di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 31 marzo 2021
Per superare la frammentazione localistica il nuovo premier Abdul Hamid Dbeibah sta comprando l'alleanza dei libici a suon di dollari, regalie, assistenza sociale e posti lavoro ben pagati.
Non è affatto strano che a Tripoli siano oggi in tanti a parlare di un'era "neo-gheddafiana". E non è solo per la ricomparsa in pubblico di personaggi che sino all'estate del 2011 costituivano i meccanismi di funzionamento economico e amministrativo del vecchio regime. L'essenza del nuovo corso si riassume nell'idea centrale del neopremier, il 59enne uomo d'affari misuratino Abdul Hamid Dbeibah, per cui la frammentazione localistica si supera comprando l'alleanza dei libici a suon di dollari, regalie, assistenza sociale e posti lavoro ben pagati. Dbeibah è stato chiaro nella sua intervista al Corriere due giorni fa: divisioni tribali, campanilismi, persino la miriade di milizie diverse, possono essere più o meno battuti se lo Stato centrale è disposto ad assicurare congrui stipendi a tutti, con tanto di pensioni a pioggia e assistenza medica gratuita. A ben vedere, è la stessa logica clientelare che garantì a Muammar Gheddafi quattro decenni al potere: lui era il dispensatore unico di prebende e ai suoi fedelissimi si doveva fare ricorso per ottenere ciò che si desiderava. Il dissenso si batteva con il welfare state calibrato ad hoc per generare dipendenza ed elidere le forze centrifughe.
Non mancano però sostanziali differenze. Dbeibah non ha cercato e non cerca di ricostruire gli apparati repressivi della vecchia dittatura. Le farneticazioni demagogiche del "libro verde" teorizzate dal leader della Jamaria non hanno nulla a che fare con la sua visione del business senza pregiudiziali e con il suo pragmatismo manageriale nel condurre la politica. La Jallabia beduina è stata appesa al chiodo. Tende e cammelli sono riservate ai turisti. Dbeibah veste in giacca e cravatta. Il suo linguaggio è perfettamente comprensibile a Washington, come a Roma, Parigi, Ankara, Dubai, Il Cairo, Mosca o Pechino. "Potremmo avere qualche problema con le milizie ideologiche", ammette riferendosi ai jihadisti, che però considera minoritari. Anche Khalifa Haftar, il militare della Cirenaica che voleva conquistare Tripoli, sembra un problema in via di superamento. "Un isolato", osserva.
Ma, per fare tutto ciò, servono montagne di soldi, che implicano commercio, export energetico, giganteschi lavori pubblici, crediti esteri, finanziamenti: insomma apertura al mondo. Ed è proprio in questo contesto che l'Europa, con in testa l'Italia, gioca un ruolo centrale. Se fino a ieri le armi russe e turche sembravano dettare legge, oggi sono vitali i rapporti economici. Mosca è al verde. Le casse di Ankara sono vuote. Ma non quelle europee. "Mi attendo grandi sviluppi dall'incontro con Mario Draghi il 6 aprile", dice. C'è da credergli.
di Cyrille Louis*
La Repubblica, 31 marzo 2021
A due anni dalla destituzione del dittatore Omar al-Bashir, il paese è alle prese con una crisi economica che non ha precedenti. A Khartoum, i "comitati di resistenza" sono tuttora mobilitati per impedire che il malcontento popolare sfoci in un colpo di stato militare.
Si considerano i guardiani di una rivoluzione a rischio: venerdì sera, in un sobborgo popolare della capitale, uomini di tutte le età si sono accalcati sui banchi della scuola al-Humeira sistemati in cortile. Come spesso accade, anche quel loro incontro si è svolto alla luce delle stelle. Secondo voci non controllate, i sostenitori dell'ex presidente Omar al-Bashir, allontanati dai posti di potere ma ancora assai influenti nel settore energetico, starebbero provocando ripetute interruzioni della corrente elettrica per scatenare il malcontento popolare. "La vita è davvero molto difficile" dice Mohammed Ibrahim Mohammed, un operaio di 33 anni che lavora per un'azienda pubblica che sfrutta i giacimenti d'oro del Paese, "ma rifiutiamo di arrenderci."
