di Giacomo Capriotti
inews24.it, 3 aprile 2021
Il deputato di +Europa, Riccardo Magi, fa il punto della situazione sul dibattito relativo alla legalizzazione della Cannabis in Italia: "Nel nostro Paese un approccio moralista e bigotto che non valuta in base ai risultati delle politiche perpetrate". Presentato anche un disegno di legge, ora in discussione in Commissione giustizia: "Chiediamo la depenalizzazione dei fatti di lieve entità e della coltivazione domestica per uso personale".
Con lo stato di New York siamo a sedici stati negli Usa che hanno legalizzato la marijuana anche a scopo ricreativo... e in Italia?
"In Italia abbiamo un grosso ritardo da questo punto di vista, si fatica a prendere consapevolezza da parte del legislatore, ma anche da parte delle forze politiche, di quanto questa riforma sarebbe importante. Non è un approccio ideologico il nostro, ma un ragionamento che parte da dati reali. Negli ultimi trent'anni abbiamo avuto una legislazione tra le più repressive in Europa, basti pensare che più del 30% delle persone che entrano in carcere, lo fa per violazione del Testo unico sugli stupefacenti e ciononostante la quantità di sostanze in circolazione non è affatto diminuita. Mi pare evidente che qualcosa non abbia funzionato in questo approccio cosi repressivo"
Perché secondo lei questa differenza con altri Paesi?
"Nel mondo c'è una maggiore consapevolezza, non solo negli Usa, ma anche in Canada e in altri paesi europei. È di ieri la notizia che anche Malta sta andando nella stessa direzione. Il motivo è semplice, il proibizionismo non funziona e un approccio diverso avrebbe benefici su molteplici livelli".
Per esempio?
Quello della giustizia innanzitutto. Negli altri stati europei la media di detenuti per reati di droga raggiunge al massimo il 20%, nel nostro Paese invece supera il 30%. Potremmo dire anche che il sovraffollamento carcerario è dovuto a questo problema per certi versi. Ci sono cittadini consumatori, anche giovanissimi, che hanno la vita rovinata perché la giustizia si abbatte su di loro, distruggendo legami sociali, familiari, percorsi lavorativi e prospettive future. In Italia manca la volontà di confrontarsi con questo grande tema sociale, ma dobbiamo renderci conto che le politiche portate avanti fino adesso si sono rivelate persino controproducenti"
Si parla spesso anche dei risvolti economici della legalizzazione...
"Innanzitutto sarebbe un colpo pesantissimo a tutte quelle organizzazioni che, attraverso i proventi del narcotraffico, finanziano altre tipi di attività criminose. Secondo poi sancirebbe l'emersione di tutto un mercato, ora illegale, che avrebbe un impatto molto positivo sia dal punto di vista della creazione di nuovi posti di lavoro sia per quel che riguarda le entrate economiche per lo Stato. Senza considerare che si tratterebbe di un approccio più liberale del rapporto tra Stato e cittadino"
Eppure è una battaglia politica che in Italia si limita al centrosinistra, e forse nemmeno tutto...
"Negli Stati Uniti c'è una parte di repubblicani, ma anche di radicali di destra che invece hanno molto a cuore la liberta del cittadino rispetto allo Stato, fa un po' parte della cultura e dell'impostazione americana. In Italia invece c'è una tendenza allo stigma verso chi ha un determinato stile di vita, che deve essere necessariamente punito. Si tratta di un approccio più moralista, più bigotto e che soprattutto non valuta in base ai risultati ottenuti delle politiche perpetrate"
State portando avanti questa discussione anche in parlamento?
"Proprio ora c'è un dibattito aperto anche a livello istituzionale In Commissione giustizia, dove sono in discussione due proposte di legge di riforma dell'art. 73 del Testo unico sulle droghe (produzione, traffico e detenzione di sostanze stupefacenti o psicotrope- ndr). Una è a mia firma, ma sottoscritta da una trentina di deputati, che va verso la depenalizzazione dei fatti di lievi entità, evitando il carcere e l'arresto anche in flagranza di reato e distinguendo tra le cosiddette droghe pesanti e leggere. Chiediamo anche la decriminalizzazione totale della coltivazione domestica per uso personale, in altre parole il cittadino che coltiva a casa sua per uso personale deve essere lasciato in pace dallo stato"
E l'altra proposta?
