di Rossella Grasso
Il Riformista, 27 dicembre 2020
"Mio figlio è epilettico, gli vengono crisi continue e vive in un piccolissimo spazio stretto dove potrebbe farsi seriamente male. Gli manca anche l'aria, può morire ogni volta che ha una crisi". È così, con questa angoscia nel cuore che mamma Carmela sta passando il Natale. Suo figlio, Ezio Prinno, è rinchiuso a Milano, nel carcere di Opera, lontano da casa, dagli affetti. È gravemente malato e da mesi Carmela Stefanoni chiede che sia semplicemente riavvicinato a casa, trasferito in un carcere napoletano.
Ezio ha 44 anni, è stato arrestato nel 2010 durante una retata anticamorra a Napoli, nel dedalo di viuzze della Rua Catalana. Le sue condizioni di salute sono molto precarie. Sua madre è disperata: "Non ho soldi per andare a Milano a trovarlo e ho sue notizie confuse che mi vengono dette in maniera non ufficiale. So solo che è ricoverato e sta talmente male che al telefono non riesce a dire una parola".
Carmela racconta che suo figlio soffre di crisi epilettiche da quando aveva 14 anni e ultimamente in carcere ha le crisi anche 7 volte al giorno. I tanti dottori che lo hanno visitato lo hanno dichiarato non idoneo al regime carcerario. Non è la prima volta che Carmela chiede l'avvicinamento a Napoli di suo figlio. Ma, nonostante il parere dei medici che hanno riconosciuto in più occasioni la precarietà delle sue condizioni di salute, i giudici hanno sempre rigettato la richiesta.
Quando è entrato in carcere aveva 24 anni, ma negli anni le sue condizioni sono gravemente peggiorate, tanto che è costretto a indossare sempre un casco per proteggersi durante le convulsioni delle crisi epilettiche che sono sempre più frequenti. "Una volta sono andata a trovarlo e con tutto il casco aveva tanto sangue che scorreva dalla testa - racconta Carmela - e buchi in testa. Mi avevano detto che il casco l'avrebbe protetto, invece gli toglie solo l'aria perché lo stringe sotto il mento".
Ezio ha anche un nipotino di tre anni che non ha mai conosciuto perché nessuno della famiglia ha abbastanza soldi per andare a trovarlo a Milano. Ha quattro figli di cui una minorenne che ha ereditato da lui l'epilessia e non sta bene. "Noi non siamo un clan - dice Carmela - non abbiamo i soldi per fare nulla".
Ezio in passato ha più volte fatto lo sciopero della fame per essere riavvicinato a casa e continua a rifiutare il cibo. "Non chiedo che torni a casa, ma che almeno sia portato in comunità o in un luogo adatto a curarlo - chiede Carmela - hanno aspettato che gli venisse la depressione per toglierselo davanti. Che se ne importano là dentro quando uno muore. Si è anche tagliato le vene e non l'hanno portato all'ospedale. Mi hanno raccontato che lo ha salvato il compagno di cella. Poi quando è andato l'avvocato a trovarlo, aveva preso una infezione alle ferite".
Il Gazzettino, 27 dicembre 2020
Gli agenti della Polizia penitenziaria, in forza alla Casa di reclusione Due Palazzi, si sono stretti attorno al loro comandante di reparto finito sotto "processo" da parte del provveditorato dell'amministrazione penitenziaria.
Secondo l'accusa avrebbe trasferito un detenuto di origine magrebine alla Casa circondariale di Belluno, senza sottoporlo prima al tampone per verificare se fosse infetto da Covid-19.1 poliziotti in un comunicato congiunto fanno sapere che: "Tutto il personale di polizia penitenziaria in servizio alla Casa Reclusione di Padova, in questo momento difficile manifesta il proprio sgomento ed è a fianco al proprio Comandante di Reparto, che in questi giorni difficili per tutti è stato oggetto di una ingiusta e inappropriata contestazione di addebiti da parte del Provveditorato dell'Amministrazione Penitenziaria di Padova.
