di Cesare Burdese
ilgiornaledellarchitettura.com, 31 dicembre 2020
Pubblichiamo una lettera di commento al concorso d'idee bandito dalla Triennale di Milano per ripensare gli spazi del carcere.
Spettabile redazione, nel solco dell'azione che da molti decenni conduco per contribuire a far crescere, nel nostro paese, il fronte culturale architettonico sul tema dell'edilizia carceraria, ancora una volta mi avvalgo di questo Giornale (per il quale ho curato l'inchiesta "Emergenza carceri") per portare alla ribalta questioni aperte.
Lo spunto mi è dato dal concorso d'idee "San Vittore, spazio alla bellezza", recentemente lanciato dalla Triennale di Milano e dalla casa circondariale Francesco Cataldo - San Vittore di Milano, rivolto a progettisti, architetti, designer, urbanisti, ingegneri. Obiettivo dell'iniziativa è promuovere una nuova concezione di casa circondariale, attraverso la riprogettazione di alcuni spazi del carcere, per cambiarne la percezione e migliorarne la funzionalità, iniziando dalla bellezza degli spazi che lo ospitano. Il prodotto finale consiste nell'elaborazione di studi di fattibilità tecnico-economica per ogni ambito d'intervento, ad opera dei progettisti selezionati, partendo dall'identificazione dei bisogni della casa circondariale, dei suoi attori, dei suoi utenti e dei cittadini. Un metodo questo già utilizzato all'estero, nella progettazione del nuovo carcere di Haren in Belgio, e che rappresenta indiscutibilmente una nota positiva nel desolante scenario nazionale della progettazione carceraria, fortemente caratterizzato da prassi che nulla hanno a che fare con la condivisione.
Osservo come nei testi introduttivi dei promotori, allegati al bando, si esprimano valori e temi che appartengono al "carcere ideale" della Costituzione e dell'Ordinamento penitenziario - peraltro da decenni sempre declamati e scarsamente concretizzati - in assenza di una loro contestualizzazione nel "carcere reale". Il fatto che la legge di riforma dell'Ordinamento penitenziario, risalente nella sua prima formulazione al 1975 e tutt'ora in vigore con qualche modifica recente di modesta rilevanza, non abbia ancora trovato compimento, rende non solo il senso dell'impotenza generalizzata a risolvere i problemi che affliggono il nostro carcere, ma velleitaria ogni azione per un suo reale cambiamento.
Lo stato deplorevole, sia dal punto di vista materiale che umano, degli istituti detentivi in funzione - che ha visto l'Italia nel 2013 condannata dalla Corte europea dei diritti umani per trattamenti inumani o degradanti - rimane una costante, nonostante i recenti sforzi governativi profusi per superarlo. Dobbiamo essere consapevoli del quadro deficitario che investe il nostro universo carcerario, fatto di risorse umane, materiali ed economiche insufficienti, ma anche caratterizzato dall'assenza di strumenti culturali in grado di affrontare i temi architettonici che appartengono al carcere.
Anche se in alcune aule universitarie il tema del carcere da alcuni anni viene insegnato, peraltro a volte in maniera episodica e fantasiosa, non si può affermare che, nel nostro paese, i giovani architetti e ingegneri ne abbiano adeguata contezza. Anche per questo motivo, ma non solo, giudico immotivata la scelta di circoscrivere l'accesso al concorso ai soli professionisti under 40 e iscritti agli Albi professionali di Milano e provincia. Meglio e più utile sarebbe stato offrire l'opportunità di espressione e raccogliere idee per la soluzione dei problemi architettonici che affliggono San Vittore, senza limitazioni anagrafiche o burocratiche e in un quadro reale di denuncia delle criticità in atto.
Il rischio che intravedo con questa pur meritoria azione culturale è quello di perdere, ancora una volta, l'occasione di occuparsi realmente di una condizione disumana, tanto drammatica quanto distante da noi, considerandola mezzo e non fine.
di Andrea Cassia*
Il Riformista, 31 dicembre 2020
Sovraffollamento, carenze e gravi disagi rendono la detenzione un calvario. La lettera-denuncia di un recluso. Riceviamo e pubblichiamo l'ennesima lettera-denuncia arrivata a Nessuno tocchi Caino dal "Petrusa", il Carcere di Agrigento dove nulla pare sia cambiato, dopo le visite di Rita Bernardini e le interrogazioni parlamentari di Roberto Giachetti.
Sono detenuto nel reparto Alta Sicurezza della Casa Circondariale di Agrigento dal 16 luglio 2013, giorno in cui ebbe inizio il mio "calvario". Già in passato ebbi modo di udire delle strane analogie che accostavano questo istituto al penitenziario americano di Alcatraz. Sì, proprio a quella struttura che nell'immaginario collettivo suscitava sofferenza a dismisura, maltrattamenti e torture tanto decantate nelle pellicole hollywoodiane, ma nulla poteva farmi anche lontanamente pensare che tutto ciò che stavo vivendo fosse reale in barba a qualsiasi legge europea sui diritti dell'uomo prima ancora che alla nostra tanto promettente quanto inefficiente Costituzione.
E se oltre il danno deve esserci anche la beffa, questa si materializzava nelle nostre svariate forme di protesta (istanze al direttore o al magistrato di sorveglianza, scioperi della fame, mancati rientri nelle camere di pernottamento, ecc.) che puntualmente, dopo l'apparente concessione volta a calmare le pacifiche rivolte, si concludevano in un nulla di fatto.
Questo accadeva per assenza di acqua calda in cella; mancanza di riscaldamenti; sovraffollamento di 2 o anche 3 detenuti in celle create per ospitare una sola persona; infiltrazioni d'acqua dai tetti che ancora oggi si verificano nonostante la recente ristrutturazione; assenza pressoché totale di figure di vitale importanza come educatore e psicologo; area sanitaria, se così si può chiamare, carente in tutto; finestre delle celle arrugginite con conseguenti spifferi nonché infiltrazioni di acqua; saletta destinata alla socialità tra detenuti utilizzata anche come locale di spartizione spesa, scuola, cucina didattica, chiesa, oratorio, palestra e quant'altro e pure priva di bagno; sala colloqui con evidenti infiltrazioni d'acqua prive di caloriferi e maleodorante; bagni privi di infissi o, in alternativa, di aeratori funzionanti; assenza di bidet e doccia nelle celle; assenza di colloqui in "area verde" o aree ludiche nelle sale colloqui per i bambini in tenera età; TV con solo 10 reti funzionanti; mancanza di WC nella sala di attesa adibita alla consegna dei documenti di riconoscimento da parte dei nostri familiari quando vengono ai colloqui; carrello del vitto giornaliero in cui i pasti, da prassi, arrivano freddi o ancora semicrudi; erogazione idrica spesso e soprattutto nel periodo estivo interrotta senza alcun preavviso che nei casi peggiori ha costretto i detenuti ad espletare i bisogni fisiologici in secchi o bottiglie di plastica.
