di Giansandro Merli
Il Manifesto, 7 aprile 2021
Ieri pomeriggio manifestazione virtuale a difesa della libertà di stampa. I sindacati chiedono di rendere pubblico l'elenco completo dei giornalisti intercettati. La ministra della Giustizia Marta Cartabia ha inviato all'ispettorato generale una richiesta formale di "svolgere con urgenza i necessari accertamenti preliminari" sull'inchiesta di Trapani.
di Liana Milella
La Repubblica, 7 aprile 2021
Ci vorrà un decreto di perquisizione per copiare rubrica, foto e contatti. Duro scontro nella maggioranza, nonostante la mediazione della ministra Cartabia. Il Pd accetta la richiesta di Azione, Forza Italia, Lega e Italia viva. La regia di Giulia Bongiorno.
Sui poteri del Trojan tre ore di scontro nella commissione Giustizia della Camera. Alla fine il risultato è questo: la microspia inoculata nel cellulare potrà prendersi dal telefono controllato una foto che viene inviata. Ma per "rubare" anche tutte le foto, i contatti, i video preesistenti sarà necessario invece un decreto di perquisizione chiesto dal pm. Il governo regge. Vota contro solo Fratelli d'Italia. Ma si tratta di un parto difficilissimo che ha rasentato la rottura.
di Simona Musco
Il Dubbio, 7 aprile 2021
Dal caso di Pier Giorgio Manca all'inchiesta sulle Ong della Procura di Trapani: così le intercettazioni violano il patto tra legale e assistito. E la ministra Cartabia invia gli ispettori in Sicilia. Contro le intercettazioni selvagge la ministra della Giustizia Marta Cartabia "sguinzaglia" gli ispettori.
A via Arenula è stato infatti formalmente aperto un fascicolo sull'inchiesta della Procura di Trapani sulle Ong, nell'ambito della quale diversi giornalisti e avvocati sono stati intercettati. All'ispettorato generale è stata dunque data disposizione di "svolgere con urgenza i necessari accertamenti preliminari, formulando all'esito valutazioni e proposte". Un vero e proprio faro acceso, dopo la denuncia dell'Ordine dei giornalisti e della Federazione nazionale della Stampa italiana, mentre tutto tace sulle intercettazioni che coinvolgono i penalisti.
"Intercettiamone uno, intimidiamo tutti gli altri", aveva sintetizzato, poco più di un mese fa, la Camera penale di Roma. All'epoca il caso riguardava Pier Giorgio Manca, avvocato 75enne del foro capitolino, indagato dalla Procura di Roma con l'accusa di associazione finalizzata allo spaccio di stupefacenti.
Il suo nome è finito in un'inchiesta relativa ad un traffico di droga proveniente dalla Colombia, gestito da un'organizzazione di tredici persone, ai cui vertici ci sarebbero tre militari e il penalista romano, accusato di aver consentito la circolazione d'informazioni tra i componenti dell'organizzazione criminale e di aver fornito assistenza morale e materiale ai detenuti del clan. Ciò sulla base di due anni di intercettazioni video e audio all'interno del suo studio legale e sul suo cellulare.
Ma il suo non è un caso isolato. Poco prima era capitato a Roberta Boccadamo, anche lei del foro di Roma, che leggendo l'ordinanza del Gip di Genova con le motivazioni della misura cautelare nei confronti dei vertici di Atlantia, tra cui Giovanni Castellucci, e della controllata nell'ambito di un'indagine avviata sulla base della documentazione acquisita nell'inchiesta legata al crollo del Ponte Morandi, si è imbattuta nell'intercettazione di una conversazione tra lei e Antonino Galatà, ex Ad di Spea, incaricata da Aspi della sorveglianza e manutenzione della rete autostradale in concessione, suo assistito.
Conversazione non solo registrata, dunque, ma anche trascritta e utilizzata dal gip. Una intromissione giustificata con una circostanza non veritiera: Boccadamo venne indicata come compagna del suo assistito. Nicola Canestrini, del foro di Rovereto, ha portato il suo caso davanti alla Cedu, denunciando una lesione del diritto di difesa.
