di Errico Novi
Il Dubbio, 27 dicembre 2020
Dopo l'ultimo addio, quello del togato Csm Ciccio Zaccaro, lunga nota della pm che guida la storica corrente: "Chi va via lamenta la mancanza di confronto in Magistratura democratica, eppure lo ha sempre rifiutato". Certo è che con la crisi delle toghe progressiste rischia di allontanarsi ancora una riflessione coraggiosa e non moralistica sul caso Palamara.
Certo che se si pensa ai tormenti vissuti nella prima era del dopo Palamara, la lite all'interno della magistratura progressista è in fondo una declinazione attenuata, persino rassicurante. Dal rischio di un armageddon moralistico siamo ora alle scissioni politiche. Tutt'altra roba.
L'ultimo tornante della frattura in Md, apertasi con la fuoriuscita di Eugenio Albamonte, Luca Poniz e altri big, è l'addio silenzioso di Francesco "Ciccio" Zaccaro, togato al Csm. Segue il pioniere della rottura con Magistratura democratica, ossia Giuseppe Cascini, che a Palazzo dei Marescialli è il capogruppo della "macro-famiglia" progressista, cioè Area, e che ad agosto era stato il primo a riconsegnare la tessera della corrente originaria, Md appunto, che di Area fa parte.
È l'ultimo episodio, l'uscita di Zaccaro, ma viene accompagnato dal severo commento della segretaria di Magistratura democratica Mariarosaria Guglielmi. Una risposta affidata a una lunga nota che parte da un'amara riflessione: la scelta del consigliere Csm "è il disconoscimento del gruppo come comunità politica, la rottura di ogni dialogo con le persone con le quali si è condiviso un percorso e alle quali nessuna spiegazione è dovuta".
Guglielmi assicura che, insieme con il presidente Riccardo De Vito, manterrà fino alla fine del mandato l'impegno di "operare perché Md, con la sua specificità e il suo spirito critico, continui a esprimere capacità di dialogo in magistratura e nella società, e a essere una forza di aggregazione e di unità per tutti i magistrati progressisti". Ma soprattutto sostiene che chi, come il segretario di Area Albamonte, l'ex presidente Anm Poniz e ora Zaccaro è andato via da Magistratura democratica rischia di provocare conseguenze "distruttive" per l'intero "fronte della magistratura progressista".
Sono preoccupazioni espresse con un tono grave, ma dall'altra parte della barricata si mira proprio a Guglielmi e De Vito come responsabili di un isterilimento di Md, di averla isolata e soprattutto di aver negato ogni effettivo "dibattito interno". Su tale ultima contestazione Guglielmi replica con argomentazioni forti, di cui si dirà a breve. Ma intanto un fatto sembra chiaro: la fase due del dopo Palamara rischia, per una parte della magistratura, di diventare effettivamente autolesionistica.
Quanto avvenuto con il cosiddetto mercato delle nomine e con l'epitome di quel fenomeno - ossia il tentativo compiuto da Palamara e altri di impedire che il passaggio di testimone alla Procura di Roma avvenisse nel segno della continuità con Pignatone - sembra dovere per forza costare una implicita e indiretta autopunizione, peraltro proprio in quel settore della magistratura associata meno coinvolto dalle vicende di maggio 2019.
Al di là di quanto un simile esito sia inesorabile, c'è un ulteriore dato che ne deriva, e a cui forse è più difficile rimediare: si rischia cioè di rinviare ancora una volta un'analisi seria all'interno dell'Anm, sul vero significato dal caso Palamara. In parte tale elusione si è realizzata proprio attraverso l'asprezza della sanzione inflitta all'ex presidente Anm e con lo stesso iter procedimentale, in cui si è negato l'ascolto dei testi indicati dall'incolpato. In quella sede l'opportunità dell'analisi è svanita. Adesso la ricostruzione storica e il giudizio distaccato rischiano di essere soppiantati dall'infinita sequenza delle lacerazioni Proprio in quella componente del mondo togato, la sinistra di Area e di Md appunto, che è non solo più estranea al cosiddetto scandalo, ma anche più ricca dal punto di vista dell'abitudine all'approfondimento, al confronto intellettuale.
Si rischia così di perdere l'occasione di un riesame della crisi deflagrata nel 2019 il meno possibile moralistico e il più possibile costruttivo e propositivo. Sarebbe invece stato utile compierlo, a costo di opporne gli esiti, anche con un'opportuna dose di sfrontatezza, a quella politica che spesso in questi mesi ha maramaldeggiato sui magistrati. Altro motivo di rammarico, per la perdita di una simile occasione, è nel valore aggiunto che potrebbe assicurare il nuovo presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia, a cui vanno riconosciute autorevolezza ma anche franchezza nei toni, capacità di esprimere giudizi senza piegarli all'attesa del politicamente corretto.