Il "comitato di resistenza" del quartiere si riunisce una volta alla settimana per rispondere alle esigenze più immediate. Approvvigionamento d'acqua, funzionamento delle scuole, lotta contro la carenza di pane, gas da cucina o benzina. La priorità assoluta è attenuare gli effetti di una crisi economica che si va aggravando dalla destituzione del tiranno, per scongiurare che la popolazione insorga contro il potere civile. "Nonostante le avversità - sorride Mohammed Ibrahim Mohammed - è importante esultare per quello che abbiamo conseguito: per la prima volta in trent'anni siamo liberi di prendere in mano le nostre vite".
A due anni di distanza dalla destituzione di Omar al-Bashir, il Sudan cammina dunque sul filo del rasoio. È incontestabile che i cambiamenti si siano succeduti a un ritmo straordinario. Chi, nel dicembre 2018, avrebbe potuto prevedere che alcune manifestazioni tranquille e pacifiche contro l'aumento dei prezzi sarebbero sfociate in meno di sei mesi nella destituzione e nell'arresto del tiranno che da trent'anni teneva il Sudan sotto il suo giogo?
E chi avrebbe immaginato che, dopo averlo allontanato affinché si salvasse la pelle, le forze armate avrebbero accettato sotto le pressioni popolari di condividere il potere con un governo civile? Da allora, le liberà civili sono state ripristinate. L'onnipotente Partito del congresso nazionale è stato ostracizzato e i suoi dirigenti più importanti marciscono ancora in prigione. Numerose leggi liberticide imposte nel nome dell'Islam sono state abrogate. Il Paese è stato cancellato da Washington dall'elenco di quelli che appoggiano il terrorismo. Un accordo di pace è stato stretto con varie milizie armate per mettere fine a una guerra civile finora interminabile, e nel 2023 dovrebbero svolgersi le prime elezioni libere. La transizione, che i nuovi dirigenti di questo Paese disgraziato e sfigurato da una storia tragica vorrebbero che fosse considerata un nuovo inizio, è però ancora disseminata di trappole.
Davanti alle rare stazioni di servizio rifornite di carburanti, file interminabili di automobili, camion e risciò sono la prova evidente di un caos dilagante. Quella sera, gli automobilisti in coda nelle automobili sono esplosi esasperati in un concerto di clacson. "Sto aspettando da più di otto ore" si lamenta Ihab Abdoulaye, tassista arrivato dal vicino Stato di Gezira e costretto a questa trafila almeno due volte alla settimana. Di chi è la colpa? "Non ne ho idea - risponde con un ghigno - ma una cosa è certa: sotto il vecchio regime la vita era meno complicata".
Il primo ministro Abdallah Hamdok, economista, si adopera come meglio può, malgrado le casse sudanesi pressoché vuote e un debito schiacciante. All'indomani della caduta di al-Bashir, quando la transizione era sotto il severo controllo dei militari, le monarchie del Golfo hanno annunciato un importante programma di aiuti al Sudan, poi congelato quando l'esercito ha passato il testimone al governo civile. Quanto agli appoggi a khartoum dall'Occidente, stanno aspettando. Apparentemente decisi a sostenere il nuovo potere, i governi occidentali si sono rifiutati di spalancare i cancelli fino a quando in Sudan non si concretizzeranno le riforme economiche. Le sovvenzioni ai prodotti di prima necessità, che rappresentano fino al 70 per cento del budget sudanese, da allora sono state parzialmente rimosse, e a questo provvedimento si sono accompagnati un'impennata dei prezzi, un incremento dei traffici al mercato nero e manifestazioni sempre più frequenti contro il carovita. Alla fine di febbraio, i tassi di cambio sono stati unificati a forza nella speranza di fermare l'inflazione. Un diplomatico europeo a khartoum, tuttavia, ammette che "la situazione potrebbe degenerare e diventare pericolosa se, a fronte di questo deterioramento dell'economia, la piazza tornasse a mobilitarsi contro il governo. A quel punto, infatti, i militari avrebbero il pretesto ideale per riprendere in mano le sorti del Paese".
