di Marta Serafini
Corriere della Sera, 31 dicembre 2020
L'omicidio architettato per screditare i rapporti tra Egitto ed Italia. In una nuova nota i magistrati del Cairo accusano Giulio di comportamenti sospetti, respingono le prove di Roma contro i quattro 007 e ribadiscono di non voler collaborare con le autorità italiane. La Farnesina: inaccettabile. Movimenti sospetti, complotti e nessuna intenzione di collaborare per cercare di stabilire la verità sulla morte di Giulio.
La Procura egiziana si schiera di nuovo in difesa dei quattro membri della National Security accusati dai pm di Roma di essere i responsabili del rapimento, delle torture e dell'uccisione di Regeni, chiudendo ancora una volta la porta in faccia all'Italia. Ma non solo.
Nel sostenere che un processo in Italia sarebbe "immotivato", la procura generale egiziana accredita la tesi secondo la quale imprecisate "parti ostili a Egitto e Italia vogliano sfruttare" il caso "per nuocere alle relazioni" tra i due Paesi. Ciò, aggiunge la Procura, sarebbe provato dal luogo del ritrovamento del corpo e dalla scelta del giorno del sequestro e di quello del ritrovamento del cadavere, avvenuto durante una missione economica italiana al Cairo.
Tutte posizioni che la Farnesina definisce inaccettabili mentre ribadisce la fiducia nell'operato della magistratura italiana e annuncia di voler proseguire in tutti le sedi - compresa l'Unione europea - con ogni sforzo "affinché la verità sul barbaro omicidio di Giulio Regeni possa finalmente emergere".
È il procuratore generale Hamada Al Sawi a parlare in un comunicato. Prima ribadisce, come già fatto a fine novembre, che "per il momento non c'è alcuna ragione per intraprendere procedimenti penali circa l'uccisione, il sequestro e la tortura della vittima Giulio Regeni, in quanto il responsabile resta sconosciuto". Ma non solo. La nota diffusa da Il Cairo torna a sottolineare che il procuratore "ha incaricato le parti cui è affidata l'inchiesta di proseguire le ricerche per identificare" i responsabili. Questo perché si "esclude ciò che è stato attribuito a quattro ufficiali della Sicurezza nazionale a proposito di questo caso", dei quali non è stata ancora fornita ai colleghi italiani, nonostante la rogatoria del 2019, l'elezione di domicilio degli indagati. Dunque niente collaborazione con le autorità italiane da parte di quelle egiziane.
Ma la Procura egiziana si spinge ancora più in là definendo il comportamento tenuto da Giulio Regeni nel corso della sua permanenza in Egitto, mentre stava svolgendo ricerche per la sua tesi, "non consono al suo ruolo di ricercatore" e per questo posto "sotto osservazione" da parte della sicurezza egiziana "senza però violare la sua libertà o la sua vita privata". "Tuttavia - aggiungono - il suo comportamento non è stato valutato dannoso per la sicurezza generale e, quindi, il controllo è stato interrotto".
Altro punto è il tentativo di rispolverare la tesi dei rapinatori, ossia che a sequestrare e ammazzare Giulio Regeni sia stata una banda di cinque malviventi uccisi in circostanze sospette nel marzo 2016. Intervento, quello delle forze di sicurezza egiziane, cui seguì il ritrovamento dei documenti e di presunti effetti personali appartenenti al ricercatore nella casa di una delle persone uccise. Una messa in scena architettata, si presume, dall'intelligence egiziana per depistare le indagini che invece puntano l'attenzione ai vertici dei servizi del Cairo. Ma "vista la morte degli accusati - scrive infatti la Procura egiziana - non c'é alcuna ragione di intraprendere procedure penali circa il furto dei beni della vittima, il quale ha lasciato segni di ferite sul suo corpo". Una teoria per altro smontata dalla procura di Roma già dal 2016.
