di Annalisa Romano
vesuviolive.it, 31 marzo 2021
Lanciato dalla Pastorale Carceraria della Diocesi Arcivescovile di Napoli, il giornale, "Liberi di informare, dentro ma fuori dal carcere" si ripresenta con una redazione nuova, con l'obiettivo di donare sostegno ai detenuti. Protagonisti di scrittura e comunicazione, i detenuti raccontano i pensieri, le storie, e le attività della loro quotidiana vita carceraria. Don Franco Esposito, ministro religioso a cui venne affidata la ufficiatura dell'Istituto penitenziario di Poggioreale, consegnò il progetto nelle mani dell'Associazione Liberi di Volare Onlus, che attraverso l'aiuto di volontari affiancati da un gruppo di professionisti, oggi, organizza attività laboratoriali-espressive.
Il giornale vuole soddisfare la necessità di intraprendere una vera e propria opera di sensibilizzazione dell'intera comunità. Lo fa attraverso la promozione di nuove proposte di formazione, e rieducazione come unico fine un completo e sano reinserimento, credendo fermamente che "il mensile può essere per i detenuti un modo per sentirsi ancora parte della comunità ed è anche un modo per far entrare nel carcere la comunità esterna." Lo racconta lo stesso Don Franco in questo video:
Il carcere nella sua enormità non riesce a dare una risposta di miglioramento a tutti coloro che stanno scontando una pena detentiva, ma soprattutto un senso di accoglienza da parte della Società una volta fuori. La scrittura diventa così lo strumento per uscire dal guscio della solitudine e raccontarsi.
È Emanuela Scotti a dirigere la testata, che con grande passione e tenacia ha trasformato l'informazione in una vera e propria forma di comunicazione: "Ho partecipato per la prima volta al corso organizzato, nell'anno 2018, presso la Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale a Capodimonte, su incarico del giornale online con cui collaboro, di seguire, tutte le lezioni, e scrivere un reportage. In quell'occasione, mi colpì il legame intenso che esiste tra i detenuti e i volontari carcerari, anch'essi partecipanti al corso. Mi sembrarono, da subito, una sola famiglia, con un grande papà, don Franco Esposito, che era tra gli organizzatori del corso. Capii che per fare volontariato carcerario occorrono competenza, coraggio ma soprattutto un grande cuore e una grande apertura mentale, per essere vicini agli ultimi, "gli esclusi come inclusi".
Nelle parole della giornalista si leggono emozioni forti: un progetto nutrito da un profondo ottimismo, la voglia di far respirare normalità. "Conosco la realtà carceraria attraverso le testimonianze dei detenuti e delle loro lettere. Appena me le ritrovo tra le mani, mi emoziono, mi commuovo nel leggerle. E questo grazie anche alla speranza che traspare dagli scritti, speranza che una volta usciti da quelle mura, si possa realmente rinascere a nuova vita. Ecco, la sofferenza che si conclude in speranza, è il filo conduttore di ogni scritto e ogni loro testimonianza".
Nell'attesa, l'amicizia tra fede e scrittura riesce ad alleggerire "il mondo buio del penitenziario". Decidendo di uscire fuori dagli schemi, Emanuela Scotti e Don Franco hanno predisposto la stampa dell'intero giornale categoricamente non in bianco e nero: "per colorare, anche solo attraverso le pagine di un giornale, le vite dei principali lettori, i detenuti".
Il coinvolgimento e la partecipazione attiva, sono segnali di un esito fruttuoso, che sicuramente trova le sue radici nella presenza di un uomo di chiesa: "Don Franco è la luce in fondo al tunnel, come il miraggio per i detenuti che in lui trovano guida e sostegno; il prete degli ultimi, il prete di strada per eccellenza, che parla e racconta di fede con coraggio, ponendo il condannato, non solo come colui che va perdonato, ma soprattutto aiutato nella reintegrazione sociale. Io ringrazio don Franco per la fiducia che mi ha dato, affidandomi la direzione di un giornale originale e coraggioso, e sicuramente la sua "presenza" è il sigillo di garanzia alla buona riuscita del giornale. Rappresenta per me che lo dirigo sicurezza e tranquillità... immagino per i "redattori - detenuti" cosa possa rappresentare, a questo punto".
Ma qual è la gratificazione più grande che si possa ottenere da un lavoro che prende piede in un luogo dove il concetto di cultura molto spesso entra in antitesi con il concetto di umanità? "Per la presentazione del giornale ai detenuti, nella cappella del carcere di Poggioreale, il 31 dicembre durante una celebrazione eucaristica presieduta dal cardinale Crescenzio Sepe. Fui accolta dai detenuti presenti con una gioia che non dimenticherò mai più. Mi ringraziavano, applaudivano, cantavano i loro inni di fede, entusiasti del giornale appena nato... il loro giornale, con la voglia di parlare, ascoltare e farsi ascoltare".
2500 furono le copie stampate per la prima edizione del gennaio 2019. Purtroppo, "in questo tempo di pandemia, dove la distribuzione del giornale è ridotta, la tiratura, resa possibile grazie al contributo volontario della Fondazione di San Gennaro Onlus, è di circa 1000 copie", testimonia la Direttrice.
Questo non è però l'unico danno che ha causato l'arrivo dell'epidemia da Covid-19. Infatti, la mancata possibilità di sentirsi ascoltati, di sentirsi persone, è stata aggravata dalla decisione del governo di sospendere non solo ogni attività di volontariato, ma anche l'incontro con i propri cari, nelle carceri.
