di Fabrizia Candido
Il Manifesto, 31 dicembre 2020
Tecnologia e controllo della popolazione. Al di qua della muraglia si impiegano strumenti per prevedere suicidi o "minacce" alla sicurezza. Modelli predittivi, così vengono chiamati i sistemi che tramite algoritmi statistici e tecniche di machine learning, individuano schemi e andamenti ricorrenti per prevedere eventi futuri. Sebbene in certi settori il loro utilizzo sia ormai comune - per prevedere la risposta di un paziente a un trattamento, individuare probabili focolai epidemici o l'insorgenza di guasti negli elettrodomestici, ad esempio - la sfida più ardua resta la previsione dei singoli comportamenti umani, un traguardo i cui risvolti spazierebbero dal campo assicurativo al marketing mirato, dalla sorveglianza alla polizia predittiva.
I social network, dove il 45% della popolazione mondiale rilascia costantemente informazioni personali, sono un'inestimabile fonte di dati per l'allenamento di tali modelli. In questo contesto, anche la natura dei pensieri e delle emozioni condivise sul web diventa oggetto di analisi, come dimostra l'edonometro, l'algoritmo dell'Università del Vermont che ogni giorno dal 2008 analizza circa 50 milioni di tweet per valutare l'umore dell'opinione pubblica. Nel 2014 un sistema simile è stato usato da un gruppo di ricercatori cinesi per identificare coloro più inclini al suicidio.
Hanno esaminato un set di messaggi condivisi su Weibo, nota piattaforma di microblog cinese, per individuare caratteristiche linguistiche ricorrenti sulla cui base allenare un algoritmo capace di calcolare il Suicide Probability Scale Score dei vari utenti. Un altro studio ha invece usato Weibo per la sentiment analysis, nota come opinion mining.
L'obiettivo è comprendere che tipo di esperienza hanno avuto gli utenti circa un determinato prodotto, servizio o avvenimento, delineare la polarità delle loro opinioni e prevedere eventuali reazioni future: tendenze di mercato, azioni di protesta o persino attacchi terroristici. In Cina i modelli predittivi si intrecciano col piano per il sistema nazionale di crediti sociali, di cui sono già attivi dei progetti pilota con varianti locali. Catalogando dati su pagamenti di fatture, rispetto di contratti stipulati, attitudini individuali e relazioni interpersonali, il sistema valuta la condotta dei cittadini e delle aziende e fornisce le basi per predire il loro grado di "affidabilità". Una previsione, sebbene non del tutto irreversibile poiché influenzabile da "azioni di recupero", da cui dipende la possibilità di accedere ad alcuni servizi, tra cui prestiti, servizi sanitari, biglietti aerei o ferroviari.
Questi modelli, che calcolano la potenzialità e la probabilità di un evento, per quanto accurati non sfuggono però a margini di errore. Se l'algoritmo di Spotify, Youtube o Netflix non è stato in grado di prevedere quale contenuto l'utente avrebbe gradito maggiormente, lo scenario diventa più complesso quando i modelli predittivi vengono schierati da organi di controllo e sorveglianza. Non si tratta dei precog di Minority Report, ma di software di polizia predittiva già in uso.
L'Ijop (Integrated Joint Operations Platform) è il sistema fornito dalla Xinjiang Lianhai Cangzhi Company, sussidiaria della China Electronics Technology Group Corporation, appaltatrice militare di proprietà statale, che integra dati biometrici, attività online, relazioni interpersonali e informazioni di discutibile rilevanza - come la poligamia, l'uso anomalo di elettricità e l'accumulazione di scorte di cibo - per individuare potenziali minacce, allertare le autorità e avviare azioni "rieducative e preventive".
Non è una realtà esclusivamente cinese. La questura di Milano utilizza delia®, il software di analisi predittiva del crimine della startup Key Crime, e l'azienda californiana PredPol si definisce "market leader in predictive policing". L'estrazione di dati per l'allenamento di algoritmi predittivi coinvolge inoltre l'intero gruppo Gafam (Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft), che spalancano così le proprie porte a quelli che la nota autrice di saggi e libri sul capitalismo della sorveglianza, Shoshana Zuboff, chiama behavorial futures markets, mercati basati sul passaggio da monitoraggio a orientamento verso esiti redditizi del comportamento individuale. In questo modo si favoriscono acquisti e tendenze, si influenzano opinioni e voti elettorali.
Monitorare, processare, quantificare e monetizzare, è questa la sequenza. I post di StocKTwits, il social per trader e investitori, vengono analizzati per prevedere volatilità e rischi associati alle obbligazioni, Behavioral Signals, una start up di Los Angeles, usa il machine learning per analizzare le emozioni nella voce e prevedere risposte binarie in specifici contesti e infine la chatbot Microsoft Xiaoice flirta, scherza e simula rapporti sessuali con i suoi interlocutori, al fine di creare profonde connessioni emotive che accumulando dati potenziano il suo algoritmo, rendendolo redditizio.
Nel 2019 è stato persino dimostrato che è possibile predire l'attività social di un individuo utilizzando i dati provenienti da altre 8 persone appartenenti alla sua rete Twitter. Significa che ogni interazione online espone dati anche di chi non è connesso e potenzialmente di chi non ha nemmeno un account: there's no place to hide ha commentato Lewis Mitchell, coautore dello studio. Il Processo di Kafka parla di una misteriosa polizia che indaga sulla vita del protagonista per ragioni che lui non riesce a capire. Una buona immagine per rappresentare l'individuo del XXI secolo che più o meno inconsapevolmente è oggetto della più grande operazione di data mining della storia.
di Andrea Bassi
Il Messaggero, 31 dicembre 2020
Provate a immaginare questo. Un giovane laureato con il massimo dei voti, che dopo la laurea, non appagato, ha deciso di proseguire gli studi con una specializzazione. Immaginate che abbia vinto anche una borsa di ricerca e magari, nei ritagli di tempo, abbia partecipato anche a un master.
