di Alessandro Gassmann
La Repubblica, 25 dicembre 2020
#GreenHeroes. La nostra eroina di Natale è la top manager Luciana Delle Donne. Che dà una seconda chance ai detenuti. Il primo marzo del 1973 usciva The Dark Side of The Moon, il famoso disco dei Pink Floyd. Un riassunto di quegli aspetti nascosti che, insieme a quelli visibili, compongono l'individuo.
di Giulia Zennaro
buonenotizie.it, 25 dicembre 2020
La pandemia ha sbarrato la strada a molti esperimenti, ma fondazioni e privati potrebbero sbloccare l'impasse. Cos'è il teatro in carcere e quali sono i suoi reali benefici? Il teatro in carcere è spesso visto erroneamente come un'evasione (scusate il gioco di parole) imperdonabile per una categoria di persone a cui attribuiamo l'etichetta di "irrecuperabili". In realtà questa forma d'arte entra dietro le sbarre non solo per dare speranza a chi si avvicina a lei, ma anche per insegnarci qualcosa su un mondo ignorato.
di Salvatore Prisco
Il Riformista, 25 dicembre 2020
Prima storia. Sul Corsera Francesco Giavazzi, economista bocconiano (particolare non di poco conto), scrive un editoriale sulle riforme che necessitano all'Italia e, volando di palo in frasca, ma sempre parecchio al di sopra del suo specifico professionale, propone che i magistrati siano controllati da qualcuno che dall'esterno verifichi tra l'altro se sono presenti ogni giorno in ufficio. Un delirio aziendalistico tipico del suo ateneo, il cui rettore Gianmario Savona la pensa allo stesso modo dei colleghi e ha qualche emulo americaneggiante anche alla Federico II.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 25 dicembre 2020
La premessa è che i temi sono complessi e le motivazioni alla base delle dimissioni che negli ultimi tempi hanno messo distanza tra alcuni magistrati napoletani e la Anm sono varie, per cui generalizzare rischierebbe di generare errori e confusione. Detto questo, la posizione della giunta esecutiva dell'Associazione nazionale magistrati di fronte alle dimissioni di nove magistrati e al documento sottoscritto da ventuno colleghi (non tutti, quindi, dimissionari) è sintetizzata dal presidente Marcello Amura.
di Lorenzo Diana
articolo21.org, 25 dicembre 2020
Da una vita di lotta alla camorra ad indagato innocente, la storia di come un "semplice" indagine avviso di garanzia mi abbia cambiato la vita in un istante ed esposto a cinque anni e mezzo di gogna mediatica. Solo pochi giorni fa il GIP Marco Giordano, su richiesta del pm Catello Maresca della procura di Napoli, ha archiviato l'ultima delle due indagini aperte sul mio conto.
Quella relativa ad un presunto abuso d'ufficio nella nomina di un avvocato, che, da presidente del Caan, il Centro Agroalimentare di Napoli (il mercato), avevo dovuto nominare per la difesa nel giudizio contro la società Cesap, appartenente ad un noto camorrista tuttora detenuto.
Nell'altra indagine per un presunto concorso esterno in associazione camorristica mi veniva rivolta l'accusa di essere stato "facilitatore" del clan nella realizzazione della metanizzazione del mio territorio da parte della cooperativa Cpl-Concordia, azienda leader del settore, nei primi anni 2000. Accusa quest'ultima più infamante per me, impegnato da una vita a combattere la camorra e scortato da oltre 20 anni per le minacce di morte del cosiddetto "clan dei casalesi". Tale indagine, basata su fumose accuse, rivelatesi del tutto false, del capoclan casalese, Antonio Iovine, divenuto poi collaboratore, è stata archiviata ad agosto 2019, su richiesta dello stesso pubblico ministero. Nella stessa vicenda i dirigenti dell'impresa cooperativa Cpl, rinviati a giudizio, furono tutti assolti, perché il fatto non sussisteva, a luglio 2017. Già in tale sentenza, che riguardava altri imputati, il Tribunale di Napoli nord valutò l'impegno del senatore Diana per la realizzazione della rete del metano come una corretta azione del ruolo istituzionale per il miglioramento del territorio.
