di Riccardo Polidoro
Il Riformista, 2 aprile 2021
La nostra Costituzione, all'articolo 27, prevede che "l'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva". Sappiamo, purtroppo, che non è così e la "presunzione d'innocenza", dopo oltre 70 anni, è continuamente violata, in nome di un'informazione sempre più veloce e di un'esigenza di visibilità di cui molti non riescono a fare a meno.
Quanto accade è da addebitare a un sistema Giustizia che non funziona e a un sistema mediatico sempre più aggressivo. "Sbattere il mostro in prima pagina", citando l'indimenticabile film di Marco Bellocchio con Gian Maria Volontè, fa parte del lavoro del giornalista che, avuta la notizia, deve pubblicarla, ma dovrebbe comunque farlo nei limiti di una prudente valutazione dei fatti, delle fonti e del contesto.
Senza alcuna giustificazione, invece, le conferenze stampa di coloro che hanno svolto le indagini e ancora più gravi i casi di singoli soggetti, autori di attività investigative o venuti a conoscenza dei fatti per ragioni del proprio lavoro, che affidano all'amico giornalista la diffusione della notizia, magari in cambio di una bella fotografia.
A volte accade - invero non raramente - che il "mostro" sia invece un galantuomo al quale sono stati tolti dignità, affetti e lavoro. Della sua innocenza si saprà dopo anni di calvario giudiziario, ma egli sarà stato dimenticato dagli accusatori e dai voraci media che lo ignoreranno o lo relegheranno in un trafiletto a fondo pagina.
Giova ricordare, pur calcolando solo quelle per le quali vi è stato il risarcimento del danno, che le ingiuste detenzioni in Italia sono più di mille ogni anno, cioè tre al giorno. Nel 2019 la città di Napoli è stata quella con il maggior numero di casi indennizzati, ben 129, seguita da Reggio Calabria con 120 e da Roma con 105.
Nell'ottobre del 2019, la Procura di Napoli emanò un apposito ordine di servizio per l'accesso dei giornalisti agli uffici e per i criteri e le modalità di rilascio di copia dei provvedimenti giudiziari agli organi di stampa, nel tentativo di contemperare il diritto di cronaca, previsto dall'articolo 21 della Costituzione, con le garanzie dell'indagato.
Invero, alcun radicale mutamento sembrerebbe esserci stato sulla pubblicazione delle indagini. In tutta Italia, i media continuano a "bruciare" vite prima che arrivi la sentenza definitiva: nella maggior parte dei casi, prima ancora che l'indagato abbia piena conoscenza delle accuse.
Intanto la Camera, quasi all'unanimità, ha approvato l'ingresso nella legislazione italiana della direttiva europea 343 del 2016 che richiama il principio di non colpevolezza, già chiaramente espresso dalla nostra Costituzione: una buona notizia che lascia sperare in tempi migliori dopo quelli recentissimi, davvero bui.
Il "cambio di passo" è tanto importante quanto evidente e si avverte la presenza di un ministro della Giustizia finalmente autorevole e che vive per e di Costituzione. Ma dalla forma scritta alla pratica c'è di mezzo il mare e, nel nostro caso, l'oceano, popolato da pesci rampanti che vogliono venire a galla per mostrare quanto sono belli e bravi e magari aspirare a tane migliori. Tutta la nostra legislazione penale viene (r)aggirata ove non sono previste sanzioni.
I termini, per esempio, se non sono perentori, sono pressoché inutili. E ancora, quanti sono i provvedimenti di rigetto di richieste di proroga del termine delle indagini fatte dalle Procure? Si contano sule dita di una mano, tant'è che ormai gli avvocati non si oppongono più. Se davvero non vogliamo più vedere immagini di arresti, ascoltare le intercettazioni spesso interpretate anche da voci incattivite, ascoltare nomi d'indagati già descritti come colpevoli con "presunte sentenze" in cui sono indicate solo verità - queste davvero presunte, ma spacciate per indiscutibili e ormai definitivamente accertate - occorre prevedere delle sanzioni, per una vera tutela dell'indagato. Tutela che deve innanzitutto stabilire effettivamente la segretezza delle indagini e rivolgersi a chi ha il dovere e l'obbligo di farla rispettare.
In prima linea vi sono le Procure e la polizia giudiziaria, custodi degli atti d'indagine svolti e da svolgersi. Subito dopo i Giudici per le indagini preliminari destinatari delle richieste delle Procure, di autorizzazioni o di misure cautelari. Solo successivamente gli avvocati e va precisato che la loro conoscenza è del tutto parziale, riduttiva e comunque giunge in grande ritardo rispetto ad altri. Le notizie ufficialmente giungono dalle conferenze stampa delle Procure, di giorno in giorno più sofisticate e ricche di particolari. Ufficiosamente giungono da singoli "addetti ai lavori" per svariati interessi. Dunque, come intervenire? Qual è il deterrente capace anche di rispettare il diritto di cronaca e quello di essere informati?
