di Salvatore Scuto
Il Sole 24 Ore, 30 marzo 2021
In alcune regioni i magistrati sono stati vaccinati, gli avvocati no: ma nessun processo può essere celebrato senza di loro. Alla chetichella e tra le pieghe del piano vaccinale del governo Conte-bis, scopriamo che la magistratura di questo Paese ha usato due pesi e due misure. Da un lato la posizione ufficiale dell'Anm, politicamente assai corretta, chiede al Governo Draghi di inserire nel piano vaccinale il comparto Giustizia nel suo insieme (magistrati, avvocati e personale amministrativo), considerandolo un servizio pubblico essenziale. Dall'altro la cronaca dell'ultimo mese ci restituisce esempi significativi di come, con una plastica geografia a macchia di leopardo, intere platee di magistrati sono state raggiunte da una campagna vaccinale presidiata da criteri di priorità opachi se non assenti.
Come, da ultimo, il caso eclatante del procuratore Gratteri che in evidente difficoltà per essere stato l'autore inconsapevole (ché noi vogliamo proprio credere che quel libro non l'avesse letto) della prefazione di un libro dai contenuti imbarazzanti, sulle colonne del Corriere della Sera del 27 marzo professa la sua ferrea fede nella scienza ricordando proprio come si sia attivato con il dirigente dell'Ats competente per vaccinare l'intero suo ufficio, anche con pedagogie vaccinali idonee a convincere chi fosse recalcitrante.
Così come è il caso del giovane pubblico ministero di Siracusa, titolare dell'indagine sulla morte del sottufficiale della Marina subito dopo la vaccinazione che, forse per segnare la sua imparzialità, ha tenuto ad informare l'opinione pubblica di essersi vaccinato proprio con lo stesso vaccino da lui indagato. Insomma un panorama che, costellato anche dai casi di Toscana, Umbria, Sicilia e Friuli Venezia Giulia, rimanda al Paese un problema complesso e un'immagine che non tranquillizza.
Alcuni organi di informazioni hanno distorto il problema denunciando come esempio di un privilegio castale il fatto che in Toscana siano stati vaccinati gli avvocati, omettendo nella notizia che anche i magistrati e il personale amministrativo fosse stato vaccinato. Ne è derivata la diffusa ed erronea convinzione che tra i furbetti del vaccino si trovassero in prima fila proprio gli avvocati, ma in realtà la stragrande maggioranza degli avvocati subisce, come tutta la popolazione, i ritardi e le disfunzioni del programma di vaccinazione. Occorre quindi fare chiarezza.
È stato senz'altro un errore molto grave quello di permettere che interi comparti della pubblica amministrazione fossero raggiunti dalla campagna vaccinale non rispettando i criteri dell'età e della fragilità, con il risultato che sono state immunizzate intere platee anche di trentenni in perfetta salute. Il comparto dell'Università è a tal proposito emblematico: tutti vaccinati ma con didattica rigorosamente a distanza. E ciò quando la campagna per gli over ottantenni stenta a decollare mentre quella per i settantenni non è ancora di fatto partita se non con qualche eccezione.
In questo contesto sembrano proprio poco confacenti ai generali criteri di eguaglianza e priorità riconosciuta per legge, le iniziative che hanno visto in ampie zone del Paese la magistratura destinataria della campagna vaccinale, a volte svoltasi nell'ombra, segnando così un profilo castale e di privilegio difficilmente superabile. In breve. Se il criterio fosse stato quello di includere il comparto giustizia, inteso come servizio pubblico essenziale, tra i criteri di priorità allora, come del resto è accaduto in Toscana ed in Umbria dopo una pronuncia del Tar, si sarebbe dovuto includere nella platea da vaccinare anche gli avvocati.
È bene che l'opinione pubblica sappia, infatti, che qualsiasi processo senza l'avvocato non può essere celebrato e ciò fa comprendere bene che di quel servizio pubblico essenziale l'avvocato è parte integrante. La vaccinazione dei soli magistrati, quindi, null'altro è che l'ennesimo riflesso di una categoria che nella propria autoreferenzialità sembra aver smarrito la strada dell'equità e della giustizia.
di Nello Rossi
Il Dubbio, 30 marzo 2021
Per quali ragioni si è deciso, in questa fase di una vicenda iniziata nell'ormai lontano maggio del 2019, di ascoltare Luca Palamara? Sentendolo - si badi - non a sua difesa (perché egli, attualmente, non è né sottoposto né sottoponibile ad alcun potere del Consiglio) ma come persona chiamata a riferire di altri.
Roma, giovedì 25 marzo 2021. Audizione del dott. Luca Palamara dinanzi alla Prima Commissione del Csm. L'audizione non è pubblica, in conformità alle regole "ordinarie" delle sedute delle Commissioni consiliari. Queste, infatti, svolgono normalmente i loro compiti referenti ed istruttori in assenza di pubblicità, agendo in preparazione delle sedute del Consiglio Superiore della Magistratura che adotta tutte le sue decisioni nelle sedute del plenum nelle quali si riespande la piena collegialità dell'organo e si recupera la piena pubblicità dell'attività consiliare. "In via del tutto eccezionale" la Prima Commissione avrebbe potuto disporre - previa comunicazione al Comitato di Presidenza del Consiglio - che "la stampa o anche il pubblico" fossero "ammessi a seguire lo svolgimento" della seduta "in separati locali attraverso impianti audiovisivi". Ma non è stata questa la strada imboccata.
In luogo della possibile pubblicità si è adottata la soluzione opposta, anch'essa di carattere straordinario: la segretazione dell'audizione. Scelta, questa, che può essere compiuta "quando ricorrono motivi di sicurezza, ovvero quando sulle esigenze di pubblicità prevalgono ragioni di salvaguardia del segreto della indagine penale o di tutela della riservatezza della vita privata del magistrato o di terzi, in particolare nel caso di trattamento di dati sensibili".
