di Veronica Di Benedetto Montaccini
tpi.it, 24 dicembre 2020
Il panettone fatto a mano dai detenuti è da 10 anni nella top ten del Gambero Rosso. I risultati di questa esperienza sono incredibili: il tasso di recidiva nella prigione di Padova è sceso dal 75 al 5 per cento. Il panettone è il simbolo del Natale. Ma tra le mille marche del dolce con uvetta e canditi, ce n'è una che ha dietro una storia di riscatto e cambiamento: è quello della pasticceria Giotto del carcere penitenziario Due Palazzi di Padova, che da ben dieci anni rientra stabilmente nella Top Ten nazionale Gambero Rosso. Una storia di successo, con 60.000 panettoni fatti a mano dai detenuti venduti in tutto il mondo.
Attualmente nel laboratorio lavorano 40 detenuti, coordinati da quattro pastry chef. Matteo Marchetto, presidente della cooperativa Workcrossing spiega che "gli ultimi mesi sono stati complicati. II carcere è una piccola società dove ci sono molte interazioni: l'università, le iniziative comunitarie, il lavoro. I contatti ora sono ancora più ridotti: i detenuti faticano a vedere i loro cari e chi entra dall'esterno deve prestare molta attenzione. E casi di Covid ce ne sono comunque".
La Workcrossing è nata nel 1992 e ha poi trasferito il laboratorio all'interno del Due Palazzi nel 2005, dopo un progetto pilota di gestione esterna della cucina carceraria nel 2003. Da quindici anni Workcrossing è tra le organizzazioni che si impegnano nella riabilitazione dei detenuti con la cucina. Uno dei pochi casi italiani dove i detenuti delle 195 carceri italiane sono lavoratori regolari: su un totale di 55.000 carcerati, solo 1500 lavorativamente attivi.
Come si può leggere sul sito dell'istituto penitenziario, gli aspiranti chef vengono selezionati in base alle qualità e dopo colloqui conoscitivi e psicologici. Dopo il tirocinio, i detenuti vengono assunti regolarmente con contratto nazionale del lavoro: il primo anno al 65 per cento dello stipendio effettivo, per raggiungere al terzo anno il 100 per cento. Con il salario percepito i detenuti possono comprarsi cibo e vestiti all'interno dello spaccio carcerario o inviare la loro busta paga alle loro famiglie.
"Non riscattano la propria coscienza nel solo tempo presente ma anche per il futuro personale, dei loro cari, nonché nei confronti dello Stato. Ogni carcerato costa allo stato italiano. Dare loro un lavoro retribuito significa renderli cittadini attivi", racconta il presidente della cooperativa. Terminato il loro percorso riabilitativo carcerario, infatti, i nuovi pasticceri possono trovare lavoro all'esterno e continuare a costruirsi una vita normale. Alcuni hanno addirittura aperto la loro attività. I risultati sono incredibili: a livello mondiale il tasso di recidiva all'uscita dal carcere è del 75 per cento, mentre nella cooperativa del carcere di Padova solo il 5 per cento. E non è una questione di panettoni o di "a Natale siamo tutti più buoni". A cambiare la vita di questi detenuti è una ricetta per nulla segreta: una giusta quantità di realizzazione professionale, un mestiere in tasca all'occorrenza e un pizzico di speranza per il futuro.
di Michele Tanzi
primopiano.news, 24 dicembre 2020
72 i detenuti coinvolti in 5 diversi percorsi formativi. I migliori due assunti in prestigiosi ristoranti locali. C'è chi ha trovato la sua passione nella pasta fresca e nel pane fatto in casa. E sogna il proprio ristorante una volta fuori dal carcere. Chi durante la detenzione ha trovato l'orgoglio di saper fare un mestiere perché prima, in 53 anni, era stata "solo una casalinga" e adesso dice di aver avuto "un'occasione per imparare a lavorare e la speranza di continuare il mestiere della cucina una volta fuori".
Se ben organizzato il carcere può davvero diventare un luogo di recupero. In questo senso l'esperienza formativa presso il Nuovo Complesso Penitenziario di Perugia si può dire riuscita. 72 i detenuti coinvolti, di cui 15 donne ristrette presso la sezione femminile.
