di Laura Cappon
Il Domani, 6 aprile 2021
Oggi si è tenuta una nuova udienza per il rinnovo della custodia cautelare. Domani il verdetto. Il suo avvocato: "Sta male psicologicamente, chiesta la sostituzione dei giudici. Ma a mio avviso non lo rilasceranno". Se si esclude la mozione presentata dalla difesa, il copione di queste udienze si ripete ancora una volta e senza variazioni da più di un anno.
Patrick Zaki è estremamente provato dalla sua detenzione e versa "in un pessimo stato psicologico". Lo ha detto all'Ansa la sua avvocata, Hoda Nasrallah, al termine dell'udienza per il rinnovo della custodia cautelare tenutasi oggi nell'aula bunker del carcere di Tora al Cairo. L'esito però non è ancora certo e sarà necessario aspettare almeno 24 ore. Ma Nasrallah rimane pessimista circa l'esito finale: "Non credo lo rilasceranno, visti tutti questi rinnovi", ha proseguito.
La difesa, intanto, ha chiesto di sostituire il collegio giudicante ritenendo i rinnovi una sorta di accanimento: per sapere se la richiesta verrà accettata bisognerà attendere domani, se non addirittura mercoledì. Di fronte alla corte (che come di consueto esaminava centinaia di altri casi di detenzione temporanea simili a quello di Patrick) era presente anche una delegazione di diplomatici di Francia, Stati Uniti e Canada, assieme al rappresentante dell'ambasciata italiana al Cairo. Come già avvenuto nelle altre udienze, la delegazione ha depositato delle comunicazioni scritte per esprimere il suo interessamento al caso.
Se si esclude la mozione presentata dalla difesa, il copione di queste udienze si ripete ancora una volta e senza variazioni da più di un anno. Dopo i primi cinque mesi di udienze, durante i quali i rinnovi di detenzione erano quindicinali, ora il fascicolo di Patrick è entrato nella fase dei prolungamenti di 45 giorni. A nulla sono servite le richieste avanzate nelle scorse udienze perché a Zaki fosse almeno permesso di visitare il padre, ricoverato a fine febbraio in ospedale e ora in convalescenza nella casa del Cairo.
Anche la salute del giovane è sempre più provata dall'asma e dalle allergie che si sono acuite a causa delle recenti tempeste di sabbia che si sono abbattute sulla capitale egiziana. Continua a dormire per terra perché nel carcere di Tora non ci sono letti e ha pochissimi libri a disposizione. Inoltre, come confermato da fonti vicine alla famiglia, nelle scorse settimane, un suo compagno di cella ha avuto sintomi da Covid-19 ma non è stato sottoposto a tampone molecolare.
Patrick è nelle mani delle autorità egiziane da ormai 421 giorni. Era il 7 febbraio del 2020 quando fu prelevato da alcuni agenti della National Security Egiziana dall'aeroporto del Cairo mentre tornava da Bologna, la città dove stava frequentando un master in studi di genere. Durante le prime 24 ore di detenzione è stato torturato e tenuto in un edificio della National Security senza che gli fosse permesso di avere contatti con gli avvocati o con i suoi familiari. È riapparso l'8 febbraio nel commissariato di Mansoura e, dopo alcuni trasferimenti, da circa un anno si trova recluso nel carcere di Tora, nell'ala dedicata ai detenuti in attesa di giudizio.
Le accuse per il giovane ricercatore - le più gravi sono associazione terroristica e propaganda sovversiva - sono state spiccate sulla base di alcuni post Facebook che la difesa non ha mai potuto visionare. I suoi avvocati hanno sempre puntualizzato che il profilo social citato dalla Procura non è quello del giovane studente ma un fake: quello usato dal ragazzo è Patrick Zaki, mentre le autorità riferiscono di un account a nome di Patrick George Zaki.