Non siamo ancora a questo punto. L'esercito, pur in posizione di forza, muove le sue pedine con grande cautela. I più alti gradi, un tempo strettamente associati al regime militare islamista di Omar al-Bashir, nella primavera del 2019 hanno sentito tirare una brutta aria quando immense folle di sudanesi hanno invaso i dintorni del loro quartiere generale. Da allora, due di loro contribuiscono a guidare la transizione e si dice che si guardino in cagnesco. Il generale Abdel Fattah al-Burhan, che ricopre la carica di capo di Stato, dice di voler ridare il potere ai civili e giura che il Sudan ha chiuso una volta per tutte con la sua lunga storia di colpi di stato militari. Il suo collega Mohammed Hamdan Dagalo, alias Hemedti, invece, non perde occasione per sottolineare le carenze del governo Hamdok. Alla testa delle Forze di supporto rapido, una potente struttura paramilitare che aggrega milizie un tempo implicate nella sanguinaria repressione in Darfur, Hamdok è considerato da molti come l'uomo forte in questi tempi di incertezza. Le sue ambizioni mal dissimulate affascinano e preoccupano.
Farah Abbas Farah, professore d'inglese che risiede nel quartiere di al-Riyad, esclude a priori qualsiasi ipotesi di una riconquista del potere da parte dei militari. Padre di un ventottenne rimasto ucciso il 6 giugno 2019, durante la dispersione violenta del sit-in organizzato davanti al quartiere generale delle forze armate, presiede un "comitato di martiri della rivoluzione" e si adopera affinché i soldati e gli ufficiali implicati in quel massacro siano giudicati colpevoli e condannati. Sotto le pressioni dell'opinione pubblica, è stata costituita una commissione incaricata di condurre un'inchiesta sulle centinaia di sudanesi ammazzati quel giorno. Farah Abbas Farah però giudica tropo lenti i lavori della commissione.
"L'esercito tira le cose per le lunghe, nella speranza che noi si finisca per cedere" deplora questo padre a lutto, avvolto nella sua djellaba bianca e sfiduciato. "Il loro rifiuto di rendere conto delle loro azioni fa intendere che siamo ancora molto lontani dagli ideali di libertà, giustizia e pace per i quali sono caduti i nostri figli".
L'Avvocato Nabil Adib, che presiede la commissione d'inchiesta, vede le cose da una prospettiva un po' diversa. "La gente non capisce che un'inchiesta penale richiede tempo e che non basta formulare accuse contro questo o quel militare per ottenerne la condanna davanti a una giurisdizione indipendente", dice. Più in generale, questo veterano della difesa dei diritti umani valuta che il bilancio di questi due anni di transizione debba essere analizzato senza ingenuità, ma con indulgenza. "È stato facile scendere in strada al grido di "Tasgut Bas" (in arabo "basta con il regime", NdR), ma accordarsi su come ricostruire il Paese è di gran lunga più complicato. In ogni caso, non si deve dimenticare che la rivoluzione è servita a liberarci di un regime che controllava ogni aspetto della nostra esistenza".
Più critico è il caporedattore del quotidiano indipendente al-Tayas, Osman Mighrani, che mette sull'avviso: "Le forze civili, impantanate nelle loro divergenze, purtroppo non sono all'altezza delle responsabilità affidate loro. Benché l'esercito sappia perfettamente di non potersi permettere di far scorrere ancora altro sangue, ogni giorno in più rende maggiormente credibile lo scenario di una riconquista del potere come avvenuto in Egitto".