"A farne le spese in questo modo è stata la socialità dei detenuti, e quindi il loro benessere psicologico e fisico. Posso dire che in questo periodo di vita sospesa per ciascuno di noi, sia vissuto anche per loro come un tempo di sospensione, soprattutto di profonda sofferenza e con scelte di solitudine." Racconta Emanuela Scotti.
Dal laboratorio alla scoperta di nuove forme d'espressione e talenti: "la più grande innovazione è quella di rendere i detenuti redattori, attraverso la pubblicazione integrale dei loro scritti. In particolare, ricordo la pubblicazione di una serie di fumetti disegnati dai detenuti, a valle di un laboratorio creativo tenuto presso il carcere di Poggioreale, da Chiara Ferrara, che è anche redattrice del giornale, sul tema della "cura", da rappresentare nel fumetto". Un monito affinché realmente la reclusione smetta di essere nei fatti esclusione. Con l'augurio che Liberi di informare "possa riprendere a pieno regime, non smettendo mai di informare "da fuori a dentro le mura del carcere".
di Giovanni Gioioso
ilmattinodifoggia.it, 31 marzo 2021
Riscontrate 40 positività tra la popolazione detenuta su 46 tamponi molecolari. Torna attuale la situazione delle carceri, che già soffrivano storicamente di endemici problemi oltre a quelli pandemici. Il "focolaio penitenziario" di Melfi rischia di far sprofondare l'arancione Basilicata anzitempo in rosso.
La gravità della situazione era già stata attenzionata da Leo Beneduci (segretario generale dell'Osapp) due settimane fa a seguito del focolaio riscontrato nel carcere di Asti. "Abbiamo più volte indicato l'urgenza che per le carceri Italiane si effettuassero con priorità assoluta le necessarie vaccinazioni sia nei confronti dell'utenza e sia riguardo al personale dipendente, mentre, invece constatiamo che tali iniziative, come detto irrinunciabili, vengono effettuate a macchia di leopardo e con modalità assolutamente dissimili da regione a regione per cui tuttora esistono strutture penitenziarie del tutto prive di interventi". Erano le parole del sindacalista, il quale sosteneva anche l'importanza di comprendere l'origine, oltre che le modalità di diffusione: "Fermo restando che per quanto riguarda emergenze pandemiche quali quelle che si stanno verificando ad esempio oltre che ad Asti presso gli Istituti penitenziari di Volterra, Pescara, Orvieto, Rovigo, Padova, Pavia e Milano Bollate e San Vittore non si è in grado di comprendere se le stesse siano determinate da inadempienze interne, anche rispetto ai protocolli vigenti ovvero riguardino ritardi ascrivibili al servizio sanitario nazionale ribadiamo, anche richiedendo l'esplicita considerazione della Guardasigilli Cartabia, la necessità di fare il più presto possibile per le carceri Italiane".
Già. Fare il più presto possibile per le carceri italiane, le quali a macchia di leopardo già soffrivano storicamente di endemici problemi oltre a quelli pandemici dell'ultimo anno. A Melfi, in provincia di Potenza, l'ennesimo "focolaio penitenziario" rischia - a ragion veduta - di far sprofondare l'arancione Basilicata anzitempo in rosso, prima del weekend pasquale. Da fonti interne si apprende che nel tardo pomeriggio di ieri sono stati effettuati 46 tamponi molecolari ai detenuti in alta sicurezza e sono state riscontrate 40 positività.
Si apprende, inoltre, che la gran parte dei detenuti positivi è al momento asintomatica e non desta preoccupazione, salvo tre o quattro detenuti che, costantemente monitorati, accusano febbre alta. Domani mattina le operazioni di screening saranno intensificate e sarà effettuato il tampone a tutta la popolazione detenuta che supera le cento unità, oltre agli agenti della polizia penitenziaria che ammontano ad una cinquantina.
Ad oggi non risultano agenti positivi, i quali con non poche difficoltà, garantiscono con i più alti dispositivi di protezione individuale, il corretto funzionamento della sezione "non Covid free". Uno screening totale, pertanto, al fine di avere un quadro chiaro della situazione e porre in essere tutti gli strumenti correttivi del caso per mitigare la diffusione del Covid-19.
romatoday.it, 31 marzo 2021
Il virus è tornato nel carcere femminile di Rebibbia. Da quanto appreso sembra siano risultate positive al tampone molecolare 40 detenute e 3 unità di Polizia Penitenziaria. Il numerico evidenziato pare sia in crescita. A darne notizia è Aldo Di Giacomo segretario generale del sindacato di Polizia Penitenziaria S.PP.: "L'entità del focolaio desta preoccupazione e non poche criticità. Ci siamo confrontati sin dall'inizio con i vertici del carcere ed abbiamo scritto all'autorità sanitaria competente chiedendo prontamente di effettuare un diffuso screening. Ci è stato comunicato in tempi rapidi di aver attivato con diligenza la sorveglianza sanitaria".
"Sono stati effettuati tamponi al personale ed a tutta la popolazione ristretta, ma il dato dei contagi resta allarmante e sembra crescere di giorno in giorno. Vista la grossa entità, potrebbero paradossalmente iniziare a mancare i posti in isolamento sanitario. Dal principio della pandemia - prosegue Di Giacomo - abbiamo chiesto alle autorità nazionali competenti che venissero fatti screening periodici a tutto il personale penitenziario, cosa non avvenuta, eppure probabilmente si sarebbero potuti evitare nelle carceri diversi focolai, con più accuratezza e maggiore organizzazione, senza sottovalutare gli effetti del virus e salvaguardando in tal modo sia il Personale che i detenuti, nonché il mondo esterno tenendo in considerazione che chi lavora nelle carceri o vi fa visita a qualsivoglia titolo, ha poi contatti al di fuori di esse".
