di Farid Adly e Francesco Battistini
Corriere della Sera, 29 marzo 2021
Un alto ufficiale vicino al Generale svela perché è stato ucciso il braccio armato dell'uomo forte della Cirenaica. La Corte dell'Aja aveva emesso due mandati su di lui per crimini di guerra. "Werfalli era diventato una zavorra". Per chi? "Per la direzione generale dell'Esercito di liberazione nazionale". Una zavorra per Haftar? "Sì. La decisione di farlo fuori è venuta dalle stanze che contano".
L'alto ufficiale parla sotto anonimato. Ma parla con tono sicuro. È un uomo del generale Khalifa Haftar e come tutta la Libia commenta la vera notizia di queste ore, che non è certo la visita della missione Ue: mercoledì, in una trafficata strada di Bengasi, a due passi dalla facoltà di medicina dell'università, c'è stata una sparatoria furibonda. Un gruppo d'armati ha affiancato l'auto di Mahmud Mustafa Busayf al-Werfalli, 43 anni, il boia della Cirenaica. Ha aperto il fuoco. E ammazzato il libico più ricercato dalla giustizia internazionale dopo Saif al Islam, il figlio di Gheddafi. Il comandante delle forze speciali "Al Saiqa" (la Folgore) di Haftar. Il braccio armato, e insanguinatissimo, del generale che voleva farsi rais.
Non è un delitto jihadista, dice l'anonimo ufficiale. È un delitto di Stato. "E questa non è una congettura che vi trasmetto: è un'informazione". Molto si capisce da come si sono mossi i killer, spiega: "Il gruppo d'assalto ha agito con professionalità. Non ha lasciato tracce. E s'è dileguato su un'auto senza targa. I jihadisti non hanno questa capacità organizzativa. E soprattutto non potrebbero operare in una città sotto assedio, com'è Bengasi in questi giorni, blindata ovunque da posti di blocco che servono a garantire il passaggio di poteri dal governo di Al Thinni al nuovo governo d'unità nazionale, guidato da Abdul Hamid Dbeibah". Quindi c'è un legame fra questo delitto e la svolta politica in Libia? "Certo che c'è".
Le prime condoglianze per la morte di Werfalli sono arrivate proprio da Haftar, che accusa i "vili manovratori nel buio" e cita l'"esempio di coraggio e redenzione nella battaglia d'orgoglio e dignità contro gli eretici e gli estremisti". Poche parole, ben diverse dal caloroso video e dalla fluviale commozione espressi quando morì un altro capo della Folgore, Boukhmadi. La sua battaglia, Werfalli la combatteva con fin troppo zelo. "Speravo lo processasse la giustizia umana - è il gelido necrologio del leader dei Fratelli musulmani libici, Abdul Razzaq al Aradi -, oggi si trova di fronte alla giustizia divina".
Diplomato alle accademie militari di Gheddafi, salafita ultraconservatore, il comandante dei cinquemila miliziani d'Al Saiqa amava vantarsi delle sue imprese, fino a filmarsi: sul web si può trovare il video del gennaio 2018 in cui radunò una folla davanti a una moschea di Bengasi, dov'erano esplose due autobombe, e a favore di telefonini e d'applausi fece inginocchiare dieci jihadisti bendati, per giustiziarli uno dopo l'altro con un colpo alla fronte. "Questa è la mia legge - sfidò -. Se loro faranno nuovi attentati, io farò fuori altri terroristi. Qui, davanti a tutti. Voglio vedere se provano a processarmi per questo".