In sostanza, tra le tre opzioni praticabili - normale assenza di pubblicità dei lavori della Commissione, eccezionale ammissione del pubblico e della stampa, segretazione - è prevalso il regime del segreto. Si tornerà in seguito su questo peculiare aspetto dell'audizione che si intreccia con la sua assoluta singolarità. Chi scrive è convinto che nei confronti del dott. Palamara debba valere a pieno - come per ogni cittadino imputato o raggiunto da una incolpazione di natura disciplinare o professionale - la presunzione di non colpevolezza e di non responsabilità fino all'esito finale dei giudizi che lo riguardano.
Ed è altrettanto convinto che nei suoi confronti, come nei riguardi di altri magistrati coinvolti, sia stata sin qui largamente applicata, nel clamore mediatico che ha scandito l'intera vicenda portata alla luce dalle indagini perugine, la regola - opposta e comunque iniqua - della "presunzione sociale" di colpevolezza e responsabilità. Presunzione sempre fonte di distorsioni e che, anche quando vi siano chiarissime "evidenze" dei fatti, restringe gli spazi - necessari in qualsiasi giudizio - di doverosa valutazione dei profili psicologici delle condotte, delle circostanze in cui sono state poste in essere e delle possibili attenuanti. Ciò soprattutto quando è emerso con chiarezza che nella brutta storia di cui la magistratura italiana sta bevendo il calice fino alla feccia c'è una quota di responsabilità collettiva, ridotta certo, ma tutt'altro che insignificante. Se uno sventurato ha risposto è stato anche perché altri hanno sollecitato, insistito, brigato, premuto, sia pure con un'enorme varietà di gradazioni che andranno verificate con equanimità nelle diverse sedi a ciò deputate. Detto tutto questo, sono molti gli interrogativi di natura procedurale ed istituzionale sollevati dalla scelta di procedere all'audizione del dott. Palamara.
Per quali ragioni si è deciso, in questa fase di una vicenda iniziata nell'ormai lontano maggio del 2019, di ascoltare Luca Palamara? Sentendolo - si badi - non a sua difesa (perché egli, attualmente, non è né sottoposto né sottoponibile ad alcun potere del Consiglio) ma come persona chiamata a riferire di altri. Ed ancora: su quali oggetti, su quali argomenti si è deciso di sentirlo, mentre sono già in corso giudizi disciplinari e procedure di trasferimento d'ufficio che dalle voci e dalle illazioni che trapelano da una audizione secretata possono solo essere turbati nella loro regolarità? E, infine, con quali garanzie di veridicità, con quali remore per eventuali affermazioni prive di riscontri o di prove, viene sentito Luca Palamara, dal momento che nella Prima Commissione non è ovviamente previsto alcun giuramento del dichiarante e che la sentenza della Sezione disciplinare dello stesso Consiglio ha rimosso il magistrato dall'ordine giudiziario e quindi anche dalla sfera dei poteri consiliari?
Se tali risposte mancheranno o saranno tardive, se le ragioni dell'iniziativa resteranno troppo a lungo segrete e non spiegate o alla fine risulteranno giuridicamente inspiegabili, non ne guadagnerà l'autorevolezza di un Consiglio sin qui già investito da troppe bufere. Anche perché la razionalità giuridica - di per sé sola - non consente di far intuire il "perché" dell'audizione o di dedurre i motivi che l'hanno ispirata e sorretta.
In questo contesto non si vede quale contributo di conoscenza l'audizione di Palamara possa aggiungere ai dati raccolti nelle indagini (da sottoporre ora al vaglio dei procedimenti) e alla versione offerta dall'interessato nelle moltissime occasioni che ha avuto per esprimere pubblicamente le sue verità. Anche se si sgombra decisamente il campo da ogni ipotesi di un indirizzo e di un impiego strumentali dell'audizione, il rischio che da essa deriva è amplificato a dismisura dallo stillicidio di indiscrezioni parziali e mirate, o ingannevoli, quando non deliberatamente false, che rappresentano il triste ma prevedibile corollario di una audizione improvvidamente secretata.
Secondo chi scrive, la linea di condotta del Consiglio sarebbe stata più lineare e istituzionalmente corretta se la Prima Commissione non si fosse infilata nel vicolo cieco di chiedere lumi e informazioni ad una persona tormentata e amareggiata dal passato e visibilmente protesa alla ricerca di un diverso futuro. E però, una volta tratto questo "dado", una volta ritenuto che Luca Palamara fosse un parresiasta da cui fosse possibile attingere squarci di verità altrimenti irraggiungibili, allora sarebbe stato coerente scegliere la via dell'audacia, invocando l'assoluta eccezionalità dell'audizione e adottando conseguentemente un regime di pubblicità.
di Giulia Merlo
Il Domani, 30 marzo 2021
Dopo la nota minacciosa in cui evocava una sospensione dell'attività, il sindacato dei magistrati si modera. Ma è solo un'altra piccola guerra di potere corporativo in un sistema inadeguato agli standard europei. Dal ministero della Giustizia trapela che l'annuncio che si sarebbe vaccinato solo per età era stato dato all'Anm il 17 marzo, in un incontro coi vertici.
È arrivato il primo vero scontro tra il governo di Mario Draghi e la magistratura. Non sulle necessarie riforme del settore giustizia già in cantiere o sull'utilizzo delle risorse del Recovery plan, ma sul diritto delle toghe a vaccinarsi contro il Covid sfruttando una corsia preferenziale.
All'indomani della presentazione del nuovo Piano strategico vaccinale, che non prevede più tra i gruppi di popolazione cui offrire il vaccino in via prioritaria i lavoratori del comparto giustizia, l'Associazione nazionale magistrati ha diramato una durissima nota. Il sindacato delle toghe ha invitato "i dirigenti degli uffici giudiziari ad adottare, a tutela della salute, energiche misure organizzative al fine di rallentare immediatamente tutte le attività", senza escludere "anche la sospensione dell'attività giudiziaria non urgente". Questo perché la pandemia sta peggiorando e se non si vaccinano i magistrati è impossibile tenere gli stessi ritmi produttivi nei tribunali senza correre rischi per la salute. Segue un'accusa al governo, che "sottovaluta l'essenziale e improcrastinabile servizio giustizia" e si muove in antitesi con "gli obiettivi di ridurre i tempi dei processi imposti dall'Ue e richiamati dalla ministra Cartabia".