Più volte, come sappiamo, l'Italia è stata condannata dalla Corte europea per le palesi violazioni dei diritti dell'Uomo nelle nostre carceri, ma nulla o quasi si concretizza nel merito e laddove esiste una legge che possa intervenire in soccorso di una violazione di tali diritti questa viene ignorata dai magistrati, garanti supremi del rispetto della legge, come quelli di sorveglianza, con le motivazioni le più folcloristiche e tracotanti di sarcasmo.
È infatti ormai di pubblico dominio che della "legge Torreggiani" ad Agrigento non si possa usufruire in quanto anche d'inverno la nostra amata Sicilia gode di un clima mite. Non voglio nascondermi dietro un dietro un dito e razionalmente penso a quanto sia giusto scontare la pena se si è riconosciuti colpevoli di reato.
Ma non posso e non voglio credere di trovarmi sul banco degli imputati di un tribunale della Santa Inquisizione dove dei Torquemada di età contemporanea ordinano ed eseguono roghi quanto mai attuali. Infine, mi permetta di chiudere con una massima che ho letto di recente in un libro. Essa citava: "Il grado di civiltà di un Paese lo si misura anche dallo stato delle sue carceri".
*Detenuto presso la Casa circondariale di Agrigento
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 31 dicembre 2020
Nella Casa circondariale di Pistoia, il 15 dicembre scorso si è tenuta una cerimonia per una doppia inaugurazione: quella dello spazio riservato allo spaccio per il personale e quella per la sala polivalente destinata a iniziative peri detenuti. Loredana Stefanelli, direttrice della casa circondariale toscana, e Angela Venezia, dirigente del Provveditorato Regionale Toscana e Umbria, hanno illustrato i progetti di ristrutturazione dei due locali, realizzati con obiettivi, tempi e strumenti diversi ma entrambi frutto del notevole impegno in termini di risorse umane ed economiche investite.
Inaugurazione dello spazio spaccio nel carcere di Pistoia - Lo spaccio, ossia l'area che ospita il bar/ristoro e la vendita di articoli provenienti spesso da lavorazioni o attività produttive penitenziarie, è stato riaperto dopo quindici anni di chiusura grazie a una ristrutturazione radicale. Arredato in maniera confortevole con nuove sedie, tavoli e piante ornamentali, è stato pensato per offrire un luogo dove rilassarsi anche scegliendo un libro nella piccola biblioteca che vi è stata allestita e accessibile a tutto il personale.
"Favorire la lettura e la cultura - viene spiegato una nota della direzione - anche in locali non dedicati, può essere un'occasione di valorizzazione e di crescita dell'amministrazione penitenziaria in particolar modo quando tutto ciò avviene in una piccola realtà come l'istituto di Pistoia". Uno spazio soppalcato che sarà adibito a comfort-zone, utile soprattutto al personale residente in caserma, completerà a breve il progetto. Attualmente lo spaccio è funzionante nella fascia mattutina ma la direzione assicura che l'orario di apertura si estenderà al pomeriggio.
L'angolo dei libri all'interno del nuovo spazio spaccio/bar all'interno del carcere di Pistoia - La sala polivalente, interamente rinnovata nei rivestimenti e adeguata a tutte le norme in materia di sicurezza, è stata dotata di servizi igienici e di uno spazio palestra separato dall'area riservata alle iniziative organizzate per favorire il contatto con la comunità esterna. I lavori sono stati realizzati grazie a un progetto approvato da Cassa Ammende ed eseguiti da detenuti al termine di un corso di formazione sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.
Inaugurazione dello spazio palestra per i detenuti nel carcere di Pistoia - Al termine dell'evento la direttrice Stefanelli ha consegnato a Giovanni Mosca, funzionario della casa circondariale di Prato che ha seguito i lavori, sia per la progettualità sia per le fasi amministrativo contabili, una targa in segno di riconoscimento per "l'impegno e il costante supporto al progetto che, senza la sua competenza professionale, non avrebbe avuto gli esiti auspicati".
di Marta Morbioli
verona-in.it, 31 dicembre 2020
Nicoletta Morbioli, dirigente Cpia, e Paola Tacchella, docente con allievi reclusi, raccontano la loro esperienza a Montorio. L'iniziativa "Adotta uno scrittore", sostenuta dall'associazione delle fondazioni di origine bancaria del Piemonte e promossa dal Salone Internazionale del Libro di Torino, anche quest'anno ha scelto di coinvolgere nei propri progetti il mondo carcerario. Il 1, 3 e 7 dicembre 2020 si sono tenuti gli incontri alla Casa circondariale di Montorio con lo scrittore Fulvio Ervas, autore veneto tra le cui numerose pubblicazioni ricordiamo Se ti abbraccio non aver paura (2012) in cui racconta l'avventuroso viaggio di Franco e Andrea Antonello, padre e figlio affetto da autismo. Facciamo un viaggio a ritroso, partendo da quest'ultimo progetto per capire in profondità e senza retorica tutte le sfaccettature della scuola in carcere, accompagnati da Nicoletta Morbioli, dirigente del Cpia (Centro provinciale per l'istruzione agli adulti) e da Paola Tacchella, docente da 30 anni nel mondo carcerario.
Partiamo dunque dall'iniziativa "Adotta uno scrittore": un progetto di lettura, momenti di condivisione e incontri... com'è stato possibile tutto questo alla Casa circondariale di Montorio?
Tacchella. "È frutto di un lungo percorso di lavoro e progettualità scolastica e culturale che stiamo coltivando da anni. Finalmente nel 2019, attraverso il Cesp - Rete delle Scuole Ristrette, le nostre attività scolastiche sono uscite dalle mura cittadine e sono approdate a Matera, Capitale Europea della Cultura, dove è stato presentato il laboratorio teatrale con protagoniste le donne detenute. Da lì poi il viaggio è proseguito e siamo arrivati al Salone del Libro di Torino che ci ha invitato a partecipare all'iniziativa "Adotta uno scrittore". Il primo incontro con Fulvio Ervas è stato incentrato sul libro Se ti abbraccio non aver paura, il secondo è stato un momento di riflessione sullo scrivere, Il terzo incontro si è focalizzato sul "cosa facciamo", idea e volontà di costruire una storia di natale, elaborata attraverso le scritture dei detenuti che hanno partecipato al laboratorio".
Morbioli. "Nonostante l'emergenza sanitaria, siamo una delle due realtà nazionali che sono riuscite (l'altra è al carcere dell'Ucciardone, che è un istituto penale) a realizzare gli incontri in presenza, fondamentale per garantire il valore del confronto. Non è stata una cosa facile, ma ci siamo riusciti anche grazie all'appoggio della direttrice del carcere Maria Grazia Bregoli e alla disponibilità dello scrittore Fulvio Ervas, che fin da subito ha dimostrato un'attenta e sensibile partecipazione al progetto".
Qualcuno potrebbe pensare che iniziative come queste siano "opportunità non meritate" che cosa rispondete?
Morbioli. "Chi pensa questo, secondo me non ha fiducia nella capacità formativa della scuola né in carcere né fuori; ancora oggi purtroppo si sottovaluta il potere dell'istruzione e della cultura come strumento di stabilità sociale e questo è davvero un grande errore".