Gli allievi che hanno frequentato i 5 percorsi formativi per "Addetto alla cucina" (2 edizioni), "Addetto ai servizi di pulizia", "Impiantista elettricista" e "Operaio agricolo", promossi da Frontiera Lavoro, nell'ambito del progetto "Argo: percorsi formativi per il reinserimento dei detenuti", finanziato dalla Regione Umbria attraverso il Fondo Sociale Europeo, sono soddisfatti della loro nuova o migliorata capacità professionale.
E al termine delle 120 ore di lezione i migliori due del corso di cucina sono stati assunti con regolare contratto di lavoro a tempo indeterminato presso prestigiosi ristoranti del territorio perugino. Il corso di cucina, in particolare, è non solo un'occasione professionalizzante, ma anche motivo di incontro e integrazione tra culture. Nell'Istituto penitenziario di Perugia sono infatti presenti molti detenuti stranieri che adesso stanno diventando in un certo senso portavoce della cucina mediterranea e dei piatti della tradizione umbra.
Come Elena, 32 anni romena. "Ho imparato tante cose nuove - racconta -, specialmente riguardo gli ingredienti base della cucina italiana e modi di cottura che prima non conoscevo". O come la sua compagna 26enne toscana Veronica, che però preferirebbe dedicarsi al servizio ai tavoli e dice: "Ora voglio riprendere la mia vita e continuare a fare la cameriera". Tutti i corsisti che hanno partecipato alla formazione sono coordinati da prestigiosi e rinomati docenti.
"Gli allievi, spiega la chef Catia Ciofo, hanno imparato le basi della cucina mediterranea. Dalla pasta fatta in casa ai piatti tradizionali rivisitati. Alcuni non avevano idea della cucina, mentre altri avevano già lavorato nel settore. Tutti hanno affrontato il corso con piacere e ottenendo ottimi risultati. Divisi in piccoli gruppi i partecipanti hanno lavorato in cucina con materiali e prodotti di qualità e al termine di ogni lezione monotematica, la carne, il pesce, l'orto, la pasticceria, i piatti preparati sono stati consumati insieme.
Il cibo è un linguaggio comune e un argomento che tocca trasversalmente tutte le culture e le nazionalità, da qui la scelta di metterlo al centro di un progetto che ha un duplice obiettivo: da un lato, creare le condizioni per una migliore integrazione delle donne detenute e migliorare la loro capacità comunicativa, dall'altro acquisire nuove abilità e competenze tecniche che possano costituire il punto di partenza per modificare il proprio percorso di vita". Il progetto, causa emergenza pandemica, attualmente è sospeso e riprenderà nel prossimo mese di gennaio con il corso per "Impiantista elettricista" in modalità a distanza.
I progetti di inclusione sociale, come quello promosso dalla Regione Umbria, sono utili per persone maggiormente vulnerabili, a rischio di discriminazione, per le quali vengono definiti percorsi personalizzati di accompagnamento al lavoro.
"Il progetto proposto - dichiara il coordinatore Luca Verdolini - ha l'obiettivo principale di fornire le competenze di base sulle diverse professionalità che possono operare in un contesto lavorativo oltre agli insegnamenti fondamentali, propedeutici ad un successivo reinserimento sociale della persona detenuta.
Negare ad una persona detenuta il diritto al lavoro non equivale infatti a sanzionarlo per il delitto che ha commesso ma privarlo uno degli aspetti salienti della vita: la relazione con le persone e con la realtà. L'esperienza lavorativa, infatti, aumenta il grado di stima dei detenuti consentendo una riscoperta della loro dignità, permette il recupero dei legami familiari favorendo una rinnovata socialità e, infine, incide sulla recidiva migliorando i comportamenti individuali e le abitudini sociali. Solo così riusciranno a ricominciare a vivere con dignità".
luccaindiretta.it, 24 dicembre 2020
I due esponenti del Partito Democratico ieri mattina (23 dicembre) sono tornati nella Casa circondariale lucchese per il tradizionale incontro di Natale. Anche quest'anno in occasione del periodo natalizio il capogruppo del Partito democratico in senato Andrea Marcucci è tornato a far visita al carcere lucchese accompagnato dall'assessore regionale Stefano Baccelli. Un'occasione per rinnovare gli auguri al personale e ai detenuti ma anche un momento per riportare al centro dell'attenzione l'ipotesi di un ricollocamento della struttura all'esterno delle Mura e una conseguente riqualificazione dell'area alla luce dei limiti della struttura messi in evidenza dall'emergenza sanitaria.