Immaginate, insomma, che sia uno dei quei trentenni iper-formati che, a parole, ogni governo dice di voler trattenere in Italia evitando che vadano a cercar lavoro altrove perché nel loro Paese tutte le porte sono chiuse. Ora provate a immaginare che questo stesso ragazzo voglia entrare nella Pubblica amministrazione tentando un concorso. Del resto ogni volta che accende la Tv sente il ministro di turno che dice che i dipendenti pubblici sono troppo vecchi e bisogna fare spazio ai giovani nei ranghi dello Stato. Bene, ora prendete tutto ciò che avete immaginato e cancellatelo.
Il duro risveglio alla realtà si intitola "Concorso pubblico, per titoli ed esame orale, su base distrettuale, per il reclutamento di complessive n. 400 unità di personale non dirigenziale a tempo indeterminato per il profilo di Direttore, da inquadrare nell'Area funzionale Terza, Fascia economica F3, nei ruoli del personale del Ministero della giustizia - Amministrazione giudiziaria". Titolo lungo in perfetto burocratese. Ma la traduzione potrebbe essere: non è un concorso per giovani. Detto al contrario, il primo bando di concorso per "anziani".
Al distretto di Bologna, 37 posti in palio, 332 gli ammessi, il candidato più avanti con l'età ha addirittura 73 anni. Il più giovane, ma è l'unico sotto i 40, ha 37 anni. A Roma, 54 posti disponibili, 481 ammessi all'orale, ci sono solo due 35enni, poi svariati 60enni, il più anziano dei quali ha 67 anni, l'età che, secondo la legge Fornero, dà diritto alla pensione. A Potenza (9 posti disponibili) il più giovane candidato ammesso agli orali ha 46 anni, il più anziano 62 anni.
A Reggio Calabria si oscilla tra i 45 e i 65 anni, a Brescia tra i 44 e i 65 anni; a Milano c'è un solo 37enne, molti cinquantenni, diversi 60enni. Il più anziano ha 65 anni. In tutta Italia è così. Su 3.900 candidati ammessi agli orali, nessuno ha meno di 30 anni, una dozzina hanno tra 30 e 40 anni, diverse decine superano i 60 anni, la maggior parte sono nella fascia di età a cavallo dei 50 anni.
Non proprio uno "svecchiamento" in una Pubblica amministrazione in cui l'età media è di 50,7 anni e solo il 2,9% dei dipendenti pubblici ha meno di 30 anni. Alcuni dei candidati, se dovessero passare agli orali dopo la selezione fatta solo per titoli, si troverebbero ad essere assunti solo per pochi mesi prima di andare in pensione. L'avvocato 73enne che ha passato la prima selezione a Bologna, nemmeno potrebbe essere immesso in ruolo avendo superato i 67 anni. Ma come è stata possibile questa follia? Tutto dipende dai criteri di selezione decisi dal bando del ministero guidato da grillino Alfonso Bonafede. Vediamoli. Una laurea con 110 e lode vale 5 punti. Un master universitario vale 1 punto, un diploma di specializzazione 3 punti, un dottorato di ricerca vale 4 punti.
Ma attenzione, la somma dei titoli post laurea non può superare i 7 punti. Come dire, il ragazzo laureato con 110 e lode e iper specializzato non potrà avere più di 12 punti. Cosa viene premiato allora? L'anzianità. Un dipendente del ministero della giustizia ha potuto contare su 4 punti per ogni anno di servizio tolti i primi cinque; un magistrato onorario su 3 punti per ogni anno di servizio sempre tolti i primi cinque; e così un avvocato iscritto all'ordine. Più sei avanti nell'età, più esperienza hai maturato, più punti ricevi.
"È l'esatto contrario della meritocrazia", dice Massimo Battaglia, segretario generale di Unsa-Confsal, che ha battezzato la selezione dei 400 direttori del ministero della giustizia "il concorso della vergogna". Si tratta, dice Battaglia, "di un'assurdità giuridica. Uno schiaffo ai comuni cittadini, magari all'operaio che ha lavorato e sudato per far studiare il proprio figlio che oggi non può concorrere a un posto da funzionario nella Pubblica amministrazione".
E non è l'unico concorso che ha questo meccanismo. "C'è anche la selezione per 150 funzionari del ministero della giustizia, le cui graduatorie stanno per essere pubblicate, che ha le stesse regole", dice Giuseppe Cotruvo, esperto di didattica concorsuale, autore di diversi manuali di preparazione ai concorsi. "Diversi avvocati so che stanno preparando ricorso perché il bando ha profili di incostituzionalità", aggiunge Cotruvo. La Carta in effetti, dice che ad essere selezionati dovrebbero essere i più meritevoli, non i più anziani.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 31 dicembre 2020
La Cassazione rinvia per un esame di legittimità alla Corte costituzionale, nel mirino l'automatismo previsto dall'articolo 317-bis del Codice penale. Va alla Consulta l'automatismo della pena accessoria dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici per il reato di corruzione.
