avveniredicalabria.news, 29 dicembre 2020
Nonostante l'emergenza sanitaria si è rinnovato l'appuntamento per i detenuti del carcere di Siano. "Il presepe è famiglia, è affetto. E proprio per sentire meno lontani i loro affetti e le loro famiglie, i detenuti del carcere di Siano ogni anno si mettono all'opera per rappresentare una natività diversa, che - già solo per il contesto carcerario che fa da cornice - assume un significato profondo".
Con queste parole la direttrice dell'istituto penitenziario, Angela Paravati, spiega il senso della sesta edizione del concorso "Il Messaggio dei Presepi" alla Casa Circondariale di Catanzaro, la cui premiazione si è svolta alcuni giorni fa nel corso di una manifestazione "a distanza" organizzata dall'istituzione in collaborazione con l'associazione Consolidal Ets, presieduta dall'architetto Teresa Gualtieri.
"Il Covid non ha fermato l'evento che è ormai una tradizione" ha commentato l'architetto Teresa Gualtieri, ed infatti la manifestazione ha visto la presenza anche del Garante regionale dei detenuti Agostino Siviglia, intervenuto personalmente, ma anche, in videoconferenza, dell'assessore alla cultura del comune di Catanzaro Concetta Carrozza, del direttore dell'ufficio detenuti del Provveditorato regionale Giuseppina Irrera, della consigliera di parità della Provincia di Catanzaro Elena Morano Cinque, del docente universitario a riposo e pedagogista Nicola De Cumis, da anni volontario presso l'Istituto e del dirigente scolastico dell'istituto Petrucci Maresca Elisabetta Zaccone.
Sette presepi sono stati realizzati dalle persone detenute presso la Casa Circondariale: sette sfide per far nascere Gesù in carcere durante la pandemia, in un doppio isolamento. Un significato ancora più autentico, essendo la nascita, secondo i Vangeli, avvenuta in una grotta, al freddo, in un ambiente ostile alla vita proprio come è il mondo intero oggi, afflitto dall'emergenza epidemiologica.
E così troviamo personaggi dei presepi con la mascherina, tensostrutture e spazi di emergenza medica rappresentati accanto alla capanna con la sacra famiglia, il bue e l'asinello. Un contrasto che fa riflettere: come è presente la pandemia, è presente anche, ancora una volta, una nascita che rilancia e vince una sfida, contro tutte le previsioni.
E si arriva così al presepe in mongolfiera che poeticamente riesce a vincere i mali del mondo elevandosi al di sopra di essi e che ha avuto un premio speciale. Vincitori a pari merito il presepe intitolato Angeli Di Dio e l'opera "Il presepe con il gruppo di preghiera Rinnovamento dello spirito". Da notare il "dolce Covid" realizzato nel laboratorio di pasticceria dei detenuti dell'Istituto. Il Garante regionale dei detenuti Agostino Siviglia ha apprezzato l'iniziativa affermando che: "È stata la risposta migliore che i detenuti potevano dare a questo periodo di isolamento".
caritaspisa.com, 29 dicembre 2020
L'iniziativa di un gruppo di cittadini con ruoli istituzionali e della sezione soci di Pisa. Anche quest'anno, come in passato, è stata realizzata la donazione dei panettoni per i detenuti del carcere Don Bosco.
L'iniziativa, promossa insieme da persone che hanno ruoli istituzionali e dalla sezione soci della Coop, con il contributo operativo della Caritas di Pisa, ha "il doppio obiettivo di dare da un lato un segnale di solidarietà concreta verso chi vive una situazione ai limiti della civiltà, in un sistema carcerario caratterizzato dal sovraffollamento e dal degrado strutturale, pesantemente aggravata dall'emergenza sanitaria prodotta dal coronavirus - scrivono i promotori dell'iniziativa.
Dall'altro intende richiamare l'attenzione su un problema serio come quello dello stato e del funzionamento degli istituti di pena italiani, in cui si avvertono tutti i rischi di una lesione dei diritti umani. Le misure restrittive necessariamente indotte dalla pandemia hanno accentuato i fattori e le condizioni che mettono in crisi la dignità umana dei detenuti, in un contesto che isola, disumanizza i rapporti e le relazioni, e alla fine spinge alla recidiva, e il risultato non va certamente nella direzione di un miglioramento della sicurezza. Per questo riteniamo importante segnalare l'urgenza del problema e ci auguriamo che da parte dello Stato, del Governo e del Parlamento ci sia l'attenzione che merita"
I panettoni donati da Unicoop Firenze-Sezione soci Pisa e consegnati sono 380 e saranno distribuiti dalla Caritas di intesa con la Direzione del Don Bosco. Allo stesso tempo sono stati consegnati al direttore Caritas Don Emanuele Morelli 400 euro per aiutare i detenuti in maggiore difficoltà, frutto della sottoscrizione dei deputati (in carica ed ex) Lucia Ciampi, Stefano Ceccanti, Paolo Fontanelli, Maria Grazia Gatti, dalle assessore regionali Alessandra Nardini e Serena Spinelli, del consigliere regionale Andrea Pieroni e del presidente del Consiglio regionale Antonio Mazzeo.
