di Federica D'Ambro
La Città di Salerno, 30 marzo 2021
I dati del Garante regionale: escalation di violenze nel 2020 e 37 detenuti in più rispetto alla capienza. Mancano 28 agenti. Mancanza di agenti di polizia penitenziaria, episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio. Ma pure sovraffollamento nelle celle rispetto alla capienza reale del penitenziario. È la fotografia sul carcere di Fuorni (e, più in generale, di tutte le strutture campane) del report annuale 2020 del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione.
Tra i numeri più rilevanti emersi dalla relazione, la capienza regolamentare della casa circondariale diretta da Rita Romano: a fronte di una disponibilità di 388 posti, si registra un sovraffollamento di 37 persone con presenza reale di 425 detenuti (387 uomini, 38 donne e 58 stranieri). Inoltre dalla relazione emergono anche alcuni episodi critici avvenuti in quest'anno: se nel report non viene annoverata la rivolta avvenuta lo scorso marzo per il blocco delle visite parentali causa coronavirus, si evidenziano i tanti tentativi di suicidi e di autolesionismo.
Emergenza polizia penitenziaria. Dal report emerge come la problematica più grande del carcere di Fuorni riguardi il personale. Dovrebbero essere 243, infatti, gli agenti di polizia penitenziaria in pianta organica all'interno della casa circondariale di via del Tonnazzo ma l'organico conta solo 215 agenti. Una mancanza di circa 28 unità che, sommata al sovraffollamento nelle celle, crea delle problematiche non indifferenti. Una situazione che è diventata più critica a causa del Covid. Molti agenti, infatti, sono risultati positivi, altri hanno dovuto fronteggiare l'emergenza con maggiori tutele e garanzie. Stando al report annuale del garante della Regione Campania, gli uomini della polizia penitenziaria sono stati quelli più a rischio durante la pandemia: nel 2020 sono 33 gli agenti risultati positivi, rispetto ai cinque detenuti contagiati.
Allarme autolesionismo. Il carcere di Fuorni è un penitenziario che punta alla rieducazione dei detenuti fornendo loro corsi di formazione e diplomi di scuola media e superiore. Nonostante questo, però, i numeri riguardanti gli "eventi critici" non fanno ben sperare.
Nel 2020, infatti, a Fuorni sono stati registrati 14 tentativi di suicidio, un suicidio, 93 scioperi della fame e della sete. Inoltre 45 detenuti hanno rifiutato l'assistenza sanitaria e 122 sono stati gli atti di autolesionismo. Una situazione che porta la casa circondariale di Salerno al quarto posto in Campania per eventi critici, subito dopo gli istituti di Benevento, Poggioreale e Santa Maria Capua Vetere. All'interno del report annuale non si fa cenno alla rivolta dei detenuti avvenuta lo scorso marzo e tantomeno alla morte del giovane rapper Giovanni Cirillo, in arte Jhonny.
Il 23enne scafatese di origini somale, arrestato per una rapina e portato in cella dopo alcune evasioni dai domiciliari, decise di togliersi la vita all'interno della sua cella scorsa estate. E proprio in estate, visto il numero crescente di atti autolesionisti, il Provveditorato dell'Amministrazione Penitenziaria Regionale, in accordo con l'ufficio del Garante e dell'Osservatorio sulla Sanità penitenziaria, ha dato il via ad un tavolo tecnico mirato alla prevenzione del fenomeno. Quello che emerge è come questi atti "determinano un sentimento di solitudine e impotenza negli agenti che finiscono vittime di un'ingiustizia".
Lo scenario in altri penitenziari salernitani. Situazione ben diversa è emersa nella casa circondariale di Vallo della Lucania dove la capienza regolamentare è di 41 unità e sono presenti 39 detenuti - di cui uno solo straniero - e gli unici eventi critici riguardano tre atti di infrazioni disciplinari. Anche in questo caso si registra una mancanza di agenti di polizia penitenziaria con 23 in servizio su una pianta organica ipotizzata di 26. Un'altra fotografia emerge dall'Icatt di Eboli dove non si registra un sovraffollamento - 45 detenuti per 51 "spazi" - e solo una mancanza in pianta organica in termini di polizia penitenziaria. Gli unici numeri critici riguardano 13 atti di infrazioni disciplinari e tre scioperi della fame e della sete.
di Vincenzo Imperitura
Il Dubbio, 30 marzo 2021
Così Nino è morto in carcere. Non finirà con un'archiviazione l'indagine sulla morte di Antonio Saladino, il ventinovenne morto per arresto cardiocircolatorio il 18 marzo del 2018 durante il periodo di carcerazione preventiva nel penitenziario di Arghillà, a Reggio Calabria.
Il Gip del tribunale dello Stretto ha infatti accolto l'opposizione presentata dall'avvocato Pierpaolo Albanese, rigettando l'istanza d'archiviazione proposta dal pubblico ministero. Serviranno nuove indagini per fare luce sulla morte di Saladino, nel tentativo di capire come sia stato possibile che nessuno - oltre ai detenuti che dividevano con lui la cella - nonostante le numerose visite mediche, si sia accorto di come le condizioni di salute di quel ragazzone di nemmeno 30 anni fossero andate peggiorando di giorno in giorno.
