Il Tirreno, 28 dicembre 2020
"In un luogo come questo, in cui si accoglie un'umanità ferita accompagnandola verso percorsi di reinserimento sociale, si può sperimentare il senso di questo Natale diverso ma forse più vero". Per celebrare il Natale il direttore della Caritas di Pisa don Emanuele Morelli ha scelto "Misericordia tua", la casa d'accoglienza della diocesi a Sant'Andrea a Lama a Calci che da due anni ospita carcerati ammessi alle misure alternative ed ex detenuti. Sette quelli accolti dall'inaugurazione a oggi, quattro quelli presenti ora.
Nella chiesa di Sant'Andrea Apostolo (la più antica di Calci e attigua alla canonica che ospita la casa d'accoglienza) il 25 dicembre erano presenti anche alcuni componenti della "squadra" di "Misericordia tua": dallo psicologo Lorenzo Lemmi al custode Luciano Zorzi, ad alcuni dei volontari che svolgono servizio nella struttura e ad un gruppo di credenti dei dintorni che hanno celebrato il Natale con i "vicini di casa" e a Vittorio Cerri, per 19 anni direttore del "Don Bosco" di Pisa e ora responsabile di "Misericordia tua": "La nostra comunità vive in questo luogo da due anni e ce la stiamo mettendo tutta per "fondare la casa sulla roccia" - ha detto.
Una roccia spirituale innanzitutto, perché come diceva sempre don Bosco, citando il salmo 126: "Se il Signore non fonda la casa, invano i costruttori si adoperano...". Per questo ringraziamo l'arcivescovo che ci mostra la sua vicinanza ed il frutto della sua preghiera, i sacerdoti dell'arcidiocesi, la Caritas e la cappellania del carcere.
Ma anche una roccia sociale, perché il nostro sviluppo è dovuto alla bella e proficua sinergia con la Magistratura di sorveglianza con l'Ufficio di esecuzione penale esterna di Pisa, la direzione generale di Firenze, il carcere di Pisa e gli "angeli" locali della legge: i carabinieri di Calci. Auguri dunque agli abitanti di Sant'Andrea e infine un abbraccio ai nostri operatori e volontari: il vicedirettore, il ragioniere, il brigadiere della polizia penitenziaria, il cappellano, la suora, Daniela e Maria Chiara di Controluce e soprattutto Luciano, il prezioso custode, Paolo, Matteo e Alessio".
di Massimiliano Nerozzi
Corriere Torino, 28 dicembre 2020
L'ordine e la Camera penale dopo l'allarme del Pg Saluzzo "Tanti problemi che già c'erano, si investa su uomini e mezzi". La pandemia - ragiona il presidente della Camera penale, l'avvocato Alberto De Sanctis - "non può essere l'alibi per giustificare la disfunzione del sistema giudiziario piemontese per i prossimi cinque anni". Una prospettiva, pericolosamente realistica, adombrata ieri sul Corriere dal Procuratore generale Francesco Saluzzo, e che agita pure l'ordine degli avvocati: "Che non può che esprimere viva preoccupazione a proposito della previsione, sul peso dell'arretrato ulteriormente maturato durante il periodo Covid e sugli anni necessari, 4 o 5, per il suo smaltimento". È il tempo di reagire, per De Sanctis: "Paradossalmente, deve essere un'occasione per risolvere i problemi che già esistevano". Alla André Gide: non ci sono guai, ma soltanto soluzioni.
Il consiglio dell'ordine, presieduto dall'avvocato Simona Grabbi, coglie l'occasione per ricordare l'esigenza di investire, sulla Giustizia: l'impressione dei legali è che "la pandemia abbia messo in luce le fragilità di un sistema giudiziario che deve essere aiutato investendo risorse in uomini, donne e mezzi, e non intervenendo esclusivamente sull'abolizione della prescrizione, ponendo la parola mai alla fine del processo penale e comprimendo così una garanzia fondamentale del cittadino".
Di certo, tutti si sono impegnati, in questi mesi: "Si conosce il lavoro immane fatto collaborando con i capi degli Uffici giudiziari, da marzo in avanti, per cercare di far ripartire con i diversi protocolli il lavoro processuale civile e penale - spiega il Consiglio - e da settembre in poi per non farlo fermare, nonostante le diverse difficoltà anche logistiche: il blocco delle maxi aule, e il timore degli assembramenti".
Altro resta da fare: "Il Consiglio ha anche proposto ingressi degli avvocati facilitati dall'uso dei badge con appositi lettori proprio per evitare code e attende risposta". Propone correttivi anche la Camera penale: "In primo luogo - aggiunge De Sanctis - bisogna incidere sull'organizzazione, coniugando qualità e quantità. Non ci si può rassegnare a un futuro di arretrato. E l'indipendenza del magistrato non è incompatibile con un'organizzazione più vicina a criteri aziendalistici".
Altri passi: "La digitalizzazione nell'accesso agli atti processuali rischia di creare forme inedite di burocrazia informatica ma, se ben utilizzata, può dare efficienza al sistema, senza ridurre i diritti". Attenzione petribunali". rò alle carte di cui s'è riempita l'emergenza: "Bisogna tornare al primato della Legge nel disciplinare il processo penale - dice De Sanctis - ed evitare l'abuso di protocolli che creano sperequazioni territoriali, confusione e inutile burocrazia".
Morale: "I protocolli dovrebbero essere solo quelli "interni", per migliorare il sistema organizzativo dei Occhio anche, avvertono i penalisti, ai processi modello web: "Si deve uscire dalla fase emergenziale che ha creato pericolose suggestioni apparentemente "smart" e "cool", che celano invece la neutralizzazione del contraddittorio: processi da remoto con il difensore lontano dall'aula e camere di consiglio non partecipate (nemmeno dai giudici)".
Altro tema sollevato da Saluzzo, quello attorno all'articolo 112 della Costituzione: "Ben venga un esercizio molto ponderato dell'azione penale (anche solo perché il processo è di per sé una sanzione) - commenta il consiglio dell'ordine - salvaguardando comunque anche nei fatti il principio fondamentale della sua obbligatorietà, garanzia di uguaglianza del cittadino di fronte alla legge".
Chiusura, sul ruolo del legale: "I numeri delle assoluzioni non dipendono soltanto da un esercizio dell'azione talvolta superficiale da parte della Procura o dal ricorso a istituti deflativi, ma anche dal fattivo contributo alla dimostrazione dei fatti e della innocenza dell'imputato da parte dell'avvocato".
Sull'articolo 112 interviene pure l'avvocato Mauro Anetrini, indicato da Stampa come possibile successore di Bonafede: con l'idea di "un intervento correttivo che, sotto il controllo della legge e con criteri prestabiliti e uniformi, consenta, ove necessario, una gradazione di priorità. Soluzione prospettata nella Bicamerale presieduta da Bozzi. Riforma semplice, che non esporrebbe il magistrato a rischi di azione disciplinare e agevolerebbe la realizzazione degli scopi che la Giustizia persegue".
di Elisabetta Pierazzi
giustiziainsieme.it, 28 dicembre 2020
Intervista ai neuropsichiatri infantili Lino Nobili e Sara Uccella. Quali sono gli effetti e breve e lungo termine del lockdown sulla costruzione dell'identità, e dell'identità sociale, dei ragazzi? Quanto e come i social media possono aiutare, e quali sono le strade da evitare? Come dovrà cambiare la scuola quando si tornerà, appena possibile, alla normalità? Dieci risposte di due importanti neuropsichiatri infantili per orientarci nel groviglio di domande, preoccupazioni e incertezze sugli effetti della forzata limitazione dei contatti sociali dovuta alla pandemia.