Al carico dei panettoni predisposto alla Coop di Porta a Mare erano presenti la presidente della sezione soci pisana Angiolina Rovetini, il vicepresidente Sergio Brondi, la consigliera del direttivo Titina Maccioni, oltre a Don Morelli e all'onorevole Paolo Fontanelli, che hanno poi provveduto alla consegna alla presenza del direttore della Casa circondariale Francesco Ruello.
di Domenico Quirico
La Stampa, 29 dicembre 2020
L'egoismo dei ricchi solleva indignazione, l'indifferenza dei poveri è peggio. Credevamo nella solidarietà dei poveri verso i poveri, nella pietà di chi, scudisciato da delusioni e amarezze, ha vissuto la sventura verso gli altri che la attraversano. L'unico vero comunismo possibile, in fondo, negli abissi della Storia. Ora non più. Anche questo conforto ci è sottratto, sparisce, si asciuga. Perché tremila migranti vagano nella neve della Bosnia malmenata dall'inverno alla ricerca di un varco che li porti nell'Europa che sognano: tremila senza riparo, senza rifugio; isolati, negati, respinti. Disavventure, le loro, non metafisiche ma scavate nella storia di oggi. Tremila di ogni genere, di tutte le età, di tutte le origini, sociali e religiose. Mi trovo a inventare le loro vite, i destini particolari. Non so nulla di loro, ma mi è chiara l'ostilità, il furore della popolazione che, anche lì, non li vuole, se non come vittime senza alcuna speranza di riscatto.
La Bosnia. Se passiamo le dita sulla carta geografica ancora ne palpiamo le ferite, gli squarci, le infinite suture, il dolore. Eppure quei tremila non sono niente, spazzatura umana, numeri da cancellare rapidamente, da consegnare sveltamente ad altri. Ogni strada ogni città ogni bosco e montagna che percorrono laggiù evoca una strage, un agguato, un assedio, un sacrificio.
Ricadere nell'orrore - La Bosnia è un memento, una biografia della possibilità di ricadere, sempre nell'orrore, esemplifica, aspetta al varco, ripropone. Ma anche lì la pietà è sparita, balbetta, tace. Sempre l'odio è di più facile assimilazione. Le televisioni ci mostreranno le immagini, i giornali descriveranno i tremila migranti che avanzano verso il nulla dell'inverno, un giovane che piange di rabbia, una vecchia di disperazione, descriveranno le scarpe scalcagnate, i vestiti inadatti e ci diranno, precisi, i gradi del freddo delle notti balcaniche, assorbiremo i loro sguardi che sembrano supplicarci o rimproverarci. A forza di ascoltare ciò che tacciono, la miseria irrimediabile della loro condizione umana, noi non sentiamo più i rumori della vita.
Sì. È ancora una tragedia di migranti, dieci anni dopo l'inizio, solo le infinite variazioni geografiche, etniche, sociali, politiche si assommano, i luoghi si ripetono, le rotte della marcia si scambiano il proscenio. Il dramma resta uno: verrebbe da dire infinitamente eguale. Eppure quando pensiamo alla tragedia eravamo certi che al termine deve esserci un momento di riconciliazione. Il popolo dei fuggiaschi insiste: dammi una mano, racconta di me, metti a parte, indossami, cammina con me verso dove non sanno neppure di aspettarmi, trova il modo.
Il muro tra i campi - Tra noi e loro, invece, il silenzio si è fatto muraglia, separa ormai definitivamente i due campi. Un silenzio che oltrepassa i suoi limiti per diventare onnipresente e farsi indifferenza. I migranti decantano, si sradicano, non hanno più origine né sfondo. Li abbiamo dimenticati, astutamente consegnati alle unghie di altri.
L'egoismo dei ricchi solleva indignazione, l'indifferenza dei poveri è peggio, ci sottrae il conforto nell'uomo, provoca in tutti noi un senso di smarrimento. Eppure abbiamo attraversato stagioni in questa storia infinita in cui i poveri saldamente davano l'esempio, a noi tentati dalla xenofobia ottusa o distratti dagli infiniti problemi che crea il timore di diventare meno ricchi.
Neppure la pandemia ci ha reso universali nella pietà. Li abbiamo ammirati i tunisini, i libanesi, gli ugandesi allungare la mano a questo immenso popolo in marcia, dividere il poco che hanno da offrire un riparo, una voce di speranza.
Il conforto della minoranza - Erano il conforto della minoranza che da questa parte del mare si ostinava alla virtù del buonismo, al prossimo come dovere assoluto, e non voleva ritrovarsi al buio sotto la fitta coperta di un darwinismo sociale impenetrabile ai raggi della cultura e del diritto.
La gente non reagisce più come un tempo alle tragedie umane che non la coinvolgono direttamente. Un numero infinito di elementi interviene a modificare o nascondere queste reazioni di pietà, le ingiustizie non vengono più riconosciute in modo immediato anche quando siamo dei sopravvissuti. In altre parole le reazioni hanno perso la loro immediatezza perché si sono frapposti il calcolo o la bugia. La pietà umana, dispersa e smarrita, è diventata eccezione anacronistica.
di Giunio Panarelli
Il Domani, 29 dicembre 2020
L'inviato speciale dell'Unhcr per il Mediterraneo Centrale, Vincent Cochetel, descrive una situazione molto difficile per i migranti a causa delle discriminazioni subìte nei paesi nordafricani e dell'indifferenza europea verso quello che sta accadendo nel Mediterraneo.
