di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 dicembre 2020
L'uomo internato nella Rems di Carovigno era un malato terminale, non più socialmente pericoloso. L'udienza rinviata al 21 gennaio e poi anticipata al 7. Nella Residenza per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems) pugliese di Carovigno c'era un malato terminale, con tanto di piaghe da decubito e non più socialmente pericoloso.
Lo stesso direttore della struttura aveva dichiarato che era incompatibile, visto che non hanno gli strumenti per assisterlo "negli ultimi giorni della sua vita". Parliamo nel passato perché ieri l'uomo è deceduto. Muore senza essere stato assistito adeguatamente visto che una Rems - seppur virtuosa come quella pugliese - non è una struttura per curare le persone con gravi patologie fisiche, ma esclusivamente quelle con disagi psichici. Una vicenda tragica e indicibile dove, ancora una volta, la giustizia considera le persone come numeri di protocollo. Una giustizia che assomiglia sempre di più ad una sorta di burocrazia del male.
Visto la situazione dell'uomo, il 10 dicembre scorso si è celebrata l'udienza per il riesame della pericolosità sociale, ed in tale occasione l'avvocato Conte ha rappresentato la grave situazione di salute del detenuto, di cui comunque il Giudice era stato informato dalla Rems, e il venir meno di qualsivoglia indice di pericolosità sociale.
Quindi l'uomo andava subito trasferito in una struttura idonea non solo perché incompatibile per motivi di salute, ma anche per il fatto che la misura di sicurezza non aveva alcun senso visto il suo non essere più socialmente pericoloso. Nonostante ciò non è stata revocata la misura, limitandosi il Tribunale a rinviare l'udienza al 21 gennaio e chiedendo un aggiornamento alla Rems e interessando il Centro di salute mentale di Maglie (Le) per l'individuazione della struttura dove ricoverare la persona. Ma è troppo tempo. Come può rimanere l'uomo, gravemente malato, in una struttura non adatta per poterlo assistere?
Si stava palesando, come l'avvocato ha denunciato a Il Dubbio, un evidente trattamento disumano e degradante. Il 18 dicembre scorso, è giunta all'avvocato una ulteriore relazione della Rems, con la quale, sentito il parere del responsabile del centro di salute mentale, si indica la necessità di un "trasferimento urgente del paziente in ambiente idoneo alle sue attuali gravi condizioni di salute". Con la stessa relazione veniva, come detto, esclusa la pericolosità sociale. A quel punto è stata anticipata l'udienza al 7 gennaio. Ma è sempre troppo tempo.
Lo stato di salute risultava assolutamente precario, infatti dalla descrizione clinica, si legge: "disorientato, afasico, allettato, incontinente, si alimenta con fatica, iniziano le piaghe da decubito", nella stessa relazione scrivono nero su bianco di "ultimi giorni della sua vita". Visto la drammaticità della situazione, l'avvocato ha chiesto con la massima urgenza di anticipare ulteriormente il riesame della pericolosità sociale, ma soprattutto di disporre d'ufficio il trasferimento dell'uomo in una struttura adeguata alle sue gravissime condizioni di salute. Questo il 21 dicembre, ma nulla da fare: nonostante ciò è rimasto in condizioni palesemente disumane nella Rems. Alla fine ieri si è tragicamente realizzato il pericolo prospettato dalla relazione della struttura stessa: è morto senza adeguate cure farmacologiche e assistenza continua.
sardegnalive.net, 29 dicembre 2020
L'uomo era ritornato nella Casa circondariale di Uta dopo un permesso premio trascorso in famiglia e stava effettuando il periodo di quarantena con altri detenuti. Si è tolto la vita in carcere Salvatore Floris, 80 anni, arrestato nel 2014 perché accusato di aver ucciso Salvatore Zanda, allevatore di cavalli che era stato freddato con una fucilata a pallettoni nelle campagne di Villasimius. L'allevatore e vicino della vittima, secondo l'accusa aveva agito dopo continue liti per gli sconfinamenti dei cavalli nel suo terreno. Era detenuto nel carcere di Uta. Questa notte l'estremo gesto: si è impiccato in cella.