Due indagini, due avvisi di garanzia, notificatimi contemporaneamente dai carabinieri all'alba del 3 luglio 2015, con i quali mi furono imposti il divieto di dimora nella regione e l'interdizione annuale dai pubblici uffici. Entro la mezzanotte fui costretto a lasciare casa e spostarmi fuori regione, giusto il tempo di fare una valigia ed abbracciare i miei familiari.
Mandato via come un pericoloso criminale. Quella mattina mi trovai di fronte a due facce dello Stato, da una parte quella rappresentata dai miei agenti di scorta, che mi tutelavano dalla camorra e dall'altra quella rappresentata da carabinieri, che invece mi cacciavano da casa come un bandito.
Il ricordo di dolore di quella giornata resta come una cicatrice che non si cancella. Allontanato da casa, fui fatto decadere dalla carica di presidente del Caan, dove ero stato chiamato dal sindaco di Napoli per salvare il mercato dal fallimento e dal licenziamento di 140 lavoratori, rientrati al lavoro grazie al mio impegno.
Da quel giorno un semplice avviso di garanzia sospese la mia vita privata, sociale, politica, istituzionale e niente potrà restituirmela, nemmeno il sopraggiunto provvedimento di archiviazione delle indagini.
In un istante passai da simbolo dell'antimafia a colluso e corrotto. Venivo ridotto a complice della camorra, malgrado la mia vita di lotta contro il clan, che avevo condotto fin dalla gioventù quasi in solitudine, con moltissimi rischi e pochi compagni, fra cui Renato Natale ed un esiguo gruppo, quando lo Stato, la magistratura, giornalisti e scrittori erano del tutto assenti, per quasi un ventennio, dal nostro territorio, sempre più dominato dal clan.
Non riuscivo a crederci. Io mi battevo da una vita contro la camorra e lo Stato mi accusava. Era troppo forte il contrasto tra accuse false e vendicative di camorristi, da me sempre combattuti, denunciati e fatti arrestare, e la verità riscontrabile in mille modi, negli atti di procure, prefetture e comandi delle forze di polizia, nelle mie attività istituzionali.
Di tutte le mie attività di contrasto alla camorra diedi piena informazione ai pm con una corposa e dettagliata memoria, consegnata dal mio ottimo avvocato, Francesco Picca.
Del resto lo Stato sapeva tutto di me, disponendo anche del diario di bordo della scorta che da vent'anni mi accompagnava sempre, tranne le poche ore in cui dormivo.
Per quale ragione non sono state riscontrate, come si doveva, quelle assurde incriminazioni rivoltemi, tanto più perché lo Stato mi riteneva in pericolo ed esposto di fronte alla camorra?
Le accuse di connivenza, palesemente non verosimili agli occhi di chiunque avesse un po' di competenza in materia, potevano decadere in poco tempo, se adeguatamente e presto riscontrate. Io stesso avevo chiesto di poter contribuire a far chiarezza, ma fui ascoltato, solo dopo tre anni, nonostante le mie svariate richieste. Nell'interrogatorio anche i pm convennero sulle dichiarazioni da me precedentemente rese, giungendo ad archiviare l'indagine nei mesi successivi.
Colpiva la grossolanità delle indagini.
Le attività investigative hanno fatto ricorso anche a documentazione fuorviante, prodotta da uomini delle forze di polizia, già allontanati per infedeltà. Ho dovuto segnalare ai pm un uso distorto e parziale di atti pubblici, che capovolgeva la verità. Veniva trasformata in compiacenza la mia ferma opposizione ai tentativi delle famiglie dei boss di riappropriarsi di beni confiscati. Ma il provvedimento di archiviazione dell'indagine, correggendo le indagini, ha dato atto al mio contrasto al clan su tale fronte.
Tutto il mio impegno di lotta alla camorra veniva ignorato insieme alla montagna di documentazione probatoria, che spazzava via le bugie dei camorristi. Sembrava scomparire tutto ciò che attestava la mia storia di nemico del clan.
Nella valutazione dei fatti venivano oscurati e non presi in considerazioni tanti aspetti:
1) una vita con gravissime intimidazioni del clan, che spinsero il prefetto ad impormi di essere collocato sotto scorta di secondo livello con due auto e cinque agenti, all'indomani dei 150 arresti dell'operazione Spartacus 1 del 5 dicembre 1995.