La condizione dei migranti è peggiorata con la pandemia causata dal Covid-19. Vivevano ai margini e con il virus sono stati isolati e emarginati ancor di più. Soprattutto in Libia, dove sostano prima della partenza per l'Europa. Chi non finiva rinchiuso in un centro di detenzione riusciva a lavorare in nero. "Ma il Covid ha complicato le cose", dice Vincent Cochetel, inviato speciale dell'Unhcr per il Mediterraneo centrale, che racconta una situazione sempre più difficile che deve fare i conti con l'indifferenza europea.
Qual è oggi la situazione dei migranti nel Mediterraneo centrale?
In paesi come l'Algeria, la Tunisia e la Libia, il Covid-19 ha avuto un impatto pesante sulla vita quotidiana dei migranti innanzitutto da un punto di vista sanitario: in questi stati chi non ha la cittadinanza non ha potuto avere accesso alla rete di welfare sociale né ai servizi sanitari, ovviamente essenziali in un periodo di pandemia. Inoltre, molti migranti lavoravano in nero e ora si trovano senza nessuna forma di paracadute sociale.
Tutti i paesi hanno risposto allo stesso modo?
I problemi sono stati comuni, ma non tutti gli stati hanno reagito allo stesso modo: in Marocco le autorità hanno compreso che aiutare chi si trovava sul territorio era di interesse pubblico e ci sono stati diversi sforzi per curare queste persone; viceversa in aree come quella di Tripoli le persone sono state totalmente abbandonate a sé stesse in una situazione sanitaria pericolosissima se pensiamo che in media un migrante in quelle zone vive in un dormitorio con
altre venti persone.
I problemi però non sono solo di natura sanitaria...
Purtroppo, no: la vera grande emergenza è quella di persone che finora lavoravano spesso senza essere dichiarate e senza alcuna forma di paracadute sociale. Questi individui si trovano ora senza possibilità di guadagno e pagano le conseguenze delle politiche interne dei paesi nordafricani che non prevedono tutele per chi non è loro cittadino né concedono facilmente la cittadinanza. Ho visto con i miei occhi la disperazione di queste persone: il portiere del mio palazzo, per esempio, è arrivato in Tunisia dopo essere partito dalla Cosa d'Avorio, suo paese natale, e si trova ora in una situazione totalmente precaria in cui non può contare in alcun modo sull'aiuto della comunità. Una delle cose che più credo debba farci riflettere è che, come mi ha spiegato, per lui è oggi meno costoso mettersi in viaggio verso l'Europa piuttosto che tornare nella sua terra d'origine.
E la popolazione locale? Come ha reagito?
La pandemia ha accentuato le discriminazioni già presenti verso i migranti provenienti dai territori sub sahariani. Molti nordafricani hanno accusato i migranti di essere portatori del virus. Una credenza che è arrivata fino a richieste estreme come quelle di buttare letteralmente fuori dai propri i territori i migranti fino ad allora presenti. Si tratta di un dramma che ha radici profonde in certi atteggiamenti razzisti delle popolazioni del Mediterraneo centrale dove molte persone accusano i migranti sub sahariani di venire nei loro territori per "rubare il lavoro". È un atteggiamento molto simile a quello che gli xenofobi europei hanno verso i migranti che riescono ad arrivare nel nostro continente. Credo che queste visioni siano da far risalire alla tratta degli schiavi e al senso di superiorità che sia gli europei sia i nordafricani hanno verso queste etnie.
Nel frattempo a novembre è iniziato il conflitto nella regione etiope del Tigray. Che impatto può avere questo conflitto sulle rotte migratorie?
La situazione nel Tigray è molto preoccupante e sta già spingendo decine di migliaia di profughi eritrei ed etiopi a rifugiarsi nel Sudan che già dal 1967 accoglie profughi di questi paesi senza avere però mai riconosciuto a queste persone il diritto di lavorare. È chiaro che alcuni migranti si muoveranno dal Sudan e si rifugeranno in altri paesi. Penso soprattutto all'Egitto dove esistono già molte comunità eritree e quindi sarebbe semplice per queste persone trovare una rete sociale accogliente.
La situazione in Libia sembra essere, però, quella più critica...
Sicuramente quella in Libia è una situazione in molti casi drammatica. Attualmente sono solo otto i centri di detenzione per migranti in funzione. Questo significa che spesso le persone riportate a riva dalla Guardia costiera libica non finiscono nei centri di detenzione, ma questa non è necessariamente una buona notizia perché vuol dire che chi oggi viene rimpatriato è totalmente abbandonato a sé stesso.
Ecco, appunto, la Guardia costiera libica. Cosa pensa dei sospetti sul suo coinvolgimento nel traffico di esseri umani?
Le collusioni di una parte della Guardia costiera con i trafficanti di migranti sono note anche in Italia. Certo bisogna dire che si tratta di una minoranza. Inoltre, mi chiedo se si possa sempre parlare di corruzione.