I pm egiziani si contraddicono un'altra volta, quando parlano di complotto. Nel sostenere che un processo in Italia sarebbe immotivato, la Procura accredita infatti la tesi che imprecisate "parti ostili a Egitto e Italia vogliano sfruttare" il caso di Giulio Regeni "per nuocere alle relazioni" tra i due Paesi. A prova di questa "tesi", la procura generale del Cairo indica la tempistica del ritrovamento del corpo nella capitale egiziana all'inizio del 2016, e la scelta sia del giorno del sequestro, il 25 gennaio, sia di quello del ritrovamento del cadavere, il 3 febbraio, proprio durante una missione economica italiana al Cairo. Ma se a compiere l'omicidio fosse stata una semplice banda di rapinatori, non si spiega perché questi avrebbero dovuto organizzare una messinscena "per nuocere alle relazioni" tra Italia e Egitto.
Inevitabili le reazioni in Italia, oltre quella della Farnesina. Erasmo Palazzotto, presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Giulio Regeni sottolinea come la nota della procura rappresenti "una mezza ammissione e insieme un altro vergognoso tentativo di depistaggio" e chiede che il governo Italiano pretenda chiarimenti".
E anche per l'europarlmentare Pierfrancesco Majorino "le dichiarazioni della procura egiziana sul caso Regeni, rese pubbliche oggi, sono un atto ostile e inaccettabile nei confronti dell'Italia e della procura di Roma nonché un insulto al Parlamento europeo. Ci vuole una reazione durissima da parte di tutti". Mentre Luigi Manconi, presidente dell'associazione "A Buon Diritto" definisce la nuova nota della procura "una totale incondizionata indisponibilità alla pur minima cooperazione giudiziaria con la procura italiana".
E chiede che l'Italia e l'Europa "esercitino forme di pressione" contro il "regime dispotico" del presidente dell'Egitto Al Sisi. "Non c'é bisogno di dichiarare guerra all'Egitto", o rompere i rapporti diplomatici, ma l'alternativa "non è l'inerzia", sottolinea l'ex senatore del Pd, che è stato presidente della commissione Diritti umani del Senato e ha seguito da vicino il caso Regeni. Anche Amnesty International ha immediatamente reagito, definendo "inaccettabile" la dichiarazione della procura egiziana.
"Dovrebbe ritenerla inaccettabile anche il governo italiano dal quale auspichiamo una presa di posizione", ha spiegato il portavoce in Italia, Riccardo Noury. "C'è di nuovo un palese tentativo delle autorità del Cairo di smarcarsi da ogni responsabilità, attribuendo quanto accaduto a misteriosi soggetti che avrebbero agito per contro proprio", sottolinea Noury, "si torna sull'idea del depistaggio con un'assoluzione da ogni responsabilità". "Dopo cinque anni", fa notare il portavoce di Amnesty, "salta fuori in questa nota che Regeni era stato attenzionato, ma poi disattenzionato, nonostante il suo comportamento fosse ritenuto sospetto".
di Michele Passione*
societadellaragione.it, 30 dicembre 2020
Treppo Carnico, settembre 2020; un piccolo gruppo di persone (giuristi, filosofi, psichiatri, etc.) discute e prepara una proposta di legge sul nodo della imputabilità/non imputabilità dell'autore di reato dichiarato incapace di intendere e di volere. Non solo un testo, un articolato, per il superamento del "doppio binario" e la riforma del regime legale dei "folli rei", ma anche una campagna di sensibilizzazione pubblica ed iniziative da assumere nelle Università.
di Angela Stella
Il Riformista, 30 dicembre 2020
A chiedere di includere reclusi e agenti tra le categorie prioritarie anche un Odg presentato da Magi (+Europa), l'esecutivo l'ha accolto solo parzialmente. Ridurre le presenze in carcere e annoverare i detenuti, insieme con il personale penitenziario, tra le categorie prioritarie del piano vaccinale contro il Covid-19: sono queste le richieste fatte al Governo dalla Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà personale tramite un documento dal titolo "Il carcere tra interno ed esterno.