"Il suicidio di una persona lascia senza parole ma purtroppo è un segnale doloroso e indelebile della condizione di solitudine e perdita della speranza. Una sconfitta che induce tutti a riflettere soprattutto in questa fase dell'anno", è il commento di Maria Grazia Caligaris, "Una tragedia imprevedibile considerando che l'uomo era ritornato nella Casa Circondariale dopo un permesso premio trascorso in famiglia e stava effettuando il periodo di quarantena con altri detenuti".
di Giulio Sensi
Corriere della Sera, 29 dicembre 2020
Il lavoro in carcere abbatte la recidiva dell'80 per cento. È fondamentale aiutare le persone detenute a ricostruire competenze personali per far sì che non tornino recluse.
La pandemia non ha abbattuto la carica di Luciana Delle Donne, imprenditrice sociale e creatrice del marchio Made in Carcere, né la sua voglia di continuare a lavorare con giovani, donne e chi vive ai margini della società per un nuovo modello di economia.
Ha cominciato una quindicina di anni fa, quando interruppe volontariamente una brillante carriera passata nel mondo della finanza ad occuparsi di innovazione tecnologica. Aveva fatto nascere la prima banca online in Italia, ma il richiamo etico del sociale era troppo forte.
"È stato facile - racconta- convertire la mia passione e il mio lavoro nel mondo dell'innovazione sociale, facendo sempre da apripista in nuove attività. Dopo anni di sforzi e sacrifici, il 2020 è stato però l'anno più difficile e massacrante - aggiunge - perché tutti i percorsi si sono bloccati e non è stato semplice convertire immediatamente le attività. Sembrava un incubo.
Ci siamo però rimboccati le maniche per produrre mascherine da donare alle comunità carcerarie e a tanti altri bisognosi per difendersi dal virus". Da Lecce Da anni dietro a Made in Carcere c'è un progetto che restituisce un'altra possibilità a chi si trova temporaneamente a vivere l'esperienza della reclusione, soprattutto donne e minori.
Dal primo laboratorio sartoriale avviato nel carcere di Lecce - e già riprodotto in altri istituti penitenziari - è nata l'idea di una "Social Academy": nel 2021 darà formazione, lavoro e prospettiva a oltre 60 persone in varie forme di detenzione. Coinvolgerà persone private dalla libertà a Bari, Lecce, Trani, Taranto, Matera, Nisida, grazie al sostegno di Fondazione con il Sud.
"Il nostro progetto - riprende Luciana - si sta consolidando verso un modello di economia generativa: non produciamo solo manufatti coinvolgendo i detenuti, ma lo condividiamo con percorsi formativi per altre realtà cooperative e imprenditoriali.
Il lavoro in carcere abbatte la recidiva denota ed è fondamentale aiutare queste persone a ricostruire competenze personali e dignità, a riappropriarsi della consapevolezza di sé, per fare in modo che non tornino recluse". Made in Carcere non è solo un modello efficace di innovazione sociale e di inclusione. È anche un esempio di sostenibilità ambientale, perché i materiali con cui sono cuciti i manufatti ricevono una nuova vita: sono tessuti donati da aziende che, invece di disfarsene, ingolfando il sistema di smaltimento ed inquinamento, preferiscono far sì che questi rivivano sotto le mani di chi cerca, ogni giorno, di ricostruire la propria vita.
"Diventerebbero rifiuti - spiega ancora Delle Donne - ma noi li trasformiamo in gadget personalizzati o accessori che non amiamo definire di moda ma di stile. Abbiamo cercato di costruire oggetti semplici da cucire, perché le persone nel giro di pochi mesi dovevano avere la possibilità di percepire uno stipendio per diventare autonome".