Intanto è chiaro che all'assemblea di Area, prevista a gennaio, si andrà a un redde rationem tesissimo. Lo lasciano intuire la vicenda Zaccaro e la risposta di Guglielmi. La quale lamenta come detto soprattutto un "vizio", nell'addio a Md dei 25 firmatari della lettera e poi dal togato Csm: non aver sentito "il bisogno di portare le proprie ragioni nei luoghi di dibattito collettivo del gruppo".
Secondo la segretaria di Magistratura democratica "per alcuni, in realtà, si tratta a ben vedere di un "ultimo atto" del tutto coerente con un'assenza che si protrae da tempo proprio da quei luoghi di confronto politico di Md di cui si lamenta la mancanza. Luoghi che non sono le chat ma i consigli nazionali, sono le sezioni ancora attive e tutte le occasioni nelle quali l'impegno dei singoli riesce a segnare una presenza del gruppo, aperta e inclusiva".
Gli ormai ex compagni del gruppo, che resteranno in Area ma senza più il distintivo della "nobile storia" di Md, compiono, per Guglielmi, un "abbandono "unilaterale" in linea con la scelta di tenere posizioni di "dissenso non espresso" (e certo non soffocato), come accaduto anche all'ultimo congresso di Roma: nessuna presentazione di candidature "alternative" alla linea della dirigenza per l'elezione dei componenti del Consiglio Nazionale; numerose e compatte astensioni sul voto per il rinnovo di segretario e presidente in carica e per l'approvazione della mozione finale, rimasta infatti unitaria perché nessuna proposta alternativa è stata mai presentata".
Ma così, sostiene la segretaria di Md, "non si propone un'alternativa, non si indicano strade diverse nella direzione che si ritiene giusta, ma si decide l'abbandono. Si va via bruciando i ponti, senza possibilità di ripensamenti e chiudendo definitivamente le vie del dialogo. Non si prova a cambiare la "nobile storia" di Md ma si tenta di "rottamare" il gruppo che ne è l'erede. Non ci si limita ad interrompere un percorso individuale ma si mette in mora chi resta".
Può darsi sia un semplice e fisiologico esempio di dialettica politica interna. Certo sarebbe grave se l'esito delle differenze all'interno della sinistra giudiziaria prefigurasse l'implosione di uno tra gli ultimi luoghi di impegno pubblico e civile sopravvissuti alla crisi politica più ampia che, a cominciare dai partiti politici, travolge ormai il Paese e le sue classi dirigenti.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 27 dicembre 2020
La scissione delle toghe rosse. Il consigliere del Csm Zaccaro: la corrente è ormai lontana dai problemi della democratizzazione degli uffici e dalla giurisdizione. In questi anni abbiamo fatto più cose di sinistra noi di Area in Consiglio che tutti i comunicati di Magistratura democratica. Ma hanno scelto di non vederlo.
Giovanni "Ciccio" Zaccaro, giudice non ancora cinquantenne del Tribunale di Bari, eletto nel 2018 nel Consiglio superiore della magistratura nelle liste di Area, racconta di essersi iscritto a Magistratura democratica come reazione alla pretesa di Cesare Previti che nel 2002 voleva fossero resi pubblici i nomi di tutte le "toghe rosse". Nei giorni scorsi ha deciso di abbandonare Md, come aveva già fatto mesi fa un altro consigliere del Csm, Giuseppe Cascini, e appena poche ore prima che altri venticinque magistrati accompagnassero la loro identica scelta con una lettera di critiche alla dirigenza di Md. Zaccaro invece è andato via in silenzio.
Perché?
La mia è stata una scelta non belligerante maturata nel tempo. Non ho voluto fare polemiche e non voglio recriminare, mi interessa costruire qualcosa di più ampio e fecondo, resto in Area che è il gruppo nel quale sono stato eletto al Csm. Magistratura democratica con la sua storia è ancora un patrimonio fondamentale, ma da tempo ha rinunciato a parlare dei magistrati e con i magistrati. Negli ultimi anni ha fatto crescere molto la dimensione politica generale e assai meno la pratica nella giurisdizione e nell'organizzazione degli uffici. Vanno bene le tavole rotonde, le interviste e le manifestazioni, ma se Md non riesce a far crescere, poco alla volta, l'uguaglianza sostanziale della giurisdizione e non agisce per democratizzare gli uffici o non si preoccupa di una giurisprudenza orientata alla Costituzione allora serve a poco.
Queste cose, invece, Area le fa?
Anche Area ha i suoi limiti e Md purtroppo ha rinunciato all'ambizione di prenderne la guida, di esserne il motore culturale. Io scelgo di impegnarmi in quella direzione in un gruppo dichiaratamente progressista. L'intuizione, anni fa, fu quella di proporre un luogo, Area, a tutti i magistrati che vedono la giurisdizione come un modo per attuare i valori della costituzione e la magistratura non come un potere ma come un servizio. Sono convinto che gli spazi per chi vuole rappresentare questo mondo siano ampi. Ma Md si è affezionata ai suoi vessilli e si è rinchiusa nei suoi luoghi, ha perso un'occasione di emancipazione per la magistratura tutta. E adesso si preoccupa di fare concorrenza ad Area.