Va alla Consulta l'automatismo della pena accessoria dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici per il reato di corruzione. La Cassazione (ordinanza 37796) rinvia alla Corte costituzionale l'articolo 317bis del Codice penale, nella formulazione precedente alle modifiche introdotte dalla legge 3/2019, la cosiddetta Spazza-corrotti.
Quest'ultima norma ha comunque lasciato inalterato l'automatismo e inasprito il trattamento, allargando il paniere dei reati e abbassando a due anni, rispetto a tre, il tetto della pena principale oltre il quale scatta il "daspo" a vita.
La Spazza-corrotti prevede, però, un'incidenza nelle sanzioni interdittive della particolare tenuità e del ravvedimento operoso. I dubbi riguardano l'articolo 317- bis, rispetto alla corruzione (articolo 319 del Codice penale) per la "fissità" e la "perpetuità" della sanzione: una rigidità che non sembra compatibile "con il volto costituzionale della sanzione penale" come disegnato dalla Consulta dal 198 o, fino alle più recenti sentenze, con le quali il giudice delle leggi si è espresso in senso sfavorevole all'automatismo.
L'impianto prevede pene che raramente scendono sotto i tre anni e la pena accessoria perpetua finisce per essere identica anche per condotte di minor disvalore. Le interdizioni, per i reati dei colletti bianchi, lesivi di beni di rilievo collettivo ed economico, dovrebbero essere concepite - precisa la Cassazione - in relazione al fatto commesso e alla gravità e non solo in rapporto all'autore. E la "punizione" deve essere proporzionata e rispettosa della funzione rieducativa. La risposta è invece sproporzionata rispetto ai comportamenti tipizzati e dunque in contrasto con gli articoli 2 e 27 della Costituzione, in relazione a fatti meno gravi.
La Cassazione è consapevole della difficoltà di intervenire sulla norma censurata: un unicum in quanto pena accessoria perpetua e come tale strutturata nel sistema punitivo. Per il presidente emerito della Corte costituzionale Cesare Mirabelli l'automatismo è il punto critico della norma censurata. "Il dubbio di legittimità costituzionale riguarda l'automatica applicazione di una pena accessoria perpetua, che limita fortemente la capacità della persona, anche in materia elettorale, e può essere non proporzionata rispetto alla concreta gravità dei fatti.
L'automatismo sottrae al giudice ogni possibilità di valutazione, con l'effetto di non consentire la proporzionalità e la individualizzazione del trattamento sanzionatorio. Ne risulterebbero violati il principio di eguaglianza, sotto il profilo della ragionevolezza, e la finalità della pena. La definizione dei reati e la determinazione delle pene rispondono al principio di stretta legalità, vale a dire che la loro previsione e disciplina rientrano nella discrezionalità del Parlamento.
La Corte costituzionale può tuttavia valutarne la ragionevolezza e, se condividesse l'orientamento della Corte di cassazione, potrebbe superare l'automatismo dichiarando la incostituzionalità della disposizione nella parte in cui non prevede la condanna alla pena accessoria della interdizione dai pubblici uffici sino a quella perpetua, restando libero il legislatore di stabilire diversamente il minimo". La sentenza della Consulta potrebbe avere effetti anche sulla Spazza-corrotti.
"Una eventuale dichiarazione di illegittimità costituzionale - dice Mirabelli - potrebbe colpire anche le disposizioni successivamente emanate dal legislatore, la cui illegittimità deriva come conseguenza della decisione adottata".
brocardi.it, 31 dicembre 2020
In caso di sequestro di persona a scopo di estorsione, la lieve entità del fatto non è sufficiente per la concessione dei benefici penitenziari. Recentemente la Corte Costituzionale è stata chiamata a pronunciarsi sulla legittimità costituzionale dell'art. 4 bis, comma 1, della Legge sull'ordinamento penitenziario (L. 26 luglio 1975, n. 354) "nella parte in cui non esclude dal novero dei reati ivi ricompresi quello di cui all'art. 630 c.p., allorché sia stata riconosciuta l'attenuante del fatto di lieve entità, ai sensi della sentenza della Corte Costituzionale n. 68 del 23 marzo 2012".
La vicenda ha avuto origine dall'istanza di affidamento in prova al servizio sociale proposta presso il Tribunale di sorveglianza di Firenze da parte di un detenuto, il quale era in possesso di tutti i requisiti che, ai sensi dell'art. 47 della citata legge sull'ordinamento penitenziario, erano idonei ad ottenere tale misura, ma che, tuttavia, essendo egli stato condannato per sequestro di persona a scopo di estorsione ex art. 630 c.p., non risultavano sufficienti, in quanto il reato ascrittogli era incluso tra i c.d. reati ostativi per i quali non è possibile concedere tale beneficio.
Il Tribunale di sorveglianza ha proposto questione di legittimità costituzionale, ritenendo che l'art. 4 bis comma 1 contrastasse con con l'art. 3 Cost, nella parte in cui irragionevolmente parificava un condannato per sequestro di persona a scopo di estorsione a cui erano state applicate le attenuanti per la lieve entità del fatto ai condannati per delitti più gravi che denotano un elevato rischio di pericolosità sociale, per i quali appunto era stata pensata l'introduzione del più restrittivo regime ex art. 4 bis.
Infatti, i reati contemplati dalla norma sarebbero quelli contraddistinti "dal necessario o almeno normale inserimento del reo in compagini criminose di gruppo o comunque collegate con organizzazioni criminali", carattere che, secondo il tribunale, non poteva dirsi sussistente nel caso in esame, in quanto l'applicazione dell'attenuante della lieve entità del fatto implicherebbe, oltre che una diminuzione della pena, anche "una valutazione di minore pericolosità degli autori o almeno un'attenuazione della presunzione di pericolosità".