Grazie al carisma, alle relazioni col mondo dell'impresa di Luciana, a una forte strategia di presenza online sui social media e nell'e-commerce, al lavoro dello staff di Made in Carcere, il progetto ha avuto successo e i gadget hanno riempito eventi e attività in tutta Italia. Ha dato lavoro a centinaia di detenuti e favorito la loro riabilitazione: borse, pochette, fasce, sciarpe e tanti altri oggetti colorati, ricuciti come tenta di essere intessuta la vita delle donne che li realizzano. Luciana non è gelosa del suo marchio, risponde sempre alle chiamate degli altri territori per dare consigli, contatti e sostegno.
"Da Lecce siamo andati a Trani, poi Matera e Taranto. Accompagniamo sartorie sociali a Verona, Grosseto, Catanzaro. Adesso c'è l'ambizione della Social Academy nel 2021: un sogno che si realizzerà nonostante le difficoltà che stiamo vivendo. Anche in realtà non necessariamente legate al mondo del tessile, perché il modello di economia rigenerativa che portiamo avanti declina un po' le modalità di stare sul mercato dell'impresa sociale.
Non solo sartoria, ma anche agricole, alimentari, di falegnameria. Nel carcere di Bari abbiamo avviato una pasticceria che realizza e vende biscotti vegani certificati biologici, così come in quello di Nisida abbiamo aiutato un'altra pasticceria che impiega i minori". il motto di Luciana è "trasformare il Prodotto Interno Lordo in Benessere Interno Lordo", il Pil in Bil.
"Vuoi dire investire nel futuro. È un processo tutto da costruire, che necessita di consumatori consapevoli. L'altro giorno una signora si è avvicinata ad un nostro corner che noi definiamo "la Scala dei Valori" dicendo che voleva spendere un po' di soldi. Le ho risposto che non stava spendendo soldi, ma investendo nel nostro futuro. Che è il futuro di chi altrimenti non avrebbe futuro".
Redattore Sociale, 29 dicembre 2020
Il Garante dei detenuti Francesco Maisto risponde alla denuncia di Caritas Ambrosiana sulle condizioni dei reclusi. I contagi sarebbero sotto controllo e le misure di sicurezza "non sono un paravento e vengono verificate ogni giorno in base alle indicazioni dei referenti sanitari". "Certamente è un periodo questo di sofferenza per i detenuti degli istituti penitenziari, ma dal nostro punto di vista non risultano nelle carceri milanesi riflessi sulla riduzione dei diritti fondamentali". Francesco Maisto, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Milano, non condivide il quadro della situazione nelle carceri di Bollate, Opera e San Vittore che emerge dal documento che Caritas Ambrosiana ha reso noto oggi.
Secondo la Caritas Ambrosiana c'è un problema di sovraffollamento ancora oltre i limiti di guardia, un aumento dei positivi al Covid rispetto alla prima ondata con misure coercitive assunte in nome della sicurezza sanitaria che portano a tenere sempre chiuse le celle e una sospensione di alcune attività risocializzanti come la scuola e di servizi essenziali affidati ai volontari.
Sui contagi, innanzitutto, il Garante assicura che la situazione è sotto controllo: "Nei 18 istituti penitenziari della regione Lombardia, 11 non hanno subito contagi da Covid - racconta Maisto: attualmente gli infetti sono 265 in tutta la regione, a fronte della più grave rilevazione del mese passato in cui erano 400. A Milano i contagiati attuali sono 168 nei tre istituti di cui 98 a Bollate, 29 ad Opera (di cui 9 in ospedale) e 41 San Vittore (di cui 1 in ospedale)".
Il problema del sovraffollamento c'è anche secondo il Garante, ma le misure di sicurezza anti-covid "non sono un paravento per ridurre i diritti dei detenuti e vengono verificate ogni giorno dai Garanti, valutando che sia corrispondenti alle indicazioni dei referenti sanitari anti-covid presenti in ciascun istituto".