Cosa intende?
Le faccio un esempio, una volta mi sono trovato a parlare in confidenza con un membro della Guardia costiera che mi ha detto di avere ricevuto un giorno la visita di alcuni uomini mascherati che sono piombati nel suo appartamento intimandogli di non andare a lavoro il giorno dopo. Dopo la visita il militare ha avvertito i suoi superiori di quanto accaduto, ma il giorno successivo non si è presentato al lavoro per paura delle possibili ripercussioni. Di fronte a una storia del genere mi chiedo: possiamo considerare persone come lui davvero "corrotte" dai trafficanti?
Il problema della debolezza delle autorità libiche è sicuramente dovuto anche alla lotta avvenuta sinora tra il presidente libico Fayez al-Sarraj e il generale Kahlifa Haftar. In questi giorni si susseguono gli incontri per trovare la soluzione a un conflitto che dura ormai da quasi dieci anni. La pace a Tripoli potrebbe avere effetti sulle condizioni dei migranti nei paesi?
Sinceramente non credo che una pace tra Haftar e al-Sarraj avrebbe vere ripercussioni sulla vita dei migranti se non la creazione di una maggiore stabilità economica e quindi di una maggiore offerta di posti di lavoro. Le critiche che facciamo ai due regimi sono pressoché identiche e soprattutto le forze di Haftar si sono rese responsabili in questo periodo di espulsioni di massa verso il Sudan e il Ciad.
Come giudica l'Italia nella gestione dell'arrivo dei migranti durante questa pandemia?
Credo che nei limiti del possibile l'Italia abbia compiuto un'azione molto importante dal punto di vista umanitario e anche coraggiosa da una prospettiva più di tipo politico decidendo di fare rimanere aperti i porti e di non chiudere le sue frontiere come fatto da altri paesi. Sicuramente quella delle navi quarantena non è stata una situazione facile, ma credo vada comunque riconosciuta la volontà di accogliere i migranti pur con la pandemia in atto.
Negli ultimi mesi un'inchiesta giornalistica ha accusato Frontex di avere respinto alcuni barconi di in viaggio nel mar Egeo dalla Turchia verso la Grecia. È a conoscenza di situazioni simili nel Mediterraneo centrale?
In questo tratto di mare il ruolo di Frontex è sicuramente ridotto. Non ho notizie di respingimenti, ma abbiamo dei dubbi su come la sorveglianza aerea venga utilizzata.
Intende dire che potrebbe essere usata nei respingimenti?
Non è chiarissimo se sia usata anche per riportare i migranti in Libia. Una scelta che non credo abbia un senso da un punto di vista umanitario visti i gravi rischi che i migranti corrono una volta tornati sul suolo libico.
Un altro soggetto molto contestato nel Mediterraneo sono le organizzazioni non governative che effettuano salvataggi nelle acque internazionali...
Credo che oggi le ong sopperiscano a una grave mancanza degli stati europei che hanno sospeso le missioni di salvataggio nelle acque internazionali e salvano solo i migranti che entrano nelle loro acque. È chiaro che di fronte a una situazione del genere qualcuno deve intervenire per evitare che le persone muoiano in mare. È come un incendio: se i pompieri rimangono immobili qualcuno dovrà pur spegnere il fuoco.
Ma intanto in Europa i populisti vincono sostenendo che se aiutiamo tutti finiremo sommersi dai migranti...
È un falso mito da sfatare: secondo i dati dell'Unhcr, i nuovi richiedenti asilo che si rivolgono ai nostri uffici hanno vissuto in Libia per una media di quattro anni e due mesi e spesso vorrebbero continuare a farlo. Ciò che in molti in Europa non capiscono è che la maggior parte dei migranti non vuole necessariamente andare in Europa, ma preferirebbe rimanere in Libia se la situazione fosse migliore (senza torture e violenze ndr). Risolvere il problema libico significherebbe anche risolvere gran parte dei problemi legati ai flussi migratori verso l'Europa.
di Aldo Cazzullo
Corriere della Sera, 29 dicembre 2020
La straordinaria prova offerta quest'anno dalla società civile - da chi ha combattuto la pandemia in prima fila - non può cancellare gli errori della classe dirigente. Dopo la Grande Guerra, ci fu nell'arte il rappel à l'ordre, il richiamo all'ordine.
Si placarono i furori delle avanguardie e si riscoprirono i maestri rinascimentali e la classicità. Per semplificare: prima i pittori avevano sperimentato: astratti, cubisti, futuristi. Dopo pure Picasso tornò all'arte figurativa, insomma a fare le figure (e più tardi negherà di aver mai dipinto un quadro astratto in tutta la sua vita). Ecco, il 2020 sarà ricordato in politica come l'anno del ritorno all'ordine; il che, in un mondo sottosopra per la pandemia, può sembrare curioso.
Per semplificare: il '900 è stato segnato dal comunismo, che predicava la dittatura di una classe sociale; dal fascismo, che teorizzava la prevalenza di una razza e di una nazione (ovviamente la propria) sulle altre; e dal liberalismo, convinto che la libertà d'intrapresa e di commercio avrebbe alla lunga portato benefici a ogni classe sociale e a ogni Paese.