Nel quartiere di Was Noubawi, roccaforte della rivoluzione nel centro storico di khartoum, il comitato di resistenza vigila. Gli affreschi celebrativi della rivolta popolare si sovrappongono sulle pareti di una strada in terra battuta. Un uomo, con le spalle curve e gli occhi bassi, si allontana a passi rapidi. "È un islamista", commenta ironizzando Fadl Abdallah, e indica il muro della casa dell'uomo sul quale, a caratteri neri, campeggia la scritta "collaborazionista". "Abbiamo l'elenco di tutti i 'kaizan' (sostenitori di Omar al-Bashir, NdR) e non li perdiamo di vista" confida Hatim Imad, diplomatosi da poco all'università sudanese di scienze e tecnologia.
I sostenitori del vecchio regime che non sono stati arrestati cercano di mantenere un basso profilo, ma continuano a farsi sentire sui social network.
Denunciano di continuo l'accordo di normalizzazione firmato con le autorità israeliane e accusano il governo civile di aver girato le spalle all'Islam, non senza incontrare qualche reazione nella società perlopiù conservatrice. "Detestavo il regime di al-Bashir" ci dice l'imam Moussa al-Nour in una moschea di Omdurman. Racconta di essere stato discriminato spesso per le sue origini darfuriane, "ma il regime che lo ha rimpiazzato mi piace ancora meno".
Il religioso è particolarmente indignato per la recente legalizzazione della vendita di alcolici ai non-musulmani (ancora teorica, in questa fase) e rimpiange che la legge che puniva l'adulterio sia stata attenuata. Contrariamente a molti suoi conoscenti, tuttavia, assicura di non volere un ritorno al passato. "Per la prima volta da quando esercito le mie funzioni, sono libero di dire quello che voglio nella mia predica del venerdì. E posso addirittura parlare male del governo, cosa da cui non mi astengo di certo" dice.
*Traduzione di Anna Bissanti
di Stefano Mauro
Il Manifesto, 31 marzo 2021
Un rapporto redatto dalla Minusma conferma la denuncia delle associazioni: 22 civili uccisi in un bombardamento. Nuovi attacchi di gruppi jihadisti, in espansione verso il Golfo di Guinea, nel nord della Costa d'Avorio. Parigi sempre più nell'occhio del ciclone in Mali, dopo la recente accusa di aver ucciso 6 cacciatori inermi lo scorso giovedì, ma soprattutto in seguito alla pubblicazione ieri di un rapporto Onu su un bombardamento della forza Barkhane - 5mila militari francesi sul terreno - dello scorso gennaio.
L'indagine delle Nazioni Unite, redatta dai responsabili della missione Minusma, ha concluso che "l'attacco aereo effettuato dai francesi ha ucciso 22 civili riuniti per celebrare un matrimonio e non solo jihadisti", come affermato finora da Parigi. L'attacco, effettuato a Bounti lo scorso 3 gennaio, aveva creato un acceso dibattito tra le autorità francesi e maliane che affermavano "di aver colpito un gruppo di jihadisti" e numerose associazioni che invece denunciavano come sotto le bombe fossero finiti "numerosi civili inermi".
Gli autori del rapporto hanno accertato la presenza quel giorno "di cinque persone armate, di cui almeno una portava in modo visibile la propria arma, arrivate al villaggio con tre motociclette e membri della Katiba Serma", gruppo jihadista appartenente al Gruppo di sostegno per l'Islam e i musulmani (Gnim), affiliato ad Al Qaeda. Secondo Minusma "almeno 22 persone sono state uccise, di cui 3 sospetti jihadisti (...), il gruppo era composto in modo schiacciante da civili inermi, protetti dal diritto internazionale umanitario".
Dure le reazioni di Parigi che, attraverso un comunicato ufficiale della Difesa ribadisce la propria versione indicando che "le forze francesi hanno effettuato un attacco aereo contro un gruppo jihadista armato identificato come tale da informazioni di intelligence" e ponendo dubbi "sulla metodologia e sull'utilizzo di testimonianze non verificabili".
