di Adriano Sofri
Il Foglio, 1 aprile 2021
È quello condiviso da pm e giudici, descritto nel "sistema" di Palamara. Ho letto il famoso libro-intervista di Palamara e Sallusti su "Il Sistema". Non corro il rischio di veder peggiorata la mia fiducia nella magistratura, che infatti è uscita intatta da questa "storia segreta".
Sarei bensì curioso di sapere che impressione ne traggano i cittadini presso i quali sta andando a ruba. Immagino che se ne faccia soprattutto una lettura di costume, a partire dal titolo, mutuato dalla camorra. L'altro titolo naturale, "La casta", era già preso, e presto fuggito di mano ai suoi autori. "Il Sistema" ha in più una connotazione criminale, che non guasta.
Ma si tratta di spiccioli, i biglietti omaggio per la partita, il raddoppio per quattro anni al Csm dello stipendio di 6.000 euro e corsia preferenziale al rientro in carriera, la procura di Roma o un ministero, l'ospitalità fissa di qualche rete. Un'antica saggezza insegna a puntare su una modesta corruzione pur di sventare le sciagure della purezza.
La questione, cioè, se i migliori magistrati non siano i peggiori. E i politici? "Fino al 2018. Lotti era l'uomo più ricercato anche da tanti magistrati". Lo sbalordimento per la notizia non impedirà di cogliere l'involontaria comicità di quel "ricercato".
E Piercamillo Davigo, "dato come vicino ai grillini": ecco che cosa può fare la lingua a un uomo, senza nemmeno accorgersene. L'Anm e il Csm dedicano sessioni a discutere dei calzini del giudice Mesiano, e si sbrigano quanto "all'opportunità di occuparsi dei depistaggi su Borsellino". "Nel nostro mondo", dice Palamara, e intende la giustizia. "Nel nostro mondo la corrente di Unità per la Costituzione viene chiamata Unità per la prostituzione".
Le sue roccaforti - i suoi bordelli principali, dunque - "sono Napoli, Catania e Roma". C'è dello spirito di categoria. C'è invece un'aria loscamente spiacevole nell'insistenza con cui Palamara chiama a correo Loris D'Ambrosio, consigliere giuridico del Quirinale di Napolitano e morto di quello. È morto, non risponde. Altri sono vivi. Di alcuni vengono puntigliosamente fatti i nomi. Ma qualcuno dovrà pur riconoscersi in una dichiarazione come: "Negli ultimi dieci anni non c'è un magistrato di Cassazione, un solo procuratore o procuratore aggiunto che non sia arrivato a quel posto attraverso il metodo Palamara".
Lo spodestato titolare del metodo sa che siamo in "un'epoca di grande attenzione alla sfera privata e ai diritti delle donne". Lui, la cui sfera privata e le cui donne sono state messe in piazza, pubblica conversazioni in cui colleghe e colleghi gli raccomandano: "Ma non lo dire a nessuno, ti prego" (Maria C.), "Non dire a nessuno che ti ho detto questo" (Nicola C.), "Tienilo per te..." (Paolo A.). Non sono solo i pentiti di mafia a mettere da parte le frasi da smerciare in estremi. Appena qualcuno minaccia di scalfire il Sistema, spiega Palamara, viene fuori a farlo secco un cecchino. Il proiettile più micidiale mi pare compendiato in un verbo, "lambire".
Il tal magistrato "è lambito da un'indagine", e il salto di carriera o la ribellione al Sistema si rompono. Non sono nemmeno sfiorato - lambito - dalla tentazione di dare un gran credito all'effusione di Palamara. Uno che dice: "Nulla accade a caso, c'è sempre un meccanismo, un sistema invisibile che si muove all'unisono", sacrifica alla paranoia, per vanità o per autoindulgenza. Uno che dice: "La politica - lo ha insegnato un grande intellettuale come Canetti - ha anche un lato oscuro". Canetti, per dire questo? Si cerchi piuttosto una citazione sul lato chiaro.
Palamara dice un'enormità come: "Nella magistratura vige un clima di terrore interno", ed esagera, probabilmente. Ma esagera tanto che bisogna ridicolizzarlo, o smentirlo. Ho un punto di vista speciale da far valere contro il mondo, i mondi interi. Non è il mio personale. È quello della moltitudine dei dannati che stanno nel fondo del Giudizio Universale, inforcati dai diavoli e arrostiti agli spiedi infernali, dopo essere passati per i tribunali.
Là i procuratori e i giudici de "Il Sistema", terrore interno e sulla Costituzione-Prostituzione, hanno indagato incarcerato giudicato miriadi di disgraziati. Là non sono stati resi più equanimi dalla povertà e dalla infermità degli anonimi pazienti, dalla loro irrilevanza per le carriere. Se esistesse una giustizia, non la divina e celeste, e nemmeno la terrestre dei desideri, ma una appena decente, appena professionale, allora l'ultimo dei condannati dall'ultima delle celle nude di una galera qualunque, il recidivo eroinomane ladruncolo e piccolo spacciatore, farebbe ricorso a una Corte d'onore, per essere stato condannato (o assolto, è quasi lo stesso) da un pubblico accusatore e un giudice che vivono un comune clima di terrore interno, si scambiano un voto e un biglietto per lo stadio, si accaniscono sui calzini turchese e lasciano correre l'opportunità di occuparsi dei depistaggi su Borsellino.
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 1 aprile 2021
Raccontarsi per come si è, né cartolina né necrologio, un po' e po', una miscela di tragedia, commedia, condita dalla farsa. La vita di ognuno è un misto di tutto, così la vita di una terra: un insieme di tutte le cose che accadono al mondo, in tutti gli angoli del mondo, con prevalenze e mancanze. A tutti dovrebbe essere permesso il racconto sincero, anche solo per lo sfizio di raccontare bugie. Il Sud questo diritto non lo ha, è quello che un narratore onnipotente e onnisciente vuole. Non è un pensiero a se stante, stratificato, complesso; è brandelli di pensate superficiali, in bilico fra quelle da cronaca nera e quelle da fiction.
Perciò il Sud non è, resta un pianeta distante, confinato in una galassia lontanissima, di cui arrivano solo le leggende. Il Sud famigerato dei processi di mafia o quello colorato delle serie televisive. Falso uno e falso un altro: due bugie non hanno mai dato corpo a una verità. Una deriva a cui sembra impossibile sottrarsi: quasi nessuno prova a raccontarlo un Sud per come è, lo si racconta per come serve agli altri, a se stessi. Lo si racconta per come poi se ne possa fare pietanza. E non è che non ci siano stati grandi narratori a raccontarlo, passano gli sforzi di Pirandello, di Sciascia, di Alvaro, di Strati, e di una lunga e sacra schiera, come le puntate di un film neorealista non in tono con le tendenze attuali. Il Sud è commissari e procuratori, sbirri e banditi: tutti ora truci ora leggeri; una terra colorata, intrisa di zagare e sole che si sveglia tardi perché c'è sempre poco da fare, e poi finisce al tavolo di un ristorantino vista mare a godersi frittelle di fi ori e pescato freschissimo.
Tutto si assonna nella certezza di un andrà tutto bene alla fine. E invece da secoli niente va a finire bene, perché il Sud non è un filmetto americano in cui i marine rimetteranno l'ordine dei giusti, o arriveranno i borghesi illuminati a distribuire carezze. Il Sud è il documentario su una zolfatara, i minatori si dicono l'un l'altro non ti schianterai, non aver paura, senza aspettarsi risoluzioni se non quelle che passeranno attraverso lotte e resistenze durissime. Dopo averlo vestito per decenni dei panni dell'imputato, si pensa di risarcire il Sud per mezzo di un inesauribile gomitolo di soap-fiction che tessono trame unendole a orditi fatti per tranquillizzare chi guarda, invitarlo in location da urlo. Nessuno ci pensa a raccontare il Sud di quelli che il Sud lo vivono, lo abbandonano, lo invocano e lo bestemmiano.