Seguono a Di Giacomo le dichiarazioni del vice-segretario generale Gina Rescigno e responsabile sindacale nazionale S.PP. del comparto Polizia Penitenziaria femminile: "Lo sforzo messo in atto dalla nuova gestione del carcere è massimo, lo si denota a cominciare dalla giusta e dovuta distribuzione dei necessari DPI che avviene da diverso tempo, tuttavia anche nel Lazio ancora tarda il via alla somministrazione dei vaccini ed è inconcepibile che ciò avvenga proprio per chi sin dagli albori della pandemia ha lavorato e lavori a tutt'oggi in prima linea, continuando a prestare il proprio servizio sebbene rischi consapevolmente la vita e nel rischio potrebbe coinvolgere anche la sua stessa famiglia".
"Sono ormai imprescindibili interventi seri da parte delle autorità competenti perché di risposte apparentemente certe, o che per tali si vestono, non sappiamo più che farcene, non bastano più ai Poliziotti Penitenziari dispiegati su tutto il territorio nazionale. Esprimiamo la nostra solidarietà e diamo il nostro massimo sostegno a chi presta servizio a Rebibbia - conclude - o in una realtà analoga a quella che si vive in queste ore all'interno delle mura del suddetto carcere romano".
varesenews.it, 31 marzo 2021
Saranno quattro i detenuti che parteciperanno ad un nuovo corso di cucina organizzato in sinergia con l'Agenzia Formativa di Varese. In carcere a Varese in vista della Pasqua si impara a cucinare la pastiera. Saranno quattro i detenuti che parteciperanno ad un nuovo corso di cucina organizzato in sinergia con l'Agenzia Formativa di Varese.
L'idea è nata nei primi mesi del 2021 quando sono intercorsi i primi contatti tra il responsabile dell'Area Pedagogica della Casa Circondariale di Varese, Domenico Grieco, la direttrice dell'istituto penitenziario Carla Santandrea e il responsabile di sede dell'Agenzia Formativa di Varese, Ivan Cardaci, per poter collaborare ad iniziative condivise, tese sia a favorire il reinserimento nel contesto sociale dei detenuti di Varese che a valorizzare la mission istruttivo-formativa dell'Agenzia. Così si è deciso di organizzare la prima iniziativa in favore dei detenuti dell'Istituto penitenziario cittadino, denominata: "Una pastiera per una Pasqua solidale".
Nel corso di tre pomeriggi della settimana Santa sarà realizzato un corso di 8 ore, rivolto a 4 detenuti presenti nell'Istituto, ai quali il professor Stefano Aloe dell'Agenzia Formativa della provincia di Varese - Sede di Varese, coadiuvato dallo studente Marco Soldo, illustrerà la preparazione e realizzerà insieme agli stessi detenuti partecipanti di una pastiera monodose (per 65 porzioni) che sarà consumata per Pasqua. Tale attività rientra nel quadro di successive future collaborazioni che saranno promosse con l'obiettivo di favorire sia il reinserimento dei detenuti, che il perseguimento della dignità della vita detentiva.
di Mauro Magatti
Corriere della Sera, 31 marzo 2021
La complessità ha bisogno di competenza e livelli adeguati di decisione. Ma questo tende a portare verso una maggiore concentrazione delle facoltà decisionali. La pandemia è a tutti gli effetti uno "stress test" per le democrazie contemporanee che devono simultaneamente gestire l'emergenza medica, alleviare la grave sofferenza sociale ed economica, portare a termine in fretta la campagna vaccinale. Occorre tanto pragmatismo (come ha detto Draghi) ma anche visione: più che una spiacevole parentesi, questi mesi di inaudita complessità sono definiti da ciò che viene demolito, piuttosto che da ciò che si sta costruendo.
In un mondo in cui la ricerca e la scienza sono beni essenziali, le istituzioni pubbliche - che pure devono avere un ruolo regolativo - sono apparse spesso in ritardo, qualche volta inadeguate. Gli Stati inseguono l'innovazione servendosi di comitati tecnici e autorità indipendenti - nazionali e internazionali - che però non sono sempre all'altezza, specie quando le questioni hanno scala planetaria (vedi Oms). D'altro canto, le grandi imprese - tecnostrutture sempre più evolute, come le aveva chiamate K. Galbraith - sovrastano le capacità delle burocrazie pubbliche. E in qualche caso persino dei governi. Col risultato che, sempre più spesso, i grandi gruppi privati si trovano a trattare direttamente questioni che hanno un enorme impatto pubblico (vedi ad esempio i vaccini, ma lo stesso si potrebbe dire per l'AI).
Un problema che si complica in rapporto al tema della raccolta dei dati: una volta monopolio pubblico (con gli istituti di statistica), al tempo della digitalizzazione la datificazione è diventato un bene diffuso, vero e proprio fattore produttivo. Indubbiamente la grande disponibilità di informazioni è di grande aiuto per il governo dei fenomeni complessi, rendendo possibili decisioni meglio fondate e più tempestive. Ma il dato - che è sempre un costrutto - rimane faccenda delicata: le questioni legate alla privacy, alla accuratezza della raccolta, alla sua trasparenza e alla libera circolazione, alle tecniche di elaborazione sono tutti aspetti molto delicati.
In questi 12 mesi - un anno fa con le mascherine, oggi con i vaccini - è stato altresì evidente quanto la logistica e più in generale l'efficienza organizzativa facciano la differenza. Gli inceppamenti che quotidianamente affiorano (si pensi alle tante difficoltà di una regione simbolo come la Lombardia) rivelano quanto lavoro c'è ancora da fare per far sì che i nostri sistemi pubblico/privato raggiungano quegli standard di cui abbiamo bisogno. In un ginepraio di regole contrattuali, logiche autorizzative, rigidità burocratiche.