di Mario Ghirardi
africarivista.it, 30 dicembre 2020
Gli immigrati che affollano le carceri italiane sono un terzo del totale dei detenuti che a febbraio 2020 superavano i 60.000 e a giugno erano scesi a meno di 54.000. Esattamente il 32,7% a giugno, secondo le statistiche fornite dai ricercatori dell'associazione Antigone e dell'Idos nel loro annuale dossier sull'immigrazione, con un trend che si è mantenuto costante per tutto il primo semestre scorso.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 30 dicembre 2020
Mentre l'attenzione e la speranza del mondo sono concentrate sul vaccino, nelle carceri l'emergenza sanitaria passa anche sotto la voce "carenza di personale". Non c'è solo il Covid a preoccupare la tutela della salute dei reclusi: ogni giorno nel mondo dietro le sbarre si fanno i conti anche con le sproporzioni fra medici, infermieri e operatori disponibili e numero dei detenuti nelle celle.
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 30 dicembre 2020
Tanto si parla in modo enfatico delle nuove generazioni, tanto poco si ragiona insieme a loro su come costruire una società autenticamente aperta ed effettivamente impermeabile agli affari sporchi delle mafie. Ci sono evidenti motivi di politica criminale che dovrebbero orientare il Parlamento e il Governo a cambiare rotta in materia di droghe e ad attenuare l'impianto repressivo e sanzionatorio dell'attuale legislazione, diversificando i fatti di lieve entità e la coltivazione di cannabis a uso personale da altri e più sostanziosi traffici.
di Errico Novi
Il Dubbio, 30 dicembre 2020
Ddl penale, ultimatum a Bonafede: subito il tavolo per riscrivere la tua norma o la modifichiamo noi col centrodestra. A volte i diminutivi e gli accrescitivi, insomma le alterazioni lessicali, fanno la differenza. Nel caso di Renzi l'espediente è consueto. Stavolta tocca al Recovery plan e alla giustizia. Nell'enews diramata ieri mattina, il leader di Italia viva riproduce così il concetto già espresso il giorno prima in conferenza stampa: il piano del governo "comincia con delle paginette giustizialiste sulla giustizia: noi cominciamo con la cultura. Della serie: scopri le differenze".
Di che si tratta? Basta tornare all'incontro coi giornalisti: "Questo Recovery", aveva detto Renzi, "è impregnato di cinquestellismo giustizialista nel momento in cui si parla della prescrizione: no al manettarismo di seconda mano di alcuni membri della coalizione". Ecco qual è il bersaglio. Ecco cosa non va in quelle che lui liquida col diminutivo paginette: l'enfasi celebrativa riservata dall'esecutivo di Conte alla riforma della prescrizione.
Celebrazione in cui ricorre pure qualche sottile offesa rivolta agli avvocati. Come quando si allude all'uso strumentale che si sarebbe fatto della prescrizione e che, impedito dalla norma Bonafede, dovrebbe finalmente sospingere gli imputati e i loro difensori verso i riti alternativi. Ma se le insinuazioni gratuite del "Piano di ripresa e resilienza" sono sgradevoli, anche Renzi la tocca tutt'altro che piano. Quando evoca il "manettarismo di seconda mano" punta dritto alle presunte diserzioni dei dem, i quali si sarebbero messi a rimorchio dei 5 stelle proprio sulla giustizia. L'ex premier paventa la crisi, ed è chiaro che tornerà a incalzare gli alleati sul ddl penale.
Nei giorni scorsi i deputati renziani della commissione Giustizia (Lucia Annibali, Cosimo Ferri e Catello Vitiello) hanno rivolto una specifica richiesta al presidente Mario Perantoni, del M5S: rinviare il termine per il deposito degli emendamenti alla riforma del processo penale. Richiesta accordata. La scadenza era fissata per il 14 gennaio. Ora è il 21.