La Corte dell'Aja aveva emesso nel 2017 e nel 2018 due mandati di cattura per crimini di guerra e indagava su atrocità varie - dall'esecuzione d'una trentina di prigionieri vestiti con la casacca arancione dei detenuti di Guantanamo, alla morte d'una donna accusata di stregoneria e buttata in pasto a un leone -, ma l'Interpol non ha mai potuto arrestarlo, né la procuratrice gambiana Fatou Bensouda interrogarlo: era coperto da un'immunità speciale. E più Werfalli veniva ricercato, più Haftar lo promuoveva. Ci sono almeno sette video che ne raccontano le terribili gesta, corpi sfigurati e presi a calci: Werfalli recitava preghiere, prima di decretare la morte dei prigionieri. Qualche giorno fa, Bengasi era rimasta scossa dalla strage d'undici persone in un cementificio: qualcuno sostiene d'aver sentito i suoi vantarsene. Faceva e disfaceva: a marzo, le immagini delle sue milizie che distruggevano un concessionario Toyota, per punirne il proprietario che non aveva voluto cedere un terreno. Haftar ogni tanto fingeva di chiudere il suo fedelissimo in prigione, salvo scarcerarlo presto. E lasciarlo fare: "Werfalli è un caso nazionale - la spiegazione - e la nostra nazione è più grande di qualunque tribunale".
Perché quest'esecuzione? È un altro Haftar, quello che affronta l'ultima svolta libica. L'intervento turco al fianco dei nemici tripolini, la ritirata dall'assedio della capitale, il cessate il fuoco, l'insediamento del nuovo governo e le elezioni programmate dall'Onu a dicembre, la malattia che a 77 anni lo sta divorando: il generalissimo cirenaico ha visto la sua fortuna rovesciarsi, costretto ad affrontare un malcontento sempre più forte a Bengasi e a Tobruk, oltre che a chiedere maggiori aiuti al suo grande protettore egiziano, il feldmaresciallo Al Sisi.
Le ultime voci, riportate dalla stampa turca, raccontano di mercenari siriani fatti atterrare direttamente a Bengasi, per preparare una controffensiva. Haftar è al crepuscolo? Più volte dato per sconfitto, fin da quando perdeva le guerre di Gheddafi in Ciad, l'eterno rieccolo della scena libica ha ancora risorse. Ma ha anche capito che qualcosa sta cambiando. E che l'opzione militare, per contare al tavolo d'una Libia nuova, forse non basta più.
Uno come il macellaio di Bengasi, chissà, rischiava d'essere un imbarazzo: "Werfalli è stato scaricato per non aggravare l'isolamento di Haftar", dice l'alto ufficiale haftariano. Social media, giornali online, opinionisti sotto anonimato sono tutti d'accordo: "L'assassinio è stato deciso direttamente dal generale". E al di là dei commenti, un segnale giunge dagli stessi uomini di Werfalli. Che pubblicamente giurano una fedeltà (non richiesta) a Haftar. Che smentiscono di voler rompere l'unità cirenaica nella battaglia. Che però chiedono di fare giustizia: "Rapidamente". Qualcosa sta cambiando, ed essere rapidi è un obbligo per tutti. Specie per il generale.
di Barbara Spinelli*
Il Dubbio, 29 marzo 2021
L'addio alla Convenzione di Istanbul serve pure ad oscurare la messa al bando del partito Hdp. il cammino per il riconoscimento dei diritti delle donne come diritti umani è stato lungo e impervio, e solo nel secolo scorso -ieri nella storia dell'umanità- è stato approvato il primo strumento legalmente vincolante che esplicitamente sancisce l'obbligo degli Stati di dovuta diligenza nel predisporre tutte le misure necessarie a porre fine alla discriminazione contro le donne in tutte le sue forme, e in tutti gli ambiti della vita.
Stiamo parlando della Cedaw, la Convenzione Onu per l'eliminazione di ogni forma di discriminazione delle donne, entrata in vigore nel 1981 e ad oggi ratificata da oltre due terzi degli Stati membri, inclusa la Turchia. Il secondo passo è stato compiuto in questo secolo, con l'adozione di due strumenti regionali legalmente vincolanti per la lotta alla violenza maschile contro le donne: la Convenzione di Belem do Parà e la Convenzione di Istanbul.
O meglio, la Convenzione interamericana per prevenire, sanzionare e sradicare la violenza contro la donna, entrata in vigore nel 1995, e la Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, entrata in vigore nel 2014. Sono molti i governi europei che fin da subito hanno dimostrato allergia verso questa Convenzione: il Parlamento ungherese, e quello slovacco hanno votato contro la sua ratifica. Bulgaria, Repubblica Ceca, Lettonia e Lituania hanno solo firmato.