Il fattore comunicativo accresce ulteriormente la complessità. Contemperare il diritto a essere informati con l'esigenza di non finire vittime di psicosi collettive - magari generate da cattiva informazione (se non vera e propria disinformazione) - è impresa tutt'altro che facile. Se, come insegna il "teorema di Thomas", "cio che è definito come reale, è reale nelle sue conseguenze", allora è necessaria una gestione molto competente della comunicazione pubblica per ridurre pericolose oscillazioni emotive e percettive dell'opinione pubblica: AstraZeneca docet.
Senza dimenticare il piano delle relazioni internazionali che, nella fase della globalizzazione "matura", contano sempre di più. Sui vaccini, ad esempio, la concorrenza tra i big player mondiali si è giocata prima nella innovazione (con un grave ritardo della Ue), poi nella produzione e infine nella distribuzione: la disponibilità del vaccino è un'arma per il consenso interno quanto per l'influenza internazionale.
Da tutto questo derivano almeno due considerazioni. La prima ha a che fare con gli assetti istituzionali e la nostra attuale capacità di governo. Stati, burocrazie, imprese, università, autorità indipendenti, organismi sovranazionali costituiscono un'ampia gamma di soggetti dotati di competenza e autorevolezza che si muovono su ambiti e spazialità diverse. Il problema è la coerenza e il coordinamento di tali soggetti. Non solo perché gli ordinamenti sovranazionali rimangono fragili e farraginosi; ma anche perché le distinzioni a cui siamo abituati (privato/pubblico, nazionale/sovranazionale) sono sempre più sfumate. Al di là dell'emergenza, l'inadeguatezza degli assetti di governo e di governance rispetto alle grandi questioni contemporanee (riscaldamento globale, approvvigionamento idrico, migrazioni, contrasto alla criminalità, etc.) rimane un nervo scoperto su cui si dovrà cercare di lavorare.
La seconda questione riguarda la verticalizzazione dei processi decisionali: la complessità ha bisogno di competenza e livelli adeguati di decisione. Ma ciò verosimilmente porterà verso una maggiore concentrazione di potere. In un pianeta interdipendente e digitalizzato abbiamo bisogno di più Stato e più mercato. In effetti, la pandemia ha messo fuori gioco i populismi che hanno cercato di sfruttare il semplicismo definito come "l'attribuzione non ambigua di cause e rimedi singoli per fenomeni a più fattori". Le ricette dei populisti si sono rivelate inadeguate e ciò ne ha (provvisoriamente) fatto scemare il consenso. Ma il fuoco cova sotto la cenere, dato che la sfiducia verso le élite rimane molto alta. L'attesa per il vaccino ha ridotto la tensione con l'opinione pubblica. Ma, di nuovo, superata l'emergenza (vedremo come) la mediazione tra le esigenze di efficienza dei sistemi - che guardano i grandi numeri - e la concreta esperienza di molti tornerà a farsi sentire. Reclamando nuove risposte. Che le democrazie non potranno eludere. Così, nel portare alla luce la complessità del mondo che abbiamo costruito, la pandemia è lo stampo in cui si vanno formando e sperimentando i modelli sociali e istituzionali del futuro.
di Elena Kaniadakis
La Repubblica, 31 marzo 2021
La guerriglia seguita al pestaggio di un giovane da parte della polizia è solo l'ultimo episodio. Ad Atene lo scontro è sempre più radicale e la società più divisa. Come negli anni Settanta. "Chi semina vento raccoglie tempesta". La signora Diamantoula legge la scritta che brilla per la vernice fresca sulla facciata dell'edificio e prova a scherzarci su: "Ci siamo trasferiti dal centro per non avere più la casa ricoperta dai graffiti, ma non è servito". Intorno a lei il quartiere residenziale di Nea Smyrni, Sud di Atene, si risveglia dopo una notte di inedita guerriglia urbana. Alcuni abitanti si fanno strada per andare a comprare il giornale tra le barricate dei cassonetti dati alle fiamme, mentre altri attendono il taxi sotto le palme e gli alberi di mandarino risparmiati dalle molotov.
Numerose le scritte sui muri apparse nella notte, tipo "Fuori gli sbirri dal nostro quartiere" e la firma "Panthers" degli ultras antifascisti della squadra di calcio del Panionios. Nella piazza principale, abitualmente frequentata da famiglie con bambini, la sera del 9 marzo si è consumato uno degli scontri più violenti degli ultimi mesi tra forze dell'ordine e manifestanti. Nel pomeriggio oltre cinquemila persone avevano protestato contro la polizia, responsabile di avere picchiato un ragazzo durante un controllo anti-assembramenti.
Quando la manifestazione ha lasciato il posto agli scontri un agente, disarcionato dalla moto su cui stava fuggendo inseguito dal lancio delle molotov, è stato preso a calci e ferito alla testa. La pattuglia di poliziotti responsabile di aver pestato il ragazzo del quartiere aveva dichiarato, in un primo momento, di essere stata attaccata da un gruppo di anarchici ma è stata presto smentita dalle riprese con i cellulari fatte dai passanti. Il video dell'aggressione è diventato virale su internet accompagnato dall'hashtag #Ponao, l'espressione utilizzata dal ragazzo aggredito che in greco significa "Mi fa male".