Secondo il Tribunale, vi sarebbe poi stato un contrasto con l'art. 27 Cost., in quanto l'impedire l'applicazione della misura alternativa dell'affidamento in prova avrebbe ostacolato la funzione rieducativa della pena ed il reinserimento del condannato all'interno della società. La Corte Costituzionale si è espressa con la sentenza n. 52/2020, dichiarando la questione infondata. Nel farlo, ha ribadito quanto aveva precedente affermato in occasione della sentenza n. 188/2019, secondo la quale "l'unica adeguata definizione della disciplina di cui all'art. 4 bis della legge sull'ordinamento penitenziario consiste nel sottolinearne la natura di disposizione speciale, di carattere restrittivo, in tema di concessione dei benefici penitenziari a determinate categorie di detenuti o internati, che si presumono socialmente pericolosi unicamente in ragione del titolo di reato per il quale la detenzione o l'internamento sono stati disposti".
Per la norma incriminata, dunque, è esclusivamente in base al titolo del reato che va valutata la presunzione di pericolosità sociale; perciò, il fatto che al condannato sia stata riconosciuta un'attenuante non deve andare ad incidere sulla validità di tale presunzione nei suoi confronti. Infatti, le attenuanti hanno lo scopo di adeguare la pena al caso concreto, ma la loro applicazione non è necessariamente collegata all'effettiva pericolosità della condotta.
Per questi motivi, la Corte Costituzionale ha affermato che, come tutte le attenuanti, anche quella relativa alla lieve entità del fatto deve considerarsi rilevante solamente al fine della quantificazione della pena, mentre "non risulta idonea ad incidere, di per sé sola, sulla coerenza della scelta legislativa di ricollegare al sequestro con finalità estorsive un trattamento più rigoroso in fase di esecuzione, quale che sia la misura della pena inflitta nella sentenza di condanna".
avvocatocassazionista.it, 31 dicembre 2020
Cedu Sez. IV Neagu e Saran c. Romania. 10 novembre 2020, Ric. 21969/15 e 65993/16. Sono due carcerati che si lamentano del rifiuto delle autorità carcerarie di servirgli pasti rispettosi dei dettami dell'islam (senza carni suine), religione cui si sono convertiti durante la detenzione.
Le Corti interne hanno sempre rigettato i loro ricorsi concordando con le autorità penitenziarie sul fatto che non avessero provato l'avvenuta conversione. Il secondo però sostiene di aver dato prova scritta delle sue convinzioni religiose ex lege e di essere discriminato rispetto alla maggioranza dei detenuti di religione cristiana ortodossa.
Violato l'art. 9 Cedu: le autorità rumene non hanno attuato un giusto equilibrio tra i contrapposti interessi tanto più che il diritto e la prassi interna del 2013 impongono di offrire ai detenuti pasti conformi ai loro precetti religiosi.
I carcerati una volta entrati in carcere hanno l'unico onere di fornire una dichiarazione sul loro onore di appartenere ad un dato credo e, durante la detenzione, di essersi convertiti ad un altro. In limine la Cedu rimarca come le ragioni addotte dalla Romania sui problemi ad accogliere le richieste dei ricorrenti siano infondate dato che a Saran in uno delle carceri in cui è stato ristretto gli sono stati serviti pasti privi di carni suine secondo i precetti dell'Islam.
Sul tema: Raccomandazione n. 2/2006 del Consiglio dei Ministri del Coe sul regime penitenziario europeo in particolar modo su ciò che concerne il regime alimentare e le libertà religiosa e di opinione dei detenuti; Erlich e Kastro c. Romania del 20/6/20 e Leyla ?ahin c. Turchia [GC] del 2005. È analoga ad Associazione cristiana dei Testimoni di Geova della Bulgaria c. Bulgaria (Ric. 5301/11) della stessa data sulla mancata concessione edilizia per costruire un edificio di culto su un suo terreno.
torinoggi.it, 31 dicembre 2020
Presentato il Dossier delle Criticità Strutturali e Logistiche, elaborato dal Garante Regionale delle Persone Detenute Bruno Mellano con il Coordinamento Piemontese dei Garanti Comunali. Sovraffollamento, decadenza e obsolescenza delle strutture: si può riassumere così il Dossier 2020 delle Criticità Strutturali e Logistiche delle Carceri Piemontesi, elaborato dal Garante Regionale delle Persone Detenute Bruno Mellano in collaborazione con il Coordinamento Piemontese dei Garanti Comunali. Il documento punta a fornire una panoramica generale della condizione attuale dei tredici istituti presenti sul territorio regionale, con un focus specifico riferito a ogni singola situazione; a livello nazionale, nel frattempo, si sta facendo sempre più strada la richiesta di inserire il sistema carcerario tra le priorità della campagna vaccinale anti-Covid-19.
Gli ambiti prioritari di intervento - Secondo gli ultimi rilevamenti, datati 28 dicembre, le persone adulte attualmente detenute in Piemonte sono 4164. Nel dossier, per affrontare la situazione sono stati individuati tre punti di partenza: "Il primo - spiega Mellano - riguarda l'indicazione della soglia del 98% di presenze come condizione minima per avere spazio di manovra gestionale nei singoli istituti, soprattutto in tempi di pandemia dove il distanziamento è fondamentale; l'obiettivo prioritario visto che, in alcuni casi, raggiungiamo un affollamento superiore al 130%. Il secondo rileva la necessità di investire i fondi europei in interventi sulle carceri, in particolare sulle strutture sanitarie interne ma anche quelle legate all'istruzione e alla formazione. L'ultimo richiede con forza l'esecuzione penale di mamme con bambini in spazi esterni all'ambito carcerario come le case famiglia".