Alla proposta di dare più tempo si è associato l'intero centrodestra. Ma Italia viva come approfitterà del margine concesso? Ha in rampa di lancio proprio un emendamento sulla prescrizione. E non si tratta di una modifica da poco, ma del famigerato (per la maggioranza) lodo Annibali. In pratica, l'avvocata e deputata renziana propone di sospendere gli effetti del blocca- prescrizione (entrato in vigore il 1° gennaio 2020) fin quando non sarà approvata proprio la riforma penale all'esame di Montecitorio. Solo dopo che si saranno verificati gli effetti di quest'ultima riforma, e solo se ne risulterà un'effettiva accelerazione dei processi, il blocca- prescrizione di Bonafede tornerebbe a essere efficace.
È l'armageddon giudiziario della maggioranza? Non lo si può escludere. I numeri in commissione Giustizia sono in bilico. Il centrodestra voterebbe compatto con Italia viva. Così, sulla carta, i due fronti sarebbero pari.
Cosa potrebbe evitare uno scontro così pesante sulla giustizia? Solo l'immediato insediamento del tavolo sulla prescrizione che i renziani sollecitano da mesi. Una commissione composta dai "migliori accademici del settore, da rappresentanti dell'avvocatura e della magistratura nonché da parlamentari" per definire "le linee guida" sulla prescrizione. Così ne parla Italia viva nelle osservazioni al Recovery plan, che riservano un capitolo proprio alla giustizia.
Secondo la formazione dell'ex premier, non basta dunque il lodo Conte bis: il tavolo dovrebbe riscrivere la norma sulla prescrizione in modo che, "a differenza di questa bozza di legge-delega" sia "organica e strutturale, nel rispetto delle garanzie previste dalla Carta costituzionale".
Renzi vorrebbe che a presiedere la commissione preposta a correggere il blocca- prescrizione fosse il leader dei penalisti italiani, Gian Domenico Caiazza, ossia il più tenace avversario di quella norma. Spiega chi è vicino a Renzi: "Se Bonafede mettesse davvero in piedi, subito, la commissione da noi richiesta per discutere di prescrizione, e per renderla compatibile con il principio della ragionevole durata dei processi, eviteremmo di presentare l'emendamento Annibali. Ecco perché abbiamo chiesto più tempo al presidente Perantoni.
Se il ministro non ci ascolterà, porteremo il lodo Annibali in commissione, e vedremo se il Pd avrà il coraggio di votare contro. Non abbiamo mai capito", dice il fedelissimo di Renzi, "perché si siano arresi così presto a Bonafede. Non hanno preteso nemmeno di poter verificare gli effetti della riforma Orlando, della loro riforma, che aveva già esteso in modo notevolissimo i termini di prescrizione. Vediamo con che argomenti si schiereranno contro".
Non c'è male, come auguri di buon anno. Di ottimismo avrà bisogno anche Perantoni. Che non ha esitato ad accogliere la richiesta di "proroga" avanzata dai renziani della commissione da lui presieduta (Cosimo Ferri e Lucia Annibali). Un gesto di disponibilità anche verso le opposizioni che, come detto, si erano associate a Italia Viva.
D'altra parte il vertice pentastellato della commissione Giustizia è convinto che tra i vari aspetti della riforma penale "molto importanti ed efficaci" vi siano quelli relativi "alla fase delle notificazioni, per eliminare i tempi morti" ma anche "al perfezionamento della prescrizione, che resta", a suo giudizio, "una riforma fondamentale", da attuare "rafforzando gli uffici giudiziari, come siamo impegnati a fare". Altro che congelamenti, insomma. Certo è che il 2021 si apre come s'era aperto il 2020: con Conte che balla sulla giustizia. Certe tradizioni non cambiano.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 30 dicembre 2020
Manovra, l'intervento di Cirinnà sui fondi destinati alle case famiglia. "Mai più bambini in carcere con le madri". Una soluzione c'è e ora, a un passo dal diventare effettiva, non si può più attendere per metterla in campo: si tratta di destinare maggiori risorse - con un fondo di un milione e mezzo all'anno - alle case famiglia e alle strutture protette per accogliere i detenuti con figli a seguito.