La violenza delle forze dell'ordine non è un problema nuovo per la società greca, ma Amnesty International ha registrato un incremento degli abusi della polizia da quando, nell'estate del 2019, si è insediato il governo conservatore di Kyriakos Mitsotakis. Secondo il Difensore civico - autorità indipendente che si occupa dei reclami dei cittadini - nell'ultimo periodo le denunce di questo tipo di violenze sono cresciute del 75 per cento. Un dato che coincide anche con l'aumento delle manifestazioni: dal febbraio scorso il centro semideserto di Atene si è trasformato nel luogo di scontro tra poliziotti e dimostranti, e sotto le finestre del Parlamento, in piazza Syntagma, lo scoppio dei lacrimogeni della polizia e delle molotov degli antagonisti è tornato a scandire lo scorrere della giornata. I cortei, inizialmente organizzati contro una nuova legge che istituisce un apposito corpo di polizia universitaria, si sono poi allargati al cosiddetto MeToo greco: il direttore del Teatro nazionale di Atene, scelto dall'attuale governo, è stato arrestato con l'accusa di avere abusato di due minorenni.
L'agente autore del pestaggio del 9 marzo a Nea Smyrni è stato sospeso dal servizio, ma secondo l'avvocato Thanasis Kampagiannis, che da settimane si raduna assieme a centinaia di persone fuori dal Parlamento, resta il fatto che "le forze dell'ordine sono abituate ad agire nell'impunità garantita dal governo". Kampagiannis è stato arrestato nel dicembre scorso, assieme ad altre sessanta persone, per avere infranto le norme anti-Covid mentre deponeva un fiore in ricordo di Alexandros Grigoropoulos, un quindicenne ucciso dalla polizia nel 2008.
Il "ripristino dell'ordine" è sempre stato un tema caro al governo Mitsotakis: poco dopo essere stato eletto ha assunto mille nuovi agenti e abolito la legge sull'asilo universitario che impediva alla polizia di entrare nei campus. La norma, approvata dopo l'irruzione dei carri armati nel Politecnico al tempo della dittatura dei colonnelli, era da molti considerata intoccabile. Da allora gli abitanti dei quartieri intorno all'Università e al Parlamento si sono abituati ai poliziotti in tenuta antisommossa che perlustrano le strade, con il volto coperto dal passamontagna e la granate stordenti sopra il giubbotto antiproiettile. Durante gli scontri, il rumore degli elicotteri della polizia che sorvola quartieri come quello universitario di Exarchia è diventato familiare quasi quanto il traffico cittadino.
Le proteste di queste settimane hanno coinvolto anche il mondo dell'informazione: dopo gli episodi di Nea Smyrni un altro quartiere, nella notte, è stato svegliato dallo scoppio di alcune molotov, questa volta dirette verso l'emittente televisiva privata Skai. Su internet, infatti, il video delle violenze della polizia è stato spesso accompagnato dall'invito a "boicottare i media greci", ritenuti responsabili, in larga parte, di coprire gli abusi della polizia.
Fino ad oggi il governo e l'opposizione si sono accusati reciprocamente di fomentare gli scontri che stanno avvenendo nel Paese. Nel mese in cui festeggia il bicentenario della sua guerra di indipendenza e la nascita dello Stato moderno, la Grecia si scopre un Paese sempre più diviso. Per Tasos Gaitanis, portavoce di Nea Dimokratia, il partito di Mitsotakis, "la sinistra sta cercando di convertire la stanchezza dei cittadini per la pandemia in rabbia contro il governo". Il Paese è stretto nella morsa di un confinamento che va avanti da novembre, mentre le terapie intensive dell'Attica hanno esaurito i posti letto disponibili. Alcuni cartelli tra quelli esposti dai manifestanti di fronte al Parlamento recitavano "Polizia ovunque, terapie intensive da nessuna parte".
Gli scontri più violenti sono avvenuti durante le manifestazioni a sostegno di Dimitris Koufontinas, terrorista di estrema sinistra, condannato a 11 ergastoli e responsabile dell'uccisione, nel 1989, del giornalista e deputato Pavlos Bakoyannis, marito della sorella del premier Mitsotakis e padre dell'attuale sindaco di Atene. Per più di un mese il detenuto ha portato avanti uno sciopero della fame per chiedere il trasferimento in un'altra prigione accusando il governo di aver scritto una legge ad personam per tenerlo in un carcere più duro. E quando l'esecutivo ha detto di non essere disposto "ad assecondare il ricatto di un condannato per terrorismo" decine di bombe incendiarie sono state indirizzate verso vari commissariati della polizia da parte di simpatizzanti del terrorista.
Il caso Koufontinas sembra appartenere a un passato troppo recente per essere archiviato. Secondo Mary Bossis, docente dell'Università del Pireo ed esperta di terrorismo greco, rappresenta la vivida fotografia della Grecia contemporanea. "Il dibattito politico si sta radicalizzando di nuovo e la società è sempre più polarizzata. Il lascito della guerra civile e della dittatura degli anni Settanta, quando esplose il terrorismo in Grecia, rappresenta ancora un nodo irrisolto per i partiti, abituati ad attribuirsi l'un l'altro la responsabilità delle violenze ogni volta che si ripresentano".
A Nea Smyrni, intanto, la calma sembra essere tornata nella piazza: le scritte sono ancora lì ma i cittadini hanno ripopolato le panchine. Il signor Michalis legge il giornale non lontano dal punto in cui il ragazzo è stato aggredito dalla polizia. "Nessuno di noi aveva mai assistito a una cosa del genere" commenta. "Il governo ha lasciato che alcuni poliziotti si comportassero come uno Stato nello Stato, ma i greci sono stanchi. Quando il vento soffia, devi sempre sapere come ammainare le vele".
di Susanna Ronconi
Il Manifesto, 31 marzo 2021
Dopo 60 anni di fallimenti globali, sembra arrivato il tempo di invertire la direzione di marcia. Il 30 marzo 1961 a New York, l'Onu approvava la Single Convention on Narcotic Drugs, la convenzione in tema di droghe che da allora - integrata da altre due convenzioni, del 1971 e del 1988 - orienta le politiche globali sulle droghe illegali a guida Unodc. L'approccio penale e proibizionista sancisce l'illegalità delle sostanze elencate nelle tabelle della Convenzione per eliminarne produzione e consumo al di fuori del controllo medico.