"È a firma del capogruppo della Lega (Molinari- ndr) e va nella direzione esattamente opposta. Cioè verso un inasprimento della pena anche per i fatti di lieve entità. L'idea è che chiunque adotti una condotta anche solo di piccolo spaccio debba comunque finire in carcere. Io sono di parte è vero, ma posso garantire che si tratta di una proposta che è stata molto criticata da tutti i giuristi che sono intervenuti".
di Carmine Di Niro
Il Riformista, 3 aprile 2021
Non solo sulla giustizia, il governo Draghi potrebbe segnare una svolta anche su un altro tema che da anni è lasciato nel dimenticatoio o, peggio, bloccato dall'ostruzionismo della destra italiana.
Un decreto del presidente del Consiglio dei Ministri pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale di ieri ha assegnato al ministro per le Politiche giovanili Fabiana Dadone la delega delle politiche antidroga. Alla ministra del Movimento 5 Stelle sono "delegate le funzioni del Presidente del Consiglio dei ministri in materia di politiche giovanili e servizio civile universale, politiche antidroga, nonché in materia di anniversari nazionali", spiega il Dpcm. Senza dubbio la decisione di Draghi di affidare le politiche antidroga alla Dadone rappresenta un punto di svolta evidente. Lo dimostra il passato dell'esponente grillino, che da diversi anni ormai si è schierata apertamente per la legalizzazione delle droghe leggere, tanto da arrivare a scontrarsi anche col Partito Democratico alleato di governo, sia nel Conte II che con Draghi.
Ne 2017, discutendo della legge sulla legalizzazione della cannabis, arrivavano dalla Dadone dure critiche al Pd, accumunato a Carlo Giovanardi, ex deputato di Forza Italia e Nuovo Centrodestra noto per le sue posizioni 'proibizioniste" sulle droghe leggere. La Dadone il 27 luglio 2017 scriveva, dopo lo "svuotamento" della norma sulla legalizzazione della cannabis, che il Pd "ha gettato tutto alle ortiche, tirandosi indietro e votando contro la proposta del primo firmatario Giachetti".
La scelta di Draghi di puntare sulla Dadone, già filtrata nelle scorse settimane ma ufficializzata solamente nelle scorse ore, era stata subito oggetto di critiche da parte di Giorgia Meloni. Secondo la leader di Fratelli d'Italia infatti "sarebbe molto grave venire a sapere che il compito di combattere l'emergenza droga e dipendenze, che anche a causa del Covid sta assumendo contorni preoccupanti, sia stato affidato ad un parlamentare e ministro grillino che su questo tema si è distinto unicamente per aver sottoscritto le proposte di legalizzazione della cannabis", aveva sottolineato la Meloni.
La possibilità di nuove norme sull'uso della cannabis e sulla legalizzazione delle droghe leggere dovrà ovviamente fare i conti con la maggioranza eterogenea di cui è composto il governo Draghi. Un tema così divisivo infatti potrebbe portare alla 'guerra' tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico da una parte e Lega e Forza Italia dall'altra.
di Ruggiero Montenegro
Il Foglio, 2 aprile 2021
I detenuti vaccinati sono solo l'8,6 per cento, troppo poco: "Le regioni procedono in ordine sparso, occorre maggior coordinamento centrale", spiega il garante. Va meglio tra gli agenti, secondo i sindacati "la campagna ora procede a buon ritmo".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 2 aprile 2021
Appello alla ministra Cartabia per l'emergenza Covid che ha aggravato l'effetto desocializzante, con grandi difficoltà anche tra i detenuti e i loro bambini. Ministra Cartabia, con lei abbiamo una occasione per riformare radicalmente il nostro sistema penitenziario. Un evento del genere potrebbe riproporsi, per essere ottimisti, tra cinquant'anni. L'ideologia carcerocentrica, alimentata dal populismo penale, si è consolidata sempre di più.
di Alessio Ramaccioni
meteoweek.com, 2 aprile 2021
La pandemia di Covid colpisce duramente anche e soprattutto nelle carceri: secondo Stefano Anastasia, Garante dei diritti dei detenuti del Lazio, servirebbe subito una vaccinazione di massa per detenuti ed operatori. Ma non solo.
di Angela Stella
Il Riformista, 2 aprile 2021
Davigo, Caselli, Di Matteo, la schiera dei difensori dell'ergastolo ostativo è più agguerrita che mai. A pochi giorni dalla decisione della Consulta ne abbiamo parlato col famoso giurista, che dice: "Assurdo piegare la Costituzione alla logica dell'antimafia".
di Alessandro Cucciolla
L'Opinione, 2 aprile 2021
Non è più rinviabile la riforma del sistema giudiziario italiano come una trasversale - non estemporanea - mobilitazione del Parlamento sul tema drammatico del non funzionamento di un settore, fondamentale, come la giustizia. Tema ben chiaro al ministro Marta Cartabia, che necessita di un lavoro comune, il quale dia agli italiani le garanzie che oggi mancano.