I possibili rischi per i bambini e gli adolescenti, i segnali da tenere sotto controllo, le migliori strategie personali e familiari e le priorità da seguire come collettività per fare i conti con le conseguenze di quell'incredibile esperimento sociale che, tra le altre cose, è stato il lockdown.
1. Nel giugno scorso il Dipartimento di Neuropsichiatria infantile dell'Ospedale Gaslini di Genova da lei diretto, professor Nobili, ha svolto una ampia indagine sull'impatto psicologico e emotivo del lockdown sulle famiglie italiane. Cosa è emerso, quali sono stati e con quale incidenza i disturbi o comunque le conseguenze a breve termine del lockdown e della pandemia in generale per i bambini e gli adolescenti? E ci sono state differenze tra le varie fasce d'età?
L'indagine in realtà, pur essendo stata pubblicata sul sito del Ministero a giugno, è nata agli esordi del confinamento in Italia. Quando l'abbiamo lanciata nel web, il primo intento era cercare di capire che effetto stessero avendo la pandemia ed il confinamento, dettato dalle misure di contenimento del contagio, sulle famiglie. In particolare volevamo vedere se c'erano differenze tra famiglie con o senza minori in casa.
All'indagine hanno risposto in quasi settemila partecipanti adulti, chi con figli chi senza. Nella maggioranza della popolazione (più del 95%) sono stati dichiarati cambiamenti comportamentali, vale a dire maggiore difficoltà a concentrarsi, disturbi del sonno (come risvegli notturni, incubi, difficoltà ad addormentarsi), cambiamenti d'umore, esacerbazioni di malattie croniche o sensazioni corporee inspiegate (che afferiscono all'area delle reazioni che il corpo ha nei confronti di un evento stressante o traumatico). Nella popolazione dei genitori di bambini e ragazzi al di sotto dei 18 anni lo stress è stato in media maggiore, con picchi più elevati nella fascia dei genitori con figli in età prescolare (al di sotto dei 6 anni). Nelle risposte dei genitori poi, i cambiamenti comportamentali nei figli sono stati riportati da più della metà dei figli, con circa il 64% dei figli al di sotto dei sei anni e circa il 72% nei figli nella fascia di età 6-18. Per i più piccoli, i sintomi maggiormente osservati sono stati maggiore irritabilità, difficoltà ad andare a dormire da soli e risvegli notturni. Per la fascia 6-18 invece più frequentemente si sono osservate sensazioni corporee come sensazione di fame d'aria e disturbi del sonno a tipo "ritardo di fase" ovvero difficoltà ad addormentarsi e a svegliarsi la mattina. Il disagio dei figli correlava con il disagio dei genitori (che era maggiore se in casa erano presenti anche persone con più di 65 anni o se il genitore riferiva fragilità psicologiche pregresse).
2. Quali prevedete possano essere le conseguenze a medio e lungo termine?
È difficile prevedere le reali conseguenze a lungo temine di questo momento storico. Attualmente ci rendiamo conto, anche nella nostra attività clinica, che questa situazione di isolamento sociale e di paura ha esacerbato (soprattutto nelle famiglie meno fortunate da un punto di vista socioeconomico, dove gravano disagi psichici noti o misconosciuti, o pregresse problematiche relazionali interne) disturbi psicologici e comportamentali anche severi.
3. Quali "strategie di sopravvivenza" domestica si sono rivelate migliori durante il periodo del lockdown? Quali gli elementi di rischio e quali quelli di forza all'interno delle famiglie?
La World Health Organization[1] e l'Unicef[2] (per i bambini) avevano stilato a inizio della pandemia dei suggerimenti per affrontare il confinamento forzato. Sicuramente cercare di stare assieme bene in famiglia, impiegando del tempo per intrattenersi, provando a distogliere l'attenzione da notizie sul virus è la prima cosa da fare. Cercare di scandire i ritmi della giornata, fare esercizio fisico regolarmente, mangiare sano e trovare delle abitudini regolari (anche nell'andare a dormire) sono le regole d'oro per la "sopravvivenza domestica". Questo, è stato anche quanto emerso dalla nostra indagine, dove chi ha avuto meno tempo per mettere in atto queste strategie, sono stati proprio i genitori dei bambini più piccoli, che hanno dovuto lavorare, gestire i bimbi a casa ed occuparsi dei nonni (categorie a rischio), nello stesso tempo.
4. Pochi mesi dopo la vostra indagine, a novembre, uno studio pubblicato sulla rivista Psychiatry Advisor[3] ha evidenziato che i bambini e gli adolescenti che svolgono più ore di attività nella "vita reale" sono più soddisfatti della propria vita, più ottimisti e in sostanza più felici, mentre quelli che trascorrono più tempo davanti agli schermi hanno livelli superiori di ansia e depressione. Avete rilevato anche voi questa correlazione, anche nel periodo precedente la pandemia?
Abbiamo letto l'articolo non appena uscito, davvero interessante. Dice tante cose che sarebbero dovute essere ribadite anche prima e dovrebbero esserlo ancora di più ora.
Sicuramente, come già hanno mostrato anche studi su animali, l'attività fisica e ludica, svolta insieme ai propri pari, è in grado di far produrre "neurotrasmettitori" benefici per la nostra salute psico-fisica, in modo nettamente maggiore che se eseguita in solitudine.
Il nostro studio non prendeva strettamente in considerazione questi aspetti, anche se fondamentali, perché abbiamo cercato di avere informazioni a largo raggio su adulti e loro figli e non volevamo che il questionario durasse troppo tempo. Sicuramente il confinamento ha messo un freno a mano forzato a quelle attività della "vita reale" che colorano l'esistenza umana e fanno crescere, oltre a rendere più felice. Ci sarà da lavorare in questo senso (nel favorire gli incontri, quelli in carne ed ossa), cercando di rispettare comunque le norme di prevenzione pubblica di contenimento dei contagi.
5. In questo periodo quanto e come la socialità a distanza ha saputo supplire alla assenza della socializzazione in presenza? Ci sono differenze nell'utilizzo dei social da parte dei ragazzi rispetto a prima della pandemia?
Sicuramente le videochiamate via Zoom e Skype, gli eventi in streaming su piattaforma digitale (Facebook, Instragram, Youtube...) possono aver dato un certo grado di beneficio, che è stato osservato anche nel nostro studio. Dall'altro lato, un utilizzo improprio dei socials per restare iperconnessi ha dato l'effetto contrario, anche nel nostro campione (per quanto riguarda i ragazzi e adolescenti tra i 6 ed i 18 anni di cui i genitori hanno descritto i cambiamenti comportamentali nella nostra intervista). Questo è un po' quello che sta raccontando anche la letteratura di questi mesi: se da una parte potersi connettere agli altri dà un senso di appartenenza, dall'altro può anche generare alienazione; così come l'utilizzo della tecnologia e dell'informazione può avvicinare chiunque alle recenti innovazioni, dall'altro può aumentare sentimenti di frustazione ed impotenza, portando anche a sviluppare sintomi ansioso-depressivi, anche nei più giovani.