Antonino sta male da giorni. Quando la mattina del 18 viene trasportato in infermeria accusa vomito e febbre e non riesce a mangiare niente da più di un giorno senza vomitare. E non è la prima volta che il detenuto fa visita all'infermeria. C'era andato la prima volta dodici giorni prima, il 5 di marzo, accusando i primi segni di un malessere che lo porterà alla morte in meno di due settimane. Misurata la febbre, anche in quella occasione, Saladino viene rimandato in cella ma le cose non migliorano, anzi.
Il malessere accusato dal giovane è continuo e cresce col passare dei giorni. Ne sono certi i detenuti che dividevano con lui la stessa cella del carcere reggino e che, sollecitati durante le indagini difensive, hanno dichiarato di come, in quei giorni lo stesso Saladino si fosse recato in infermeria numerose volte senza peraltro ricevere altra assistenza che una bustina di antistaminici. La mattina del 18 le cose ormai sono precipitate.
Antonino Saladino fa avanti e indietro tra la cella e l'infermeria altre tre volte quel giorno. Alle 15.30 prima e poi di nuovo alle 19.30, prima dell'ultimo viaggio, quando manca poco a mezzanotte e quando ormai risulta vana anche la telefonata al 118, con i medici del pronto soccorso che non possono fare altro che constatare la morte del ragazzo.
Alla base di quel malessere c'era un'infezione che è degenerata provocando la morte del detenuto (in tempi brevissimi sostiene il perito dell'accusa, in tempi più dilatati e convergenti con le testimonianze dei compagni di cella, secondo il perito di parte nominato dal legale dei familiari della vittima). Forse una disattenzione, forse una sottovalutazione, ma nessuno, nel periodo in cui Saladino lamenta sempre gli stessi sintomi - febbre e vomito - pensa di fargli un semplice emocromo. La diagnosi è sempre la stessa: influenza.
Non si accorgono nemmeno delle numerose chiazze scure provocate dalle emorragie interne che sono comparse sul corpo del ragazzo e che vengono invece notate dai suoi compagni di cella che raccontano tutto all'avvocato. Una morte che forse poteva essere evitata e che invece si va ad aggiungere alle tante tragedie che si susseguono nelle carceri italiane e su cui si è mossa anche la magistratura che, su quella morte, aveva aperto un fascicolo.
L'indagine, tra mille lungaggini, ci mette comunque quasi due anni a fare il suo corso e alla fine, l'unica cosa di cui si è certi, è un buco nel diario clinico di Saladino che va dal 6 marzo, giorno del suo secondo viaggio in infermeria a causa dei primi sintomi del malessere, al 18, giorno in cui si chiude il suo calvario. Su questo punto, le testimonianze dei detenuti, accolte come veritiere dal Gip che ha disposto un supplemento d'indagine, sono concordi.
Antonino Saladino stava male da giorni e più volte si era recato in infermeria per farsi visitare, ma di quelle visite, sui registri ufficiali della struttura medica del penitenziario, non c'è traccia. Tanti i non ricordo registrati dagli investigatori della penitenziaria (che hanno svolto in questa indagine le funzioni di polizia giudiziaria) tra i sanitari che hanno prestato servizio nei giorni in cui Saladino avrebbe fatto la spola tra il suo letto a castello e la brandina dell'infermeria.
"Noi abbiamo fiducia nella giustizia - racconta l'avvocato Albanese - ovviamente si spera di recuperare il troppo tempo perso finora. Bisognava mantenere alta l'attenzione su questa morte e forse non lo si è fatto fino in fondo, ma sono certo che si possa ancora raggiungere la verità dei fatti sia per quanto riguarda le cause della morte, sia per fare luce sul buco nel diario clinico e sulla mancata reazione dei medici del carcere all'aggravarsi del quadro clinico di Saladino".
Imbianchino da anni e molto conosciuto nel quartiere, nel carcere di Arghillà Antonino Saladino c'era arrivato in seguito al suo arresto di un anno prima. Una storia di droga che lo vedeva coinvolto con un ruolo minore e per cui era in attesa di giudizio.
"Nino era un ragazzo come tanti - ha detto durante un convegno sulla sanità nelle carceri la madre della giovane vittima, da quel 18 marzo in prima linea nella ricerca della verità e in questi giorni impegnata in una dura lotta contro il Covid - lavorava come imbianchino e si dedicava a me e alla sorella. È entrato in carcere perché sospettato di un reato, ma non era un criminale, ancora doveva svolgersi un processo. Quando lo hanno arrestato era in piena salute, è morto il 18 marzo del 2018 in solitudine, con tanta sofferenza e lontano dai suoi cari.
Non conosco le leggi ma penso che se lo Stato arresta una persona perché sospetta che abbia commesso un reato e lo trattiene prima ancora di giudicarlo, allora è responsabile della sua persona e deve fare in modo che riceva tutte le cure, perché anche se ha sbagliato deve avere la possibilità di curarsi. Spero di cuore, come madre e come cittadina, che quello che è capitato a Nino non succeda mai più a nessun altro detenuto, perché non riesco ad accettare che la vita di una persona detenuta abbia un'importanza diversa rispetto a quella di qualunque altra persona".
di Gianni Vigoroso
ottopagine.it, 30 marzo 2021
Il deputato Generoso Maraia in visita al carcere di Sant'Angelo dei Lombardi. "Stamattina, insieme al mio collega deputato del Movimento 5 Stelle Pasquale Maglione, ho visitato la casa circondariale di Sant'Angelo dei Lombardi, un carcere all'avanguardia per i suoi progetti di reinserimento sociale dei detenuti." Ad affermarlo in una nota, il deputato irpino Generoso Maraia.