Le parole dell'Anm sono suonate quasi come una minaccia, che ha fatto insorgere tutti: politica, avvocatura e anche il ministero. Cartabia non ha commentato in modo ufficiale ma da via Arenula è trapelato fastidio, visto che la Guardasigilli ha incontrato il 17 marzo i vertici dell'Anm e già allora avrebbe anticipato loro sia la proroga dello stato di emergenza al 31 luglio (che sarà domani in consiglio dei ministri) che la scelta di vaccinare per classi d'età e non per categorie. Le toghe, invece, avrebbero interpretato come più interlocutoria la posizione della ministra sui vaccini. La nota dell'Anm, tuttavia, si presta ad alcune constatazioni.
Secondo l'ultimo rapporto Cepej, la giustizia italiana è già tra le più lente e ingolfate d'Europa, con un processo civile che dura in media 7 anni e tre mesi per i tre gradi di giudizio. Inoltre la pandemia - come è stato certificato nel corso delle inaugurazioni dell'anno giudiziario in tutte le corti italiane - ha aumentato la durata dei procedimenti e fatto crescere la mole di arretrato. Per smaltirlo ci vorranno anni. Insomma, l'unico modo per procedere ancora più lentamente sarebbe proprio quello di sospendere del tutto l'attività, che comunque rimane contingentata nel rispetto dello stato di emergenza, con cancellerie aperte per fasce orarie e ingressi nei tribunali ridotti per gli avvocati. Del resto era stata la stessa Anm - proprio per ridurre gli assembramenti - a chiedere di incentivare ancora di più il processo telematico sia civile che penale con udienze via computer, nonostante la contrarietà dei penalisti.
Inoltre nei tribunali non lavorano solo i magistrati ma anche personale di cancelleria e avvocati, che si sono compattati contro quella che è stata letta come una sorta di minaccia di "sciopero bianco". Secondo il Consiglio nazionale forense, la posizione dell'Anm "rischia di apparire come una mera rivendicazione di privilegio", anche perché paventare la sospensione dei processi "arrecherebbe danni come sempre in primo luogo ai cittadini, privati del diritto di tutela".
Tutti contro l'Anm - A polemica ormai esplosa l'Anm ha provato a ridimensionare la portata del comunicato. Il presidente Giuseppe Santalucia ha detto che l'Anm non ha minacciato, ma suggerito ai dirigenti "di valutare se ruoli stracarichi di procedimenti e udienze affollate possano oggi convivere con la pandemia". Il segretario generale Salvatore Casciaro ha aggiunto che il governo ha il pieno diritto di eliminare i magistrati dal piano vaccinale ma che l'Anm ha solo constatato che "se si vuole garantire la salute, non è possibile continuare a lavorare negli uffici giudiziari con le stesse modalità in presenza".
E tra le diverse forme di tutela va considerato anche "il raffreddamento della macchina giudiziaria cercando, in questa fase di recrudescenza del virus, di limitare le udienze in presenza alle urgenze". Insomma, quello dell'Anm sarebbe stato solo un invito ai capi degli uffici di valutare come gestire il lavoro, tenendo conto della pandemia e che i magistrati non sono più in cima alla lista per vaccinarsi. Tempesta in un bicchier d'acqua? In realtà la questione ha diviso gli stessi magistrati. Se l'Anm ha provato a minimizzare, alcuni gruppi si sono sfilati.
"Abbiamo commesso un errore", ammette Mariarosaria Guglielmi, segretaria di Magistratura democratica. "Abbiamo trasmesso un messaggio sbagliato: non la richiesta di interventi a tutela di tutti quelli che lavorano nei tribunali, ma voler porre condizioni allo svolgimento del servizio e considerarci come categoria che rivendica una tutela prioritaria".
Eppure in molti territori i vaccini proseguono. Il 27 marzo è stata somministrata la dose a tutto il personale di Padova, compresi i giudici onorari e gli amministrativi: circa 250 persone in 3 giornate. Esclusi, invece, gli avvocati. Nei giorni scorsi, lo stesso annuncio è arrivato anche da Catanzaro. L'Italia rimane ancora la terra dai mille campanili e delle corporazioni: ognuna che rivendica (e minaccia) d'essere più essenziale dell'altra. Ognuna che misura il suo peso rispetto alle altre sulla base dei privilegi ottenuti.
di Conchita Sannino
La Repubblica, 30 marzo 2021
Parziale marcia indietro del presidente Santalucia dopo le polemiche innescate dal documento inviato domenica sera: "Mai minacciato di sospendere i processi". Parziale marcia indietro del presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Santalucia, dopo le polemiche innescate dal tenore del documento targato Anm.
"Nessuna minaccia di sospensione dell'attività giudiziaria - ha detto Santalucia a Rai News 24 - l'Associazione non sospende nulla, non ne ha il potere, non ha mai pensato di farlo. Abbiamo rappresentato a chi ha compiti organizzativi di valutare se ruoli stracarichi di procedimenti e udienze affollate possano oggi convivere con il problema drammatico di una recrudescenza del virus".
"Quella nota - ha poi proseguito - non era una richiesta di vaccinazione prioritaria della corporazione dei magistrati. Abbiamo detto che in un periodo in cui si chiude l'Italia di considerare che l'udienza è un luogo di esposizione a rischio. Salutiamo con favore la notizia della proroga dell'attività emergenziale ma può non essere del tutto soddisfacente. Ci sono settori di attività giudiziaria che continuano in presenza fisica in situazioni logistiche non adeguate".
Il braccio di ferro sul funzionamento della giustizia ai tempi del Covid era cominciato domenica. Le prime scintille tra magistrati e governo. Prima il drastico appello dell'Associazione nazionale magistrati, per la quale suscitava "disagio e sconcerto" la decisione di eliminare il comparto di tutti gli operatori dei tribunali "dalle categorie cui offrire il vaccino in via prioritaria": le toghe avevano quindi rivolto un invito a tutti i dirigenti degli uffici affinché, "senza adeguate tutele sanitarie" e allo scadere delle regole per il processo al tempo della pandemia, venisse "limitata tutta l'attività giudiziaria e sospesa quella non urgente". Poi, nella tarda serata di domenica, la prima rassicurazione da parte dell'esecutivo di Mario Draghi: nel decreto Covid che arriverà domani, martedì 30, sul tavolo del Consiglio dei ministri, ci sarà anche la proroga fino al 31 luglio delle normative d'emergenza che riguardano i processi. Nessuna corsia già definita, invece, per la profilassi.