"L'emergenza sanitaria ha avuto effetti drammatici nelle carceri", spiega la senatrice Monica Cirinnà, responsabile Diritti del Pd, intervenendo in aula alla discussione sulla Manovra.
"I numeri non corrispondono soltanto a somme di denaro", prosegue: "34 è il numero delle bambine e dei bambini che, nonostante la pandemia, sono ancora in carcere. 31 sono invece le loro madri, detenute. 1,5 milioni di euro all'anno, per il 2021, il 2022 e il 2023, la somma che viene stanziata per finanziare quella legge che, da nove anni, prevede che le detenute madri e i loro figli debbano risiedere in case-famiglia protette, per evitare che anche un solo bambino varchi la soglia del carcere". "Il termine per l'adozione del decreto attuativo è di due mesi", spiega la senatrice Pd, certa che "il Ministro Bonafede non ci deluderà e ridurrà al minimo il tempo necessario per "mettere a terra" questo denaro".
Quelle madri e quei bambini reclusi negli istituti penitenziari non possono ridursi a numeri e dati, torna a sottolineare Cirinnà: e "non possono più attendere: ogni giorno in carcere è, per loro, un'esperienza dolorosa e traumatizzante". "Molto c'è ancora da fare - sottolinea la senatrice - a partire dalla rapida approvazione del disegno di legge sull'affettività in carcere".
Si tratta di "un testo sollecitato dai Garanti per i detenuti e per cui come relatrice mi batterò - conclude. Giustizia, legalità e sicurezza non possono esistere se è violata la dignità dei detenuti. Continuare a occuparsi dei diritti non toglie nulla all'efficace gestione dell'emergenza sanitaria e alla ripartenza del Paese. Bisogna tenere assieme gestione dell'emergenza e tutela dei diritti. Non sono separate tra loro, perché unica è la vita delle persone, e tutto si tiene: diritto alla salute, diritti civili, diritti sociali".
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 30 dicembre 2020
Non finisce mai il Palamaragate. E ogni capitolo nuovo è una mazzata sulla credibilità di tutta la magistratura. Non perché tutta la magistratura sia corrotta, per carità, ma perché appare evidente che la corruzione ha minato profondamente la sua testa, il suo gruppo dirigente potremmo dire, e per questa ragione ha tolto ogni credibilità a tutta la macchina della giustizia.
È un danno spaventoso per il Paese. Il grosso della magistratura fa il suo lavoro onestamente. Senza pregiudizi. Cerca la verità. C'è però un gruppo di circa 2000 persone, che costituisce un quarto della magistratura, del quale fanno parte soprattutto i Pm, che ha assunto un ruolo sovversivo e che ha messo a soqquadro e posto fuorilegge tutta l'istituzione.
Avete presente quella frase fatta: ho fiducia nella magistratura? È insensata. Anch'io avrei fiducia nella magistratura, ma se mi capita invece di finire sotto il tiro di uno di quei 2000 magistrati del Palamaragate, altro che fiducia! So per certo che in quel caso macchina della giustizia e giustizia hanno divorziato. Il secondo e il terzo capitolo del Palamaragate, venuti alla luce in queste ore, ci dicono due cose sconvolgenti.
La prima l'abbiamo raccontata ieri, ed è il "blocco" delle chat di Luca Palamara (alle quali partecipò il Gotha della magistratura italiana e soprattutto del partito dei Pm) deciso dalla Procura di Perugia, che le trasmise al Csm e alla Cassazione con un anno di ritardo. In questo modo si è evitato che magistratopoli potesse influire sulle nomine avvenute tra il maggio del 2019 e il maggio del 2020, tra le quali moltissime assai importanti, come la nomina del procuratore di Roma, cioè del successore di Pignatone.