Il terrorismo di matrice jihadista intanto continua a flagellare l'Africa da est a ovest. Lunedì è stato il turno della Costa d'Avorio: una postazione militare a Kafolo e una della gendarmeria a Tehini, vicino al confine con il Burkina Faso, sono state oggetto di un duplice attacco che ha causato 3 morti e 10 feriti tra i militari. Un attacco che si aggiunge a quello dello scorso giugno contro due avamposti che causò la morte di 12 soldati ivoriani. Il capo delle forze armate ivoriane, Lassine Doumbia sul quotidiano online Abidjian.net accusa "gli uomini della Katiba Macina, guidata dal maliano Amadou Koufa, numero due dello Gnim, venuti in Costa d'Avorio con l'obiettivo di reclutare uomini e installarsi nel nostro paese".
Un segnale che desta grande preoccupazione visto che la Costa d'Avorio è il "nuovo bersaglio dei gruppi jihadisti". Preoccupazioni cresciute dallo scorso febbraio, quando Bernard Emié, capo dell'intelligence estera francese, aveva affermato che lo Gnim, stava sviluppando un "progetto di espansione verso il Golfo di Guinea, in particolare verso Costa d'Avorio e Benin".
adnkronos.it, 30 marzo 2021
"Effettuare periodici controlli così da garantire una reale corrispondenza, tra i prezzi dei prodotti alimentari e non in vendita nei sopravvitti e quelli dei supermercati più vicini ai luoghi in cui gli istituti penitenziari si trovano" questa la richiesta avanzata dall'on. Lorefice ed altri del Movimento 5 Stelle, in merito alla situazione delle carceri italiane.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 marzo 2021
L'amministrazione penitenziaria continua a punire in caso di scambio di saluti al 41bis pur in presenza di pronunce della Consulta e della Cassazione. Nonostante ci siano diverse sentenze di Cassazione che dicono chiaramente di non sanzionare un semplice scambio di saluti al 41bis tra detenuti appartenenti a diversi gruppi di socialità, l'amministrazione penitenziaria continua a punire chi lo fa.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 30 marzo 2021
Oggi recepita la direttiva Ue: cautela sulla presunzione d'innocenza, ma sarà scontro tra i partiti sulla pubblicazione delle intercettazioni. Sarà forse una piccola rivoluzione per le abitudini italiane. La giustizia deve abituarsi ad avere un approccio più garantista. Ce lo chiede l'Europa da cinque anni e ora sta per diventare obbligo di legge.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 30 marzo 2021
L'intervento dell'Unione camere penali nel primo dei tre giorni di astensione dalle udienze. Nel primo dei tre giorni di astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria, l'Unione Camere penali ha organizzato ieri la manifestazione nazionale sul tema "Il difensore e il Ppt. Criticità e soluzioni possibili". In questi mesi in cui si dà priorità all'efficientismo a discapito del rispetto delle garanzie, "l'astensione è l'unico strumento incisivo che abbiamo per comunicare con la politica in un momento drammatico di violazione della difesa", ha detto in apertura il segretario Ucpi Eriberto Rosso.
di Errico Novi
Il Dubbio, 30 marzo 2021
I partiti di maggioranza voteranno compatti sulla presunzione d'innocenza. I limiti alle dichiarazioni dei pm saranno recepiti nel ddl di delegazione europea come chiesto da Costa e Annibali: secondo successo di Cartabia.
di Simona Musco
Il Dubbio, 30 marzo 2021
Prima l'invito ai dirigenti degli uffici giudiziari ad "rallentare immediatamente tutte le attività" senza escludere, nei casi più estremi, "anche la sospensione". Poi il passo indietro di Giuseppe Santalucia, presidente dell'Associazione nazionale magistrati, per chiarire che le toghe non hanno minacciato alcuna sospensione, bensì posto il problema della sicurezza nei luoghi della giustizia. In mezzo ci sta il chiarimento al vetriolo di via Arenula, che con poche parole ha ribadito il proprio niet ai magistrati: il piano vaccinale non sarà rivisto. E, dunque, il comparto giustizia, comprensivo di tutti i suoi attori, non rientrerà in alcuna categoria prioritaria. Storia chiusa, se non fosse che per tutta la giornata di ieri la questione ha tenuto banco, sollevando un vespaio di polemiche, interne anche al mondo stesso della magistratura.