"Ho potuto constatare, accompagnato dalla direttrice Marianna Adanti, che i detenuti sono impegnati in molti progetti lavorativi e formativi, perché la pena detentiva possa davvero avere la funzione rieducativa che la Costituzione le assegna. All'interno della Casa circondariale sono presenti una carrozzeria con annessi officina meccanica e lavaggio, una tipografia che produce il materiale di cancelleria per l'amministrazione penitenziaria in tutta Italia, una produzione agricola con trasformazione di pomodori, marmellate e miele e una piccola produzione di vino fatta in collaborazione con una cantina sociale locale. Il progetto più ambizioso è probabilmente quello della "Sartoria Borbonica Penitenziaria", grazie al quale i detenuti vengono formati per la realizzazione di capi in seta di alta sartoria.
Nel corso della mia visita - continua Maraia - ho insomma trovato una struttura penitenziaria attiva, che rispetta la dignità e i bisogni dei detenuti, attenta al reinserimento nella società dei detenuti stessi. Una struttura che può essere presa a modello per tutti gli istituti penitenziari italiani, che è anche aperta al territorio nel quale opera grazie alla partecipazione di cooperative e aziende locali.
Sarà mio impegno - conclude Maraia - attivarmi con il Ministero della giustizia perché l'istituto possa avere una classificazione corrispondente alle attività di alto livello messe in campo. Sarebbe opportuno, inoltre, dare all'istituto la possibilità di avere una Partita Iva, in modo da poter vendere al pubblico i prodotti realizzati dai detenuti."
di Domenico Massano
lavocediasti.it, 30 marzo 2021
Il Covid-19 è, purtroppo, recentemente entrato nella Casa di Reclusione di Asti contagiando un numero rilevante di persone ristrette e di agenti. La tempestiva somministrazione dei vaccini e l'assunzione di specifiche misure sanitarie sembrano avere contenuto la diffusione del virus che, tuttavia, ha contribuito ad alimentare timori e ad amplificare preesistenti criticità con inevitabili ricadute negative sull'intera comunità penitenziaria.
In particolare in relazione alla prevenzione della diffusione del virus, per cui il distanziamento fisico assume un'importanza determinante, la questione del sovraffollamento degli istituti penitenziari rappresentava sin dall'inizio della pandemia un diffuso elemento di preoccupazione, come emergeva già un anno fa anche dal richiamo di Papa Francesco: "Ho letto un appunto ufficiale della Commissione dei Diritti Umani che parla del problema delle carceri sovraffollate, che potrebbero diventare una tragedia. Chiedo alle autorità di essere sensibili a questo grave problema e di prendere le misure necessarie per evitare tragedie future".
Tali parole erano sottolineate dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà, Mauro Palma: "Ponendo l'accento sulla gravità dell'ingresso del virus in un mondo chiuso, del rischio per chi qui vive e lavora, della situazione esplosiva negli istituti di pena, il Papa ha voluto ricordare che anche il carcere è parte di tutti noi e della società nella sua complessità".
Con l'arrivo della pandemia era ben chiaro, quindi, che il tema del sovraffollamento delle carceri da condizione oggettiva di trattamento degradante (per cui l'Italia è stata in passato condannata dalla Corte Europea dei diritti umani), era diventato anche una questione di salute pubblica. A livello nazionale si è cercato di agire immediatamente sbloccando percorsi di accesso a misure alternative alla pena detentiva che prima erano negati e/o non presi in considerazione (elemento su cui sarebbe opportuno fare qualche riflessione).
Le persone detenute in carcere in Italia sono così passate da 61.230 a febbraio 2020 a 53.697 a febbraio 2021, con una parziale ma insufficiente diminuzione del tasso medio di affollamento che è rimasto al 106,2%, rendendo difficilmente comprensibile, come affermato sul recente Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione, il fatto che continuino ad essere ristrette 19.040 persone con un residuo pena inferiore ai tre anni, dunque potenzialmente ammissibili a una misura alternativa alla detenzione, quando "se solo metà di loro ne fruisse si risolverebbe in gran parte del problema dell'affollamento carcerario italiano" (senza dover così assecondare il presunto bisogno di nuove costruzioni).
Concentrando lo sguardo sulla situazione astigiana, sempre dal rapporto di Antigone emerge come la Casa di Reclusione di Quarto registri un tasso di sovraffollamento del 146,3% (ben al di sopra della soglia da rispettare, il peggiore in Piemonte e tra i peggiori in Italia).
La presenza media di 300 persone detenute a fronte di una capienza massima di 205 posti ha, infatti, determinato il protrarsi di una situazione preoccupantemente pericolosa nel corso della pandemia, in cui l'indice di affollamento dell'istituto è rimasto costantemente sopra ogni prudente soglia di sovraffollamento, nonostante le indicazioni degli organismi di garanzia e sanitari, internazionali e nazionali, come ha evidenziato il Garante regionale Bruno Mellano.