Basterebbe prevedere che le Procure possano tenere conferenze stampa solo dopo l'esercizio dell'azione penale, cioè quando i capi d'imputazione si sono cristallizzati e vi è già stato il contraddittorio con la difesa. Inoltre andrebbe chiarito - anche al fine di una corretta diffusione della notizia e una esatta educazione dell'opinione pubblica - che quella diffusa è l'ipotesi accusatoria che dovrà essere verificata in giudizio. Si sposterebbe così - com'è giusto che sia - l'attenzione mediatica sul processo, unico strumento per accertare la verità.
Gli altri canali d'informazione dovranno trovare immediate sanzioni disciplinari. Il tema della "presunzione d'innocenza" non è terreno di battaglia tra garantisti e colpevolisti: è un principio costituzionale e pertanto va rispettato sempre, senza indugi, ancor prima di guardare all'Europa.
di Clemente Pistilli
La Notizia, 2 aprile 2021
Arresti domiciliari anche ai criminali incalliti se sono anziani. L'importante è che non siano mafiosi o terroristi. A stabilirlo, allargando le maglie dei benefici ai condannati, è stata la Corte Costituzionale. Con la sentenza n. 56, depositata ieri dal giudice costituzionale Francesco Viganò, giurista e professore universitario, scelto dal Presidente Sergio Mattarella nel 2018 per sostituire alla Consulta l'ex presidente Paolo Grossi, è stato dichiarato incostituzionale il divieto assoluto di accedere alla detenzione domiciliare stabilito per gli ultrasettantenni condannati con l'aggravante della recidiva.
Eliminata dunque la preclusione assoluta stabilita dall'ordinamento penitenziario nei confronti degli over 70 recidivi appunto. La magistratura di sorveglianza dovrà a questo punto valutare caso per caso se il condannato sia in concreto meritevole di accedere alla misura alternativa alla detenzione tenendo conto anche della eventuale residua pericolosità sociale.
Per la Corte Costituzionale, la detenzione domiciliare per gli ultrasettantenni è ispirata al principio di umanità della pena, sancito dall'articolo 27 della Costituzione e si fonda su una duplice presunzione: il legislatore presume una generale diminuzione della pericolosità sociale del condannato anziano, che quindi può di regola essere contenuta adeguatamente imponendogli la permanenza nel domicilio, secondo le prescrizioni del giudice e con i dovuti controlli, e appare verosimile che "il carico di sofferenza associato alla permanenza in carcere cresca con l'avanzare dell'età, e con il conseguente sempre maggiore bisogno, da parte del condannato, di cura e assistenza personalizzate, che difficilmente gli possono essere assicurate in un contesto intramurario, caratterizzato dalla forzata convivenza con un gran numero di altri detenuti di ogni età".
La Consulta ha inoltre battuto sull'anomalia della disposizione esaminata, l'unica in materia che fa discendere conseguenze radicalmente preclusive di una misura alternativa a carico di chi sia stato condannato con l'aggravante della recidiva. Per la Corte infatti il giudizio sulla recidiva è formulato unicamente ai fini della quantificazione della pena da infliggere e dunque non è né attuale né specifico rispetto alle ragioni che potrebbero giustificare l'esecuzione della pena in detenzione domiciliare.
Tra queste vengono sottolineati in particolare "i cambiamenti avvenuti nella persona del reo e l'eventuale percorso rieducativo in ipotesi già intrapreso" dal condannato dopo la sentenza, compreso il tempo già trascorso in carcere, nonché la maggiore sofferenza determinata dalla detenzione su una persona di età avanzata. La preclusione assoluta stabilita dalla norma è stata così ritenuta irragionevole pure in rapporto ai principi di rieducazione e umanità della pena. La stessa Corte Costituzionale ha comunque precisato che la possibilità dei domiciliari per gli over 70 non riguarda quanti hanno riportato una condanna per reati di particolare gravità, come quelli per mafia o terrorismo, elencati nell'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario. Per loro nessuno sconto.