Viene in mente il tema degli innocenti condannati, ad esempio. Italiani che sono stati mandati in carcere pur non avendo commesso i reati a loro contestati. Ed alcune vicende sono non solo clamorose ma drammatiche. Non possiamo non ricordare l'ultimo pronunciamento della Cassazione, del 9 marzo scorso, che ha confermato 6 anni di reclusione per il regista Ambrogio Crespi, accusato di "associazione esterna di stampo mafioso" (il suo principale accusatore ha chiesto scusa, sottoposto a perizia psichiatrica, è stato dichiarato "non attendibile", ndr). La condanna di Ambrogio Crespi, autore di alcuni straordinari docu-film di lotta alla mafia, ha mobilitato migliaia di persone (su Facebook è stata creata la pagina "Giustizia per Ambrogio Crespi" e qualche giorno fa è nato il comitato "Nessuno tocchi Caino per Ambrogio Crespi", ndr).
Fu l'allora ministro della Giustizia, Andrea Orlando, a definire il docu-film di Crespi "Spes contra Spem" un "manifesto contro la mafia", accompagnando il regista al Festival del cinema di Venezia. Se un innocente, emblema della lotta alla mafia, finisce in carcere in questo Paese, il dramma non può riguardare solo i parenti ed amici (per permettere a chiunque di conoscere la vicenda è scaricabile dal sito il libro "Il caso Crespi" di Marco Del Freo, ndr) ma tutti gli italiani onesti e che credono ancora nella giustizia come garanzia dei diritti e della civiltà, valori ultimamente stracciati ed umiliati dall'oblio della memoria. Senza memoria non c'è futuro, la memoria della "ingiustizia nel nome della Giustizia" caratterizza la cultura italiana, basti ricordare "Il caso Tortora" ed il finale della vicenda, che resta ancora una delle pagine più terribili della storia giudiziaria di questo Paese.
Sarebbe anche necessario ripristinare la definizione "grazia" accanto a "giustizia" nella denominazione del ministero. Può un Paese civile vivere di giustizia senza grazia? Si può omettere la possibilità di utilizzare la grazia per i danni arrecati agli innocenti nel sistema della giustizia? Può l'Italia continuare a mettere "la testa sotto la sabbia", come gli struzzi, e non vedere quanti errori, drammi, ingiustizie e sofferenze continuano ad accadere "in nome della giustizia"? Infine, può quel popolo che viene citato dai giudici prima di ogni pronunciamento di sentenza ("in nome del popolo italiano") disinteressarsi di questa realtà? La ferita degli innocenti in carcere brucia, è profonda. E la portiamo tutti, ogni giorno, sulla nostra pelle.
di Giulia Sorrentino
Libero, 2 aprile 2021
Le condizioni delle prigioni aggravano ulteriormente i sintomi: il 27% è in terapia. Un appello al governo sulla questione è stato firmato tra gli altri da Feltri e Costanzo.
Il caso di Fabrizio Corona continua a tenere banco, sia per le novità legate alla presunta sospensione del suo sciopero della fame (su supplica delle persone a lui più vicine) sia per quanto riguarda il suo disturbo psichiatrico severo. Ma quanti sono i detenuti con questi disagi?
di Milena Gabanelli e Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 2 aprile 2021
Cade la norma per la "moralizzazione" dell'accesso al Tar e al Consiglio di Stato. Per i magistrati delle procure e tribunali c'è da anni il divieto assoluto di insegnare nei corsi privati di preparazione ai concorsi. Non solo per diventare pm o giudice ordinario, ma anche consigliere della Corte dei Conti, giudice del Tar e consigliere di Stato.
Divieto che non vale per i giudici amministrativi. Sull'onda dello scandalo Bellomo, e dei dubbi sulla reale proprietà della Scuola Diritto e Scienza per la quale il consigliere di Stato teneva i corsi promettendo alle borsiste il segreto per superare il concorso, nel 2018 era stato messo un paletto: almeno per il concorso al Tar mai più lezioni di preparazione in scuole private.