Il problema del sovraffollamento dell'istituto astigiano (e di tutte le sue conseguenze umane, sociali e sanitarie) forse avrebbe dovuto essere affrontato da tempo, ma ad oggi, anche in relazione alla recente diffusione del virus, è ormai chiaro come sia necessario considerarlo una questione non più rimandabile. Purtroppo, però, tale aspetto sembra quasi scomparire nelle dichiarazioni istituzionali e nel dibattito pubblico, rischiando di alimentare il diffondersi, come stigmatizzato dal Garante nazionale Mauro Palma, di fenomeni "di richiesta populista di penalità, di diminuzione della pietas e di irrazionalità nell'intervento penale".
Il tema del sovraffollamento, seppur prioritario, non è certo l'unico da affrontare ma si affianca (sovente con ripercussioni negative), ad altre problematiche come la sospensione a tempo indefinito delle attività formative e lavorative, le carenze di personale, ..., e, più in generale, la possibilità di garantire la finalità rieducativa della pena, come previsto dall'articolo 27 della Costituzione. È importante tener conto della complessità di tale quadro e delle sue croniche criticità che si ripercuotono sull'intera comunità penitenziaria, per non correre il rischio di limitarsi a letture securitarie, spesso parziali, e senza dimenticare mai, come sottolineato nelle recenti e promettenti dichiarazioni della Ministra della Giustizia Cartabia nel suo discorso al Dap, che "Il carcere è davvero un luogo di comunità, dove il benessere di ciascuno alimenta quello di tutti e dove il disagio, la paura, la malattia di uno si riverbera su tutti. Anche sotto questo profilo la pandemia ha operato come una lente di ingrandimento portando in evidenza ciò che il carcere è, ciò che lo contraddistingue in tutti i suoi aspetti. Non trascuriamo mai questa dimensione comunitaria che lega profondamente tutti e ciascuno".
canale58.com, 30 marzo 2021
È terminata la campagna vaccinale anti Covid-19 nell'hub dell'Asl all'interno della Casa circondariale di Benevento. La comunicazione giunge proprio dal direttore Gianfranco Marcello. "La campagna - spiega il direttore - iniziata il 13 marzo - può definirsi sostanzialmente conclusa (l'ultima giornata in istituto è prevista il 31 marzo per le ultime 15 unità rimaste più un 'recupero' per chi in un primo momento ha rifiutato).
In accordo con l'Asl nelle giornate in cui non è stato possibile organizzare l'hub interno il personale è stato inviato presso un sito esterno, ma sempre con gestione centralizzata dall'istituto. Ciò ha consentito di non gravare minimamente sui servizi, dall'altro di ottimizzare la distribuzione del vaccino potendo contare su un numero maggiore di candidati. Forti, infatti, del vaccino potendo contare su un numero maggiore di persone possibile senza sprecare dosi.
Onde far fronte, nel modo migliore possibile, a tale esigenza si è anche data l'autorizzazione su richiesta dei sanitari, all'ingresso di personale esterno non dipendente, come da linee guida nazionali, per evitare di dover sciupare dosi rimaste eventualmente non utilizzate: il posizionamento all'esterno della zona detentiva consentiva tale ultima iniziativa senza il minimo problema di interferenza con le normali attività penitenziarie e senza alcun danno per la sicurezza. Del resto il funzionamento dell'hub vaccinale Asl, seppur interno, non poteva non soggiacere alle regole previste in generale dal sistema sanitario". "Ache per i soggetti ritenuti non idonei qui in istituto si è tuttavia, innescato un circuito virtuoso perché sono stati formalmente presi in carico dal sistema sanitario e verranno chiamati per il vaccino più adatto in un luogo consono".
In accordo con l'Asl nelle giornate in cui non è stato possibile organizzare l'hub interno il personale è stato inviato presso un sito esterno, ma sempre con gestione centralizzata dall'istituto. Ciò ha consentito di non gravare minimamente sui servizi, dall'altro di ottimizzare la distribuzione del vaccino potendo contare su un numero maggiore di candidati".
Il direttore plaude "al personale, primo fra tutti il comandante di reparto che ha brillantemente applicato le direttive dello scrivente consentendo che l'organizzazione si dipanasse senza inconvenienti di rilievo e rendendo possibile implementare all'esterno una immagine positiva dell'Amministrazione della Istituzione penitenziaria". Vaccinati con la prima dose: 168 unità del personale penitenziario; 7 personale di supporto; esterni 19. 35 risultati non idonei. 36 rifiuti (espliciti o impliciti).
di Ornella Sgroi
Corriere della Sera, 30 marzo 2021
Se non li gusti non li puoi giudicare. Che siano biscotti e colombe pasquali, o ragazzi in carne e ossa, il senso non cambia. Bisogna conoscerli, per poter dire se sono buoni oppure no. In questa considerazione, diventata slogan, si concentra il senso del progetto Cotti in Fragranza, il laboratorio artigianale di prodotti da forno che dal 2016 si svolge nel Carcere minorile Malaspina di Palermo e che è diventato nel tempo "un'impresa sociale a forte governane partecipata, che si regge su un'intelligenza collettiva, per cui tutte le scelte vengono prese con i ragazzi che ne sono parte e protagonisti, per costruire insieme una nuova identità contro quella stigmatizzata del carcere" spiega Nadia Lodato, responsabile del progetto insieme a Lucia Lauro. Frollini agli agrumi, snack salati, biscotti croccanti, cioccolato, cantucci.