"Quando ho iniziato con le visite nelle carceri la situazione era critica. Nel tempo questa emergenza è in gran parte rientrata - ha affermato Marcucci. Ogni anno visito diverse volte le carceri italiane ed almeno due volte, quella della mia zona, Lucca. Torno qui perché credo il momento natalizio sia un'occasione di solidarietà importante per ribadire la presenza e l'attenzione dei rappresentanti parlamentari e locali.
All'interno del carcere ci sono condannati e ancora troppe persone stanno dietro le sbarre in attesa di giudizio, una piaga del nostro sistema giudiziario che non riusciamo a correggere definitivamente, quindi l'attenzione della politica deve essere costante. Ma questa può essere anche un'occasione per ipotizzare e rilanciare l'ipotesi di riportare il carcere fuori dalle Mura, per permettere così una sostanziale riqualificazione della struttura".
"Sono anni che accompagno Andrea in questa visita in simbolo di solidarietà per la polizia penitenziaria e per i carcerati che in un momento di pandemia come quello che stiamo attraversando si ritrovano a dover fare i conti con i limiti delle strutture - ha aggiunto Baccelli.
Dobbiamo lavorare su un nuovo progetto per il carcere, anche approfittando delle risorse del Recovery Found. Credo che occorra un carcere più moderno e funzionale, più vivibile. È giunto il momento di liberare questo chiostro come facemmo già con lo spazio di Sant'Agostino per restituirlo alla città, magari costruendo un ostello per la Next Generation. Questa è solo un'ipotesi ma quest'anno potrebbe essere l'occasione giusta per rilanciarla".
di Beatrice Archesso
headtopics.com, 24 dicembre 2020
Il progetto "formativo" nella casa circondariale di Verbania. La pandemia non ha fermato le attività del carcere. L'istituto penitenziario di Verbania ha cambiato faccia all'interno in modo da rendere più accoglienti gli spazi. Un'opera svolta nei mesi scorsi con il coinvolgimento anche dei detenuti. Si è trattato del progetto "Impariamo facendo" che ha visto impegnati cinque carcerati nella tinteggiatura delle aree interne: si è passati dal giallo originario all'azzurro giocando con contrasti blu.
"La riqualificazione ha riguardato tutti gli ambienti - spiega la direttrice della casa circondariale Antonella Giordano -: le sezioni interne, incluse le camere detentive, nonché le zone comuni e quelle dei colloqui. L'iniziativa è stata al tempo stesso un percorso formativo per i detenuti coinvolti perché si è trattato di un lavoro "di restituzione" e hanno avuto modo di imparare una mansione che prima non conoscevano".
Al progetto ha partecipato l'azienda Cipir, che ha donato i colori, e l'associazione "Camminare insieme" con un contributo. Quest'ultima si è anche messa in moto per confezionare sacchetti da donare ai detenuti per Natale: all'interno ci sono "vizi" come caffè, cioccolato e datteri, ma anche cose più utili come gel igienizzante, fazzoletti, mascherine e un mini calendario 2021. Non manca un fiore rosso, richiamo al Natale ma pure delicato omaggio alla gentilezza.
"Non ci siamo fermati" - La direzione dell'istituto penitenziario ha risposto al gesto solidale dell'associazione di Verbania donando ai volontari i frollini realizzati nell'ambito di un altro progetto partito proprio dal carcere: quello della Banda Biscotti, virtuoso esempio di economia carceraria. "Nonostante la pandemia, i detenuti hanno continuato a lavorare nel pieno rispetto di tutte le norme di sicurezza anti contagio.