La "colpa" imputata al Comandante di Reparto della C.R. di Padova, sarebbe stata quella di aver messo in partenza il detenuto privo di tampone Covid-19 come da protocolli sanitari regionali, quando in realtà un detenuto non può essere trasferito ad altro istituto se non viene rilasciata la certificazione sanitaria che attesti la sua idoneità al trasferimento e poi esiste una sorta di protocollo tra le varie sanità penitenziarie in Veneto che, previo accordi tra i dirigenti sanitari di sanità penitenziaria, un detenuto può essere trasferito ad altro istituto anche se non ha eseguito il tampone. Alla luce di quanto sopra esposto, si ritiene che la suddetta contestazione sia inappropriata".
di Claudio Magris
Corriere della Sera, 27 dicembre 2020
Stiamo vivendo la fine di un mondo plurisecolare. Quando l'incubo del virus sarà finito ci ritroveremo in un mondo radicalmente altro
Il numero di 7, eccezionalmente in edicola giovedì 24 e poi per due settimane, prende commiato dal 2020 e guarda alla vita che verrà con un alfabeto d'autore. Ogni lettera è affidata a una grande firma del "Corriere". Interviste, spigolature, ritratti: ritroverete quello che è accaduto a noi e nel mondo, quello che vi ha colpito e commosso. Con uno sguardo già rivolto ai protagonisti del 2021. Ecco l'editoriale di Claudio Magris che apre il numero.
"A proposito di Hitler, non mi viene in mente niente". A dire queste parole, all'avvento del nazismo, era Karl Kraus, il grande scrittore austriaco che aveva per tanti anni fustigato, con incredibile ferocia satirica e poesia insieme apocalittica e lirica, i mali, le falsità, le menzogne sociali, la perversione della stampa e dell'informazione, la guerra, la violenza materiale e morale. Quel silenzio non era un'abdicazione alla lotta contro la barbarie. Nasceva dal senso di impotenza dinanzi a una nuova forma del male e alla scoperta di vivere gli "ultimi giorni dell'umanità" come dice una sua famosa opera. Fatte le debite differenze, che rendono azzardati confronti e paragoni, anche oggi, dinanzi alla pandemia, è difficile dire qualcosa.
Le uniche cose che possiamo e dobbiamo veramente e sempre dire o rispettivamente ascoltare sono le informazioni e le notizie concrete sui decessi, le misure di protezione, i permessi e i limiti di movimento, i vaccini e i piani per la loro distribuzione e così via. L'ininterrotto discutere su ciò che la pandemia significa per la nostra società, il nostro mondo, la nostra vita, l'ossessivo tam tam di opinioni copre e stordisce la verità di quel silenzio. Stiamo vivendo non gli ultimi giorni dell'umanità ma la fine di un mondo plurisecolare.
Quando il Covid sarà finito, il mondo non sarà più quello di prima; ci troveremo - chi si troverà - in un mondo radicalmente altro, forse in parte ma solo in parte inimmaginabile. Quest'anno di pandemia ha cambiato il mondo più di quanto l'abbia cambiato la guerra, una guerra mondiale come lo è e forse ancora di più il virus. Ero bambino, ma ricordo la Seconda guerra mondiale, gli allarmi, le sirene, i bombardamenti, le corse di notte a cercare riparo in ridicoli rifugi, le ansie per le persone care al fronte, l'indigenza, la mancanza di tante cose necessarie.
Ma anche sotto quel diluvio di sciagure si avvertiva la vita di sempre, aggredita e sfregiata, ma non adulterata nella sua sostanza. Solo alla fine della guerra si è avuta veramente coscienza generale del male assoluto, della Shoah che aveva sfigurato il mondo. Sono grato a chi si batte concretamente per aiutarci a sopravvivere e a vivere.
Sono loro, quelli che si sfiancano - come ad esempio Don Mario Vatta nella comunità di San Martino al Campo a Trieste - si sfiancano ad accogliere persone senza tetto e senza pane accogliendoli per la notte e cercando di sfamarli prima di dover espellerli il mattino e affrontando in situazioni indicibili il problema del contagio e dei controlli sanitari.
Sono loro, non chi comodamente discetta come me in questo momento, i combattenti e i santi di questa lotta. Spero, come tutti, di vedere la fine di questo incubo del virus, ma ho paura anche di un dopo che non riesco a immaginare ma che intuisco radicalmente altro rispetto al mondo che ho conosciuto e rispetto al quale, anche senza il genio di Karl Kraus, non mi sento di dire nulla.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 27 dicembre 2020
Le tutele dal Tribunale di Milano: bisogna valutare caso per caso. Ogni Paese viene considerato sulla base di oltre 100 indicatori internazionali. Il rischio Covid nei Paesi d'origine può essere motivo e concausa per concedere in Italia la "protezione umanitaria" a migranti che non abbiano diritto all'asilo politico o alla protezione sussidiaria da guerre o torture: con valutazioni d'ufficio, cioé persino senza istanza delle parti, è questa l'innovativa opzione adottata dal Tribunale civile di Milano in una serie di ordinanze depositate appena prima di Natale.