Tacchella. "Soprattutto chi ha commesso reati ha maggiormente bisogno di coltivare la cultura. Leggere è vivere altre vite e permette di uscire dal proprio egocentrismo; aiuta a superare il vittimismo favorendo un percorso di crescita interiore e di consapevolezza di sé e degli altri. La lettura partecipata è un'esperienza costruttiva a maggior ragione per una persona in carcere, che ha limitate possibilità di confronto. La cultura è una forma di investimento per favorire un'evoluzione della persona i cui cambiamenti concreti si vedono già all'interno del carcere".
Lei insegna a studenti o a detenuti?
Tacchella. "La prima cosa che dovrebbe fare un insegnante quando entra in classe, e non solo in carcere, è liberarsi dai pregiudizi, perché il condizionamento non permette mai di compiere il proprio lavoro in libertà e con onestà. Questo non significa chiudere gli occhi e far finta di niente, so benissimo che ho di fronte persone che nel passato hanno compiuto azioni anche gravi, ma so che io sono lì per insegnare e che il mio ruolo è quello di trasmettere loro conoscenze, una "cassetta degli attrezzi utili" per rientrare in società diversi da come sono entrati in carcere. Io mi occupo di alfabetizzazione e mi è capitato di avere in classe persone che sono in Italia da tanti anni e che non sanno ancora parlare la nostra lingua; come si fa quindi a parlare di inclusione se non si è in grado di esprimere cittadinanza attiva? L'istruzione è un diritto, non è una concessione al merito".
Che tipo di scuola è quella in una casa circondariale?
Morbioli. "È un'esperienza di confronto complessa. Questo tipo di struttura carceraria ospita persone in attesa di giudizio e quelle condannate a pene inferiori ai cinque anni, questo significa dover creare una progettualità in continuo cambiamento a causa dell'alternarsi delle persone. Negli ultimi anni si è lavorato molto su questo aspetto grazie anche alla lungimirante attività della direttrice del carcere Maria Grazia Bregoli, che crede fermamente nel progetto educativo della scuola".
Tacchella. "In una struttura come questa la tensione è sempre palpabile, l'attesa del domani accompagna le giornate e condiziona tutte le attività. Gli equilibri sono precari, basta il cambio di un compagno di cella per destabilizzare un'intera classe. Per un insegnante è una forma di allenamento quotidiano continuo, che ti fa capire che non ci sono persone sbagliate, ma situazioni diverse da affrontare quotidianamente".
Qualcuno definisce il suo lavoro come una "missione", per la passione e l'impegno che ci mette ma è corretto definirlo così?
Tacchella. "Non è una missione è un lavoro, anche se c'è tanta passione e impegno. Chiamare le cose con il loro nome aiuta a dare una corretta connotazione e un giusto riconoscimento sociale a quello che facciamo, altrimenti può diventare un alibi per chi pensa che la scuola in carcere sia un passatempo e il tutto si esaurisca dentro una cella. L'attestato rilasciato dalla scuola in carcere è istruzione dell'adulto e ha lo stesso valore di una licenza o diploma presi fuori. L'insegnante che lavora in carcere deve avere delle competenze specifiche, si viene percepiti come un punto di riferimento; è necessario non sottovalutare nulla, deve anche saper definire dei confini ben precisi e trasmettere il senso delle regole, a partire da quelle scolastiche. La scuola non è solo un trasmettitore, fornisce strumenti e apre visioni, allarga gli spazi di costruzione ai futuri possibili. Questo non significa certo essere un benefattore, significa compiere il proprio lavoro con professionalità; è sempre e costantemente una questione di equilibrio per non cadere nell'errore del buonismo o non rimanere nella rigidità".
Che valore sociale ha la scuola in carcere e perché è un'opportunità anche per chi sta fuori e non solo per chi sta dentro?
Morbioli. "La scuola non ha un marchio di fabbrica, l'attestato rilasciato in carcere è spendibile fuori e permette di avere una possibilità di scelta che magari prima non era neanche immaginabile. Questo va a vantaggio di tutta la comunità, che ritrova un individuo potenzialmente cambiato. Avere la presunzione di essere infallibili a volte ci porta a pensare che a noi non possa succedere nulla del genere, ma in realtà il confine tra "giusto e sbagliato" talvolta è molto labile, per questo collaboriamo e manteniamo i contatti anche con le scuole superiori, perché i ragazzi possano riflettere e maturare sulla consapevolezza che ogni individuo può sempre scegliere e che le nostre azioni hanno sempre delle conseguenze. Non basta dire che l'istruzione è importante, bisogna crederci veramente".
catanzaroinforma.it, 31 dicembre 2020
La solidarietà di fine anno dei detenuti. "Torte distribuite, nel corso delle feste, alle famiglie meno fortunate della città". Il periodo di pandemia da Covid non ha fermato l'inventiva e il desiderio dei volontari cappellania carceri Catanzaro di partecipare in qualche modo alla vita dei detenuti che da tempo non incontrano, con proposte alternative alla presenza.
Il Natale, per tutti un momento particolarmente suggestivo, quest'anno ancora più particolare, a causa delle restrizioni dovute al Coronavirus, ma necessarie, ha permesso ai tanti volontari di attivare la fantasia con nuove iniziative nel tempo che ha preceduto il grande evento religioso. Per questo motivo, una volontaria del gruppo che opera in carcere, ha proposto alla pasticceria del penitenziario di realizzare alcune torte da mettere all'interno delle borse che sono state distribuite, nel corso delle feste, alle famiglie meno fortunate della città.
"L'iniziativa - ha spiegato suor Nicoletta Vessoni, punto di riferimento del gruppo di volontari - ha avuto l'immediata approvazione della direttrice del penitenziario, Angela Paravati, alla quale abbiamo inoltrato la proposta della volontaria. La direttrice ha detto subito sì, offrendo la possibilità alle famiglie che si trovano in una situazione di difficoltà, di avere in dono un dolce di vera pasticceria. Un dolce dal sapore veramente speciale". Le persone prescelte hanno ricevuto, all'interno del pacco, infatti, anche un biglietto che spiegava loro la provenienza dei dolciumi e la grande disponibilità dei pasticcieri del carcere di Siano. "Insomma - ha concluso suor Nicoletta - Natale dentro, Natale fuori... che abbatte tutte le barriere e ci fa essere tutti fratelli".
di Massimo Giannini
La Stampa, 31 dicembre 2020
Finisce l'anno peggiore della nostra vita. L'Anno Uno d.C. Il primo non "dopo Cristo", che ha lasciato perdere Eboli e si è fermato chissà dove. Ma "dopo Covid", che invece si è fermato ovunque nel pianeta seminando sofferenza, dolore, morte. E cambiando forse per sempre la Storia. Del 2020 il premier Conte aveva detto "sarà un anno bellissimo".