La Polonia ha iniziato nel 2020 il processo di ritiro dalla Convenzione di Istanbul, liquidandola come "una fantasia e un'invenzione femminista volta a giustificare l'ideologia gay", secondo le parole del ministro della Giustizia, Zbigniew Ziobro. Le antipatie dei leader nazionalisti europei vanno lette per quello che sono, e cioè l'espressione, nel rispetto formale delle procedure democratiche nazionali e di quelle previste dalla Convenzione per il ritiro, di un maschilismo diffuso, volto a mettere in discussione i diritti delle donne e spaventato dall'ideologia gender.
Da ultimo, il gran rifiuto della Turchia. O meglio, di Erdogan, il quale, approfittando dei superpoteri conferitigli dalla riforma costituzionale, con una circolare (tale è di fatto il valore di una decisione presidenziale nel sistema delle fonti) si è autoassegnato il potere di ritirare il Paese dal trattato ratificato, così bypassando il Parlamento, in barba agli articoli 90 e 104 della Costituzione turca.
Ha deciso di iniziare dalla Convenzione di Istanbul, e, giusto per dimostrare ancora una volta al Consiglio d'Europa chi comanda, ha pure deciso di farlo fregandosene bellamente dei convenevoli previsti dall'articolo 80 della Convenzione, cioè senza procedere alla previa notifica di preavviso al Segretario generale del Consiglio d'Europa, che avrebbe aperto il periodo finestra di tre mesi antecedente all'acquisto di efficacia del ritiro.
I significati simbolici di questo gesto sono molteplici, e vanno letti tutti insieme per coglierne la gravità. In primo luogo, in un Paese che primeggia in Europa per numero di femminicidi, cancella il protagonismo che le associazioni femminili turche avevano avuto sia nella fase redazionale della Convenzione, sia nella fase di scelta della candidata nazionale per il Grevio, l'organismo di monitoraggio della Convenzione, ed esclude dall'accesso a una protezione effettiva tutte le donne straniere, irregolari o non sposate, che non sono ammesse nelle case rifugio governative. Ribadisce dentro e fuori dai confini chi comanda, cioè lui. E la totale irrilevanza del Parlamento.
La comunicazione di mezzanotte sul ritiro dalla Convenzione di Istanbul è stato un colpo di genio per spostare l'attenzione mediatica dal più grave colpo assestato alla democrazia turca dopo la riforma costituzionale, in corso nella stessa settimana. Il Procuratore capo della Cassazione ha chiesto infatti lo scioglimento dell'Hdp, con l'interdizione di 687 suoi membri dall'esercizio dell'attività politica perché accusati di sostegno al terrorismo. Se la Corte costituzionale confermasse l'accusa, sarebbe l'ottavo partito filocurdo ad essere chiuso, e segnerebbe la strada verso il consolidamento definitivo di una dittatura islamista e nazionalista in Turchia. Tutto questo, durante la settimana del Newroz, il capodanno curdo, e mentre si teme per le condizioni di salute Abdullah Ocalan, isolato nella prigione di Imrali. Ora, resta da vedere quale sarà la risposta dalle piazze turche, perché se Erdogan reclama potere e obbedienza, il popolo reclama democrazia e diritti. Quel che è certo, è che per ora le donne di tutta Europa si sono unite nelle piazze a quelle della Turchia, cantando gli stessi slogan: "We will not be quiet, we are not afraid, we do not obey!".
*Componente comitato esecutivo Eldh
di Sara Perria
La Stampa, 29 marzo 2021
Su alcuni media di Mosca, la Giornata delle Forze Armate Birmane di sabato scorso è stata presentata come una parata dell'export russo. La lista della spesa degli ultimi vent'anni include del resto una trentina di aerei 30 MiG-29, una decina di elicotteri e otto contraeree Pechora-2M, mentre è da poco iniziata la fornitura di sei Su-30SME.