E "cicireddi" rigorosamente fatti Adesso anche colombe pasquali gustosissime, e a Natale arriveranno persino i panettoni, grazie al nuovo forno e all'impastatrice professionale a bracci tuffanti donati dall'Ufficio Speciale del Garante dei diritti dei detenuti della regione Sicilia, guidato dal prof. Giovanni Fiandaca. Sapori che profumano di sicilianità nelle materie prime di alta qualità impiegate nelle ricette messe a punto dai ragazzi di Cotti in Fragranza. Come nella novità pasquale, la colomba.
Con farina di Maiorca bio, cioccolato fondente, arancia candita, mandorle e miele di ape nera sicula, ingredienti di "una nostra ricetta originale che fa eco a quella dei nostri biscotti più amati, i Coccitacca, da cui prende il nome anche la nostra colomba" spiega Nadia. L'obiettivo iniziale era "definire percorsi professionali stabili per i ragazzi ristretti nell'istituto penale" e nel giro di cinque anni Cotti in Fragranza è arrivato oggi a "formare e contrattualizzare 33 ragazzi tra area penale e migranti a rischio fuoriuscita dai sistemi di tutela".
Anche al di fuori del carcere, nel secondo nucleo operativo inaugurato nell'ex convento seicentesco di Casa San Francesco e nel bel giardino bistrot "Al fresco", "per ampliare la gamma di prodotti e servizi e dare maggiori possibilità di inserimento lavorativo ai ragazzi che hanno finito la pena detentiva e devono espiare un residuo di pena con misure alternative, ai ragazzi in affidamento in prova ai servizi sociali e ai ragazzi migranti a rischio".
Tanti giovani che "hanno sete e desiderio di trasmettere a se stessi e agli altri l'idea che possono fare cose buone, anzi eccellenti, con una forte voglia di agire, soprattutto contro il silenzio e i tempi lasciati vuoti dalla pandemia" conclude Nadia. "Così acquisiscono una professione, ma anche la consapevolezza che c'è una possibilità di riscatto. Attraverso il pensiero e l'azione dentro un gruppo che li valorizza come possessori di una dignità dimenticata".
italiachecambia.org, 30 marzo 2021
Raul Bucciarelli è un medico che ha prestato servizio in carcere. Oggi ci racconta il rapporto con i suoi pazienti, interrogandosi sul vero significato di "casa". Vi proponiamo la sua testimonianza nell'ambito del progetto "Chi ha Varcato la soglia" di Cascina Macondo, che racconta storie dal carcere dando voce a coloro che, a qualunque titolo, hanno vissuto un'esperienza all'interno delle sue mura.
Era il 1995 ed ero davvero ancora agli inizi della mia professione di medico. Il lavoro di sanitario presso una struttura carceraria durò un paio di anni. Un periodo breve, ma che mi ha insegnato molte cose. Lui lo ricordo ancora molto bene, anche dopo venticinque anni, fra i tanti volti passati, visti e rivisti tante volte da dietro l'austera scrivania della infermeria della Casa Circondariale. Quella scrivania era divisa dalla libertà da otto solerti porte automatiche e centocinquanta passi.
Lui era alto e magro, con una barbetta brizzolata ruvida e rada, gli occhi vivissimi e guizzanti, i capelli incolti e lunghi. Il suo volto scavato raccontava con trasparenza un infinito dolore e rassegnazione. Il cognome declinava con certezza le sue origini siciliane. Il suo dialetto inconfondibile e schietto raccontava sicuramente Palermo. Lui era uno dei tanti detenuti che al mattino faceva la fila nell'ambulatorio del carcere. Non ho mai voluto sapere, naturalmente, perché fosse finito in un penitenziario. E alla fine non l'ho mai saputo.
Questo era per me un principio fondamentale ed imprescindibile per poter esercitare con serenità il lavoro di medico in un posto non facile come quello. Ogni tanto gli agenti di custodia mi raccontavano qualche cosa sul passato dei miei pazienti ma io cercavo di glissare sempre. I miei pazienti erano solo dei malati. Lui era un paziente abituale, e passava in infermeria abbastanza spesso.
Si sedeva appoggiando il gomito destro sulla scrivania, mi guardava fisso negli occhi e mi ripeteva: "Dottore, non mi funziona bene il cervello". Lo diceva con tono accorato e anche un po' teatrale con gli occhi rivolti verso il cielo, quasi a cercare una sorta di benedizione o quanto meno di approvazione divina. Gli chiedevo di spiegarmi bene, ma non c'era molto da dire. Si prendeva la testa fra le mani e mi diceva: "Il cervello dottore... il cervello".
La sua cartella clinica raccontava innumerevoli valutazioni psichiatriche con variopinte diagnosi: "stato depressivo, note di delirio persecutorio, disturbo schizotipico di personalità". Nessuna di queste definizioni raccontava chi era. Lui si recava in infermeria più per chiacchierare o per chiedere di aumentare il dosaggio già altissimo degli psicofarmaci per alleviare chissà quale disagio profondo.