Per quanto riguarda la riduzione dei volontari nelle tre carceri, Maisto precisa che "la situazione dei tre istituti va tenuta ben distinta e le limitazioni non sono uguali. Tra l'altro circa due settimane fa abbiamo fatto una riunione con 78 volontari del carcere di Bollate e nessuno ha fatto emergere i problemi denunciati oggi dal documento di Caritas Ambrosiana".
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 29 dicembre 2020
Il giudice della Consulta Nicolò Zanon non ha voluto firmare la recente sentenza sulla prescrizione. Ma, spiega, "questa resta una soluzione insufficiente, meglio la trasparenza delle opinioni". E sui ricorsi contro la procedura di approvazione delle leggi dice: "Invece di ricorrere all'aiuto esterno, il parlamento dovrebbe avere uno scatto di orgoglio e difendere da sé la sua centralità"
Venerdì scorso la Corte costituzionale ha pubblicato una sentenza sulla prescrizione redatta da un giudice diverso da quello al quale era stata affidata la relazione. Accade assai raramente. In questo caso il giudice relatore, Nicolò Zanon, è lo stesso che in uno dei podcast pubblicati sul sito della Corte - una "libreria" nella quale i giudici costituzionali spiegano al pubblico il loro lavoro - aveva posto il tema dalla cosiddetta "opinione dissenziente".
Professore, qual è il motivo per il quale lei non ha firmato la sentenza sulla prescrizione?
Perché avevo una tesi diversa rispetto alla maggioranza dei colleghi. Non svelo nulla di segreto, questa è l'unica ipotesi in cui il dissenso del giudice risulta dalla lettura della sentenza, c'è scritto infatti che il relatore è stato "sostituito" per la redazione. Quello che non si sa, perché resta nel segreto della camera di consiglio, è se altri giudici, e quanti, erano in dissenso come lui. Sul quesito che riguardava la sospensione della prescrizione la mia proposta al collegio era di segno diverso da quella adottata. È prevalsa la non fondatezza e non me la sono sentita di scrivere una motivazione che proprio non condividevo. È un caso estremo, tante volte succede di redigere pronunce che hanno un dispositivo diverso da quello che si immaginava all'inizio, ma che magari, discutendo con i colleghi, si impone come soluzione migliore.
Questa mancata firma si può considerare una forma di opinione dissenziente?
Purtroppo no, è una forma di dissenso che definirei autoreferenziale e introversa. Si è affermata in via di prassi: si può sapere che c'è stato un dissenso nel collegio ma non se ne conoscono le ragioni. A mio avviso è una soluzione largamente insufficiente.
Lei è favorevole all'introduzione anche in Italia, come nella corte suprema Usa, nelle corti costituzionali spagnola e tedesca e nella corte europea dei diritti dell'uomo, dell'opinione dissenziente?
Sarebbe un'innovazione con tanti vantaggi, ma anche alcuni svantaggi. Io sono favorevole. È la mia convinzione personale, non ne abbiamo parlato tra noi giudici e quando, molti anni fa, la questione fu valutata, si scelse di non cambiare le cose. L'attuale assetto viene infatti considerato utile a salvaguardare la collegialità perché i giudici rimasti in minoranza hanno l'incentivo a partecipare alla motivazione che non condividono, per migliorarla dal loro punto di vista. La collegialità è, anche qui, certamente un pregio.
L'introduzione dell'opinione dissenziente non rischierebbe, specie nei casi di decisioni prese a stretta maggioranza, di rappresentare in pubblico una Corte costituzionale spaccata?