Poi radar e attrezzatura varia. Sono armi che sono servite negli ultimi decenni a combattere i gruppi etnici lungo i confini, potenziando forze armate di un Pese di 54 milioni di abitanti con un personale armato complessivo di oltre 500mila unità - il doppio dell'Italia.
Ma, da quando ogni settore della società birmana ha deciso di manifestare il dissenso al colpo di Stato del primo febbraio, la repressione si è rivolta contro i propri cittadini, con tanto di blindati in vista. E il fatto che moltissimi Paesi abbiano voltato la schiena ai generali alla luce delle violenze, ha reso ancora più visibili i presenti alla parata militare di sabato.
Non solo la Russia, che ha inviato un viceministro, ma anche Cina, India, Tailandia, Bangladesh, Pakistan, Vietnam e Laos. Giuseppe Gabusi, docente dell'Università di Torino e direttore del programma "Asia Prospects" del Torino World Affairs Institute, sottolinea l'importanza dei confini comuni - un dato di fatto per cinque degli otto Stati presenti. "La Cina è lo Stato che ha più interessi economici e ha un potere che si può definire "strutturale" perché può condizionare due aspetti: la sicurezza e il commercio", spiega Gabusi, riferendosi all'influenza sui conflitti etnici sul confine e agli accordi del 2018 firmati con la Birmania dell'era Aung San Suu Kyi sulla nuova Via della Seta.
Ora, dovendo mettere da parte gli ottimi rapporti con il governo civile, ha fatto scattare il proverbiale pragmatismo: "La Cina è pronta a difendere i propri interessi qualsiasi governo ci sia a Naypyitaw (la capitale della Birmania, ndr)". Anche secondo l'ambasciatore dell'Unione Europea in Birmania, Ranieri Sabatucci, a causa degli investimenti e del crescente sentimento anticinese, la Cina è il Paese "che più ha da perdere dalla mancata soluzione di questa crisi".
A Yangon sono state incendiate trenta fabbriche del Dragone, facendo preoccupare non poco Pechino per i ben più imponenti investimenti portuali e strategici in Stati già instabili come il Rakhine e il Kachin. I birmani sono ben consapevoli del "peso" cinese e non a caso nelle forme di protesta creative delle passate settimane si è anche visto il blocco stradale del confine. L'India, invece, nonostante la recente vendita di un sottomarino, più che gli interessi economici ha bisogno di proteggere i confini dopo che già un migliaio di birmani, soprattutto delle forze di polizia, hanno chiesto protezione al Paese.
E la Birmania ne ha già chiesto la restituzione, "per salvaguardare i buoni rapporti", secondo quanto riportato, fra gli altri, dalla Bbc.
Diverso il caso della Tailandia, che oltre a confine e interessi economici condivide anche un legame ideale perché il governo, di fatto militare ma ammantato di abiti civili grazie a controverse elezioni, "potrebbe rappresentare agli occhi della giunta un modello per il futuro della Birmania", spiega ancora Gabusi. Intanto ai 114 morti del giorno della parata, inclusi bambini, si è aggiunta la violenza di ieri, con la polizia che ha aperto il fuoco sulla folla in lutto al funerale di una delle vittime uccise sabato. Ed emergono sui media locali particolari agghiaccianti su un giovane uomo colpito e poi buttato nel fuoco quando ancora era in grado di implorare aiuto.
Così l'ultima condanna da parte di Paesi che includono Italia, Germania, Giappone, Corea cerca di colpire dialetticamente i militari: "Un esercito professionista segue standard internazionali di condotta e protegge, non fa del male".
Tutti tornano però a guardare alla Cina, consapevoli che sia la potenza che può giocare il ruolo più importante. E alcuni ricordano che Angel, la 19enne uccisa con un colpo in testa mentre indossava la maglietta "Andrà tutto bene" era di etnia cinese, riflesso di una inevitabile e spesso difficile storia di scambi e passaggi.
di Liana Milella
La Repubblica, 28 marzo 2021
La ministra Cartabia: "Una pagina molto bella per la giustizia". La Guardasigilli soddisfatta per lo sblocco della trattativa tra i partiti. La direttiva europea del 2016 entrerà a pieno titolo nella legislazione italiana. "È una pagina molto bella. Un accordo su un principio fondamentale. Un mattone della costruzione che stiamo per disegnare insieme.
di Errico Novi
Il Dubbio, 28 marzo 2021
Martedì il Parlamento recepirà la direttiva Ue con tre anni di ritardo. "Martedì alla Camera la maggioranza voterà a favore dell'emendamento sul recepimento della direttiva Ue sulla presunzione d'innocenza. Un tema sollevato da Azione e +Europa trova la condivisione di tutte le forze politiche. Un passo avanti sulla strada dello Stato di diritto".