E dunque, era parso come un aut-aut, e insieme un grido d'allarme, quello lanciato dall'Anm in un documento (nell'aria da settimane) inviato ai vertici degli uffici. Una mossa che ha acceso subito la discussione nel Paese della giustizia-lumaca e degli arretrati già lievitati dopo il primo lockdown, un anno fa. E che aveva ricevuto subito l'assist del sottosegretario alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto. Il quale, a polemica innescata, ha dichiarato a Radio24: "Non vedo nell'allarme lanciato dall'Anm un tentativo di condizionamento quanto, piuttosto, la richiesta responsabile di un approfondimento sui rischi che si corrono nei tribunali italiani: questo vale per i magistrati, per gli avvocati, per il personale di cancelleria così come per i cittadini che si avvalgono del servizio giustizia. D'altra parte, la nostra edilizia giudiziaria molto spesso rende impossibile evitare gli assembramenti".
Il piano vaccinale non è in discussione - ha proseguito - ma pretendere che non si segnalino criticità mi sembra troppo. Solo ieri, a Bari, ho notizia di due magistrati contagiati, di cui uno membro di un collegio, con conseguenze evidenti su tutti i soggetti che hanno avuto contatti diretti. Situazioni come questa, moltiplicate per i vari uffici sul territorio, non possono non generare preoccupazioni di rallentamenti nell'amministrazione della giustizia, servizio primario con un ruolo nevralgico anche ai fini del Recovery Fund.
In tale linea credo sia opportuno provare ad aiutare i capi degli uffici con indicazioni tali da consentire che il diritto alla salute venga tutelato al meglio anche nei luoghi della giustizia". Nei giorni scorsi la Guardasigilli Marta Cartabia aveva ascoltato i vertici della giunta Anm e si era fatta interprete del disagio mostrato dalle toghe a nome di tutti.
Ieri, però, forse in assenza di annunci formali e rassicurazioni ad ampio spettro anche sui tempi delle vaccinazioni, ecco l'"avviso" nero su bianco: adottato all'unanimità, hanno assicurato dalla giunta distrettuale. "Il nuovo Piano strategico vaccinale, modificando le linee guida approvate dal Parlamento nel dicembre 2020, non prevede più tra i gruppi target di popolazione cui offrire il vaccino in via prioritaria, i lavoratori del comparto giustizia", è una delle premesse del documento. Secondo il sindacato delle toghe, il "governo considera il servizio giustizia con carattere di minore priorità rispetto ad altri servizi essenziali già sottoposti a vaccinazione, tanto da non ritenere doveroso rafforzare le condizioni che ne consentano la prosecuzione senza l'esposizione a pericolo per gli operatori".
Una decisione, proseguiva la nota, che "oltre a destare disagio e sconcerto per la totale sottovalutazione dell'essenziale ed improcrastinabile servizio giustizia - si leggeva ancora - appare in assoluta antitesi con gli obiettivi di riduzione dei tempi dei processi imposti dall'Unione europea e richiamati dalla ministra Cartabia nelle linee programmatiche esposte recentemente al Parlamento. Questo perché - aveva argomentato l'Anm - "l'esclusione del comparto giustizia dalla programmazione vaccinale, specie in un momento di grave recrudescenza dell'emergenza pandemica, imporrà fin da subito il sensibile rallentamento di tutte le attività giudiziarie che devono essere necessariamente svolte in presenza, donde l'inevitabile allungamento dei tempi di definizione dei processi".
Le toghe hanno rivolto così un appello ai dirigenti degli uffici e chiesto "con la sollecitudine che la gravità del momento richiede", ad "adottare energiche misure organizzative al fine di rallentare immediatamente tutte le attività", senza escludere, nei casi estremi, "anche la sospensione dell'attività non urgente". La drastica misura si riterrebbe necessaria nel caso in cui "dovessero inspiegabilmente mancare interventi normativi, che l'elevato numero di contagi e di vittime tra gli operatori di giustizia impongono".
Una mossa che rischia di passare come l'ennesima autodifesa corporativa? "Qui non c'entrano gli interessi della presunta casta - spiega a Repubblica Lilli Arbore, giudice a Trani e componente della giunta Anm - Noi serviamo le istituzioni e rispettiamo la scelta della vaccinazione per fasce di età. Però non si può esporre la collettività al rischio che gli uffici si trasformino in focolai diffusi". Proprio domenica, per quattro ore, la "piazza coperta" del Tribunale di Napoli si è trasformata in camera ardente per l'ultimo saluto al procuratore della Distrettuale antimafia Luigi Frunzio: 62 anni, vicario del procuratore Gianni Melillo, Frunzio, che non soffriva di altre patologie, è stato stroncato dal Covid dopo tre mesi di estenuante lotta.
"Una perdita grave che si aggiunge ad altre, è durissimo il bilancio. Ora c'è bisogno di una posizione netta del governo", aggiunge Arbore. E Paola Cervo, giudice a Napoli, del Comitato direttivo Anm: "I magistrati non si sono mai sottratti. Vogliamo solo continuare a svolgere il nostro lavoro in sicurezza con avvocati, cancellieri e tutti i lavoratori".
Preoccupazioni che, per il sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto, meritano "un urgente ed utile approfondimento, che mi impegno a sollecitare. Affinché l'emergenza pandemica, che già si è trasformata in emergenza economica, non diventi anche una catastrofe per l'amministrazione della giustizia".