Canestrini, infatti, ha ritrovato nei brogliacci allegati alle informative contenute nei fascicoli di un'indagine alcune intercettazioni intrattenute con il proprio cliente, in quel momento detenuto a 200 chilometri dal suo ufficio. Prima di loro era toccato a Francesco Mazza, avvocato del foro di Roma, che nel 2019 si è ritrovato citato in un'informativa di cui era entrato in possesso dopo la notifica della chiusura delle indagini preliminari a carico di tre suoi assistiti, indagati nell'ambito della vasta operazione anti usura condotta dai carabinieri di Roma Eur e denominata "Under Pressure". Per ben due volte la polizia giudiziaria ha appuntato dettagli di conversazioni tra lui e uno dei tre clienti, il cui telefono era sotto controllo da un po'.
Ad Asti, sempre nel 2019, l'intera classe forense si era mobilitata quando Roberto Caranzano, avvocato astigiano, si ritrovò allegato al fascicolo di un processo per spaccio di droga il "foglio notizie" con le spese del procedimento penale, 27 pagine composte prevalentemente dal report delle intercettazioni con dentro i nomi di decine di colleghi di Asti, Torino e Cuneo, consulenti e giudici onorari. Un grosso malinteso, si affrettò a spiegare la procura di Asti, che parlò di "errore del sistema informatico".
Gli ultimi casi riguardano quattro avvocati, finiti nelle quasi 30mila pagine di un'indagine avviata dalla procura di Trapani nel 2016, con lo scopo di fare luce sull'attività delle ong attive in mare per soccorrere i naufraghi che cercavano di raggiungere le coste europee. Si tratta di Alessandra Ballerini, legale della famiglia Regeni, intercettata al telefono con la giornalista d'inchiesta Nancy Porsia, Michele Calantropo, Fulvio Vassallo e Serena Romano.
E quale fosse il loro ruolo era noto anche alla polizia giudiziaria, che nell'appuntare i loro nomi li ha definiti avvocati per i diritti umani. Una violazione dell'articolo 103 del codice di procedura penale, che al quinto comma stabilisce che "non è consentita l'intercettazione relativa a conversazioni o comunicazioni dei difensori, consulenti tecnici e loro ausiliari né quelle tra i medesimi e le persone da loro assistite". Il colloquio tra difensore e assistito, dunque, è inviolabile, principio sancito anche dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, secondo cui tale diritto rientra tra le "esigenze elementari del processo equo in una società democratica". Ma questa regola, troppo spesso, viene bypassata.
di Catello Vitiello
Il Riformista, 7 aprile 2021
La perenne contrapposizione dialettica fra politica e magistratura non può impedire che si discuta dei problemi concreti della quotidianità giudiziaria che vanno affrontati e risolti all'insegna della buona amministrazione. Sono anni che il palese malfunzionamento della macchina impedisce il rispetto dei diritti e dei doveri sacramentati dalla Carta Costituzionale.
Eppure si fanno riforme che puntano agli effetti e non alle cause. Esempio lampante è la prescrizione: non si adottano misure per accelerare il processo penale, ma si decide di celebrarlo in eterno. Con buona pace del giusto processo, della ragionevole durata, della presunzione di innocenza e della rieducazione della pena. Ed è proprio quest'ultima a tenere banco nel Tribunale di Sorveglianza di Napoli. Da decenni.
A nulla sono servite le doglianze della classe forense che, non solo oggi, denuncia tempi lunghissimi per la registrazione delle istanze provenienti dai detenuti e dai loro difensori, continui rinvii delle udienze dovuti a carenza o assenza di istruttorie, intempestività dei provvedimenti rispetto al fine pena o alle esigenze degli istanti, ritardi nella decisione delle richieste di detenzione domiciliare per motivi di salute e ulteriori criticità e disfunzioni.
A nulla sono servite le segnalazioni dell'ormai ex presidente Adriana Pangia, da poco in pensione, a Ministero della Giustizia, Dap, Regione Campania e Comune di Napoli per denunciare la carenza di personale amministrativo nel Tribunale di Sorveglianza. Segnalazioni rivolte non oggi, ma dal 2016 e per tutta la durata del suo mandato.
E la recente querelle nata a seguito del dossier inviato al Csm dall'attuale presidente Angelica Di Giovanni, allo stato facente funzioni, sembra più un grido di dolore che uno scontro fra posizioni antagoniste. La Camera penale di Napoli ha doverosamente puntualizzato che la carenza di mezzi e risorse provoca la sistematica violazione dei principi costituzionali e dei diritti dei detenuti, mortificando il lavoro e i sacrifici di tutti gli operatori coinvolti.