Tre le ragioni di fondo: 1) la discriminazione: nei candidati si è ingenerata la convinzione che ha più chance di passare il concorso chi paga il corso, in media 2000-2500, rispetto a chi non può permetterselo; 2) l'impropria "vicinanza" fra candidati e i magistrati-docenti (colleghi di chi li giudicherà); 3) il giudice imprenditore: deplorevole da un punto vista etico. Ebbene, il 25 marzo la retromarcia. Ma il divieto era stato già violato apertamente dal consigliere di Stato Stefano Toschei, salito in cattedra giovedì 18 marzo di fronte agli aspiranti giudici Tar alla Scuola Direkta. Forse facendo affidamento sulla sua abolizione, e così è stato. Con una coincidenza: è stato appena bandito un maxi concorso da 40 posti, ampliati a 60. Migliaia i potenziali corsisti.
Incarichi e compensi - Nel corso del 2020, al netto dei conferimenti necessari, sono state ben 170 le autorizzazioni a svolgere incarichi esterni, 87 delle quali per insegnamento. Nel primo semestre 14 per docenze nelle scuole private e 28 nelle università, di cui 17 statali e 11 private. Nel secondo 25 per scuole private e 20 per università, di cui 14 statali e 6 private. Il volume d'affari più corposo per i consiglieri è proprio quello delle scuole: 488.500 euro.
A cui si aggiungono i circa 100 mila euro delle università (inclusi i due incarichi universitari del consigliere Franco Frattini: 15 mila euro dalla Link University per un anno da Programme Leader a Giurisprudenza e 5 mila euro per 16 ore di lezione alla Luiss Business School). A scorrere i compensi si nota la differenza tra l'attività svolta nelle l'università, un servizio offerto come contributo alla formazione che andrebbe rafforzato, e quella svolta nelle scuole, vera fonte di ricchezza.
Così il compenso del giudice Tar Paolo Nasini è di 80 euro lordi l'ora alla Scuola di Specializzazione delle professioni legali dell'Università di Genova. Quello del presidente di sezione del Consiglio di Stato, Roberto Giovagnoli alla scuola Ita è di 1500 euro lordi a lezione per complessivi 60mila. Francesco Gambato Spisani: 1350 euro per 30 ore alla scuola di specializzazione della facoltà di giurisprudenza a Brescia. Giovanni Grasso: 1500 euro a lezione per 48mila totali. Alfredo Allegretta 700 euro per 14 ore all'Università Aldo Moro di Bari, mentre Vincenzo Neri ne incassa 2000 a incontro per 60mila totali.
I legami con le società private - Resta il divieto di trasformare l'attività accademica in business. C'è chi aveva proposto di abolirlo in plenum, sostenendo che tanto le varie regole sulle società sono fittizie, perché spesso aggirate. Un sospetto che aveva lambito anche Bellomo. Lui lo aveva respinto. Ma dopo essere stato estromesso dal Consiglio di Stato per vicende giudiziarie, sono iniziati i trasferimenti di quote della Diritto e Scienza srl, che a lui forniva lauti stipendi e l'uso di una Ferrari. Da gennaio 2021 è totalmente sua. Con una liquidità di cassa pesante: 540.272 euro di ricavi nel 2019 e una disponibilità di 1.904.598 euro.
Insomma non si può essere proprietari, né congiunti o parenti fino al sesto grado delle società che organizzano i corsi o le gestiscono. Ma le visure dicono altro. La moglie del consigliere di Stato Francesco Caringella, Sandra Della Valle, fino al 2019, deteneva il 94% della Dike, che fatturava 1.511.957 e pagava le lezioni del marito e del collega Grasso.
In un vorticoso intreccio di società e attività che condividono la stessa sede legale a Molfetta e gli stessi soci, la sua storia si incontra con quella di Maria Elena Mancini, moglie di un altro giudice del Consiglio di Stato Roberto Garofoli, ora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Lei attualmente è proprietaria di NLD concorsi, società amministrata da suo padre Domenico, e Nel diritto srl, quest'ultima ha un fatturato di 2.522.785 euro e una disponibilità liquida di altri 2.577.641. Tre le loro società che si sono succedute in via San Francesco d'Assisi a Molfetta, una, la Omniaforma sas, risulta chiusa. Avevano la stessa sede legale anche la Lexfor sas (chiusa) e la Corsolexfor srl (in liquidazione) i cui direttori scientifici erano i consiglieri Francesco Caringella (marito della Della Valle) e Roberto Garofoli (marito della Mancini). Nel frattempo, però, a Roma nasce la Lexfor srl: al 31 dicembre 2019 aveva 847.387 di fatturato.