La nuova linea agisce però senza alcun automatismo (a parità di Paese ci sono infatti sia accoglimenti sia rigetti), ma solo su base individualizzante: la protezione umanitaria per Covid viene cioè concessa dalla Sezione specializzata in immigrazione qualora la pandemia - oltre a essere misurata nel suo concreto impatto territoriale da specifici indici internazionali - appaia un rischio (in termini di scarse risorse sanitarie, insicurezza alimentare, disordini sociali, crisi economica) di ulteriore aggravamento di una pregressa vulnerabilità personale. Tale da far ritenere che, in caso di rimpatrio, chi già è vulnerabile sprofonderebbe in condizioni di vita non rispettose del nucleo minimo di diritti della persona.
Nei ricorsi alla sezione del presidente Pietro Caccialanza, tutti presentati prima del decreto Salvini del 2018 ora modificato, c'è l'analfabeta che racconta di non poter tornare nel suo villaggio in Bangladesh perché, mentre lavorando dall'Italia può mandare 50 euro al mese a moglie e figli senza più casa spazzata via da un'alluvione, là verrebbe inseguito dai creditori. C'è il giovane mandingo, orfano di padre e di madre in Gambia, terrorizzato dal tornare in patria per timore dei malefici poteri dello zio "stregone". C'è il 15enne della Guinea, naufragato in Italia (in mezzo a 30 morti) dove ha già preso la licenza media e iniziato un tirocinio lavorativo. C'è il 54enne pachistano cieco, scappato dal Punjab dopo una mortale lite sulla reale capacità di latte di una bufala comprata a caro prezzo.
A tutti il Tribunale spiega che questi vissuti non danno loro diritto all'asilo. Ma in via autonoma (sulla scia di sentenze di Corte Ue e Cassazione sul "fatto nuovo") il Tribunale si sente di dover valutare la pandemia. Non alla buona, ma sulla scorta dell'"Inform Epidemic Global Risk Index" con cui il Joint Research Centre della Commissione Europea sintetizza 100 indicatori di rischio su tre fasce: pericolo di esposizione (dalla densità demografica all'accesso all'acqua corrente), criticità intrinseche (dall'insicurezza alimentare alla variazione dei prezzi), capacità del sistema (a cominciare dalla sanità).
Così il vissuto di quei migranti, che da solo non sarebbe motivo di protezione umanitaria, lo diventa una volta combinato al rischio che affronterebbero nel Bangladesh con soli 733 posti di terapia intensiva e 1.800 ventilatori; nel Pakistan dove alcune città hanno appena 10 posti Covid e un laboratorio; o in Costa d'Avorio alle prese con 2,3 medici per 10.000 abitanti a fronte del minimo di 23 raccomandato dall'Oms.
E tuttavia non ci sono automatismi nemmeno in questa ottica: pure il Senegal ha un indice composito di rischio medio-alto (tra 5 e 6 in una scala da 0 a 10), eppure il Tribunale non concede la protezione umanitaria a un giovane in fuga da un mutuo acceso a suo nome dal proprietario di un negozio poi dato alle fiamme.
Perché no? Un po' perché "la risposta del Senegal alla pandemia è stata rapida in particolare grazie ad un'ottima strategia di sensibilizzazione della popolazione"; ma molto perché, nella combinazione tra analisi generale e caso concreto, i giudici non ravvisano "specifici fattori di vulnerabilità che esporrebbero il ricorrente ad un rischio individualizzato in caso di rientro, considerato che è un adulto, mediamente scolarizzato, non affetto da patologie, e in costante contatto con la famiglia".
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 27 dicembre 2020
I ricorsi contro i fermi di Sea-Watch 3 e 4 finiscono alla Corte di giustizia Ue. In ballo la sorte delle altre Ong nel Mediterraneo. La vicenda solleva un paradosso: neanche le motovedette della Guardia costiera hanno i requisiti chiesti alle Ong. Pensate di andare a Berlino ed essere arrestati in aeroporto perché la polizia tedesca non riconosce la vostra carta d'identità.