È arrivato il momento che la politica faccia la sua parte, non per discutere dei massimi sistemi del processo penale né tanto meno per domandarsi se Montesquieu avrebbe ancora ragione oggi, ma per amministrare adeguatamente la cosa pubblica (in pratica, rispettando i fondamentali delle proprie prerogative) e risolvere tutte quelle disfunzioni che mortificano l'esecuzione penale. Avvocatura e magistratura, da tempo, chiedono all'unisono che la Sorveglianza non sia la Cenerentola della Giustizia e che il principio costituzionale della rieducazione della pena non resti lettera morta a Napoli. E non c'è spazio per una lotta di classe.
Non v'è e non ci deve essere contrapposizione in una battaglia di civiltà giuridica che vede un'unica responsabilità, quella della politica: ci sono circa 52mila procedimenti arretrati, come lamentato dal presidente della Corte d'Appello di Napoli, nella sua relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario, con una scopertura della pianta organica del personale di quasi il 50%.
Ci vogliono risorse e ci vogliono subito, affinché le decisioni in tema di garanzie e libertà dei detenuti siano tempestive, i reclusi non perdano la speranza di essere ascoltati e il carcere non perda umanità. L'interrogazione del collega Riccardo Magi va condivisa: è solo l'inizio di una battaglia che continueremo in Commissione Giustizia alla Camera.
di Giuliana Covella
magazinepragma.com, 7 aprile 2021
Un universo fatto di 6.570 reclusi, di cui 149 semiliberi, a fronte di una capienza regolamentare di 6.156. Dove il 5% sono donne e 851 originari di altri Paesi a fronte dei 1.001 recensiti a fine 2019. Sono i dati relativi alla popolazione detenuta in Campania, aggiornati al 28 febbraio, nei 15 istituti penitenziari per maggiorenni e nell'istituto militare di Santa Maria Capua Vetere.
Una situazione che - nonostante i cambiamenti adottati per migliorare le condizioni igienico-sanitarie a causa dell'emergenza sanitaria da Coronavirus e il 19% dei penitenziari sia stato dedicato alla realizzazione di reparti Covid - nel 22% delle strutture detentive non presenta docce e nel 37% non prevede il bidet in cella. Si riscontrano inoltre problemi nell'erogazione di acqua calda nel 16% dei casi.
Durante la pandemia la tutela del diritto alla salute della popolazione detenuta negli istituti penitenziari e nei servizi della giustizia minorile ha richiesto dunque uno sforzo ancora maggiore da parte delle istituzioni sanitarie. Infatti, se in Campania la diffusione del contagio nei primi mesi ha registrato numeri ridotti, nella seconda fase è cresciuta a tal punto che ad oggi i contagiati sono stati 1644: 862 agenti, 724 detenuti, 58 operatori penitenziari. Da qui l'avvio di una campagna di screening, che nel 2020 ha portato nelle carceri campane a effettuare tamponi pari a 10.769 per i detenuti e 4.670 per il personale che opera all'interno.
"Anche in Campania per i setting a rischio quali istituti penitenziari e luoghi di comunità partirà la campagna vaccinale - spiega il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello, relazione annuale sulle carceri campane alla mano - La particolare condizione a cui sono sottoposte le persone ristrette richiede una valutazione equa della vulnerabilità a cui sono esposte. Sul tema della sanità penitenziaria regionale occorre però arrivare al più presto alla "stabilizzazione" degli operatori sanitari. Il carcere è tutt'altro che un luogo immune al virus".
Una comunità dolente che accomuna agenti e ristretti - Attraverso la sinergia con il Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria, gli uffici di esecuzione penale esterna, i dirigenti e i responsabili della sanità penitenziaria e della salute mentale e dell'ambito della giustizia per adulti e minori anche quest'anno l'intento della relazione, elaborata in collaborazione con l'Osservatorio regionale sulla vita detentiva, è stato fornire il quadro della situazione delle persone che nella nostra regione si trovano a vivere, anche se in maniera temporanea, la condizione di detenuti o di persone private della propria libertà personale. Ne esce fuori un mondo molto spesso dimenticato, a volte rimosso, a volte considerato marginale. Una comunità dolente che accomuna agenti e ristretti. "Un luogo di comunità", dove nell'ultimo anno a causa del Covid sono morti: 5 agenti, 4 detenuti e 1 medico.
