di Enrico Sbriglia*
La Repubblica, 31 marzo 2021
La proposta: Gorizia e Nova Goriza diventino la "Strasburgo penitenziaria", il luogo cioè dove elaborare e sperimentare un'uniforme regime penitenziario continentale. Un gruppo di specialisti nelle diverse discipline legate al mondo delle carceri - formato da docenti universitari, criminologi, sindacalisti della polizia penitenziaria, avvocati, studiosi di prospettive future, filosofi, neuroscienziati, architetti, psicologi, direttori penitenziari - qualche giorno fa ha partecipato ad un webinar organizzato dal Cesp (il Centro Europeo di Studi Penitenziari), per contribuire e condividere l'ipotesi di redigere uno studio per la realizzazione di un "Carcere Europeo", come prototipo di altri che potranno realizzarsi negli Stati della UE.
di Piercamillo Davigo
Il Fatto Quotidiano, 31 marzo 2021
Con ordinanza del 18 giugno 2020, la Prima sezione penale della Corte di cassazione aveva sollevato questione di legittimità costituzionale dell'articolo 4bis dell'ordinamento penitenziario e altre norme che escludono la possibilità per il condannato all'ergastolo, per delitti commessi col metodo mafioso ovvero al fine d'agevolare l'attività delle associazioni mafiose, che non abbia collaborato con la giustizia, d'usufruire della liberazione condizionale.
di Stefano Pagliarini
today.it, 31 marzo 2021
Ormai il Coronavirus si sta diffondendo anche nelle carceri italiane dopo l'ultimo caso in ordine di tempo, cioè quello registrato ieri nel carcere femminile di Rebibbia a Roma, dove risultano positive al tampone molecolare 35 detenute e 3 agenti di polizia penitenziaria. Non ci sono strumenti per isolare le persone negative da quelle infettate e il rischio e che non si riesca porre un argine alla diffusione del virus.
A renderlo noto è il sindacato di polizia penitenziaria (Spp) che, per voce del suo segretario nazionale Aldo Di Giacomo, lancia l'allarme: "Siamo preoccupati per la grossa entità del focolaio e adesso potrebbero paradossalmente iniziare a mancare i posti in isolamento sanitario. Dal principio della pandemia abbiamo chiesto alle autorità nazionali competenti che venissero fatti screening periodici a tutto il personale penitenziario, cosa non avvenuta, eppure probabilmente si sarebbero potuti evitare diversi focolai, con più accuratezza e maggiore organizzazione, senza sottovalutare gli effetti del virus e salvaguardando in tal modo sia il personale che i detenuti".
Ma è una preoccupazione che vale per l'intero sistema paese perché nelle ultime ore sono emersi 36 positivi al Covid anche nel carcere di Melfi (Potenza) sono state riscontrati 36 casi di covid-19. Per fortuna qui è intervenuto il sindaco a spiegare come 26 di questi siano ai domiciliari e il focolaio sia circoscritto. Circoscritto è anche il focolaio nel reparto del 41bis del Cerialdo di Cuneo, dove si sono registrati alcuni casi. Contagio contenuto anche perché, in quella sezione del carcere, dove i detenuti sono reclusi per condanne definitive di mafia, terrorismo e traffico internazionale di droga, non vedono volontari o esterni e i colloqui con i parenti sono limitati. Ma in Piemonte ci sono positivi anche nelle celle a Saluzzo (27 detenuti, raddoppiati in 48 ore, 3 agenti, un impiegato) e Cuneo (11 detenuti e 6 agenti), ma ci sono casi anche a Fossano (3 agenti) e Alba (2 agenti). Quattro giorni fa 11 detenuti positivi nel 41bis di Parma e 30 agenti di polizia. Quasi 50 i contagiati nel carcere femminile di Villa Fastiggi di Pesaro, nelle Marche.
Focolai di Covid in carcere - In particolare sul Lazio interviene anche la vice-segretario generale Gina Rescigno e responsabile sindacale nazionale Spp del comparto Polizia Penitenziaria femminile: "Lo sforzo messo in atto dalla nuova gestione del carcere è massimo, ma nel Lazio ancora tarda il via alla somministrazione dei vaccini. Sono ormai imprescindibili interventi seri da parte delle autorità competenti perché di risposte apparentemente certe, o che per tali si vestono, non sappiamo più che farcene, non bastano più ai poliziotti dispiegati su tutto il territorio nazionale".