6. Il lockdown ha imposto anche agli adolescenti che trascorrevano poco tempo in casa di "rimanere in famiglia", e tutt'ora la socialità con i gruppi dei pari è fortemente limitata per le restrizioni agli incontri. A me pare che l'isolamento abbia un impatto diverso su un adulto, un bambino e un adolescente, perché le relazioni sociali degli adulti si sono costruite nel tempo e dunque possono meglio resistere ad un momentaneo allentamento dei rapporti; quelle dei bambini sono in fase di sperimentazione, anche se forse sono ancora legate in prevalenza alla famiglia, mentre per gli adolescenti questo è il momento in cui tutto succede. Vi domando, quindi, quali sono per i bambini e gli adolescenti gli effetti di un periodo così lungo di deprivazione sociale?
Riteniamo che lei abbia toccato molti spunti interessanti. Da un lato, è vero che i bambini più piccoli potrebbero avere risentito meno dell'aspetto di deprivazione sociale, ma sicuramente hanno vissuto molto i sentimenti e le emozioni dei loro genitori (mai come in questo periodo i bambini hanno respirato "l'aria che tira" in casa). Pertanto, l'esperienza dei più piccoli è stata fortemente e inevitabilmente correlata con la modalità di reazione familiare al confinamento. Per quanto riguarda invece gli adolescenti, la traiettoria è stata sicuramente diversa. L'adolescenza è il momento di differenziazione di un individuo che, distaccandosi dalle idee di riferimento del gruppo parentale e familiare, intraprende il suo processo di individuazione. Sicuramente i vari socials (Whatsapp, Instagram, e tanti altri che adesso vanno di moda tra i preadolescenti e gli adolescenti e di cui nemmeno conosciamo il nome) possono aver aiutato a supplire una carenza di esperienze ed affettiva. Gli adolescenti infatti sembrano un mondo a parte, in grado di fare coesione e gruppo tra pari. Tuttavia, i ragazzi più isolati o provenienti da contesti familiari più sfavorevoli o che già prima dello scoppio della pandemia presentavano fragilità psicologiche sono stati sicuramente penalizzati da questo momento storico. C'è chi, tra questi ultimi, ha sofferto molto (i ricoveri per urgenze psicologiche nel nostro reparto sono raddoppiati, per non parlare del numero di accessi in pronto soccorso) e chi invece ha mantenuto una apparente condotta di comfort durante questo isolamento sociale. È possibile che in quest'ultima situazione abbia svolto un ruolo anche la paura dell'altro e del nuovo. Ne verificheremo gli effetti nel momento di normalizzazione della regolamentazione sociale. Nel nostro campione, dove è possibile che abbiano riposto i genitori più in difficoltà, i cambiamenti comportamentali nella fascia 6-18 sono stati osservati, come menzionavamo prima, ad ampio raggio.
7. La fortissima pressione sui ragazzi in questo periodo per "restare a casa" e dunque con i genitori può avere avuto un effetto dannoso sulla loro capacità di acquisire e costruire la loro indipendenza? Quali possono essere le conseguenze? E quali spazi di intimità e autonomia è possibile e sano offrire ai bambini e a ai ragazzi anche in questa fase?
Siamo comunque fiduciosi nella forza dell'adolescenza e degli adolescenti. Sarà stato e sarà faticoso, ma pensiamo che i ragazzi sapranno cogliere da questa esperienza forze per il futuro. Certo, tutto ciò dipende anche dalla loro maturità e dall'ambiente familiare, nonché dal substrato culturale. Anche pur restando in casa è comunque necessario mantenere un giusto compromesso tra indipendenza e osservanza delle regole; questo per tutti, grandi e piccini.
8. Questa domanda sono, in realtà, due domande. I genitori e chi si occupa di bambini e adolescenti si chiedono come ha influito sui ragazzi l'allontanamento dal luogo fisico della scuola e dalla vita comunitaria, e come influirà nel lungo periodo per quelli che ancora devono frequentare le lezioni a distanza. La prima domanda dunque è se ci saranno problemi a medio e lungo termine per l'apprendimento e l'educazione a stare insieme.
Sono consapevole però anche della complessità e varietà delle diverse possibili situazioni. Ad esempio, la stragrande maggioranza dei bambini e dei ragazzi chiede a gran voce di poter tornare in classe, ma una cara amica che insegna in un liceo mi ha raccontato che alcuni studenti, che a scuola rimanevano abitualmente in disparte, nel lockdown hanno inaspettatamente cominciato a partecipare alle lezioni e a interagire con i compagni e gli insegnanti molto vivacemente (lei ha detto che sono "rinati").
In questo caso, quali sono i meccanismi che possono spiegare il cambiamento? La mancanza della scuola in questi mesi è sicuramente un costo che stiamo pagando e pagheremo tutti come società. Non è pensabile che un anno tra le mura di casa sia paragonabile a quello che accade tra i banchi di scuola, non solo a livello di apprendimento ma soprattutto per quel che riguarda la quantità di esperienze che la scuola porta con sé (il rapporto con i pari, quello con altri adulti differenti da quelli circolanti attorno al proprio nucleo familiare, la varietà di culture e la crescita stessa delle autonomie individuali). Ora la scuola deve adattarsi a questi tempi e trovare una didattica alternativa, che non sia solo frontale (così come spesso avviene anche in modalità "didattica a distanza") ma che consenta di sviluppare il più possibile l'interazione, la discussione e che, ancor più di prima, cerchi di infondere nei ragazzi il piacere del sapere, della ricerca, anche autonoma, del sapere. In questo modo, quando potremo ritornare a una situazione "normale", i nostri ragazzi potranno avere anche forse risorse in più.
Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, riguardante i ragazzi più "isolati", questi probabilmente messi in una condizione di comfort come quella delle mura domestiche (dove sono meno giudicati per l'aspetto fisico, il loro modo di essere o di vestire) potrebbero in effetti essere stati avvantaggiati da una didattica a distanza. Si tratta comunque di un risultato, di cui però non bisogna accontentarsi: bisognerà controllare che questi ragazzi restino agganciati all'interno del gruppo, pur mantenendo la propria individualità ed unicità.
9. Secondo voi, ci sono state differenze nell'utilizzo dei social da parte dei ragazzi rispetto a prima della pandemia? E la socialità a distanza ha saputo supplire alla mancata socializzazione in presenza? Lo domando anche perché mi è stato suggerito che forse le maxirisse dei ragazzi delle settimane scorse potrebbero essere in qualche modo correlate con le limitazioni sociali dovute alla pandemia. È possibile che l'assuefazione ad una socialità virtuale renda meno empatici i bambini e gli adolescenti? E in questo caso, quali sarebbero i rischi per i singoli e per la collettività?
Come spiegavamo prima, sicuramente in parte i social hanno supplito. Ma non potrà essere così per sempre. Sicuramente i ragazzi ora sono abituati, si sono organizzati quindi in media potrebbe esserci un utilizzo più consapevole; dall'altro lato però sono anche stanchi e questo ha generato molto più malumore ed apatia, anche nel cercare l'altro a distanza.