La seconda cosa che dicono questi nuovi sviluppi del Palamaragate è che addirittura sono andati perduti tutti gli sms del cellulare sequestrato a Luca Palamara, perché la Guardia di Finanza si dimenticò di scaricarli prima di restituire il telefonino al magistrato sotto inchiesta. Cosa c'era in questi sms? Nessuno può saperlo, ma probabilmente c'erano chiacchiere molto importanti, anche perché è noto che alcuni magistrati non usano whatsapp - non lo possiedono - ma usano i vecchi sms.
Voi provate a immaginare se due errori così clamorosi - sì, certo, vien da ridere a chiamarli errori - fossero stati commessi in una indagine che riguardava dei politici. Sarebbe successo il finimondo: dimissioni, cadute di governi, arresti, gogne, campagne giornalistiche. E invece sembra che la magistratura riuscirà a inghiottire senza fare una piega anche questo nuovo scandalo. E continuerà ad operare, a giudicare, a disporre delle nostre vite, dei nostri patrimoni, della nostra libertà. Cioè a fare uso incontrollato e incontrollabile del proprio smisurato potere, del tutto incongruente con gli assetti di una democrazia moderna, di una società equilibrata, di uno Stato di diritto. È vero che dentro la magistratura sta succedendo qualcosa.
Ci sono frange, gruppi, singoli, che iniziano a ribellarsi. A contestare i vertici, le correnti, il giustizialismo, il corporativismo, il moralismo senza morale, il davighismo, il partito dei Pm. La recente vicenda di Magistratura democratica è un esempio. Md è un pilastro della magistratura associata. Da decenni. Ha una storia lunga, forte, piena di pensiero, di cultura, in parte gloriosa in parte ingloriosa. C'è un mio amico magistrato che, un po' per scherzo e un po' seriamente, dice che Md è l'unico luogo della sinistra - nel mondo intero - che ha retto alla caduta del muro di Berlino. Già. L'unico che è stato capace di proseguire per la sua strada, forte come prima e forse, anzi, parecchio più forte di prima. Mai nella sua storia è stata oggetto di congiure interne. Tantomeno di scissioni. E invece, proprio in questi giorni, l'attacco si è scatenato.
Dopo che Md aveva espresso dei dubbi sul caso Palamara (e ancora lo ha fatto ieri, con la bella e coraggiosa intervista di Mariarosaria Guglielmi, che è la segretaria di Md, al nostro giornale), e dopo che aveva mollato Davigo e ostacolato la sua pretesa di restare al Csm in violazione della legge, è scattata la controffensiva della sua componente conservatrice, che ha attaccato dall'interno e poi è giunta fino alla scissione. Cioè a un gesto clamoroso e inedito.
Md reggerà, probabilmente, anche a questo colpo. E chiaramente il terremoto che è in atto cambierà i rapporti di forza all'interno della stessa Anm, dove recentemente Md, sfidando le tradizioni e i riti, aveva imposto alla presidenza, per la prima volta dopo decenni, un giudice, in contrasto evidente e sfacciato col partito dei Pm. Il presidente di Anm, da tempo incalcolabile, è un Pm.
Tutto questo, insieme a molti altri movimenti e mal di pancia provocati, comunque, dal Palamaragate, scuoteranno l'ambiente fino a mettere in discussione gli assetti della magistratura, i suoi rapporti con la società e la legalità, la possibilità di immaginare, dopo decenni, una riforma profonda della giustizia e il ripristino dello Strato di diritto?
Temo di no, per una ragione molto semplice. Il dibattito e il conflitto all'interno della magistratura non rispondono alle regole normali di una democrazia e di una società libera. Come mai? Perché quando si entra nel campo della giustizia, in Italia, si lascia il campo della libertà.