La Domenica delle Palme si era chiusa però con una parziale prova di distensione. A sera inoltrata, fonti di via Arenula avevano deciso di rassicurare, chiudendo varchi alla polemica, annunciando che nel decreto Covid sarebbero state estese tutte le tutele già previste fino al prossimo 31 luglio. Ma nessuna parola sui vaccini. Anzi, era arrivata la precisazione che la ministra Cartabia si era già fatta interprete delle richieste avanzate dalle toghe a tutela di tutto il comparto e aveva già confermato che sarebbe arrivata la proroga della normativa d'emergenza.
di Fabrizio Ventimiglia e Giorgia Conconi
Il Sole 24 Ore, 30 marzo 2021
Nota a sentenza: Corte Edu, Pretella contro Italia, 18 marzo 2021, ricorso n. 24340/07. Con la decisione in commento la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo sancisce, sulla scorta del proprio orientamento consolidato, che la violazione dell'art. 6 par. 1 della Convenzione per irragionevole durata del processo si realizza nei casi in cui "l'estinzione di un procedimento penale e il mancato esame della domanda civile sono dovuti a circostanze imputabili principalmente alle autorità giudiziarie, tra cui eccessivi ritardi procedurali che hanno portato alle prescrizioni del reato".
Questa in sintesi la vicenda processuale. La vicenda portata all'attenzione della Corte Edu aveva ad oggetto l'archiviazione di un procedimento penale per prescrizione del reato (una ipotesi di diffamazione a mezzo stampa) maturata già nella fase delle indagini preliminari.
Il 1° giugno 2007 il denunciante decideva di adire la Corte Edu, lamentando la violazione dell'art. 6 par. 1 della Convenzione. Il ricorrente riteneva, infatti, che l'eccessiva durata del procedimento penale gli avesse impedito di tutelare i propri diritti e assumeva che l'archiviazione del procedimento fosse stata causata dall'inerzia del pubblico ministero, il quale aveva, peraltro, impedito allo stesso di costituirsi parte civile, costringendolo ad agire in sede civile. Il ricorrente lamentava, inoltre, l'inefficacia del rimedio previsto dalla Legge Pinto (l. 24 marzo 2001, n. 89) in materia di irragionevole durata del processo e, dunque, la violazione dell'art. 13 della Convenzione, non avendo egli ottenuto alcuna riparazione per il pregiudizio subito a causa dell'impossibilità di costituirsi parte civile nel procedimento penale.
Il Governo italiano si opponeva a tale richiesta, affermando che secondo la legge dello Stato la parte lesa non avrebbe potuto, nel caso di specie, contestare l'eccessiva durata del procedimento penale, poiché detta durata viene calcolata dal momento in cui la persona offesa è ammessa al processo come parte civile - ex art. 2 co. 2 bis Legge Pinto - ed essa può costituirsi tale solo in sede di udienza preliminare e non anche in fase di indagini. Inoltre, veniva contestato dal Governo italiano che il ricorrente non avesse esaurito tutti i rimedi interni - requisito previsto dall'art. 35 par. 1 della Convenzione - in quanto la parte lesa aveva la facoltà, sulla base del diritto processuale civile, di chiedere al procuratore generale della Corte d'Appello di revocare l'indagine e di agire, peraltro, in sede civile per ottenere la tutela dei propri diritti.
Tuttavia, i Giudici di Strasburgo ritengono che l'art. 6 par. 1 della Convenzione si applichi ai procedimenti relativi alle richieste civili a partire dal momento della loro presentazione, non essendo necessario che la parte offesa si sia costituita parte civile. La Corte respinge, perciò, l'obiezione del Governo italiano, dichiarando violato l'art. 6 par. 1 della Convenzione, in quanto il "tempo ragionevole" entro il quale può essere svolto un procedimento inizia, per la persona danneggiata dal reato, "nel momento in cui esercita uno dei diritti e delle facoltà espressamente conferitele dalla legge".
La Corte osserva, inoltre, che la ragionevole durata deve essere valutata - come, altresì, previsto dall'art. 2 co. 2 della Legge Pinto - alla luce delle circostanze del caso concreto, ovvero la complessità del caso, il comportamento del richiedente, il comportamento delle autorità competenti e la lesione subita dalla persona interessata. Nel caso in esame emerge che la durata delle sole indagini preliminari era stata di cinque anni e sei mesi, risultando tale periodo, in virtù della non particolare complessità del caso, eccessivo e lesivo nei confronti della persona offesa, non essendo state, peraltro, acquisite prove in grado di giustificare tale sproporzione.
Pertanto, la Corte conclude, affermando che l'impossibilità per il ricorrente di perseguire il proprio diritto sia derivata dal comportamento delle autorità e che "un individuo non può essere obbligato a proporre un'azione per lo stesso scopo nei tribunali civili dopo che il procedimento penale è caduto in prescrizione per colpa del giudice penale", anche in ragione del principio fondamentale di economia processuale. Infine, i Giudici di Strasburgo ritengono violata anche la disposizione prevista all'art. 13 della Convenzione, non sussistendo un rimedio interno che consenta al ricorrente di ottenere una sanzione per la violazione del proprio diritto a una ragionevole durata del processo - sancito dalla stessa Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo - in quanto la Legge Pinto, che disciplina proprio tale ambito, non trova applicazione nel caso in cui il processo non sia neanche iniziato.
di Filippo Ciapini
mowmag.com, 30 marzo 2021
"Le persone che presentano patologie psichiatriche difficilmente riescono a ottenere trattamenti adeguati in carcere". Così il garante dei detenuti della Lombardia, Carlo Lio, il quale spera che il "caso Corona" - proprio nel giorno del suo 47esimo compleanno - possa essere d'aiuto a far conoscere la situazione di centinaia (in Lombardia) e migliaia (in tutta Italia) di detenuti con problemi psichici che non dovrebbero stare dietro le sbarre
Nel giorno del suo 47esimo compleanno, molti amici, parenti e appartenenti al mondo dello spettacolo stanno mandando messaggi di solidarietà a Fabrizio Corona, adesso nel reparto psichiatrico del carcere di Monza e in sciopero della fame. Oltre a loro, in questi giorni, gli era arrivato anche un appoggio istituzionale. Quello di Carlo Lio, garante dei detenuti della Lombardia, Difensore Regionale - una particolare carica prevista dallo Statuto d'autonomia della Lombardia incaricato di tutelare i diritti e gli interessi dei cittadini e degli altri soggetti della società civile (associazioni, imprese, comitati) nei confronti della Regione Lombardia e delle altre amministrazioni pubbliche rientranti nella sua competenza, ndr - e garante del diritto alla salute di tutti i cittadini. Lo abbiamo intervistato partendo proprio da Fabrizio Corona, perché "attraverso di lui, che ha una grande capacità mediatica, possiamo dare voce a molti casi simili al suo che invece voce non hanno: persone che stanno vivendo momenti sanitari clinici difficoltosi e critici per le quali è necessario valutare misure più idonee rispetto al carcere".