2) la storia della condanna a morte, decisa in un apposito summit dai capi del clan, fra cui Iovine, Schiavone e Zagaria, che avevano dato ordine ai propri uomini di mettere in atto un attentato dinamitardo contro l'auto della mia scorta, fortunatamente scoperto dalla polizia.
3) la storia di tanti atti intimidatori del clan, messi in atto contro me anche in una plateale sfida allo Stato, in presenza del procuratore Pierluigi Vigna e don Luigi Ciotti.
4) la storia della lettera intimidatoria scritta ed inviata dal capoclan Schiavone (detto Sandokan), da una cella di un carcere di massima sicurezza sotto regime di 41 bis, nell'agosto 1998, minacciando di "interessarsi" ai miei figli, se io non avessi smesso di combatterli.
5) una vita di trentennale collaborazione, gomito a gomito, con lo Stato e le sue massime rappresentanze istituzionali, da magistrati a procuratori, da capi della polizia a prefetti, per arrivare sino a capi di Stato.
In tale contesto di sinergie istituzionali significativo fu il forte segnale di sostegno dato dal presidente Ciampi con la sua presenza nel mio Comune natale, San Cipriano d'Aversa (noto ai più solo a seguito di Gomorra), il 9 dicembre 2003, nel giorno del suo compleanno.
Ancora oggi non trovo spiegazioni al fatto che negli atti delle indagini siano state inserite le più svariate accuse contro la mia persona, poi tutte decadute, ma non il dirimente interrogatorio del braccio destro del capo Michele Zagaria, il quale dichiarava al pm Giordano che il nemico politico numero uno del clan era Lorenzo Diana, perché inavvicinabile e sempre in "guerra antimafia". Lo stesso boss Antonio Iovine, incalzato dal presidente Francesco Chiaromonte nell'udienza del 1.4.2016, dovette rinnegarsi riconoscendo che "tutti, capi, aggregati ed affiliati del clan "ritenevano Lorenzo Diana il nemico che li faceva arrestare".
Più volte mi sono posto interrogativi su aspetti e uomini delle indagini sul mio conto, sull'uso di elementi che facevano a pugni con la verità, sui verbali di false accuse di camorristi e delinquenti, arrestati con mie denunce, che dopo qualche giorno apparivano integralmente sulla stampa come verità infamanti della mia persona, senza alcun riscontro.
Quanti interrogativi sorti sulle attività investigative della polizia giudiziaria, svolte da uomini del Noe, il nucleo operativo di cui alcuni suoi dirigenti sono stati rinviati a giudizio per depistaggio, dal maggiore Scafarto, fino a poco fa assessore in una giunta di centrodestra, al colonnello Sessa, arrestato mesi fa con accuse gravi. Ulteriori interrogativi pone il racconto del procuratore generale di Modena al Csm sulla visita del colonnello De Caprio e del maggiore Scafarto, intervenuti in strano modo per l'inchiesta CPL.
Mi colpiva anche la durezza dell'atto giudiziario, la ferocia delle parole utilizzate negli avvisi di garanzia per descrivermi: "solo formalmente incensurato", "personalità doppiamente trasgressiva", "senza remore a commettere reati". Mi si descriveva come un delinquente, falso paladino della legalità.
Più volte mi sono chiesto cosa autorizzasse alcuni magistrati ad utilizzare queste parole, che fanno a pugni con un linguaggio giuridico. A loro spetta accertare reati e non certo assegnare giudizi e pagelle morali agli indagati.
Da tempo si manifesta qualche tendenza strisciante a considerarsi tribunale morale, autorità superiore rispetto ad una società corrotta ed ancor più nei confronti delle istituzioni e della politica, considerata tutta criminogena, da colpire e punire comunque.
In una tale visione tutti i cittadini possono essere ritenuti colpevoli, a prescindere dalla certezza delle prove, e possono essere sottoposti, appena indagati, ad un anticipato giudizio mediatico, tanto hanno sempre una colpa di peccato originale da espiare.