Un Sud che sia un Sud vero, non la major di una cospicua stirpe di writer o storyteller, ma con un'aria che a volte sa di gelsomino e altre di cumuli di spazzatura bruciata. Un Sud che non è né arretrato né antimoderno, che semplicemente si sia scontrato con una modernità portata da lontano. Un incidente da cui una cultura ne sia uscita a pezzi, senza che nessuno si sia poi preso la briga di curarla, di sanarne le ferite. C'è un Sud che dovrebbe e vorrebbe raccontarsi da Sud, ma è un fi lm che quelli bravi, di fuori, dicono non potrebbe aver successo. E allora proseguiamo a narrare di camicie a fiori, di ozio creativo e di estati perenni. Proseguiamo a inventare finzioni patinate che lasceranno intonsa la sostanza di un mondo che continuerà a essere altro per chi davvero lo viva o lo abbandoni.
di Matteo Grittani e Valeria Pini
La Repubblica, 1 aprile 2021
A 15 anni dalla legge che ne disciplina l'uso medico è ancora difficile ottenere queste terapie. L'appello al governo. Sono passati quasi 15 anni dall'introduzione della cannabis a uso medico in Italia, ma per molti pazienti le terapie sono spesso una chimera e non riescono ad avere quei farmaci che potrebbero alleviare dolore o contrastare i sintomi delle loro malattie. Il problema? La legge del 2006 viene disattesa. Quando le Regioni la applicano, lo fanno in modo disomogeneo. A volte la ignorano. Le cose possono cambiare da un ospedale all'altro, da una città all'altra. E quando la ricetta del dottore arriva, c'è il problema della reperibilità di queste sostanze per produzione insufficiente e scarse importazioni. Con problemi burocratici o personale sanitario ancora poco preparato.
Al presidente del Consiglio Mario Draghi l'Associazione Luca Coscioni e Forum Droghe, a nome delle oltre 400 persone che hanno digiunato per la cannabis, si sono rivolte chiedendo di convocare la conferenza nazionale sulle droghe, come previsto dall'articolo 15 del Testo Unico sugli stupefacenti. Con l'obiettivo di avviare la valutazione delle politiche più adeguate in materia e tutelare i pazienti come Walter De Benedetto.
Oltre a soffrire per l'artrite reumatoide si è trovato a combattere una battaglia legale per ottenere le terapie. Per contrastare i dolori si è fatto aiutare da un amico nella produzione domestica di piante. E si è visto coinvolto in un processo per coltivazione di sostanza stupefacente in concorso. Situazioni difficili che in questi mesi hanno visto la solidarietà di tantissime persone che hanno partecipato al "digiuno per la cannabis" per sensibilizzare le istituzioni sul tema.
Inoltre da poco l'Onu ha cancellato la cannabis dalle sostanze dannose. Sempre di più si parla del Cannabidiolo o Cbd come di una 'molecola multitasking' per trattare diverse patologie. Dall'epilessia ai balsami, dalla cura del dolore e dell'insonnia agli orsetti gommosi. Abbiamo provato a fare il punto sugli studi più recenti in materia. Storie di pazienti, di persone, che si intrecciano a una terapia che può aiutarli ad affrontare giornate complicate.
È emblematica anche la storia di Charlotte, una bimba nata nel 2006 da una famiglia di Colorado Springs, negli Stati Uniti. La prima crisi epilettica arrivò a tre mesi. La diagnosi gelò i genitori Matt e Paige: sindrome di Dravet, una rara e violenta forma di epilessia, che si manifesta con crisi epilettiche, disturbi cognitivi e difficoltà motorie ed è farmaco-resistente. Vennero provate tutte le terapie convenzionali, poi i farmaci sperimentali e la dieta chetogenica, ma la malattia avanzava inesorabile. Tanto che Charlotte, dopo pochi anni, fu costretta ad alimentarsi con un sondino e muoversi in sedia a rotelle, fiaccata da oltre 300 crisi convulsive a settimana. I dottori suggerirono il coma indotto, per dare respiro al suo corpo indebolito. Fu nel 2011 che Paige e Matt Figi, sfiniti dalla lotta della figlia, vennero a sapere di un altro bimbo con la stessa patologia che sembrava beneficiare di un particolare composto della Cannabis e decisero di somministrarlo alla figlia. Ciò che osservarono fu eccezionale: le convulsioni scomparvero quasi completamente dopo trenta giorni. E nel giro di venti mesi, Charlotte non aveva più bisogno di gran parte degli altri farmaci antiepilettici: ricominciò a camminare, andare in bici e giocare con la sua sorella gemella Chase.
L'estratto dalla Cannabis che secondo i genitori salvò la vita a Charlotte è il Cannabidiolo (o Cbd), uno degli oltre 100 cannabinoidi finora identificati ed estratti dalla pianta di Cannabis Sativa. A differenza del suo "cugino high" - il Delta-9-tetraidrocannabinolo (o Thc) - non è psicotropo e dal 2017 è considerato dall'Oms "sostanza non stupefacente adatta all'uso medico". Se la storia della piccola Charlotte Figi ha oltrepassato i confini del Colorado è grazie a un documentario della Cnn pensato nel 2013 dal neurochirurgo Sanjay Gupta. Charlotte purtroppo non c'è più dall'aprile scorso, ma la sua esperienza ha portato molti malati a chiedere il pieno riconoscimento del cannabidiolo come trattamento, rivoluzionando di fatto l'intero panorama della cannabis medica.
A distanza di pochi anni, il fitocannabinoide ha conquistato una parte più ampia di consumatori (non solo coloro che l'assumono per necessità) ed è diventato un autentico trend-topic salutistico. Creme, integratori, infusi, e-cig, cristalli, shampoo, oli, orsetti gommosi: il mercato si è sbizzarrito presentando la molecola come un antidoto universale per ogni malanno. Ma si sa: i proclami del marketing e la realtà scientifica viaggiano su strade tanto parallele quanto destinate a non incontrarsi mai. Se sono state infatti dimostrate nel tempo l'azione ansiolitica, analgesica, antiepilettica o sonnifera del Cbd, prima di considerarlo alla stregua di un medicinale per trattare condizioni specifiche servono conferme che solo ricerca e sperimentazione possono dare.
Esistono prove millenarie che testimoniano l'uso terapeutico dei derivati della cannabis, ma i primi dati scientificamente rilevanti sul Cbd arrivano nella seconda metà del secolo scorso. Nel 1963 Raphael Mechoulam, un professore di chimica della Hebrew University di Gerusalemme, considerato il padre della ricerca moderna sulla cannabis medica, individuò la struttura molecolare del cannabidiolo. Pochi anni più tardi, nel 1978, il gruppo guidato da Mechoulam pubblicò un trial clinico che dimostrava per la prima volta l'effetto antiepilettico del Cbd. A poco più di quarant'anni dalle prime ricerche di Mechoulam, l'unico medicinale a base di Cbd approvato oggi - sia dall'europea Ema che dalla statunitense Fda - cura proprio l'epilessia: Epidiolex di GW Pharmaceuticals. O meglio, il farmaco mira a ridurre l'insorgenza delle convulsioni associate a due rare forme di epilessia farmaco-resistente che esordiscono in età infantile: la sindrome di Lennox-Gasteaut e quella di Dravet, la patologia che colpì Charlotte Figi.
L'epilessia è uno dei disturbi neurologici più diffusi al mondo con 70 milioni di malati, circa un terzo dei quali mostra resistenza alla terapia (principalmente sintomatica) con anticonvulsionanti. Epidiolex ha superato nel 2018 le tre fasi della sperimentazione clinica, forte dei trial del professor Orrin Devinsky, direttore del Comprehensive Epilepsy Center della New York University. Ricerche ispirate anche dalla battaglia di Charlotte - come lo stesso Devinsky ha più volte dichiarato - i cui risultati hanno dimostrato efficacia e sicurezza del cannabidiolo. Nel dettaglio, in un primo studio i soggetti trattati ogni giorno con dosi da 5 a 50 mg per kg di peso, riducevano del 36% gli episodi convulsivi, mentre in una successiva ricerca (a doppio-cieco controllato con placebo, in cui nessuno sa chi assume il placebo e chi il principio attivo), con 10-20 mg la frequenza calava fino al 42%.