Il fascismo è stato sconfitto con la seconda guerra mondiale, il comunismo con la guerra fredda. All'inizio del nuovo secolo, è parso che pure il liberalismo si sentisse poco bene. Prima il 2008 della grande crisi, poi il 2016 della Brexit e di Trump sembravano aver inflitto un colpo mortale all'idea del libero scambio, della globalizzazione felice, della crescita perpetua, in una parola della liberal-democrazia.
Se poi un anno fa qualcuno avesse vaticinato una pandemia capace di far crollare la produzione e l'occupazione, di bloccare i voli tra l'Europa e l'America, financo di impedirci di uscire di casa, avremmo pensato che stesse per scoppiare la rivoluzione.
Invece è accaduto il contrario. Il ritorno all'ordine, appunto; o almeno così sembra. Trump ha perso un'elezione che senza il Covid avrebbe probabilmente vinto, e gli Stati Uniti hanno eletto il presidente più anziano della storia, un democratico di centro; un tipo "normale". La Brexit ha partorito alla fine un accordo che salva il mercato unico tra Londra e il continente. Non solo, senza la Brexit non ci sarebbe forse stato lo scatto dell'Europa.
La grande novità dell'anno è che, sull'onda della crisi sanitaria ed economica, Angela Merkel ha aperto al debito comune europeo. Una mossa che potrebbe consegnarla alla storia come la prima statista europea, e non solo come l'ultima statista tedesca; anche se ora sui vaccini Berlino è ripiombata nel solito egoismo, a discapito degli alleati. L'Europa non ha certo risolto i suoi problemi; i soldi di Next Generation Eu ancora non si sono visti; ma già Germania e Francia, i grandi Paesi saldamente governati dal centro, hanno recuperato la loro centralità, mentre i revanscismi diffusi nell'Est europeo sono stati ricondotti alla loro dimensione, inquietante ma non necessariamente dirimente.
In Italia, il ritorno all'ordine ha segnato sia le elezioni regionali, sia la linea dei partiti un tempo considerati populisti. Campani e pugliesi di destra hanno rieletto De Luca ed Emiliano; veneti e liguri di sinistra hanno votato Zaia e Toti; e dove non c'era un uscente, come in Toscana, è stato riconfermato un sistema. I Cinque Stelle sono passati dai Gilets Jaunes a Macron. La Lega si interroga se sia davvero il caso di restare al fianco di Marine Le Pen - che peraltro quest'anno ha rinunciato ai toni estremisti - anziché dialogare con le donne che comandano davvero in Europa: Merkel, von der Layen, Lagarde.
Questo non significa affatto che il 2020 abbia segnato la fine del sovranismo. A maggior ragione nel Paese forse più debole dell'Occidente; che purtroppo è l'Italia. La straordinaria prova offerta dalla società civile - da medici e infermieri che hanno combattuto la pandemia in prima fila, a imprenditori e operai che hanno tenuto duro - non può cancellare gli errori della classe dirigente.
I ceti più esposti alla tentazione sovranista sono stati i più colpiti dalla crisi: le classi popolari si sono ulteriormente indebolite; si è allargata la forbice tra chi è garantito e chi no, tra chi può lavorare in smart-working e ricevere lo stipendio e il popolo degli autonomi, degli artigiani, delle partite Iva, dei precari.
Inoltre si comincia a capire che l'Europa ha commesso un errore abbastanza clamoroso, puntando quasi tutto su un vaccino che ancora non c'è, e ordinando troppe poche dosi del vaccino che invece c'è. Di conseguenza la Cina, uscita per prima dall'emergenza, sarà seguita dall'America, non dal nostro continente; con la solita eccezione della Germania, che sta però cercando una scorciatoia che non le fa onore. Dopo la Grande Guerra non venne, in politica, un ritorno all'ordine. Vennero rivoluzioni comuniste e fasciste.
La storia non si ripete mai due volte, anzi: "Non ritorna mai più niente", come ammonisce Francesco De Gregori; e il fatto va accettato "come una vittoria". Ma se l'Europa non riuscirà a vaccinare i suoi cittadini in modo efficace - proteggendo oltre agli anziani anche i lavoratori attivi - né a creare lavoro con i soldi del Recovery, allora il 2021 porterà altre sorprese; e non positive.
Il Tirreno, 29 dicembre 2020
Quando anche gli spazi possono giocare un ruolo importante nelle politiche sociali, comprese quelle per il recupero di chi ha fatto scelte di vita sbagliate. Va in questo senso la riflessione di Daniele Bianucci, consigliere comunale con delega sui diritti, e ispirata dalla recente visita del senatore Marcucci e dell'assessore regionale Baccelli al San Giorgio.
"Ho letto - scrive Bianucci - la notizia della visita del senatore Andrea Marcucci e dell'assessore regionale Stefano Baccelli al carcere San Giorgio di Lucca. Segno evidente di un'attenzione e di una sensibilità davvero importanti, che sento profondamente vicine alla mie. In particolare riconosco con piacere, al senatore Marcucci, un impegno che, su questo tema, con coerenza va avanti da anni".