Alla Banda Biscotti, ma anche altrove dove sono attivi altri inserimenti lavorativi. Nessuno è rimasto senza lavoro" dice Giordano. Rimangono al momento sospese - per evitare rischi di contagio da Covid - solo le proposte culturali che di solito l'associazione Camminare insieme cura all'interno del carcere coinvolgendo i detenuti in iniziative di arte, letteratura, teatro e anche di solidarietà.
di Federica Inverso
ottopagine.it, 24 dicembre 2020
Il ministero di Giustizia ha confermato il provvedimento di soppressione della Casa circondariale. Nessun dietro front da parte del Ministero della Giustizia. Il carcere di Sala Consilina resterà chiuso. Una decisione presa in virtù del fatto che la struttura "non è ritenuta economicamente conveniente per le dimensioni, potendo accogliere meno di 50 detenuti". Già il 27 ottobre del 2015, il ministero aveva chiuso la casa circondariale con un decreto. Avverso al provvedimento, il comune di Sala Consilina, affiancato dall'Ordine degli avvocati di Lagonegro, aveva presentato ricorso al Tar Salerno.
Il Tar Salerno aveva accolto il ricorso ordinando al Ministero della giustizia di rinnovare l'intero procedimento amministrativo, decisione confermata anche dal Consiglio di Stato che, ritenendo illegittima la procedura adottata, aveva di fatto imposto al Ministero di convocare una conferenza di servizi, coinvolgendo anche il comune di Sala Consilina e l'Ordine degli avvocati.
Nel corso della conferenza dei servizi, era anche stato presentato da parte del comune un progetto alternativo in cui sarebbe stato possibile con una spesa di 220 mila euro - a carico del comune stesso - portare a 51 posti la capienza della casa circondariale. Ma il progetto sembrerebbe non esser stato considerato e, a due anni di distanza un nuovo provvedimento ha annunciato la chiusura della struttura carceraria. L'amministrazione di Sala Consilina non vuole, però, darsi per vinta. Il sindaco Francesco Cavallone ha, infatti, deciso di rivolgersi al Tar per chiedere l'annullamento del nuovo provvedimento di soppressione.
La Nazione, 24 dicembre 2020
L'iniziativa delle due associazioni Empatheatre ed Experia. Più di quaranta cittadini di Massa hanno dato voce a racconti, biografie, scritti di detenuti in carcere nella iniziativa "Fuori e Dentro le Mura Online", che ha lo scopo di dare voce a chi non ha voce, organizzata da Empatheatre e da Experia, che cooperano alla realizzazione del laboratorio teatrale nelle case di reclusione di Massa, di Lucca e di San Gimignano.
Il Covid-19 - spiegano gli organizzatori dell'iniziativa - impedisce il contatto e gli assembramenti in presenza, ma non online e così più di 190 persone di tutte le età, da Massa, Lucca, San Gimignano, si sono riprese col proprio telefonino mentre interpretavano le storie di persone recluse, operatori e educatori del carcere, persone della polizia penitenziaria e hanno inviato il tutto agli organizzatori".
"Questi video - proseguono i promotori - resteranno online fino al 27 dicembre 2020 su www.fuoriedentrolemura.it insieme alle testimonianze di operatori dei tre istituti carcerari e a frammenti di repertorio delle iniziative organizzate negli anni precedenti". "Tutto questo - concludono i rappresentanti delle due associazioni - permetterà a tutti quelli che lo vorranno di conoscere più da vicino il mondo del carcere spesso ignorato o considerato solamente per fatti eccezionali di cronaca".
Alto Adige, 24 dicembre 2020
La tradizionale visita al carcere di via Dante annullata causa Covid. Le misure anti-contagio hanno impedito quest'anno la tradizionale visita prenatalizia del vescovo Ivo Muser nella casa circondariale di Bolzano. Ma il vescovo non ha voluto far mancare la sua vicinanza ai detenuti, al personale e ai volontari: ha inviato loro una lettera di auguri accompagnata da un piccolo dono natalizio.
Nella sua lettera monsignor Muser ringrazia dirigenza e personale del carcere, operatori, volontari e il cappellano per l'importante e delicato impegno che svolgono: "La vostra capacità di tendere la mano verso l'altro, di essere pronti all'ascolto e al dialogo, aiuta davvero a cambiare il corso della vita di una persona", scrive tra l'altro il vescovo.