Quanto alle vicende di cronaca legate alle maxirisse, crediamo più che altro che le persone non siano abituate a sentire la propria libertà limitata. Siamo tutti figli di una società che non ci ha insegnato il diniego ed il sacrificio e culturalmente siamo abituati, noi occidentali, ad avere un sufficiente margine di scelta. Ciò può aver aumentato i livelli di rabbia ed esplosività in alcuni gruppi di adolescenti. È sottile comunque parlare di assuefazione alla socialità virtuale e di riduzione dell'empatia. Uno studio interessante di Tomova ed altri[4], uscito in parallelo con l'inizio del confinamento, spiegava che l'isolamento porta a dei meccanismi simili alla fame, attivando circuiti molto ancestrali. Senza dilungarci oltre sulla biologia e le neuroscienze di questo tipo di fenomeni, è possibile che questo periodo di isolamento del primo "lockdown" abbia avuto i suoi effetti.
10. Infine, una domanda specifica sui bambini: la rappresentazione della vicinanza fisica come fonte di pericolo dal quale guardarsi, in una fase evolutiva nella quale si sperimenta e si incontra il mondo, rischia di avere delle conseguenze sulla loro capacità di avvicinarsi e fidarsi dell'altro? Quali sono le strategie per evitare che questo accada?
I bambini fanno tendenzialmente quello che i genitori insegnano loro. La rappresentazione della vicinanza fisica come fonte di pericolo è un problema che andrà affrontato, ma crediamo non per tutti. Ci sarà da rinsegnare ad alcuni bambini a non avere paura dell'altro. E come società dovremo essere pronti a questo passo.
di Antonio Dipollina
La Repubblica, 28 dicembre 2020
Dal 30 dicembre su Netflix "SanPa", in cinque puntate i volti e le storie della discussa comunità di recupero fondata da Vincenzo Muccioli nel 1978. Un pezzo incendiario di storia d'Italia, da un quarto di secolo sotto la cenere.
E che ora torna all'attenzione dentro una storia che si chiama San Patrignano: nel senso della vicenda di allora, Comunità di recupero dalle tossicodipendenze dure, fuori Rimini. Vicenda aperta nel 1978, chiusa nel 1995 con la morte del fondatore, che si chiamava Vincenzo Muccioli. Tra demonio e santità, anni pazzeschi: chi c'era e ricorda, rivive la sensazione di spaccatura netta tra opinione pubblica, politica, operatori. L'impossibilità di qualunque mediazione. Il lager o il luogo di salvezza, appunto il diavolo o il santo Muccioli.
SanPa: luci e tenebre di San Patrignano è il titolo della docuserie disponibile dal 30 dicembre su Netflix. Cinque puntate da un'ora, i volti, le storie, le immagini d'archivio e i racconti di chi c'era e ha voluto ricordare. È la prima docuserie prodotta in Italia da Netflix, l'impatto è un enigma per chi è giovane, ma per chi ha l'età giusta è un'esperienza forte. Creata e scritta da Gianluca Neri, con Carlo Gabardini e Paolo Bernardelli, con la regia coinvolgente di Cosima Spender.
Tre anni di lavoro e si vedono tutti, nella maniacalità usata nell'aggiungere pezzi, parole, brani di interviste, senza risparmio, dettagli, momenti privati in Super8, archivi setacciati (fondamentale la collaborazione di Andrea Muccioli, il figlio): l'alternanza secca tra le voci dei colpevolisti e quelle degli innocentisti - anzi, spiega Gabardini, uno degli autori: dei soldati di Muccioli, alla Red Ronnie. Che ancora oggi si infervora a suo modo.
Perché una storia così, e soprattutto in questo modo, non era mai stata raccontata? Gabardini: "Nessuno ha mai tentato in questa forma, con la docuserie. Credo che in molti abbiano progettato lavori a tesi, per sostenere una parte o un'altra: ma a quel punto sapevi che in metà si sarebbero rifiutati. Non si può essere neutrali se hai vissuto dentro una storia come questa". E voi? "Raccontiamo tutto senza fascinazioni ma vivendo il contraddittorio esistente. Risultato? Su molti aspetti, la docuserie fornisce verità definitive. Ma alla fine, l'insieme, rimane comunque un dilemma".
Cosima Spender, la regista, aggiunge: "Siamo saliti sulle montagne russe di questa vicenda. Unico obiettivo, sollecitare altre domande. Siamo stati fortunati ad aver trovato tanta gente di allora che voleva raccontare, in primis Andrea Muccioli. Per molti, ex ospiti, o protagonisti a vario titolo, è stata una catarsi, più parlavano e più si trasformavano, con le ore cambiavano proprio espressione, una piccola liberazione".
La cronologia del racconto inchioda alla visione e ha i suoi momenti superiori. Dalle prime indagini - i ragazzi tossici trovati in catene - all'oscurità da incubo del locale macelleria, al culmine con l'omicidio di Roberto Maranzano, ospite in comunità, ritrovato morto in Campania: un tentativo assurdo di depistaggio, processi su processi e l'Italia che si spaccava a metà davanti al telegiornale e alle ospitate di Muccioli nei talk-show di punta. Ma soprattutto la prova di come la Comunità per le tossicodipendenze si fosse trasformata, nel percorso di onnipotenza del fondatore - spiegano gli autori - in una sorta di centro per il reset dell'anima delle persone.
La traccia più potente la forniscono gli intervistati: con il filo rosso rappresentato da Fabio Cantelli, personaggio simbolo se mai ce ne sono stati. Ex seguace, collaboratore di Muccioli partendo dalla condizione di tossico, poi parte attiva nelle denunce contro quello che non andava, figura-chiave di questo racconto: dolente, come se portasse la croce di tutto, ma fornendo chiavi e analisi di grande spessore.
Ci sono anche Andrea Delogu, oggi splendida conduttrice in tv, e suo padre Walter, che era ospite della Comunità, ritratto in foto giovanili di clamorosa bellezza poi attaccata dall'eroina. Come detto c'è il pasdaran Red Ronnie e ci sono i bravi cronisti d'epoca che aiutano a inquadrare la sequenza della storia. E ci sono gli assenti: in una schermata finale vengono elencati quelli che, pur interpellati, non hanno voluto rispondere, tra cui Letizia Moratti, ossia, ieri e oggi, insieme al marito Gianmarco la principale finanziatrice della Comunità.
SanPa si offre da domani alla visione degli interessati. Dilemma finale, capire se la materia incandescente è pronta a tornare fuori nel paese dove ci si divide a metà sulle facezie, figuriamoci sulle cose serie. Oppure se l'opera di rimozione, che in fondo era quella di molti anche a vicenda in corso, continuerà nel tempo.
ternitoday.it, 28 dicembre 2020
"Un Natale da incubo al carcere di Sabbione di Terni". La denuncia porta la firma del Sarap, Sindacato autonomo ruolo agenti di polizia penitenziaria, che racconta quanto accaduto nel tardo pomeriggio del 24 dicembre, parlando di "un black-out improvviso poco prima della chiusura delle camere detentive" che ha "mandato in tilt l'istituto ternano", spiegando che "solo grazie alla professionalità del personale in servizio che di quello richiamato dalle proprie abitazioni e dalla caserma agenti si è riusciti a garantire l'ordine e la disciplina all'interno dell'istituto".
"Tutto questo - precisa il sindacato - nonostante l'assenza di torce per illuminare l'istituto, il malfunzionamento dei generatori di corrente dovuti alla scarsa manutenzione e alla scarsa informazione per tutto il personale da parte della direzione sulla custodia dei chiavistelli per l'apertura dei cancelli automatici in situazioni d'emergenza". Il Sarap mette dunque in risalto "il panico in cui è stato costretto a vivere il personale operante nell'istituto di Terni a causa della reiterata superficiale messa in atto da parte del dirigente dell'istituto in favore della tutela del personale".