Sappiamo com'è andata. Il più scellerato dei pronostici ha coinciso con il più crudele degli anni. Ne usciamo a pezzi, in ogni senso. Tutto è aggredito, violato, compromesso. Vite umane e abitudini quotidiane, rapporti affettivi e assetti produttivi, relazioni sociali e transazioni internazionali. L'abbiamo sperimentato sulla nostra pelle: "O la borsa o la vita" non è un'alternativa possibile. Mai come in questa tragedia non c'è l'una senza l'altra.
Ma abbiamo capito con altrettanta chiarezza che far coesistere la pandemia e l'economia è una missione difficile e tuttavia irrinunciabile. Una sfida senza precedenti per le leadership del Grande Mondo. Uno stress test senza attenuanti per l'establishment della Piccola Italia. Ancora una volta sospesa tra la paura e la speranza. Nella guerra contro la pandemia quello che è accaduto lo certifica l'Istat: 84 mila vittime in più tra gennaio e novembre. Quello che ci aspetta lo annuncia il ministro Speranza: per il 2021 abbiamo un'arma in più, il vaccino. Ma ci sarà ancora da combattere a lungo. Ammesso che il "Quartier Generale" sia capace di gestire il conflitto, resta da chiedersi se "l'intendenza seguirà". Condivido i dubbi sollevati su questo giornale da Emma Bonino, che nel piano vaccinale del governo individua più di una criticità. In teoria l'obiettivo è raggiungere l'immunità di gregge nel settembre 2021, vaccinando almeno l'80% della popolazione.
In pratica le strutture del Servizio Sanitario Nazionale e quelle delle regioni non sembrano in grado di assicurare una copertura così capillare, né per risorse finanziarie né per risorse umane. E guardare il prato nel giardino degli altri fa male. La Francia ha impostato il suo piano vaccini a luglio (mentre noi ci preparavamo ai balli estivi in Costa Smeralda). La Germania il suo piano l'ha varato a settembre (mentre noi già piangevamo sul troppo virus versato nelle discoteche d'agosto).
Nella guerra per rilanciare l'economia quello che è accaduto e quello che ci aspetta lo spiega il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco. Sotto i colpi del lockdown, la mondializzazione tramonta. Quest'anno il Pil del pianeta si contrarrà di oltre 4 punti, generando la recessione più profonda dalla Seconda Guerra mondiale. Uno shock, se si pensa che tra il 1990 e il 2019 il Prodotto globale era aumentato di quasi tre volte, il commercio internazionale era raddoppiato, la mortalità infantile era crollata dal 64 al 28 per mille e oltre 1 miliardo di persone erano uscite dalla povertà assoluta.
Il contagio non solo frena i consumi e distrugge il lavoro, ma rialza le frontiere e frena gli scambi. Così arriviamo a quella che Marie Charrel su Le Monde definisce la "slowbalisation": non la fine della globalizzazione, ma un suo drammatico rallentamento. Così si aggravano ulteriormente le "disuguaglianze asimmetriche": si riduce il fossato che separa i Paesi Avanzati da quelli Emergenti in termini di reddito disponibile, ma all'interno degli uni e degli altri si allarga a dismisura l'abisso che separa i ricchi dai poveri.
Il nostro Paese è dentro questo gorgo. Nel 2020 la caduta del Pil è di 9 punti. Se tutto va bene, dovremo aspettare la seconda metà del 2023 per riassestarci ai livelli pre-Covid (per altro già bassi visto che scontavano la Doppia Crisi: della finanza nel 2007, dei debiti sovrani nel 2011). Paghiamo il prezzo delle nostre storiche e arcinote debolezze. Scarsa istruzione, bassa qualità del lavoro, pochi investimenti, ascensore sociale e inter-generazionale bloccato.
Tra i Paesi Ocse siamo secondi per numero di giovani 15-29enni che non studiano, non si formano e non lavorano, mentre siamo penultimi per quota di popolazione 25-34enne con titolo di studio terziario. La spesa pubblica e privata per ricerca e sviluppo è pari all'1,4% del Pil, meno della metà di Usa e Cina. Se le nostre imprese avessero la stessa dimensione media di quelle tedesche la produttività nell'industria sarebbe più alta del 20%. Se nella Pubblica Amministrazione si lavorasse come in Germania la produttività media nei servizi crescerebbe del 15%.
Andiamo avanti così, facciamoci del male. Eppure nella sventura chiamata Coronavirus ci si offre un'opportunità irripetibile. I 209 miliardi del Recovery Plan sono manna dal cielo. Ma a patto che nel Paese ci siano mani capaci di raccoglierla. E anche su questo è tutto un fiorire di dubbi. Dopo i moniti di Gualtieri, Amendola e Gentiloni, finalmente anche il presidente del Consiglio ammette che siamo in grave ritardo sulla presentazione del piano. Dopo mesi dilapidati tra Rumor e Manzoni, a "frenare e rinviare" e a "troncare e sopire", ora l'Avvocato del Popolo riconosce che "non possiamo galleggiare" e che le tranche semestrali degli aiuti Ue "rischiano di essere sospese, o addirittura dovranno essere restituite".
Meglio tardi che mai, verrebbe da dire. Ma la verità è che non sappiamo se sia già troppo tardi. E soprattutto non sappiamo se questo governo e se questa classe dirigente siano davvero all'altezza del compito. Le premesse non sono buone. Le Linee Guida del Recovery italiano redatte finora, come ironizzava Andreotti su certi discorsi di Moro, sono davvero "brevi cenni sull'universo". Le poste suddivise nei grandi capitoli sono consistenti per quantità ma sfuggenti per qualità. Il grosso dei progetti (circa 88 miliardi su 127 di prestiti Ue) riguarda vecchie opere incompiute e non investimenti innovativi nei settori a più alto valore aggiunto. Ogni partito della traballante maggioranza giallorossa ha presentato una sua "integrazione al piano". In qualche caso (le 28 pagine vergate da Italia Viva) rappresentano in realtà "un altro piano". Matteo Renzi le ha costruite intorno a quattro parole chiave: Cultura, Infrastrutture, Ambiente, Opportunità. E con il solito distruttivo "esprit florentin" ha lanciato l'acronimo CIAO. Non è il corrivo "Ciaone" con il quale dal referendum delle trivelle in poi il Giglio Magico liquidava amici e nemici. Ma poco ci manca.
Rimettere ordine in mezzo a tanto caos non sarà facile. Impazza "l'euforia da deficit" (copyright Carlo Cottarelli) che ha prodotto una legge di bilancio con 26 miliardi di mancette di ogni genere, dalle bici ai rubinetti. Dilaga la marea del debito, che sfiora il 160% del Pil e che con l'anno nuovo si tradurrà in 367 miliardi di nuove emissioni di titoli di Stato.
E qui torniamo al buon uso del Recovery, come chiarisce l'ex governatore della Bce, Mario Draghi: la sostenibilità del debito pubblico in un certo Paese sarà giudicata sulla base della crescita e quindi anche di come verranno spese le risorse del Next Generation Eu: se saranno sprecate, i progetti finanziati non produrranno crescita, e alla fine il debito diventerà insostenibile. Ecco sotto quale vulcano stiamo penando noi cittadini e sta danzando la politica.