Questo è un punto difficile da spiegare. È così. La nostra società, bene o male, è una società sostanzialmente libera, nonostante molte strettoie, molti grumi, molte spinte autoritarie. Però è in linea con le altre società occidentali. Forse solo un paio di spanne indietro. Nel campo della giustizia no: manca totalmente la libertà di informazione. In nessun altro settore del vivere civile è così. La stampa è libera, la televisione è libera, ed è libera di criticare, talvolta anche a sproposito, qualunque schieramento politico, o professionale, i medici, i commercialisti, gli architetti e i poliziotti, gli imprenditori, gli scrittori e i generali dei carabinieri, gli immigrati e gli homeless, senza limitazioni, come in tutto l'occidente. Non è libera neppure un poco quando si parla di magistrati. È del tutto subalterna e succube. Obbediente fino al servilismo.
Il rapporto tra potere giudiziario e stampa non è diverso da quello che c'era da noi durante il fascismo, o nella Grecia dei colonnelli o nell'Ungheria o nella Germania comuniste. In nulla è diverso. La censura e l'autocensura sono assolute. I giornalisti ammessi alle sacre stanze devono far parte in tutto e per tutto della consorteria: altro che logge segrete! E questo rende difficilissimo l'emergere del dissenso interno alla magistratura o di piccole o grandi ribellioni verso il partito dei Pm. Chi comanda in magistratura ha il potere di mettere a tacere ogni critica, e di punire chi ha criticato, senza che possa difendersi.
Questo provoca la situazione di regime - sì, esattamente di regime, spesso anche violento, perché dispone delle prigioni, dei sequestri dei beni, della gogna - molto difficile da scalfire. Pensate solo a come la stampa ha reagito alla grande amnistia decisa dalla Cassazione sul caso Palamara. Quando ha stabilito che i magistrati che si autopromuovevano o che promuovevano, presso Palamara, propri amici, non violavano nessuna regola.
Ho scritto amnistia: amnistia piena, celebrata in contemporanea alla condanna e alla cacciata di Palamara. È lui, solo lui, esclusivamente lui il male, e tutti gli altri sono perdonati. Punto. Guai a chi obietta. E infatti mi pare che solo noi del Riformista abbiamo obiettato.
Voi sapete quanti politici sono stati messi al bando per una raccomandazione. Qualcuno, anche recentemente, è stato persino arrestato. Da chi? Dai magistrati che decidevano che le raccomandazioni tra toghe, però, sono cosa buona e giusta. Avete letto qualche riga di critica? Forse Paolo Mieli sul Corriere. Un quadrifoglio. Apparso e poi rapidamente sepolto dalle righe e righe e righe dei "giudiziari di professione". Qualcuno può fermare questo degrado? Può avviare una transizione?
In Spagna, quasi mezzo secolo fa, fu il re che garantì la transizione tra dittatura e democrazia, dopo la morte di Franco. Qui da noi, forse, solo il Presidente della Repubblica potrebbe fare qualcosa del genere. Però dovrebbe chiedere lo scioglimento del Csm (lui, come ha detto più volte, non ha il potere per scioglierlo), chiedere una riforma che limiti il potere giudiziario, chiedere al Parlamento di uscire dalla sudditanza a Beppe grillo e a Marco Travaglio. Lo farà?
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 30 dicembre 2020
È stato respinto domenica scorsa dalla Camera, durante le votazioni per l'approvazione della legge di Bilancio, l'ordine del giorno proposto da Azione e Più Europa che impegnava il governo ad adottare con urgenza "un'iniziativa normativa volta a ridurre drasticamente il numero degli attuali incarichi in posizione di fuori ruolo a magistrati ordinari, amministrativi, contabili e militari, avvocati e procuratori dello Stato".