Continua Lio: "Il caso Corona ha messo in risalto un problema che per molti è sconosciuto, perché nelle carceri lombarde e italiane esistono molti Corona, a causa di come è strutturato oggi il carcere - ha spiegato il garante - cioè un luogo con delle condizioni non adeguate per garantire quella assistenza psico-sanitaria che molti avrebbero bisogno quotidianamente". Anche per questo, il garante dei detenuti ha precisato: "Spero che la risonanza mediatica del suo caso possa far riflettere le istituzioni affinché dal ministro e dal tribunale di sorveglianza possano riconsiderare se tenere nelle carceri lombarde e italiane persone che hanno queste tipo di problematiche".
Dottor Lio, quali sarebbero le giuste indicazioni per i casi simili?
Diciamo che esistono alcune strutture che si chiamano Rems (Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza, nda) che sono adatte a un trattamento di questo tipo, qualificato e assistenziale, quando il carcere al suo interno non ha la capacità i dare questo tipo di assistenza. Oppure la presa in capo di strutture specialistiche, quando il reato di cui si è macchiato il reo non è di pericolosità sociale. In queste situazioni, la pena può essere trasformata in un affidamento domiciliare. Ma questo vale per tutti quei casi dove il carcere può essere un ostacolo ad un recupero medico e psicologico del detenuto. La nostra carta costituzionale, all'articolo ventisette comma secondo, dice che il carcere non deve essere il posto dove si sconta una pena ma dove si riabilita chi ha commesso un delitto. Ma oggi siamo molto lontani dal dettato della carta costituzionale. Allora, il mio auspicio è che tutto quello che sta accadendo a Corona e l'avvento al ministero della giustizia del presidente Cartabia, possa trasformare quei dettati in realtà.
Il carcere in cui si trova Corona, a Monza, fra l'altro è sovraffollato. Giusto?
Sì, anche se il carcere di Monza è nulla rispetto ad altri dove il sovraffollamento è del del 30-40-50 %, come a Busto Arstizio. Il sovraffollamento è la regola. Ma la drammaticità dei casi, e sono tanti, di questi detenuti con problematiche psicosanitarie è che non sempre esiste nelle carceri un'adeguata assistenza e quindi i medici possono fare un servizio lacunoso per mancanze oggettive. Ma il carcere è l'unica soluzione per un malato? Io dico di no.
Crede che sia avvenuta anche disinformazione intorno al caso Corona?
Intorno a lui si è alzato un clamore mediatico, ma io come garante parlo a nome di tutti i detenuti. Sto seguendo il dibattito intorno alla vicenda e noto, in alcuni casi, persone che parlano perché vogliono conquistare un titolo di giornale e spesso non fanno il bene dello stesso Corona.
A proposito di chi non ha voce, ci sono casi simili che si sente di citare pur mantenendo la privacy?
Posso dire con certezza che esistono decine di casi come quello di Corona, molto simili. Se la vicenda Corona ci aiutasse a dare voce ai senza voce sarebbe utilissimo. La commissione speciale carceri ha avviato un'analisi precisa e puntuale per verificare in tutte le carceri quanti casi simili esistono e come sono trattati. Grazie al caso Corona, insomma, il consiglio regionale ha iniziato a fare un punto sulla situazione.
Crede sia stata una ingiustizia riportarlo in carcere?
Io non posso parlare di ingiustizia, non voglio e non posso discutere delle sentenze perché non si giudicano. Affronto solo il risultato, cioè la persona che viene condannata e va in carcere. E spesso ho trovato persone che hanno problemi importanti. Compio visite quotidiane e fra i detenuti c'è sempre qualcuno che ha un problema di questo tipo più o meno grave. Nessun carcere lombardo ne è esente.
E sulla questione vaccini, che preoccupa anche fuori dal carcere?
Noi abbiamo un coordinamento in tutta Italia e già in questi mesi, a partire dall'autunno quando si affacciò l'ipotesi, abbiamo chiesto al DAP (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, nda) di inserire i detenuti e la polizia penitenziaria nelle fasce prioritarie insieme agli over 80 perché sono i più esposti. Non a caso nella polizia ci sono stati tantissimi contagi e qualche vittima, cosi come fra i detenuti. Ho apprezzato l'iniziativa del provveditore della Lombardia che ha già vaccinato il personale delle carceri e la polizia e già da oggi sarebbero partiti con i detenuti e i volontari che fanno assistenza.
Fuori dal carcere, invece, quali errori ha riscontrato su questo tema?
Io sono difensore civico della Lombardia, garante dei detenuti e del diritto alla salute, e in questa veste ricevo quotidianamente lettere di cittadini che nonostante l'età avanzata non ricevono il vaccino. Noi siamo intervenuti affinché si perfezionasse la macchina per far sì che la Lombardia torni a essere la locomotiva d'Italia. Purtroppo, abbiamo subito il combinato disposto fra la carenza di dosi e le difficoltà organizzative.
Lei si vaccinerà?
Sono stato inserito come garante dei detenuti nel piano vaccinale dei detenuti e del personale e ho ricevuto una dose all'ospedale di Baggio la scorsa settimana. Ma ci tengo che la gente sappia che già lo scorso anno quando c'era il blocco nelle visite io ho comunque mantenuto l'impegno di entrare perché volevo che i detenuti sapessero che le istituzioni sono vicine. Con tutti i rischi e le precauzioni del caso, ho sempre mantenuto un rapporto di vicinanza nei confronti di queste persone deboli.
Il governatore Attilio Fontana crede che meriti la ricandidatura?
Ribadisco che la mia funzione è autonoma e indipendente, non rispondo a nessuno, solo alle leggi e alla mia coscienza. Io sono il difensore di chi vota destra e chi vota sinistra, per cui su questo non posso rispondere.