"In alcuni bambini le convulsioni sono addirittura sparite del tutto", sottolineava Devinsky dinanzi a risultati tanto eccellenti. Ma in quale modo il cannabidiolo riuscirebbe a placare l'epilessia farmaco-resistente? A spiegarlo è il professor Pasquale Striano, medico epilettologo e neurologo pediatra dell'Istituto Gianna Gaslini di Genova, tra i maggiori esperti italiani sulle encefalopatie epilettiche dell'età evolutiva e sugli effetti terapeutici del Cbd in quest'ambito. "Si tratta di una molecola che ha meccanismi d'azione non convenzionali rispetto alle cure standard - osserva Striano - il Cbd agisce su due recettori specifici: il GPR55, che se inibito ha effetti anticonvulsivi, e il TRPV1, recettore della capsaicina - ingrediente attivo del peperoncino rosso e potente disinfiammante - anch'esso coinvolto nella modulazione delle crisi epilettiche". A ribadire l'azione antiepilettica del cannabidiolo, c'è un recente studio del gruppo guidato da Striano al Gaslini in cui, dopo un follow-up di 24 settimane, il 73% dei pazienti curati con cbd puro per via sublinguale riportava una significativa riduzione delle convulsioni, mentre il 19% addirittura azzerava gli episodi. Come si spiegano questi dati estremamente incoraggianti? "Il cannabidiolo somministrato per bocca, come nei trial Usa, ha una biodisponibilità dal 4 al 10% (vuol dire che oltre il 90% viene smaltito ndr), mentre per via sublinguale sale all'80-85%", risponde Striano. E ciò permette dosaggi più generosi.
Il primo farmaco a base di Cbd è stato approvato pochi mesi fa da Fda anche per il trattamento dell'epilessia associata alla sclerosi tuberosa complessa (Tsc), una malattia genetica che colpisce 1-2 milioni di persone al mondo e 1 su 6000 nuovi nati. Sintomo principale: le convulsioni, che si presentano nell'80% dei casi e quasi sempre nella prima infanzia. Sono numerose le prove cliniche a supporto della cura per la Tsc. Tra le principali c'è un trial controllato randomizzato messo a punto da Elizabeth Thiele, professoressa di Neurologia alla Harvard Medical School. Dei 224 pazienti trattati con Cbd (25-50 mg per kg di massa corporea al giorno), "il 48-49% ha ridotto significativamente gli episodi nelle 16 settimane di osservazione", si legge nelle conclusioni.
L'epilessia resistente è senza dubbio una delle applicazioni più concrete del cannabidiolo, ma ha solo vantaggi oppure ci sono limiti? "C'è un equivoco che va chiarito - avverte Striano - il Cbd non è il più efficace degli antiepilettici, e soprattutto bisogna combattere l'idea sbagliata che si tratti di un prodotto natural, 'che fa meno malè. Si tratta al contrario di un farmaco con un alto profilo di sicurezza e tolleranza, che può essere prescritto da uno specialista epilettologo nei casi in cui il paziente abbia provato almeno due antiepilettici senza risultato". Come è stato ribadito al congresso nazionale della Lega Italiana contro l'Epilessia (Lice), c'è evidenza che farmaci a base di cbd puro possano essere efficaci in forme di epilessia anche diverse da quelle legate alla Lennox-Gasteaut e alla Dravet. "Un discorso che potremmo estendere potenzialmente a tutte quelle malattie in cui c'è un'infiammazione cronica di basso livello come il disturbo del sonno, la sindrome metabolica o l'asma - aggiunge Striano - ma al momento l'indicazione di usarli è limitata alle patologie per cui sono stati approvati".
Insieme all'epilessia, uno dei campi d'azione più interessanti del cannabidiolo, è quello dei disturbi psicotici, in particolare la schizofrenia e le psicosi schizofreniformi. La prima è un disturbo mentale caratterizzato dall'alterazione delle funzioni cognitive, comportamentali, comunicative e percettive. Colpisce 20 milioni di persone ed è trattata anche con psicoterapia. Già nel 1995, Mechoulam descrisse i miglioramenti dei sintomi di un paziente schizofrenico trattato con dosi elevate di Cbd.
Allucinazioni, deliri, manie e pensiero disorganizzato sono i sintomi più comuni detti 'positivi', ovvero non presenti in individui sani; quelli "negativi" al contrario, includono apatia, deficit dell'attenzione e compromissione dei rapporti interpersonali. Dopo gli studi di Mechoulam, si sono susseguite varie pubblicazioni, quasi tutte case-report (analisi su singoli o pochi casi ndr), mentre sono pochissimi gli studi con placebo, che però confermerebbero una certa azione antipsicotica del cannabidiolo. Due i più rilevanti: il primo, in cui il team di ricerca diretto da Markus Leweke, del Central Institute of Mental Health di Mannheim, ha confrontato lungo 4 settimane gli effetti del Cbd puro con quelli dell'Amisulpride, un potente antipsicotico. "Entrambi i farmaci alleviavano i sintomi - afferma Leweke - ma il Cbd ha mostrato un profilo di tolleranza migliore, minor perdita di peso e sintomi come distonia, tremori e rigidità".
Con questa pubblicazione, definita dalla comunità scientifica 'rivoluzionaria", Leweke e colleghi hanno offerto anche una prima spiegazione del meccanismo d'azione del Cbd come antipsicotico: i pazienti trattati mostravano livelli più elevati di anandamide, un endocannabinoide prodotto dal nostro organismo, che in effetti proteggerebbe dalle psicosi. Il secondo vasto studio messo a punto dal professor Philip McGuire dell'Istituto di Psichiatria, Psicologia e Neuroscienze del King's College di Londra, ha testato per la prima volta il fitocannabinoide come coadiuvante delle terapie standard con antipsicotici. "Dopo sei settimane di follow-up - scrivono i ricercatori - il gruppo Cbd ha diminuito i sintomi positivi sulla base della scala Panss (Positive and Negative Syndrome Scale, la scala di valutazione che ne misura la severità, ndr)". Nonostante i dati incoraggianti di Leweke e McGuire, la comunità scientifica non è ancora convinta fino in fondo dei benefici Cbd contro le psicosi.
Uno studio placebo-controllato del 2018 seguì lungo sei settimane pazienti trattati con antipsicotici convenzionali. Il gruppo curato con cannabidiolo in aggiunta (600 mg/giorno) non mostrava miglioramenti significativi secondo la scala Panss o sulla performance cognitiva. L'opinione degli esperti è chiara: da un lato sono ancora pochi i trial controllati, e dall'altro le dosi impiegate negli studi clinici e preclinici sono troppo diverse tra loro e spesso 'sporcatè da tracce di Thc. In altre parole, le evidenze sull'efficacia del Cbd in campo psichiatrico sono ad oggi incomplete.
In cima alla lista degli impieghi terapeutici del cannabidiolo (e della cannabis medica in generale) c'è senza dubbio il trattamento del dolore. Specie il dolore neuropatico, generato da un danno o una patologia del sistema nervoso centrale o periferico, che colpisce tra il 7 e il 10% della popolazione mondiale. Responsabili principali sono neuropatie come quella diabetica, quella periferica causata da trattamenti come radio o chemioterapia, il dolore post-ictus oppure la sclerosi multipla. Le terapie farmacologiche attuali riescono a garantire solo alla metà dei pazienti una riduzione significativa del dolore.
Se l'azione analgesica del Cbd non è ancora stata riconosciuta per intero, dopo anni di esperienza clinica, la cannabis medica è senz'altro un'arma in più a disposizione dei terapisti del dolore. Ma come lo allevia? "Il Cbd agisce su recettori che mediano la trasmissione del dolore e l'infiammazione - spiega Gabriella Gobbi, professoressa di Psichiatria alla McGill University di Montreal - così come su almeno uno dei recettori della serotonina, il 5-HT1A".
Con il suo gruppo del Brain Repair and Integrative Neuroscience, Gobbi ha dimostrato che il cannabidiolo esercita sul cervello un effetto fisiologico del tutto simile a quello degli inibitori selettivi del reuptake di serotonina (SSRI), usati per trattare la depressione.