In questo scenario l'emergenza sanitaria ha rappresentato un momento di crisi del percorso di trattamento in termini di diminuzione di visite, permessi e opportunità di istruzione, formazione e inserimento lavorativo ma, nel contempo, si è caratterizzata come un momento di cambiamento che ha "costretto" a mettere in campo un nuovo modello di gestione in termini di organizzazione e innovazione interna, con la possibilità di effettuare colloqui a distanza mediante le apparecchiature in dotazione agli istituti penitenziari.
Carceri: Covid, colloqui e visite - In quest'anno l'Ufficio del garante, nonostante le restrizioni, ha continuato a operare attraverso una serie di azioni quali colloqui, visite e numerosi interventi a seguito delle richieste che provengono dai detenuti, dai loro familiari, ma anche dagli operatori penitenziari e dagli educatori. Basti pensare che nel periodo tra gennaio e dicembre 2020 sono stati effettuati 1.292 colloqui, numero di poco inferiore a quello svolto nell'anno precedente. In totale sono pervenute 1.252 richieste di intervento, di cui 720 giunte attraverso la segnalazione della direzione degli istituti di pena, 453 lettere spedite dai detenuti, 42 e-mail ricevute dai familiari e 37 ricevute da parte di avvocati, associazioni e cooperative. "Per quanto limitate non mancano denunce di abusi e maltrattamenti, rispetto alle quali mi sono attivato presso la direzione dell'istituto segnalandole, ove circostanziate, alla Procura della Repubblica", conclude Ciambriello.
di Frank Cimini
Il Riformista, 7 aprile 2021
Mario Moretti fu arrestato il 4 aprile del 1981. Quindi sono 40 anni precisi che dorme in galera da molto tempo semilibero ma comunque detenuto notturno. L'anniversario di quelle manette è l'ennesima occasione che il festival della dietrologia non si lascia scappare. Basta sentire le parole che Gennaro Acquaviva all'epoca del sequestro Moro capo della segreteria di Bettino Craxi ha consegnato in questi giorni a Walter Veltroni che sul Corriere della Sera ci prova sempre a rievocare "i misteri". "Non so chi, non so come, ma sono certo che le Brigate Rosse sono state manovrate presentemente dal Kgb. L'infiltrazione sovietica nell'area della protesta violenta era evidente. Nel gruppo romano non lo so non credo, ma nelle Br in genere penso di sì. Bisognerebbe chiedere a Moretti".
Eccoci, un esponente del partito della trattativa insieme a un erede del partito della fermezza per ribadire quello di cui negli atti processuali non si trova traccia. Ma a Mario Moretti tutti o quasi continuano a chiedere la verità quella che lui ha sempre detto a cominciare con il libro intervista a Rossana Rossanda e Carla Mosca che gli chiedevano in che modo lui reagisse al sospetto di ambiguità e trasversalità. "Ah con molta serenità e molta tranquillità nel senso che io mi rendo conto che attraverso questa accusa si vuole colpire l'idea dell'autenticità delle Brigate Rosse.
La tesi che siano state manovrate dall'esterno è una tesi cara a chi non può sopportare l'idea che in questo paese si siano svolti dei fatti, delle iniziative, si siano giocati dei progetti politici esterni ai giochi di palazzo. Queste illazioni non meritano alcuna considerazione" è la posizione di Moretti che finora nessuno è stato in grado di scalfire concretamente.
Anche se la dietrologia non vuole demordere. Ci sono carriere politiche e giornalistiche costruite sui falsi misteri del caso Moro. Sempre in questi giorni il figlio del capo della scorta di Moro, Domenico Ricci, intervistato da Adnkronos è tornato a intimare a Moretti di "dire la verità". Non resta che stare ai fatti. Nel caso Moretti avesse intrallazzato con servizi segreti e potenze straniere non dormirebbe ancora dopo 40 anni in una cella del carcere di Opera. Il paese anche dopo così tanto tempo rifiuta di fare i conti con quello che fu un fenomeno squisitamente politico perché evidentemente ha paura della propria storia. Al punto da non voler prendere atto che Moretti condannato a sei ergastoli ha pagato per le sue responsabilità e dovrebbe dopo quarant'anni essere scarcerato.