I post sui social non sono l'unica prova contestata dalla difesa. C'è anche la perquisizione messa a verbale dalla procura e avvenuta a Mansoura nel settembre del 2019. Secondo le poche pagine che i legali hanno a disposizione, la polizia si sarebbe presentata nella casa di famiglia di Patrick, mentre il giovane ricercatore era già a Bologna, e avrebbe setacciato la sua camera alla presenza della madre. Ma la famiglia Zaki vive da diversi anni al Cairo e nel settembre del 2019 era impossibile che nella casa di famiglia ci fosse qualcuno. Qualunque prova a carico presentata dalla procura non è tuttavia contestabile dalla difesa sino a quando non ci sarà un processo.
Intanto, in Italia continua la campagna per la sua liberazione. Lo scorso mese, 58 parlamentari della Camera dei deputati hanno firmato una mozione per chiedere al Governo italiano di "adottare le iniziative di competenza per il conferimento della cittadinanza italiana" mentre la petizione online per la concessione a Patrick Zaki della cittadinanza italiana per meriti speciali ha ormai superato le 187 mila firme. Sul caso si è pronunciato anche il segretario del PD Enrico Letta che in un tweet prima dell'udienza ha rinnovato la richiesta di rilascio per il giovane egiziano.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 6 aprile 2021
Più che il vertice del disgelo, come è stato presentato con forse un po' troppa enfasi, quello che faranno oggi il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen in Turchia assomiglia piuttosto a un viaggio della speranza: quella di riuscire a convincere Recep Tayyip Erdogan a stringere un nuovo patto sui migranti simile a quello siglato il 18 marzo del 2016 che permise di bloccare la fuga dei rifugiati siriani verso l'Europa. In mezzo, i due leader europei proveranno anche a parlare di rispetto dei diritti umani in un Paese che ha appena abbandonato la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e dove ieri dieci ex ammiragli sono stati arrestati per aver scritto una lettera critica nei confronti del presidente turco, mentre per domani è prevista la chiusura di uno dei tanti processi per il fallito golpe del 2016 con sentenze che, è facile immaginare, non saranno lievi.
Cinque anni dopo l'accordo raggiunto tra Ankara e Bruxelles grazie alla regia della cancelliera Merkel, l'Europa dunque ci riprova. Il viaggio di oggi è stato preceduto da una marcia di avvicinamento cominciata a gennaio dalla Turchia che, nonostante sia allergica alle critiche europee, ha smorzato i toni polemici nei confronti di Bruxelles accompagnando questa nuova disponibilità al dialogo con l'impegno a fermare le perforazioni nel Mediterraneo, a riprendere i colloqui interrotti con la Grecia e a riavviare i negoziati con Cipro.
Un atteggiamento giudicato positivamente dall'Ue, anche se non è mancata la prudenza: "La situazione resta delicata", ha infatti spiegato il rappresentante per la politica estera, Jospeh Borrell, al termine del consiglio europeo del 25 marzo. "Ho individuato un paio di misure con un approccio binario: da un lato misure positive e, dall'altro, misure che possono essere prese se la situazione dovesse ribaltarsi".
Oggi la Turchia ospita più di 4 milioni di rifugiati, 3,6 milioni dei quali sono siriani. In questi cinque anni i rifugiati ricollocati in Europa sono stati 28.621, mentre 2.140 sono quelli riaccolti dopo essere sbarcati illegalmente in Grecia. La situazione è però cambiata a febbraio 2020, con la decisione di Erdogan di mettere fine all'accordo aprendo le frontiere del Paese. Un numero, soprattutto, fa paura a Bruxelles ed è quello che registra il crollo dei migranti fermati dalle autorità turche: nel 2019 furono 454.662, contro i 122.302 del 2020, una flessione dovuta principalmente alla volontà di Erdogan di punire l'Europa perché, a suo dire, non avrebbe mantenuto gli impegni presi versando solo 3,6 miliardi di euro dei 6 promessi nel 2016 (cifra contestata da Bruxelles che parla invece di 4,1 miliardi già impegnati mentre il resto verrà speso in contratti entro il 2023).