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 28 marzo 2021
"Forza Italia vuole valorizzare il ruolo degli avvocati per quanto riguarda le valutazioni di professionalità dei magistrati". A dirlo è l'onorevole Pierantonio Zanettin, capogruppo azzurro in commissione Giustizia alla Camera. Il tema della valutazione di professionalità delle toghe è tornato in questi giorni di grande attualità.
Il vice presidente del Consiglio superiore della magistratura David Ermini, in una intervista, ha dichiarato che "per valutare la professionalità di un magistrato" vi debba essere "un controllo sulla qualità e tenuta dei suoi provvedimenti".
Anche autorevoli magistrati sono consapevoli che l'attuale meccanismo debba essere rivisto. Il problema, come però evidenziato con una nota inviata allo stesso Ermini dal presidente della Corte d'Appello di Venezia Ines Marini, è la mancanza attualmente di un sistema "affidabile" per valutare la "qualità" complessiva dei provvedimenti. Ad oggi nulla è stato fatto per rimediare a questa grave "falla" e per dare quindi attuazione concreta, al di là di meri propositi verbali, ad una valutazione realmente meritocratica dell'operato del magistrato.
Onorevole Zanettin, ha fatto discutere il caso di un giudice del Tribunale di Pisa che, nonostante avesse forato con un pugnale le gomme dell'auto di una collega con cui aveva avuto una discussione e aver litigato violentemente per motivi di circolazione stradale, è stato promosso del Csm...
Nella mia esperienza ho visto diverse situazioni paradossali di questo tipo. Esiste un problema di fondo.
In che senso?
Oggi la norma prevede che se un magistrato viene bocciato per due valutazioni di professionalità consecutive debba essere destituito.
Licenziato?
Sì.
E crede che ciò possa essere una forma di "condizionamento"?
Direi una forma di pressione, una sorta di "ricatto", in quanto se non passa il magistrato rimane senza lavoro.
Qual è secondo lei la logica di una norma congegnata in tal modo?
La norma voleva evitare che soggetti inidonei venissero promossi. Però nel caso concreto ciò si traduce che una positiva valutazione di professionalità non si nega a nessuno. È una norma sbagliata, da cambiare. Anche in sede legislativa, dal momento che esiste un "non detto" sostanziale. I casi di destituzione, in effetti, sono più unici che rari... È così. Si verificano situazione spiacevoli, di cui ripeto sono stato testimone quando era al Csm nella scorsa consiliatura. Subentrano aspetti di carattere umano, sociale che nulla hanno a che vedere la professionalità del magistrato.
Da dove partire, allora?
Le valutazioni di professionalità non devono essere un proforma.
Lei pensa, come Ermini, che per le valutazioni si debba analizzare l'esisto delle sentenze?
È un discorso complesso. Bisognerebbe aspettare l'esito della Cassazione. A parte il tempo, va considerato che la Cassazione a distanza di una settimana, è capitato, si sia pronunciata in modo diverso su casi analoghi. Ormai la Cassazione ha perso la sua funzione nomofilattica. È un giudice di merito.
Quindi serve valorizzare il ruolo degli avvocati?
Certo. Nei Consigli giudiziari. E il ruolo degli uffici "dirimpettai" per fornire ulteriori elementi di conoscenza.
È stato più volte ricordato che le valutazioni positive sono circa il 99,8 per cento...
A parte questo dato, c'è l'esperienza quotidiana. Io faccio l'avvocato e vedo quello che succede nei Tribunali. C'è il magistrato laborioso e quello pigro. Però non esistono filtri efficaci di valutazione.