Insomma in Italia, mentre in alcune regioni vengono fatte leggi ad hoc per agevolare il vaccino a chi lavora nel comparto giustizia e mentre l'Anm lancia l'allarme sul rischio di ingolfamento dei processi, suona l'allarme rosso nell'ultimo angolo in penombra del sistema giustizia. Sono mesi che i sindacati di polizia penitenziaria e associazioni per i diritti come Antigone mettono in guardia il Ministero e il Governo dalle conseguenze della diffusione del Covid all'interno degli istituti penitenziari. Se non si prenderanno provvedimenti e se non si correrà con una campagna vaccinale apposita e cadenzata, il rischio, lo avevano detto sia Gonnella che Di Giacomo, è di restare senza agenti e che l'inevitabile crollo del sistema carcerario possa tramortire quello sanitario nazionale.
agi.it, 31 marzo 2021
L'A.I.V.E.C (Associazione Italiana Vittime Emergenza Covid 19), apolitica e apartitica, senza scopo di lucro, continua a prestare particolare attenzione alle voci di coloro che hanno subito e subiscono pregiudizi dalla diffusione del covid-19. Negli ultimi giorni sono pervenute alla richiedente associazione molteplici richieste di intervento, in questo particolare momento storico di pandemia. A tal fine l'A.I.V.E.C. ha aperto le adesioni per partecipare al ricorso innanzi alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo allo scopo di garantire i diritti dei detenuti, che con il diffondersi della pandemia affievoliti ancor di più.
di Raffaele Minieri
Il Riformista, 31 marzo 2021
La scelta del Governo di cambiare l'ordine di priorità nella somministrazione del vaccino ha spinto molti a domandarsi quale criterio poteva renderli un po' più uguali degli altri. Se qualcuno, quindi, pensava che il problema potessero essere i no vax, si è dovuto ricredere. Finché la scelta governativa è stata quella di vaccinare per categorie, è evidente che centrale fosse l'individuazione dei servizi essenziali. È stato, quindi, anche comprensibile che ognuno pensasse di essere più essenziale di un altro.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 31 marzo 2021
È stato approvato un emendamento al disegno di legge di delegazione europea, il testo ora torna al Senato in terza lettura. Sì dell'Aula della Camera a larghissima maggioranza all'emendamento alla legge europea sul recepimento nell'ordinamento italiano alla direttiva del 2016 sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo penale. Respinto invece, a scrutinio segreto, l'emendamento presentato di FdI che accompagnava il recepimento della direttiva con la regolamentazione e la sanzione della fuga di notizie relative ad indagini giudiziarie.
Il tema aveva determinato un dibattito nella maggioranza che aveva spinto il relatore Piero De Luca (Pd) la scorsa settimana ad uno slittamento dell'esame del testo. In tema di giustizia, il M5S aveva in particolare fatto emergere delle rigidità relative proprio alle proposte sulla direttiva relativa alla presunzione di innocenza. A questo punto, la legge europea dovrà tornare al Senato, che l'aveva già approvata in prima lettura.
"Il recepimento della direttiva del 2016 sulla presunzione di innocenza, grazie all'emendamento a firma del collega Enrico Costa, che ringrazio per la perseveranza, e mia, votato oggi quasi all'unanimità dalla Camera è un segnale importante in una fase in cui il giustizialismo e il processo mediatico sembrano avere la meglio". Lo dice Riccardo Magi, deputato di Più Europa-Radicali. "Auspichiamo che il governo sappia cogliere questa occasione per rafforzare le norme a garanzia della presunzione di innocenza, che a parole viene riconosciuta e enunciata da tutti ma nei fatti viene spesso travolta e con essa la vita e la dignità di troppi cittadini", conclude Magi.
"Quella che stiamo scrivendo oggi è una bella pagina. Forza Italia per prima ha sollevato il problema del recepimento della direttiva europea sulla presunzione d'innocenza di chi è imputato in procedimenti penali presentando un emendamento.
C'è stata una battaglia a tratti anche aspra in commissione Giustizia, ma oggi il parere di governo e relatore sul nostro emendamento è favorevole". Lo ha detto il deputato e capogruppo di Forza Italia in commissione Giustizia Pierantonio Zanettin, intervenendo in aula a Montecitorio nel corso della discussione della legge di delegazione europea.
"Vogliamo ringraziare la ministra Cartabia che ha voluto dare una svolta importante su questo tema. Abbiamo davvero apprezzato il suo stile, ma anche le sue parole che si traducono in questo piccolo primo passo rispetto ai tanti problemi del settore della giustizia di cui stiamo dibattendo. Di certo siamo dinanzi a una svolta, a qual famoso punto di discontinuità rispetto a quel giustizialismo manettaro che noi abbiamo contrastato in questi primi tre anni di legislatura", conclude.
di Debora De Carolis
treccani.it, 31 marzo 2021
Quando si parla di detenzione il più delle volte se ne trascura la dimensione femminile, sia a causa del ristretto numero di delinquenti donne, da sempre sensibilmente inferiore a quello dei delinquenti maschi, sia a causa della persistente difficoltà culturale ad affrontare ed inquadrare la problematica della donna-delinquente.