Michel e von der Leyen non si presentano comunque a mani vuote da Erdogan. I due leader sanno di poter promettere al presidente nuovi finanziamenti visto che i 27 hanno chiesto alla Commissione di presentare una proposta per finanziare l'assistenza ai profughi siriani. Ma non è detto che i soldi saranno sufficienti. Erdogan è già tornato alla carica chiedendo l'ingresso della Turchia nell'Unione europea e la liberalizzazione dei visti per i suoi cittadini, due punti che, più dei soldi, sarebbero preziosi per lui sul fronte politico interno. Una questione delicata, visto che l'Europa è divisa nell'atteggiamento da assumere verso Ankara, con Grecia e Francia che, al contrario di Italia, Germania e Spagna, sono contrarie all'ipotesi di un'apertura. Gli esiti dell'incontro di oggi verranno esaminati nel prossimo vertice Ue di giugno, e c'è da scommettere su quale sarà l'atmosfera.
politicamentecorretto.com, 5 aprile 2021
L'appello del Partito Radicale rivolto alla Ministra della Giustizia Marta Cartabia e al Ministro della Salute Roberto Speranza sta raccogliendo adesioni e tra i primi firmatari compaiono Maria De Filippi, autrice e conduttrice televisiva, e l'avvocato Annamaria Bernardini de Pace.
"Il problema della salute mentale in carcere, oggi rilanciato dalla vicenda che riguarda Fabrizio Corona e che coinvolge da ben prima di lui migliaia di altri cittadini, esige una vostra urgente e concreta risposta", si legge nell'appello cui hanno aderito personalità del mondo della scienza, del giornalismo, della politica e della cultura.
di Cosimo Rega
La Stampa, 5 aprile 2021
Mi chiamo Cosimo Rega, da qualche anno ho superato i sessanta, di cui circa 40 trascorsi nelle carceri italiane condannato a un fine pena mai. Il motivo? Sono un ex camorrista, mi piacerebbe aggiungere "ex assassino". Ma questo lo sarò per sempre. Convivere con questa consapevolezza è la giusta condanna che mi accompagnerà per il resto dei miei giorni.
Avevo da poco superato i 20 anni, quando mio padre alla giovane età di 44 anni, a causa di una malattia ci lasciò per sempre.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 5 aprile 2021
Non solo intercettazioni, con il virus anche "perquisizioni digitali" mai autorizzate. Il deputato di Azione Enrico Costa ora chiede norme chiare. Sono moltissime le potenzialità del "trojan", il software spia nato per trasformare il telefono cellulare in un microfono sempre acceso. L'uso del "captatore" informatico, inizialmente previsto solo per i reati associativi e di terrorismo, è stato esteso dall'allora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede anche a quelli contro la Pubblica amministrazione. Le indagini della Procura di Perugia nei confronti dell'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara, indagato appunto per corruzione, rappresentano ad esempio uno dei primi casi in Italia di utilizzo di tale strumento investigativo.
di Simona Musco
Il Dubbio, 5 aprile 2021
Il Report dell'agenzia dell'Ue per i diritti fondamentali. La presunzione d'innocenza in Italia è fortemente influenzata dai media, dai pregiudizi e dalla presenza delle gabbie nelle aule dei tribunali. È quanto si evince dal report dell'Agenzia dell'Unione europea per i diritti fondamentali (Fra), che ha preso in esame il modo in cui la presunzione di innocenza e i diritti correlati sono applicati all'interno dell'Unione europea.
In Italia, si legge nel report, la presunzione d'innocenza è tutelata dalla Costituzione. Ma ciò che manca è l'attuazione pratica di tale principio nei procedimenti giudiziari e sui media. Sono troppe le fughe di notizie e le fonti non ufficiali, che distorcono spesso la verità dei fatti e sviliscono il principio di presunzione d'innocenza.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 5 aprile 2021
Avvocato e docente universitario, Orazio Abbamonte è uno storico del diritto e tra i più stimati amministrativisti.
Il Tar e il Consiglio di Stato veramente costituiscono un problema per l'efficienza degli appalti pubblici?