"A pochi giorni dall'assunzione, si mette in moto la desensibilizzazione del 5-HT1A e il conseguente aumento della trasmissione serotoninergica, proprio come accade con gli SSRI". Ma se non ci sono ancora evidenze soddisfacenti a supporto di un vero e proprio effetto antidepressivo del cbd, il team coordinato da Gobbi ha notato in test preclinici che piccole dosi sarebbero in grado di ridurre il dolore neuropatico, così come l'ansia. Il Cbd offrirebbe così un trattamento alternativo ad oppiodi e Thc; "una soluzione non certo egualmente efficace - precisa Gobbi - ma senza quegli effetti collaterali". Insomma, i riscontri preclinici su dolore e infiammazione cronica sono incoraggianti, anche se sono ancora pochi i trial clinici placebo-controllati.
Un'ultima analisi su malati di artrosi ha testato un gel al cannabidiolo. "Chi l'ha ricevuto ha ridotto il dolore di più rispetto al gruppo placebo", conclude la pubblicazione. In definitiva, le evidenze sembrerebbero sostenere l'uso del fitocannabinoide come attenuante del dolore, ma fino a che punto? "Non sbaglieremmo a dire che il cannabidiolo ha delle potenzialità per trattare il dolore neuropatico, l'infiammazione e tutti quei disturbi dell'umore spesso in comorbidità - replica Gobbi - ma per stabilirlo è necessaria ulteriore sperimentazione".
Ridurre lo stress, rilassarsi e dormire meglio sono le ragioni principali per cui nel mondo ci si affida al cannabidiolo. È così per il 43-65% dei consumatori secondo una recente indagine. E non è un caso: la sua azione sui disturbi dell'ansia, del sonno e del panico è ben documentata, con vari studi, pochi però quelli placebo-controllati. A dare il principale contributo è Antonio Zuardi, professore di Neurologia e Psichiatria all'Università di San Paolo. Con una prima analisi, il suo gruppo ha confrontato diversi dosaggi di cbd su 40 individui senza disturbi d'ansia diagnosticati che a turno dovevano parlare in pubblico di fronte agli altri partecipanti. Dopo il breve discorso, gli scienziati hanno misurato frequenza cardiaca e pressione arteriosa, per poi valutare tramite standard internazionali i livelli di stanchezza e debolezza. "La dose intermedia di 300 mg ha migliorato notevolmente i sintomi soggettivi dell'ansia - conclude la pubblicazione - al contrario di quelle minima e massima (100 e 900 mg), dimostrate meno efficaci". Nessun dosaggio ha però mostrato benefici sui parametri fisiologici. Risultati analoghi sono stati individuati per pazienti con disturbi d'ansia sociale.
Per quanto riguarda invece l'azione sonnifera, uno studio su 72 pazienti adulti di una clinica psichiatrica di Denver ha sperimentato capsule di Cbd da 25 mg in aggiunta ai trattamenti standard per disturbi del sonno e ansia. Nelle conclusioni, il lead-author Scott Shannon del Dipartimento di Psichiatria dell'Università del Colorado, scrive: "il 79% dei partecipanti ha visto ridurre l'ansia nel primo mese, e il 67% ha migliorato la qualità e i parametri del sonno". Ma in letteratura esistono anche alcuni trial il cui obiettivo finale era dimostrare l'effetto tranquillante del cbd, che hanno però fallito nel loro scopo. Molti ricercatori stanno oggi esplorando la molecola come calmante dell'ansia legata a disturbi dello spettro autistico (ASD). Il professor Devinsky ha condotto un primo studio su 15 suoi pazienti (5 dei quali epilettici), con diagnosi da ASD. Secondo i risultati, il trattamento sarebbe in grado di alleviare aggressività, irritabilità e iperattività associata allo spettro. "I genitori dei bambini spesso chiedevano di continuare con il Cbd anche senza miglioramenti nell'epilessia - nota Devinsky - semplicemente perché dormivano meglio ed erano più calmi".
Un'applicazione forse più giovane del cannabidiolo, è quella in ambito oncologico. Premessa fondamentale: allo stato attuale non esistono studi clinici su larga scala che dimostrino i benefici del Cbd sul cancro. Nonostante ciò, da un lato il fitocannabinoide trova sempre più riscontro nelle terapie come cura palliativa, e dall'altro la medicina ne sta dimostrando - con vari test su animali e cellule umane - l'efficacia anti-tumorale come coadiuvante ai chemioterapici classici. In Italia Massimo Nabissi, professore e ricercatore presso il Dipartimento di Medicina Sperimentale e Sanità Pubblica dell'Università di Camerino, è tra i maggiori esperti sulla combinazione tra chemioterapici e cannabinoidi e sui benefici che questi potrebbero avere, in particolare nel glioblastoma e mieloma. "Fino al 2019 gli studi erano piccoli e disegnati in maniera diversa (con dosaggi, posologie ed endpoints non omogenei, ndr) - commenta Nabissi - ma dall'anno scorso Australia e Nuova Zelanda hanno aperto un reclutamento per studi clinici larghi". Una prima sperimentazione su pazienti con mieloma multiplo è cominciata da poco anche in Israele, proprio sulla base dei risultati incoraggianti tratti dal lavoro di Nabissi e colleghi.
La ricerca insomma è in moto, ma la pratica clinica ha già fatto qualche (prudente) passo avanti. All'avanguardia nei trattamenti con Cbd e con cannabis terapeutica, sono l'Istituto Europeo di Oncologia, così come la Fondazione Umberto Veronesi, che lo prescrivono sia in fase precoce che avanzata, per alleviare vomito, nausea, inappetenza e dolore senza gli effetti indesiderati degli oppiacei. E non è tutto. "Evidenze preliminari - prosegue Nabissi - ci dicono che in combinazione con i chemioterapici, il Cbd non ha effetti negativi e anzi può esercitare un'azione amplificante della cura classica. Ciò è stato visto sia per il mieloma, che per i tumori al cervello, pancreas ed endometrio". Alcune analisi hanno anche sondato l'azione di rallentamento della crescita del cancro. "In fase preclinica, sia a livello di cellule tumorali che in modelli animali, c'è forte evidenza che il Cbd, talvolta accoppiato al Thc, possa interagire negativamente sulla crescita dei tumori", chiarisce Nabissi. In particolare sembra in grado di contrastare processi caratteristici della formazione, che vanno dall'angiogenesi, ovvero la crescita di nuovi vasi sanguigni dai tessuti circostanti, alla formazione di metastasi. Come? "Il meccanismo è ancora poco chiaro, ma si è visto che induce apoptosi (processo di morte cellulare programmata n.d.r.) nel tumore al cervello, così come necrosi nel mieloma".
Alcuni studi portati avanti da Sean McAllister del California Pacific Medical Center di San Francisco hanno dimostrato le stesse dinamiche nel carcinoma della mammella. La sperimentazione, che si è svolta con cellule in vitro, secondo McAllister "offrirebbe evidenze per un uso clinico futuro". È corretto quindi sostenere che in ambito oncologico, il cannabidiolo abbia mostrato risultati soddisfacenti in fase preclinica e aiuti già oggi - in combinazione con altri fitocannabinoidi - ad alleviare dolore, insonnia, nausea o ansia, conseguenze del cancro e delle sue terapie. "Ma c'è ancora molto da studiare su dosaggi, meccanismi d'azione, formulazioni e modalità di somministrazione, per sfruttarne appieno le potenzialità", conclude Nabissi.