A plaudire alla decisione della Corte Costituzionale è l'associazione Antigone, da sempre impegnata sul fronte dei diritti dei detenuti. "La valutazione del percorso detentivo deve essere sempre individuale, lasciando libero il magistrato di sorveglianza di decidere caso per caso, valutando la concreta pericolosità sociale della persona", ha dichiarato il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 2 aprile 2021
Ancora una volta attaccano gli avvocati mentre esercitano il diritto di difesa. Stavolta è toccato a due donne accusato di aver difeso un uomo ingiustamente accusato di violenza sessuale. "Non una, ma due donne che lo hanno difeso. Vergognoso", "mi chiedo come possono due donne difendere una persona del genere" e ancora "ma questi avvocati non si vergognano a difendere un delinquente simile. Lo schifo assurdo che per i soldi non si guarda in faccia nessuno, eppure sono donne ma nessuna solidarietà. Il denaro e la carriera sono superiori al dramma di questa ragazza".
E poi il climax ascendente: "Che non debbano mai provare nessun tipo di violenza queste sottospecie di avvocati". Questi sono solo alcuni dei commenti rivolti sui social a due avvocate bresciane (di cui indicheremo solo le iniziali - S.L. e M.M. - perché, dato il clima, non vogliono esporsi ulteriormente), attaccate dalla folla forcaiola e sessista solo per aver difeso e fatto assolvere "perché il fatto non sussiste" un 27enne di origini pachistane accusato di violenza sessuale nei confronti della sorella all'epoca dei fatti minorenne.
Il pubblico ministero aveva invece chiesto la condanna a 7 anni e mezzo di carcere. L'imputato si era sempre dichiarato innocente sostenendo che la sorella si era inventata tutto. La giovane donna aveva raccontato di essere stata obbligata dal fratello maggiore a vedere cartoni animati e film pornografici e poi a consumare rapporti sessuali completi. Aveva anche accusato il padre, già assolto con la stessa formula al termine di un processo celebrato con il rito abbreviato davanti al gup. La denuncia nei confronti dei familiari era partita nel 2018, subito dopo che la ragazza avrebbe scoperto che la famiglia le aveva organizzato un matrimonio combinato in Pakistan.
"Non essendo più vergine ha avuto paura", aveva sostenuto in aula il pm chiedendo la condanna per il fratello. "Tutto falso" aveva replicato la difesa, a cui i giudici del Tribunale di Brescia in composizione collegiale hanno dato ragione. Su quanto accaduto la Camera Penale di Brescia, presieduta dall'avvocato Veronica Zanotti, ha diffuso un duro comunicato in cui si chiarisce che negli attacchi alle due avvocate "si sottolineava per di più che esse fossero donne, incapaci di immedesimazione con la parte civile e seguiva una sequela di contumelie al comportamento "tipico" dell'avvocato, correo dell'assistito e mercenario".
Una delle solite distorsioni che accompagna la figura dell'avvocato, questa volta aggravata dal fatto che nella mente di questi odiatori privi di minima cultura giuridica le donne non possano difendere gli uomini, soprattutto se accusati di reati sessuali. "Sono rimasta colpita da tutto questo livore e da questo spirito forcaiolo - dice al Dubbio l'avvocato M.M. - Ma quello che mi ha sorpresa di più è che l'acredine è stata manifestata soprattutto da altre donne. Trovo paradossale ed assurdo, oltre che contrario ai doveri dell'avvocato, ritenere poco etico che una donna non possa difendere un uomo accusato di particolari reati, come la violenza nei confronti di un'altra donna".
Proprio come ci conferma S.L.: "quelle donne che hanno inveito contro di noi, e che si definiscono vicine alle donne vittime di violenza, non si rendono conto che il loro di agire sia stato esso stesso sessista e violento". L'avvocato si riferisce anche ai sit in che alcune signore hanno organizzato dinanzi al Tribunale. "Perché queste persone che erano a manifestare davanti al Tribunale - si domanda l'avvocato M.M. - per chiedere la condanna del nostro assistito non sono entrate in aula per cercare di capire come si stava svolgendo il processo? Forse non sarebbero rimaste sorprese di questa assoluzione se avessero seguito il dibattimento che ha dimostrato che l'accusatrice aveva mentito, come ha ben inteso la Corte". L'avvocato fa emergere un altro grande pregiudizio che mina il sereno esercizio della giurisdizione; per molti, soprattutto tra i movimenti femministi, le donne che denunciano violenza hanno sempre ragione: "è un concetto sbagliato. I processi in aula - ci dice S.L. - servono proprio a questo, a stabilire chi ha ragione e chi ha torto. Un uomo accusato di violenza non può essere condannato a prescindere. Occorrerebbe una seria riflessione culturale su questo".
A questo ragionamento si lega quello più grande dell'attacco al diritto di difesa, costituzionalmente garantito: "Noi abbiamo il dovere di tutelare i diritti di tutti - concludono le legali - siano esso colpevoli o innocenti. Il diritto di difesa è un baluardo della società civile".