Gli agenti di custodia lo consideravano un tipo bizzarro ma nella sostanza non particolarmente pericoloso. Una mattina però arrivò più agitato del solito e finalmente riuscì a dirmi qualcosa di più. Era molto preoccupato, perché tra qualche giorno avrebbe concluso la detenzione e come si suole dire: "si sarebbero aperte le porte del carcere".
Con la testa tra le mani continuava a ripetermi: "Dottore adesso dove andrò? Non ho nessuno che mi aspetta, dovrò tornare a Torino". Non avevo mai riflettuto su una situazione del genere. Non si pensa mai che per molti esseri umani il carcere rappresenta una sorta di casa. Fuori mancano spesso affetti, amicizie, legami familiari. Molti hanno la residenza nell'istituto di pena e non sanno neanche dove dormire. Fuori manca il lavoro, non si è più nessuno.
Il carcere per molti rappresenta una sorta di identità e il dopo è solo insicurezza. Ho avuto un colloquio non facile. Cosa si può dire oltre qualche ovvietà? La direzione da me interpellata mi ha assicurato che sarebbe stato in qualche modo comunque affidato ai servizi sociali di Torino. Dopo tre giorni, è uscito. Mi hanno detto che aveva uno scatolone legato col cordino e un sacco nero dell'immondizia con tutte le sue cose. Aspettava l'autobus per la stazione. Finalmente libero.
di Monica Gherardi
L'Eco di Bergamo, 30 marzo 2021
Nella casa circondariale di Bergamo è stata avviata una collaborazione con la Crivop Italia Odv (Cristiani volontari penitenziari), organizzazione di volontariato penitenziario presente nelle carceri dì diverse città italiane dove porta sostegno ai detenuti. Il fondatore e presidente nazionale della Crivop Michele Recupero viaggia peri il Paese in camper con la moglie per raggiungere i diversi luoghi in cui operano i gruppi di volontari.
In questi mesi è a Bergamo dove è stato avviato un progetto dedicato alla sezione femminile e ai soggetti protetti. In vista della Pasqua la Crivop ha invitato nel teatro del carcere il gruppo musicale dell'Assemblea evangelica di Seriate "Altare di adorazione". "Un messaggio di amore e dì speranza durante la pandemia - racconta Recupero. La casa circondariale di Bergamo ha permesso che sette detenute della sezione femminile potessero assistere a questo momento di musica e di festa". "Dopo la firma del protocollo d'intesa da parte della Direzione generale dei detenuti e del trattamento con Crivop Italia anche qui a Bergamo abbiamo avviato la collaborazione - spiega la direttrice del carcere Teresa Mazzotta. Cerchiamo di proseguire nella direzione di un distanziamento anti-Covid che non sia distanza dal territorio.
Qui costruiamo progettualità che identificano la casa circondariale di Bergamo come un quartiere della città, un luogo dalle porte aperte in entrambi i sensi perché lo scambio umano, sociale e culturale possa avvenire continuamente".
Sono circa 120 i volontari della Crivop che operano in Italia con progetti creati su misura per ogni realtà carceraria: dallo sportello d'ascolto ai laboratori tematici, da iniziative culturali e musicali ai colloqui di sostegno. "Ci auguriamo - aggiunge il presidente - che anche a Bergamo possa presto nascere, con un'adeguata formazione, un gruppo di volontari".
di Nicola Lacetera*
Il Domani, 30 marzo 2021
L'articolo 3 della Costituzione italiana sancisce l'uguaglianza di tutti i cittadini. Nei due paragrafi che lo compongono si percepisce il delicato lavoro di compromesso fra le varie anime politiche che contribuirono alla nostra legge fondamentale. Il primo paragrafo esprime il concetto di uguaglianza formale, tipicamente associato alla cultura liberale e conservatrice: la garanzia di pari dignità di fronte alla legge di tutti i cittadini.
Il secondo è più vicino all'idea socialista di uguaglianza sostanziale, che riconosce la presenza di ostacoli diversi al raggiungimento di traguardi economici e sociali, e implica un ruolo di riequilibrio per lo stato. Nel corso degli anni, tuttavia, e soprattutto dopo la caduta dei regimi comunisti in Europa, la parte politica che più si era riconosciuta nel principio di uguaglianza sostanziale ha adottato un approccio meno interventista, e più fiducioso delle capacità del mercato di garantire uguaglianza dei punti di partenza.
Questione di talento - Un assunto più o meno implicito della teoria economica classica è che le forze di mercato per loro natura premino il talento attraverso la competizione e gli incentivi delle imprese (per esempio) ad assumere chi più meritevole; questo processo genera sia crescita sia giustizia sociale perché offre a tutti, indipendentemente dalle loro origini, le stesse opportunità. Facendo propria questa visione, il pensiero dominante nella sinistra dagli anni Novanta in poi ha individuato in alcuni correttivi, per esempio nella garanzia formale di pari accesso all'educazione e alla sanità, gli interventi necessari per livellare i punti di partenza.
Il mercato, il cambiamento tecnologico, e la crescita economica avrebbero fatto il resto. In una recente raccolta di saggi sulla disuguaglianza, Olivier Blanchard, già professore al Massachusetts Institute of Technology e capo economista al Fondo monetario internazionale, e Dani Rodrik, professore ad Harvard, classificano questi interventi come relativi alla fase di "pre-produzione", cioè riguardanti lo stadio precedente l'attività economica vera e propria. E tuttavia, proprio da forze quali la rivoluzione digitale e la globalizzazione, sono emerse sfide e contraddizioni ai quei principi di pari opportunità diventati di comune accettazione, e limiti alla capacità degli interventi pre-produttivi di correggere distorsioni.