Nel Natale con il Covid si avvertono maggiormente il peso di questo tempo complicato e la lontananza dagli affetti, ma Muser ha parole di incoraggiamento per le persone detenute: "Nessuno è solo. Dio ha speranza per tutti e ha fiducia in tutti. Anche chi ha commesso errori può trovare la forza necessaria per cercare la strada della rinascita e percorrerla giorno dopo giorno", scrive tra l'altro il vescovo.
ortobene.net, 24 dicembre 2020
Alla presenza della direttrice della Casa Circondariale di Badu e Carros, dottoressa Patrizia Incollu, e delle altre cariche dell'Amministrazione Penitenziaria, si è svolta la cerimonia di consegna dei regali per le persone detenute. In quest'anno di pandemia, in cui i normali rapporti tra i volontari del Smom (Sovrano Militare Ordine di Malta) ed i reclusi sono stati condizionati dal distanziamento sociale e dall'impossibilità di un rapporto diretto, l'Ordine ha voluto manifestare la propria vicinanza con un segno di generosità cristiana.
A ciascuna delle 280 persone detenute verrà consegnato un sacchetto regalo contenente: una copia dell'ultima enciclica di Papa Francesco "Fratelli Tutti" (offerta dalla Caritas Diocesana); un rosario costruito a mano dalle Suore Carmelitane del convento di Nuoro; una tavoletta di cioccolato (offerta dall'imprenditore O. Sedda); prodotti per l'igiene ed una confezione di mascherine chirurgiche. Sono stati inoltre donati una ulteriore fornitura di 6200 mascherine ed un riunito odontoiatrico (poltrona del dentista). La partecipazione della Caritas Diocesana e delle Suore Carmelitane vuole rappresentare una testimonianza in cui tutta la comunità cristiana si stringe in un pensiero di fratellanza verso le persone detenute.
"L'Ordine di Malta è attivo da alcuni anni con gli istituti di reclusione di Badu 'e Carros e Mamone", conferma il Delegato Regionale del Smom, Prof Mario Tola Grixoni, "per la donazione farmaci da banco e dispositivi di protezione, accompagnamento e accoglienza durante i permessi, varie iniziative di assistenza alla persona e attività collegate al rinnovo delle patenti, un motivo di speranza per le persone recluse".
Recentemente, nel corso della prima ondata della pandemia, il Smom ha partecipato al progetto "Attivi e Solidali", coordinato dal Comune di Nuoro con il conferimento di derrate alimentari e la facilitazione alle cure sanitarie per le persone in difficoltà. Per ulteriori informazioni sulle attività del Smom è possibile contattare: Antonello Uccula, cell: 3313655168,
di Davide Dionisi
osservatoreromano.va, 24 dicembre 2020
Il Progetto Natività realizzato dalle detenute della Casa di reclusione. La data, 13 aprile 2017, è incisa nelle mura ciclopiche dell'antica fortezza Colonna del carcere di Paliano, in provincia di Frosinone. Un giorno memorabile perché Papa Francesco scelse proprio questa struttura risalente al xvi secolo per presiedere la messa in coena Domini, lavare i piedi agli ospiti, tutti collaboratori di giustizia, e condividere con loro l'inizio del triduo pasquale.
I segni di quella visita sono ancora oggi visibili e chi ha vissuto quei momenti ha continuato nel tempo a rispondere concretamente all'appello che nell'occasione lanciò Francesco: "Se voi potete dare un aiuto, fare un servizio qui, in carcere, al compagno o alla compagna, fatelo. Perché questo è amore". Le occasioni per testimoniare l'impegno assunto sono state diverse.
A cominciare dalla realizzazione della "Croce della misericordia" realizzata dagli ospiti artigiani per inviare il loro messaggio di solidarietà e di vicinanza a tutti i detenuti italiani che patiscono le loro stesse sofferenze. E poi i numerosi incontri di preghiera e le riflessioni sulla Parola di Dio. Qui ha fatto tappa la Croce della Gmg, la Madonna pellegrina ed è stato realizzato un ciclo di trasmissioni della Radio Vaticana intitolate "Il Vangelo dentro".