Il vilipendio dell'articolo 24 della Costituzione ha ormai raggiunto livelli preoccupanti, ribadisce il direttivo della Camera Penale di Brescia: "Come già avvenuto in un precedente caso (l'imputato omicida assolto per incapacità di intendere e di volere), gli attacchi ai difensori vengono motivati in modo del tutto ipocrita in ragione di una presunta denegata giustizia e di una insopportabile identificazione tra il difensore, l'assistito e il reato oggetto dell'imputazione. Simili aggressioni non sono giustificabili poiché investono il significato più profondo della giurisdizione e il ruolo essenziale del difensore".
di Federica Cravero e Ottavia Giustetti
La Repubblica, 2 aprile 2021
Roberto Del Gaudio, detenuto da controllare a vista, si è impiccato con i suoi pantaloni del pigiama: 12 minuti di buio durante Juve-Milan. Dodici minuti per morire indisturbato, impiccato ai pantaloni del pigiama, in una cella del Sestante della Vallette, braccio dei detenuti a rischio di atti di autolesionismo dove l'immagine di un girone dantesco non appare poi metafora troppo azzardata.
Non per il fratello dell'uomo ripreso, fermo immobile, con il cappio intorno al collo e appeso sull'angolo di una finestra aperta per quei dodici interminabili minuti, prima che nella cella entri un primo agente della polizia penitenziaria e si renda conto di che cosa è accaduto mentre chi doveva sorvegliare era distratto altrove. "Sei colpevole e lo Stato ti manda lì, ma è solo una finta pena di morte": dice con amarezza Giuseppe Del Gaudio, come rassegnato a questo tragico epilogo. Che Roberto, suo fratello, aveva ucciso la moglie, e la sua fine non solleva pena né indignazione.
Quei pantaloni glieli aveva portati lui senza poter immaginare che uso ne avrebbe fatto il 10 novembre 2019. E adesso vuole poter vedere le immagini crude di quella sera, quando mezza Italia era davanti alla partita tra Juventus e Milan, e Roberto Del Gaudio rinchiuso nella cella meditava come farla finita rannicchiato su una squallida brandina. Quelle immagini hanno incastrato i tre agenti della polizia penitenziaria che non avrebbero dovuto perderlo di vista nemmeno per un secondo. E che si sospetta, a quella partita non abbiano voluto rinunciare.
Sono le 21.05 quando Del Gaudio si raggomitola sotto la coperta scura che gli hanno lasciato e toglie i pantaloni del pigiama. Sono pantaloni lunghi, del tipo che un detenuto come lui non dovrebbe avere perché è considerato ad alto rischio di suicidio. Ha ammazzato la moglie tre mesi prima, è in cura per problemi psichici, e il giorno successivo deve incontrare lo psichiatra per la perizia che dovrà stabilire la sua capacità di intendere e volere, dunque anche il suo destino processuale.
In quello stesso momento, 21.05, Juventus-Milan è al quindicesimo del primo tempo, occasione per Higuain dopo un passaggio di Ronaldo. Sono le 21.37 quando le telecamere inquadrano le gambe di Del Gaudio senza pantaloni. Qualcuno dei tre agenti dovrebbe accorgersene. Ma l'arbitro ha fischiato l'intervallo e nelle interviste tra primo e secondo tempo il dirigente bianconero Fabio Paratici sta annunciando il rinnovo di Cuadrado fino al 2022.
Alle 22.28 Del Gaudio si siede sul bordo del letto e ha già il cappio attorcigliato al collo, fatto con il pigiama, lo aggancia all'angolo battente della finestra. Stesso minuto, un'altra stanza: Calhanoglu tenta di recuperare al gol di Dybala di quattro minuti prima. In campo sono fasi concitate mentre nella cella si sta per consumare il dramma di Roberto Del Gaudio. Alle 22.29 si lascia cadere dal letto e resta appeso alla finestra. Nessuno se ne accorge fino alle 22.41 quando le telecamere registrano l'ingresso del primo agente nella cella.
Bisogna tornare indietro, ma solo di 60 secondi per assistere al fischio finale. Appena il tempo utile a estrarre la scheda di Sky dal monitor e riattivare le immagini in diretta. Non dal campo ma questa volta dalla cella del detenuto. Il suo corpo penzola a pochi centimetri da terra. "Dodici minuti di buco sono un'eternità - commenterà il direttore del carcere parlando con Pietro Buffa il giorno dopo - hanno fatto una minchiata grossa". Non c'è più nulla da fare.