Sembra che siano proprio alcuni pubblici ministeri a non credere essi stessi al processo giudiziario e ad affidarsi invece all'immediato processo mediatico, che diventa la pena inflitta subito all'indagato, anche se innocente.
In una tale cultura si affievolisce l'onere della prova e si annienta lo Stato di diritto.
Ci ritroviamo di fronte agli effetti devastanti di una deriva culturale, quanto mai velleitaria perché nessun organismo può ritenersi "autorità morale superiore, nemmeno la magistratura, come ha ancor più svelato la vicenda Palamara, in cui compare anche un pm che ha dato avvio alle indagini sul mio conto.
Se nemmeno i cardinali hanno mostrato di poter essere estranei alle dinamiche umane ed alle logiche dei poteri, figurarsi se possa esserne esente la magistratura.
Una determinata tendenza si configura come un pericoloso virus di autoritarismo, presente in pezzi di polizia giudiziaria e magistratura, che si sentono essi stessi la legge, essi stessi lo Stato e pertanto autorizzati ad agire anche al di sopra della legge. Da tale deriva nasce anche una tendenza di magistrati a sostituirsi ai politici, come se fossero legittimati dall'appartenenza alla funzione inquirente.
Un virus di autoritarismo che trova ancor più facile attecchimento nel protagonismo mediatico e nel carrierismo, denunciato anche all'interno della stessa associazione nazionale magistrati.
Mi sono state scagliate addosso vergognose accuse false ed ho scelto di difendermi a testa alta, sempre nel pieno rispetto delle funzioni della magistratura e del principio che tutti- io compreso- possano essere sottoposti ad indagine.
Non ho mai contestato il principio di sottomissione a controllo di legge ed indagini, ma ho contestato e contesto l'insopportabile ed ingiustificata lunghezza, l'uso abnorme ed ingiustificato di misure cautelari e l'alimentazione di un terrificante un processo mediatico.
Si poteva indagare bene e presto, senza misure cautelari, platealmente annunciate sui media, ma revocate poco dopo dal Gip e dal tribunale del riesame.
In questi anni sono stato condannato ad un'orribile gogna mediatica, sbattuto come un delinquente su giornali e televisioni, senza che nemmeno fossero completate le indagini.
Una gogna del tutto gratuita ed infondata, come poi hanno riconosciuto anche i pm.
Allora perché infliggere a persona innocente una tale pena?
La mia è una vicenda emblematica, che purtroppo riguarda tantissimi altri italiani.
So di non essere l'unica vittima di simili barbarie, indegne di uno Stato di diritto.
Troppo spesso il processo mediatico si sostituisce a quello giudiziario e la si smetta di parlare di fuorvianti fughe di notizie.
Chi potrà restituire la dignità calpestata dalla gogna mediatica, ad una persona, che gli stessi pubblici ministeri ritengono innocente?
Si può ulteriormente tollerare in un paese moderno che una persona incolpevole possa pagare, senza alcun motivo, la sospensione dei propri diritti, il peso di una gogna mediatica e di misure cautelari, che stravolgono la vita?
Possono un mero avviso di garanzia ed ipotesi di accuse infondate trasformarsi in una condanna inappellabile di distruzione dell'immagine della persona?
Mi dispiace che talvolta sia parte della stessa magistratura a fare un cattivo servizio alla stessa giustizia ed a gettare sfiducia e discredito verso la stessa.
Tutta la mia vicenda giudiziaria ha anche indebolito il già fragile fronte di società schierata con la legalità nel regno del clan casalese, perché se lo Stato trasmette il messaggio, immotivato e falso, che sono conniventi anche i nemici del clan, si fa un regalo alla criminalità.
Sarebbe come dire tutti camorristi, nessuno camorrista, dando ulteriore brodo alla cultura che fa da principale humus all'illegalità diffusa.
Durante questi anni più persone mi hanno chiesto se ne fosse valsa la pena di lottare contro la camorra per poi finire sotto indagine, essere delegittimato dalla magistratura e pericolosamente esposto contro un clan che mi considera nemico.
A loro ho risposto: "Rifarei tutto, la lotta alla camorra è un'irrinunciabile battaglia di libertà e di civiltà". Nella mia vita ho sempre lottato sapendo di dover rimuovere grandi difficoltà e contraddizioni nelle istituzioni".