Storicamente, la donna deviante, che contravveniva cioè alle regole che la società (maschile) si era data, non è mai stata considerata come portatrice cosciente di ribellione o di disagio sociale, ma, piuttosto, in ragione della sua presunta inferiorità biologica e psichica, come una "posseduta" (ad esempio una strega) o una malata di mente (ad esempio un'isterica); e questo perché non si poteva ammettere, culturalmente, che una donna potesse coscientemente desiderare e decidere, con autonomia di scelta, di infrangere la legge scritta dagli uomini.
Cesare Lombroso, universalmente riconosciuto come il fondatore dell'antropologia criminale, fu il primo a tentare una analisi sistematica della problematica della delinquenza femminile, individuando, nel suo testo del 1893 intitolato La donna delinquente, la prostituta e la donna normale, nella maggiore debolezza e stupidità delle donne rispetto agli uomini la causa della minore diffusione della criminalità femminile.
Inoltre, la donna delinquente è sempre stata considerata colpevole non soltanto di aver trasgredito la legge posta dagli uomini, ma anche di aver tradito, commettendo il reato, la propria natura femminile, tradizionalmente dedita alla maternità. La donna delinquente subiva, pertanto, una doppia emarginazione, sia perché colpevole sia perché donna degenere e, eventualmente, anche madre degenere. Secondo quest'ottica paternalistica, le donne, più che punite, dovevano, dunque, essere corrette nella loro personalità, per essere ricondotte al modello femminile dominante, tanto che, fino al 1990, anno della istituzione del Corpo di Polizia Penitenziaria, la custodia delle donne detenute era affidata alle suore che impostavano la vita carceraria non tanto sulla punizione, quanto piuttosto sulla "correzione" dell'errore commesso, utilizzando i lavori domestici, le attività legate ai ruoli femminili tradizionali e la preghiera quali strumenti per agevolare il ravvedimento.
Alla donna veniva pertanto proposto di adeguarsi a vivere la casa come proprio mondo di riferimento e di azione e interiorizzare la famiglia come spazio di stabilità affettiva e di realizzazione, secondo l'uso e l'ideologia del tempo. Così, il modello di educazione alla dipendenza, che da sempre è stato alla base della socializzazione delle donne, si è riprodotto a lungo anche in carcere: infatti, se per l'uomo l'istituzione detentiva doveva servire a far sì che il reo accettasse le regole del patto sociale infrante con la commissione del reato, per le donne la carcerazione assolveva piuttosto una funzione rieducativa, il che significava innanzitutto indurle ad accettare la subalternità del proprio ruolo.
Tale modello di gestione della vita detentiva femminile, attuato attraverso la vigilanza di suore, è rimasto pressoché invariato fino alle riforme degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. In linea di principio, con le predette riforme, reclusione maschile e reclusione femminile si sono avvicinate: quest'ultima laicizzandosi (alle suore si sono sostituite dapprima le vigilatrici e poi le agenti di polizia penitenziaria), e la prima indirizzandosi verso obiettivi di rieducazione e di reinserimento sociale. Assimilando sempre di più i due modelli di reclusione, però, la dimensione femminile ha finito con l'essere ancor meno visibile, e i problemi organizzativi e di gestione connessi alla detenzione femminile sono divenuti paradossalmente ancora più residuali, fagocitati dalle problematiche che suscita la detenzione maschile.
La criminalità e la detenzione femminile sono divenute materia specifica d'indagine e di studio solo in tempi relativamente recenti. Tale accresciuto interesse ha coinciso con l'emergere, negli anni Settanta del secolo scorso, di un nuovo protagonismo sociale e culturale della donna, che si è tradotto, sul piano legislativo, nell'approvazione di una serie di leggi a favore della libertà e dell'emancipazione delle donne (dalla procreazione controllata alla depenalizzazione dell'aborto, dal divorzio all'abrogazione del reato di adulterio femminile). Malgrado la maggiore visibilità delle "questioni femminili", in ambito criminale e penitenziario si sono registrati tuttavia scarsi mutamenti: gli uomini restano, ancora oggi, i protagonisti quasi esclusivi della realtà e della scena carceraria e criminale. Le donne rappresentano, infatti, una percentuale minoritaria dell'intera popolazione detenuta italiana (rimasta pressoché costantemente attestata intorno al 5% delle presenze complessive).