La procura di Torino ha chiesto il rinvio a giudizio dei tre agenti che erano in servizio quella sera nella settima sezione del reparto psichiatrico Sestante, Giuseppe Picone, Vittorio Cataldo e Marco Spinella. Il 5 maggio inizierà il processo nel quale i pm Francesco Pelosi e Giulia Marchetti hanno contestato loro l'omicidio colposo e la negligenza per non aver tenuto sotto costante osservazione Del Gaudio. A uno di loro hanno contestato anche il falso, per aver dichiarato che il monitor si è staccato da solo dalla staffa nel muro, versione palesemente contraddetta da una perizia tecnica. E le intercettazioni del nucleo di polizia penitenziaria sono una rassegna di tentativi di depistaggi e distruzione di prove. "Se devono fare la cosa se la devono sudare... (risata) Vaffanculo se ci dovete inc... almeno dovete sudarla" - e si affannano a crearsi degli alibi cercando di anticipare, nella ricostruzione dei tempi, il guasto del monitor.
Che fossero davanti alla partita quando Roberto Del Gaudio si impiccava è rimasto un sospetto senza prova tanto che gli inquirenti non ne hanno fatto parola nel capo di imputazione. Ma è nella coincidenza chirurgica dei tempi che gli indizi si rafforzano. C'è un'intercettazione dell'11 novembre in cui due colleghi parlano tra di loro della tragedia. "Ma come hanno fatto in tre", "Eh, indovina", "Cosa c'era ieri sera?", "Juve-Milan", "E lì dentro si vede?", "Lo vedono sì, si portano le schede e si vedono la partita. E vabbè, non lo diciamo questo".
"Aspettiamo che si faccia giustizia - commenta l'avvocato Riccardo Magarelli, che assisteva Del Gaudio per l'omicidio e ora assiste il fratello come parte civile in questo nuovo processo - Ma restiamo basiti dal clima di totale omertà che emerge dagli atti e dal tentativo di autoassolversi. Ci sono dati e orari oggettivi e solo con una forzatura si può pensare che siano coincidenze".
blogsicilia.it, 2 aprile 2021
Francesco Paolo Chiofalo, 37 anni, è morto dentro il Pagliarelli-Lo Russo per causa ancora da accertare. Sarà l'autopsia, effettuata ieri nel primo pomeriggio, ma i cui risultati non sono stati resi ancora noti, a stabilire le cause della morte del giovane detenuto. Lo riporta il Giornale di Sicilia. La notizia è stata comunicata ai familiari del detenuto al telefono ma senza versione ufficiale sulla morte, come sostiene l'avvocato Massimiliano Russo. Dopo il decesso è stata disposta l'autopsia dalla Procura di Palermo che ha aperto un fascicolo.
La famiglia chiede che sia fatta luce. L'uomo al Pagliarelli stava scontando una condanna definitiva per furto ed evasione. Doveva uscire il prossimo ottobre. Ora la famiglia chiede che sia fatta luce sulle cause della morte - fa sapere il legale - e vogliono sapere se il loro congiunto sia stato curato adeguatamente. Il carcere avrebbe, infatti, comunicato alla famiglia soltanto il decesso, senza dare dettagli su cause e circostanze. Neppure l'avvocato è stato informato. Certo è che, da tossicodipendente, Chiofalo aveva diritto a un'assistenza particolare e a essere seguito in maniera adeguata nel carcere.
I casi di morte al Pagliarelli - Lo scorso gennaio morì Massimo Bottino, 52 anni, al Pagliarelli mentre scontava una condanna a 12 anni. L'uomo, detenuto nella struttura penitenziaria, morì all'ospedale Buccheri La Ferla, dove era arrivato dal Civico in coma.
In carcere era stato isolato e curato pensando che avesse il Covid salvo poi scoprire che si trattava di una leucemia fulminante. A ottobre 2020 due decessi a distanza di 24 ore. Erano due palermitani di 38 e 48 anni, il primo deceduto nonostante le manovre di rianimazione eseguite dal personale in servizio nell'istituto penitenziario. Il secondo si sarebbe sentito male mentre era nella sua cella, ma la corsa in ospedale fu inutile. Si ipotizzarono due infarti
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 2 aprile 2021
Le sezioni Unite aderiscono all'orientamento che ritiene necessaria la difesa tecnica di un avvocato in materia di libertà personale. La Cassazione risolve in senso affermativo il dubbio sulla necessità che il magistrato di sorveglianza, chiamato a decidere su un'istanza di liberazione anticipata, nomini un difensore d'ufficio in assenza di quello di fiducia, al fine di potergli notificare l'ordinanza con cui decide, che è soggetta a reclamo davanti al Tribunale di sorveglianza. Tale presa di posizione delle sezioni Unite penali, che compone il contrasto tra due orientamenti, mira a garantire un pieno contraddittorio in un procedimento incidente su diritti costituzionali del condannato quali l'esercizio di una piena difesa e la tutela della libertà personale.