"Tale situazione - precisa il Sarap - si è riuscita a gestire solo grazie alla operatività della sorveglianza generale e di tutti gli agenti in servizio di turno in una giornata così particolare quale può essere la vigilia di Natale, riuscendo dopo circa tre ore a riportare l'istituto in totale sicurezza".
"Anche questa volta, solo grazie all'abnegazione dell'ispettore e sovrintendente capo insieme a tutto il personale agente e assistente che, nonostante la giornata particolare, sono stati richiamati in servizio mentre trascorrevano momenti lieti in compagnia dei propri familiari, riuscendo così a garantire l'ordine e la sicurezza sia all'interno dell'istituto che all'esterno con personale disposto a presidiare tutto il perimetro".
savonanews.it, 28 dicembre 2020
Stefano Petrella: "Costruire il nuovo istituto a 30 km dalla città allontanandolo dal Tribunale e dai servizi a cui deve fare riferimento è molto sbagliato". "Rischia di chiudersi a breve e nel peggiore dei modi come era prevedibile la vicenda della individuazione dell'area del nuovo Carcere di Savona. Era evidente infatti che l'accelerazione impressa dall'iniziativa di Vazio avrebbe portato a questi risultati: l'ipotesi Val Bormida era l'unica già pronta sul tavolo, mentre riaprire la discussione su Savona richiede un approfondimento e una assunzione di responsabilità a cui la politica cittadina sembra ben decisa a sfuggire". Queste le parole in una nota del Partito Radicale del militante Stefano Petrella.
"Sono passati circa 40 anni da quando il Ministero iniziò a proporre la chiusura del Carcere di Sant'Agostino e a chiedere al Comune di Savona l'indicazione di un'area idonea a realizzare una nuova struttura, senza mai ottenerla al punto da arrivare proprio a causa di questo alla decisione di chiuderlo definitivamente nel 2016.
Come Radicali ci eravamo trovati a manifestare nel 2011 - dopo una visita di Rita Bernardini - per chiederne la chiusura e difendiamo quella decisione. È grave responsabilità di chi ha amministrato la città non averla individuata ed in particolare degli ultimi Sindaci e del PD - dopo che il progetto di realizzarlo a Passeggi era stato accantonato - non avere più avanzato alcuna proposta in merito, indirizzando la soluzione su una ipotesi poco ragionevole e fino ad allora sostenuta soltanto dalla Polizia Penitenziaria come quella della Val Bormida" dicono i radicali.
"A nostro parere costruire il nuovo istituto a 30 km dalla città allontanandolo dal Tribunale (che differenza fa per gli spostamenti visto che Genova è poco più lontana?) e dai servizi a cui deve fare riferimento è molto sbagliato e creerebbe inutili disagi ai parenti e maggiore difficoltà a portarvi attività lavorativa e trattamentale in aperto contrasto con quel modello di carcere aperto a cui sembra ispirarsi il progetto del Ministero. L'unica esperienza simile in Liguria, Sanremo Valle Armea, proprio a causa della distanza a cui si trova dalla città si è rivelata ad molto infelice e quel carcere è considerato da molti non a torto il peggiore della nostra Regione.
Rimane tra le aree in discussione (per fortuna non è l'unica) anche quella dell'ex-Acna di Cengio, al centro di un disastro ambientale di gravissime proporzioni durato decenni, pensare di realizzarvi una struttura che dovrebbe ospitare 200 detenuti e almeno un centinaio di altre persone tra personale di custodia e amministrativo ci sembra del tutto irresponsabile" proseguono dal partito radicale.
"Molto più della Val Bormida si presterebbe eventualmente Albenga per la collocazione sulla fascia costiera, la più facile raggiungibilità, la presenza di aree idonee già individuate (le ex-caserme dismesse ad esempio, ma non solo) e le migliori opportunità che offre in termini di servizi; appare sorprendente che il tavolo tecnico non l'abbia neppure presa in considerazione.
Secondo noi va costruito a Savona e le proposte del Ministero (Legino e le ex-Officine Rialzo) sarebbero meritevoli di maggior considerazione: l'area dietro il Tribunale infatti è abbandonata al suo destino da molti anni e non risulta al centro di alcun progetto (se non nelle fantasie del capogruppo del M5S) e Legino già a metà degli anni 90 era stato indicato come soluzione possibile, di realizzazione di certo più facile di quanto non sarebbe stata Passeggi.
Non è vero inoltre che gli spazi debbano necessariamente essere amplissimi, perché una capienza di 150-200 posti (quella originariamente proposta) sarebbe più che accettabile per le esigenze di Savona se si ragiona su un modello di carcere finalizzato al reinserimento sociale e aperto all'applicazione delle misure alternative" continuano.
"Se quelle aree non sono ritenute le migliori possibili se ne possono individuare altre senz'altro presenti sul territorio cittadino, ma occorre che il Pd (dopo anni di colpevole inerzia di cui non fa alcuna ammenda) non forzi i tempi ad arte per indirizzare la scelta sulla soluzione peggiore e soprattutto che la politica savonese abbia il coraggio di occuparsene: ci auguriamo possa essere così" concludono i radicali.
di Antonio Ferrari
Corriere della Sera, 28 dicembre 2020
Non so contare le volte che ho visto e ammirato "La grande illusione" di Jean Renoir, il film che in assoluto, più di qualsiasi altro, mi ha costantemente travolto di emozioni sempre nuove. Parla di democrazia, di rispetto, di speranza che le dittature e le guerre sarebbero finite. Il film, del 1937, che Hitler e Mussolini avevano proibito ma che fu celebrato in mezzo mondo, portava anche la firma di un grandissimo sceneggiatore: un uomo che per me è stato una presenza familiare.
Quella di Charles Spaak, fratello del ministro belga Paul Henry (uno dei creatori dell'Europa unita), e padre di Agnes (la mia cara ex compagna) e di Catherine. La grande illusione era una storia di rapporti cavallereschi, anche tra nemici. Un mondo che almeno una volta nella vita abbiamo cercato o sognato, quantomeno come un'illusione valoriale di foscoliana e leopardiana memoria. Una delle ultime illusioni, che per chi vi parla ormai da tempo non esistono più, è arrivata nella seconda parte del dicembre di 10 anni fa, con l'inizio delle cosiddette "primavere arabe".
Partendo dalla Tunisia, dove un giovane venditore ambulante, Mohamed Bouazizi, si era suicidato per protesta contro le vessazioni subite, bruciandosi vivo, proprio come Ian Palack a Praga. Ma se la "primavera" contro l'aggressione sovietica alla Cecoslovacchia, era vera e concreta, quella cominciata in Tunisia ha segnato il picco di un'ipocrisia generalizzata. In realtà le "primavere arabe" sono rimaste sepolte negli slogan interessati dell'Occidente, che le ha celebrate nutrendole di illusorie speranze.
Nel gennaio 2011, le proteste in Egitto, in piazza Tahrir, con la defenestrazione del presidente Hosni Mubarak, molti avevano immaginato erroneamente una vera rivoluzione democratica. Sciocchezza colossale, perché Mubarak in fondo era decisamente migliore dei due successivi presidenti: Mohammed Morsi, espresso dagli islamisti, e poi Abdel Fattah Al Sisi, scelto come garanzia di sicurezza dalla cosiddetta maggioranza silenziosa, quella che abbiamo chiamato "partito del sofà". In verità si è andati di male in peggio.