La situazione nelle singole carceri - Sono invece diverse, ma con alcuni tratti comuni, le situazioni dei singoli istituti presentate dai vari garanti comunali: a Torino la preoccupazione maggiore riguarda le strutture sanitarie, giudicate inagibili, il sovraffollamento di oltre 300 unità con la conseguente difficoltà a garantire l'uscita lavorativa a chi ne ha diritto e la precaria manutenzione dell'edificio. Da Ivrea, risolto il guasto al riscaldamento che aveva lasciato tutti al freddo per dieci giorni, la richiesta è quella di intervenire con una ristrutturazione generale e con l'installazione di un impianto di videosorveglianza nei piani attualmente scoperti per garantire la sicurezza di polizia penitenziaria e detenuti.
La provincia che vede la più alta presenza di carceri è Cuneo con quattro: nel capoluogo, i lavori di ristrutturazione a un padiglione interamente non utilizzato dovrebbero garantire maggiori spazi. Nell'istituto di Saluzzo, in attesa di una conversione in alta sicurezza, sarà necessario il potenziamento delle reti e delle attrezzature telematiche informatiche per i colloqui a distanza. Discorso a parte meritano, invece, Alba e Fossano: il primo, infatti, è ancora in attesa dell'inizio degli interventi da 4,5 milioni di euro che ne garantirebbero una migliore efficienza soprattutto in ambito di inserimento lavorativo, mentre il secondo è considerato il migliore di tutto il Piemonte.
Le problematiche relative alle altre province ricalcano quelle già citate: ad Alessandria la decadenza della vecchia Casa Circondariale Don Soria sta facendo emergere l'esigenza di una sua dismissione (in periferia è presente la Casa di Reclusione San Michele, ndr).
Ad Asti, la prevista costruzione del nuovo padiglione di media sicurezza, a fronte di una carenza di personale, rischia di mettere in crisi il sistema; a Biella, infine, la mancanza di spazi adeguati sta mettendo a repentaglio l'attività lavorativa tessile avviata con successo nel corso degli anni grazie alla collaborazione con Zegna.
di Giulio Cavalli
Il Riformista, 31 dicembre 2020
Il documento si riferisce agli istituti penitenziari di San Vittore, Bollate e Opera. Il 7,7 per cento dei detenuti risulta positivo. Attività scolastiche ferme, niente colloqui coi familiari. La seconda ondata del virus si abbatte violenta sulle carceri e rende ancora più difficile la vita della popolazione carceraria registrando il cronico sovraffollamento oltre i limiti di guardia, un pesante aumento di positivi al Covid rispetto alla prima ondata e nuove misure coercitive ancora più stringenti in nome della sicurezza sanitaria mentre scompaiono del tutto le occasioni di socializzazione e vengono a mancare i servizi sanitari che da sempre sono affidati ai volontari, diminuiti drasticamente in questi mesi.
È il quadro drammatico che emerge da un documento elaborato dagli operatori dell'area Carcere della Caritas Ambrosiana sulla situazione degli istituti penitenziari di San Vittore, di Bollate e di Opera in Lombardia. Secondo fonti della Caritas nei tre istituti sarebbero almeno 260 i positivi tra detenuti e lavoratori con una percentuale del 7,7% della popolazione carceraria.
Numeri molto più alti di quelli della prima ondata e che solo in parte può essere spiegata con i trasferimenti delle persone contagiate dagli altri istituti della regione nei due Covid Hub allestiti nel frattempo a Bollate e San Vittore. Il tutto, ovviamente, a fronte di un sovraffollamento che conta 3.400 detenuti presenti con una capienza teorica di 2.923 posti.
Nonostante la popolazione carcerari sia diminuita dell'8% rispetto a quella registrata l'inizio dell'anno la riorganizzazione degli spazi legata alla necessità di predisporre reparti sanitari per gli ammalati e per l'isolamento dei detenuti positivi al Covid-19 ha costretto molti reclusi a essere trasferiti in altri reparti e a condividere le proprie celle con più persone rispetto alla loro situazione precedente, soffiando su una tensione ormai sedimentata da mesi.
Ma la condizione di sovraffollamento è resa ancora più intollerabile dalla chiusura dei reparti, dei piani e in diversi casi anche delle celle. Nel suo documento la Caritas denuncia che soprattutto nel carcere di San Vittore c'è stata una significativa rinuncia all'applicazione della sorveglianza dinamica che prevedeva nei reparti di media e di bassa sicurezza che le celle restassero aperte almeno negli orari diurni migliorando sensibilmente la vivibilità degli istituti.
Le occasioni di socialità hanno subito una brusca frenata anche a causa della chiusura di gran parte delle attività lavorative, delle attività culturali e ricreative e delle occasioni di sostegno psicologico e sociale che nei tre penitenziari erano garantite dalla presenza di operatori esterni all'amministrazione penitenziaria e di volontari. "Le attività scolastiche sono ferme e non è, a oggi, stata attivata alcuna forma di didattica a distanza, le attività trattamentali sono ridotte al lumicino", scrive la Caritas nel suo rapporto.
È un girone infernale: la mancata presenza di volontari ha influito pesantemente anche sulla distribuzione di indumenti e di prodotto per l'igiene personale (che l'amministrazione penitenziaria non riesce a garantire nemmeno nella misura prevista dalla legge). A farne le spese ovviamente sono i detenuti più indigenti e più fragili. A San Vittore ci sono detenuti che non hanno nemmeno abiti adatti per proteggersi dal freddo invernale.