A breve si terrà il riesame per Fabrizio Corona. Che cosa si augura?
Che il caso Corona sia quel sasso buttato nello stagno in grado di far riflettere un po' di più le istituzioni preposte ad affrontare e gestire i casi come quelli Fabrizio Corona che nel nostro paese sono migliaia e nella nostra regione sicuramente qualche centinaia. Mi auguro che alla fine, se Corona troverà una soluzione dignitosa, le leggi permettano che valga per tutti quelli che hanno gli stessi di problemi.
genova24.it, 30 marzo 2021
Approvate ieri in Consiglio regionale alcune modifiche alle leggi che istituiscono in Liguria le figure del Garante per la tutela delle vittime di reato e del Garante dei detenuti. Con 16 voti a favore (maggioranza di centrodestra) e 12 astenuti ha ricevuto il via libera il provvedimento che adegua la legge sul garante per le vittime di reato alle eccezioni sollevate dal Governo, che ha impugnato la legge davanti alla Corte Costituzionale. In particolare, la nuova formulazione prevede che "la Regione promuova e stipuli apposite intese con altre amministrazioni, anche statali operanti nel settore, comprese le forze dell'ordine, per l'eventuale individuazione di propri rappresentanti quali componenti dell'organismo".
Viene, inoltre, rimossa l'esclusività del rapporto di lavoro del garante. Approvato all'unanimità un emendamento presentato dal gruppo Pd-Articolo Uno che specifica alcune cause di incompatibilità, fra le quali, quella con l'attività di lavoro subordinato a tempo pieno. Confermata l'incompatibilità con ogni carica elettiva pubblica.
La legge sul Garante dei detenuti, con 24 voti a favore e 4 astenuti (Lega), è stata aggiornata sulla base della nuova denominazione dei centri permanenza temporanea per stranieri" che sono divenuti "centri di permanenza per i rimpatri".
Vengono specificate meglio le regole di accesso del garante per quanto riguarda le visite negli istituti penitenziari, gli istituti penali per i minorenni, le strutture per il Tso, gli ospedali psichiatrici giudiziari, le comunità terapeutiche, che dovranno ottenere l'autorizzazione della prefettura competente.
Rispetto ai poteri del garante, nel caso in cui questi ritenga che una segnalazione sia fondata, può formulare specifiche raccomandazioni all'amministrazione interessata, la quale, in caso di diniego, comunica il dissenso motivato nel termine di 30 giorni. Approvato all'unanimità un emendamento presentato dal gruppo Pd-Articolo Uno che specifica alcune cause di incompatibilità del garante, fra le quali, con l'attività di lavoro subordinato a tempo pieno. Confermata l'incompatibilità con ogni carica elettiva pubblica.
"È importante costituire un organismo che vigili e promuova il rispetto dei diritti fondamentali delle persone recluse o comunque in condizione di limitazione della libertà personale - spiega Angelo Vaccarezza, capogruppo di Cambiamo! - Altrettanto imperativa, l'istituzione di una figura che possa diventare un faro istituzionale e imparziale a tutela delle vittime di reato, troppo spesso lasciate sole in un momento emotivamente delicato delle proprie vite. A breve, avremo quindi il compito di identificare le persone adatte a ricoprire tali ruoli, oltre al garante per l'infanzia e al difensore civico, gravato fino ad oggi di tutti i compiti". Per la consigliera Lilli Lauro "i due provvedimenti che abbiamo approvato oggi vanno nella giusta direzione, quella di avere una figura che vada a vigilare sui diritti fondamentali delle persone che si trovano in condizioni di limitazione della libertà personale e quella di trovare un'altra figura paritetica che si occupi delle persone vittime di reato".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 marzo 2021
La Regione è rimasta alle indicazioni, poi smentite, del commissario Figliuolo e del ministro Speranza di vaccinare solo in caso di focolai. Il Covid è entrato anche al 41bis di Cuneo. Risultano, per ora, 11 detenuti positivi, tra i quali nove sono reclusi al carcere duro. A confermarlo a Il Dubbio è Bruno Mellano, il garante dei detenuti della regione Piemonte. Parliamo dell'ennesimo focolaio che coinvolgono i penitenziari piemontesi.
Sì, perché nel frattempo ci sono altre due carceri, tutte di alta sicurezza, dove il contagio si è diffuso. C'è la Casa di Reclusione di Asti con 48 positivi su 298 detenuti presenti, a questo si aggiunge un nuovo focolaio attivo al carcere di Saluzzo con 19 detenuti positivi. Ribadiamolo: il contagio coinvolge tutti i detenuti in alta sicurezza, e da poco anche quelli in 41bis. Da segnalare che alla richiesta dell'avvocata Maria Teresa Pintus del foro di Sassari, di sapere se il suo assistito al carcere duro sia positivo al Covid, la Asl le ha risposto che non può dare informazioni senza l'autorizzazione dell'interessato.
La regione Piemonte non ha intrapreso la campagna vaccinale per i detenuti - Nasce un problema non da poco che il Garante Mellano ha denunciato. La regione Piemonte, di fatto, non ha intrapreso nessuna strategia di vaccinazioni nei confronti della popolazione penitenziaria. Eppure, proprio l'11 marzo scorso, il Dap ha scritto al Piemonte segnalandole che rimarrebbe la sola regione a escludere la popolazione detenuta fra le categorie eleggibili prioritarie.
"Corre l'obbligo evidenziare che la disparità di trattamento rispetto agli altri detenuti potrebbe generare tensioni all'interno degli istituti penitenziari locali, con probabili ricadute sulla tenuta dell'ordine e della sicurezza", ha sottolineato l'amministrazione penitenziaria. Ma nulla da fare, il garante Mellano denuncia che in Piemonte non si è avviata l'auspicata campagna di vaccinazione mentre, a seguito della riunione della Conferenza Stato-Regioni dello scorso 19 marzo, sono emersi dubbi interpretativi delle indicazioni contenute nel documento di "Raccomandazioni" del ministero della Salute.