In questi stessi giorni di dicembre, nel 1969 Md subì la sua prima famosa scissione e anche allora era accusata di fare troppa politica...
Io non faccio questa accusa. Per me Md può e deve occuparsi di politica generale. Ma se torniamo alla sua storia allora dobbiamo ricordare che Magistratura democratica è nata proprio negli uffici giudiziari oltre che nei tinelli dei fondatori, mischiandosi e ponendo attenzione al lavoro concreto dei magistrati, declinando il pensiero politico generale nella quotidianità della giurisdizione e dell'organizzazione giudiziaria. Oggi a Md non interessa più portare la sua elaborazione al livello della quotidianità dei magistrati e così diventa un doppione di altri soggetti politici.
Si sente partecipe di una scissione da destra?
Neanche per idea. Noi consiglieri di Area nel Csm, peraltro tutti provenienti da Md, abbiamo fatto cose più di sinistra di tutti i comunicati stampa di Md. Anche il dibattito sul carrierismo rimane una cosa astratta se non produce innovazione. In Consiglio, per esempio, siamo riusciti a far approvare una circolare sull'organizzazione degli uffici che riduce di molto gli incarichi. In un'altra circolare, quella sull'accesso alla Cassazione, abbiamo valorizzato l'esercizio effettivo delle funzioni giudiziarie. Sono modi concreti di affrontare i problemi. Ma di tutto questo nel dibattito interno a Md non c'è stata traccia.
Non le è piaciuto che nei suoi comunicati Md criticasse il carrierismo come comportamento deteriore di tutte le correnti, nessuna esclusa?
Non mi sono offeso per quello che Md ha detto, casomai mi sono dispiaciuti i suoi silenzi. Vuole un altro esempio? Nella sua storia Magistratura democratica è stata molto attenta all'organizzazione del lavoro nelle procure. Dal 2006 in quegli uffici il potere è concentrato nelle mani del procuratore capo eppure, recentemente, proprio noi rappresentanti di Area nel Csm siamo riusciti a far approvare una circolare per democratizzare l'organizzazione delle procure. Md non ha detto niente.
Non è piaciuta invece a Md la scelta di tutti i consiglieri di Area di indicare Raffaele Cantone, reduce dall'incarico all'Anac al quale lo aveva voluto Renzi, alla guida della procura di Perugia...
Questa storia è veramente il segno di una grave miopia politica. Si vuole ridurre tutto il nostro lavoro nel Csm in due anni e mezzo a quella nomina, che pure ho condiviso. Noi consiglieri di Area siamo stati a tal punto estranei al tavolo della spartizione degli incarichi che ci è stato rimproverato nelle famose chat di Palamara. Abbiamo lottato da soli contro il rientro in ruolo in posizioni premiali degli ex consiglieri. Abbiamo perso. E poi si è scoperto che esisteva un cartello contro di noi.
di Carlo Fusi
Il Dubbio, 27 dicembre 2020
Intervista all'ex presidente della Camera. "In vista del Recovery serve un Paese più dinamico: con legislature che durano 4 anziché 5 anni, magari, e forti pensionamenti nella Pa, per avere personale a proprio agio con le nuove tecnologie. Dati sull'efficienza dei Tribunali spesso inattendibili. Potrebbe fornirli solo un'indagine parlamentare seria, i difensori possono dire quali sono gli uffici giudiziari che funzionano meglio e quali peggio, e per quali motivi".
Qualcuno ha una palla di vetro? Così magari possiamo vedere che anno sarà il 2021; se meglio di quello che sta per finire (e ci vuole davvero poco); quali sfide porterà (c'è il Recovery, dai!); quali sbocchi avrà "la rabbia degli onesti".
Provate a chiederlo a Luciano Violante, che ai vaticini preferisce l'analisi razionale, ed ecco cosa vi risponderà. "Guardi, la mia impressione è che ogni volta che si fanno interviste sull'anno che verrà, tutti rispondono con previsioni obbligatoriamente generiche.
Perciò sfuggendo la retorica sull'anno nuovo che è sempre un po' favolistica e scontata, "l'anno che viene sarà diverso da quello trascorso...", bisogna porsi alcuni interrogativi. Cominciamo dal punto di vista politico. Si terranno o no causa Covid le elezioni amministrative a Roma, Napoli, Torino, Milano, Palermo? Nella Capitale cosa succederà, quali alleanze verranno imbastite? È evidente che le forze politiche saranno obbligatoriamente impegnate su questo campo".
Già. Ma il punto è: oltre che di quelle amministrative sarà anche l'anno delle elezioni politiche?