Persino l'accesso degli avvocati è fortemente limitato e l'impossibilità di svolgere i colloqui con i propri famigliari è resa ancora più intollerabile dalla limitazione (e in alcuni casi addirittura la sospensione) di poter ricevere i pacchi con indumenti, prodotti alimentari e altri beni.
"Nonostante siano chiare - scrive la Caritas Ambrosiana - le esigenze sanitarie che, in carcere come fuori, suggeriscono di limitare le occasioni di contatto interpersonale, quel che più preoccupa è il protrarsi della durata di questo regime d'eccezione, con il blocco proprio di quelle attività che più di tutte assolvevano alla funzione rieducativa della pena stabilita dalla Costituzione e che dunque sono indispensabili per un corretto funzionamento del sistema penitenziario". Si attende che il ministro batta un colpo.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 31 dicembre 2020
Il ministro Alfonso Bonafede ieri mattina ha fatto una visita a Poggioreale. "Insieme al vice capo del Dap Roberto Tartaglia ho visitato il carcere di Napoli Giuseppe Salvia nella consapevolezza che quest'istituto rappresenta una delle realtà più complesse e difficili dell'intero sistema penitenziario italiano", ha poi scritto il guardasigilli su Facebook.
"Ci tenevo a portare personalmente la mia vicinanza a tutti coloro che lavorano e vivono nell'istituto", ha aggiunto spiegando le ragioni della sua visita. "Sarebbe stato bello se il ministro avesse incontrato anche gli educatori, i volontari, coloro che accompagnano i detenuti nel loro percorso in carcere", la replica di don Franco Esposito, cappellano del carcere di Poggioreale.
Sarebbe stato anche utile che il ministro avesse visitato tutti i padiglioni della casa circondariale, sia quelli dove i lavori di ristrutturazione sono stati fatti sia quelli dove l'umidità lascia i segni sulle pareti e si sta in dieci in una cella.
"Avrebbe avuto la giusta visione", spiega don Franco che al ministro ha posto il problema del sovraffollamento. "Gli ho spiegato che serve svuotare Poggioreale di almeno mille unità. Lui mi ha guardato perplesso - racconta - Gli ho chiesto di valutare seriamente l'idea delle case di accoglienza per detenuti adulti: costerebbero meno allo Stato e garantirebbero migliori risultati in termini di sicurezza per la società. Ma queste sono decisioni per persone coraggiose", conclude don Franco. Anche il garante regionale Samuele Ciambriello, incontrando il ministro, ha posto l'attenzione sulla necessità di interventi per rendere il carcere più umano: "Ho chiesto anche perché non vengono utilizzati i 12 milioni di euro per la riqualificazione dei padiglioni fatiscenti di Poggioreale".
Bonafade ha ascoltato ma non si è sbilanciato, ha avuto parole di ringraziamento per gli sforzi di amministrazione e personale penitenziario nella gestione dell'emergenza pandemica (nel carcere cittadino i contagi sono scesi a uno tra i detenuti e quattro tra il personale), ma non ha speso una parola sui detenuti che vivono nelle celle affollate, non ha fatto alcun riferimento alla campagna vaccinale nelle carceri su cui tanto si stanno mobilitando garanti e penalisti napoletani né cenni alle lungaggini burocratiche e giudiziarie che trattengono in carcere anche chi avrebbe diritto a misure alternative alla detenzione.
Eppure basterebbe osservarlo meglio il mondo del carcere per rendersi conto, sì degli sforzi di molte amministrazioni penitenziarie, di garanti, volontari, docenti del polo universitario penitenziario della Federico II, ma anche per notare le criticità e i drammi che vivono dietro le sbarre. L'anno sta per chiudersi ed è tempo di bilanci. Il 2020 è stato un annus horribilis per la popolazione carceraria campana, non solo a causa del Covid.
Il numero dei bambini in tenera età, che per stare con le proprie madri sono costretti a vivere in carcere, aumenta di mese in mese: secondo l'ultimo aggiornamento ministeriale del 30 novembre scorso, si contano 7 bambini nell'Icam di Lauro, 2 nel carcere di Pozzuoli, 3 nel carcere di Salerno. Quanto ai suicidi in cella e agli atti di autolesionismo, in Campania quest'anno si sono registrati 9 suicidi, circa 170 casi di autolesionismo e 80 tentativi di suicidio evitati dall'intervento della polizia penitenziaria. Ed è in aumento il numero dei detenuti con disturbi mentali.
Il 2020, inoltre, è stato l'anno della pandemia e delle tensioni che ne sono scaturite, dei pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere su cui la Procura sta indagando, l'anno del lockdown, delle attività trattamentali interrotte a causa del Covid e dei detenuti costretti a trascorrere le giornate quasi interamente in cella.
È stato l'anno dei processi rinviati, delle istanze inoltrate ai Tribunali di Sorveglianza e dei Tribunali di Sorveglianza che non ce la fanno a rispondere in tempi ragionevoli perché, come nel caso di Napoli, lavorano con il 42% del personale amministrativo in meno rispetto a quello che sarebbe necessario. Ma tutto questo il ministro Bonafede lo sa?
di Laura Berlinghieri
La Nuova Venezia, 31 dicembre 2020
Esplode il focolaio all'interno del carcere di Santa Maria Maggiore, dove sale a 42 il totale di positivi, di cui 38 tra i detenuti. I primi contagi, con numeri di un certo rilievo, erano emersi la settimana scorsa: 23 detenuti e tre agenti della polizia penitenziaria. Ma, nel giro di una settimana, le cifre sono praticamente raddoppiate.