Avrebbe pieno diritto alla liberazione condizionata che lui non chiede perché non vuole evidentemente relazionarsi con chi in pratica con la dietrologia gli nega identità politica. Sentirsi rivolgere sempre lo stesso sospetto per uno che sta dentro dal 1981 è se possibile peggio dei sei ergastoli che gli hanno dato i giudici. In libreria da pochi giorni c'è un saggio "Brigate Rosse: un diario politico" curato dalla ricercatrice Silvia De Bernardinis. Un rendiconto critico e autocritico della storia delle Br a opera di alcuni dirigenti e militanti. Ribadisce il saggio, che dietro le Br c'erano solo le Br.
di Davide Piol
Il Gazzettino, 7 aprile 2021
Ascoltando le parole di chi gli è stato accanto, nell'ultimo periodo, emerge la figura di un ragazzo fragile. Si potrebbe quasi dire vicino al punto di rottura, a causa di un'inquietudine che si portava dentro - alimentata da paure, dolori, offese continue sui social - che, alla fine, l'ha sopraffatto. Tra poco più di un mese, il 22 maggio, Nicola Mina avrebbe compiuto 29 anni. Invece pochi giorni prima di Pasqua, e a ridosso della prima udienza del processo che lo vedeva alla sbarra per tentato omicidio nei confronti di un venditore ambulante, si è tolto la vita lasciando un intero paese, San Pietro di Cadore, sotto choc.
Gesto premeditato - "Ci ha lasciato un ragazzo di 28 anni che doveva essere aiutato - commenta il suo avvocato Danilo Riponti - Non voglio dire capito. Il gesto lo aveva fatto ma bisognava capire cosa c'era dietro". Una tragedia che ha lasciato senza parole la sorella, i genitori e i nonni. Un gesto premeditato. Da quanto riportano fonti investigative sembra che, a inizio marzo, Nicola Mina si fosse pagato il funerale, avvenuto proprio in questi giorni. Una decisione che ha scavato nella sua anima per quasi un mese. Poteva essere salvato? È una domanda che, al momento, perde senso e significato. Il suo malessere era cominciato molto prima quando, spiega l'avvocato Riponti, "abbiamo voluto guardarlo senza umanità".
Venne arrestato - Era l'8 agosto del 2020. San Pietro di Cadore. Verso le 17, in piazza, nacque una discussione tra Nicola Mina e un venditore ambulante, M.S.W., 47enne di origini senegalesi e residente a Cavaso del Tomba (Treviso). Dalle parole, insulti urlati a gran voce, si passò ai fatti. Il giovane impugnò un coltello che nascondeva nelle tasche e lo conficcò per ben due volte nell'addome dell'uomo che cadde a terra in una pozza di sangue. M.S.W. fu trasportato d'urgenza all'ospedale e ricoverato in Chirurgia. Mentre Nicola Mina fu arrestato e poi messo agli arresti domiciliari. Fu indagato per tentato omicidio, aggravato dall'odio razziale, e poi rinviato a giudizio.
Il perdono della vittima - "Sono musulmano - aveva spiegato M.S.W. dopo esser uscito dall'ospedale - La mia religione mi invita a perdonare e lo perdono. La giustizia farà ciò che deve ma non voglio vendetta né gli auguro di finire in prigione per la violenza che mi ha fatto. Perché la prigione rende peggiori e io penso che quel ragazzo deve migliorare stando fuori e pentendosi del suo comportamento". Nel frattempo, sui social, scoppiò il finimondo. E Nicola, davanti a quelle dita che Io indicavano e a quelle bocche che lo insultavano, cominciò a soffocare. Più volte inviò al suo legale alcuni dei commenti che trovava sui social chiedendo il motivo di quel accanimento costante e feroce.
È stato lapidato - "Se le persone avessero cercato di capire un po' di più l'uomo invece che lapidarlo - continua l'avvocato Riponti - forse lo avrebbero aiutato a superare quel momento difficile. Non dimentichiamoci mai che dall'altra parte ci sono persone, esseri umani che da una parola o da un commento riportano delle cicatrici gravissime". Il legale ammette di essere rimasto "profondamente turbato" da quanto accaduto. Sfogliando i messaggi del cellulare c'è ancora quello di Nicola, inviato poco prima di Pasqua, in cui faceva gli auguri a lui e alla sua famiglia.