È successo qualcosa di simile alle navi delle Ong sequestrate nei porti italiani. Tra loro ci sono Sea-Watch 3 e Sea-Watch 4: lo Stato di bandiera è la Germania ma la Guardia costiera le tiene in stato di fermo dal 9 luglio e dal 20 settembre. L'Ong ha impugnato i provvedimenti davanti al Tar. Mercoledì 23 dicembre il tribunale amministrativo ha passato la palla alla Corte di giustizia dell'Unione europea. La vicenda è complessa dal punto di vista giuridico e decisiva da quello politico: il suo esito condizionerà inesorabilmente l'ultima strategia messa in campo contro le navi umanitarie.
Dall'insediamento del governo Pd-5Stelle le autorità italiane contestano alle Ong che le loro navi non sono classificate come Sar, cioè per attività di ricerca e soccorso. Sarebbe questo il motivo delle continue e dettagliate ispezioni, che normalmente avvengono secondo intervalli stabiliti dalle normative internazionali, e delle richieste di misure di sicurezza aggiuntive, a tutela delle persone a bordo e dell'ambiente marino. In pratica secondo la Guardia costiera la classificazione da parte tedesca delle Sea-Watch 3 e 4 come "navi cargo", categoria in cui rientrano tutte quelle che non trasportano passeggeri, non corrispondere all'attività svolta effettivamente e "sistematicamente". Il problema è che la certificazione Sar non è prevista né dal diritto tedesco, né da quello internazionale. Tanto che la Germania ha confermato anche dopo il blocco la corretta classificazione delle due navi.
I nodi che il tribunale europeo dovrà sciogliere riguardano l'interpretazione della direttiva comunitaria 2009/16/ce sui poteri di controllo degli Stati di approdo. Semplificando, la Corte di giustizia Ue deve stabilire: se la direttiva si applica a navi classificate come cargo ma utilizzate sistematicamente per un'attività non commerciale, come quella Sar; se le continue ispezioni sono legittime; se lo Stato di approdo può pretendere una riclassificazione delle imbarcazioni da parte dello Stato di bandiera; se questa richiesta è legittima per una categoria non prevista.
Sulle attività Sar svolte da navi civili, infatti, esiste un vuoto nel diritto comunitario, richiamato anche dal recente Patto europeo sull'immigrazione e l'asilo. Resta da capire se in assenza della classificazione formale Sar le navi civili non devono svolgere questa attività o se possono farlo con altre certificazioni. È interessante che il Tar rimandi la decisione alla Corte europea per l'esistenza di "dubbi interpretativi", ma poi suggerisca letture favorevoli a Sea-Watch su tutti i punti controversi. E che solleciti una procedura d'urgenza in sede europea perché la decisione influirà sulla sorte delle altre cinque navi bloccate in porto e delle due a rischio di provvedimenti analoghi.
Al di là del piano giuridico la vicenda solleva due paradossi. Alle navi delle Ong sono richiesti adeguamenti strutturali in base all'equiparazione tra naufraghi e passeggeri (dal momento che l'attività Sar è svolta in maniera sistematica e non occasionale). Ma le navi della Guardia costiera, cioè il soggetto istituzionale che fa ricerca e soccorso, rispettano quelle caratteristiche? "Ovviamente no - afferma Vittorio Alessandro, ammiraglio della Guardia costiera in congedo e membro del Comitato per il soccorso in mare - Le motovedette classe 300, che a Lampedusa hanno svolto la maggior parte dei soccorsi, sono pensate e organizzate per interventi di emergenza: uscire dal porto, soccorrere e portare immediatamente a terra. I problemi e i rischi della permanenza a bordo si pongono solo quando alle navi è impedito di attraccare per molti giorni. Solo così le unità di soccorso possono essere additate come rischio aggiuntivo invece che come risoluzione dell'emergenza".