Il ristretto numero di donne in carcere ha comportato una strutturazione del sistema penitenziario fondato sulle esigenze di custodia di uomini, che non tiene conto delle problematiche e specificità della popolazione detenuta femminile. Il carcere, così come concepito e organizzato nella pratica, rappresenta un'istituzione totale maschile, con regole rigide e predeterminate tese al contenimento dell'aggressività e della violenza, in cui non vi è spazio per il profilo emozionale che è proprio dell'esperienza comunicazionale di ogni donna che, conseguentemente, risulta rinchiusa non soltanto in un perimetro fisico, ma anche psicologico e umano, alienata dalla propria identità. Come molti operatori penitenziari osservano, la condizione detentiva è, per la donna, carica di una componente afflittiva ulteriore. Si riscontra, infatti, una particolare insofferenza alla detenzione da parte delle donne detenute, insofferenza che viene accentuata dal distacco dalla famiglia e che colpisce le donne in quanto tali, con disturbi fisici e malattie, tutti prevalentemente di carattere psicosomatico (amenorrea e disturbi mestruali in genere, cefalea, stipsi, anoressia, bulimia, gastriti, depressione), come se esse vivessero sul loro corpo non solo il peso della reclusione e della costrizione in un ambiente ristretto (questo lo vivono anche gli uomini), ma anche il diverso succedersi del tempo, l'angoscia della separazione, la negazione della femminilità e della maternità.
È evidente che quella che gli operatori chiamano "particolare insofferenza delle donne verso il carcere" è una condizione legata proprio all'essere donna, e per questo diversa da quella maschile: la perdita del proprio ruolo di moglie/madre/figlia, la lontananza dagli affetti, il senso di colpa per aver "abbandonato" i figli e la mancanza assoluta di controllo sulla propria vita che il carcere, in cui ogni gesto quotidiano è minuziosamente regolamentato, produce sul detenuto, causano maggiore sofferenza alle donne, abituate a "gestire" da sole la vita propria e spesso quella degli altri. In quel piccolo universo chiuso e sospeso, la donna cerca allora di riempire il vuoto e la mancanza di affetto attraverso piccoli gesti rivolti a persone e cose. La cura del proprio corpo, delle proprie cose, della cella, del proprio lettino rispondono al bisogno della donna di ritrovare un proprio spazio, una propria identità: un "ritrovarsi" nella confusione, spersonalizzazione e alienazione che il carcere crea. Forse è anche in questo che rientra la difficoltà delle donne ad accettare le regole, regole che sentono distanti perché declinate sul modello del detenuto maschio adulto: la forza con cui si oppongono a un annullamento della propria persona e della propria femminilità da parte di un'istituzione più forte e maschile.
Quando si affronta la questione della detenzione femminile non si può certo sottacere il problema della maternità e della presenza in carcere di figli minori. Quando ad essere confinata è una madre, la carcerazione inevitabilmente riverbera i suoi effetti anche sui figli che ne dipendono emotivamente e materialmente. La legge di riforma dell'ordinamento penitenziario del 1975 ha sancito, per le detenute madri di figli di età inferiore a tre anni, il diritto di tenerli con sé in istituto, consentendo così di instaurare con loro quel legame profondo tanto importante nei primi anni di vita. È evidente, però, che il rapporto madre-figlio, considerato alla luce della particolare posizione della madre-detenuta, presenta un'inconciliabilità: da un lato, tutelare il ruolo di madre significa consentire alle detenute di accudire i propri figli; dall'altro, proteggere l'infanzia vuol dire permettere ai bambini di crescere in ambienti adatti al loro sviluppo psicofisico. È facilmente intuibile che un contesto monotono e privo di stimoli come il carcere, delimitato negli spazi da chiavistelli e sbarre, con aria e luce limitati e connotato dall'assenza di autorevolezza della figura genitoriale, non sia idoneo a consentire questo corretto sviluppo e determini, anzi, l'insorgere di gravi disturbi relazionali e comportamentali.
È stata proprio l'esigenza di salvaguardare il superiore interesse del minore a ricevere cure materne costanti all'interno di un ambiente idoneo a sollecitare l'intervento del legislatore con la previsione di una ricca e articolata rete di istituti indirizzati alla decarcerizzazione delle donne che accudiscono figli nell'età dell'infanzia. Esemplificativa a tal proposito è la legge 21 aprile 2011, n. 62, la quale prevede per le detenute incinte o madri di prole di età non superiore a sei anni la possibilità che venga disposta nei loro confronti la custodia presso Istituti a Custodia Attenuata per Detenute Madri (cc.dd. I.C.A.M.), allo scopo di preservare la relazione materna e consentire ai figli delle detenute di trascorrere i loro primi anni di vita in un ambiente "familiare" che non ricordi il carcere, riducendo così il rischio d'insorgenza di problemi di sviluppo della sfera emotiva e relazionale dell'infante. Pur riconoscendo i progressi compiuti in questa direzione, ad oggi sono in numero crescente le madri che, a causa della permanenza di alcuni fattori normativi e fattuali, rischiano, tuttavia, di scontare la pena dietro le sbarre, eventualmente insieme ai propri bambini.