Su un punto però Bianucci trova una divergenza, appunto quello della collocazione del carcere: "Su una questione specifica - riprende il consigliere - da loro espressa nel corso della visita, sento il bisogno di esprimere una diversità di pensiero: e lo faccio con l'esclusiva speranza che possa contribuire, sull'argomento, a sviluppare un dibattito cittadino, sereno e costruttivo. Non penso affatto che allontanare il carcere dal centro storico rappresenti un'occasione per "restituire alla città il bellissimo chiostro che ospita il San Giorgio".
La struttura del carcere è già attualmente nella disponibilità della comunità: al servizio dei propri concittadini che hanno commesso un errore; e che per questo stanno pagando il proprio debito, attraverso pene che, come ci ricorda la Costituzione, "non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
Certo, esiste ed è forte il bisogno di integrare sempre di più la vita del carcere con quella della città, nel suo complesso. Era questo l'intento che per tanti anni ha guidato l'impegno meraviglioso di Don Beppe Giordano, a lungo cappellano della struttura.
È questo l'obiettivo che sta portando avanti l'amministrazione comunale di Lucca, così come gli operatori e i volontari delle associazioni, che con dedizione, ogni giorno, proseguono la loro coraggiosa attività. E per la quale meritano tutta la nostra gratitudine. Si può anche riflettere sull'opportunità di trovare una nuova collocazione al carcere, e il percorso per la redazione del piano operativo, attualmente in fase di elaborazione, rappresenta in tal senso un'opportunità.
Mi piacerebbe che ogni ragionamento in tal senso partisse però dall'impellente necessità che la testimonianza di vita dei carcerati, che tanto ci possono insegnare pure per la nostra quotidianità, restasse al centro, anche fisico, delle esistenze di tutti noi. E questo Natale, per tanti versi improntato anche alla solitudine fisica, forse ci ricorda proprio di quanto sia importante che la città mai si dimentichi di alcuno dei propri fratelli. Compresi quelli che hanno sbagliato".
La Repubblica, 29 dicembre 2020
Il ringraziamento dello studente egiziano agli italiani e ai bolognesi. "Buon Natale a tutti i miei colleghi e sostenitori. Fate sapere che sono qui perché sono un difensore dei diritti umani". Sono le parole che Patrick Zaky ha affidato ai genitori durante la visita in carcere di oggi, scrivendole su un foglio di carta.
Lo studente egiziano ha raccontato che il giudice continua a porgli le stesse domande prima di innovare la sua detenzione e che l'unica volta che l'accusa ha fatto vedere i post Facebook a lui attribuiti si sono rivelati essere stati scritti da altre persone.
Zaky si è detto "pieno di gratitudine per il popolo gentile di Italia", ma furioso per il fatto che tutte le azioni compiute finora da persone ed entità diverse in tutto il mondo non l'abbiano ancora fatto uscire di prigione fino a questo momento".
Queste sono state le parole di Patrick in un piccolo foglio che ha consegnato alla sua famiglia durante la visita di oggi, così come riporta Patrick Libero, il gruppo che su Facebook si batte per il rilascio del ricercatore in detenzione cautelare da febbraio scorso per "sedizione". Secondo il gruppo, Zaky ha chiesto ai familiari di far recapitare il messaggio ai suoi colleghi dell'università di Bologna - dove prima dell'arresto frequentava il primo anno di un master - e a coloro che sostengono il suo caso in tutto il mondo.
"Patrick ha trascorso un solo Natale con i suoi colleghi in Italia, ma si è assicurato di mandargli i suoi caldi saluti anche ora che è rinchiuso a chiave" scrivono ancora i responsabili del gruppo. "Questa è sempre stata la vera natura del nostro amato Patrick, non un terrorista ma una persona compassionevole che ha sempre avuto tutte le capacità per la sua famiglia e i suoi amici anche nei momenti più bui".
Durante tutta la visita, si legge ancora, "Patrick ha sottolineato che all'inizio ha pensato di essere stato preso per sbaglio e che sarebbe uscito non appena il malinteso fosse stato chiarito. Tuttavia, ora è certo di essere stato punito per il suo lavoro".
Ai genitori ha quindi dichiarato: "sia chiaro che io sono qui perché sono un difensore dei diritti umani e non per un qualsiasi altro motivo inventato". Ha anche aggiunto che in ogni seduta del tribunale, il giudice gli pone le stesse domande e poi rinnova la sua detenzione, oltre al fatto che "l'unica volta che l'accusa gli ha fatto vedere i presunti post di Facebook si sono rivelati essere i post di altre persone su Facebook e nemmeno le sue stesse parole". La campagna "Patrick libero" continua riferendo che Zaky si è lamentato di aver perso negli ultimi dieci mesi "ogni festa, celebrazione e occasione per dei post su Facebook che nemmeno non mi appartengono", chiarendo che si tratta di un semplice "atto di vendetta e nient'altro".
Patrick si dice pieno di gratitudine per il "popolo gentile dell'Italia", come dice lui, ma anche molto arrabbiato per il fatto che tutte le azioni compiute finora da persone ed organismi diversi sparsi in tutto il mondo non abbiano ancora avuto l'effetto di farlo uscire di prigione.