Il secondo paradosso è che la certificazione Sar richiesta alla Germania non esiste neanche in Italia. O meglio, qui è presente un organo tecnico accreditato alla classificazione e valutazione delle unità navali: si chiama Rina, registro italiano navale, e ha una storia lunga che inizia nel giugno 1861, tre mesi dopo la proclamazione del Regno d'Italia. Il 21 febbraio 2020 ha classificato la nave italiana Mare Jonio, di Mediterranea, come nave di soccorso. Ma la Guardia costiera non ha riconosciuto la certificazione e ha diffidato il rimorchiatore dal realizzare attività di salvataggio "in modo stabile e preordinato".
Ad agosto di quest'anno l'ente ha rilasciato lo stesso certificato alla Ocean Viking, battente bandiera norvegese. La nave della Ong Sos Mediterranée è rimasta comunque sotto sequestro fino al 21 dicembre, liberata solo dopo cinque mesi e numerosi interventi di adeguamento ordinati dalla Guardia costiera. Tra questi, si legge nel comunicato, l'installazione di zattere di salvataggio più grandi, giubbotti salvagente aggiuntivi, tute di immersione ed equipaggiamenti di sicurezza supplementari da utilizzare nel caso in cui la Ocean Viking debba essere evacuata mentre ci sono dei sopravvissuti a bordo (uno dei motivi dei fermi è che le navi delle Ong non avrebbero potuto garantire l'evacuazione dei naufraghi se la loro stessa nave fosse naufragata).
Contattato dal manifesto, il Rina ha spiegato che la sua notazione di "Rescue" è "attribuita a navi che, in caso di necessità, hanno le sistemazioni e le dotazioni per soccorrere e accogliere a bordo dei naufraghi in sicurezza. Affinché una nave possa operare in maniera sistematica come unità di soccorso è necessario che risponda anche alle norme statutarie applicabili che vengono definite dall'amministrazione di bandiera". Punto e daccapo quindi.
di Roberto Saviano
L'Espresso, 27 dicembre 2020
In Italia esiste una legge che autorizza la cannabis per uso terapeutico. Ma viene disattesa. E i malati che la producono vengono denunciati. In Commissione giustizia il Procuratore Nazionale Antimafia Federico Cafiero De Raho ha affermato che, in Italia, la legge sulle droghe è vetusta e va cambiata.
La legalizzazione delle droghe leggere toglierebbe terreno e capitali alle mafie, e certamente porterebbe a un apparente aumento dei consumatori per il solo fatto che emergerebbero dall'ombra e dall'illegalità. La parte maggiore di chi oggi fa uso di droghe, se potesse acquistarle legalmente lo farebbe, inizierebbe a essere tracciato, quindi diventerebbe un numero, un numero, appunto, e non un nuovo consumatore.
E diventerebbe un consumatore che decide per un consumo responsabile. Sì perché ora il consumo può essere solo irresponsabile (il mercato è nelle mani delle organizzazioni criminali che vendono sostanze tagliate con ogni genere di porcheria perché aumentino i profitti) e ha numeri da capogiro che possiamo solo stimare per difetto dal momento che fotografano il consumo riferito agli arresti e ai sequestri.
Questa notizia mi ha colpito insieme a un'altra notizia, raccontata da Roberto Spagnoli nel suo Notiziario antiproibizionista in onda ogni settimana su Radio Radicale; un appuntamento imprescindibile per chiunque voglia prendere parte a un dibattito sulle droghe che non sia ideologico e che parta e resti sempre sull'analisi dei dati. Spagnoli racconta la vicenda di Walter De Benedetto, 49enne aretino malato di artrite reumatoide da quando aveva 15 anni.
Quella da cui è affetto Walter è una malattia gravemente invalidante, che colpisce le articolazioni e che comporta una progressiva perdita della capacità di movimento. L'artrite reumatoide è una malattia autoimmune che non ha cure risolutive, si può solo alleviare il dolore, e la cannabis terapeutica è efficace. In Italia, dal 2006 esiste una legge che rende legale l'utilizzo di farmaci cannabinoidi, e dal 2007 siamo (saremmo) indipendenti nella produzione di cannabis a uso terapeutico che fa capo al ministero della Salute.
Eppure, i farmaci a base di cannabis sono pressoché indisponibili per le decine di migliaia di ammalati a cui allevierebbe dolori spesso insopportabili. Le Regioni applicano la legge che ne regola il consumo in maniera disomogenea o non la applicano affatto. Mi è capitato spesso di trattare questo argomento, e la sensazione che ho avuto negli anni è che alle persone non fregasse nulla delle sofferenze fisiche altrui, che fino a quando non sono io in pericolo di vita o fino a quando la sofferenza non è quella di una persona a cui sono legato, mi prendo il lusso di fregarmene.