La cannabis viene spesso descritta come porta d'ingresso verso l'abuso di sostanze più pericolose, ma ci sono evidenze preliminari che il cannabidiolo preso singolarmente abbia in realtà l'effetto opposto e aiuti a ridurre le probabilità di sviluppare dipendenze da cocaina e metanfetamine. Yasmin Hurd, direttrice dell'Addition Institute of Mount Sinai - tra i più importanti centri di trattamento delle dipendenze al mondo - ha cominciato a studiare il meccanismo con studi preclinici mirati. Dopo aver mostrato che le cavie murine con dipendenza da eroina cercano oppioidi con meno insistenza se trattate con Cbd, Hurd ha identificato la stessa dinamica nell'uomo. Con il suo team, ha messo a punto una ricerca su 42 consumatori abituali di eroina, con fino a tre mesi di astinenza. Il disegno dello studio è "duro", ma ha prodotto risultati incoraggianti: i ricercatori hanno esposto i partecipanti a siringhe e altri oggetti per le iniezioni e video che mostravano assunzioni di eroina. "Sono stimoli che provocano forte carving (desiderio irrefrenabile della sostanza n.d.r.)", spiega la neuroscienziata. Un fenomeno a cui si associano elevati livelli di cortisolo e frequenza cardiaca accelerata. "Rispetto al gruppo placebo, chi ha ricevuto Cbd ha ridotto significativamente il carving, così come gli indicatori fisiologici collegati", conclude Hurd. L'effetto si protraeva fino a 7 giorni dalla somministrazione. Ma i benefici del cannabidiolo nell'ambito delle dipendenze mitigherebbero anche i rischi legati alla cannabis stessa e in particolare al suo componente psicotropo: il Thc. È dimostrato come - su individui predisposti, specie se adolescenti - il tetraidrocannabinolo induca disturbi psicotici; un'importante analisi del King's College di Londra ha dimostrato che il Cbd agisce sul cervello in maniera opposta al Thc e ne allevia gli effetti psicotogenici.
Non è una panacea
La Scienza che sta dietro al cannabidiolo, come visto, esiste e in alcuni ambiti è assodata. Al di fuori di questi, la ricerca è ancora limitata e non ha certezze granitiche. Gli scienziati si sono chiesti se il fitocannabinoide fosse in grado di migliorare la vita ai malati di Parkinson, della malattia di Huntington, del morbo di Crohn e di vari altri disturbi. Per nessuna di queste condizioni sarebbe corretto oggi, sulla base delle evidenze, sostenere che il Cbd sia una valida cura. L'entusiasmo febbrile, che ha investito prima gli Stati Uniti per poi sbarcare in Europa, continua a presentarlo ai consumatori come la panacea di tutti i mali, balzando molto oltre ciò che oggi è scientificamente assodato. E così, il mercato del cannabidiolo ha superato i 2.8 miliardi di dollari nel 2019, ma lieviterà fino a 22-30 miliardi entro la metà di questo decennio secondo le stime più accreditate. Le aziende produttrici di e-cig, prodotti per la cura personale e alimentari cavalcano l'onda: preparati a base di Cbd sono disponibili ovunque. Ma a differenza del Cbd di grado farmacologico - che risponde a standard Gmp (good manufacturing product), viene purificato e poi certificato da enti regolatori come Aifa - gran parte di quello che si trova online o in negozi fisici è poco o per nulla controllato. E di scarsa qualità.
Occhio ai preparati
Nel 2017, Marcel Bonn-Miller ricercatore alla School of Medicine dell'Università della Pennsylvania ha analizzato gli estratti di cannabidiolo più acquistati. Solo il 31% recava sull'etichetta ciò che effettivamente conteneva, mentre il 21% era contaminato da concentrazioni di Thc 'intossicanti'. Nelle preparazioni sono state trovate tracce di pesticidi, metalli pesanti e solventi tossici rilasciati dai processi di estrazione. Occhio a ciò che si acquista quindi, specie se lo si fa senza prescrizione medica. Ma soprattutto, attenzione a non farsi sedurre dalle promesse mirabolanti; deprecabili, perché danno false speranze ai malati, o nella migliore delle ipotesi a consumatori poco informati. Per capire davvero tutte le potenzialità del cannabidiolo, alla comunità scientifica serve ulteriore ricerca. Dati che spieghino completamente i meccanismi d'azione, i dosaggi, l'efficacia e la formulazione più adatta a seconda della patologia. Riscontri che secondo tutti gli esperti interpellati, potremo trarre solo da trial randomizzati controllati con placebo: considerati il "gold standard" della sperimentazione clinica, ma anche i più costosi e delicati nella progettazione. In mancanza di questi, i benefici del cbd non ancora dimostrati saranno ostaggio di esperienze personali ed effetti placebo, che poco hanno a che spartire con il metodo scientifico. "L'essere umano diventa incauto quando pensa di vedere un disegno - conclude Orrin Devinsky - se tutti si convincono di qualcosa senza avere dati, la chiamo "religione". E io non vorrei che il cannabidiolo diventasse una sorta di religione per il consumatore medio".
di Victor Castaldi
Il Dubbio, 1 aprile 2021
Il governatore Cuomo: "Una legge contro la criminalizzazione delle minoranze". Consentito l'uso ricreativo. Fissato a 85 grammi il limite del possesso La prima conseguenza: cancellate migliaia di condanne penali. Crolla il muro di proibizionismo nella Grande mela. Lo Stato di New York ha infatti adottato una legge che legalizza l'uso della marijuana a scopo ricreativo. Una svolta storica che sottrae dalle mani della criminalità un business da milioni di dollari. Gli adulti di almeno 21 anni, è stabilito dal nuovo quadro normativo, potranno acquistare cannabis e persino coltivarne piante a casa per uso personale. Sarà consentito il consumo di erba in tutti i luoghi pubblici nei quali è permesso fumare tabacco, tranne che nelle scuole, nei posti di lavoro o all'interno delle automobili (come d'altra parte accade con l'alcol).
New York si unisce in questo modo ad altri 14 Stati americani e al Distretto di Columbia della capitale Washington dove è già consentito l'uso della marijuana. "Per troppo tempo, il divieto della cannabis ha preso di mira in modo sproporzionato le comunità di colore con pesanti pene detentive", ha dichiarato in una nota il governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, confermando che firmerà senza dubbio la legge. "Questa legge storica rende giustizia alle comunità a lungo emarginate, abbraccia una nuova industria che farà crescere l'economia", ha aggiunto.
Secondo il New York Times, la nuova legge è infatti destinata anche a migliorare la situazione delle comunità latine e afroamericane, alle quali dovrebbe andare circa il 46 per cento dei proventi della vendita di marijuana. Inoltre, nel 2020 il 94 per cento delle persone arrestate a New York per possesso di cannabis era di colore. Il governatore, sotto pressione in questo periodo per le morti da Covid-19 nelle case di cura e per le accuse di molestie sessuali, ha fatto sapere anche che la legalizzazione della marijuana era una delle sue "prime priorità".
La legge fissa a 85 grammi il nuovo limite per il possesso personale, una quantità molto elevata che dovrebbe tranciare per sempre la distinzione tra spaccio e consumo. Ma, cosa più importante, lo Stato di New York cancellerà automaticamente le condanne penali agli individui sanzionati per reati legati alla marijuana, che da questo momento non saranno più considerati tali.
Secondo l'ufficio del governatore, inoltre, il nuovo provvedimento, come è già accaduto in altri Stati, darà un significativo impulso all'economia, al punto che si stima che potrebbe portare fino a 350 milioni di dollari di entrate fiscali annuali e creare decine di migliaia di posti di lavoro in tutta la nuova filiera. La Marijuana Regulation and Taxation Act (Mrta) istituisce contestualmente anche l'Ufficio per la gestione della cannabis (Ocm) e il Consiglio per il controllo della Cannabis, che si occuperanno di regolamentare l'industria della marijuana, Inclusa la sua tassazione che stando alle prime indiscrezioni dovrebbe aggirarsi intorno al 9%.
di Marina Catucci
Il Manifesto, 1 aprile 2021
Lo Stato legalizza la marijuana per uso creativo, ripulisce le fedine penali di chi è stato condannato in passato e prevede l'uso dei guadagni per scuola, sanità, comunità svantaggiate. Lo Stato di New York ha legalizzato la marijuana per uso ricreativo e cancellerà i casellari giudiziari delle persone precedentemente condannate per crimini che ai sensi della nuova legge non esistono più.