"E probabilmente i positivi sono ancora più di quelli che conosciamo, visto che i tamponi vengono fatti a rilento, non interessando l'intera platea del carcere", denuncia Gianpietro Pegoraro di Cgil. "È vero che, tra il personale, i contagi sono pochi. Ma, vista la quantità enorme di detenuti positivi, sarà estremamente difficile circoscrivere il focolaio. La nostra speranza è nei vaccini, che potrebbero arrivare nelle carceri già a febbraio".
Anche per questo sembra tramontare l'ipotesi di trasferimento dei detenuti positivi nelle carceri di Rovigo (a medio - alta sicurezza) e di Trento, come ipotizzato alcune settimane fa. Rimane solo uno, invece, un positivo nel carcere femminile; all'interno del personale amministrativo. I casi emersi a Santa Maria Maggiore contribuiscono a dare una dimensione al picco dei 662 nuovi positivi emersi mercoledì, per un totale di 12.456 casi tuttora attivi nel territorio provinciale.
Quindici, invece, le vittime registrate nelle ultime 24 ore, che fanno salire a 1.084 i decessi nel Veneziano dall'inizio della pandemia. Diminuiscono i posti letto occupati tra gli ospedali e le strutture intermedie della provincia: sono 571 (-10) di cui 60 (stabili) in terapia intensiva. Intanto ieri è iniziata la campagna di vaccinazione contro il Covid all'interno degli ospedali. E continua il fuoco sul dibattito circa l'opportunità di rendere obbligatorie le somministrazioni per il personale sanitario.
L'adesione, a livello regionale, dovrebbe comunque essere prossima al 90%. "Io mi auguro che la sottoposizione rimanga volontaria; ma perché per un sanitario, sottoporsi al vaccino, dovrebbe essere automatico", sostiene Giovanni Leoni, presidente veneziano dell'Ordine dei medici. "Quanto mi sono iscritto alla facoltà di Medicina, nel lontano 1976, farsi la vaccinazione contro la tubercolosi era un prerequisito per essere ammessi. Quando ho iniziato a lavorare in un ospedale, con la mano destra mi hanno dato il camice e con la sinistra i moduli per esami del sangue e vaccinazioni. Se vuoi fare il medico, passi di lì. Non dimentichiamo che, nei Paesi non industrializzati, le malattie infettive rimangono la prima causa di morte. Ma noi non abbiamo questa percezione. La polemica sui vaccini è una polemica sterile; ci sono cose che la scienza ha già consolidato. I vaccini sono una di queste".
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 31 dicembre 2020
Il carceriere e il carcerato. Maresca e Bassolino. Sarebbe una bella sfida per Napoli, e saprei da che parte stare, indipendentemente dai partiti. O malgrado loro, o anche contro qualcuno di loro. Due uomini di giustizia, uno per scelta, l'altro per penitenza. Il primo è una star della trasmissione di Massimo Giletti, l'altro si è imposto un lungo silenzio che ha attraversato gli eterni anni della sua penitenza giudiziaria, circa una ventina. Potrebbe capitare di vederli uno di fronte all'altro, a sfidarsi nei prossimi mesi per la conquista di Palazzo San Giacomo e della fascia tricolore.
Potrebbe capitare e non avrei dubbi, se fossi una cittadina napoletana. Voterei Antonio Bassolino. Non avrei bisogno di turarmi il naso, anzi lo farei con allegria, i muscoli facciali ben distesi nel sorriso e nella speranza che Bassolino di oggi sia un po' ancora quello di ieri. Quello che ho avuto occasione di incontrare come uomo di sinistra non avvelenato dall'antiberlusconismo del suo partito, ancora un po' orfano dell'ingraismo del manifesto dove avevo militato per vent'anni, liberale di pensiero e di modi.
Mi piacerebbe, in campagna elettorale, vederlo su quel palco di Piazza del Plebiscito dove gli uomini del Pd di Walter Veltroni gli impedirono di salire nel 2008. In nome del rinnovamento, gli dissero, definendo così il loro stare dalla parte del "boia" invece che da quella della vittima. Da tempo era nata la sinistra giudiziaria, da quando il Pci era stato salvato dalle rovine di Tangentopoli. E Bassolino il brillante, Bassolino l'anti-demagogo, Bassolino il carismatico che, come ha ricordato Piero Sansonetti, sapeva tenere insieme l'utopia e la realtà senza mai permettere che l'una prevalesse sull'altra o l'altra sull'una, fu preso a calci con feroce tranquillità. Il lebbroso-imputato denunciato da uno di sinistra che a sua volta si seppe costruire su quello la sua carriera politica e parlamentare. Processato diciannove volte e diciannove volte assolto. Ma in quei giorni prevalsero indifferenza, cinismo, invidia. Il piatto del suo partito, dei suoi compagni, dei suoi amici, gli fu servito così. Con la freddezza di chi si bagna il dito e gira semplicemente la pagina.
Non credo che la sinistra avrà il coraggio di candidarlo a sindaco di Napoli. Non perché manchino le facce di bronzo, da quelle parti, lo so bene. Ma perché oggi il Pd di Zingaretti (ma anche il partitino di Renzi o Leu o altri segmenti locali della sinistra) è molto debole. E l'ingaggio di uno come Bassolino comporterebbe di saper disporre di una certa forza, di un progetto per la città, di una comunità coesa su quel progetto. E anche di un po' di fantasia e di sogni, da tempo rinchiusi a doppia mandata nei cassetti della sinistra.