I primi obiettivi erano azzerare le produzioni illegali di oppio in 15 anni e quelle di cannabis e coca in 25. Sappiamo che non è avvenuto. Ma, nonostante anno dopo anno i dati di produzione e consumo rendessero gli obiettivi via via sempre meno credibili, nel 1998 la Sessione Speciale dell'Assemblea Generale Onu sulle droghe, a guida di Pino Arlacchi, azzarda l'obiettivo di "un mondo senza droghe" entro il 2008. Inutile dire che la Commission on Narcotic Drugs (Cnd) riunita a Vienna nel 2009 non farà che registrarne il fallimento e che così farà anche quella del 2019.
Gli stessi dati Unodc dicono che in vent'anni chi consuma droghe illegali è aumentato del 54%, e che in dieci anni la produzione di coca è aumentata del 25% e quella di oppio del 125%, e la cannabis non ha registrato flessioni. I rapporti a cura delle Ong aggiungono dati su dati, a colmare i troppi silenzi dell'Onu in tema di valutazione delle proprie politiche. Tuttavia, anche nel 2019 la strategia globale non cambia, la potente inerzia del sistema globale Onu, gli interessi geopolitici e quelli interni dei governi tengono duro nonostante le evidenze.
Eppure, non si può dire che le acque siano stagnanti. Ci sono due diverse correnti che le agitano. La più potente è certamente quella che scorre fuori dagli auditorium di Vienna e di New York, quella degli ormai numerosi stati che, pure aderenti alle Convenzioni, esercitano la propria autonomia riformando le politiche nazionali nella direzione di una regolazione legale delle droghe.
Gli Stati che hanno legalizzato la cannabis hanno potuto farlo senza essere estromesse dalle Convenzioni, e questo significa che la flessibilità del sistema è una via praticabile: sono lontani i tempi in cui l'Olanda veniva messa sotto processo (per altro senza poi conseguenze) per le Stanze del consumo, cioè per una misura di Riduzione del danno.
La seconda corrente, certo più debole, è quella che punta a modificare il sistema stesso, sotto la spinta della società civile e di alcuni stati: sono aperture - come alcuni passaggi del documento finale della sessione Ungass del 2016 o la Common position a cura di diverse agenzie Onu - che spingono verso una parziale depenalizzazione (ma non decriminalizzazione) e per un maggior rispetto dei diritti umani. E sono cambiamenti di processo, come il "movimento degli indicatori" che preme per una valutazione indipendente dell'impatto della strategia Onu, o la spinta per sottrarre all'Unodc l'esclusiva delle politiche sulle droghe, per includervi le agenzie che hanno a che fare con diritti umani, salute, sviluppo sostenibile.
Tra i cambiamenti importanti c'è anche il recente voto sulla cannabis terapeutica, dopo anni di blocco imposto alla ricerca scientifica: sebbene dimezzate e a maggioranza risicata, le raccomandazioni dell'Oms sulle proprietà mediche della cannabis sono passate, cosa che per 60 anni non è stata possibile. Va preso come un buon segno.
Dopo 60 anni di fallimenti globali, sembra arrivato il tempo di invertire la direzione di marcia. Ieri si è svolto un seminario internazionale, "Un fallimento epico", per ricordare una data che ha condizionato le scelte della politica e per rinnovare l'impegno per la riforma.
*Presidente del Comitato Scientifico Forum Droghe
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 31 marzo 2021
Eutanasia. Ancona, il tribunale respinge il ricorso di un uomo tetraplegico che chiede di accedere alle procedure dettate dalla Corte Costituzionale. L'avvocata Gallo, Associazione Coscioni: "La Asl non lo ha mai visitato". "Ma perché?"
Perché - chiede Mario (nome di fantasia) - "se la Corte costituzionale ha stabilito che è legale, a me viene invece vietato? Perché posso sottopormi alle cure palliative che mi uccidono lentamente e non posso invece prendere un farmaco letale? Qual è la differenza? Spiegatemelo".
Ha reagito così, il signor Mario, - secondo il racconto riferito al manifesto dalla sua avvocata Filomena Gallo, segretaria dell'Associazione Luca Coscioni che lo ha supportato - alla sentenza con la quale lo scorso 24 marzo (notificata lunedì) il Tribunale di Ancona ha respinto il suo ricorso contro l'Azienda sanitaria unica delle Marche che si è rifiutata di applicare il dispositivo della Consulta emesso in merito al caso Cappato/dj Fabo.
"Per me questa non è più vita, ma pura sopravvivenza. Per questo ho fatto la richiesta di accesso al suicidio assistito. E ho scelto di farla in Italia, per poter essere circondato dai miei affetti, fino alla fine", scrive in una lettera l'uomo, 42 anni, tetraplegico e in condizioni disperate e irreversibili. Mario ha tutti i requisiti richiesti dai giudici costituzionali per accedere alla procedura disposta con la sentenza 242 del 25 settembre 2019 che ha dichiarato illegittimo punire chi "agevola l'esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente".