Il capo ufficio può fare qualcosa?
Ha un ruolo fondamentale. Serve un controllo di gestione di tipo manageriale. Vanno utilizzati parametri di valutazione differenti.
Ad esempio?
Quante sentenze vengono scritte, in quanto tempo, e così via. Sono però tematiche oggi estranee alla cultura tradizionale della magistratura.
Ne ha parlato con il ministro della Giustizia?
Ho già avuto una interlocuzione con la professoressa Marta Cartabia nelle scorse settimane. Ho molta fiducia che si possa giungere una riforma positiva in tal senso.
E sul fronte dello smaltimento dell'arretrato?
Per smaltire l'arretrato le riforme ordinative servono meno. Servono quelle organizzative.
Altro argomento annoso...
È vero. A parità di condizioni non si spiega perché gli esiti siano diversi. Mi riferisco a Tribunali con simili scoperture di organico o medesimi contesti territoriali. Eppure le disparità ci sono.
In che tempi pensate di concludere?
Completeremo il ciclo di audizioni e poi proseguiremo il lavoro nella Commissione. Speriamo di fare in fretta.
di Massimo Donini
Il Riformista, 28 marzo 2021
Uno dei temi più urgenti della riforma del processo penale riguarda il ruolo del giudice per l'udienza preliminare. Attualmente il pubblico ministero ha un potere illimitato di rinviare a giudizio una persona senza veri controlli. Perché nei procedimenti con citazione diretta non è previsto per legge che ci sia un filtro, mentre nei procedimenti con udienza preliminare quel filtro non c'è di fatto, in quanto il giudice per l'udienza preliminare non svolge una attività di vera disamina della congruenza dell'accusa, limitandosi a verificare (in sostanza) che essa non sia manifestamente infondata. L'udienza preliminare diventa così, salvo eccezioni o questioni di puro diritto, una formalità, una autostrada verso il dibattimento che condiziona tutta la cultura dell'accusa e delle stesse misure cautelari.
di Ambra Notari
redattoresociale.it, 28 marzo 2021
A parlare è Michele Traitsis, regista della Compagnia Balamòs Teatro attiva negli istituti penitenziari veneziani: "Per noi, per le persone detenute, per tutto il carcere la continuità delle attività è fondamentale. Oggi mi chiedo: come saremo quando potremo ripartire?"
di Katya Maugeri
sicilianetwork.info, 28 marzo 2021
È un universo parallelo, ignoto e silenzioso. Quello della salute mentale in carcere è certamente un argomento complesso di cui si parla sottovoce. Il lavoro dell'associazione Antigone, per fortuna, continua a mettere in luce le ombre e dà voce ai silenzi e ai diritti umani.
Nel XVII rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia, Oltre il virus, sono presenti degli approfondimenti che raccontano la condizione attuale della salute mentale negli istituti penitenziari e la storia di M. Un detenuto presso il reparto di osservazione psichiatrica "Il Sestante" della Casa Circondariale di Torino.
di Paolo Vites
ilsussidiario.net, 28 marzo 2021
Palamara è stato interrogato per la prima volta davanti al Cms. A porte chiuse. Chi dovrebbe promuovere una riforma del sistema non muove un dito, Luca Palamara, l'ex magistrato espulso dalla magistratura, autore con Allessandro Sallusti del libro "Il sistema", divenuto un caso politico, è stato convocato dalla Prima commissione del Consiglio superiore della magistratura. E l'udienza è stata secretata. "Parlo di fatti e vicende documentati e documentabili, altrimenti non li avrei affrontati. So quello che ho fatto e che il mio impegno dev'essere chiarire come sono andate effettivamente le cose", ha detto dopo l'audizione.
Secondo Frank Cimini, già corrispondente de Il Mattino di Napoli, veterano della giudiziaria e fondatore del blog giustiziami, "Palamara continua a sostenere che tutto quello che ha fatto non lo ha fatto da solo, ma perché gli veniva chiesto, quindi continua a chiamare in causa la magistratura". Parlare di riforma, ci ha detto ancora, "non ha senso, perché quale riforma si può fare contro lo strapotere della magistratura e con una politica sempre più debole divisa sul tema?".