Sarà fortunato il dottor Catello Maresca, se non avrà di fronte come contendente un uomo come Bassolino. Un uomo, non una maschera, un simulacro, un capetto, un burocrate. Un uomo che ha sofferto, non per mano di Catello Maresca, ma di alcuni che erano più o meno come lui. Pubblici ministeri come Paolo Sirleo, per esempio, quello che insieme al collega Giuseppe Noviello lo ha inseguito di processo in processo, persino sollecitando spostamenti di competenza territoriale pur di non farselo sfuggire, e perdendoli tutti.
Due pubblici ministeri che, come è nella storia di tutti i magistrati, hanno proseguito tranquillamente la propria carriera, senza che un'ombra potesse mai macchiarla. Il dottor Noviello è oggi giudice a Perugia, Paolo Sirleo è in Calabria, è un sostituto del procuratore Gratteri. È lo stesso che ha chiesto e ottenuto l'arresto del presidente del consiglio regionale Tallini, quello definito dal gip che non si vergognava (parola sue) di copiare le richieste del pm e che definiva l'uomo politico "ombra dietro le ombre".
Anche questa volta Sirleo ha perso, insieme al suo capo della procura antimafia Nicola Gratteri. Ma ha anche un po' vinto, perché Tallini, dopo esser stato scarcerato, ha detto che non si ricandiderà alle prossime elezioni regionali. Chi ha letto le carte dell'inchiesta che lo riguarda, sa con quanta insistenza la pubblica accusa aveva sottolineato in due note integrative al gip (in luglio e in novembre) della richiesta di custodia cautelare, il fatto che Tallini fosse il più votato nell'area crotonese e che questo fatto fosse di "attualità" e "continuità con i temi di prova".
Il problema sembrava quasi la ricandidatura dell'ex presidente del consiglio regionale. Il quale si è tirato indietro. Magari per non avere la stessa sorte di Bassolino. Di non dover diventare una sorta di turista giudiziario per i prossimi vent'anni. Sento già sullo sfondo, ma neanche tanto, le voci dei virtuosi dirigenti dei partiti del centrodestra napoletano obiettare che Maresca non è Sirleo (ah no?), perché da tutta una vita lotta contro la camorra e vive scortato da dodici anni, fin da quando ha arrestato Michele Zagaria, capo dei Casalesi, i quali gliel'hanno giurata.
Grazie, queste cose le sappiamo, perché il dottor Maresca le ripete ogni domenica sera sul set di Massimo Giletti. E ogni volta io penso che vorrei avere occasione per spiegargli una cosa che lui sa bene, ma che finge di ignorare, e cioè che il pubblico ministero, essendo un magistrato e La persecuzione Bassolino è un uomo, non una maschera.
Un uomo che ha sofferto per mano di altri pm come Sirleo e Noviello, che nonostante il grave errore giudiziario commesso hanno continuato tranquilli la loro carriera non un poliziotto, non deve proprio lottare contro nessuno.
Ma mi piacerebbe sapere che cosa pensano Silvio Berlusconi che, a quanto leggo sui quotidiani bene informati, ha parlato personalmente con il magistrato per proporgli la candidatura, e i garantisti di Forza Italia rispetto al comportamento tenuto da Catello Maresca sulla vicenda dei provvedimenti di sospensione pena e detenzione domiciliare dei carcerati malati durante la prima ondata di contagio da Covid-19.
Il diritto alla salute ha la forza costituzionale per prevalere su ogni altro, compresa la sicurezza. Dovrebbe essere chiaro a tutti, ma il procuratore Maresca evidentemente non la pensa così. È stato tra i più accaniti nel contestare la famosa circolare del Dap del 21 marzo in cui, in piena emergenza per il rischio di contagio di Coronavirus in luoghi affollati e ristretti come gli istituti di pena, si sollecitavano i direttori delle carceri a segnalare quali fossero i detenuti più anziani e più malati. Ha protestato, insieme a Giletti e a suoi colleghi a lui omogenei di pensiero quali Nino Di Matteo e il sindaco più populista d'Italia Luigi De Magistris, quando giudici e tribunali di sorveglianza hanno emanato provvedimenti di sospensione pena e di detenzione domiciliare. Ha definito "famigerate" la circolare e le scarcerazioni.
E quando il 6 giugno il nuovo corso del Dap, presieduto e vice-presieduto da pubblici ministeri "antimafia", ha fatto marcia indietro su quel provvedimento che era solo umanitario, ha festeggiato con parole solenni: "Si pone fine alla pagina più brutta della storia della gestione carceraria di questo Paese". Certo, leggo che il dottor Maresca, che ha già il suo gruppo di lavoro e un ufficio stampa, benché non abbia ancora sciolto la riserva sulla candidatura e ami farsi corteggiare ancora un po', è capace di gesti di coraggio. Come quello di stracciare la tessera del suo sindacato dopo che mezza Anm napoletana l'ha già fatto prima di lui. E anche che è vicino al mondo del terzo settore e fa molta beneficenza. Me ne compiaccio. Ma, rispetto a un magistrato che si definisce "anti", preferisco uno che sia "per". Scelgo la dignità del lungo silenzioso percorso di Antonio Bassolino. Non so se sia più iscritto al suo partito e non mi interessa. Io, se fossi cittadina di Napoli, come sindaco vorrei uno come lui. Anzi, proprio lui.
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