Mario vorrebbe solo che la sua Asl di riferimento verificasse le sue condizioni, adeguandosi a questa ordinanza emessa dalla Consulta dopo una prima disposizione (del settembre 2018) che dava tempo 11 mesi al Parlamento per colmare il vuoto legislativo in materia di eutanasia e suicidio assistito. "Ma nessun medico dell'Azienda sanitaria ha mai visitato Mario, quindi ha disatteso le verifiche previste dalla Consulta", denuncia l'avvocata Gallo, coordinatrice del Comitato dei giuristi per le libertà dell'Associazione Coscioni.
Il tribunale di Ancona però, pur riconoscendo al signor Mario tutti i diritti, afferma che "non sussistono motivi per ritenere che, individuando le ipotesi in cui l'aiuto al suicidio può oggi ritenersi lecito, la Corte (Costituzionale, ndr) abbia fondato anche il diritto del paziente, ove ricorrano tali ipotesi, ad ottenere la collaborazione dei sanitari nell'attuare la sua decisione di porre fine alla propria esistenza". Né si può ritenere, secondo il giudice di Ancona, che la non punibilità dell'aiuto al suicidio implichi direttamente il sussistere di un nuovo diritto.
Filomena Gallo, che annuncia l'impugnazione del provvedimento concordato con lo stesso signor Mario, spiega invece che il diritto all'aiuto al suicidio è stato riconosciuto dagli stessi "Giudici della Corte Costituzionale che nella sentenza 242/19 hanno scritto al punto 7 del considerato in diritto". Nel punto citato, infatti, la Consulta precisa che "i requisiti procedimentali dianzi indicati (verifica della Asl e del Comitato etico, ndr), quali condizioni per la non punibilità dell'aiuto al suicidio prestato a favore di persone che versino nelle situazioni indicate", "valgono per i fatti successivi alla pubblicazione della presente sentenza nella Gazzetta Ufficiale". E invece per l'aiuto fornito a persone già suicidatesi, bisogna assicurarsi che "l'agevolazione sia stata prestata con modalità anche diverse da quelle indicate, ma idonee comunque sia a offrire garanzie sostanzialmente equivalenti".
Insomma, spiega l'avvocata Gallo, nella sentenza "la Corte costituzionale si pronunciava non solo sul caso concreto dell'aiuto fornito da Marco Cappato a Fabiano Antoniani" accompagnandolo in Svizzera dove ha potuto essere assistito durante il suicidio, "ma anche, in assenza di un intervento legislativo da parte del Parlamento, integrava l'ordinamento con una specifica regolamentazione alla luce delle norme in vigore che stabiliva come e chi poteva accedere alla morta assistita in Italia".
L'associazione Coscioni sta seguendo altri due casi di persone che si sono viste opporre un diniego alla richiesta di aiuto al suicidio. In quei casi "il Comitato etico - conclude Gallo - ha rilevato che le Asl non hanno effettuato le verifiche". A questo punto, per far rispettare le sentenze della Corte costituzionale, sarebbe auspicabile almeno un intervento del ministro della Salute.
di Ferruccio Pinotti
Corriere della Sera, 31 marzo 2021
"I sanitari non possono essere obbligati, anche se il paziente ne ha diritto". Un 42enne marchigiano, immobilizzato da dieci anni, aveva chiesto di essere accompagnato alla morte in base alla sentenza "Dj Fabo". La rabbia dell'associazione Coscioni (che annuncia ricorso): "I giudici disconoscono la Consulta". Cappato: "Serve subito una legge organica".
Nonostante abbia tutti i requisiti legali per avere una fine dignitosa e per smettere di soffrire, un 42enne marchigiano tetraplegico, immobilizzato da dieci anni a seguito di un incidente stradale si vede negato il proprio diritto a porre termine alla sua esistenza. Il tribunale di Ancona ha infatti sancito che "ha i requisiti stabiliti dalla Corte Costituzionale sul "caso Cappato" per poter accedere all'aiuto al suicidio assistito, ma non il diritto ad esigere in concreto l'esercizio della propria libertà".
"Non si può obbligare l'Asl ad aiutarlo a morire" - Così l'Associazione Luca Coscioni riassume la decisione del Tribunale di Ancona sul ricorso - presentato tramite i legali del Collegio giuristi per la libertà - del 42enne contro il diniego dell'Azienda sanitaria alla sua richiesta di accedere al suicidio assistito previa verifica delle sue condizioni come previsto dalla Sentenza Cappato della Consulta (n. 42 del 2019). "Il Tribunale di Ancona - riferisce l'avvocatessa Filomena Gallo del collegio di legali - ha negato con la decisione, la possibilità per Mario (nome di fantasia, ndr), di accedere alla morte assistita in Italia. Il Tribunale, pur riconoscendo che il paziente ha i requisiti che sono stati previsti dalla Corte Costituzionale nella sentenza 242/19 sul cosiddetto Caso Cappato/Dj Fabo, afferma che "non sussistono [...] motivi per ritenere che, individuando le ipotesi in cui l'aiuto al suicidio può oggi ritenersi lecito, la Corte abbia fondato anche il diritto del paziente, ove ricorrano tali ipotesi, ad ottenere la collaborazione dei sanitari nell'attuare la sua decisione di porre fine alla propria esistenza"; "né può ritenersi - prosegue - che il riconoscimento dell'invocato diritto sia diretta conseguenza dell'individuazione della nuova ipotesi di non punibilità, tenuto conto della natura polifunzionale delle scriminanti non sempre strumentali all'esercizio di un diritto".
L'accusa - "Con questo provvedimento - continua Gallo - il Tribunale di Ancona disconosce la sentenza della Consulta sul "caso Cappato". Contrariamente alla decisione assunta dal giudice del Tribunale di Ancona, si sono espressi i giudici della Corte Costituzionale che il 25 settembre 2019, nella sentenza 242/19, hanno scritto al punto 7 del considerato in diritto".