Oggi sono ancor più convinto che bisogna impegnarsi a riformare la giustizia, che così assolutamente non va: non punisce efficacemente i colpevoli ed arreca problemi e sofferenze anche agli innocenti. Oggi è un ostacolo alla modernizzazione del nostro paese. Per tale ragione aderirò ad associazioni per la riforma della giustizia per dare anche il mio contributo, mentre accoglierò anche l'invito dell'associazionismo antimafia a riprendere il mio impegno, sospeso dopo l'avviso di garanzia.
Nulla potrà più restituirmi i cinque anni e mezzo di vita sospesa, ma vorrei che nessun altro cittadino innocente debba subire ancora indagini lunghissime, pene preventive e gogne mediatiche, non più recuperabili nemmeno in caso di proscioglimento o assoluzione.
La giustizia va assolutamente riformata per non scivolare sempre più verso la barbarie.
Il Parlamento, il Csm e la stampa non possono ulteriormente sottrarsi a tale responsabilità.
di Fabrizio Cicchitto
Libero, 25 dicembre 2020
Non è stata una buona settimana per i pubblici ministeri che attivano l'azione penale con evidenti intenzionalità politiche. Il caso più clamoroso è senza dubbio quello di Calogero Mannino. Mannino è un caso di scuola, egli è stato una sorta di ostaggio, di sequestro di persona di lunghissima durata, circa 30 anni.
cosenzachannel.it, 25 dicembre 2020
La Giunta e l'Osservatorio Carcere chiedono che, una volta disponibile il vaccino Covid, sia data priorità anche ai detenuti. Il vaccino sembra stia per giungere in Italia anche se, quando arriverà, non sarà disponibile per tutti. Sarà necessario stabilire delle priorità. Da quello che apprendiamo dai media, la precedenza sarà data, giustamente, ai cittadini più vulnerabili e più esposti.
Tra questi, i lavoratori del settore sanitario, gli ultra sessantenni, i malati cronici, i pazienti con più malattie, i lavoratori dei servizi essenziali, come insegnanti, forze dell'ordine, in pratica chiunque viva in situazioni dove non possa essere garantito il distanziamento fisico.
Non abbiamo letto, né sentito - augurandoci di essere stati distratti - tra i destinatari del vaccino le persone detenute che, da un punto di vista sanitario, erano già vulnerabili ben prima dell'arrivo del Covid 19 e oggi vivono in uno stato di esposizione "naturale" - o meglio "innaturale" - al virus, per il ridottissimo spazio a loro disposizione, nella maggior parte dei casi, estremamente carente dal punto di vista igienico e, quindi, foriero di ogni tipo di malattia.
Donne e uomini affidati allo Stato, che deve punirli sì, ma anche "rieducarli", salvaguardandone l'integrità fisica, assicurando loro piena ed effettiva inclusione nelle misure adottate all'esterno per risolvere, in via definitiva, il flagello virale.
Nemmeno il personale dell'amministrazione penitenziaria che, per ragioni di lavoro, è a diretto contatto con la comunità ristretta, sembra essere nell'elenco delle priorità. Dai dati regionali che pervengono all'Osservatorio Carcere dell'Unione dalle Camere Penali, da quelli locali e nazionali che, finalmente, il Ministero della Giustizia ha reso pubblici, l'infezione si sta diffondendo in maniera esponenziale e a macchia di leopardo in tutti gli istituti di pena.
Al 7 dicembre scorso, i positivi tra i detenuti erano 958 (868 asintomatici, 52 sintomatici gestiti internamente, 38 gestiti in strutture ospedaliere), tra il personale di polizia penitenziaria 810 (771 in degenza presso il proprio domicilio, 25 presso le caserme, 14 presso strutture ospedaliere), tra il personale amministrativo e la dirigenza 72 (71 in degenza presso il domicilio, 1 in struttura ospedaliera). Va anche ricordato che il pianeta carcere vive di continui contatti con l'esterno.