Oggi il numero altissimo di morti per Covid nel nostro paese, lo stato di abbandono che denunciano le persone che si sono ammalate e che sono state trascurate dal Sistema Sanitario Nazionale, dovrebbero forse averci aperto gli occhi sul dramma di chi soffre dolori atroci e vede negato il proprio diritto alle cure, un diritto inalienabile.
Ma i farmaci cannabinoidi prescritti a Walter dall'Asl non sono sufficienti, e lui decide di produrne in proprio per non rifornirsi da spacciatori legati alle organizzazioni criminali. Ma la legge è legge, e in certi casi è più solerte che in altri. Così arriva una telefonata anonima e i carabinieri che, a casa di Walter, che non è autosufficiente, trovano Marco, un amico che lo aiuta a innaffiare le piante. Walter immediatamente dichiara che la cannabis è sua e che è per uso terapeutico, ma Marco viene arrestato e denunciato per spaccio.
Non tarda ad arrivare anche una denuncia per Walter. Possibile che un malato di artrite reumatoide, oltre a soffrire per la sua condizione, debba essere privato delle cure e denunciato se prova a sopperire all'inefficienza del sistema? Sì, è possibile, e di fatto è quel che accade.
E la responsabilità è di un approccio alla legalizzazione delle droghe, in Italia, che è solo moralista e proibizionista, che criminalizza e punisce fisicamente con la condanna al dolore, anche chi assume farmaci cannabinoidi per alleviare il dolore, come stabilito da una legge, una legge disattesa.
di Raimondo Bultrini
La Repubblica, 27 dicembre 2020
Ahmed Omar Saeed Sheikh, uno dei quattro estremisti accusati di aver ucciso il reporter Daniel Pearl, sta per essere rilasciato in Pakistan dove era detenuto. A 18 anni dalla sua morte, la vicenda di Daniel Pearl - reporter americano del Wall Street Journal ucciso nel 2002 a Karachi - resta avvolta nel mistero: gli unici quattro uomini finora condannati per la sua agghiacciante decapitazione - ripresa in un video poi inviato alle autorità americane - stanno per uscire dalla prigione pachistana dove sono detenuti.
Fra loro un noto estremista islamico di cittadinanza inglese, Ahmed Omar Saeed Sheikh. Pearl fu sequestrato e poi ucciso a Karachi mentre indagava su Richard Reid - l'uomo che voleva far saltare in aria un volo fra Miami e Parigi con esplosivo nascosto nelle scarpe - e sui legami tra Al Qaeda e i servizi segreti pachistani. Nel video gli esecutori lo obbligano a dichiarare la sua religione ebraica prima di decapitarlo. I quattro furono condannati ma ad aprile scorso il verdetto venne capovolto in assoluzione.
Sheikh ebbe una nuova sentenza: 7 anni per favoreggiamento del sequestro, un ruolo secondario rispetto a quello che gli era stato attribuito in un primo momento: il governo pachistano aveva ordinato che Sheikh e gli altri restassero in carcere in attesa del ricorso della famiglia Pearl, ma giovedì due giudici dell'Alta corte del Sindh ne hanno ordinato la scarcerazione.
La notizia ha suscitato l'indignazione di Washington e della famiglia. Da tempo il padre di Pearl temeva un rilascio di Sheikh che - disse - avrebbe "motivato i militanti in tutto il mondo a sentirsi liberi di giocare impunemente con le vite umane". Il procuratore generale del Sindh ha annunciato che tenterà fino all'ultimo di impedire l'uscita dal carcere di Sheikh, che potrebbe però essere già avvenuta.
Tre anni prima dell'omicidio del giornalista, Sheikh era stato rilasciato dall'India dov'era detenuto dal 2014 per il rapimento di alcuni turisti occidentali, con il capo del gruppo islamico Jaish-e-Mohammad, Masood Azhar e un altro militante. Fu il prezzo dello scambio per i 150 passeggeri di un volo Indian Airlines appositamente dirottato da un gruppo di terroristi. Il nome del militante cresciuto ed educato in Inghilterra tornò alla ribalta con il caso Pearl.