Quella della detenzione femminile è certamente la storia di una minoranza: rispetto agli uomini, infatti, sono poche le donne detenute, internate, trattenute. Questa loro presenza marginale non deve, tuttavia, far dimenticare che esse sono portatrici di esigenze specifiche, che attendono risposte adeguate. Di questo pare essere consapevole, del resto, la Direzione generale dei detenuti e del trattamento che, nel 2008, ha diffuso una circolare contenente uno schema di regolamento interno-tipo per gli istituti femminili e le sezioni femminili che ospitano detenute comuni, con l'evidente obiettivo di cogliere e tutelare il valore della "differenza di genere", declinando il senso dell'esecuzione della pena secondo codici, linguaggi e significati congruenti con la specificità dell'identità femminile, in maniera da evitare l'innescarsi di ulteriori meccanismi di marginalizzazione a discapito delle donne detenute.
Il quadro che emerge rispetto alla delicata questione della detenzione femminile è chiaro: la storica marginalità del fenomeno della delittuosità femminile ha fatto sì che la condizione delle donne in carcere sia stata per lungo tempo - e, per certi versi, ancora oggi - considerata di scarso interesse, anche tra gli addetti ai lavori, e perciò destinataria di pochissime risorse economiche e culturali, nonostante i costi, non solo personali ma soprattutto sociali, dell'incarcerazione femminile siano evidentemente più gravosi.
di Liana Milella
La Repubblica, 31 marzo 2021
La Camera dice sì alla direttiva Ue. Cosa succede ora? Dopo un lungo braccio di ferro, via libera pressoché unanime: un solo voto contrario. Dalla maggioranza il ringraziamento alla ministra Cartabia per la sua mediazione. La norma europea richiama al rispetto del principio della non colpevolezza fino alla condanna definitiva.
È stata una battaglia durissima, ma alla fine i garantisti l'hanno vinta. E sul principio della presunzione d'innocenza fino alla condanna definitiva, la Camera ha addirittura votato praticamente all'unanimità: 427 i voti favorevoli, uno contrario e 11 astenuti. Entusiasmo alle stelle per chi, come Enrico Costa, l'ex forzista passato con Calenda, ha quasi rischiato la spaccatura della maggioranza pur di far entrare subito, nella legge italiana, la direttiva europea del 2016 che contiene appunto questo principio. Nessuno può essere presentato, all'inizio dell'indagine, come colpevole, di fronte all'opinione pubblica.
Toccherà adesso alla Guardasigilli Marta Cartabia concretizzare nelle leggi italiane questo principio. Che sarà inserito nella legge di Delegazione europea. Che, proprio per l'inserimento di questo emendamento, dovrà tornare al Senato per una nuova lettura.
La battaglia è durata oltre cinque mesi. Ma poi si è conclusa in meno di mezz'ora. Proprio perché alle spalle, da quando è diventata Guardasigilli Marta Cartabia, e ovviamente con la nuova e ampia maggioranza che mette insieme i garantisti (Forza Italia, Azione, Più Europa) e i giustizialisti (M5S), il clima sulla presunzione d'innocenza è cambiato rispetto al netto diniego di M5S.
Ma prim'ancora di passare alla discussione in aula, ai tanti sì che si sono accavallati, compresi quelli dell'unica voce di opposizione al governo, e cioè Fratelli d'Italia, fino all'intera maggioranza, cerchiamo di capire subito cosa significa "presunzione d'innocenza" e dove nasce la necessità di recepire il principio nella legislazione italiana. Ecco uno dei passaggi più importanti della direttiva europea del 2016: "La presunzione d'innocenza sarebbe violata se dichiarazioni pubbliche rilasciate da autorità pubbliche o decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza presentassero l'indagato o imputato come colpevole fino a quando la sua colpevolezza non sia stata legalmente provata.
Tali dichiarazioni o decisioni giudiziarie non dovrebbero rispecchiare l'idea che una persona sia colpevole. Ciò dovrebbe lasciare impregiudicati gli atti della pubblica accusa che mirano a dimostrare la colpevolezza dell'indagato o imputato, come l'imputazione, nonché le decisioni giudiziarie in conseguenza delle quali decorrono gli effetti di una pena sospesa, purché siano rispettati i diritti della difesa".
Su questo principio si è discusso dall'anno scorso. Da quando Costa, in quel momento di Forza Italia, ha presentato il primo emendamento in commissione Giustizia. Un testo articolato, che, come vedremo, a gennaio lo stesso Costa, alla vigilia del suo ingresso nella maggioranza, ha riproposto pari pari chiedendo di inserirlo nella legge di Delegazione europea. Con una serie di dettagliate imposizioni sul comportamento delle procure e dei procuratori: stop alle conferenze stampa dopo gli arresti, stop alla diffusione di foto e filmati, stop alla "distribuzione gratuita" dell'ordinanza di custodia cautelare, stop alla divulgazione delle intercettazioni. In una parola, stop netto a tutto quello che può radicare nell'opinione pubblica l'idea che l'indiziato o l'arrestato sia, già dall'arresto, un colpevole. Perché, e qui Costa riprende la Costituzione, solo dopo la sentenza definitiva si può diventare "colpevoli". Quell'emendamento, a novembre 2020, era stato bocciato 23 a 23 in commissione Giustizia con il voto determinante del presidente Mario Perantoni di M5S.