Non credo.
Non lo crede, o non lo auspica?
Non lo auspico e non lo credo. Non lo auspico perché significherebbe aprire i seggi in piena pandemia: si può fare? E poi che senso ha cambiare i ministri se siamo impegnati nelle trattative con l'Europa? E inoltre io penso ci sia un punto politico-istituzionale dirimente.
Tipo?
Penso che al giorno d'oggi cinque anni di legislatura siano troppi. I tempi si sono talmente velocizzati che i cinque anni di adesso sono come 15 di ieri. I mutamenti sono ultra accelerati. Faccia caso: la maggior parte delle crisi politiche recenti avvengono intorno al terzo anno di legislatura, che per la politica è come il settimo anno nei matrimoni. È successo con il Conte uno, successe con Prodi e così via. Ridurre a quattro anni, come negli Usa e in Germania, sarebbe molto meglio, renderebbe più dinamica l'azione di governo.
Vaste programme, avrebbe detto De Gaulle. Veniamo ai fondi del Recovery: il 2021 sarà determinante...
Infatti. La domanda è: a che punto siamo su quel fronte? Non so che tipo di anno sarà il 2021. Certamente sarà un anno nel quale avremo risorse e dobbiamo essere capaci di spenderle. Faremo molto debito e dovremo essere capaci di ridimensionarlo. A mio avviso penso sarebbe sbagliato immaginare una sorta di azione sostitutiva dei soggetti che hanno responsabilità istituzionali in materia. Sono lieto che stia tramontando l'ipotesi della mega task force.
E invece, presidente, cosa servirebbe?
Beh, una forza piccola che controlli l'attuazione dei programmi di ciascun ministero, capace di intervenire per segnalare: qui state indietro, questo non lo state facendo e così via. Una forza che coadiuvi, non che sostituisca. Anche perché non potremo mai avere una Pubblica amministrazione efficiente se quando c'è una cosa importante da fare, la fa qualcun altro. Così si delegittima. E ancora: sarà l'anno della spesa, del debito buono come dice Mario Draghi? Quello che serve a costruire, non a distribuire mance? Me lo auguro.
Presidente, anche recentemente la presidente Von der Lyen ha detto che l'Italia deve fare due riforme: Pubblica amministrazione e giustizia. Condivide?
Sulla Pubblica amministrazione bisogna segnalare un paradosso. Anche il presidente Conte ha parlato della necessità di sburocratizzare e limitare il peso della burocrazia per un verso; per l'altro però la fase che stiamo vivendo, e quella che caratterizzerà i prossimi anni, saranno contraddistinte da un forte intervento dello Stato nell'economia e nei processi produttivi. E quindi servirà più burocrazia, non meno. È un paradosso che va risolto, rendendo la burocrazia più orientata al risultato che alle procedure. E poi bisogna garantire al pubblico funzionario certezza sui suoi poteri e sulle sue responsabilità.
E la giustizia? Si sono levate voci molto critiche: una per tutte quella del presidente Flick proprio sul Dubbio.
Devo dire che non condivido tutti i dati e le critiche che circolano.
Perché?
Perché quelli che circolano sono dati in larga parte non attendibili. Nel senso che si riferiscono a medie oppure fotografano la situazione solo delle grandi capitali. Faccio un esempio. Il World Economic Forum prende in esame i numeri delle capitali. Ora, mentre capita che Parigi funziona meglio di Lione, succede che Milano vada meglio di Roma. Prendere i dati delle capitali perciò rischia di produrre una visione distorta della realtà. Anni fa, come Italia Decide, avevamo effettuato, con Intesa San Paolo, una ricerca sulla giustizia civile in Italia. Era emerso che la produttività di molti uffici giudiziari era più elevata della media europea. Ovviamente c'erano degli uffici che avevano una produttività bassissima e facendo una media il livello complessivo si abbassava.
E dunque, cosa si ricava?
Stante anche il meccanismo specifico dell'amministrazione della giustizia nel nostro Paese, individuerei uffici giudiziari del Nord, del Centro e del Sud, grandi e piccoli, e andrei a vedere lì, nel concreto come funzionano le cose.
Basta così?
No. Proverei a rispondere all'interrogativo: perché, a parità di regole, ci sono Tribunali che funzionano bene e altri che funzionano male? Di fronte a questo scenario, molti dicono: bisogna cambiare le regole. Mi chiedo: serve cambiare le regole oppure c'è qualcosa di più strutturale da modificare? Ho l'impressione che di temi così delicati si discuta un po' per sentito dire, superficialmente, vittime del principio di autodenigrazione nel quale assai facilmente ci rifugiamo.
In sostanza presidente a cosa si riferisce? Con chi ce l'ha?