Ma la morte del giornalista per mano di estremisti islamici - la prima ad avvenire con una decapitazione ripresa dalle telecamere e immagini poi diffuse su Internet - è sempre stata avvolta dal mistero sia riguardo i sospetti legami tra gruppi estremisti e il servizio d'intelligence pachistano, sia riguardo i reali esecutori: nel 2003, dopo il suo arresto in Pakistan, fu una delle presunte menti dell'11 settembre, Khalid Sheikh Mohammed, ad autoaccusarsi del delitto, ma la confessione non fu ammessa perché avvenne durante un interrogatorio a Guantanamo, dove è detenuto. A nulla servirono le indagini dei federali sul video, da cui dedussero che le vene della mano di Mohammed corrispondevamo a quelle del killer. Ahmed Omar Saeed Sheikh è rimasto così il principale accusato.
di Fabrizio Floris
Il Manifesto, 27 dicembre 2020
Crisi federale. 222 morti nella regione di Benishangul-Gumuz dopo la visita del premier Abiy Ahmed. Divisione di terre, potere e risorse alla base delle crescenti violenze in diverse zone del Paese.
Da quando è diventato primo ministro Abiy Ahmed ha portato avanti la sua politica del medemer (sinergia) che in sintesi consiste nel promuovere una distribuzione non etnica dei poteri e dei ruoli. E questo ha paradossalmente generato una serie di conflitti di tipo (apparentemente) etnico. Forse perché il cambiamento è stato troppo repentino, ma sono emerse fortissime tensioni in diversi parti dell'Etiopia perché l'etnia è un modo per gestire poteri economici e politici che non possono passare di mano senza che chi viene estromesso non reagisca.
A parte il caso più clamoroso del Tigray dove l'allontanamento della classe dirigente del partitolo al potere nella regione (Tplf) è avvenuto al prezzo di una guerra che è stata pagata con la vita da migliaia di persone (non si sa quante perché i canali di comunicazione sono stati chiusi) anche se il premier l'ha definita law enforcement (ripristino della legalità). Vi sono stati continui episodi di violenza: solo per stare ai più recenti il 23 dicembre, successivamente alla visita del premier nella regione di Benishangul-Gumuz (Etiopia occidentale), nel villaggio di Bekoji sono state uccise 222 persone secondo quanto dichiarato alla Reuters da un volontario della Croce Rossa. L'esercito ha ucciso più di 42 assalitori e oltre 40mila persone sono fuggite dalle loro case.
L'esercito ha anche arrestato cinque attuali (ed ex) funzionari del governo regionale. La regione ospita diversi gruppi etnici tra i quali vi sono cresciute fortissime tensioni negli ultimi anni sulla distribuzione della terra, in particolare tra gli agricoltori della vicina regione Amhara e i Gumuz. Violenze che si ripetono costantemente in diversi stati della federazione etiope verso le minoranze etniche, spingendo il Paese verso derive balcaniche.
Sempre per questioni legate alla terra sono stati uccisi il 15 dicembre in territorio sudanese 4 uomini, tra cui un ufficiale dell'esercito e 27 militari sono rimasti feriti. L'esercito sudanese ha accusato l'esercito etiope e le milizie (Amhara) di aver attaccato un'unità di fanteria all'interno del territorio sudanese. Il problema è che la linea demarcazione è incerta e risale al 1902 quando fu concluso un accordo per tracciare il confine tra la Gran Bretagna, allora potenza coloniale in Sudan, e l'Etiopia.
La zona oggetto di contesa è la pianura di al-Fashqa dove contadini Amhara e sudanesi si contendono la coltivazione dei fertili terreni. I premier dei due Paesi Abdalla Hamdok e Abiy Ahmed si sono incontrati a margine del vertice Igad a Gibuti concordando una riunione a Karthoum per definire i problemi del confine.
A complessificare le questioni ci sono le istituzioni internazionali che cercano di agire in modo diplomatico, ma i cui effetti potrebbero non essere lineari. L'Unione europea ha deciso di sospendere il versamento di 88,5 milioni di euro di aiuti (60 milioni destinati allo sviluppo delle linee logistiche e di connessione tra l'Etiopia e i Paesi vicini, 17,5 milioni destinati al settore della sanità e 11 milioni per la creazione di posti di lavoro) all'Etiopia previsti per fine anno: a causa "delle circostanze attuali l'Ue non può fornire il sostegno finanziario previsto".