Tra gli incarichi di Garofoli autorizzati, nel 2019 anche la docenza alla Paragrafodue, una srl costituita il 19 settembre 2019. A fine novembre 2020 autorizzate 25 lezioni per complessivi 25.000 euro alla Direkta, dove nel comitato scientifico siedono il presidente di sezione Fabio Taormina e i consiglieri Vincenzo Neri e Toschei. Per anni, fino al 2019 ci ha insegnato Gianpiero Paolo Cirillo, oggi presidente di Sezione al Consiglio di Stato e componente del Cpga (organo si autogoverno della giustizia amministrativa).
Nel comitato scientifico di Scuola di Alta Formazione Atena, secondo gli ultimi dati pubblicati sul sito nel 2018 c'erano 3 componenti del Cpga: Salvatore Mezzacapo, Francesco Elefante e Giovanni Ricchiuto. Ora non è disponibile e trasparente questa informazione. Vi insegna Michele Corradino, 20 lezioni autorizzate per 24mila euro, e Brunella Bruno, 20 lezioni, 500 euro ciascuna. Poi c'è l'associazione culturale Calamus Iuris, assegna incarichi a magistrati del Tar Napoli, 6500 euro a Luca Cestaro, presidente del comitato scientifico, in cui siede e tiene lezioni anche il collega Gianluca Di Vita.
Infine c'è chi insegna in casa propria. Sono stati autorizzati fino a 40 giorni di lezione. E qui quanto si fanno pagare, e come, lo sanno solo loro. In sostanza, a fronte di una forte domanda, l'offerta pubblica inspiegabilmente non è mai decollata, lasciando campo libero alla libera iniziativa. Nulla però giustifica la presenza dei magistrati nelle scuole private, poiché non mancano certo fior di avvocati e professori universitari. C'è poi il tema del reclutamento: l'alto rischio di selezionare coloro che si sono allenati sulle tracce d'esame e non necessariamente i migliori, con ricadute su tutto il sistema giudiziario.
Intanto i procedimenti pendenti sono migliaia - Resta un problema, e che dovrebbe essere il primo per l'organo di autogoverno della magistratura amministrativa. Il mestiere per cui sono stati assunti i magistrati è quello di occuparsi dei ricorsi. Nel 2020 erano 22.600 i procedimenti pendenti al Consiglio di Stato, e 135.400 al Tar. L'arretrato è un mostro che divora le legittime aspettative di giustizia dei cittadini.
Al Tar di Catania pendono 2.453 procedimenti ultradecennali (più altri 851 da fissare). A quello di Roma 1818. A quello di Venezia 1075. I ricorsi ultra-quinquennali in attesa di giudizio sono 14.689 a Roma (più 9.944), 3.257 (più 1287) a Catania, 2.543 a Palermo (più 1752), 2094 a Napoli (più 763). Ma i magistrati non possono fare di più, perché si sono dati un tetto massimo di sentenze al mese, anche a tutela della qualità. Ma poi hanno fatto una norma sullo smaltimento dell'arretrato. Chi si offre volontario viene pagato in più a sentenza. Uno schema perfetto per proteggere chi fa altro.
di Giulia Merlo
Il Domani, 2 aprile 2021
L'ex magistrato ha detto al Csm che a fargli i nomi di chi nominare a Milano erano stati i capi delle rispettive correnti. Eppure, potrebbe profilarsi un procedimento disciplinare per Greco.
C'è un riflettore puntato sulla procura di Milano e sul procuratore capo Francesco Greco. Ad accenderlo è stata l'audizione del 24 marzo di Luca Palamara, convocato su richiesta della prima commissione del Consiglio superiore della magistratura. I contenuti sono stati secretati e l'ascolto di Palamara in veste di testimone, organizzato in tutta fretta, non ha potuto essere trasmesso in diretta da Radio Radicale. Ma ogni parola è stata messa a verbale. "È stato il procuratore Greco a indicarle i nomi degli aggiunti da nominare a Milano?", sarebbe stato questo il tono della domanda con cui la presidente della commissione e togata di Area, Elisabetta Chinaglia, ha accolto Palamara. Sono seguite altre domande in cui si è chiesto conto dei suoi rapporti con Greco, che è stato esponente di Magistratura democratica, una componente delle toghe progressiste che oggi fa parte proprio di Area. Un focus troppo specifico su cui c'è stata una decisa insistenza di alcuni togati: più fonti suggeriscono che nei confronti di Greco si starebbe valutando un procedimento disciplinare e il trasferimento per incompatibilità.