Per quanto siano stati eliminati o comunque limitati i colloqui in presenza tra detenuti e familiari, gli agenti di polizia penitenziaria devono necessariamente, in alcuni momenti, essere vicino ai detenuti e, spesso, in spazi angusti. Agenti che usciranno per tornare alle loro famiglie, con la paura e il concreto pericolo di poter diffondere il virus.
La prevenzione all'interno degli istituti di pena risponde, pertanto, non solo al dovere di tutelare la salute dei detenuti, ma anche ad evitare micidiali focolai che possono minacciare, mettendola ancor più a dura prova, la comunità esterna. Senza tener conto della circostanza che il distanziamento personale in carcere è impraticabile e sono pochissimi gli istituti che possono consentire l'isolamento di chi ha contratto il virus.
La politica e la stragrande maggioranza dei media ritengono che nei circa 200 istituti di pena italiani vi sia una sorta di extraterritorialità e che coloro che vivono all'interno delle mura - ristretti o comunque lavoratori liberi - non debbano essere presi in considerazione. Un mondo a parte di cui nessuno si vuole fare carico.
Non ci meraviglia, pertanto, che nel dibattito sulle modalità di somministrazione del vaccino, il luogo dove vi sono le persone più vulnerabili e più esposte - dopo il personale sanitario e gli anziani chiusi nelle case di riposo - sia stato ignorato, ma ci auguriamo che la presa in carico avvenga in tempi brevi, nel rispetto di quel patto sociale rappresentato dalla nostra Costituzione.
Attendiamo che il Ministro della Giustizia, unitamente al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, predisponga immediatamente il piano operativo per la vaccinazione dei detenuti e di tutti coloro che lavorano negli istituti di pena. Si tratta di oltre 100.000 persone, che vanno immediatamente protette perché quotidianamente a rischio personale e in quanto potenziali diffusori del virus.
di Fabrizio Maffioletti
pressenza.com, 25 dicembre 2020
Le Mamme in piazza per la libertà di dissenso continuano il loro presidio settimanale sotto il carcere Lorusso e Cotugno di Torino. Il Presidio, che si è riunito ogni settimana, è cominciato l'8 ottobre ed è stato organizzato in sostegno all'attivista No Tav Dana Lauriola, in carcere dal 17 settembre 2020.
Il comunicato di Mamme in Piazza: "Ci sembrava necessario essere presenti a ridosso del Natale - commentano le Mamme in Piazza per la Libertà di Dissenso - un momento delicato per tutte e tutti i detenuti. Per noi è un modo concreto di portare tutta la nostra solidarietà e il nostro affetto a Dana, una giovane donna che per la libertà della propria terra, che è anche la nostra, ha dato tutto - proseguono le Mamme in Piazza - essere presenti ogni settimana ci ha permesso di capire quanto può essere potente la sorellanza e in quanto mamme ci sentiamo in dovere di stare vicino ai nostri figli, soprattutto nei momenti più difficili". Sì, perché le Mamme in Piazza sono tutte madri di figli antifascisti "che si battono per le uguaglianze sociali e la libertà dei territori, contro lo sfruttamento delle risorse, per un futuro libero e dignitoso per tutti e tutte".
Il presidio ha naturalmente raccolto l'adesione del movimento No Tav che, fin dal primo appuntamento, ha partecipato con bandiere e slogan "Quella di Dana è una sentenza ingiusta - dicono dal movimento No Tav - la sua carcerazione appare come un fulmine a ciel sereno, non si è mai visto che qualcuno finisse in galera per un mezzo blocco autostradale.
Quella di Dana è una condizione punitiva verso le sue idee e il suo luogo di residenza (Bussoleno ndr) indicato come luogo criminogeno esclusivamente perché popolato da tantissimi No Tav. È ingiusto - hanno concluso - giudicare e punire le idee". Il Presidio che solitamente si svolgeva di giovedì, questa settimana si terrà mercoledì 23 dicembre per consentire a tutte e tutti di partecipare prima che ricomincino le restrizioni a causa dell'emergenza covid-19.