Una verità diversa - Questa mattina ci sarà la prima e ultima udienza del processo: "Ci serva di monito - conclude il legale - Io stesso mi sono interrogato negli ultimi giorni. Era un processo che volevo affrontare per dare una verità diversa da quella emersa. Non c'era l'odio razziale. C'erano invece delle problematiche da affrontare e da capire per un giusto giudizio. Nicola non è stato in grado di gestire il meccanismo terribile che si è avviato intorno a lui".
calabrianews.it, 7 aprile 2021
Sempre alto ma sotto controllo il focolaio Covid all'interno del carcere di Catanzaro. Secondo quanto riferito dalla direttrice Angela Paravati, nella casa circondariale del capoluogo di regione calabrese vi sono 18 agenti di polizia penitenziaria e ben 70 detenuti positivi.
"I soggetti interessati sono quasi tutti asintomatici - afferma il massimo dirigente della struttura Ugo Caridi - ma tra i detenuti tre sono in ospedale, di cui uno in terapia intensiva e due nel reparto di malattie infettive. Nei prossimi giorni speriamo di avere i primi negativizzati - continua la Paravati - perché dopo l'evoluzione del focolaio abbiamo operato ulteriori strette ai protocolli con apprezzabile condivisione da parte dei reclusi".
Ogni giorno nel carcere di Catanzaro si fanno tamponi a tappeto mentre l'organico della polizia penitenziaria, messo a dura prova dall'improvviso contagio evitato per lunghi mesi, aumenta con l'innesto di unità provenienti da altre strutture carcerarie. "Una mano decisiva ce l'ha data lo stop a nuovi ingressi - aggiunge la direttrice - i nuovi arrestati in questo vanno a Vibo, Locri o Paola. In tutto questo devo apprezzare anche l'affiancamento ottimale del personale Asp".
di Martina Riccò
Gazzetta di Reggio, 7 aprile 2021
La Polizia penitenziaria lancia l'allarme: "Situazione ormai incontrollabile". Il numero di detenuti positivi sale a 119, più di un terzo della popolazione. "Un ospedale da campo nella zona dell'area sportiva all'interno dell'istituto penitenziario di via Settembrini".
Lo chiedono a gran voce i sindacati della polizia penitenziaria reggiana (Fp Cgil, Fns Cisl e Uilpa) che da settimane combattono insieme la stessa battaglia: richiamare l'attenzione su quello che sta succedendo in carcere, dove il Covid è riuscito a entrare e i positivi continuano ad aumentare esponenzialmente. Dopo l'allarme lanciato alla fine di marzo, quando i detenuti positivi erano 21 e 12 gli agenti, la situazione non ha fatto altro che peggiorare: ieri i detenuti positivi al Covid erano 119 su circa 400 (di cui cinque ricoverati in ospedale), più di un terzo della popolazione carceraria.
A preoccupare, però, non è solo l'aspetto sanitario. Nel tentativo di bloccare il contagio, infatti, è stato applicato un rigoroso protocollo che prevede di tenere i detenuti sempre in cella. Ma quello che era stato pensato per un'emergenza temporanea si è trasformato in abitudine e così, dopo quasi un mese di convivenza forzata dei detenuti in celle progettate per una sola persona, interruzione delle attività normalmente previste e difficoltà comunicativa (il 65 per cento dei detenuti è di origine straniera) il clima all'interno della Pulce è diventato esplosivo.
Nelle scorse settimane i sindacati avevano chiesto al sindaco Luca Vecchi e al prefetto Iolanda Rolli di interessarsi alla situazione del carcere, facendo pressioni per accelerare la campagna di vaccinazione sul personale e, anche, iniziare a vaccinare la popolazione detenuta. L'appello non era caduto nel vuoto, con il prefetto che si era detta pronta a portare questa richiesta in Regione.
Ma ora, con un focolaio che non accenna ad esaurirsi e difficoltà sempre più grandi nel reperire sostituti per gli agenti malati o in isolamento domiciliare, a queste richieste ne viene aggiunta un'altra: "Al di là delle carenze organizzative denunciate in questo ultimo periodo - affermano i sindacati - crediamo che oggi, in queste condizioni strutturali, sia pressoché impossibile intervenire efficacemente per bloccare la diffusione del Covid.
