto un prestito a una banca per aprire un'attività e non è riuscita a saldarlo. Dovrà passare in carcere i prossimi due anni, insieme alla figlia di cinque anni Desinet. Desinet ha problemi cardiaci ma non riceve cure, non è mai andata a scuola né ci andrà finché la madre sarà rinchiusa.
Elfnesh Agos ha picchiato un uomo, le restano da scontare quattro mesi, ma nel frattempo suo figlio di sei anni non ha potuto cominciare la scuola perché fuori non c'è nessuno che lo accompagni. Triffe W. Gabriel è quella con la pena più alta, ha l'ergastolo per aver ammazzato il marito. Non è pentita, dice che era il minimo che potesse fargli, dopo una vita di umiliazioni. Non è raro, in Etiopia, in una società tanto patriarcale è normale che i mariti picchino le mogli. Capita che qualcuna reagisca, e viene subito incarcerata, dopo un processo sommario.
Alem Berhe invece ha due figli di 12 e 7 anni che non sono rinchiusi ma vivono allo sbando, dormono alla stazione delle corriere di Adwa. Kubrom, il grande, ha lasciato la scuola per lavorare e stare con la sorella Meherawit, che è stata avvicinata da uomini adulti. "Mia sorella ha sempre fame", dice, "non abbiamo abbastanza cibo. Ha un problema allo stomaco. Mia zia e i nostri parenti non ci aiutano perché l'incarcerazione di mia madre è vissuta come una vergogna. Quando c'era mamma la nostra vita era normale, avevamo cibo e andavamo a scuola. Di mio padre non ho notizie, lavora a Macallè, ho provato ad andare a trovarlo ma non ha mai voluto vedermi. Senza cibo non riesco a stare sveglio e non riesco a lavorare, e mia sorella non va a scuola se non riesce a stare sveglia. Non mi interessano i vestiti, ho bisogno di cibo".
Fa quello che trova, a volte ruba, per tenere la sorella lontana dalla strada. Spesso è prostituzione, a volte, come nel caso della piccola Meherawit, sono violenze. Gli uomini avvicinano le bambine anche solo con le caramelle. Il tasso di Hiv è alto in tutta l'area rurale di Adwa, in carcere non ci sono controlli né esami del sangue. Tutte, dentro, sono denutrite. L'alimentazione consiste in una porzione di injera (un pane molle fatto di farina di teff che non ha bisogno di essere conservato al freddo) e in una ciotola di shirò (una salsa di peperoncino e ceci) al giorno. Ogni giorno la stessa cosa, all'infinito. I bambini sviluppano gravi malattie legate alla mancanza di altri alimenti.
Quando piove la terra diventa un pantano e i piedi affondano fino ai polpacci. Durante la stagione delle piogge il cortile diventa impraticabile ma questo non frena i bambini dal giocare in mezzo al fango, non hanno nient'altro, saltellano, si rincorrono, fingono di nascondersi. Non gridano mai, tengono la voce e gli occhi bassi. Dentro il carcere non c'è scuola, non c'è un insegnante, non un infermiere. I figli delle detenute dovrebbero rimanere con le madri fino ai cinque anni, ma per chi non ha alternative si chiude un occhio e i bambini crescono misurando il mondo col perimetro del cortile, gli sguardi e gli slanci spenti.
Su un lato, fuori, le detenute hanno costruito una baracca di legno e lamiera dove passano le giornate a filare il cotone riparate dal sole. I bambini le aiutano, educati, servizievoli, spaventati dal mondo che non conoscono. Filare il cotone è l'unica attività che possono concedersi. Producono coperte per loro, il resto del cotone lo vendono, c'è un andirivieni di conoscenti e parenti che vengono a raccoglierlo e lo portano al mercato della città. Un'altra attività è tostare il caffè, è un'operazione lunga, che richiede tempo. Oppure producono injera, e quello che avanza lo danno da vendere al mercato ricavando qualche birr.
Durante la stagione delle piogge le temperature la sera calano fino a dieci gradi, il dormitorio è una stanza spoglia senza materassi dove si raccoglie il freddo; i materassi, dicono, portano germi e uccidono i letti, loro dormono su assi di legno o su coperte di cotone. Manca tutto dentro il carcere femminile di Adwa. Soprattutto l'assenza di una cura esterna. Questa è la cosa peggiore, dopo un po' si inaridisce anche la parola, tra detenute si comunica a monosillabi, poi a gesti. I bambini sono spaventati. A oggi, tra l'altro, è interrotto qualsiasi tipo di comunicazione, anche telefonica, col Tigrai, e quindi col carcere. Le Forze armate federali governative non vogliono che il mondo conosca le violenze che stanno infliggendo ai Tigrini.