Ma a gennaio si è scatenato lo scontro nella maggioranza. Proprio a ridosso del voto sulla legge di Delegazione europea, già approvata al Senato, che recepisce una serie di norme Ue. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D'Inca era contrario a emendare il testo per non rimandarlo al Senato. Ma Costa per primo, e poi Lucia Annibali di Italia viva, Pierantonio Zanettin di Forza Italia, Roberto Turri della Lega, hanno scatenato una pressione fortissima per introdurre la "presunzione d'innocenza". Inizialmente più cauto il Pd che però via via si è unito con Alfredo Bazoli alle stesse richieste di Costa.
Il quale, pur di chiudere e ottenere almeno l'inserimento del principio di presunzione, ha rinunciato al suo emendamento "lungo" per una versione short, secca, di sole due righe. Questa: nella legislazione italiana entra "la direttiva Ue 2016/343 del Parlamento europeo e del Consiglio del 9 marzo 2016 sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali". Due righe che compendiano però l'intero testo della direttiva stessa. Che, declinata nelle nostre leggi penali, potrebbe pesare moltissimo. Soprattutto nella vita di tutti i giorni delle procure, alle prese con arresti, ordinanze di custodia, intercettazioni.
Una giurista europea come Marta Cartabia non poteva certo non recepire la richiesta di Costa. Credendo profondamente nel principio della presunzione d'innocenza. E alla fine D'Incà ha accettato che il testo della legge di Delegazione, come aveva chiesto anche la capogruppo di Italia viva Maria Elena Boschi, tornasse al Senato per una breve rilettura. Ma soprattutto M5S, di fronte alla richiesta di tutta la maggioranza, ha dovuto accettare l'introduzione del principio. Sabato scorso l'accordo è stato siglato e chiuso, alla presenza del capogruppo alla Camera di M5S Davide Crippa.
E siamo a oggi. Ai trenta minuti in cui, a Montecitorio, la partita è stata chiusa. Inutile il tentativo di Fratelli d'Italia, con l'emendamento firmato dal capogruppo Francesco Lollobrigida, di proporre un testo lungo, quello originario di Costa. L'emendamento è stato bocciato nonostante una decina di deputati di FdI l'abbia sponsorizzato in ogni modo, a partire da Carolina Varchi. Che chiede "sanzioni per chi presenta l'imputato come colpevole", vuole "colpire le fughe di notizie", vuole "vietare la pubblicazione degli atti d'indagine preliminare e delle intercettazioni".
Si spende Roberto Giachetti di Italia viva, da sempre super garantista, per il quale bisogna essere considerati "non colpevoli fino al terzo grado di giudizio", mentre "il processo e la condanna mediatica tradiscono l'articolo 27 della Costituzione". L'ingresso del principio europeo, invece, obbligherà tutti a "un esercizio di responsabilità". Ma l'emendamento di Fratelli d'Italia non passa, in 370 contro 60 non lo vogliono.
Siamo alla proposta Costa, che in modo simile è stata presentata anche dalla renziana Annibali, dal forzista Zanettin, da Bazoli del Pd, ma anche dal leghista Turri. È ormai l'emendamento di tutta la maggioranza. Al quale Costa dà un forte valore per le sue possibili conseguenze future. Parla di "obbligo di non presentare la persona indagata come colpevole", di "uno stop alle conferenze stampa in cui i magistrati usano termini non neutri e descrivono gli indagati come già responsabili dei delitti, mentre la difesa non tocca palla, non viene coinvolta, mentre le inchieste vengono battezzate con dei nomi, mentre vengono spiattellate le intercettazioni telefoniche". E ancora: "Dopo anni la persona viene assolta, ma difficilmente potrà riuscire a recuperare la sua vita familiare e il suo lavoro". Una vera arringa la sua: contro "la logica del buttiamo la chiave", del "siamo garantisti ma...", dell'essere "garantisti con gli amici, ma forcaioli con gli avversari". Sono le convinzioni di un Costa, avvocato nella vita, sostenute da sempre, da quando fa politica. E a Costa giunge il "grazie" di Carlo Calenda che parla di "grande vittoria per Azione e per tutti i garantisti e liberali d'Italia".