Per questo riteniamo necessario intervenire valutando l'installazione di un ospedale da campo all'interno dell'istituto penitenziario, nell'area adibita a campo sportivo. Solo in questo modo si potrebbero isolare efficacemente i positivi dal resto della popolazione detenuta, curarli in maniera adeguata permettendo al contempo l'adeguata sanificazione delle sezioni ove vi sono registrati focolai". Infatti, al momento è impossibile mantenere il distanziamento così importante per evitare il contagio e, allo stesso tempo, igienizzare e sanificare tutti gli ambienti più volte al giorno. "Nelle ultime due settimane - riferiscono i sindacati - i casi di positività all'interno del carcere hanno superato i cento tra i detenuti e sono arrivati circa a venti tra gli agenti.
Questo probabilmente è dovuto alla elevata contagiosità delle nuove varianti, ma sicuramente c'entrano anche le condizioni strutturali e la difficoltà, conseguente, di isolare i detenuti positivi dal resto della popolazione".
Considerando il livello di tensione e di intolleranza raggiunto, confermato anche da alcuni episodi di violenza, i sindacati chiedono alle autorità competenti di intervenire, e di farlo in fretta. Non solo: "Vista l'esiguità della presenza della polizia penitenziaria e la doverosa assicurazione dell'attività di controllo e sorveglianza della struttura carceraria, si suggerisce il controllo esterno al muro di cinta a cura di altre forze di polizia o valutando l'utilizzo dell'esercito".
vastoweb.com, 7 aprile 2021
Dopo le attività di Sartoria e Azienda agricola, in cui sono tuttora impegnati molti ospiti della Casa Lavoro di Vasto, con l'apertura del Birrificio si completa l'offerta lavorativa a favore dei detenuti. Sarà firmata nella mattinata del 7 aprile, presso la Direzione nella Casa Lavoro con annessa Sez. Circondariale di Vasto, una significativa convenzione tra quest'ultima, l'Associazione "Rindertimi", il birrificio agricolo Golden Rose e la Pmi Services finalizzata alla gestione del Birrificio "Casa di lavoro Vasto".
Si tratta di un birrificio che si trova all'interno del carcere vastese e che la Direzione dell'Istituto penitenziario concede in comodato ai suddetti partner, i quali sono impegnati a far funzionare la struttura con l'impiego di almeno due detenuti. Si comprende che lo scopo di questa attività è legata al reinserimento lavorativo, con relativa formazione e produttività. Per questo è stata costituita dai tre predetti Soggetti una Associazione temporanea di Scopo(Ats), nella quale ciascuno apporterà le proprie esperienze e conoscenze da trasferire ai lavoratori - detenuti.
In pratica, l'Associazione "Rindertimi" (specializzata nel reinserimento lavorativo di persone svantaggiate) avrà il compito di gestire il Birrificio e di svolgere un'azione di controllo e tutoraggio dei detenuti impiegati nelle attività; mentre il birrificio agricolo Golden Rose (nato a Pianella nel 2003 come azienda agricola, poi ampliatosi, raggiungendo la sua attuale estensione di oltre 8 ettari di terreno, che nel 2012 ha iniziato a produrre birra) si occuperà di svolgere tutto il processo di trasformazione: cottura, fermentazione, imbottigliamento/infustamento ed etichettatura. Infine l'Organismo accreditato in Regione Abruzzo Pmi Servizi (autorizzato alle attività di orientamento, formazione continua, obbligo formativo e d'istruzione, percorsi Ifts, alta formazione) si occuperà di formare quell' utenza speciale rappresentata da detenuti ed ex-detenuti, individuati dalla normativa regionale e comunitaria come "soggetti svantaggiati".
La scommessa che la Direzione della Casa Lavoro con annessa Sez.ne Circondariale di Vasto, nella persona del Direttore Dott.ssa Giuseppina Ruggero e della Responsabile del progetto Dott.ssa Arcangela Mazzariello, ha voluto fare non è relativa solo alla mera gestione di un'attività ordinaria, ma è in linea con il dettato costituzionale che all'art. 27 espressamente prevede la rieducazione del condannato e il suo reinserimento sociale.
L'auspicabile funzionamento di questa iniziativa sarà dunque buona pratica per l'intero territorio, perché una società civile e moderna dà sempre una seconda opportunità a chi vuole tornare a lavorare e vivere nel rispetto della comunità.