La sentenza n. 12581/2021 ha fornito così l'interpretazione corretta dell'articolo 69 bis dell'Ordinamento penitenziario, dove è espressamente richiamato l'articolo 127 del Codice di procedura penale che prevede la notifica delle decisioni in camera di consiglio al difensore di fiducia e, in sua assenza, a quello d'ufficio che lo stesso giudice è tenuto a nominare.
Al di là di un contraddittorio eventuale e differito che viene a instaurarsi quando l'istante contesta la decisione reiettiva del giudice di sorveglianza, il reclamo davanti al Tribunale di sorveglianza ha pacificamente la natura di impugnazione. Ciò è confermato dalla legge del 2002 che ha previsto l'incompatibilità del magistrato di sorveglianza a sedere nel collegio che decide sul reclamo.
Quindi se per "errore" il magistrato adotta una decisione senza notificarla al difensore non decorrono i termini per la proposizione del gravame da parte dell'avvocato nominato in prossimità dell'udienza di reclamo e che può utilmente depositare memorie difensive. Perciò se, come nel caso giunto fino alle sezioni Unite, l'istante nomina un difensore di fiducia, solo successivamente all'emissione dell'ordinanza reiettiva a lui stesso comunicata o notificata e in prossimità dell'udienza davanti al Tribunale, tale nomina oltre che valida sana il vizio di annullabilità dell'ordinanza originaria, ossia l'errore del giudice che non aveva nominato il difensore d'ufficio al quale notificarla.
L'effetto sanante deriva dall'effettiva proposizione del reclamo che, grazie alla nomina di un avvocato, è pienamente frutto di una completa assistenza tecnica costituzionalmente dovuta a chi sopporta restrizioni della libertà personale. Ciò determina il rinvio dalle sezioni Unite al Tribunale, a seguito dell'annullamento in sede di legittimità dell'ordinanza che aveva giudicato tardivo il reclamo del difensore. Infatti, in assenza di tale effetto sanante, il difetto di notificazione al difensore dell'ordinanza originaria da parte del magistrato di sorveglianza avrebbe determinato il rinvio nelle sue mani affinché procedesse correttamente alla notificazione riaprendo la via al reclamo di parte.
di Federica Cravero
La Repubblica, 2 aprile 2021
"All'inizio fai fatica a pensare che stia accadendo proprio a te quello che solitamente vedi in tv. Invece tutto d'un colpo diventa vero. E inizi a chiederti come sia potuto accadere e pensi che forse anche tu hai delle responsabilità perché non hai capito, non hai aiutato abbastanza tuo fratello...".
Parte da lontano il racconto di Giuseppe Del Gaudio, che si prepara ad affrontare il processo per gli agenti della polizia penitenziaria che non hanno vigilato sul fratello Roberto, morto suicida a 65 anni la sera del 10 novembre 2019 nella cella in cui era detenuto per aver ucciso la moglie Brigida De Maio. "Gli avevo portato io il pigiama lungo con cui si è impiccato - racconta Giuseppe, più piccolo di cinque anni - Nessuno mi ha detto che non andava bene, hanno solo controllato che non ci fossero dei lacci in vita e basta".
La malattia mentale, la crisi di coppia, un tumore allo stomaco, il mobbing sul lavoro che lo aveva portato al licenziamento, tutti problemi che si sono andati a sommare a un carattere difficile. "Mio fratello ha fatto una cosa tremenda, faccio fatica a parlarne. Però quando sono andato a trovarlo mi ha raccontato cose tremende e ho proprio avuto l'impressione che se sei colpevole lo Stato ti abbandona, è una finta pena di morte: se una persona normale entra lì dentro non c'è recupero".
Cosa le aveva raccontato Roberto?
"Mi aveva detto che la gente nelle altre celle urlava tutta la notte, che lo minacciavano. E anche le guardie non lo trattavano bene. Non c'era la porta ma solo le sbarre e tutti vedevano quello che facevi. Per questo mi ha detto che cercava di andare in bagno la sera tardi, quando non c'era più passaggio di persone".
E sul delitto che aveva commesso?
"Ho avuto una sola occasione di parlare con lui per un'ora e, in cuor mio, ho avuto la sensazione che sarebbe stata l'ultima. Per quello ho cercato di parlare d'altro. Non volevo fargli domande, ma è stato lui che a un certo punto mi ha parlato di 'quei maledetti tre minuti in cui è successo tutto. Non ho capito perché l'ho fatto'. Queste sono state le sue parole. Io pensavo che era giusto che pagasse per quello che aveva fatto e provo molta pena per mia cognata, ma pensavo che magari avrebbe scontato la pena in una comunità, anche a vita ma in un luogo più adatto a chi ha problemi psichici".