Una proposta di limitare il dirottamento delle toghe verso funzioni extra-giurisdizionali, di cui pure si discute ormai da anni. Il governo e la maggioranza che lo sostiene non hanno condiviso l'idea, e così ha reagito il deputato di Azione Enrico Costa, che l'aveva messa sul tavolo: "La maggioranza finge di litigare, ma al dunque Partito democratico, Italia viva e Movimento 5 Stelle si compattano per difendere i privilegi dei magistrati fuori ruolo: tutti insieme alla Camera si sono uniti per respingere quest'ordine del giorno, votato solo dal centrodestra". Secondo l'ex viceministro della Giustizia, "di fronte al massiccio arretrato giudiziario e alle carenze di organico, sarebbe più che ragionevole far rientrare a svolgere attività giurisdizionale quei magistrati distaccati nei ministeri o nelle Organizzazioni internazionali, che sono circa duecento". Il tema dei "fuori ruolo", come detto, non è nuovo.
Anzi, da sempre infiamma il dibattito politico. La materia è oggi disciplinata da una legge del 2008. Il legislatore ha previsto che possano essere destinati a ricoprire "funzioni non giudiziarie" un massimo di duecento magistrati. Il procedimento autorizzativo da parte del Csm prevede che non si crei una scopertura superiore al venti percento nell'ufficio cedente, valutando il positivo ritorno per la magistratura rispetto all'attività che il magistrato andrà a svolgere lontano dalle aule dei tribunali.
Le norme fissano in dieci anni, anche non continuativi, la durata massima di questi incarichi. Attualmente ci sono magistrati presso le authority, i ministeri, le rappresentanze diplomatiche. Le disposizioni vigenti non prevedono, poi, criteri particolarmente "severi" per il ritorno in servizio, terminato il mandato, dei magistrati eletti nelle assemblee politiche nazionali o locali, oppure nominati per ricoprire incarichi politici, come quello di assessore o di ministro. Non esiste, in particolare, alcun periodo di "decantazione" fra i due incarichi.
Nei mesi scorsi l'Associazione dirigenti giustizia (Adg) aveva lanciato a proposito dei fuori ruolo un appello al presidente del Consiglio, ai ministri della Giustizia e della Pubblica amministrazione, alle commissioni Giustizia e Affari costituzionali di Senato e Camera. I dirigenti di via Arenula richiamavano l'attenzione dell'opinione pubblica sulla "anomalia istituzionale" dovuta all'eccessivo numero di magistrati attualmente presenti in quel ministero con incarichi amministrativi, chiedendo di "riaffidare" almeno le funzioni gestionali ai dirigenti, senza così distogliere dalla giurisdizione un numero sempre maggiore di toghe.
I fuori ruolo sono presenti anche fra le proposte di riforma dell'ordinamento giudiziario e del Csm in discussione alla Camera. In occasione della nomina alle funzioni direttive e semi-direttive, si legge nel testo al vaglio della commissione Giustizia, "quando occorra procedere alla comparazione delle attitudini dei candidati, di puntuali parametri e indicatori", si tenga in considerazione anche il periodo svolto "in incarichi fuori ruolo". Con una puntualizzazione: "Le attività esercitate fuori del ruolo organico della magistratura siano valutate nei soli casi nei quali l'incarico abbia a oggetto attività assimilabili a quelle giudiziarie o che presuppongano particolare attitudine allo studio e alla ricerca giuridica, con esclusione di qualsiasi automatismo con riferimento a categorie particolari di attività o incarichi fuori ruolo".
Una disposizione specifica riguarda gli ex componenti togati del Csm. Per "evitare l'attribuzione di vantaggi di carriera o di ricollocamento in ruolo per i consiglieri che hanno cessato di far parte del Consiglio", viene preclusa per un congruo periodo "la possibilità che abbiano accesso a incarichi direttivi o semi-direttivi o che possano essere nuovamente collocati fuori ruolo". Attualmente ci sono alcuni ex togati del Csm sotto disciplinare per aver sollecitato un emendamento che eliminava qualsiasi periodo "cuscinetto". Per i fuori ruolo, infine, sarà previsto un collegio elettorale ad hoc in occasione delle elezioni per il rinnovo del Csm, istituito presso il seggio del Tribunale di Roma.
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