"Non ho difficoltà a rispondere. Per beneficio del lettore, devo chiarire di farlo da avvocato amministrativista, vale a dire dal lato di chi ha il compito di far valere ragioni di parte davanti ad un giudice. E le ragioni di parte non sono affatto necessariamente 'partigiane'; anzi, sono spesso quelle più genuine (non incrostate di potere), quelle che vengono da aspirazioni frustrate dall'Amministrazione, che troppo di frequente devia dai suoi fini per i motivi più vari, quasi mai difendibili in un aperto confronto. Quelle dell'Amministrazione sono ragioni che si fanno forti del potere".
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 5 aprile 2021
La coordinatrice della Commissione diritto penale del Cnf: "Le misure introdotte con il decreto Covid non rispondono adeguatamente ai malfuzionamenti del portale telematico nel penale".
"L'avvocatura resta vigile sul fondamentale tema dell'esercizio del diritto di difesa e provvederà alla elaborazione di proposte emendative in sede di conversione del decreto legge". Giovanna Ollà, consigliera del Cnf e coordinatrice della commissione Diritto penale, è chiara nell'indicare la rotta dopo il varo del Dl 44/ 2021.
La misura in vigore dal 1° aprile viene incontro ai penalisti?
Se da una parte si riscontra positivamente, e di questo va ringraziata la ministra Marta Cartabia, la "presa in carico", in un atto normativo, delle numerose segnalazioni relative alle criticità del funzionamento del Portale per il processo penale telematico, dall'altra si evidenzia che la soluzione prospettata nell'articolo 6 del Dl non appare in realtà risolutiva del problema. Va però considerata positivamente la precisazione che anche con riferimento agli atti penali per i quali vige l'obbligo di deposito tramite portale, la norma preveda che il deposito si intende tempestivo quando è eseguito entro le ventiquattro ore del giorno di scadenza del termine.
Nel decreto si fa riferimento al "malfunzionamento del portale". La locuzione si presta a diverse interpretazioni?
Dall'analisi del provvedimento emergono forti perplessità. Il comma 2 bis in buona sostanza tipizza, nel malfunzionamento del portale accertato dal Dgsia, una causa di forza maggiore rilevante ai fini della rimessione in termini. Il dato è positivo nella misura in cui non lascia spazio a interpretazioni discrezionali in sede di richiesta di rimessione. Del resto va detto che, pur in assenza della specificazione normativa, difficilmente si sarebbe potuta escludere la causa di forza maggiore a fronte dell'accertato malfunzionamento di un sistema previsto dalla legge come obbligatorio per il deposito di una determinata tipologia di atti.
Il decreto legge lascia irrisolti alcuni problemi?
Non può non rilevarsi come l'integrazione normativa non soddisfi e non risolva le numerose criticità, ancora oggi esistenti e dettagliatamente segnalate dalle componenti istituzionali e associative della avvocatura, e che non riguardano il generale malfunzionamento del portale e accertato in quanto tale dal Dgsia, ma tutte le difficoltà incontrate dagli avvocati al momento del deposito, dal ritardo nella presa in carico al rifiuto spesso senza indicazione dei motivi.
L'avvocatura aveva suggerito a via Arenula una sospensione dei depositi telematici...
Esatto. È stata richiesta la sospensione per un periodo dell'obbligatorietà del deposito tramite portale, in attesa di un adeguato periodo di sperimentazione che sarebbe servito alla soluzione delle numerose criticità. La Fondazione italiana per l'innovazione forense, attraverso la vicepresidente Carla Secchieri, aveva elaborato una serie di correttivi idonei alla risoluzione di alcuni problemi.
Ma il "doppio binario" è correttamente definito?