Poi è arrivato il covid e la vita degli istituti ha subito un brusco stop, le visite sono state sospese, così come tutte le attività trattamentali. Ma a Paliano non è mai venuta meno la volontà di andare avanti, nonostante il dolore della doppia detenzione - quella della condanna e del coronavirus - e, grazie alla disponibilità dell'amministrazione, è stato portato a termine il Progetto Natività, una iniziativa che ha visto protagoniste le donne detenute.
"L'idea ci è venuta all'inizio di gennaio" spiega Anna Angeletti, direttrice dell'istituto del frusinate. "Chi è recluso è in continua attesa. Aspetta il colloquio, il processo, la sentenza, il permesso di scarcerazione, la telefonata dei cari, il turno di lavoro. Tutto questo è un tempo prezioso, soprattutto per le donne che pensano (e attendono) la visita dei figli piccoli da mamme apprensive e premurose quali sono. Per questo ci è venuto in mente di scandire questo tempo, mese per mese, facendo ricorso all'arte e alle opere che rappresentano la Natività. Dodici presepi diversi per tornare a vivere intensamente la maternità".
La direttrice racconta con commozione il giorno in cui sono state comunicate le restrizioni a causa della pandemia. "Era il 9 marzo e mi sono recata personalmente ad annunciare i provvedimenti. Ho visto la disperazione nel volto di una donna, madre di quattro figli e la sua preoccupazione per il loro futuro. Non potevamo abbandonare nello sconforto persone che già stavano pagando un altissimo prezzo a causa del loro passato. Era giusto reagire. Avvicinarsi all'arte è stato per loro un balsamo, una carezza, un messaggio di conforto in un momento drammatico e, al tempo stesso, inedito".
Al di là del tema sacro scelto dalle ospiti, il progetto nasce dunque dall'esigenza di sottolineare e avviare una riflessione sull'essere mamme in carcere, sul ruolo della donna e della famiglia. Il calendario contiene, infatti, anche pensieri e considerazioni delle autrici ispirate alle opere prese in considerazione. "Non dimentichiamo che le condizioni di vita della persona detenuta sono connotate da una distanza relazionale imposta dalla lontananza fisica che mal si armonizza con il bisogno di vicinanza fisica che appartiene ai legami affettivi" rileva Fatima Cesari, responsabile dell'area educativa del carcere.
"Le bambine e i bambini che subiscono, loro malgrado, la separazione forzata da un genitore che ha infranto la legge, soprattutto se piccoli, non hanno gli strumenti per elaborare un distacco che non hanno scelto e che fanno fatica a comprendere. Si vive infatti in una dimensione dell'attesa, connotante l'emozione dei legami genitoriali. Quando è possibile, la certezza dell'incontro rappresenta una base sicura a cui fare riferimento.
In questo ultimo anno - continua Cesari - neanche questo è stato possibile, se non tramite le videochiamate o i colloqui visivi effettuati dietro pannelli di vetro separatori. La certezza della vicinanza affettiva, data dalla realizzazione del calendario che hanno consegnato ai lori figli, è diventato il motore che ha spinto ad affrontare, nel modo migliore possibile, la quotidianità della carcerazione, per cercare di mantenere una costante e continua connessione emotiva. L'operazione è stata quella di sostenere e rinforzare la relazione genitoriale".
Insieme al calendario, le ragazze hanno realizzato anche un presepe fatto con il sapone e un video multimediale che racconta il loro approccio con i quadri d'autore raffiguranti le Natività più belle della storia dell'arte. "Un salto nel passato che ha mirato alla descrizione del dipinto, allo studio del suo autore, dello stile usato, del periodo storico vissuto, accompagnato da cenni alla filosofia dell'arte. Ulteriore finalità del progetto è stato l'approfondimento della genesi, dell'evoluzione del Presepe nel tempo, nonché la simbologia e l'origine delle ambientazioni" riprende la responsabile dell'area educativa di Paliano.