Il governatore Andrew Cuomo ha firmato la legge 12 ore dopo che il Congresso statale l'aveva approvata: New York è ora il 15° Stato a consentire l'uso ricreativo della marijuana. "Questo è un giorno storico per New York - ha detto Cuomo - che raddrizza i torti del passato ponendo fine a dure pene detentive e che abbraccia un'industria che farà crescere l'economia dell'Empire State dando la priorità alle comunità emarginate in modo che quelle che hanno sofferto di più saranno le prime a raccogliere i frutti"
La nuova legge potrebbe creare fino a 60.000 posti di lavoro e generare 350 milioni di dollari di entrate fiscali all'anno. I precedenti tentativi di legalizzare la marijuana erano falliti per disaccordi su come distribuire le entrate fiscali provenienti dalle vendite di marijuana. Ora un accordo è stato raggiunto: un'aliquota fiscale del 14% che include il 9% per lo Stato, il 3% per il comune in cui viene effettuata la vendita e l'1% per la contea. Di quel 9%, il 40% è stato stanziato per le comunità colpite in modo sproporzionato dalle precedenti leggi sulla proibizioniste, il 40% andrà alle scuole e il 20% per medicine e istruzione. In base alla legge i newyorkesi potranno possedere tre once (85 grammi) di marijuana e coltivare in casa fino a tre piante, con un limite di sei piante per nucleo familiare. La legge cerca anche di consentire alle persone con condanne passate e a coloro che sono coinvolti nel mercato illecito della cannabis di partecipare al nuovo mercato legale.
"A differenza di qualsiasi altro Stato in America, questa legislazione è intenzionale sull'equità - ha detto alla Camera statale Crystal Peoples-Stokes, che ha sponsorizzato il disegno di legge - L'equità non è un secondo pensiero, è il primo e deve esserlo, perché le persone che hanno pagato il prezzo di questa guerra alla droga hanno perso tanto".
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 1 aprile 2021
L'attivista anti-corruzione chiede cure e la visita di un medico esterno alla prigione. La scorsa settimana aveva lamentato dolori alla schiena e a una gamba e aveva denunciato di venire "torturato" con la privazione del sonno. L'oppositore russo Aleksej Navalnyj, detenuto in una colonia penale, ha annunciato uno sciopero della fame chiedendo l'accesso ad assistenza sanitaria e denunciando la "tortura" di cui soffre a causa della privazione del sonno.
"Dichiaro lo sciopero della fame per domandare l'applicazione della legge e perché lascino che mi visiti un medico esterno", ha scritto Navalnyj sul suo profilo Instagram. "La Russia del 2021: per ricevere le cure mediche che ti spettano per legge devi indire uno sciopero della fame", ha commentato su Twitter la portavoce Kira Jarmish, agli arresti domiciliari e ufficialmente senza accesso a Internet. Nei giorni scorsi i collaboratori e i legali dell'attivista anti-corruzione avevano lanciato l'allarme dicendo di temere per il suo stato di salute e la sua vita. "Per me il suo stato di salute è ovviamente estremamente problematico", aveva detto alla tv indipendente Dozhd l'avvocata Olga Mikhailova.
I dolori alla schiena e alla gamba - L'oppositore soffrirebbe di "forti dolori" alla schiena e alla gamba destra e la scorsa settimana sarebbe stato sottoposto a una risonanza magnetica presso un "ospedale pubblico" senza però ricevere una diagnosi. Un neurologo gli avrebbe prescritto il solo ibuprofene, un comune antinfiammatorio. "Il mal di schiena si è spostato alla gamba. Aree della mia gamba destra e ora la mia gamba sinistra hanno perso sensibilità. Scherzi a parte, è noioso", continua Navalnyj oggi nella sua dichiarazione, aggiungendo di passare il suo tempo sdraiato sul letto.
Le autorità, denuncia inoltre, si rifiutano di dargli altri libri a parte la Bibbia. "Gli altri detenuti dicono solo: Aleksej, mi dispiace, ma abbiamo solo paura (...) La vita di un prigioniero vale meno di un pacchetto di sigarette", scrive Navalnyj. "Mi privano del sonno, è un uso de facto della privazione del sonno come tortura", aveva scritto Navalnyj nei giorni scorsi, precisando di essere svegliato "otto volte a notte" dai suoi carcerieri e chiedendo di "ricevere cure".
Il Servizio penitenziario federale (Fsin) della regione di Vladimir, vicino a Mosca, dove è imprigionato Navalnyj, aveva smentito problemi di salute assicurando che erano state effettuate visite mediche e che le condizioni di Navalnyj erano state "considerate stabili e soddisfacenti". "Non seguiamo il caso, il monitoraggio della salute dei prigionieri è di competenza delle autorità penitenziarie", aveva dichiarato il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov.
La colonia penale di Pokrov - Navalnyj è detenuto nella colonia penale di Pokrov, 100 chilometri a Est di Mosca, una delle carceri più dure della Federazione. L'oppositore lo aveva paragonato a un "campo di concentramento" e la sua vita quotidiana a quella di uno Stormtrooper nel "remake russo di Guerre Stellari". Lunedì Navalnyj aveva anche affermato di aver ricevuto otto ammonizioni in solo due settimane di detenzione per essersi "alzato dal letto 10 minuti" troppo presto o per essersi "rifiutato di partecipare" agli esercizi fisici mattutini obbligatori e che perciò rischia di essere trasferito in una cella d'isolamento.
L'avvelenamento da Novichok - Il quarantaquattrenne Navalnyj è sopravvissuto ad un avvelenamento da Novichok nell'agosto scorso. Finito in coma e trasferito in Germania, dopo cinque mesi di convalescenza, lo scorso gennaio era rientrato a Mosca, ma era stato arrestato non appena atterrato. Condannato in febbraio a due anni e mezzo di carcere per un caso di frode risalente al 2014 giudicato "motivato politicamente" dalla Corte europea per i diritti umani, è detenuto dall'inizio di marzo nella colonia penale Pokrovskaya Ik-2, a 100 chilometri dalla capitale russa.
di Alessandro Michelucci
Avvenire, 1 aprile 2021
Nata nel Xinjiang ed emigrata in Francia nel 2006, dopo dieci anni la donna ha ricevuto una lettera che le chiedeva di tornare in Cina per firmare alcuni documenti. Ma era una trappola.
La Cina odierna è molto diversa da quella maoista che riscuoteva ampi consensi e dure condanne nella seconda metà del secolo scorso. L'adesione all'economia di mercato ha trasformato il Paese asiatico in una potenza economica di dimensioni planetarie. La necessità di convivere con questo nuovo attore ha ridotto al minimo l'attenzione per le violazioni dei diritti individuali e collettivi, che sono rimaste comunque la norma. Molti media si occupano sulla Cina soprattutto per motivi economici e geopolitici, ma esistono anche numerose questioni etniche e territoriali che preoccupano Pechino: da Hong Kong al Tibet, da Taiwan alla questione degli uighuri.
Questi ultimi sono una minoranza turcomanna di religione islamica che conta circa 11 milioni e si concentra prevalentemente nello Xinjiang. Situata nel nordovest del Paese asiatico, questa è la più estesa divisione amministrativa della Repubblica Popolare Cinese (1.660.000 kmq, tre volte la Francia). Secondo le stime più recenti, gli uighuri costituiscono il 46% dei 24.000.000 di abitanti della regione, seguiti a ruota dagli han (i cinesi propriamente detti), che toccano il 40%. La minoranza islamica è tuttora oggetto di una repressione feroce. Fortunatamente, però, negli ultimi anni stanno uscendo vari libri che permettono di conoscere questa realtà tragica ma dimenticata. Uno dei più recenti è Rescapée du goulag chinois: Premier témoignage d'une survivante ouïghoure (Editions des Equateurs), da puco pubblicata in Francia. Il volume, curato dalla giornalista Rozenn Morgat, contiene la preziosa testimonianza di Gulbahar Haitiwaji, una donna uighura che ha conosciuto i campi di concentramento. Nata nel Xinjiang, Gulbahar Haitiwaji era emigrata in Francia con la famiglia nel 2006.