Soffriva da tempo di questi disturbi?
"Veramente io non ero consapevole di quanto grave fosse la situazione, loro erano un po' chiusi su queste questioni e abitando lontani ci si vedeva poco e ci si sentiva solo al telefono. Certe cose le ho lette sui giornali. Non sapevo per esempio che un mese prima del delitto lui fosse stato visto vagare in stato di semi incoscienza per la città e mia cognata avesse pensato di farlo ricoverare in una comunità. Lui aveva avuto una brutta depressione dopo una vicenda di mobbing sul lavoro. Lavorava al Comune di Leinì quando era scoppiata l'inchiesta sulla 'ndrangheta che aveva travolto il sindaco. Lui era al protocollo e diceva di aver ricevuto pressioni per certe carte che non avrebbe dovuto vedere. Alla fine si era licenziato. Poi gli avevano diagnosticato un cancro allo stomaco e aveva cambiato anche la terapia con gli psicofarmaci. Lui non aveva mai fatto pace con se stesso ma gli sono capitate anche molte sventure".
Sebbene non vi sia la prova certa, il sospetto è che quella sera le guardie stessero guardano la partita nei monitor di sorveglianza.
"Questo è incommentabile, è così assurdo che si fa fatica a concepirlo. Però non ho niente contro quelle persone, ho provato a mettermi nei loro panni, anche le loro famiglie adesso staranno vivendo un brutto momento. Devono essere stressati, dalla carenza di personale, da turni massacranti. Non li giustifico e devono pagare per le loro responsabilità, ma quello è un inferno, un ambiente tremendo per chi ci vive e per chi ci lavora. E ci sono delle responsabilità anche in capo allo Stato, che non investe risorse e non tutela le persone".
Quando ha saputo del suicidio?
"Quella notte stessa, verso l'una mi ha chiamato al cellulare il direttore del carcere in persona. È stato delicato, ma è andato dritto al punto: 'Suo fratello è morto'. Gli ho chiesto come era accaduto e mi ha detto che si era impiccato con il pigiama. Quello che gli avevo comprato io".
Che ricordo le resta di suo fratello?
"Era un uomo per certi versi problematico ma con grandi passioni, come la pittura e l'atletica. Al suo funerale è venuta tantissima gente ed è stata una sorpresa per me che credevo che mio fratello fosse una persona molto chiusa. Questo ricordo porterò di lui, che nonostante tutto quello che è accaduto, abbia lasciato un segno in tanta gente".
Il Resto del Carlino, 2 aprile 2021
Clima ancora teso dietro le mura del carcere di Villa Fastiggi. Parenti e avvocati protestano perché da settimane non possono incontrare i detenuti. Colpa del focolaio di Covid, la giustificazione dell'istituto. E intanto il garante regionale dei diritti della persona, Giancarlo Giulianelli, costretto a casa perché malato di Covid, annuncia che farà colloqui via remoto con i carcerati che lo chiederanno.
"Villa Fastiggi era il primo carcere da cui volevo cominciare il mio giro - spiega Giulianelli - ma ho preso il coronavirus e, dopo più di un mese, sono ancora positivo. Così ho deciso di incontrare i detenuti da remoto. Molti si sono già prenotati e tra qualche giorno partiremo. Potrò sentirò direttamente dalle loro voci, le eventuali criticità e le loro esigenze".
Esigenze che al momento sarebbero trascurate. A denunciarlo sono alcuni famigliari dei carcerati. Come Sabrina Z. che lancia un appello tramite il giornale affinché i vertici di Villa Fastiggi permettano a lei, come ad altri, di poter fare visita ai propri parenti.
"Non mi fanno vedere mio fratello da un mese - spiega Sabrina - devo portargli vestiti, cibo, soldi, ma quando sono arrivata in carcere non mi hanno permesso di lasciare nulla e tantomeno di vederlo. Ci dicono per il Covid, ma dove è il pericolo se parliamo separati dal vetro?
E poi, se è vero che temono i contagi, come fanno a mettere 5 persone nella stessa cella come nel caso di mio fratello? Ci diano una risposta". Protesta anche Claudia, di origini moldave, che da mesi non riesce più a vedere il marito.
di Stefano Chiossi
Il Resto del Carlino, 2 aprile 2021
Due parenti: "Non abbiamo più loro notizie, non chiamano neppure". Il focolaio Covid tra i detenuti alla Pulce si allarga a macchia d'olio. Sono infatti 74 i carcerati attualmente positivi al Coronavirus (su oltre 350 reclusi), di cui due ricoverati in gravi condizioni al Santa Maria Nuova.
E come se non bastasse, arrivano anche pesanti critiche dai parenti sulla gestione dei famigliari, a denunciare la "totale mancanza di igiene e di cura all'interno del carcere di via Settembrini".