Infine, ha riferito di soffrire ancora di forti dolori alla schiena ma che non vuole farsi visitare presso l'ambulatorio: "ha paura di farsi fare una diagnosi o di farsi prescrivere dei farmaci all'interno del carcere", riporta il gruppo, aggiungendo che il giovane rimpiange invece il suo medico di Bologna di cui "si fidava molto".
Gli attivisti della campagna concludono denunciando che "Patrick ha trascorso il natale cattolico in carcere, da solo, stanco e spaventato. Ma c'è ancora tempo per festeggiare il natale copto con la sua famiglia, il 7 gennaio, cioè tra dieci giorni". Quindi l'invito a continuare a sostenerlo e a rispondere al messaggio, "perché Patrick ne sarà sicuramente felice".
di Donatello Baldo
Corriere dell'Alto Adige, 29 dicembre 2020
Il governatore della Florida e gli Stati Uniti hanno acconsentito al trasferimento di Chico Forti in Italia. "Devo vederlo scendere dall'aereo, perché fin quando non mette piede in Italia non sono affatto tranquillo". Gianni Forti, zio di Chico Forti, rimane ottimista e crede che "a breve potremo riabbracciarlo", ma le ultime dichiarazioni del ministero della Giustizia lo fanno essere ancora più prudente.
Da Roma, all'indirizzo del Department of Justice statunitense, le pressioni sono infatti "reiterate", e la richiesta è quella di "trasmettere nel più breve tempo possibile tutta la documentazione necessaria al trasferimento in Italia del detenuto Enrico, detto Chico, Forti". Questo emerge da un comunicato stampa diffuso ieri da via Arenula che fa trasparire anche l'intenzione di non abbassare la guardia nel momento più delicato.
"Ci sono tempi tecnici - ammette lo zio Gianni - ma se emergono lungaggini nelle tempistiche è giusto che il governo si faccia sentire, come giustamente sta facendo. Sarebbe il colmo che tutto si bloccasse per questioni burocratiche o addirittura politiche".
Gianni Forti non ci vuole nemmeno pensare a un possibile ostacolo dell'ultimo minuto: "Il ministro degli Esteri Di Maio mi ha assicurato che l'ambasciata è impegnata su questo, con l'obiettivo di riportarlo a casa nel più breve tempo possibile". In questi giorni, indirettamente, Gianni Forti si è messo in contatto con il nipote recluso: "Tramite un amico che ha potuto visitarlo il giorno di Natale.
Gli ho consigliato di tenere un profilo basso, ma di tenere alta la guardia perché ricordiamoci che Chico è in carcere e che il suo diritto al trasferimento in Italia potrebbe essere visto dagli altri detenuti come un privilegio, suscitando invidie".
Un profilo basso che chiede anche "agli amici di Chico qui in Italia": "Fino a che non scende dall'aereo è meglio essere vigili ma prudenti, continuare la battaglia ma misurare ogni parola. È ancora in carcere - ripete - nelle stesse mani di chi lo ha condannato e incarcerato. Non dimentichiamolo".
di Carlo Pizzati
La Stampa, 29 dicembre 2020
Quattro anni di carcere per la blogger cinese Zhang Zhan, aveva raccontato l'epicentro del Covid sui social network. Condannata a quattro anni di prigione per aver detto la verità. Non aveva fatto altro che lasciare la sua attività di avvocato a Shanghai, arrivare a Wuhan nel pieno dell'epidemia, girare tra crematori, ospedali e stazioni dei treni per chiedere ai passanti cosa stava succedendo. E poi postare tutto online, da semplice, ma coraggiosa giornalista partecipativa. Ed è per questo che la trentasettenne Zhang Zhan è stata condannata ieri nella sua città, dopo un processo farsa.
È arrivata in tribunale in sedia a rotelle, soffrendo di vertigini, pallida e quasi irriconoscibile, avendo perso molto peso nei mesi di detenzione, con il mal di pancia e la pressione bassa oltre a un'infezione alla gola che le è venuta perché da giugno tenta di fare uno sciopero della fame, e i carcerieri l'hanno invece immobilizzata, ammanettata, intubata e nutrita a forza.
Il processo è durato meno di tre ore. I capi d'imputazione sono "aver causato problemi e cercato il conflitto", vaghe accuse usate spesso contro chi osa criticare il regime cinese. Il pubblico ministero, così racconta uno dei suoi avvocati, ha "elencato una lista di prove, senza produrne nemmeno una". Zhang è intervenuta per pronunciare un'unica frase, con un filo di voce: "La libertà di parola del popolo non dovrebbe essere censurata". Dozzine di amici hanno tentato di presenziare al processo, che in teoria è pubblico, ma i giudici hanno deciso di celebrarlo a porte chiuse. L'avvocato Ren Quanniu annuncia l'appello. Ma nel 2019 in Cina la percentuale di condanne è stata del 99.9 %.