Perché se, da un lato, il sindacato delle toghe, parlando a nome dell'intera categoria, ha lamentato una mancata proroga (poi smentita dalla ministra Marta Cartabia) della normativa emergenziale, denunciando i rischi per il comparto giustizia, a causa di udienze che procedono a ritmi frenetici in luoghi poco sicuri, dall'altro Magistratura Democratica, corrente di sinistra delle toghe, ha bollato come "errore" lo scatto in avanti di Anm. "Abbiamo trasmesso, come magistratura, un messaggio sbagliato - si legge in una nota della segretaria generale Mariarosaria Guglielmi -. Non quello della richiesta di interventi urgenti a tutela di tutti coloro che lavorano ed entrano nei palazzi di giustizia, ma voler porre "condizioni" rispetto allo svolgimento del servizio e considerarci come "categoria" che rivendica una tutela prioritaria".
Le richieste delle toghe e la replica di via Arenula - "Si continua a lavorare con le stesse modalità e con gli stessi ritmi del periodo antecedente la pandemia, con l'unico precario e insoddisfacente meccanismo di cautela costituito dalla disciplina emergenziale, che peraltro, seppure limitata ad alcune attività processuali e sostanzialmente insufficiente soprattutto per il settore penale, non risulta neppure prorogata benché ne sia prossima la scadenza", si leggeva nella prima nota di Anm. Che lamentava, appunto, il depennamento dei lavoratori del comparto giustizia dal nuovo piano strategico.
Per il sindacato delle toghe questa scelta avrebbe un unico significato: "Il Governo considera il servizio giustizia con carattere di minore priorità rispetto ad altri servizi essenziali già sottoposti a vaccinazione". Scarsa tutela, dunque, a fronte della richiesta europea di velocizzare i processi. Le conseguenze, per Anm, sono presto dette: "Il sensibile rallentamento di tutte le attività giudiziarie che devono essere necessariamente svolte in presenza, donde l'inevitabile allungamento dei tempi di definizione dei processi". Da qui l'invito ai capi degli uffici, in assenza di interventi normativi, "ad adottare, a tutela della salute, energiche misure organizzative al fine di rallentare immediatamente tutte le attività dei rispettivi uffici, senza escludere, nei casi più estremi, anche la sospensione dell'attività giudiziaria non urgente".
Ma la replica di via Arenula non si è fatta attendere. L'Anm, infatti, aveva discusso del tema con la ministra Cartabia lo scorso 18 marzo, incontro dal quale i magistrati erano usciti con la consapevolezza non solo della proroga dello stato d'emergenza per l'attività giudiziaria, prevista per oggi, fino al 31 luglio, ma anche la scelta di proseguire con le vaccinazioni per classi di età. Già allora l'Anm aveva chiesto di ripercorrere le orme del ministro Alfonso Bonafede, che aveva chiesto l'inserimento del comparto giustizia nel piano vaccinale.
Ma Cartabia ha ribadito la linea del governo, "in nome del principio di uguaglianza e per evitare la competizione tra le categorie". Posizioni che, ha fatto sapere via Arenula, "i magistrati sembravano aver compreso". Da qui la replica di Santalucia, che negando qualsiasi tipo di "minaccia" ("non ne abbiamo il potere") di sospensione ha ribadito la possibilità, in caso di udienze affollate, di "rallentare" l'attività.
Cosa che, di fatto, già avviene: sono diversi gli uffici in Italia che hanno già rimandato ad altra data i processi meno urgenti, organizzando le udienze in modo da evitare il più possibile gli assembramenti. Ma ciò, a causa di tribunali a volte fatiscenti, non sempre è possibile.