"Se non sapremo meritarci i fondi europei gli italiani avranno tutto il diritto di cacciarci con ignominia", azzarda il premier travestendosi da grande statista. Con tutto il rispetto, sbaglia la prospettiva: se fallisce lui, stavolta fallisce l'Italia. Questa è la posta in palio, nell'Anno Due d.C. che sta arrivando. Non sarà bellissimo, sarà durissimo.
di Walter Veltroni
Corriere della Sera, 31 dicembre 2020
Il Paese invecchia e l'indice di natalità scende al livello più basso mai raggiunto. Quale futuro ha con questi dati? Come terrà il sistema pensionistico o il welfare complessivo se si ridurrà la popolazione attiva e crescerà, come per fortuna accade, la longevità della popolazione?
"La matematica è la ginnastica posturale del cervello. Se fai ginnastica posturale è plausibile che le spalle rimangano dritte anche col passare del tempo". Sono parole che Chiara Valerio usa per concludere il suo bel libro sul rapporto tra matematica e democrazia, matematica e politica. Guardiamo un po' di numeri. Ci vuole pazienza e un buon rapporto col tempo per farlo in maniera ponderata. Con i numeri non si scherza. Non perché dicano la verità assoluta ma, al contrario, perché insegnano a ragionare, a dubitare.
L'Istat ha recentemente reso noto che l'indice di vecchiaia della popolazione italiana - il rapporto tra chi ha più di 65 anni e chi ne ha meno di 15 - è passato dal 33,5% del 1951 al 180% del 2019. Il numero di anziani per bambino è passato, nello stesso periodo, da meno di uno a cinque. In pochi anni, dal 2011 al 2019, la percentuale delle persone che hanno più di 45 anni è salita dal 48,2% al 53,5%. Quest'anno orrendo sono morte più di 700.000 persone, un dato raggiunto solo sotto le bombe del 1943 e del 1944. Eravamo di meno allora, ma il dato di quest'anno è molto alto, per effetto di quel Covid del quale molti negavano la letalità.
I numeri ci dicono poi una cosa che ci dovrebbe far sobbalzare: continua a diminuire la popolazione: al 1° gennaio 2020 i residenti ammontano a 60 milioni 317 mila,116 mila in meno su base annua. Aumenta il divario tra nascite e decessi: per 100 persone decedute arrivano soltanto 67 bambini (dieci anni fa erano 96). E l'immigrazione che si va riducendo, quest'anno 40.000 domande contro le 100.000 dell'anno scorso, non salda questo divario.
Il Paese invecchia e l'indice di natalità scende al livello più basso mai raggiunto. Si arriverà nel 2020 attorno ai 400 mila neonati, nel 1964 ne veniva al mondo più di un milione. Quale futuro ha un Paese con questi numeri? Come terrà il sistema pensionistico o il welfare complessivo se si ridurrà la popolazione attiva e crescerà, come per fortuna accade, la longevità della popolazione?
Scuole vuote e Rsa piene. Può essere questo un Paese moderno? Non sono dati che dovrebbero far temere la politica per la tenuta del sistema democratico? Spostiamoci su un piano che sembra diverso ma non lo è. Non lo è affatto. Nel nostro Paese la discussione sull'assetto politico istituzionale è stata sganciata colpevolmente dalla vita reale delle persone. Come se fosse un affare che riguardasse esclusivamente i professionisti della politica e non, come invece è, la qualità della vita dei cittadini e lo stato della nazione. Anche qui dei numeri. Dal 1971 a oggi in Gran Bretagna ci sono stati 10 premier, in Germania cinque cancellieri, in Spagna, nel dopo franchismo, sette primi ministri. In Italia sono stati ventidue diversi. Più di 110 parlamentari hanno cambiato gruppo di appartenenza. Nessun governo nella storia repubblicana è mai durato per un'intera legislatura. La durata media di un gabinetto è poco più di un anno. E questo, fino al 1994, è accaduto senza mai avere alternanza al governo, prassi poi sperimentata grazie al sistema elettorale che prese il nome dall'attuale presidente della Repubblica.
La stabilità e l'alternanza sono la democrazia. La stabilità è il prodotto di leggi e di sistemi parlamentari che, a partire dai regolamenti, difendano le prerogative di governo dell'esecutivo e quelle di controllo dell'assemblea. E dal fatto che a scegliere i governi sia, sulla base di un programma e di una leadership, il corpo elettorale. Gli ultimi sei governi italiani sono stati, legittimamente, formati in Parlamento ma sono stati scelti dai gruppi dirigenti dei partiti, non dai cittadini che, recentemente, si sono trovati in poco tempo a guidare il Paese due coalizioni di orientamento opposto composte da partiti che fino al giorno prima, per non parlare delle elezioni, si erano reciprocamente coperti di contumelie. In questo contesto sembra, quasi un paradosso, essere maturata la convinzione della necessità di una legge elettorale proporzionale della quale peraltro, a sei mesi dal referendum, non si vede il segno. Come per tutto il resto delle riforme annunciate se avesse vinto il "Sì". Il proporzionale, senza cancellierato e con sbarramenti bassi, è fonte certa di instabilità perché sposta sul tornaconto di partito e sulla faticosa alchimia necessaria per garantire la sostenibilità di una maggioranza, tutto il peso degli equilibri del sistema.
Luciano Fontana, direttore di questo giornale, Paolo Mieli, Angelo Panebianco nei giorni scorsi hanno invitato a ragionare sulla necessità di strumenti elettorali che ci consentano invece, finalmente, di avere governi stabili, magari di legislatura. Solo una politica forte di una investitura popolare e certa di governare per cinque anni in attuazione del programma scelto dagli elettori sarà spinta infatti ad avere il coraggio di sfidare i conservatorismi e fare le riforme che servono all'Italia.
Lo vediamo in questi giorni - immersi nell'emergenza della pandemia e alle prese con il Recovery fund, la più grande sfida immaginabile per la ripresa del Paese - la politica discute invece affannosamente, tra ultimatum e rinvii, della sopravvivenza di un governo che trascorre ore tra vertici e riunioni di capo delegazioni. Il Paese è imprigionato da una maglia d'acciaio che ne impedisce l'innovazione. Si chiama instabilità, si chiama trasformazione del governo in fine e non in mezzo. E sempre questo è giustificato, per ambedue gli schieramenti, dal pericolo mortale dell'arrivo degli "altri". Il che costituisce così un'amputazione profonda della normale dialettica dell'alternanza che è anima della democrazia.
La stabilità e l'alternanza sono legati. C'è da sperare in un Paese in cui i due schieramenti si rispettino e collaborino alla scrittura delle regole in un clima di convivenza civile, della quale i cittadini spossati sentono il bisogno. Per poi combattersi, magari con nettezza di differenze, sui programmi e sui valori. Un confronto alto, senza delegittimazioni reciproche, con l'ambizione di governi che nascano non solo per impedire che l'altro governi ma per realizzare le riforme, la modernizzazione, la giustizia sociale che costituisce lo scopo precipuo della stessa esistenza dei partiti politici.