Qual è il crimine di questa trentenne? In spezzoni di video, a volte di pochi secondi, non ha fatto altro che chiedere impressioni. Ha svolto l'attività di giornalismo partecipativo che, grazie a Internet, ha rivoluzionato l'informazione globale. Nulla di più. E siccome le autorità cinesi erano occupate dal contenimento del contagio, per un breve lasso di tempo i controlli della censura cinese si erano allentati. Così da febbraio a maggio Zhang è riuscita a mettere online i suoi video, prima su WeChat (subito censurata) e poi su YouTube e Twitter, siti bloccati in Cina, ma aggirabili con il sistema del VPN. I suoi post sono stati seguiti da poche centinaia di persone e, vedendo che non nessuno la fermava, Zhang si è fatta sempre più coraggiosa, andando alle centrali di polizia a chiedere informazioni su altri tre blogger scomparsi. Quindi è toccato a lei: l'arresto, l'accusa di avere "inventato storie e diffuso informazioni false" e di aver rilasciato interviste ai media stranieri.
"È testarda e idealista, a volte oltre i limiti del comprensibile" dice ora la sua amica Li Dawei. Sì, oltre i limiti, perché in Cina si rischia grosso a dire la verità. In aprile tre volontari che avevano creato un archivio online di notizie censurate sono scomparsi. Poi si è saputo che due di loro sono in carcere, anche se i loro processi non sono ancora iniziati. In uno dei video incriminati, Zhang aveva riassunto ciò che spinge blogger come lei a rischiare la libertà: "Chi di noi ha a cuore la verità, in questo Paese, deve dire che se ci crogioliamo nelle nostre tristezze e non facciamo niente per cambiare la nostra realtà, allora le nostre emozioni non valgono niente".
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 29 dicembre 2020
L'attivista saudita comunque dovrebbe uscire di prigione a marzo grazie alla sospensione della pena. Intanto pensa di presentare appello contro la sentenza che l'ha condanna per terrorismo.
La buona notizia è che Loujain Al Hathloul sarà scarcerata nel giro di due-tre mesi, forse già a marzo, grazie alla sospensione della pena decisa dai giudici. La brutta è che comunque l'attivista saudita per i diritti delle donne è stata condannata a cinque anni e otto mesi di prigione - per cinque anni non potrà uscire dal paese - da un tribunale speciale per l'antiterrorismo.
I media sauditi, megafoni della monarchia, spiegavano ieri che Al Hathloul è stata giudicata colpevole di "varie attività proibite dalla legge antiterrorismo" e perché avrebbe favorito una "agenda straniera". Il ministro degli esteri Faisal ben Farhan Al-Saud ha aggiunto che la donna sarebbe stata in contatto con Stati "ostili" ai quali avrebbe fornito "informazioni riservate".
Ma durante le indagini e nel processo non è stata mostrata alcuna prova o testimonianza a sostegno di questi reati. "Loujain ha pianto al termine della lettura della sentenza. Dopo quasi tre anni di detenzione arbitraria, tortura e isolamento, ora la condannano e la etichettano come terrorista. Loujain farà appello contro la sentenza", ha scritto Lina Al Hathloul, sorella dell'attivista. Le accuse sono giudicate assurde da più parti poiché Al Hathloul è solo stata protagonista della battaglia per il diritto alla guida per le donne e ha invocato in qualche tweet il rispetto dei diritti umani.
La sospensione della pena di due anni e dieci mesi sarà applicata solo a condizione che l'attivista non commetta "un nuovo crimine entro tre anni". Avendo già trascorso due anni e mezzo in prigione in custodia cautelare, Al Hathloul dovrebbe tornare a casa tra poche settimane. Da un lato è positivo - la decisione dei giudici con ogni probabilità è frutto delle pressioni internazionali - dall'altro la sospensione della pena imbavaglia l'attivista che per i prossimi tre anni dovrà restare in silenzio assoluto per non rischiare di finire di nuovo dietro le sbarre.
La custodia cautelare è stata molto dura. Al Hathloul ha denunciato, attraverso i rari contatti avuti con la famiglia, di aver subito torture e abusi sessuali durante gli interrogatori seguiti al suo arresto. Ma la procura non ha mai avviato un'indagine su questo sostenendo che i filmati delle telecamere di sorveglianza all'interno del carcere vengono cancellati ogni 40 giorni.
Che il fine del procedimento fosse quello di punire a ogni costo Al Hathoul è stato evidente quando il caso è stato trasferito il mese scorso a una delle corti speciali che si occupano di terrorismo e che in realtà prendono di mira gli oppositori della monarchia. A quel punto sono scattate le accuse di aver contattato non meglio precisate organizzazioni di Stati esteri. L'attivista ha anche fatto ad ottobre uno sciopero della fame che è stata costretta ad interrompere per le minacce delle autorità.
Ora si attende di conoscere la sorte di Nassima Al Sadah, Samar Badawi e Nouf Abdelaziz che il 15 maggio del 2018 furono arrestate assieme ad Hathloul per il loro attivismo a sostegno del diritto delle donne di poter guidare l'auto. Diritto che appena qualche settimana dopo sarebbe stato riconosciuto dal potente e brutale principe ereditario Mohammed bin Salman. Secondo alcuni le quattro donne furono incarcerate per far apparire l'erede al trono come un leader forte che prende le sue decisioni da solo e non sotto le pressioni della società civile.