Stavolta Costa si ritrova in buona compagnia. Ecco Zanettin, anche lui un avvocato, che esordisce così: "Stiamo scrivendo una bella pagina". E ancora: "Questo è un momento di svolta, è uno stop alla giustizia manettara". Arriva da lui invece il "grazie" per la mediazione di Marta Cartabia e per "un traguardo di cui tutti siamo contenti". Un coro insomma. In cui la parola finale spetta alla responsabile Giustizia di Italia viva Lucia Annibali che dice: "La certezza della pena non è la certezza del carcere". Ma vedremo, a questo punto, quali saranno le concrete conseguenze, quando i principi dovranno essere tradotti in norme, a cominciare da quelle dell'ordinamento giudiziario su cui sta lavorando proprio Cartabia per "emendare" le leggi del suo predecessore Alfonso Bonafede.
di don Ettore Cannavera
volontariatoseac.it, 31 marzo 2021
Lettera al Papa. Caro Papa Francesco, sono un sacerdote di settantasei anni e da oltre mezzo secolo svolgo la mia missione pastorale al servizio degli ultimi, dei rifiutati, dei dimenticati. Di coloro che chiamiamo cattivi e di cui abbiamo bisogno per sentirci buoni: dei carcerati, che Lei incontra in ogni occasione che può.
Tanti anni fa, giovane sacerdote, inquieto sulla mia missione sacerdotale, sono entrato in un carcere, quello minorile di Cagliari, quasi per caso - io credo favorito dalla Divina Provvidenza - e da quel momento non ne sono più uscito. Perché tanta è stata la pena per i poverini rinchiusi là dentro, privati non solo della libertà ma anche della dignità di essere umano - in completa contraddizione col nostro credo di cristiani - che ho deciso di dedicare loro tutto me stesso. è la mia missione.
Nei successivi cinquant'anni, aiutato da donne e uomini di buona volontà, non certo da solo, ho esplorato molti percorsi per dare ai carcerati la dignità cui hanno diritto per legge e soprattutto per insegnamento evangelico (Mt 25,36).
Abbiamo costituito cooperative e associazioni di volontariato; abbiamo lavorato per tentare di alleviare il peso insopportabile della privazione della libertà. Infine, assieme ai tanti amici, abbiamo fondato La Collina, una comunità di recupero per detenuti giovani e adulti.
Da venticinque anni accogliamo detenuti colpevoli di gravi reati. Se l'autorità giudiziaria consente loro di usufruire di misure sostitutive o alternative alla detenzione e debbano completare un programma rieducativo e riabilitativo già avviato presso gli istituti di pena, scontano la pena da noi. In campagna, alla periferia di un piccolo paese del cagliaritano (Serdiana), sperimentano una vita comunitaria di lavoro e di serenità. E di cultura. Ci educhiamo tutti assieme: loro imparano a convivere civilmente col prossimo, noi impariamo ad accogliere chi ha sbagliato e a scommettere sulla loro decisione di non sbagliare ulteriormente. Chi termina di scontare la pena da noi, in comunità, smette di delinquere dopo la fine della condanna, al contrario di chi sconta la pena in carcere che ricomincia a delinquere una volta uscito. Noi diamo al carcerato il diritto alla rieducazione, diritto che la nostra stessa Costituzione garantisce (art.27).
Ogni mattina, al mio risveglio, chiedo nelle mie preghiere che mi venga concesso di essere un buon sacerdote. Non lo faccio per superbia, piuttosto per insicurezza: perché so che potrei fare di più per chi soffre e non ne sono capace. Ecco perché mi permetto di disturbare il Papa, per pregarlo di aiutarmi ad essere un prete migliore.
E per questo avrei una preghiera: non potremmo istituire la Giornata Mondiale del Carcerato? Una delle domeniche dell'anno, durante la Messa, il celebrante potrebbe richiamare l'attenzione dei credenti su Matteo 25,36: [ero] carcerato e siete venuti a trovarmi. Un versetto apparentemente semplice eppure denso di significato e di impegno. Celebriamo giustamente la giornata del rifugiato, del migrante, del povero e del malato. Ma se poi finisce in carcere, e ci finisce spesso, lo si dimentica nonostante il messaggio di Matteo sia così chiaro. Diventa uno degli ultimi cui si aggiunge il peso terribile della sottrazione della libertà, dunque l'ultimo degli ultimi. Una condizione atroce. Perché noi cristiani, condizionati dalla cultura dominante, siamo disponibili ad aiutare il migrante, il povero, il malato... ma non chi finisce in carcere, come se la sua "devianza" fosse totalmente attribuibile a una sua responsabilità.
E se dedichiamo tanta attenzione ai poveri e ai malati, se c'è la Giornata Mondiale del Malato, che dire quando vengono imprigionati? Le carceri traboccano di malati - cos'altro sarebbero i drogati di cui le prigioni sono colme, se non malati? - e non smettono di esserlo: sono malati e carcerati. Di nuovo gli ultimi degli ultimi.