La sospensione non riguarda "i programmi umanitari dell'Ue sul campo o altre misure di sviluppo che continueranno normalmente", ha precisato la portavoce Pisonero-Hernandez. L'Alto rappresentante degli Esteri dell'Unione europea, Josep Borrell, ha dichiarato che "l'Ue sta seguendo da vicino la crisi in Etiopia ed è preoccupata per la situazione umanitaria, per le violazioni dei diritti umani e di targeting etnico. Le continue segnalazioni sul coinvolgimento continuo di attori non etiopi sollevano ulteriori preoccupazioni".
Dal lato tigrino prosegue il dibatto sull'intervento dell'Eritrea negato dalle autorità, ma ricorrente nei racconti dei rifugiati fuggiti in Sudan e da fonti diplomatiche (Stati uniti in primis), c'è poi la terza via di chi considera possibile che l'Eritrea abbia approfittato della situazione per regolare i conti con membri dell'opposizione residenti nei campi profughi del Tigray. Un rifugiato del campo di Adi Harush, a sud di Hitsats, ha dichiarato al Guardian che "soldati eritrei accompagnati da truppe etiopi hanno pattugliato il campo a caccia di individui, il loro obiettivo principale penso fossero i membri dell'opposizione".
La diplomazia e le istituzioni internazionali sembrano muoversi in ordine sparso, ognuno sembra pensare ai "suoi interessi", ma è forse tempo di considerare il corno d'Africa nella sua totalità. La nuova via della seta, ha dichiarato Romano Prodi, dovrebbe passare anche da qui. Il 5 giugno 2021 sono previste le prossime elezioni e le rivalità su terra, potere e risorse potrebbero portare ad ulteriori violenze, per questo è quanto mai urgente una via di scambio, collaborazione e progresso. Se non di seta, anche di raion andrebbe bene.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 27 dicembre 2020
Secondo i troll della propaganda dell'Arabia Saudita che da questa mattina stanno infestando l'hashtag #FreeLoujain, è una "spia del Qatar", una "traditrice" che deve pagare duramente il danno fatto al suo paese. Per le organizzazioni per i diritti umani, per le sue compagne di lotta anch'esse in carcere e per sua sorella Lina che guida la campagna per la sua scarcerazione, Louajain al-Hathloul è una coraggiosa attivista per i diritti delle donne, che rischia di pagare un prezzo altissimo per aver invocato e ottenuto riforme per la parità di genere come la fine del divieto di guida e l'abolizione del sistema del guardiano maschile.
Arrestata nel maggio 2018, Loujain ha trascorso mesi in isolamento, ha subito violenza sessuale, ha intrapreso un lungo sciopero della fame per protestare contro il divieto di avere comunicazioni telefoniche regolari con la sua famiglia. Annunciata il 24 dicembre e poi rinviata, lunedì 28 potrebbe tenersi l'ultima udienza del processo nei suoi confronti. La pubblica accusa ha chiesto 20 anni di carcere per "contatti con entità nemiche" e "diffusione di notizie riservate", esibendo come "prove" alcuni tweet in favore della campagna #Women2Drive e gli scambi avuti con Amnesty International sulla situazione dei diritti umani nel paese.
Ristretti Orizzonti, 26 dicembre 2020
Cari lettori di Ristretti Orizzonti, a fine anno vogliamo chiedervi come state e raccontarvi come stiamo. Di recente un mio amico russo a cui ho insegnato l'italiano, alla domanda "come stai" mi ha risposto "sto insomma...", forse non è un italiano perfetto, ma io introdurrei questa espressione nella nostra lingua, perché non trovo modo migliore per dire come stiamo, l'incertezza, l'ansia, l'incapacità di definire il nostro stato.
- Quando i genitori sono rinchiusi in carcere, un problema che riguarda circa 100mila minori
- Frosinone. Si sente male in carcere e muore in ospedale: la famiglia presenta una denuncia
- Salerno: I Radicali: "Buoni spesa per le famiglie dei detenuti"
- Roma. Emergenza Covid nelle carceri, oggi visita a Rebibbia di Bernardini e Giachetti
- Pisa. Il presidente del Consiglio regionale e il Garante Fanfani in visita al carcere Don Bosco