"I magistrati sono l'unica categoria che in caso di malattia non può essere sostituita. Tutti gli altri, i cancellieri, i carabinieri, i poliziotti, gli avvocati, possono essere sostituiti ma i magistrati no. Se l'attività di un magistrato, in funzione requirente ma ancor più in funzione giudicante, salta questo ha un effetto a catena su tutto il sistema giudiziario che si blocca", ha ribadito a La Presse Luca Poniz, ex presidente dell'Anm. Un "grido d'allarme" raccolto dal sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto, che si è detto preoccupato per i casi in continua crescita nelle aule dei Tribunali (è di pochi giorni fa la notizia della morte del procuratore aggiunto di Napoli Luigi Frunzio). "Credo sia opportuno provare ad aiutare i capi degli uffici con indicazioni tali da consentire che il diritto alla salute venga tutelato al meglio anche nei luoghi della giustizia", ha dunque affermato. Ma contro le toghe si sono schierati diversi politici: da Matteo Salvini a Maurizio Gasparri, passando per Davide Faraone, il dissenso è stato trasversale, rispolverando la vecchia etichetta dei "furbetti del vaccino".
La reazione dell'avvocatura. Non si è fatta attendere la replica del Consiglio nazionale forense, che sin dal principio, assieme all'Anm, ha sottoposto al ministero i rischi interni ai tribunali per i lavoratori del comparto giustizia. E chiedendo norme certe, ma non a patto di frenare ulteriormente la macchina giudiziaria.
Il Cnf ha espresso "preoccupazione e stupore" per "l'invito" dell'Anm a rallentare l'attività giudiziaria. "Rispetto alle considerazioni sulla funzione essenziale della giustizia non possiamo che aderire, ma se l'Anm, così come scrive nel suo documento, considera la giustizia un servizio essenziale non è allora verosimile una richiesta di un ulteriore rallentamento o addirittura una rinnovata sospensione dei processi che arrecherebbe danni come sempre in primo luogo ai cittadini, privati così del loro diritto di tutela, e rischia di apparire come una mera rivendicazione di privilegio", afferma la massima istituzione dell'avvocatura. Sia, dunque, il ministero a stabilire come risolvere le difficoltà del settore. Senza "disparità territoriali", ma facendo sì "che la priorità sia da riconoscere alle situazioni di oggettiva fragilità".
Stessa linea quella dell'Organismo congressuale forense, che ha invocato dialogo e non ultimatum. "Un conto è porre il tema - ha dichiarato il coordinatore Giovanni Malinconico - un altro è proporsi in termini così perentori e minacciare di rallentare le udienze". Tra i primi a reagire anche i giovani avvocati, che hanno subito espresso "sconcerto" per la posizione dell'Anm. "L'Anm dovrebbe prodigarsi per cercare di garantire lo svolgimento di tutte le attività giudiziarie in sicurezza - si legge in una nota di Antonio De Angelis, presidente dell'Aiga - a partire dalla fissazione delle udienze per fasce orarie, anche pomeridiane. Oggi chi rischia di più il contagio nei Tribunali sono proprio gli avvocati".
Magistrati già vaccinati in molte regioni. E non manca nemmeno la replica di Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione delle Camere penali. Che prendendo spunto dalle recenti dichiarazioni del procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, ha posto la questione sotto un altro punto di vista. "La determinazione dei criteri di priorità nelle vaccinazioni deve essere unica a livello nazionale", ha dichiarato, considerando ovvio che, dopo le categorie più fragili, la giustizia rientri tra quelle prioritarie.