C'è un terzo numero, infine, che bisogna tenere sempre d'occhio. Il calo spaventoso del Pil che stiamo vivendo e le sue conseguenze sociali, in primo luogo sul lavoro e sulla sua qualità e quantità. La decrescita non è felice, lo sa chi sta vivendo la perdita della dignità del lavoro e dell'intraprendere. Una manciata di numeri. Che sono materia utilissima per la coscienza, il dubbio, la ricerca del nuovo. Il maestro Franco Lorenzoni, parlando di Emma Castelnuovo - grande docente e grande matematica - ha scritto: "Nel tempo del confinamento educhiamoci a sconfinare". Educhiamoci, cioè, a immaginare ciò a cui purtroppo non siamo abituati.
di Paolo Giordano
Corriere della Sera, 31 dicembre 2020
Il sollievo grazie al vaccino è la narrazione di questa fase. Ma così si rischia di ripercorrere gli errori già fatti. Certe ricorrenze sono scritte nel nostro metabolismo. Che sia salutato da grandi festeggiamenti o attraversato con sobrietà, il passaggio di anno solare porta con sé la nozione di svolta. Al termine di un anno come questo, la suggestione della "pagina voltata" è più forte che mai. Abbiamo subìto e detestato il 2020 e riponiamo ogni fantasia di rinnovamento nel 2021.
Dopo la paura, il sollievo. Dopo i limiti, la liberazione. Dopo l'anno della pandemia, l'anno dell'immunità. D'altra parte, la narrazione imposta dalle istituzioni e dai media a partire da novembre - all'incirca dal giorno in cui Pfizer ha annunciato i risultati confortanti sulla fase tre - ci spinge proprio in questa direzione. Il cambio di passo nella comunicazione è stato così eclatante da somigliare a una strategia di marketing decisa attorno a un tavolo: ora basta, da adesso speranza. In alto i cuori, perché siamo all'inizio della fine, ormai è questione di poco, da qui in avanti si rimane in attesa dell'arrivo messianico del vaccino. La campagna di vaccinazione inizierà nel più breve tempo possibile e si svolgerà con la massima efficienza, perché abbiamo stabilito che sarà così.
Strategia di metafore - Poco importa che pressoché nulla fino a qui sia stato fatto in tempo utile o con la massima efficienza. Poco importa, per esempio, che non abbiamo ottimizzato neppure il sistema dei tamponi, a differenza di altri Paesi europei, e che in certe regioni si debbano pagare cifre insensate anche solo per sottoporsi a un test rapido privatamente, come se la prevenzione fosse la nuova frontiera del lusso. Tutto quello che è stato detto, proposto, messo a punto oppure no, ma comunque instancabilmente dibattuto, non ha più valore. Tanto arriva il vaccino. Perciò ecco il #VaccineDay, ecco la liturgia della prima infermiera a ricevere l'iniezione, ecco il camion che lascia lo stabilimento Pfizer di Puurs proprio alla vigilia di Natale, eccolo che oltrepassa la frontiera e scortato arriva alla capitale. Ecco i rendering dei padiglioni nelle piazze e la profusione di brutte metafore sfinite, la "fine del tunnel" e gli "spiragli di luce", "l'alba dopo la lunga notte" e l'Italia che "rinasce con un fiore".
La variabile che non accogliamo - L'enfasi degli ultimi giorni è il proseguimento coerente della similitudine bellica così in voga in primavera. Quello era il momento dei visi cupi, dei "medici al fronte" e della "guerra contro il virus". Questa è la parte in cui arrivano i nostri, la cavalcata delle forze di liberazione che giungono in soccorso. Il verbo "rinascere", in particolare, è una scelta curiosa per lo slogan della campagna. "Rinasceremo" come se adesso fossimo morti, come se avessimo trascorso l'ultimo anno da moribondi. È l'ennesimo segnale di ciò che abbiamo fallito dal principio: accogliere una variabile nuova e ingombrante nelle nostre esistenze, rispettandola, ma riuscendo anche a percepire la continuità con le nostre abitudini di prima e con quelle che immaginiamo per dopo. Non vedere il virus soltanto come un problema in sé e per sé, ma riconnettere la sua presenza agli altri innumerevoli problemi che ci trasciniamo dietro.
È vero, con il passare dei mesi abbiamo adattato molti comportamenti al nuovo contesto, ma il nostro modo di relazionarci alla pandemia è rimasto, nella sua essenza, bipolare: allarme o nulla, chiuso o aperto, condanna o salvezza. Morte o rinascita. Ora la svolta in chiave provvidenziale della comunicazione pubblica, unita al simbolismo del passaggio di anno rischiano di metterci di nuovo in pericolo, rafforzando l'impressione che ormai sia passata.
Ma la pandemia non rispetta il calendario gregoriano. E comunque vada con il vaccino, per quanto rapidi ed efficienti (e disposti a vaccinarci) ci dimostriamo, il nostro futuro prossimo non sarà univoco, come subliminalmente ci viene suggerito. Il 2021 non assomiglierà a un passo da dentro a fuori la linea d'ombra. Molto più realisticamente si presenterà come una sovrapposizione di condizioni, alcune congiunturali, altre in contrasto. Sarà un "nel frattempo" prolungato, che dovremo gestire. Perché nel frattempo la curva si abbassa, ma lo fa lentamente come sempre. E non è affatto detto che queste feste, che da dentro ci appaiono così misere e limitate, non determinino un'altra inversione di tendenza.
Le norme sono state introdotte tardivamente e questa volta sono più complicate del solito. La loro complicazione permette un margine di elusione piuttosto ampio. Gli aggiramenti, i piccoli stratagemmi, comprensibili dalla prospettiva del singolo, quasi innocenti, hanno un effetto potenziale molto diverso su larga scala. Una miriade di eventi di microdiffusione che potrebbero sommarsi, come è già avvenuto negli Stati Uniti con il Thanksgiving nonostante le raccomandazioni istituzionali. Ma il Thanksgiving, dura tre giorni ed è stato responsabile di un sussulto della curva, noi attraversiamo una quindicina di giorni delicati in fila, giorni fatti di saluti, di auguri e brevi incontri, due a due, quattro a quattro, sei a sei; giorni in cui ci stiamo inventando, ognuno per sé, una soluzione pandemica accettabile.
Il tracciamento fallito - Nel frattempo c'è l'immancabile ritardo nel disegnare con chiarezza ciò che sarà dal 7 gennaio in avanti. Il quadro proposto, con le scuole di nuovo massicciamente in presenza, potrebbe rivelarsi in contraddizione con l'andamento dei contagi. Dopo le feste, e con in circolo una variante più rapidamente diffusiva (che a livello epidemiologico può essere perfino peggio di una variante più letale), rischiamo di aprire ancora una volta in fase di espansione.