Con nessuno in particolare. Condanno un atteggiamento che a mio avviso è fuorviante. Più volte ho proposto, senza finora alcuna possibilità di ascolto, che le commissioni Giustizia della Camera e del Senato facciano una seria indagine conoscitiva su come funzionano davvero i Tribunali, stabiliscano cosa va e cosa non va. Se c'è un problema di norme o se c'è un problema di strutture, di dirigenti o di singoli magistrati. Per esempio: quante udienze a settimana fa una sezione di tribunale a Milano, Genova, Firenze, Roma, Napoli, Palermo? Quante sentenze scrivono? E di quale peso? Gli uffici giudiziari non sono tutti uguali. E visto che siamo sul Dubbio, questa indagine si potrebbe fare anche avvalendosi dell'esperienza dell'avvocatura. Gli avvocati possono dire quali a loro avviso sono gli uffici giudiziari che funzionano meglio e quali peggio, e per quali motivi. In questi ambiti è opportuno agire con la bussola del realismo, non inalberando visioni idealistiche. Guardare bene come stanno le cose e poi intervenire.
Dunque prima una attività chiamiamola istruttoria su Pubblica amministrazione e giustizia, e poi stabilire come agire con il Recovery. È così?
Sì. Riprendiamo il discorso sulla Pa. In questo settore l'età media è molto alta e, diciamo la verità, è difficile riconvertire un certo personale alle nuove tecnologie. Mi domando: è possibile pensare a rotazioni oppure a pensionamenti anticipati molto forti immettendo migliaia di giovani che sono più digitali? Credo che un'operazione del genere sia indispensabile, altrimenti non ne usciamo. Il problema non è di far lavorare di più ma di far lavorare diversamente. Se tu per 25-30 anni hai lavorato in un certo modo non è che negli ultimi cinque anni di servizio puoi cambiare completamente atteggiamento. Ogni mutamento degli strumenti di lavoro richiede un mutamento culturale. Un errore dimenticarlo.
di Simona Musco
Il Dubbio, 27 dicembre 2020
Il decreto 163 emanato dal guardasigilli Bonafede lo scorso 1° ottobre modifica il precedente regolamento del 2015. Tredici le aree individuate. Ministero della Giustizia e Cnf lavoreranno in sinergia per formare la commissione giudicatrice. Entra in vigore domani il nuovo regolamento sulle specializzazioni forensi. O, per essere fedeli alla definizione ufficiale, "per il conseguimento e il mantenimento del titolo di avvocato specialista".
"Un passaggio molto importante per l'avvocatura" e per i cittadini, i quali "avranno maggiori elementi per orientare le scelte di assistenza e di patrocinio", ha commentato, subito dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale del decreto ministeriale, la presidente del Cnf Maria Masi.
Il decreto, il numero 163 del 1° ottobre 2020, diventa efficace dopo un iter impegnativo, che ha richiesto passaggi e "visti" anche successivi alla sua emanazione, risalente appunto a quasi due mesi fa, da parte del guardasigilli Alfonso Bonafede. Gli avvocati che vorranno specializzarsi potranno acquisire il titolo sulla base della formazione specifica insieme con l'esperienza maturata nell'esercizio dell'attività professionale. Il decreto sopprime, per cominciare, quanto previsto dall'articolo 2 del precedente decreto del 12 agosto 2015, numero 144, per il quale "commette illecito disciplinare l'avvocato che spende il titolo di specialista senza averlo conseguito".
Si potrà conseguire il titolo di specialista in non più di due dei settori previsti dal nuovo decreto, che sono in totale 13: diritto civile, diritto penale, diritto amministrativo, diritto del lavoro e della previdenza sociale, diritto tributario, doganale e della fiscalità internazionale, diritto internazionale, diritto dell'Unione europea, diritto dei trasporti e della navigazione, diritto della concorrenza, diritto dell'informazione, della comunicazione digitale e della protezione dei dati personali, diritto della persona, delle relazioni familiari e dei minorenni, tutela dei diritti umani e protezione internazionale, diritto dello sport.
Per quanto riguarda i primi tre settori (civile, penale e amministrativo), il titolo di specialista si acquisisce a seguito della frequenza con profitto dei percorsi formativi o dell'accertamento dell'esperienza relativamente ad almeno uno dei sotto-indirizzi di specializzazione. Cambia in parte anche la struttura del colloquio, che ora sarà finalizzato all'esposizione e alla discussione dei titoli presentati e della documentazione prodotta a dimostrazione della comprovata esperienza nei relativi settori e indirizzi di specializzazione.
A valutare i "candidati" sarà una commissione composta da tre avvocati iscritti all'albo speciale per il patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori e da due professori universitari di ruolo in materie giuridiche, in possesso di documentata qualificazione nel settore di specializzazione oggetto delle domande sottoposte a valutazione nella singola seduta. Il Cnf nominerà un componente avvocato, i restanti componenti saranno nominati con decreto del ministro della Giustizia. Gli avvocati e i professori universitari rimangono iscritti nell'elenco dei commissari per un periodo di quattro anni.