Questo rischio c'è, ma io credo che l'opinione pubblica interessata abbia raggiunto un grado di maturità sufficiente per comprendere che le decisioni sulla costituzionalità di una legge non sono un'operazione matematica. Sono al contrario il risultato di un'interpretazione che può dipendere da prospettive culturali e concezioni diverse del diritto e dell'intervento della Corte. Forse si potrebbe accettare senza drammi l'esistenza opinioni diverse anche sulla Costituzione, malgrado debba esserci una decisione. Non mi sfuggono i valori da preservare, la certezza del diritto e l'autorevolezza delle decisioni della Corte. Temo però che al fondo delle ragioni di chi non ammette il dissenso ci sia un'idea un po' dogmatica del diritto. Invece le opinioni di minoranza possono gettare un seme nella riflessione dei giuristi e diventare nel futuro le opinioni di tutta la Corte. Nessun dramma, anche perché nella stragrande maggioranza dei casi la Corte decide in maniera unanime e non serve votare.
Il giudice che firma l'opinione dissenziente diventerebbe il punto di riferimento di chi non condivide la decisione della Corte, non teme che tutto il collegio possa essere trascinato nella polemica?
Anche in questo caso non nego il rischio, tutto può essere strumentalizzato. Ma la forza degli argomenti costituzionali dovrebbe servire, al contrario, a rendere le decisioni più accessibili, più trasparenti e persino più comprensibili rispetto al segreto della camera di consiglio. La società italiana è più matura di quanto immaginiamo e nei paesi dove l'opinione dissenziente è prevista queste strumentalizzazioni non avvengono o avvengono molto di rado.
Lei ha redatto la sentenza che ha cancellato alcune parti di una legge elettorale, il cosiddetto Italicum. Cosa pensa della proposta di anticipare il giudizio di costituzionalità sulle leggi elettorali a prima della promulgazione, visto queste leggi finiscono puntualmente davanti alla Corte?
Sarebbe un'innovazione di rango costituzionale che ci attribuirebbe una nuova e specifica competenza e avvicinerebbe la Corte costituzionale italiana a quei supremi tribunali elettorali che esistono in alcune esperienze sudamericane, per esempio in Messico. A mio avviso sarebbe una stranezza, renderebbe la Corte una sorta di co-legislatore in materia elettorale e la butterebbe nell'agone politico proprio sulla più politica delle leggi. Sono scelte del legislatore, è chiaro, ma la mia opinione è che per la Corte si tratterebbe di un "dono avvelenato".
La Corte ha ormai aperto una strada ai ricorsi diretti dei singoli parlamentari sul procedimento legislativo e sempre più spesso la possibilità di ricorso alla Consulta viene utilizzata nel dibattito politico come un avvertimento preventivo nei confronti della maggioranza. Non vede il rischio che la Corte possa trasformarsi non dico in una terza camera, ma quasi in un tribunale delle minoranze parlamentari?
Il tema è vedere se sia utile fare come in Francia, dove dagli anni Settanta è stata introdotta la possibilità per la minoranza di fare ricorso preventivo contro una legge appena approvata e prima che sia promulgata. Da noi sarebbe probabilmente un modo per sollecitare una maggiore attenzione alle procedure e al rispetto delle prerogative costituzionali di tutti i parlamentari. Ma vi sarebbe il rischio di attirare la corte nel mezzo di polemiche politiche relative a scelte appena compiute dal legislatore.
Qui da noi, però, si sta affermando un monocameralismo sostanziale e le polemiche così come i ricorsi annunciati o presentati riguardano sempre più spesso il metodo di approvazione delle leggi e non il merito dei provvedimenti...
Mi permetto di dire che anziché ricorrere all'aiuto esterno di istanze giurisdizionali o para giurisdizionali, il parlamento dovrebbe avere uno scatto di orgoglio al suo interno e difendere il suo ruolo e la sua centralità con la propria autorevolezza. Sarebbe la strada migliore, senza la necessità di immaginare chissà quali riforme.
ansa.it, 29 dicembre 2020
Dopo 3 mesi da primo caso e picco 164 contagi ora solo 5 "positivi". Dopo circa 3 mesi dal primo caso di Sars-Cov-2 è ormai sotto controllo il contagio nella Casa Circondariale di Napoli Poggioreale, il carcere più affollato d'Europa. Secondo i dati resi noti dai vertici dell'istituto penitenziario al momento ci sono solo 5 "positivi".