Le scelte del 2017 - All'epoca delle nomine del 2017, la situazione a Milano era da anno zero: dopo lo scontro negli anni precedenti tra il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati e il suo aggiunto, Alfredo Robledo, la procura andava ricostruita intorno al successore di Bruti Liberati, Francesco Greco, nominato nel 2016. I posti scoperti da oltre un anno di procuratore aggiunto sono cinque (più un altro da nominare un mese dopo) e i rapporti tra correnti avrebbero determinato che tre nominati andassero al gruppo di Area, uno a Unicost e una invece fosse trasversale, anche se considerata vicina a Piercamillo Davigo.
Palamara - all'epoca capocorrente di Unicost e gestore della negoziazione - avrebbe spiegato alla prima commissione che erano stati gli altri capicorrente a fargli i nomi e non Greco, il quale non gli avrebbe mai indicato alcun collega da nominare. Tuttavia con lui Palamara intratteneva rapporti saltuari, lo incontrava e si scambiava messaggi: in nessuno di questi si parla di nomine (sono stati captati dal trojan e oggi sono sia agli atti dell'inchiesta di Perugia a suo carico sia strumenti a sostegno dei procedimenti disciplinari in corso davanti al Csm).
Durante l'audizione, però, si sarebbero scontrate due posizioni. Da un lato chi ha ottenuto di circoscrivere le domande alla sola procura di Milano e dunque a Greco. Dall'altro chi, come il consigliere indipendente eletto con Autonomia e indipendenza Nino Di Matteo, invece ha provato ad allargare l'audizione al sistema nel suo insieme, individuando tutti i livelli di potere e dunque ritornando anche sulla dinamica delle nomine alla procura di Roma, vicenda che lambisce anche il Quirinale e in particolare il consigliere per gli Affari della giustizia di Sergio Mattarella, Stefano Erbani, che figura nelle chat di Palamara.
La successione - I meccanismi che hanno governato il sistema prima dello scandalo non sono più sotto controllo. E i segnali che Milano possa essere il nuovo epicentro di un terremoto sono arrivati la settimana scorsa, dopo la sentenza Eni e l'assoluzione degli imputati. Quel che si è visto è stato uno scontro a colpi di lettere tra il procuratore Greco e il presidente del tribunale, Roberto Bichi, fino a una riunione chiarificatrice e infine un comunicato congiunto.
È in questo clima che si è incardinata l'audizione di Palamara voluta dal Csm, che a giugno aprirà alle candidature per il successore di Greco, in pensione da novembre. I candidati sarebbero il procuratore aggiunto di Milano, Maurizio Romanelli, collaboratore di Greco che rappresenterebbe la continuità; il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, che invece sarebbe la rottura; l'aggiunto di Roma, Paolo Ielo e il procuratore capo di Bologna, Giuseppe Amato. Sotto la superficie della ritrovata pace ambrosiana, però, la divisione interna riguarda la procura. L'ufficio è diviso tra chi in questi anni ha lavorato a più stretto contatto con Greco, e chi invece si è sentito messo ai margini e - anche in seguito all'inchiesta Eni - coltiva dubbi sul metodo di indagine imposto dal vertice.
I primi preferirebbero che il successore venisse scelto in continuità con l'operato di Greco, mantenendo così i metodi di indagine che fino a ora hanno caratterizzato la procura e hanno portato a risultati positivi soprattutto sul fronte delle indagini di natura finanziaria. I secondi, invece, auspicherebbero una rottura netta col passato e dunque un nuovo procuratore esterno alle dinamiche ormai cristallizzate dell'ufficio.
Eppure, Milano ha sempre puntato a distanziarsi rispetto alle dinamiche della Capitale e, anche ora, guarda con diffidenza alle manovre nei palazzi romani del potere togato. L'interrogativo ora, però, è se l'audizione al Csm condizionerà gli ultimi mesi della gestione di Greco e in che modo questo influirà sulla nomina del successore. Se partisse il procedimento nei confronti di Greco, questo rafforzerebbe - almeno mediaticamente - l'esigenza di marcare una rottura col passato. Sarebbe però l'ennesima conseguenza del caso Palamara, che rischia di mettere in secondo piano il criterio del merito nella scelta del capo della seconda procura più importante d'Italia.
- Presunzione d'innocenza, non basta la direttiva europea
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