In base all'articolo 8 del vecchio decreto, il titolo di specialista può essere conseguito anche dimostrando di avere maturato un'anzianità di iscrizione all'albo degli avvocati ininterrotta di almeno otto anni e di avere esercitato negli ultimi cinque in modo assiduo, prevalente e continuativo attività di avvocato in uno dei settori di specializzazione, dimostrando di aver trattato nel quinquennio almeno 10 incarichi professionali fiduciari per anno, rilevanti per quantità e qualità.
Nel nuovo decreto viene aggiunto un nuovo criterio, ovvero la valutazione della congruenza dei titoli presentati e degli incarichi documentati con il settore e, se necessario, con l'indirizzo di specializzazione indicati dal richiedente. Per quanto riguarda il periodo transitorio, l'avvocato che ha conseguito nei cinque anni precedenti l'entrata in vigore del decreto un attestato di frequenza di un corso almeno biennale di alta formazione specialistica, organizzato dal Cnf, dai Coa o dalle associazioni specialistiche maggiormente rappresentative, può chiedere al Cnf il conferimento del titolo di avvocato specialista, previo superamento di una prova scritta e orale, davanti ad una commissione composta da docenti nominati dal Consiglio stesso.
Ciò vale anche se nei cinque anni precedenti l'entrata in vigore del decreto si sia conseguito un attestato di frequenza di un corso avente i requisiti previsti e iniziato prima del 27 dicembre 2020 e alla stessa data non ancora concluso. Infine, il titolo di avvocato specialista può essere conferito dal Cnf anche in ragione del conseguimento del titolo di dottore di ricerca, se riconducibile ad uno dei settori di specializzazione individuati dal decreto.
"Il titolo di specialista - ha aggiunto Masi - affianca e non sostituisce il tema della formazione permanente anche in settori nuovi e diversi in cui il Cnf crede e investe. Non si può poi trascurare come l'ulteriore specificazione di settori come quello relativo alla tutela della persona e delle relazioni familiari, così come la tutela dei diritti umani, soddisfi l'esigenza non di maggiore cura ma di adeguata attenzione al ruolo sociale che siamo chiamati a svolgere".
farodiroma.it, 27 dicembre 2020
"Come ogni anno, mi sono recato ieri mattina al carcere di Regina Coeli (dove sono stato volontario per 15 anni) accompagnando gli amici della Comunità di Sant'Egidio, che nonostante non abbiano potuto organizzare il tradizionale pranzo, hanno comunque portato lasagne ed un regalo alle oltre 900 persone presenti nel penitenziario romano.
Durante la visita nelle varie sezioni, accompagnato dalla direttrice Sergi, che ringrazio per l'accoglienza, ho potuto parlare oltre che con i detenuti, con il personale della polizia penitenziaria in servizio". È quanto dichiara in una nota Paolo Ciani, Segretario di Democrazia Solidale e Vice Presidente della Commissione Sanità alla Regione Lazio.
"La seconda ondata della Pandemia purtroppo non ha risparmiato i penitenziari, dove si sono registrati diversi casi di contagio. Per questo la Asl ed il personale sanitario del carcere ha moltiplicato le misure di prevenzione, a partire dai tamponi. Ma l'attenzione deve restare alta: ne ho parlato recentemente anche con il Provveditore Cantone, con cui in questi mesi mi sono confrontato più volte sulle misure da intraprendere per il contenimento della diffusione del virus. Il carcere è per definizione uno spazio chiuso e proprio per proteggere tutte le persone presenti (detenuti, agenti, personale civile, personale sanitario e le rispettive famiglie), ritengo debba essere inserito tra i luoghi prioritari dove effettuare i vaccini quando saranno a disposizione. Con queste finalità ho anche promosso con i colleghi Capriccioli e Bonafoni un Ordine del Giorno in Consiglio Regionale, per impegnare la Giunta ad adottare i necessari provvedimenti", conclude Ciani.
Corriere dell'Alto Adige, 27 dicembre 2020
Pacifici era in carcere per stalking. La rabbia dei genitori. È morto in circostanze che i suoi familiari considerano sospette, chiedendo che venga fatta chiarezza. Si tratta di Davide Pacifici, 43 anni, di Frosinone ma che viveva da tempo in Alto Adige e lavorava come cassiere in un supermercato a Bolzano. Secondo quanto riferito da "Il Messaggero", l'uomo da circa 10 giorni si trovava in carcere perché la ex compagna lo aveva denunciato per stalking.
Nei giorni scorsi Davide Pacifici aveva accusato delle difficoltà respiratorie ed aveva chiesto di poter essere visitato perché stava molto male. Trasportato presso l'ospedale di Frosinone, l'uomo è morto dopo poche ore. Il padre ha presentato denuncia contro ignoti presso la caserma dei carabinieri chiedendo il sequestro delle cartelle e della salma.