Dopo i focolai arrivano i vaccini - Come ha segnalato Il Dubbio era emerso che il commissario straordinario per l'emergenza Covid Francesco Paolo Figliuolo e il ministro della Salute Roberto Speranza, avrebbero indicato come non prioritaria la vaccinazione nei confronti dei detenuti, ma di effettuarla solo quando ci sono dei focolai.
Subito dopo, tramite lanci di agenzia stampa, le fonti del commissario hanno parlato di errore di interpretazione e che la popolazione carceraria è tra le categorie prioritarie previste dal piano vaccinale. Il commissario alla campagna vaccinale della Regione Piemonte, Antonio Rinaudo, però, era rimasto a ciò che gli sarebbe stato detto durante la conferenza Stato-Regioni sia dal commissario nazionale che dal ministro Speranza. Oramai i focolai sono scoppiati, quindi la vaccinazione andrebbe avviata a prescindere. Infatti, l'unità di crisi - dopo che il contagio è divampato - ha disposto l'immediata vaccinazione a Saluzzo e Cuneo. Ma ha senso attendere che scoppino i focolai, per poi poter vaccinare?
Il Resto del Carlino, 30 marzo 2021
A rivelarlo il neo Garante per i diritti Giulianelli intervenuto sugli atti di autolesionismo: "Decesso naturale, ma la Procura indaga". Proteste in carcere a Montacuto, detenuti applicano atti di autolesionismo dopo la morte di un detenuto.
Il fatto è accaduto di recente e sulla vicenda interviene il nuovo Garante regionale per i Diritti, l'avvocato Giancarlo Giulianelli, operativo da circa un mese. L'ombudsman, a proposito dell'accaduto starebbe verificando la situazione attraverso il monitoraggio dopo la protesta da parte di un gruppo di detenuti.
n'azione di verifica del Garante a cui sarebbe arrivata anche una segnalazione di attivare, al più presto, il potenziamento di personale sanitario specifico. I fatti risalgono ad alcuni giorni fa con atti di autolesionismo da parte di quattro ospiti dello stesso istituto.
La forma di protesta è scattata a seguito della morte nel sonno di un altro detenuto: "In base alle notizie raccolte - ha sottolineato Giulianelli - il decesso sarebbe avvenuto per cause naturali, ma l'esito finale, come ovvio, si avrà al termine delle indagini espletate dalla Procura della Repubblica. Vorrei cogliere l'occasione in questa sede per esprimere le mie condoglianze e la vicinanza alla famiglia da parte mia e di tutto l'apparato".
Il Garante ha aggiunto, inoltre, che nelle ultime ore ci sono stati ulteriori atti di autolesionismo da parte di due dei quattro detenuti che avevano attivato la protesta. Uno di questi si trova attualmente ricoverato nel reparto di psichiatria dell'ospedale Torrette di Ancona, mentre per l'altro sono stati effettuati tutti gli interventi del caso all'interno dell'istituto: "Ci risulta che da parte di tutti e quattro i detenuti - ha precisato Giulianelli - sia stata avanzata la domanda di trasferimento presso il carcere di provenienza, sulla quale è chiamata ad esprimersi ora l'amministrazione penitenziaria competente. La situazione complessiva a Montacuto risulta sotto controllo, ma si renderà opportuno, quanto prima, affrontare il problema dell'autolesionismo, che negli ultimi anni ha annoverato diversi casi. Anche su questo versante la carenza di personale sanitario ed un adeguato coordinamento hanno un peso specifico".
Detto dei fatti in questione, all'interno della struttura carceraria di Ancona, la più capiente delle Marche, al momento non si sarebbero verificati casi di contagio da Covid-19. Per ora, stando a quanto emerso a livello generale, gli unici casi si sono verificati dentro il carcere di Villa Fastiggi a Pesaro meno di un mese fa. In quel caso si è trattato di un vero e proprio focolaio con uno dei detenuti trasferito in terapia intensiva all'ospedale della città. Per ora i due istituti presenti nel territorio anconetano, Montacuto appunto e Barcaglione, sono ancora da considerare Covid-free.
milanotoday.it, 30 marzo 2021
Procede la vaccinazione anti Covid dei detenuti nelle carceri milanesi. Lunedì 29 marzo sono stati resi noti i dati relativi al penitenziario di Bollate attraverso un'audizione del direttore, Giorgio Leggieri, nel corso della sottocommissione carceri di Palazzo Marino, convocata in video conferenza.
Secondo i dati diffusi, finora sono stati vaccinati contro il Covid 354 detenuti su 1.163 presenti. Leggieri ha spiegato che si sta procedendo con una media di circa 50 somministrazioni al giorno dopo una "brevissima interruzione iniziale" dovuta allo stop precauzionale di qualche giorno del vaccino AstraZeneca. Nel settimo reparto del carcere è stata predisposta un'area dedicata alla vaccinazione. "Cerchiamo di garantire un flusso continuo di vaccinati, per evitare che le dosi vadano perse", ha commentato il direttore.
L'area sanitaria del carcere ha preselezionato i detenuti in modo da stabilire chi può fare AstraZeneca e chi, invece, deve fare Pfizer. Samuele Cuccolo, comandante del reparto di Bollate, ha fatto sapere durante la stessa sottocommissione che le rinunce dovute alle notizie allarmistiche su AstraZeneca ci sono state, ma non sono state molte.
I vaccini Covid nel "mondo carceri" riguarderanno non solo i detenuti ma anche il personale e i volontari. Pietro Buffa, provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria, ha detto che la vaccinazione coinvolgerà chiunque entri nelle carceri, compresi "il personale della mensa e i manutentori delle caldaie". Nel carcere di Bollate vi sono attualmente 33 detenuti positivi al Covid, di cui la maggior parte provenienti da altre carceri lombarde; ma la situazione è in miglioramento, dato che il "picco" era stato di 430 persone positive (e migliaia in isolamento) in un giorno.
- Salerno. Fuorni, allarme suicidi nelle celle piene
- Reggio Calabria. Aveva un'infezione ma fu curato con degli antistaminici
- Sant'Angelo dei Lombardi (Av). In Irpinia un'eccellenza nella rieducazione dei detenuti
- Asti. Carcere, Comunità e Covid-19
- Benevento. Carcere, conclusa l'immunizzazione del personale