Con Mubarak, per come l'ho conosciuto e come ho lavorato per decenni nel suo Paese, un caso come l'assassinio, dopo orribili torture, del nostro Giulio Regeni non sarebbe mai accaduto. Immaginare poi una "primavera araba" in Libia, dove il dittatore Gheddafi garantiva quantomeno un equilibrio fra le oltre 200 tribù del Paese, era una pia illusione.
Esattamente come in Siria, dove la guerra ed anche la crisi economica hanno creato due campi: i fedeli al regime e gli oppositori, i primi non migliori degli altri. Bashar Assad, che ho intervistato più volte, non è un santo ma neppure un criminale. Non doveva neppure diventare presidente. All'inizio era un convinto riformatore, poi è stato costretto ad adeguarsi al realismo politico. La Siria Paese terrorista? Ma non scherziamo. Aveva ragione il padre di Bashar, il presidente Hafez El Assad, quando chiese all'Onu di esprimersi sul terrorismo, insomma di dire chi è terrorista e chi no. Nessuna risposta.
Impossibile decidere, perché oltre la metà del mondo ritiene che i terroristi siano combattenti per la libertà, e l'altra metà sostiene l'esatto contrario. Stesso discorso vale per un Paese che non è arabo ma ha una maggioranza musulmana come la Turchia, dove il sultano-dittatore Recep Tayyip Erdogan da una parte si inventa i golpe per arrestare decine di migliaia di oppositori, e dall'altra fa affari lucrosi con i fanatici dello Stato islamico, l'Isis, alla faccia della logica democratica, della Nato di cui fa parte, del rispetto degli altri, che il sultano non sa neppure dove abiti. Per non parlare dello Yemen dove, alla faccia delle primavere fasulle, vive una guerra insensata, condotta dall'Arabia Saudita, creatrice storica dello Stato islamico.
Già, dimenticavo o fingevo di dimenticare che l'uomo forte di Riad, l'erede al trono, il signor MBS, è un fior di democratico che invia commandos di assassini per annientare le voci dell'opposizione. Però sui diritti umani violati in terra saudita nessuno parla, perché MBS ha ottimi rapporti d'affari con il pagliaccio Donald Trump, ex presidente americano, che gli ha venduto miliardi di armamenti. E anche la Francia, dell'uguaglianza, libertà e fraternità, non può certo consegnare di nascosto la Legion d'onore all'egiziano Al Sisi. Solite porcherie, amici che mi ascoltate. Non vedo l'ora che quest'anno bisestile e assai poco felice se ne vada. Buon 2021, e che il futuro ci sia amico.
di Lucia De Sanctis
orizzontescuola.it, 28 dicembre 2020
Il giurista Vincenzo Musacchio: la nostra gioventù è la più colpita dagli effetti devastanti del Coronavirus. La scuola sia il valore essenziale da riscoprire e potenziare. La risorsa da cui ripartire resta sempre l'uomo inteso come fine e non come mezzo dell'ordinamento giuridico. Non usciremo da questa emergenza se non recupereremo i nostri giovani che sono fondamentali nella ripresa non solo economica ma anche politica e sociale del Paese. Abbiamo bisogno delle loro forze essenziali e delle loro energie positive.
Professore cosa intende per rischio socializzazione?
Una caratteristica che contraddistingue in modo evidente questa pandemia è l'isolamento sociale associato a insicurezza e precarietà. È venuta meno la dimensione socializzante della comunità. Vede nelle guerre quando c'erano i bombardamenti ci si riuniva nelle cantine ma si restava comunque uniti. Ora invece siamo isolati a casa nell'incertezza e nella solitudine, esposti a variabili indipendenti dalla nostra volontà. Molti dicono che ne usciremo migliori. Io non credo. I più esposti sono soprattutto i più giovani. Limitare la socializzazione significa contrastare la nostra possibilità evolutiva millenaria. Rinunciare alle interazioni sociali per l'individuo significa privazione della sua essenza. Confrontarsi digitalmente non è uguale a interagire di persona. Il rischio più grave è proprio questa difficoltà dei giovani di vivere relazioni sociali reali.
Che cosa pensa si potrebbe fare per i nostri giovani allora?
Senza dubbio creare al più presto relazioni e interazioni reali "faccia a faccia" e non "faccia a schermo". La chiusura delle scuole dovrebbe terminare al più presto possibile perché certamente ha accentuato le disuguaglianze nell'accesso dei più giovani alle opportunità di apprendimento e di socializzazione. Occorrerà dare supporto psicologico a questa deprivazione sociale analizzando gli effetti differenziali del coinvolgimento attivo o passivo nelle interazioni digitali per comprendere meglio gli effetti futuri della pandemia sugli adolescenti. La didattica a distanza non è al momento sufficientemente inclusiva per quegli studenti con disordini dello sviluppo, disabilità e necessità di seguire programmi personalizzati. Le abitudini scolastiche per quanto possano essere difficili da acquisire rappresentano una delle principali risorse di adattamento e di espressione delle potenzialità individuali. La mancanza d'interazioni "faccia a faccia" e la più complessa strutturazione della classe digitale limitano attualmente l'adattamento e la piena partecipazione. Sono questi i problemi che andranno affrontati.
Quali priorità vede più urgenti?
Per minimizzare gli effetti dell'emergenza sociale sui più giovani, si dovrebbero potenziare i servizi di assistenza sociale, dando priorità ai servizi centrati sui bambini con equità di accesso e attenzione alla protezione da violenze e abusi, a estendere l'accesso al digitale, a supportare i genitori. Penso soprattutto alle giovani generazioni, che mi pare siano state colpite molto più di altri da alcuni effetti collaterali dell'emergenza. Ci stiamo concentrando tanto sulla crisi economica e poco su una vera emergenza sociale, forse anche evolutiva, che non deve essere sottovalutata e alla quale sono esposte soprattutto le giovani generazioni e cioè la nostra prossima classe dirigente.
Lei come interverrebbe, se potesse, con quali priorità?
Credo che ogni decisione assunta sacrifichi qualcosa a favore di qualcos'altro. Esiste però un ordine di priorità nelle scelte di valore. Occorre riflettere su quali siano le priorità che si vogliono perseguire, posto che la situazione attuale e quella futura imporranno dei sacrifici a tutti. Guardi le faccio un esempio concreto. Il Governo ha deciso la ripartizione dei 209 miliardi di euro del Recovery Fund. 48,7 miliardi per digitalizzazione e innovazione; 74,3 per la "rivoluzione verde e transizione ecologica"; 27,7 al settore Infrastrutture per una mobilità sostenibile.
Il capitolo "istruzione e ricerca" può contare su 19,2 miliardi, quello sulla Parità di genere su 17,1 miliardi. L'area sanità, infine, conterà su 9 miliardi. Non condivido tale distribuzione...
Io avrei ripartito diversamente. All'Istruzione avrei dato 74.3 miliardi; alla Sanità, 48,7 miliardi; alla Giustizia, 27,7 miliardi; alla Transizione ecologica, 19,2 miliardi; alle Infrastrutture, 17,1 miliardi e alla Parità di genere, 9 miliardi. Ecco le mie priorità: Istruzione, Sanità e Giustizia.
C'è un messaggio di speranza con cui vorrebbe terminare questa breve intervista?