Il padre chiede di sapere la verità circa questo decesso improvviso del figlio. Gli inquirenti hanno già sequestrato la cartella clinica dopo la denuncia presentata dai genitori, per cercare di capire il motivo della morte improvvisa del figlio. Pacifici aveva chiesto con urgenza l'intervento del medico a causa di difficoltà nel respirare, ed aveva anche una gamba gonfia con tumefazioni.
La situazione poi era precipitata nel giro di poche ore e nemmeno il trasferimento all'ospedale aveva permesso ai sanitari di salvargli la vita. Domani il medico legale incaricato dalla Procura di Frosinone effettuerà l'esame autoptico sulla salma.
rainews.it, 27 dicembre 2020
Oltre 30 i detenuti risultati positivi da fine novembre. ma il rischio più grande è legato alla sfera psicologica e alle patologie psichiatriche. "Abbiamo dedicato ancora più attenzione ad incontrare i detenuti, nell'ascoltarli, nel provare a ridurre l'angoscia che provano e metterli a conoscenza delle informazioni che riguardano la pandemia, il virus".
Il Covid-19 entra anche nel carcere di Spini di Gardolo. Non solo con i contagi, ma con i dubbi, i timori, tanto più pericolosi in una popolazione già a forte rischio di disagio psicologico e patologie psichiatriche. Fondamentale, ricorda lo psichiatra Leone Barlocco, è allora assicurare vicinanza ai detenuti, fornendo loro tutte le informazioni, senza le quali è facile si possano generare "delle mistificazioni - spiega ancora Barlocco - dei timori esagerati, delle condotte non appropriate, che possono sfociare poi sicuramente in un disagio manifesto".
Nella casa circondariale di Trento nord è stato anche implementato il protocollo prevenzione suicidio. Tra le mura del carcere, il Covid-19 incide però anche sugli aspetti sanitari. Tante le precauzioni, dall'isolamento per i nuovi arrivi allo screening periodico. Proprio lo screening ha fatto emergere a fine novembre un caso di positività, che ha poi generato un focolaio. Oltre 30 i contagiati totali, per nessuno è stato necessario il ricovero in ospedale, tutti sono stati assistiti nel reparto Covid realizzato all'interno del carcere, dove vengono seguiti dal personale sanitario del carcere guidato dalla dottoressa Chiara Mazzetti. "C'è l'osservanza di tutte le misure - spiega mazzetti - sia per gli operatori sanitari che penitenziari e tre volte al giorno viene somministrata la terapia, vengono rilevati i parametri vitali, viene fatto un controllo clinico".
di Walter Cori
ekuonews.it, 27 dicembre 2020
Due nuovi focolai di Covid-19 a Lanciano (Chieti), nel carcere e nella residenza anziani 'Santiago', un totale di 89 positivi. Lo annuncia il sindaco, Mario Pupillo, aggiornando la situazione in città dove sono complessivamente 185 i positivi. "Purtroppo, l'aumento sensibile è dovuto in larga parte ai contagi dei focolai sviluppatisi nell'istituto per anziani 'Santiago' e nella Casa Circondariale.
Asl e direzione sanitaria della residenza protetta ci hanno comunicato l'esistenza di un focolaio nella struttura: su 68 ospiti 40 sono risultati positivi al tampone molecolare, uno dubbio, gli altri 27 negativi. Gli ospiti negativi - fa sapere il sindaco - sono isolati in un altro piano della struttura. Sei positivi sono stati trasferiti in ospedali Covid della regione per una migliore assistenza terapeutica. Tra gli operatori si registrano 15 positivi.
Il focolaio è emerso da uno screening di controllo avviato il 21 dicembre. Sono stati richiesti l'attivazione del Centro operativo comunale (Coc) e l'intervento delle Usca. Faremo tutto il possibile - aggiunge Pupillo - per aiutare la residenza. La stessa Asl ci ha comunicato la positività al Covid-19 di detenuti della Casa Circondariale di Lanciano, circostanza confermata dalla direzione della struttura: al momento 34 i detenuti positivi, dei quali 33 asintomatici isolati dal resto della struttura e un ricoverato in ospedale. Questi numeri rendono chiaro come sia necessario, specie in questo periodo di festività in cui una piccola disattenzione in ambiente familiare può essere fatale, utilizzare in dosi massicce l'unico vaccino che al momento abbiamo a disposizione: il rispetto delle norme, in attesa che arrivi a tutti quello vero che da domani comincerà ad essere somministrato alle categorie a rischio".
Corriere del Veneto, 27 dicembre 2020
Da un lato la denuncia che, con il carcere sostanzialmente "chiuso" verso l'esterno e dunque senza possibilità di essere visitati dai propri parenti, a cui vanno aggiunte anche le enormi difficoltà di dialogo con i difensori, questo è stato un Natale di grande solitudine per i detenuti di Santa Maria Maggiore a Venezia.