Dieci anni dopo ha ricevuto una lettera che le chiedeva di tornare in Cina per firmare alcuni documenti necessari per ottenere la pensione. Ma era una trappola: la donna fu arrestata e rinchiusa in un campo di concentramento, dove è rimasta per due anni (2017-2019). In questi campi, attivi da vari anni, sono rinchiusi attualmente oltre un milione di uighuri. Il fatto che questa minoranza sia in larga prevalenza musulmana fornisce a Pechino un motivo ideale per reprimerla nel nome di quella "lotta al terrorismo" che viene praticata contro i dissidenti in varie parti del mondo.
?Con la struttura di un diario, il libro racconta una vita quotidiana fatta di stenti, terrore, fame, umiliazioni: "Convinti che fossimo nemici da abbattere, traditori, terroristi, ci hanno privati della libertà". Sobria e orgogliosa, mai vittimistica, la testimonianza di Gulbahar Haitiwaji ci riporta ai tempi bui di Solženicyn e di Sacharov. Nel 2019 Haitiwaji è potuta tornare in Francia grazie all'impegno diplomatico francese, dato che il marito e la figlia avevano lo status di rifugiati.
Il suo racconto, asciutto ma spaventoso, dovrebbe scuotere dal torpore i milioni di persone che pur conoscendo questa tragedia si voltano dall'altra parte. Ormai la persecuzione operata dalla Cina nei confronti delle minoranze e dei dissidenti è sostanzialmente analoga a quella che veniva praticata nell'Urss. Riemerge il termine gulag, ma soprattutto ne riemerge la sostanza, cioè i campi di concentramento, anche se definiti "campi di rieducazione". Come ai tempi dell'Urss, riemergono anche i coriacei difensori del sistema repressivo, che negano l'evidenza con fiera ostinazione. Uno di questi è il giornalista francese Maxime Vivas, autore del libro Ouïghours, pour en finir avec les fake news (La Route de la Soie).
Del resto, se è vero che la Cina ha realizzato una sintesi inedita di capitalismo e comunismo, è altrettanto vero che le strutture repressive del secondo funzionano sempre a meraviglia. Negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso i dissidenti dell'Europa centro-orientale volsero lo sguardo a Ovest per cercare l'aiuto dei propri fratelli europei. In alcuni casi lo trovarono. Oggi gli uighuri della Cina fanno lo stesso: si rivolgono a noi e chiedono di non essere sacrificati nel nome del profitto. Ma noi siamo pronti ad aiutarli?
di Stefano Mauro
Il Manifesto, 1 aprile 2021
Jihadisti in espansione. La conquista della città di Palma un colpo eclatante messo a segno dai miliziani. A Maputo governo in grave difficoltà. Anche il Sudafrica invierà truppe nella regione di Cabo Delgado, al centro di un mega investimento internazionale nel settore degli idrocarburi.
"Dopo la sua caduta in Iraq e Siria nel 2017, questa è una delle vittorie più eclatanti per lo Stato Islamico con la conquista di un'area strategica importante ricca di petrolio e con il possesso di due città come Mocimboa da Praia e Palma". Così Rita Katz, direttrice del sito specializzato in jihadismo The Site Intelligence, analizza la rivendicazione fatta dall'Isis e dal suo gruppo affiliato dell'area, "Ansar Al Sunna Al-Shabaab", legato allo Stato Islamico dell'Africa centrale (Iscap), della conquista di due città nella regione settentrionale di Cabo Delgado in Mozambico.
Un chiaro segnale delle difficoltà del governo centrale è il silenzio del presidente Filipe Nyusi contestato dalle opposizioni politiche e da numerose associazioni "per la propria incapacità nel contrastare l'ascesa jihadista nella regione". La vicenda mette in evidenza anche l'indifferenza del governo centrale per la popolazione locale, priva di servizi essenziali e abbandonata alle violenze dei gruppi jihadisti dal 2017, in una regione ricca di idrocarburi e interessi economici. Povertà estrema per la popolazione locale in contrasto con le ricchezze che sono andate al governo centrale di Maputo e alle multinazionali straniere (Total, Exxonmobil, Eni) che hanno investito in un progetto di esplorazione offshore di 20 miliardi di dollari, il più ricco per il continente africano.
"È una regione che ha sofferto di malgoverno e corruzione, dopo la scoperta dei giacimenti non è cambiato nulla, la gente vive nella miseria come prima e questo ha portato molti giovani ad arruolarsi nella milizia jihadista, più che per ideologia per disperazione" spiega all'agenzia Afp Zenaida Machado, ricercatrice di Human Rights Watch, indicando in almeno 4500 i miliziani nelle fila di Al-Shabaab. Secondo Dewa Mavhinga, direttore di Hrw per l'Africa meridionale "la situazione è difficile", con decine di migliaia di sfollati portati 250 km più a sud nella città di Pemba, che si aggiungono agli oltre 900mila profughi già presenti nella regione e "con decine di persone tra cui residenti locali e stranieri (in prevalenza sudafricani e inglesi), uccisi dai miliziani".
Dei 180 ostaggi intrappolati all'interno dell'hotel Amarula, 80 avrebbero provato a scappare con un convoglio di almeno 17 mezzi, tra auto e pulmini, finiti in un'imboscata dei terroristi con almeno dieci vittime, mentre gli altri si sarebbero messi in salvo via mare, insieme ad altri 1000 civili, grazie a un traghetto utilizzato dalla Total per evacuare i suoi lavoratori, trasportati fino alla città di Pemba. Omar Saranga, portavoce del ministero della difesa del Mozambico, ha confermato in una dichiarazione che "le forze di sicurezza sono impegnate in una vasta operazione per la riconquista della città di Palma, ancora in mano agli al-Shabaab" e che l'attacco dimostra "il livello di preparazione logistica dei terroristi con la presenza anche di miliziani e comandanti mediorientali".
Quello che cambia, in confronto alle stragi del passato, è che per la prima volta sono stati colpiti civili stranieri, cosa che ha provocato numerose reazioni da parte della comunità internazionale. Dopo l'invio di addestratori americani della scorsa settimana, ieri il ministro degli esteri portoghese, Augusto Santos Silva, ha annunciato in un'intervista sul canale televisivo di stato Rtp che "il Portogallo invierà 60 addestratori e sosterrà l'esercito mozambicano nella preparazione delle forze speciali".
Anche il governo sudafricano, lo stato con il maggior numero di vittime nell'attacco a Palma, ha dichiarato che invierà militari per sostenere l'impegno del governo mozambicano per estirpare la presenza jihadista dalla provincia di Cabo Delgado e ha affermato "che favorirà una soluzione simile anche all'interno dei 15 paesi della Comunità per lo sviluppo dell'Africa australe (Sadc)", per sostenere il governo di Maputo.
di Elena Basso
Il Manifesto, 1 aprile 2021
Storia di un diciassettenne che dopo 5 mesi di duro carcere preventivo scontati per la sua prima partecipazione alle proteste contro il governo Piñera non è più lo stesso. Il senatore Latorre al manifesto: "Ci sono casi di ragazzi detenuti, torturati e abusati sessualmente dalle forze dell'ordine".
Era un lunedì, il 21 ottobre del 2019 e a Santiago del Cile regnava il caos. Le strade erano piene di militari e centinaia di migliaia di persone partecipavano a una protesta all'Alameda, la via principale della città. Cristi stava camminando cercando suo figlio Damián Toro, di 17 anni. Un paio di ore prima si erano incontrati alla metro, lui le aveva detto che sarebbe andato alle proteste contro il governo di Sebastián Piñera. Suo figlio non era mai stato un'attivista, era sempre stata lei quella attenta alla politica in famiglia, quindi credeva che Damián volesse solo vedere quello che accadeva spinto dalla curiosità.
I carri idranti lanciavano acqua sulla folla, l'urlo delle sirene sovrastava quello dei manifestanti. Cristi si faceva largo cercando il viso di Damián, la situazione era troppo tesa: voleva solo portare il figlio a casa con lei al sicuro. E poi d'improvviso Cristi si è sentita stringere dal terrore, ha visto suo figlio: stava avanzando verso il centro delle proteste. "Mi sono spaventata tantissimo - ricorda Cristi - non avevo idea che Damián sarebbe andato fra le fila della Primera Linea", ragazze e ragazzi che dal primo giorno dei disordini si sono frapposti fra le migliaia di manifestanti e gli agenti delle forze dell'ordine, facendo da scudo ai cittadini, lanciando pietre o molotov. "Ho cercato di convincerlo a venire a casa, ma non c'è stato nulla da fare". Poco prima che scattasse il coprifuoco imposto per le proteste sono dovuta rientrare, lasciando lì mio figlio", racconta Cristi.