Ma se a settembre l'incremento giornaliero dei positivi era sull'ordine del migliaio, adesso è ancora vicino ai diecimila. Cosa è cambiato da allora, a parte il fatto che fa molto più freddo e in molte regioni è impensabile fare lezione con le finestre spalancate? Cosa è cambiato, a parte la concomitanza attesa con le altre infezioni respiratorie e con l'influenza a complicare il tutto?
Ciò che è davvero cambiato è che è stata abbandonata ogni strategia seria di mitigazione, che non sia quella delle chiusure alternate. Parlare di testing e tracciamento suona ormai obsoleto. Le "t" hanno funzionato per il marketing di aprile, adesso c'è la narrazione più seducente del vaccino. Ma se qualcuno pensa che la fantasia di gestire il contagio fosse sbagliata dal principio, perché "il virus è troppo veloce" o perché "ci sono troppi asintomatici per tracciare", be', si può proporre un modo diverso di vederla: non siamo stati in grado.
Non siamo stati in grado - Si potevano fare molte cose, e meglio: screening, pianificazione più accurata, implementazione della tecnologia, rafforzamento delle infrastrutture di monitoraggio. Capire i tempi e rispettarli. Ma non vale più la pena di accanirsi su questo. Suona vecchio, suona troppo 2020. Appena abbiamo intravisto lo "spiraglio di luce" abbiamo rinunciato.
Avanti con il distanziamento quindi, solo con quello e con le sue conseguenze sociali ed economiche, fino a quando saremo tutti immuni. Immuni, già. Nel frattempo, però, resta da misurare la disponibilità reale all'idea di vaccinazione del popolo italiano. Per anni la diffidenza nei vaccini è aumentata nel nostro paese, come un'epidemia prima dell'epidemia. Il clima antivaccinale è stato assecondato più o meno apertamente da certe forze politiche, ormai è endemico, soprattutto in determinate comunità, e sta per presentarci un conto severo.
Le uscite improvvide degli ultimi giorni da parte di certi personaggi di spicco (di spicco per motivi che non hanno nulla a che fare con la competenza medica) sono solo i primi segnali di qualcosa che nel 2021 scopriremo, con finto stupore, molto più comune di quanto vogliamo credere. Nel frattempo, mentre i camion dei vaccini sfrecciano per l'Europa, il virus è arrivato nel luogo più remoto di tutti, il più facile da proteggere almeno in linea di principio: una base scientifica in Antartide. Anche questa è una metafora su cui vale la pena di riflettere.
Comunque vivere - Nel frattempo, mentre attendiamo il nostro turno per l'immunità, dovremmo sforzarci di non spingere sempre più lontano da noi l'ipotesi di questa malattia. E provare, invece, a fare nostre le parole difficili di Susan Sontag, quando ci ricorda che "la malattia è il lato notturno della vita, una cittadinanza più gravosa", che "ogni nuovo nato detiene una duplice cittadinanza, nel regno dei sani e nel regno degli infermi. E per quanto preferiremmo tutti servirci soltanto del passaporto migliore, prima o poi ciascuno di noi è costretto, almeno per un certo tempo, a riconoscersi cittadino di quell'altro luogo". Nel frattempo, ricordiamoci che questo vivere non è e non è stato un essere morti né comatosi, se non per i troppi che sono morti davvero. Per noi altri è vivere un po' meno magari, un po' più faticosamente, ma è comunque vivere.
di Giulia Ferri
L'Espresso, 31 dicembre 2020
Pubblicato il rapporto di Reporters Sans Frontieres: la diffusione del virus ha avuto un ruolo determinante nell'aumento delle detenzioni. Il triste primato spetta alla Cina, seguito dal Medio Oriente. Le donne in carcere sono più del 35% rispetto allo scorso anno.
Detenuta dallo scorso maggio per aver "diffuso false informazioni" sul virus, Zhang Zhan il 29 dicembre è stata condannata a quattro anni di carcere per aver "alimentato tensioni e provocato problemi". L'ex avvocato e blogger cinese è stata ritenuta colpevole da un tribunale di Shangai per aver raccontato le prime fasi della pandemia, e criticato la sua gestione, nella città di Wuhan quando tutto iniziò, quasi un anno fa. La libertà di stampa e d'informazione sembra essere messa sempre più nel dimenticatoio in Cina, ma non solo: quello della giornalista asiatica è un destino condiviso con almeno altri 387 giornalisti in tutto il mondo secondo l'organizzazione francese Reporters Sans Frontieres (RSF).
"Quasi 400 giornalisti trascorreranno le vacanze dietro le sbarre, lontano dalle proprie famiglie e in condizioni di detenzione che a volte mettono in pericolo la loro vita", scrive Christophe Deloire, segretario generale di RSF. I numeri diffusi nel rapporto annuale 2020 dell'associazione per la libertà di stampa, pubblicato a dicembre, confermano un trend in aumento dal 2015, con un incremento di giornalisti detenuti del 17 percento in cinque anni. Il triste primato, secondo RSF, lo detiene proprio la Cina, con 117 giornalisti attualmente in stato di detenzione. Quasi la metà sono uiguri.
Si trovano in carcere o in campi di internamento come conseguenza della più ampia repressione in atto nella regione dello Xinjang contro la minoranza musulmana, come Qurban Mamut, l'ex direttore responsabile del Xinjiang Cultural Journalera scomparso nel novembre 2017.
Almeno una decina di giornalisti hanno subito arresti nel corso del 2020 invece per aver diffuso informazioni sulla pandemia e la sua gestione non gradite o non in linea con la narrativa di Bejing. Oltre alla 37enne Zhan, anche Chen Qiushi, Fang Bin e Li Zehua, sono detenuti dalle autorità dall'inizio dell'anno per aver coperto gli eventi di Wuhan, così come la giornalista economica di cittadinanza australiana Cheng Lei, arrestata il 14 agosto a Pechino e accusata di attività criminali che avrebbero messo a rischio la sicurezza nazionale cinese, per aver mosso critiche al governo.
Nel 2020 un ruolo notevole nel determinare un così alto numero di detenzioni lo ha avuto il Covid-19. Secondo il rapporto il numero di arresti si è quadruplicato tra i mesi di marzo e maggio 2020, all'inizio della diffusione del virus nel mondo. In Asia si è registrato il più alto numero di giornalisti privati della libertà per aver trattato argomenti legati al Covid-19, ben 65 su 135.
La pandemia però si è trasformata in un'occasione per reprimere ogni forma di libera informazione e dissenso interno anche in altre aree del mondo, come in Medio Oriente. Attualmente sono quasi 80 i giornalisti detenuti tra Arabia Saudita, Siria e Iran. Nella Repubblica Islamica quest'anno sono stati arrestati almeno una decina di reporter e due di loro si trovano ancora in carcere per aver raccontato la realtà della situazione sanitaria nel Paese. In più la liberazione della giornalista e attivista Narges Mohammadi dopo quattro anni di detenzione è stata negativamente controbilanciata dall'esecuzione di Ruhollam Zam, cronista arrestato nel 2019 in Iraq per aver riportato le critiche rivolte ai funzionari iraniani e aver coperto le proteste del 2017. Trasferito in Iran, è stato condannato a morte con una decina di capi d'accusa, tra cui spionaggio e notizie false diffuse all'estero e giustiziato il 12 dicembre. Il primo dopo 30 anni.