Ristretti Orizzonti, 27 dicembre 2020
Cari lettori di Ristretti Orizzonti, a fine anno vogliamo chiedervi come state e raccontarvi come stiamo. Di recente un mio amico russo a cui ho insegnato l'italiano, alla domanda "come stai" mi ha risposto "sto insomma...", forse non è un italiano perfetto, ma io introdurrei questa espressione nella nostra lingua, perché non trovo modo migliore per dire come stiamo, l'incertezza, l'ansia, l'incapacità di definire il nostro stato.
di Alex Corlazzoli
Il Fatto Quotidiano, 27 dicembre 2020
Il provvedimento a prima firma di Paolo Siani in V Commissione ora finirà in aula per l'approvazione definitiva e prevede che siano stanziati 1.500.000 di euro all'anno a partire dal 2021. Basta bambini costretti a vivere in carcere con la mamma. La V Commissione della Camera ha approvato l'emendamento alla Legge di Bilancio, a prima firma dell'onorevole Paolo Siani, che garantisce la creazione di un fondo per l'accoglienza delle madri che si trovano negli istituti penitenziari con i loro figli.
di Associazione Yairaiha Onlus
comune-info.net, 27 dicembre 2020
Ormai da nove mesi i detenuti di tutta Italia sono in zona rossa permanente privati dei più elementari diritti e del calore degli affetti. I colloqui con i familiari, unico momento del dispositivo carcerario per mantenere vivi i legami con le persone care, sono stati pressoché sospesi e sostituiti da colloqui virtuali. Le limitazioni ulteriori, la paura e il dilagare del Covid-19 nelle carceri degli ultimi due mesi, rendono la "normale" condizione di privazione della libertà ancora più pesante da sopportare trasformando la punizione del reato in tortura e, in alcuni casi, condanna a morte certa.
di Davide Dionisi
vaticannews.va, 27 dicembre 2020
Il punto sulla pastorale carceraria al tempo del Covid con il sottosegretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. "Credo che sia stato un anno complicato per tutti e nell'ambiente carcerario lo è stato cento volte di più. Oltre ai detenuti, a farne le spese è stata anche la pastorale che è stata in prima linea nonostante le restrizioni perché ha dovuto affrontare quello che non si capiva e, per tanti versi, ancora non si sa".
di Liana Milella
La Repubblica, 27 dicembre 2020
Il 14 gennaio, dopo un anno, in commissione Giustizia alla Camera, scadono gli emendamenti alla riforma del processo penale. Anche Costa di Azione chiede di tornare alla riforma Orlando e attacca Bonafede: "La sua legge non si applichi ai reati precedenti".
Tra le vittime del Covid c'è anche la prescrizione. Sì, proprio lei, la riforma che tra gennaio e febbraio del 2020 ha tenuto banco costringendo il premier Giuseppe Conte a continui vertici a palazzo Chigi - se ne contano ben cinque - per mettere d'accordo la sua maggioranza, dove, già allora, i renziani scalpitavano per fermare la riforma del Guardasigilli Alfonso Bonafede. Esattamente come fanno anche oggi, tant'è che il tema della prescrizione ha fatto di nuovo capolino nell'ultimo incontro tra Conte e Renzi.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 27 dicembre 2020
Depositate mercoledì scorso le motivazioni della sentenza con cui la Corte costituzionale ha dichiarato legittimo lo stop alla prescrizione introdotto a marzo durante la sospensione dell'attività penale. Una pronuncia che smentisce il "divieto assoluto" sancito a proposito della "Taricco".
La sospensione della prescrizione, disposta dai decreti legge 18 e 23 del 2020, emanati per contrastare l'emergenza coronavirus, "non è costituzionalmente illegittima". È quanto ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza estesa dal relatore Giovanni Amoroso e di cui mercoledì scorso sono state depositate le motivazioni. Una pronuncia che, seppur considerata "circoscrivibile" all'emergenza, modifica in modo rilevante la giurisprudenza sul punto.