Non mi piace molto la parola "speranza" perché induce al fatto che altri agiscano al posto tuo. I giovani non devono avere speranze ma consapevolezza e determinazione in loro stessi, nel fare, nell'agire, nell'essere protagonisti. Il grande valore della libertà della persona deve essere il perno centrale della nostra convivenza civile bilanciato con gli altri diritti e adeguato al variare della situazione concreta ma sempre nel rispetto delle regole democratiche e pluralistiche che presidiano la nostra Costituzione. Faccio un breve cenno a uno dei grandi poeti del novecento, Pierpaolo Pasolini, che, purtroppo, si studia poco a scuola. In questo periodo lo sto rileggendo a distanza di quarantacinque anni dalla sua uccisione. Con estrema lucidità e genialità Pasolini ci dice come lo schema delle crisi giovanili sia sempre lo stesso: si ricostruisce a ogni generazione. I ragazzi e i giovani sono in generale degli esseri adorabili, pieni di quella sostanza vergine dell'uomo che è la buona volontà: mentre gli adulti sono in generale degli imbecilli, resi vili e ipocriti (alienati) dalle istituzioni sociali, in cui crescendo, sono venuti a poco a poco incastrandosi. Voi giovani avete un unico dovere: quello di razionalizzare il senso d'imbecillità che vi dànno i grandi, con le loro solenni ipocrisie, le loro decrepite e faziose istituzioni. Purtroppo invece l'enorme maggioranza di voi finisce col capitolare, appena l'ingranaggio delle necessità economiche l'incastra, lo fa suo, l'aliena. A tutto ciò si sfugge solo attraverso una
esercitazione puntigliosa e implacabile dell'intelligenza, dello spirito critico. Altro non saprei consigliare ai giovani. Io darei lo stesso messaggio di Pasolini nei suoi dialoghi del 1965 che è, come non è arduo notare, ancora oggi attualissimo.
di Domenico Quirico
La Stampa, 28 dicembre 2020
Il Paese al voto tra i disordini, sullo sfondo la lotta per il controllo delle risorse. Il presidente Touadéra tradisce la Francia con Putin e cerca la riconferma. Ah, l'Empire africano! Non sono più i tempi di una volta, quelli dei "barbouze". I capi di Stato per esempio, pittoreschi arruffapopoli, soci nelle redditizie immondizie del post colonialismo; quando non servivano più o, incredibile arroganza davano segni di indipendenza dalla République, ebbene Parigi li licenziava con una telefonata. Un colonnello delle armate africane addestrate appunto per eseguire golpe da operetta lo liquidava in due ore. Poi si passava alla transizione alla democrazia restaurando opportuni sentimenti di fedeltà degni dei nibelunghi.
La dominazione francese è come un iceberg, ne vedi solo la punta, suggestiva, tranquillizzante: perché è rivestita di retorica, la Francia miglior amica dell'Africa, la francofonia, il franco CFA, la patria dei diritti umani eccetera. Quale presidente francese da de Gaulle a Macron non ha pronunciato queste parole, non ha accolto gli "amici africani" sulla scaluccia dell'Eliseo con corazzieri e grandi abbracci? Quello che è sommerso, che non si vede, invece è pericoloso. È la mafiafrique: reti di controllo fitte come le finestre di una prigione, dalla politica alla sicurezza alle materie prime alle infrastrutture.
Prendete il Centrafrica, che storie! Guerre, golpe, massacri, miseria e diamanti: insomma un polverone africano di poco conto. Ha fatto notizia perché lo ha visitato Papa Francesco. Francois Bozizé, il presidente, era un grande amico della Francia, neanche il diffamatore più incallito avrebbe potuto segnalare colpe. Come lo era stato un altro personaggio leggendario, Bokassa, "l'imperatore". "De Gaulle è mio padre", diceva lui che con la divisa francese aveva combattuto in Indocina. "Chi è quell'idiota che abbiamo a Bangui?", chiedeva irato papà De Gaulle. I diamanti regalati a piene mani al sussiegoso Giscard d'Estaing non gli salvarono il trono quando Parigi trovò di cattivo gusto le sue sceneggiature napoleoniche, le carrozze tirate dai cavalli e le incoronazioni copiate sui testi di storia del primo impero.
Bozizé, al potere con un golpe ovviamente, evitava queste stravaganze. L'aveva sempre servita in modo esemplare, meticoloso la Francia. Eppure nel 2013 lo lasciarono cadere come un frutto marcio sotto l'assalto di una coalizione di misteriosi ribelli musulmani, i seleka. Colpa gravissima imperdonabile, la sua: aveva fatto entrare una società sudafricana nello sfruttamento delle miniere di diamanti. Non bastarono a salvarlo dalle ire di Parigi le benedizioni del "cristianesimo celeste", una setta esoterica di cui era fervido seguace.
La chiesa sorgeva, allora, non lontano dall'aeroporto di Bangui nel quartiere di Galabadjia, portava il nome impegnativo di parrocchia della "nuova Gerusalemme". Dotato di gerarchie complicatissime più della curia vaticana, il cristianesimo celeste vendeva i certificati di battesimo per l'equivalente di tre euro. Bozizé, il giorno della presa del potere, dopo una frettolosa visita a moschea e cattedrale, venne a pregare nel suo tempio, prosternandosi a terra, il corpo volto verso Est "dove sorge il sole". Celebravano sacerdoti che indossavano suggestivi paramenti di stampo massonico.
Era la belle époque della FrancAfrique. Sette anni dopo sembra di esser tornati alla casella di partenza, perché Bozizé è di nuovo protagonista. Già: si possono giocare le vecchie carte, riutilizzarle se tornano utili. Cosa è accaduto? Che il successore di Bozizé ha commesso un peccatuccio, sempre quello: ha provato a tradire la Francia. Con la Russia di Putin, per di più. Touadéra, ex professore di matematica, dal 2017 ha trasformato Bangui nell'avamposto del Cremlino in Africa. Affidandogli l'addestramento e il riarmo dell'esercito. Comincia a circolare tra i sudditi il dubbio che Parigi sia in fondo una potenza di terz'ordine, che non faccia più paura e che sia arrivato il momento di cercarsi padrini più svelti, grossi e affidabili. I cinesi per esempio. La Turchia di Erdogan. O i russi, che non sono più fossili semantici della disastrosa influenza sovietica.
Ieri erano in programma le elezioni, presidenziali e legislative. Bozizé ha provato a ricandidarsi, dispone ancora di seguito popolare e pare che Parigi non fosse infelice per il suo ritorno. I golpe non sono di moda, costano. Ma la Corte costituzionale ha bocciato la candidatura; pende su Bozizé dal 2013 un'accusa alla Corte penale internazionale per violazione di diritti umani e crimini di guerra.
Sembrava tutto in ordine per il presidente, che rientra nella normalità politica del continente, ovvero ritiene che la riconferma sia un diritto: in fondo anche dio non vuole oppositori, tanto è vero che ha cacciato Satana! Modesta la suspence, già a Bangui si scommetteva sulle percentuali della rielezione. E invece improvvisamente i gruppi ribelli, che Touadéra ha pagato per non avere guai, divisi finora da feroci rivalità anche religiose, tra musulmani seleka e cristiani e animisti, hanno deciso di unirsi impugnando le armi per demolire da cima a fondo il potere del presidente in un fiorire di sigle e gruppi dove si sprecano paroline come riabilitazione, rinascita, ritorno, patria.