A monitorare il contagio è stata la Polizia Penitenziaria, con il commissario Ciro Cozzolino e l'ispettore Salvatore De Cicco. L'emergenza è stata gestita con il personale infermieristico e medico dell'Asl Napoli 1, il personale sanitario della Protezione Civile e con i medici dell'Usca, questi ultimi coordinati dal dottor Alessandro D. Oliviero, Task Force (piccole unità mobili dell'Asl metropolitana) impiegate per il monitoraggio ed il contrasto del virus fortemente voluto dal comandante della Polizia Penitenziaria dirigente aggiunto Gaetano Diglio e dal direttore dell'Istituto Carlo Berdini, dal direttore sanitario Irollo, che ha operato con l'obiettivo comune di tutelare la salute di tutti, soprattutto dei 2.250 detenuti ristretti nella Casa Circondariale di Napoli Poggioreale a fronte della capienza regolamentare di 1.633.
Per identificare e isolare il virus sono stati eseguiti 3.596 tamponi (pari al 160% della popolazione detenuta, 2.566 eseguiti dall'U.S.C.A., 1030 dalla Direzione Sanitaria Interna); 179 sono stati i contagiati di cui 119 sono stati i casi di positività gestiti contemporaneamente nel picco di massimo di contagio e 164 i soggetti che si sono successivamente negativizzati (pari al 97% dei positivi). Cinquecento sono stati infine, i detenuti posti in quarantena precauzionale/fiduciaria.
Per quanto riguarda, infine, il Corpo Polizia Penitenziaria sono stati 85 i "positivi" emersi dai controlli, 72 negativizzati, 69 sottoposti in quarantena fiduciaria. Al momento c'è ancora un agente "positivo" e tre in quarantena fiduciaria.
La Stampa, 29 dicembre 2020
Criticato il progetto di una sede in Valbormida. Fabrizio Ferraro, segretario provinciale di Rifondazione Comunista e Marco Ravera, consigliere comunale "Rete a Sinistra - Savona che vorrei" rilancio l'idea che Savona ospiti il nuovo carcere.
"Nelle ultime settimane si è tornato a parlare con insistenza del nuovo carcere. Dalla chiusura del Sant'Agostino, infatti, - scrivono in una nota - la provincia di Savona è rimasta senza casa circondariale. Un'assenza pesante, che ha causato problemi di sovraffollamento delle strutture degli altri circondari, incrementato i tempi di spostamento dei detenuti in vista delle udienze, aggravato il lavoro della polizia penitenziaria e generato disagi per i familiari dei detenuti stessi".
"Per tutte queste ragioni - proseguono - riteniamo importante la realizzazione del nuovo carcere della nostra provincia, peraltro prevista per legge; non condividiamo tuttavia la possibile scelta della Val Bormida, e quella di Cengio in particolare. Ci sembrerebbe irragionevole per la distanza dalla città capoluogo e dal Tribunale, con difficoltà per agenti e parenti dei detenuti, e renderebbe molto più difficile il rapporto con il volontariato e con i servizi. Sarebbe, infine, inopportuno costruirlo nelle aree dell'ex-Acna di Cengio, al centro di un disastro ambientale di grandi proporzioni nei passati decenni, e solo di recente bonificata (ma sul completamento della bonifica e sulla possibilità di edificarvi esistono pareri anche molto critici)".
"Per questo rilanciamo l'idea di trovare - concludono - una collocazione consona e sicura nella città di Savona e sollecitiamo la Giunta comunale ad attivarsi in tal senso. Non vi è nulla di sbagliato o di punitivo ad ospitare il carcere, ed è necessario tutelare i diritti sia dei detenuti con le loro famiglie, sia degli agenti di polizia penitenziaria".
di Concetto Vecchio
La Repubblica, 29 dicembre 2020
L'ex senatore impegnato anche nella cooperativa che produce il caffé Galeotto. La barba lunga, lo sguardo stanco, in tuta, Denis Verdini incontra l'onorevole Polverini davanti alla sua cella a Rebibbia alla vigilia di Natale: "Renata, le condizioni delle carceri italiane sono incivili! Noi del centrodestra abbiamo sbagliato a non affrontare mai la questione". "Ma parla per te!", lo rintuzza ridendo la deputata di Forza Italia, che anche quest'anno ha distribuito i panettoni nelle galere.