Non nei termini in cui l'avvocatura lo aveva richiesto. La norma, anche nei casi di malfunzionamento del portale accertato dal Dgsia, prevede il deposito analogico ovvero cartaceo, solo previa autorizzazione della autorità giudiziaria. La formulazione della norma sembra smentire la necessità di limitare gli accessi alle cancellerie, che rischiano invece di moltiplicarsi, dovendo verosimilmente il professionista recarsi di persona a depositare l'istanza di autorizzazione al deposito analogico e poi, una volta autorizzato, recarsi per depositare l'atto. La norma suscita perplessità anche in merito alle tempistiche dell'autorizzazione che potrebbe pervenire ad atto scaduto, rendendo così inutile lo sforzo normativo finalizzato a garantire il deposito tempestivo e a evitare la procedura di rimessione in termini.
Vi aspettavate qualcosa in più quindi?
Sarebbe stato meglio consentire, quantomeno nel caso di malfunzionamento accertato del portale, la generalizzata possibilità di deposito analogico, in modo da evitare l'inutile procedimentalizzazione che si verifica con il passaggio autorizzatorio. È prevista altresì la possibilità di autorizzazione al deposito di singoli atti in formato analogico, per ragioni specifiche ed eccezionali. L'indicazione normativa, evidentemente rivolta alle problematiche diverse dal malfunzionamento del portale accertato dal Dgsia, apre tuttavia la strada a una pericolosa procedimentalizzazione della fase autorizzativa, rimessa alla discrezionalità delle diverse autorità giudiziarie. La conseguenza è un rischio di "giurisprudenze" contrastanti nei diversi uffici giudiziari.
di Simona Musco
Il Dubbio, 5 aprile 2021
Luca Palamara verrà audito presto in Commissione Antimafia. E l'Ucpi si schiera con Lanzi e il collega Rampioni, difensore dell'ex pm. Non è chiaro chi, a Piazza dell'Indipendenza, abbia messo sul tavolo della discussione le nomine alla Procura di Milano. Quel che è certo è che la questione ha suscitato non poche tensioni.
E il caos che si è scatenato attorno al consigliere laico Alessio Lanzi, passato dalla prima alla quinta commissione dopo il suo "inopportuno" - così è stato definito dal Comitato di presidenza del Csm - incontro con l'avvocato di Luca Palamara, Roberto Rampioni, secondo alcuni, potrebbe nascere proprio dalle differenti posizioni attorno a questo delicatissimo argomento. Che ora si arricchisce di un'ulteriore ipotesi, lanciata ieri dal quotidiano Domani: la possibilità che sul procuratore Francesco Greco sia stato aperto un fascicolo per incompatibilità ambientale.
Il nodo centrale riguarda la nomina dei procuratori aggiunti a Milano. Nel corso dell'audizione dello scorso 25 marzo, la presidente della prima commissione, Elisabetta Chinaglia, ha chiesto all'ex presidente dell'Anm Palamara se fosse stato il procuratore Greco a suggerirgli i nomi delle persone da nominare. Domanda alla quale l'ex pm ha risposto negativamente: le nomine, ha ribadito, sono avvenute sulla base degli accordi con le correnti, a Milano come altrove. L'interlocuzione con Greco, dunque, avrebbe riguardato altro. Ma l'insistenza, nel corso dell'audizione, sulla procura di Milano c'è stata ed è stata evidente a tutti. La tensione, nei dintorni del Palazzo di Giustizia meneghino, è alta.
E gli strascichi della sentenza Eni, con il botta e risposta tra Procura e Tribunale, poi sedato da una nota congiunta, sono la prova che qualcosa, negli uffici di via Freguglia, non va. E a pochi mesi dal pensionamento di Greco - che lascerà il 12 novembre prossimo e per la cui poltrona sono già in fila, tra gli altri, Nicola Gratteri e Paolo Ielo - la prospettiva di un procedimento per incompatibilità ambientale appare, ai più, inutile.
Quel che è certo, allo stato attuale, è che al plenum del Csm non è arrivata alcuna comunicazione da parte della procura generale della Cassazione: improbabile, dunque, che si possa parlare di un procedimento disciplinare a carico del procuratore. Ma in prima commissione, quella deputata alle procedure di incompatibilità, è in corso una fase di pre-istruttoria su tutte le chat di Palamara, ovvero un faldone contenente 60mila conversazioni che riguardano circa cento magistrati.