Damián è sempre stato un ragazzo molto tranquillo; usciva con gli amici, studiava: come qualsiasi adolescente. Cristi non avrebbe mai immaginato che per un solo giorno di proteste la loro vita sarebbe cambiata per sempre: il 21 ottobre del 2019, mentre lo aspettava a casa, Damián è stato arrestato per aver lanciato una molotov e sottoposto a carcerazione preventiva in attesa del processo. È tornato in libertà solo cinque mesi dopo: il 26 marzo 2020.
Come spiega Maria Magdalena Rivera, 63 anni, avvocata del caso: "Damián è stato tenuto in prigione preventiva così a lungo per essere da esempio agli altri adolescenti che partecipavano alle proteste. La prigione preventiva è stata utilizzata per fermare i disordini: per tenere in carcere chi avrebbe partecipato alle manifestazioni e per scoraggiare gli altri". Rivera è la coordinatrice di Defensa Popular, organismo cileno per i diritti umani attivo dal 2008: "In moltissimi casi i manifestanti arrestati sono già stati picchiati, torturati e minacciati durante il controllo di detenzione. Per quanto riguarda gli adolescenti detenuti abbiamo difeso Damián, Mauricio e Kevin. Kevin è stato minacciato di stupro dai carabineros".
Nel Senato cileno si sta discutendo un progetto di legge d'indulto per i dimostranti detenuti dall'ottobre 2019 presentato dal senatore Juan Ignacio Latorre, 43 anni, che dichiara a il manifesto: "È stata messa in atto una persecuzione politica contro molti manifestanti: cittadini che sono rimasti in carcere per un tempo lunghissimo senza motivo o con prove false. La società cilena continua a basarsi sul concetto del "nemico interno", su cui si fondava la dittatura di Pinochet, per cui chiunque fosse considerato un pericolo per lo Stato, per le proprie idee o credo politico, veniva fatto sparire. Chiunque sia ritenuto un "nemico interno" è, ancora oggi, fortemente represso e criminalizzato".
Il 14 dicembre scorso il presidente Piñera ha annunciato che se il disegno di legge d'indulto verrà approvato dalle Camere userà il veto presidenziale. Il senatore Latorre, presidente della Commissione del Senato per i diritti umani, spiega: "Uno dei problemi principali che abbiamo riscontrato è stata la mancanza di trasparenza nei dati. Si parla di migliaia di dimostranti detenuti, ma non si sa il numero preciso. Crediamo che i dimostranti arrestati siano più di 5mila e fra 300 e 500 i cittadini che sono ancora in prigione preventiva". Per lo stesso motivo è difficile stabilire quanti siano stati i minori arrestati durante le proteste; secondo i dati presentati dalla Defensoría Penal Pública dal 18 ottobre 2019 al 31 dicembre 2019 i manifestanti minori in prigione preventiva erano 55. "Ci sono casi di ragazzi detenuti, torturati e abusati sessualmente dalle forze dell'ordine - afferma Latorre -. Quella degli adolescenti e dei bambini è una situazione particolare perché molte proteste sociali derivano dal Sename".
Ovunque nella capitale cilena, sui muri e sui cartelli durante le proteste, si legge "Basta Sename". Il Servicio Nacional de Menores è da anni al centro di fortissime polemiche: già segnalato da organismi internazionali come Human Rights Watch, nel luglio del 2019 la testata cilena Ciper ha rivelato una sconvolgente inchiesta della Polizia investigativa cilena (PDI) sugli abusi commessi all'interno del Sename. Il rapporto, che non è stato reso pubblico per 7 mesi, riguarda 240 centri gestiti dal Servicio Nacional de Menores, e denuncia che nel 2017 si sono registrati 2.071 abusi (310 di natura sessuale). Nell'inchiesta, di 257 pagine, la PDI conclude che nel 100% dei centri si sono commessi "in modo permanente e sistematico azioni che violano i diritti dei bambini e degli adolescenti" e che nel 50% dei centri si sono verificati abusi sessuali.
Negli ultimi giorni nella capitale cilena sono scoppiate forti proteste per un video diffuso il 22 marzo e realizzato da una vicina del centro gestito dal Sename Carlos Antúnez, a Providencia. Nel video si ascoltano le strazianti grida, provenienti dal centro, di un adolescente che chiede aiuto durante un presunto abuso o pestaggio. Sull'accaduto si è aperta un'inchiesta della procura; per quanto emerso fino ad ora i fatti si sarebbero verificati nel corso di un'operazione effettuata dai carabineros all'interno della residenza.
Damián per 5 mesi è stato recluso in un centro del Sename insieme a ragazzi accusati di delitti comuni. Per Cristi è stata dura, tutto di lei, come madre, è stato messo in discussione: come si veste, i suoi capelli, l'educazione familiare. Lo shock per Damián è così forte che non vuole più manifestare, non vuole parlare di ciò che gli è accaduto e non vuole essere attivo politicamente. Durante i mesi di carcere ha vissuto esperienze violente e ha scritto lettere lunghissime a sua madre. La scrittura è ordinata e fitta, le parole si riversano sulla carta con tutta la loro forza. "Migliaia e migliaia di persone cercano di racimolare denaro con la stessa disperazione di un naufrago che nel deserto cerca una goccia d'acqua perché non vogliono vivere nella stessa povertà delle loro famiglie", scrive Damián riflettendo sull'ingiustizia della società in cui è cresciuto.
Come cambia la vita di un 17enne che per un giorno di proteste passa mesi in carcere? Damián continua a scrivere e racconta la vita dei suoi compagni di cella, ragazzi di 14 anni, analfabeti, con genitori tossicodipendenti e che sono diventati drogati a loro volta. "Ci credi che questi ragazzi hanno una vita migliore in carcere che fuori?", scrive Damián. La sua scelta di andare fra le fila della Primera Linea quel 21 ottobre, per Cristi, è stato un atto viscerale. La speranza che si respirava, quando milioni di persone sono scese in piazza, e la violenza che usavano le forze dell'ordine era tale (oltre 8mila manifestanti hanno denunciato abusi e 460 sono stati accecati) che ha deciso di agire. Ma oggi prova solo timore, soprattutto per sua madre, che non si è fermata e vuole urlare con tutta la sua forza ciò che accade in Cile.
Cristi oggi si trova nella sede dell'associazione dei familiari dei dimostranti incarcerati e a breve si svolgerà una manifestazione per richiedere la libertà dei detenuti. Cristi parteciperà e, mentre sta per uscire dalla sede, il suo cellulare squilla. È un messaggio di Damián, che legge con voce commossa: "Mamma, per favore, fai attenzione alla manifestazione".
di Associazione Yairaiha Onlus
Il Dubbio, 31 marzo 2021
La strumentalità del pentimento, per la lotta alle organizzazioni criminali, fa il paio con le misure vessatorie come il 41bis e l'ergastolo ostativo. Emile Durkheim, uno dei padri della sociologia, spiegava che la pena non protegge la società perché è buona, bensì è buona perché protegge la società. In altre parole, la somministrazione di un provvedimento penale sortisce l'effetto di rassicurare il corpo sociale, in particolare nei periodi di precarietà politica ed economica, quando la società è attraversata da spinte centrifughe.
- La ricerca di regole minime standard nel trattamento dei detenuti a livello europeo
- Ergastolo ostativo. La linea dura giusta per l'Italia
- Covid nelle carceri: "Iniziano a mancare i posti per isolare i detenuti contagiati"
- Covid nelle carceri: ricorso alla Corte Europea per i Diritti dell'Uomo
- Vaccino anti-Covid, prima i più fragili (detenuti inclusi)