La transizione digitale ha portato con sé sconvolgimenti nella struttura produttiva e nella natura del lavoro. Da un lato, sono state premiate professioni che richiedono alti livelli di educazione. La velocità del cambiamento tecnologico, inoltre, è tale che il sistema educativo fatica a integrare le nuove conoscenze nei programmi. Questa "gara" fra educazione e tecnologia, come la hanno definita Claudia Goldin e Larry Katz (entrambi ad Harvard), genera scarsità delle competenze necessarie, e un aumento dei compensi per i pochi che le posseggono.
Inoltre, il crollo dei costi di comunicazione grazie alle tecnologie digitali consente, per esempio, a pochi "super" manager o banchieri di gestire divisioni o imprese sempre più grandi e servire mercati più ampi. I proventi per questa classe di "superstar", come già l'economista di Chicago Sherwin Rosen aveva teorizzato quaranta anni fa, sono cresciuti a dismisura.
Dall'altro lato, l'automazione di molte attività, dalla manifattura a certi servizi, ha ridotto la domanda di lavori qualificati, ad alto valore aggiunto, ma che non richiedono alti livelli educativi. Per chi era impiegato in questi settori, l'alternativa oggi sono spesso lavori con condizioni salariali e contrattuali meno attraenti.
La caduta della domanda di quei lavori "intermedi", specie nel mondo occidentale, è stata ulteriormente accelerata dal processo di globalizzazione e spostamento della produzione in altri paesi. Ma macchine sempre più "intelligenti" si stanno sostituendo al lavoro umano ovunque nel mondo. Le analisi di studiosi come Daron Acemoglu (Mit) e Pascual Restrepo (Boston University) fanno temere che i "nuovi" lavori che la digitalizzazione ha creato non basteranno a compensare quelli persi.
L'aumento delle diseguaglianze - La polarizzazione del mercato del lavoro, a sua volta, ha fatto aumentare le diseguaglianze di reddito e ricchezza. Gli stessi principi economici sempre più condivisi dallo spettro politico e ideologico, tuttavia, attribuiscono un valore positivo alla disuguaglianza in una economia di mercato: se la disuguaglianza è il risultato di differenze di merito una volta garantite condizioni minime di pari opportunità, ci sarà più crescita e, soprattutto, più mobilità sociale e opportunità diffuse, perché il talento non dipende dalle condizioni di partenza o dal retroterra socioeconomico di origine.
Ricerche recenti mostrano però una realtà diversa. Miles Korak (University of Ottawa) ha evidenziato che la mobilità sociale è in realtà inferiore in paesi con maggiori disparità: maggiore è la disuguaglianza, più essa tende a perpetuarsi di generazione in generazione. Raj Chetty (Harvard) ha mostrato come il luogo di nascita e l'estrazione socioeconomica dei genitori sempre più determinino le opportunità economiche dei figli, in termini di reddito e ancor prima di accesso a certe attività particolarmente lucrative perché traggono vantaggio dalle nuove tecnologie. Sembra, insomma, che da una società meritocratica si stia in qualche modo tornando a una società "patrimoniale". Lucas Chancel della Paris School of Economics evidenzia che oggi non è più tanto il paese di residenza a determinare le opportunità economiche di un giovane, quanto il suo retroterra familiare indipendentemente dalla nazionalità.
Puntare tutto sull'educazione - Le dinamiche economiche che la digitalizzazione e la globalizzazione hanno accentuato aiutano a spiegare questa relazione tra disuguaglianza e mobilità sociale. In particolare, la polarizzazione del lavoro, con da una parte professioni di alto livello che richiedono educazione di élite, dall'altra lavori a basso valore aggiunto, spinge le famiglie a investire sempre più nella formazione dei figli. L'educazione formale, anche quando garantita a tutti, è tuttavia solo una parte di questi investimenti.
Chi può permetterselo avvia i propri figli alla lettura di libri, alla conoscenza delle lingue, ai viaggi studio, ad attività extra-curricolari che aumentano non solo le loro conoscenze, ma anche le capacità "non cognitive", come l'abilità di lavorare in gruppo e gestire situazioni complesse. Garey e Valerie Ramey della University of California definiscono questi processi una gara senza fine ("rat race", in inglese).
Gara che, oltre a essere impari e inaccessibile alla maggior parte delle famiglie, è sempre più incerta anche per le classi agiate: se a metà del secolo scorso, la stragrande maggioranza dei figli poteva aspettarsi di ottenere una condizione economica migliore di quella dei genitori, questo non è più vero oggi. Daniel Markovits (Yale University) chiama questa dinamica "Trappola della meritocrazia". Indipendentemente dalle loro capacità innate, quindi, chi viene da famiglie benestanti accumula un vantaggio rispetto a chi non ha i mezzi in partenza. Non solo questo perpetua le disuguaglianze invece di bilanciare i punti di partenza, ma comporta anche uno spreco di tanto potenziale talento; Raj Chetty e i suoi collaboratori concludono che la società potrebbe perdere tanti potenziali "Einstein" a causa di queste dinamiche.