Alcuni orientamenti sono già chiari: per alcuni magistrati si va verso l'archiviazione de plano, per altre pratiche più complesse potrebbe arrivare la richiesta d'archiviazione da sottoporre comunque al plenum, ma senza troppe difficoltà. Altri casi, invece, risultano ben più complicati. I tempi, dunque, sono lunghi. E un possibile fascicolo su Greco - alcune fonti parlano già di "fase istruttoria" - richiederebbe, comunque, una lunga analisi, che potrebbe arrivare a ridosso del pensionamento. Ma dall'audizione del 25 marzo, stando alle informazioni trapelate, nessun elemento fornito da Palamara porterebbe sostegno a tale tesi.
L'ex pm, nei prossimi giorni, sarà audito anche dalla commissione parlamentare Antimafia in una data "che verrà stabilita quanto prima", ha annunciato il presidente della commissione Nicola Morra. Dal canto suo, Palamara ha già annunciato di essere "a disposizione di tutte le istituzioni". Ma trattandosi di "argomenti delicati", l'ex capo dell'Anm ha suggerito l'opportunità di avere di fronte "il legittimo contraddittore, per vedere in che modo avere un confronto, per vedere se il racconto che io faccio, ad esempio, su come si sono svolte determinate nomine, sia vero o no".
La vicenda Lanzi ha intanto suscitato la reazione dell'Unione delle Camere penali. Che "censura" l'iniziativa che ha determinato il suo addio alla prima commissione: "Il componente laico del Csm Alessio Lanzi è stato messo all'indice, sulla stampa", per l'incontro con Rampioni. Un incontro "tutt'altro che inconsueto tra due amici che si frequentano, si stimano e collaborano, professionalmente ed accademicamente, da decenni", fissato "ben prima che venisse disposta l'improvvisa convocazione". Pur non entrando nelle dinamiche del Csm, la Giunta dell'Ucpi ha sottolineato come, ancora una volta, "abbia avuto il sopravvento quella odiosa cultura del sospetto che sempre accompagna l'operato dell'avvocato difensore.
La gratuità della illazione e la tetragona indifferenza ad ogni spiegazione alternativa offerta dai due illustri e stimati Colleghi confermano come alberghi anche in Piazza dei Marescialli l'idea malsana che l'avvocato difensore sia sempre complice del proprio assistito, e perciò univocamente sospettabile di operare, in ogni occasione ed in ogni luogo, a tutela di oscuri interessi, indifferente ad ogni regola di correttezza e di legalità".
di Paolo Comi
Il Riformista, 5 aprile 2021
"Sussiste senza dubbio" il reato di rivelazione del segreto, gli autori sono stati dei "pubblici ufficiali" e la Procura deve compiere gli "opportuni approfondimenti investigativi" per individuare "i responsabili della indebita propalazione". È quanto scrive Sara Farini, gip del Tribunale di Firenze, a proposito della fuga di notizie relativa all'indagine di Perugia, rispondendo a una nota dei pm della locale Procura. A distanza di quasi due anni dai fatti, dunque, siamo ancora a questo punto: da Erode a Pilato. I fatti sono stranoti.
Il 29 maggio 2019, Repubblica, Corriere e Messaggero pubblicarono la notizia dell'indagine della Procura umbra, gestione Luigi De Ficchy, a carico dell'ex zar delle nomine. "Corruzione al Csm: il mercato delle toghe", scrisse Repubblica; "Una inchiesta per corruzione agita la corsa per la Procura di Roma", il Corriere; "L'accusa al pm Palamara complica i giochi per la Procura di Roma", il Messaggero. Gli articoli erano tutti molto dettagliati.
Il pezzo di Repubblica, in particolare, riportava alcuni elementi che erano emersi grazie alle intercettazioni effettuate con il trojan inserito nel cellulare di Palamara. Ad esempio, i colloqui fra quest'ultimo e Cosimo Ferri, deputato allora del Pd ed esponente di spicco della corrente di destra delle toghe, Magistratura indipendente, relativi alla nomina del successore di Giuseppe Pignatone al vertice della Procura di Roma.