A ribadirlo sono due donne, rispettivamente moglie e figlia proprio dei due detenuti attualmente ricoverati in ospedale. Entrambe hanno preferito rimanere anonime. Ma non hanno certo lesinato critiche. Si parte dalla prima, 52 anni, con il marito alla Pulce dal 2016. "L'ho sentito per l'ultima volta il 24 marzo. Dall'avvento della zona rossa, non è più permesso fare videochiamate, ma almeno telefonicamente tre volte alla settimana rimanevamo in contatto. Mi aveva segnalato alcuni sintomi, denunciando come si trovasse in isolamento assieme ad altri potenziali positivi al Covid, quasi ammassati. Poi da lì più niente. Ho scoperto solo mercoledì pomeriggio, dalla chiamata di un detenuto, che era stato trasportato in ospedale".
Il focolaio alla Pulce era già stato denunciato dalle sigle sindacali (Fp Cgil e Fns Cisl) a metà marzo. In quel caso si parlava di "dieci casi di positività tra il personale della penitenziaria (di cui due ricoverati agli infettivi) e ventiquattro casi di quarantena fiduciaria, mentre sono duecento i detenuti, in ben quattro sezioni, chiusi nelle celle in quarantena per la presenza accertata di alcuni casi positivi tra loro. Chiediamo si proceda speditamente allo screening di tutta la popolazione detenuta ma anche di tutto il personale e alla vaccinazione di entrambi".
Come era facilmente prevedibile, i casi si sono moltiplicati senza sosta tra i reclusi, arrivando agli attuali 74. E ad ascoltare i parenti, ad avere la peggio sono stati proprio i detenuti: "Mio papà, alla Pulce da 3 mesi, è stato portato in ospedale mercoledì alle 14, ma dal carcere mi hanno avvisato solo alle 19 - attacca la figlia dell'altro ricoverato.
Purtroppo lo sospettavo, dato che da 10 giorni a questa parte non avevo più sue notizie, vivendo nell'angoscia. Ho chiamato più volte il carcere, con la solita risposta: 'Non possiamo divulgare informazioni'. Vorrei ricordagli che al netto del motivo per cui sono reclusi, rimangono sempre esseri umani. Ma tra una struttura fatiscente, topi ovunque, infiltrazioni e cure inesistenti sembra se lo siano scordati".
di Gianni Vigoroso
ottopagine.it, 2 aprile 2021
Visita all'Icam del Garante dei detenuti Samuele Ciambriello. Il Garante comunica che la recidiva in generale per le donne è all'8% mentre, purtroppo, per gli uomini si aggira intorno all'80%. "Occorre che in tempi brevi sulle case famiglie protette, strutture previste dalla legge del 2011 istitutiva degli Icam come quello di Lauro, anche nella nostra comunità regionale si aprano un paio di queste esperienze e opportunità di luoghi alternativi al carcere per garantire principalmente l'interesse preminente del minore".
Così il Garante Campano delle persone private della libertà personale Samuele Ciambriello all'uscita oggi dell'Istituto attenuato per detenute madri a Lauro, nell'avellinese. Il Garante a tal proposito, dice "mi ha fatto piacere che il parlamento abbia approvato un provvedimento in bilancio che consente di finanziare per l'importo di 1,5 milioni su tutto il territorio nazionale la creazione di case famiglie protette per madri detenute con figli che debbano scontare 3 anni".
Nella visita odierna presso Icam di Lauro dove attualmente sono ristrette 9 detenute e 11 bambini, il Garante Ciambriello, accompagnato dal suo staff, dallo scrittore Lorenzo Marone, dal cappellano Don Enzo Miranda e dal direttore dell'Istituto Paolo Pastena, ha fatto gli auguri di Pasqua consegnando uova, dolci e mascherine. Il Garante comunica che la recidiva in generale per le donne è all'8% mentre, purtroppo, per gli uomini si aggira intorno all'80%. Ciambriello così conclude "la presenza di figli in carcere costituisce un importante elemento "riabilitativo" incidendo significativamente sulla recidiva. Certo parlare di maternità e carcere è un ossimoro perché la tutela degli affetti, l'educazione dei figli è incompatibile con il carcere".
- Roma. Realizzati 500 crocifissi da donare ai detenuti di Rebibbia
- Pozzuoli (Na). La "scuola del fare" nella realtà del carcere
- Ddl Zan, anatomia "laica" della legge contro l'omotransfobia
- I medici sul dl Covid: sanzioni confuse e nessuna tutela per chi combatte la pandemia
- Francia. Unità speciali per le detenute per reati di terrorismo