Anche l'Egitto ha sfruttato la situazione per accentuare ancor più il controllo sui mezzi d'informazione e silenziare le fonti non governative. Le autorità egiziane con il diffondersi del virus hanno intensificato la loro ondata di arresti e rinnovi a tempo indeterminato di custodie cautelari, portando il numero di giornalisti incarcerati a 30 secondo i dati del rapporto. Almeno tre sono stati arrestati per aver criticato la gestione degli ospedali e aver denunciato la mancanza di medici e infermieri. Il ministero dell'Interno ha vietato a familiari e avvocati di visitare le carceri dall'inizio di marzo a metà agosto. E il virus è stato fatale per il reporter 65enne Mohamed Monir, morto a luglio scorso per aver contratto il virus nel carcere di Tora, lo stesso in cui è detenuto Patris Zaki, dove si trovava per aver assunto "posizioni antireligiose" durante un talk show su Al Jazeera.
Oltre che dal covid, l'alto numero di reporter imprigionati nel 2020 è stato influenzato dalle proteste in Bielorussia e dal riaccendersi del conflitto in Etiopia. Nel Paese europeo le proteste esplose nel mese di agosto, dopo che il presidente Aleksandr Lukashenko ha rivendicato la vittoria per il sesto mandato in un'elezione considerata da molte parti truccata, hanno portato una serie di arresti tra la popolazione e giornalisti nazionali e internazionali. Secondo il bilancio di RSF dopo il 9 agosto più di 350 addetti all'informazione, tra cui il freelance italiano Claudio Locatelli, sarebbero stati arrestati e poi rilasciati dopo il 9 agosto, mentre 23 di loro sarebbero stati sottoposti a trattamenti disumani e degradanti, tra cui pestaggi arbitrari, spogliarelli umilianti, privazioni di cibo e cure.
In Etiopia invece il riaccendersi degli scontri, sfociati poi in un conflitto armato tra l'esercito del governo centrale di Abiy Ahmed Ali e i militari indipendentisti del Tigray del Tplf hanno portato all'arresto di sei reporter in sei giorni nel solo mese di novembre. E le detenzioni proseguono: il 24 dicembre ad Addis Abeba è stato arrestato anche un cameramen della Reuters, Kumerra Gemechu, senza formulare accuse. Un ultimo dato rende ancor peggiore il quadro. Il rapporto denuncia un aumento del 35% di giornaliste detenute rispetto allo scorso anno: sono 42, tra cui la vietnamita Pham Doan Trang, vincitrice del premio RSF per la libertà di stampa 2019. "Queste cifre confermano l'impatto della crisi sanitaria sulla professione e il fatto inaccettabile che alcuni dei nostri colleghi paghino con la loro libertà, la ricerca della verità" scrive il segretario Deloire, che aggiunge come i dati confermano "che le giornaliste donne, sempre più numerose nella professione, non sono risparmiate dalla repressione".
di Pino Dragoni
Il Manifesto, 31 dicembre 2020
La procura egiziana risponde alla chiusura delle indagini. E ripropone l'idea della "spia". La Procura generale egiziana risponde, dopo 20 giorni esatti, alla chiusura delle indagini in Italia sul rapimento, le torture e l'uccisione di Giulio Regeni. E lo fa con un lungo comunicato nel quale respinge in toto le accuse di Roma contro i quattro ufficiali della National Security indagati, rilancia la pista della banda criminale, e afferma che i responsabili del delitto restano ignoti.
"Non ci sono basi per istruire un procedimento penale", dichiara, quindi le indagini "per individuare i colpevoli" devono continuare. L'ennesimo schiaffo, nel giorno in cui la fregata italiana Schergat, partita in sordina il giorno di Natale, approda sulle coste dell'acquirente egiziano. Nella nota, riportata da numerosi organi di stampa egiziani statali e privati, il procuratore sostiene di aver ricostruito gli "eventi" verificatisi dal momento della scomparsa di Regeni fino al ritrovamento del corpo martoriato del ricercatore 28enne, senza però meglio specificare.
Il comunicato si dilunga invece non poco su altri "dettagli della sua permanenza in Egitto", raccolti attraverso "5 anni di indagini" e "120 testimonianze": le amicizie, le persone contattate per la sua ricerca, persino presunti viaggi in Turchia e Israele fatti durante quel periodo. La nota specifica inoltre che nelle conversazioni con i venditori ambulanti e i sindacalisti oggetto della sua ricerca Giulio parlava di politica e del regime egiziano e diceva che lo status quo poteva essere cambiato. Ma se da un lato propone di nuovo il ritratto di una spia e di un agitatore, la procura ammette che il ricercatore di Fiumicello era stato messo sotto sorveglianza dalla National Security per le sue "azioni sospette", ma che poi dalle informazioni raccolte era risultato "non pericoloso".
E qui la ricostruzione si fa caotica e contraddittoria. Giulio sarebbe stato prima derubato e ferito da una banda criminale (i cinque presunti ladri trucidati da innocenti nel marzo 2016) e poi a causa del suo "comportamento insolito" sarebbe caduto vittima di una "persona sconosciuta", che approfittando delle misure di sicurezza messe in atto quel 25 gennaio avrebbe sequestrato, torturato e ucciso Giulio Regeni. Il movente? Secondo la procura, implicare i servizi di sicurezza egiziani e rovinare i rapporti tra Italia ed Egitto, che proprio quel 25 gennaio 2016 venivano benedetti dalla visita di una nutrita delegazione commerciale italiana al Cairo.
Ma c'è di più. Oltre a riproporre il complotto internazionale e tentativi di insabbiamento già ampiamente smontati, nel comunicato la Procura egiziana getta ombre praticamente su tutti, persino sui genitori di Regeni, "colpevoli" di aver sottratto dalla casa del ricercatore il computer portatile di Giulio. La nota va giù duro anche contro i magistrati italiani, accusati di aver costruito un caso "non supportato da prove", "frutto di deduzioni errate, contrarie alla logica e agli standard internazionali per le inchieste penali".
Infine, in un vero e proprio rovesciamento dei fatti, punta il dito contro la Procura di Roma per non aver risposto alle richieste di collaborazione del Cairo, facendo dunque mancare elementi utili all'indagine egiziana. Critiche simili vanno anche alle autorità britanniche, accusate di non aver consegnato le testimonianze delle tutor di Regeni.
Immediate le reazioni dall'Italia. Erasmo Palazzotto, presidente della commissione di inchiesta parlamentare sulla morte di Regeni, con una nota accusa: "Le autorità egiziane ammettono dopo 5 anni, e dopo che lo ha dimostrato la Procura di Roma, che pedinavano Giulio Regeni". A tarda serata arriva la nota della Farnesina: "Inaccettabili" le parole della procura. In precedenza si era espresso anche il presidente della Camera Roberto Fico: "L'ennesima provocazione di un paese che non vuole collaborare".