Qualcuno ha sospettato di Parigi, ipotizzando addirittura una guerra africana tra Mosca e la Francia. Che nega ogni nostalgia e traffico luciferino con Bozizé e per manifestare la sua buona fede ha spedito un paio di Mirage a sorvolare Bangui e le zone controllate dai ribelli. Un po' pochino. I ribelli da dieci giorni sono passati all'attacco, avanzando verso la capitale, chiedendo rinvio del voto e posizioni di potere. A difesa del presidente si sono schierati i caschi blu del contingente di pace, che lamentano tre morti, e soprattutto i russi: perché Putin ha spedito subito alcune centinaia di mercenari della solita Wagner, in servizio permanente effettivo dalla Libia al Mozambico alla Siria, per rinsaldare lo sgangherato esercito locale.
Tenere le elezioni è diventata una sfida politica. Che Touadéra sembra aver formalmente vinto. Con 50 minuti di ritardo ieri anche se Bangui era di fatto circondata e si parlava dell'infiltrazione dei ribelli in alcuni quartieri, i seggi sono stati aperti in una plumbea calma. Diversa la situazione nel resto del Paese, per due terzi sotto controllo o la minaccia armata dei ribelli. A Bokarouga ad esempio i miliziani ribelli hanno minacciato chi si preparava a votare, in altre località si sparava attorno ai seggi. In alcune città la buona volontà non è bastata: a causa delle strade interrotte non è arrivato dalla capitale il materiale elettorale.
di Michele Giordano
Il Fatto Quotidiano, 28 dicembre 2020
La recente liberazione di Chico Forti, il velista e produttore televisivo trentino, mi ha riportato alla mente Fuga di mezzanotte ('78), il grande film di Alan Parker, sceneggiato da Oliver Stone, che racconta la storia vera di Billy Hayes, studente hippy americano arrestato nel 70 all'aeroporto di Istanbul per possesso di hashish e finito per cinque anni in tre carceri turche dall'ultima delle quali riuscì a evadere dopo aver vissuto l'inferno (almeno nel film, visto che Hayes dichiarò, trent'anni dopo, che Parker aveva esagerato un po' le cose).
La differenza è che Hayes era colpevole (anche se gli diedero un esagerato ergastolo) e invece Forti, pure lui condannato al carcere a vita, si è sempre dichiarato innocente dell'omicidio dell'australiano Dale Pike, il cui cadavere seminudo venne rinvenuto a Sewer Beach, Miami, il 16 febbraio 1998. E, se non è stato Forti, dev'esserci ancora in giro un assassino che ammazzò Pike con una calibro 22.
"L'avvocato di Forti, Joe Tacopina - scrive Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera - ha presentato istanza al Governatore della Florida, il trumpiano Ron DeSantis, per sollecitare l'applicazione della Convenzione di Strasburgo del 1983 che consente a un detenuto condannato in via definitiva di scontare la pena nel proprio Paese. La Farnesina e l'Ambasciata italiana a Washington hanno moltiplicato le pressioni sul Dipartimento di Stato, guidato da Mike Pompeo e sull'Amministrazione della Florida. Fino a ieri, quando il Governatore DeSantis ha accolto l'istanza". A rigor di legge, Forti, non appena tornerà in Italia, potrebbe essere re-incarcerato, ma si tratta di un'ipotesi assai improbabile.
Se a lui, dopo quasi vent'anni nell'istituto di pena di Everglades, è andata (si fa per dire) bene, molti altri italiani-prigionieri in giro per il mondo se la vedono brutta. Oggi, secondo i dati pubblicati dalla Farnesina in un volume del novembre 2019, Guida pratica all'assistenza consolare per i detenuti italiani all'estero, sarebbero circa 2.100. Il condizionale è d'obbligo perché di molti si sono perse le tracce (già nel 2015 la senatrice grillina Paola Donno aveva presentato un'interrogazione "per fare luce sul fenomeno, ricordando il dramma dimenticato di molti connazionali. Privati dell'assistenza di un legale o di un interprete, in alcuni casi. Altre volte abbandonati nella totale assenza di igiene e dignità").
Secondo l'associazione Prigionieri del Silenzio, fondata da Katia Anedda, che si occupa di aiutare gli italiani detenuti all'estero, sono invece 3278 gli italiani dietro le sbarre fuori dal proprio Paese, soprattutto nelle Americhe (472). "Non entriamo mai nel merito delle vicende processuali - aveva spiegato qualche tempo fa Anedda presentando a Milano il suo libro Prigionieri dimenticati, Historica Editrice - Non ci interessa se una persona è colpevole o innocente, è importante che vengano rispettati i suoi diritti". E questo è un punto molto importante da sottolineare (il caso, sia pur inverso, di Cesare Battisti, docet). Non basta essere italiani per essere innocenti.
Risolto quello di Forti, ci sono ancora tanti casi da affrontare. Ma non quello, purtroppo, di Simone Renda, un ragazzo di Lecce morto in carcere in Messico pochi anni fa, solo per citare uno dei molti avvenimenti funesti. Grande soddisfazione per la liberazione di Chico Forti da parte di chi si è battuto da sempre per ottenerne la liberazione: lo zio Gianni che lo ha sempre ritenuto innocente, i giornalisti di Radio 105, le Iene e molti altri che lo hanno sempre sostenuto. Perché, allora, i sospetti sull'omicidio di Dale Pike portò all'arresto di Forti?
C'era di mezzo una compravendita di un hotel di Ibiza, il mitico Pikes, luogo amato dai supervip fondato e gestito da Tony Pike, scomparso lo scorso anno e padre della vittima, re dell'edonismo a Ibiza, oggetto di gossip per i suoi flirt con George Michael e Freddie Mercury, Grace Jones e Kylie Minogue? Quel che è certo che il figlio Dale fu ucciso a Miami mentre stava trattando la vendita dell'hotel di famiglia a un gruppo di acquirenti rivelatisi poi dei truffatori. E Chico Forti, amico suo, venne tirato dentro al caso. Non è ben chiaro perché, a oggi. Tanto più che dall'omicidio alla condanna a "fine vita" intercorsero ben due anni di processo e Forti - afferma il suo avvocato - non è mai stato chiamato a testimoniare. Persino l'opinione pubblica americana ha avuto dubbi sulla colpevolezza di Chico. Per di più, la legge degli Usa prevede che si possa riaprire un processo solo "al verificato accertamento di nuove prove di cui non si poteva essere a conoscenza all'epoca del processo e in grado di modificare gli esiti della sentenza".
Gli interventi di almeno tre ministri degli Esteri italiani succedutisi nei vari governi nulla hanno potuto. Fino ad oggi. Le Iene, che si sono occupate del caso in tv, hanno ipotizzato che Forti sia rimasto incastrato da un documentario che lui stesso girò all'epoca dell'omicidio di Gianni Versace, ovvero a luglio del '97, quando lavorava come produttore televisivo, un documentario che palesava ipotesi avverse alla ricostruzione effettuata dalla polizia sul ritrovamento del cadavere di Andrew Cunanan, il serial killer autore dell'omicidio dello stilista calabrese. Ammettere un clamoroso errore giudiziario non avrebbe certo fatto bene al sistema giudiziario Usa.
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- Lettera aperta ai lettori di Ristretti, e a quelli che speriamo lo diventino