Insomma, sembra proprio che per garantire effettive pari opportunità, agire politicamente sui punti di partenza richiede di andare oltre la fase "pre-produttiva" con la garanzia di alcuni servizi come l'educazione formale. I saggi raccolti da Blanchard e Rodrik discutono interventi che, in alcuni casi, sono volti a garantire uguaglianza oltre allo stadio iniziale, e se non proprio fino al punto di arrivo, quanto meno per un percorso più lungo. Queste politiche, secondo alcuni, includono stabilire un salario minimo dignitoso e un reddito universale.
Altri suggeriscono politiche industriali e tributarie che favoriscano la creazione e il mantenimento di lavori accessibili a molti, ad alto valore aggiunto, e dignitosi nel salario e nelle condizioni: ad esempio, supporto pubblico di certi settori, una tassazione che dissuada le imprese dall'eccessivo investimento in automazione che sostituisce il lavoro, e un rafforzamento del ruolo dei lavoratori attraverso la contrattazione collettiva o la compartecipazione nelle decisioni aziendali.
Altri ancora individuano in una tassazione più progressiva, che riguardi anche il patrimonio e le eredità, un meccanismo di riequilibrio delle condizioni di partenza per le future generazioni. In un video che Kamala Harris ha pubblicato pochi giorni prima delle elezioni presidenziali, la futura vicepresidente descrive la differenza tra uguaglianza ed equità. Secondo Harris, il principio di uguaglianza, intesa come parità dei punti di partenza, non è più sufficiente per garantire effettive pari opportunità. Bisogna invece riconoscere che certe disparità - di condizione economica, ma anche di genere o razza - sono ormai così radicate che un'agenda progressista deve andare oltre, e promuovere piuttosto l'equità attraverso interventi anche differenziati. Senza arrivare all'egalitarismo, c'è ampio spazio, e oggi meno imbarazzo di trent'anni fa, per sostenere politiche che accompagnino le persone oltre il punto di partenza per garantire loro adeguate possibilità future. Si tratta, sia chiaro, di una posizione tutt'altro che universalmente accettata, soprattutto da settori più conservatori e moderati dell'opinione pubblica, come dimostra un recente intervento critico del politologo Charles Lipson sul Wall Street Journal. Una disuguaglianza, questa di vedute e proposte politiche, che è quanto mai benvenuta dopo un lungo periodo di eccessiva somiglianza tra destra e sinistra.
*Economista
di Giuliana Covella
Il Mattino, 30 marzo 2021
La speranza parte, ancora una volta, da Nisida: dall'istituto penale minorile arriva un nuovo laboratorio per i giovani detenuti. A sostenerlo il progetto "NisidArte-Officine creative" della Fondazione "Il meglio di te - Onlus" sarà il Soroptimist. Un progetto che, in piena pandemia, assume un significato educativo e formativo ancor più simbolico, coniugando opportunità di riscatto e rispetto per l'ambiente. Lo stesso nome del progetto è stato proposto dagli stessi ragazzi, a sottolineare non solo il legame con l'isola ma anche l'ambizione di produrre oggetti, utilizzando materiali ecologici e riciclati (principalmente rame e ottone).
L'idea e la realizzazione del progetto è della Fondazione "Il meglio di te - Onlus", presieduta da Fulvia Russo, organizzazione attiva da 16 anni nel carcere dell'isola e nei contesti a rischio della città di Napoli e in ambito internazionale, con il supporto del Soroptimist International d'Italia (la cui presidente è Mariolina Coppola), un'associazione mondiale di donne impegnate nel sostegno all'avanzamento della condizione femminile nella società, che già da tempo porta avanti centinaia di iniziative con le strutture carcerarie femminili, grazie a un protocollo con il Dap. Per questa startup il Soroptimist ha donato materiali e attrezzature per realizzare numerose spille a forma di ape disegnate dall'artista Bruno Fermariello, per festeggiare il progetto ambientalista in occasione del centenario dell'associazione.
Tre giorni a settimana alcuni ospiti del penitenziario minorile frequentano il laboratorio in cui il maestro Francesco Porzio, con la supervisione organizzativa di Raffaele Zocchi, volontario della Fondazione, insegna loro i processi produttivi e le modalità di collaborazione per la formazione di un gruppo di lavoro sano ed efficiente. Un know-how indispensabile in vista di un ritorno in società. Partendo dalla fantasia, i ragazzi hanno già iniziato a produrre oggetti dal notevole valore artistico, mettendo in pratica il percorso creativo che porta l'idea a svilupparsi prima sul foglio di carta e, poi, a realizzarsi in concreto.
"L'ambizione - spiega la presidente Russo - è che questo progetto possa evolversi quanto prima in un'attività produttiva e di vendita che permetta l'autosostentamento, come già avvenuto in passato per il laboratorio delle ceramiche griffate "Nciarmato a Nisida" che la Fondazione ha attivato, attrezzato e poi affidato alla cooperativa sociale Nesis - gli amici di Nisida Onlus che, dopo un primo periodo con il sostegno economico della Fondazione, ora cammina con le proprie gambe, autofinanziando le attività per i ragazzi riuscendo ad assumere anche alcuni di loro al termine del loro periodo di detenzione".