La sospensione dei processi dal 9 marzo all' 11 maggio del 2020 era stata prevista per fronteggiare l'emergenza sanitaria nel primo lockdown. La cosiddetta "sospensione covid", per la Consulta, rientra dunque nella causa generale di sospensione della prescrizione stabilita dall'articolo 159 del codice penale, secondo cui "il corso della prescrizione" rimane sospeso "ogni qualvolta la sospensione del procedimento o del processo penale sia imposta da una particolare disposizione di legge". Pertanto, il blocco introdotto la scorsa primavera "non contrasta con il principio costituzionale di irretroattività della legge penale più sfavorevole".
La Corte costituzionale ha dichiarato in parte "non fondate" e in parte "inammissibili" le questioni che erano state sollevate dai Tribunali di Siena, di Spoleto e di Roma sulla applicabilità della sospensione della prescrizione anche ai processi per reati commessi prima dell'entrata in vigore dei due Dl. In particolare, dichiarando "la non fondatezza delle questioni con riferimento al principio di legalità sancito dall'articolo 25 della Costituzione", e "l'inammissibilità con riferimento ai parametri europei richiamati dall'articolo 117, primo comma, della Costituzione".
La sentenza precisa che "il principio di legalità richiede che l'autore del reato non solo debba essere posto in grado di conoscere in anticipo quale sia la condotta penalmente sanzionata e la pena irrogabile", ma "deve avere anche previa consapevolezza della disciplina concernente la dimensione temporale in cui sarà possibile l'accertamento del processo, con carattere di definitività, della sua responsabilità penale, ossia la durata del tempo di prescrizione, anche se ciò non comporta la precisa determinazione del 'dies ad quem' in cui maturerà la prescrizione".
In tema di sospensione della prescrizione, "l'articolo 159 del codice penale ha una funzione di cerniera, perché contiene da un lato una causa generale di sospensione, che scatta quando la sospensione del procedimento o del processo è imposta da una particolare disposizione di legge; e dall'altro lato, un elenco di casi particolari".
Nelle vicende da cui sono nate le questioni portate all'esame della Consulta, opera proprio tale causa generale di sospensione. Secondo la Corte, "la temporanea stasi ex lege del procedimento o del processo determina, in via generale, una parentesi del decorso del tempo della prescrizione, le cui conseguenze investono tutte le parti: la pubblica accusa, la persona offesa costituita parte civile e l'imputato. Così come l'azione penale e la pretesa risarcitoria hanno un temporaneo arresto, per tutelare l'equilibrio dei valori in gioco è sospeso anche il termine per l'indagato o per l'imputato".
La breve durata della sospensione dei processi e quindi del decorso della prescrizione è, inoltre, "pienamente compatibile con il canone della ragionevole durata del processo" e "sul piano della ragionevolezza e della proporzionalità, la norma è giustificata dalla tutela del bene della salute collettiva per contenere il rischio di contagio da coronavirus, in un momento di eccezionale emergenza sanitaria", si legge infine nella sentenza.
Secondo i magistrati che, invece, avevano sollevato la questione di costituzionalità, in plurime occasioni, la Consulta aveva già in precedenza affermato la natura sostanziale dell'istituto della prescrizione. In particolare, citando la sentenza Cedu "Taricco", la Corte nel 2017 aveva stabilito che "nell'ordinamento giuridico nazionale il regime legale della prescrizione è soggetto al principio di legalità in materia penale, espresso dall'articolo 25, secondo comma, della Costituzione", con tutti i corollari in punto di legalità, tassatività e divieto di retroattività dei trattamenti sfavorevoli.
Pertanto il regime legale della prescrizione doveva essere "analiticamente descritto, al pari del reato e della pena, da una norma che vige al tempo di commissione del fatto". I magistrati, nel loro atto alla Consulta, avevano anche ricordato che - sempre nella giurisprudenza costituzionale - si potevano leggere esplicite affermazioni per cui "il principio di irretroattività della legge penale sfavorevole non può soffrire eccezioni". Secondo quanto affermato in precedenza dalla Corte, il principio di legalità in materia penale esprime un principio supremo dell'ordinamento, "posto a presidio dei diritti inviolabili dell'individuo, per la parte in cui esige che le norme penali non abbiano in nessun caso portata retroattiva". I "principi supremi" espressi dalla Costituzione italiana non possono tollerare deroghe o eccezioni e non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale poiché essi "appartengono all'essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana". Di diverso avviso, la sentenza depositata mercoledì scorso.
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