"Guarda qui", le dice Verdini, allargando il braccio sul corridoio rumoroso di voci. "È dura sia per i detenuti che per le guardie carcerarie. Avremmo dovuto fare una grande battaglia politica ".
Verdini, con quell'aria da attore, facondo e guascone, era una delle maschere della Seconda Repubblica. Tutto in lui era eccessivo, un potente, per giunta ricchissimo, che viaggiava in Maybach, e adesso ha trascorso le feste in una cella di pochi metri quadri.
Dal 3 novembre sconta una pena a 6 anni e mezzo per il crack del Credito fiorentino. Ma l'affetto degli amici non è venuto meno. Sono andati a trovarlo Matteo Salvini, che è il compagno della figlia Francesca, Matteo Renzi, Luca Lotti, Maurizio Lupi, e altri ancora. Verdini lavora nell'amministrazione della cooperativa che produce il caffé Galeotto e fa da "tutor" ad alcuni detenuti che si stanno laureando. Chi vuole varcare il pesante portone del penitenziario deve esibire un tampone negativo fatto il giorno primo, e anche là dentro tutti indossano le mascherine, la Polverini addirittura tre. Verdini occupa una cella singola, c'è posto per la branda, la tv, il cucinino, il cesso alla turca. "Non si dà pace", dice Polverini.
"Abbiamo anche parlato di politica, con qualche battuta sul centrodestra e sul governo, ma senza la passione che aveva fuori. Il carcere pesa". I famigliari, spiega l'avvocato Marco Rocchi che lo difende con il professor Franco Coppi, hanno diritto a quattro visite al mese, contingentate causa Covid. "Gli ho detto: Denis, tagliati il barbone ", rivela Daniela Santanché.
"E fai un po' di moto, non rinunciare all'ora d'aria in cortile, non stare sempre chiuso qui dentro. Quando l'ho visto io il morale era così così. Legge di malavoglia i giornali, infatti sulla branda aveva sparpagliati dei libri. "Guardo poco anche la tele, preferisco studiare".
È probabile che le immagini che vengono da fuori, la neve, la corsa a vaccinarsi, le tribolazioni di Conte, lo immalinconiscano. Alcuni detenuti fermano la senatrice Santanché, la stuzzicano sulle sue posizioni legge e ordine: "Sì, resto contraria a indulto e amnistia", tiene il punto.
A maggio Verdini compirà 70 anni. I suoi legali potranno presentare domanda per gli arresti domiciliari, ma l'ultima parola spetterà al tribunale di sorveglianza. A giugno inizierà il processo d'appello per la bancarotta della Ste, la società che editava Il Giornale della Toscana, per la quale è stato condannato a 5 anni e mezzo, e poi un altro giudizio, sempre per bancarotta, altri 3 anni e 4 mesi. Un duro inverno attende Verdini.
Corriere del Mezzogiorno, 29 dicembre 2020
"Ha sbagliato da giovane ma ha un lavoro onesto, moglie e tre figli". L'ordine di carcerazione per fatti del 1999. L'avvocato Pisani chiede la grazia a Mattarella. "Ha commesso degli errori quando aveva 26 anni, poi però ci siamo sposati e lui è cambiato totalmente, adesso ha tre figli e da allora anni lavora onestamente. Ora, dopo 21 anni, arriva questa sorpresa".
Chiede aiuto la moglie di Giuseppe Marziale, il 47enne per il quale nei giorni scorsi si sono aperte le porte del carcere per reati commessi nel 1999. All'epoca militava in un gruppo camorristico dei Quartieri Spagnoli di Napoli e per conto di quella camorra ha commesso dei reati per i quali è stato condannato.