"Con l'arrivo delle feste pensiamo sia necessario tornare sotto quelle mura per rimettere al centro l'importanza del diritto all'affettività per le detenute e i detenuti, diritto che già di suo è molto risicato, solo tre giorni l'anno, che in questo momento subisce un duro attacco vista la continua sospensione delle visite familiari a causa della pandemia" concludono le Mamme in Piazza. "Partecipare al Presidio sarà importante - rilanciano dal Movimento - perché liberare tutti/e significa lottare ancora".
laguida.it, 25 dicembre 2020
Dalla segnalazione della moglie di un detenuto, l'allarme per le difficoltà sanitarie nei penitenziari. La situazione sociale e sanitaria legata al Covid presenta risvolti meno noti, su cui però qualcuno cerca di attirare l'attenzione pubblica: nella giornata di oggi (giovedì 24 dicembre), il gruppo cuneese dei Radicali richiama la situazione del carcere di Cuneo, indicandola come esplosiva e puntando il dito contro il trattamento dei detenuti.
Il gruppo Radicali Cuneo ha diffuso una nota in cui cita la segnalazione della moglie di un detenuto risultato positivo al test Covid: "La situazione presso il carcere cuneese pare fuori controllo, i detenuti affetti da Covid sono ammassati in spazi ridotti e non idonei".
Il segretario cuneese Filippo Blengino, insieme al presidente di Radicali Italiani Igor Boni, affermano che si tratta di "una situazione surreale, gravissima e molto pericolosa. I detenuti non sono bestie e non c'è virus che tenga. Chiediamo un intervento urgente da parte del ministro della Giustizia affinché le carceri non si trasformino totalmente in macelli e, proprio a Natale, siamo a chiedere alle autorità locali di intervenire affinché situazioni umane e legali siano ripristinate all'interno degli istituti penitenziari cuneesi".
dalsociale24.it, 25 dicembre 2020
Il progetto Genitorialità in carcere della cooperativa Spazio Aperto Servizi, attivo nelle carceri milanesi di Bollate, Opera e San Vittore, compie 15 anni. Molto spesso un genitore che finisce in carcere non riesce a vedere i figli per tanto tempo. Talvolta per l'intera durata della pena. In molte carceri gli incontri avvengono in situazioni per niente familiari. In aree comuni, senza un minimo di intimità, sotto l'occhio vigile della polizia penitenziaria. Esistono poi pochi progetti che prevedono percorsi di sostegno a situazioni familiari di particolare fragilità. Percorsi nei quali sono coinvolti psicopedagogisti, psicoterapeuti, criminologi, mediatori familiari. Tra questi c'è il progetto Genitorialità in carcere della cooperativa Spazio Aperto Servizi.
Il progetto, attivo nelle carceri milanesi di Bollate, Opera e San Vittore, compie 15 anni. Anni nei quali ha cercato di tenere vivo il legame tra la persona detenuta ed i suoi figli. Partendo proprio da Bollate nel 2005 ricreando la Casetta, ovvero una stanza accogliente, arredata con divano, cucina, tavolo, giochi per permettere alle famiglie di incontrarsi in un ambiente più familiare rispetto alle solite sale colloqui delle case circondariali.
Un anniversario importante che ricade nei giorni in cui si è stata prevista l'istituzione di un fondo ministeriale che permettere di sostenere la vita fuori dal carcere di quei bambini che scontavano la pena con le proprie madri. L'emendamento alla legge di Bilancio, proposto dai deputati Bazoli e Siani, prevede il finanziamento di strutture alternative per detenuti con figli al seguito.
Una misura apprezzata dalla Comunità Papa Giovanni XXIII che, attraverso il presidente Giovanni Paolo Ramonda, ha sottolineato che "è fondamentale proporre alle mamme con figli di essere accolte presso vere case famiglia e, laddove questo sia impraticabile per le loro mamme, si liberino questi bambini con il collocamento presso parenti idonei o famiglie affidatarie".
- Roma. Ristoratore regala 300 pasti a ex detenuti accolti nelle strutture capitoline
- Nuoro. L'enciclica "Fratelli tutti" dono di Natale ai detenuti
- Catanzaro. Il presepe in carcere durante la pandemia
- Voghera (Pv). Messa di Natale in carcere con Mons. Viola, Vescovo di Tortona
- Afghanistan. Omicidi mirati in serie, sullo sfondo le trame dei Talebani