Dall'altro la richiesta di somministrare "con la massima priorità" il vaccino anti-Covid al personale della Polizia penitenziaria. Il consiglio direttivo della Camera penale veneziana, guidato dall'avvocato Renzo Fogliata, accende una luce sul carcere, dopo che nei giorni scorsi era emersa la positività al virus di 24 detenuti e di 3 agenti.
I penalisti hanno scritto una lettera-appello al patriarca Francesco Moraglia (ricordando come per molti detenuti la messa di Natale fosse un momento importante e molto atteso), al governatore Luca Zaia e al sindaco Luigi Brugnaro, ai vari soggetti del sistema giudiziario, ma anche al dg dell'Usl 3 Giuseppe Dal Ben, proprio per sollecitare il vaccino.
"Ci pare inutile sottolineare - è scritto - con quanta preoccupazione e quale sofferenza verranno vissute queste festività nella Casa Circondariale di Venezia". La Camera penale ricorda anche come si fosse cercato di dar vita a un protocollo d'intesa sulle "buone prassi" per permettere adeguati incontri tra detenuti e legali, su cui però da settimane manca il via libera della direttrice. "Una situazione ormai del tutto inaccettabile, pur a fronte della costante attenzione dimostrata dalla presidente del Tribunale di Sorveglianza, la dottoressa Linda Arata - conclude la lettera - e di straordinaria gravità".
di Riccardo Bigi
toscanaoggi.it, 27 dicembre 2020
La celebrazione del Natale a "Misericordia Tua", la casa d'accoglienza per carcerati ammessi alle misure alternative ed ex detenuti di Sant'Andrea a Lama. Don Morelli: "Qui si sperimenta il senso profondo del Natale".
"In un luogo come questo, in cui si accoglie un'umanità ferita, prendendosene cura e accompagnandola verso percorsi di reinserimento sociale, si può davvero sperimentale il senso profondo di questo Natale, sicuramente diverso perché ci manca qualcosa, ma forse più vero, che ci ha permesso di scoprirci più vicini anche se distanziati, più aperti anche se con il volto in maschera, più disposti a collaborare se scopriamo quanto è importante fare le cose insieme".
Per celebrare il Natale il direttore della Caritas di Pisa don Emanuele Morelli ha scelto "Misericordia Tua", la casa d'accoglienza della diocesi a Sant'Andrea a Lama (Calci) che da due anni ospita carcerati ammessi alle misure alternative ed ex detenuti, Sette quelli accolti complessivamente dall'inaugurazione ad oggi e quattro quelli presenti in questo periodo.
Nella chiesa di Sant'Andrea Apostolo, la più antica del territorio calcesano e attigua alla canonica che ospita la casa d'accoglienza, con loro, ieri mattina (25 dicembre), oltre a don Emanuele Morelli c'erano anche alcuni componenti della "squadra" di Misericordia Tua: dallo psicologo Lorenzo Lemmi, al custode Luciano Zorzi fino ad alcuni dei volontari che svolgono servizio nella struttura, oltre a un gruppo di credenti dei dintorni che hanno voluto celebrare il Natale con i "i vicini di casa" e, ovviamente, a Vittorio Cerri, per 19 anni direttore del "Don Bosco" di Pisa e ora responsabile di "Misericordia Tua": "La nostra comunità vive in questo luogo da due anni e insieme ce la stiamo mettendo tutta per "fondare la casa sulla roccia" - ha detto.
Una roccia spirituale innanzitutto, perché come diceva sempre don Bosco, citando il salmo 126: "Se il Signore non fonda la casa, invano i costruttori si adoperano...". Per questo ringraziamo l'arcivescovo che continuamente ci mostra la sua vicinanza ed il frutto della sua preghiera, i sacerdoti dell'arcidiocesi, la Caritas e la Cappellania del Carcere.
Ma anche - ha proseguito Cerri - una roccia sociale, perché il nostro sviluppo, dovendo essere lento e sicuro, è dovuto alla bella e proficua sinergia con la Magistratura di Sorveglianza, senza la cui fiducia non saremmo andati lontano, con l'Ufficio di Esecuzione penale esterna di Pisa e la relativa direzione generale di Firenze, vera colonna di questa istituzione, il Carcere di Pisa e degli "angeli" locali della legge: i Carabinieri di Calci, sotto il cui occhio competente e vigile si svolge serena la vita di questa casa. Auguri dunque agli abitanti di sant'Andrea e di tutto il territorio calcesano ed infine un coloro abbraccio ai nostri operatori e volontari - ha concluso -: il vicedirettore, il ragioniere, il brigadiere della polizia penitenziaria, il cappellano, la suora, Daniela e Maria Chiara di Controluce e soprattutto Luciano, il prezioso custode, a Paolo, Matteo e Alessio. Il Signore conceda a tutti un santo Natale".
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