Caro Francesco, ho letto con gioia immensa il Suo messaggio al nuovo presidente degli Stati Uniti: "...prego che le sue decisioni siano guidate dalla preoccupazione per la costruzione di una società caratterizzata da autentica giustizia e libertà, insieme al rispetto incrollabile dei diritti e della dignità di ogni persona, specialmente i poveri, i vulnerabili e coloro che non hanno voce". Domando: chi potrebbe essere più vulnerabile e privo di voce di un carcerato? Dell'ultimo degli ultimi? Il reietto gettato con indifferenza in quella pattumiera sociale che è il carcere, senza alcun riguardo per la sua dignità di essere umano?
Al mondo ci sono milioni di carcerati, di esseri umani trasparenti e sconosciuti che sommano alla propria condizione di ultimo quella di dimenticato. Sono muti e non possono farsi sentire. Diamo loro voce per un giorno: istituiamo la Giornata Mondiale del Carcerato. Per una volta facciamoli parlare. Glielo chiede un modesto sacerdote che la Provvidenza, imperscrutabile, ha voluto trovare in un paesino periferico della periferia d'Europa (Serdiana, in Sardegna) per mandarlo a svolgere il proprio compitino tra gli ultimi. Un figlio di contadini che coltiva ulivi e viti assieme ai carcerati. Nella speranza che il Papa, che non a caso ha deciso di chiamarsi Francesco, gli faccia la grazia di ascoltarlo. Prego il Signore che voglia conservarLa in salute.
Certo, assicuro preghiere come Lei chiede ogni domenica.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 31 marzo 2021
Nel nuovo decreto per fronteggiare la diffusione del contagio da Covid-19 sul tavolo del prossimo Consiglio dei ministri, convocato per oggi, mercoledì 31 marzo alle 17.30, dovrebbe entrare, a quanto si apprende, anche il rinvio del concorso in magistratura attualmente previsto per fine maggio. Inoltre, è prevista la proroga della normativa di emergenza negli uffici giudiziari e la possibilità di fare ripartire i termini nei casi malfunzionamento del portale telematico.
Si va dunque verso un rinvio del concorso, per esami, a 310 posti di magistrato ordinario (indetto con Dm 29 ottobre 2019), attualmente previsto nei giorni 25, 26 e 28 maggio 2021 in due sedi (la Fiera Roma, in via Portuense, nn. 1645 - 1647 e la Fiera Milano Rho, strada statale Sempione, n. 28), per fronteggiare l'emergenza sanitaria. Nel decreto Covid di domani, infatti, entrerebbe una norma che consente delle deroghe alle leggi attualmente vigenti in materia di concorso in magistratura.
Sarà poi un successivo decreto ministeriale a regolare tutti i dettagli e dunque anche a fissare le nuove date e le modalità di svolgimento dell'esame. Queste ultime dovranno ottenere prima il via libera del Comitato tecnico scientifico. Mentre per i tempi si ipotizza che i circa 10mila candidati potranno sostenere il concorso prima del mese di agosto. Infine, per consentire le prove in sicurezza, gli esami saranno dislocati su più sedi e le prove si svolgeranno con una modalità più agile, in modo tale da permettere la presenza dei candidati per meno ore.
Un altro elemento che sarà presente nel decreto Covid, è la proroga della normativa d'emergenza per uffici giudiziari che verrà procrastinata fino al 31 luglio. La richiesta era arrivata nei giorni scorsi proprio dall'Associazione nazionale magistrati nel corso di un colloquio con la Ministra della Giustizia Marta Cartabia ma poi era entrata come ulteriore elemento polemico nella nota dell'Anm sui vaccini che ha suscitato tanto clamore. Allo stato però la questione sembra destinata a rapida soluzione
Infine, il Cdm dovrebbe approvare anche una norma relativa alla rimessione in termini in caso di cattivo funzionamento del portale di deposito degli atti. Un tema molto caro alle Camere penali che hanno proclamato l'astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria per i giorni 29, 30 e 31 marzo 2021, proprio a seguito delle "reiterate richieste, tutte andate a vuoto di consentire, alla luce di un 'evidente malfunzionamento dei portali' (cosa che determina una 'grave lesione dei diritti dei cittadini sottoposti a procedimento penale e delle persone offese), di accedere anche alle modalità tradizionali di deposito e accesso ai fascicoli".
Altro tema caldo in fase di definizione da parte del Governo, infine, è l'obbligo vaccinale e lo scudo penale per i medici e gli operatori sanitari. Per il Sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto: "Sarà una norma innanzitutto corretta sul piano dell'impianto costituzionale, poiché la protezione della salute passa anche attraverso tale scelta. È pure del tutto legittimo proteggere con uno 'scudo' chi si impegna nelle vaccinazioni non potendo avere altre responsabilità che vadano oltre il gesto tecnico del vaccinare".
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