Cappato : "Urge una legge organica" - Marco Cappato (che ha assistito Dj Fabo, subendo poi un processo da cui è uscito assolto con una sentenza che costituisce un importante precedente) tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni e promotore della campagna Eutanasia Legale commenta così con il Corriere la battaglia del 42enne marchigiano: "La vicenda dimostra quanto sia urgente una legge che regolamenti nel nostro Paese l'aiuto a morire e l'eutanasia. In Europa e nel mondo, nonostante la pandemia in corso, i legislatori continuano a discutere e approvare leggi sull'eutanasia, i capi dei partiti italiani, invece, continuano a ignorare le urgenze dei malati e di tutti coloro che continuano a soffrire e a vedere i propri diritti calpestati"
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 31 marzo 2021
La frammentazione del territorio e dell'esistenza per milioni di civili sotto occupazione spiegata in "Una vita in isolamento", la prima di tre serie di rapporti della ong italiana Cospe.
Nawal non riesce a dimenticarlo. Due anni fa, come in questi giorni, in Israele si festeggiava la Pasqua ebraica. È un periodo dell'anno in cui la chiusura dei Territori palestinesi occupati è più rigida del solito. E l'esercito israeliano aggiunge altre restrizioni ai movimenti dei palestinesi. "Mio figlio - racconta - tornava da Ramallah ma a un posto di blocco (israeliano) è stato bloccato e obbligato ad aspettare fino al giorno seguente". Anche Majida ha memorie legate a quei giorni. "Ero all'ospedale e un amico voleva farmi visita. Ha lasciato il villaggio in macchina, ha percorso quasi tutta la strada e a un certo punto non solo gli è stato impedito di attraversare un posto di blocco ma ha anche dovuto passare accanto a un gruppo di coloni (israeliani) che gli hanno tirato sassi".
Episodi non isolati quelli che raccontano Nawal e Majida. Sono solo un aspetto delle molteplici conseguenze della frammentazione del territorio palestinese e della quotidianità per milioni di civili sotto occupazione militare israeliana. Una ragnatela di arterie stradali costruite a beneficio dei coloni, posti di blocco permanenti o occasionali, "aree di sicurezza" attorno agli insediamenti israeliani e il Muro di separazione, complicano ogni anno di più l'esistenza dei palestinesi. Un percorso a ostacoli che lascia indifferente la comunità internazionale. Lo denunciano gli autori di "Una vita in isolamento", la prima di tre serie di rapporti della ong italiana Cospe (Cooperazione per lo Sviluppo dei Paesi Emergenti) - scritti in collaborazione con Giuristi Democratici, Operazione Colomba, Isgi, Aveprobi e realizzati insieme a Palestinian Youth Union e Acad, nell'ambito del progetto "Terra e diritti" finanziato dalla Aics, l'agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo - che riferiscono storie di comunità circondate da colonie e basi militari israeliane e di civili costretti a fare i conti non di rado anche con l'umore dei militari incaricati della loro "sorveglianza". Storie che però riflettono anche la resilienza dei palestinesi, decisi a vivere e a restare nella loro terra.
Nawal e Majida sono di Beit Iksa e Nabi Samwil, piccoli villaggi appena fuori Gerusalemme eppure così lontani dalla città santa a causa delle restrizioni ai movimenti messe in campo dalle autorità israeliane. La condizione di questi due centri traccia, in un piano più ampio, il rigido perimetro in cui si svolge l'esistenza dei palestinesi, 28 anni dopo la firma degli Accordi di Oslo. Quelle intese del 1993-94 che fecero sognare agli occupati un futuro di indipendenza e di libertà, dopo la suddivisione della Cisgiordania in zone A, B e C - controllo amministrativo palestinese; controllo misto israelo-palestinese; controllo pieno di Israele (del 60% del territorio) -, non hanno prodotto altro che cantoni palestinesi, invivibili e insostenibili, gestiti in apparenza dall'Anp del presidente Abu Mazen e che restano saldamente nelle mani di Israele. La costruzione del Muro, la confisca progressiva delle sue terre e l'espansione delle colonie circostanti, hanno trasformato Beit Iksa (1900 abitanti) in una zona chiusa e isolata. Lo stesso vale per Nabi Samwil. Non è diverso il destino di Tuba, a Sud di Hebron. Un tempo la lontananza di questo piccolo villaggio dai centri urbani era una benedizione, oggi è un rischio. I suoi abitanti fanno i conti con le restrizioni imposte dalla presenza di aree di addestramento militare e devono affrontare anche le intimidazioni dei coloni.
Cospe perciò esorta all'applicazione del diritto e delle risoluzioni internazionali. "Le Nazioni Unite - spiega Giorgio Menchini, presidente della Ong - da un lato ogni anno certifica con rapporti puntuali la condizione dei palestinesi e dall'altro non traduce tutto questo lavoro in posizioni e politiche forti nei confronti di Israele. Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu è uno strumento poco efficace. I palestinesi sono diventati ostaggio della diplomazia internazionale che nel loro caso non prende le decisioni che dovrebbe mentre lo fa in altre situazioni". L'obiettivo di "Una vita in isolamento", aggiunge Gianni Toma, uno degli ideatori della serie di rapporti, "è contribuire a una attività di sensibilizzazione presso le varie parti internazionali, incluso il governo italiano, affinché prendano iniziative a favore dei diritti dei palestinesi. Su ciò, e lo abbiamo registrato in venti anni di lavoro nei Territori occupati, insistono con forza i palestinesi".
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