Luca Palamara torna alla ribalta. Questa convocazione da parte del Csm che significato ha? Cosa ne è uscito fuori?
Palamara, scagionando se stesso e cercando di alleggerire le proprie responsabilità che comunque non nega, dice che le cose andavano così da un sacco di tempo e continuano ad andare in modo storto anche adesso che lui non c'è più.
Ha fatto degli esempi?
Ha parlato in particolare degli uffici giudiziari di Roma e Milano. In sostanza fino adesso il suo caso è stato solo la punta dell'iceberg. Per questo ha lanciato un messaggio su quelli che possono essere degli sviluppi immediati. C'è il caso Roma, dove si andrà davanti al Consiglio di Stato dopo che il Tar ha censurato la nomina a procuratore capo di Michele Prestipino, il quale non ha intenzione di lasciare e vuole fare ricorso. Ma si oppone l'attuale procuratore di Firenze Marcello Viola, che si è costituito innanzi al Consiglio di Stato per chiedere il rigetto dell'istanza di Prestipino. La stessa cosa succede a Milano, dove il procuratore Greco aveva chiesto aiuto perché venissero nominati procuratori aggiunti i suoi candidati. Dopo il caso Bruti-Robledo adesso il Csm si guarda bene dal promuovere a procuratori aggiunti dei magistrati che non rientrano nelle grazie della procura proprio perché vuole evitare che si ripetano casi analoghi a quello di Bruti-Robledo.
Di queste cose avrebbe dunque parlato Palamara?
La sua audizione è stata secretata proprio perché lui ha fatto dei nomi, ha parlato di situazioni specifiche ribadendo la sua linea: voi mi avete cacciato ma io non potevo fare da solo quello che ho fatto. Ho fatto cose perché mi è stato chiesto aiuto per farle; facevo parte di un sistema, non ero da solo.
È un sistema che continua a chiudersi a riccio...
È un sistema su cui si dovrebbe agire, ma chi ha la responsabilità di farlo preferisce fare due pagine di intervista su Dante Alighieri (il presidente della Repubblica, ndr) e si limita a dire che bisogna fare riforme. Non è un problema solo di fare riforme, ma di cambiare mentalità e cultura. Non si capisce poi quello che queste riforme dovrebbero essere. Non c'è riforma che possa abolire lo strapotere della magistratura.
Pensa che il nuovo ministro della Giustizia possa intervenire in questo caos?
Il nuovo ministro è partito in linea con quello che aveva fatto alla Corte costituzionale e cioè dare grande attenzione al carcere, al superamento del concetto di carcere come unica soluzione al problema penale. Un ministro da solo può avere tutte le buone intenzioni del mondo, ma può fare molto poco. Spetta al parlamento e alla politica, che però continuano a essere assenti da tutto questo.
Una politica che non sa affrontare il problema giustizia?
Volendo allargare il discorso alla vicenda dei vaccini, vediamo anche lì che la politica è sempre più debole in tutta Europa, subisce i poteri delle multinazionali, che vendono i vaccini a chi li paga di più, non per salvare vite umane.
Il governo Draghi invece?
È un governo dove ci sono insieme visioni della giustizia che hanno interessi diversi. Non è che di idee ne abbiano poi molte, ma hanno interessi contrapposti, con un Salvini che apre bocca solo contro i magistrati quando ce l'hanno con la Lega.
Intanto Davigo ha dovuto accettare il pensionamento con il voto di maggioranza del Csm. È la fine di un periodo storico?
Si è rassegnato, non può avere rivincite formali. Adesso va in tv, scrive editoriali sul Fatto Quotidiano. Ma continua a non spiegare perché in merito alla procura di Roma ha cambiato più volte il suo candidato. Anche lui partecipava ai giochi secondo la convenienza del momento. Adesso è stato scaricato dal Csm, è un pensionato che dice la sua, ma di potere non ne ha più.
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