"Ovviamente, e sono lieto che Anm lo sottolinei con chiarezza, senza distinzioni al proprio interno, come purtroppo avviene in alcune regioni dove si vaccinano magistrati e personale di cancelleria, ma non gli avvocati. Per esempio: Gratteri ha dichiarato che nel suo ufficio "sono tutti vaccinati". Possiamo conoscerne le ragioni?".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 30 marzo 2021
Sono tre i criteri che portano ad ammetterla o meno: la modalità della condotta, l'esiguità del danno o del pericolo e il grado di colpa. La Cassazione prosegue lo zig zag, tra i casi concreti, sulla strada del riconoscimento della tenuità del fatto per il reato di guida in stato di ebbrezza. Con due sentenze coeve, la n. 11655/2021 e la n. 11699/2021, la IV sezione penale della Cassazione, ha in un caso cancellato la condanna e nell'altro l'ha confermata facendo tra l'altro sempre rilevare che i criteri di valutazione per il riconoscimento della causa di non punibilità sono oggetto di valutazione di merito, quindi sindacabile solo per vizi di legittimità, quali la violazione di legge, il difetto o l'omissione della motivazione. E ribadisce, in via generale, l'interpretazione già espressa secondo cui i presupposti di legge per l'applicazione dell'articolo 131 bis del Codice penale non impediscono di ravvisare la tenuità del fatto solo perché la rilevanza penale scatta ed è ragguagliata al superamento di limiti fattuali, quali il grado di alcol nel sangue.
La correlazione tra soglie di punibilità e tasso alcolemico non porta a escludere tramite automatismi - come il superamento della soglia minima - il carattere tenue del reato commesso alla guida. La Cassazione ha risolto su tale punto i dubbi della giurisprudenza con decisioni rilevanti delle sezioni Unite penali pronunciate nel 2016 e citate dalle due decisioni in commento. Dice in fondo la Cassazione che il Legislatore non ha anticipato il giudizio "negativo" sulla tenuità del fatto attraverso la fissazione delle soglie di punibilità.
Presupposti e criteri della tenuità del fatto - La Cassazione fa notare che rilevano come presupposti per l'applicazione dell'articolo 131 bis del Codice penale:
- la previsione per il reato di una condanna non superiore a 5 anni, nel massimo edittale, e che non rileva l'assenza di minimi edittali per la fattispecie per cui si procede;
- la non abitualità della condotta che però non va valutata nel perimetro delle condanne subite o con i meccanismi della recidiva, in quanto il comportamento abituale può essere desunto dalla commissione di almeno altri due reati della stessa indole - anche commessi successivamente - e senza distinguo tra processi pendenti e condanne definitive. E rilevano anche se si tratta di reati già giudicati "tenui".
Tre sono, invece, i criteri che devono guidare il giudizio del giudice di merito sulla causa di non punibilità. La Cassazione li indica espressamente nelle sentenze in esame:
- modalità della condotta,
- esiguità del danno o del pericolo,
- grado di colpevolezza.
Così la Cassazione, con la sentenza n. 11655, ha cancellato la condanna di chi aveva superato, anche se di poco, il tasso minimo di alcol nel sangue e aveva determinato un tamponamento catena, ma senza provocare feriti o morti.
Mentre, al contrario, nel caso affrontato con la sentenza n. 11699, la Cassazione ha respinto la richiesta di applicazione dell'articolo 131 bis del Codice penale da parte del ricorrente che era stato condannato per guida in stato di ebbrezza per essere uscito di strada senza coinvolgimento di altri veicoli o persone, ma al quale era stato riscontrato un tasso di parecchio superiore alla soglia di punibilità integrando l'ipotesi più grave di assunzione di alcol alla guida. In conclusione, in questo secondo caso emerge che la Cassazione ha ravvisato, pur in assenza di danni a terzi, il realizzarsi di un pericolo non esiguo per l'incolumità delle persone e la presenza di un comportamento altamente colpevole per il livello di alcol assunto dal trasgressore.
- Il paradosso della giustizia vaccinata a metà
- Che errore quell'audizione in Csm di Palamara
- Se le toghe minacciano di rallentare la giustizia più lenta d'Europa
- Vaccini, l'Anm frena: "Nessun ricatto, non chieste priorità per corporazione giudici"
- La Cedu condanna l'Italia per l'irragionevole durata del processo in un caso di diffamazione