Dopo tutti questi anni deve scontare una pena di 11 anni, 11 mesi e 16 giorni di reclusione per associazione mafiosa e spaccio di droga, anche se nel frattempo ha cambiato totalmente "pelle". "Se lo sono preso e lo hanno portato via - dice la moglie in un messaggio video registrato per chiedere aiuto - e la cosa più brutta è stata dirlo ai figli. Vi chiedo di aiutarmi perché è ingiusto scontare una pena dopo 22 anni e perché Giuseppe Marziale è cambiato totalmente".
Nel 1999 faceva parte di un gruppo malavitoso di stanza nella zona di Sant'Anna a Palazzo, i cui componenti, fatta eccezione per lui, che ha cambiato strada, sono tutti finiti ammazzati. Giuseppe, che tutti chiamano Pippo, adottò la "retta via" lavorando onestamente. Il Tribunale del Riesame, infatti, lo scarcerò, dopo l'arresto, per mancanza di esigenze cautelari. Ma sabato scorso, a distanza di 21 anni da quei fatti, è stato raggiunto da un ordine di carcerazione.
"Questa carcerazione - commenta il legale di Giuseppe, l'avvocato Sergio Pisani - rappresenta il fallimento totale dell'attuale sistema giustizia. Che senso ha, dopo 21 anni da un reato, far scontare 11 anni di reclusione ad un soggetto che in un ventennio si è totalmente riabilitato lavorando onestamente e mettendo su famiglia? Chiederemo la grazia al Presidente della Repubblica perché la funzione rieducativa della pena non si trasformi in una mera funzione punitiva, annullando, di fatto, un percorso di vita che ora viene incredibilmente stroncato".
di Maria Teresa Corso
quotidianodigela.it, 29 dicembre 2020
Solidarietà e speranza non conoscono confini, riescono a raggiungere anche chi è costretto a vivere dietro le sbarre. I volontari della Comunità di Sant'Egidio hanno donato prodotti di prima necessità e panettoni come simbolo del Natale ai detenuti della Casa Circondariale di contrada Balate, diretta da Cesira Rinaldi.
Il pranzo di Natale, offerto ogni anno dalla Comunità di Sant'Egidio è stato quest'anno sostituito con la consegna di doni utili, così da poter consentire ai volontari di dimostrare ai detenuti la loro concreta vicinanza, nonostante le difficoltà generate dalle restrizioni imposte dall'emergenza Covid.
"Le donazioni dei volontari della Comunità di Sant'Egidio - sostiene la direttrice della Casa Circondariale - sono state infatti recepite dai detenuti come un valore aggiunto alla difficile permanenza nella struttura". Garantire sicurezza per ridurre i rischi di contagi all'interno della struttura della Casa Circondariale continua ad essere fondamentale, soprattutto durante il periodo delle festività natalizie in occasione delle quali la direttrice Cesira Rinaldi ha comunque voluto garantire ai detenuti l'opportunità di restare vicini ai propri familiari.
"Le donazioni da parte della Comunità di Sant'Egidio - afferma Selenia La Spina in rappresentanza della Comunità - sono state davvero importanti per i detenuti della struttura, costretti a vivere quotidianamente una realtà in cui la distanza si avverte maggiormente". Le restrizioni imposte dall'emergenza Covid hanno rivoluzionato le tradizionali festività natalizie, da sempre trascorse con numerosi amici e parenti, rendendo il Natale del 2020 alquanto insolito e memorabile.
Tuttavia, la direttrice della Casa Circondariale di contrada Balate si è impegnata affinché i detenuti potessero avvertire il calore dei propri familiari, sempre nel rispetto delle disposizioni di sicurezza. Il Natale è simbolo di speranza e augurarla anche con piccoli gesti diviene un momento davvero importante, soprattutto con l'emergenza Covid che ha oramai caratterizzato l'intero 2020.
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