Il Corriere, invece, non era bene informato come Repubblica, limitandosi a scrivere che la Procura di Perugia aveva notiziato il Consiglio superiore della magistratura dell'indagine nei confronti di Palamara, ricordando poi che l'ex presidente dell'Anm aveva fatto domanda per diventare aggiunto a Roma. Il giorno dopo, il 30 maggio, Palamara venne perquisito all'alba dal Gico della guardia di finanza. Insieme a lui erano indagati anche l'allora togato del Csm Luigi Spina e il pm romano Stefano Rocco Fava.
Il Corriere in edicola quella mattina, recuperando il parziale buco del giorno prima, dava la notizia dei motivi della perquisizione, informando i lettori anche che Palamara negli ultimi mesi era stato costantemente "monitorato" duranti i suoi incontri notturni. Da allora Corriere e Repubblica iniziarono una campagna pancia a terra pubblicando per giorni stralci di intercettazioni ambientali che riguardano anche la sfera privata di Palamara, non trascurando i consiglieri del Csm che avevano partecipato al dopo cena all'hotel Champagne e che poi furono costretti alle dimissioni. Un romanzo a puntate.
Il risultato fu che la nomina del procuratore generale di Firenze, Marcello Viola, a procuratore di Roma, votata in Commissione per gli incarichi direttivi del Csm il precedente 23 marzo e pronta per andare in plenum in quei giorni, saltò, per poi essere definitivamente annullata nelle settimane successive. Vale la pena di ricordare che al Csm vennero, fino alla chiusura delle indagini di Perugia avvenuta il 20 aprile 2020, trasmessi pochissimi atti.
Nonostante ciò, il 5 luglio 2019 il Corriere riportò alcuni passi degli interrogatori di Palamara avvenuti il 30 e il 31 maggio davanti ai pm di Perugia. E lo stesso fece Repubblica. Un filone investigativo, poi, finì in tempo reale sui giornali, con le dichiarazioni di alcuni imprenditori che avevano effettuati dei lavori edili, frutto di una presunta corruzione, per un'amica di Palamara. Gli imprenditori erano stati interrogati a giugno del 2019 mentre erano sottoposti ad intercettazione telefonica. Uno di loro verrà risentito a luglio, modificando la testimonianza in modo da renderla più aderente a quanto riportato dai giornali.
La Procura di Perugia ha sempre sottolineato che gli atti d'indagine non fossero "ostensibili" per il segreto istruttorio. Il 26 luglio 2019 il pm di Perugia Mario Formisano, titolare del fascicolo insieme alla collega Gemma Miliani, come riportato dalla Verità, affermerà che le fughe di notizie avevano "rovinato l'inchiesta". Palamara, pur essendo la rivelazione del segreto procedibile d'ufficio, ha presentato lo scorso novembre un esposto alla Procura di Firenze, competente per i reati commessi dai magistrati umbri, chiedendo di svolgere accertamenti. Fra le richieste, il sequestro dei telefoni e l'acquisizione dei tabulati telefonici nei confronti dei "soggetti interessati" alla fuga di notizie: "giornalisti, operatori di polizia, ecc.".
Il gip Farini, con una nota del 27 gennaio scorso, ha respinto, come richiesto dalla Procura, le istanze di Palamara, evidenziando però che non risultano essere mai stati compiuti atti d'indagine per i soggetti "che possono essere venuti in contatto con le notizie segrete". Da qui, dunque, l'invito alla Procura a "circoscrivere" la platea di questi soggetti e ad effettuare gli "opportuni approfondimenti investigativi". La tempistica gioca, ovviamente, a favore degli autori della fuga di notizie: dopo due anni i tabulati vengono cancellati per legge dai gestori telefonici. Il procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo, come si ricorderà, è attualmente sotto disciplinare al Csm per presunte molestie nei confronti della pm antimafia Alessia Sinatra.
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