Obiettivo raggiunto, dunque, ad ulteriore conferma che una giustizia veramente a misura d' uomo comporta lo sviluppo della personalità e la valorizzazione del ruolo di materno o paterno pur nella necessità di una giusta pena e in questo, iniziative così, hanno un compito fondamentale. "Ci siamo detti veramente soddisfatti quando ho visto l'espressione di felicità negli occhi lucidi di commozione delle detenute alla vista del calendario che, orgogliose, non vedevano l'ora di consegnare ai loro figli", conclude Fatima Cesari "È stata la dimostrazione del continuo pensiero di amore per i loro piccoli. Mamma c'è, nonostante tutto".
di Rosaria Pirosa
globalist.it, 24 dicembre 2020
Gli internati non sono più detenuti ma vivono una situazione assurda che impedisce il reinserimento. Uno studio con testimonianze mostra una drammatica realtà. Chi ha finito di scontare una pena, e viene ritenuto ancora socialmente pericoloso, può essere internato in un'istituzione da sempre ignorata: la Casa di lavoro. Si tratta nella sostanza di un contesto che rischia - paradossalmente - di chiedere ancora di più del carcere, perché subordina la fine dell'internamento a una condizione di fatto impossibile per chi non ha un lavoro, solidi riferimenti familiari sul territorio o una residenza.
Detenuti, ergastolani definiti "comuni o "ostativi" in relazione alla possibilità di accedere alla liberazione condizionale, ex detenuti, internati nelle cosiddette R.E.M.S (Residenze per l'Esecuzione della Misura di Sicurezza) - che con la legge n. 81 del 30 maggio 2014 hanno sostituito gli ospedali psichiatrici giudiziari - molto spesso, non sono pensati come persone rese vulnerabili e inabili al "reinserimento sociale", ma più comunemente come "soggetti socialmente pericolosi".
Sugli internati nelle case di lavoro presenti nel territorio nazionale, tuttavia, non incombe neppure questa etichetta, ma solo gli effetti incapacitanti di una misura di sicurezza detentiva, che tutt'ora, attraverso la previsione di cui all'articolo 216 del codice penale vigente, permane nell'ordinamento giuridico italiano, pur essendo stata introdotta nel lontano 1930 in pieno regime fascista.
Risponde all'esigenza di portare alla luce questa parte di realtà per la gran parte sconosciuta o ignorata, l'opera curata da Francesco De Vanna "Misure di sicurezza e vulnerabilità: la 'detenzionè in Casa di lavoro" (Mucchi, 2020, collana "Prassi sociale e teoria giuridica"), che mette a tema - a partire da una tavola rotonda organizzata, il 17 febbraio 2020, dal Crid - Centro di Ricerca Interdipartimentale su Discriminazioni e vulnerabilità presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell'università di Modena e Reggio Emilia - quella che nell'ordinamento giuridico italiano rischia di assumere la forma di un "ergastolo bianco", ovvero l'assegnazione alla casa di lavoro.
Più precisamente un "ergastolo traslucido" o "invisibile", fuori dallo sguardo della società e delle istituzioni come le chances e le esistenze di coloro che vi rimangono trattenuti. L'associazione di una pena - l'ergastolo - ad una misura di sicurezza detentiva - l'assegnazione alla casa di lavoro - sotto un profilo strettamente giuridico, potrebbe suonare come un'espressione atecnica e, in generale, eccessiva. L'esperienza degli internati, che viene restituita con attenzione e rispetto nel libro, dimostra il contrario: sono ben cinque le testimonianze raccolte.
"Si entra dopo aver completamente scontato la pena, quindi agli occhi di chi non se ne intende, potremmo semplificare che sei un ex-detenuto ancora detenuto. Ecco, quindi l'altra ipocrisia: diventi 'internato', ed è proprio questo che frega perché quei pochi benefici possibili in carcere spariscono. Sei internato? Allora non sei più ufficialmente 'detenuto', ma resti in un carcere che si chiama, però, Casa di lavoro" (da La voce di un internato).
"Ero l'unico a non essere mai stato in carcere e se qualcuno mi avesse fatto capire "cos'è una Casa di lavoro", sarei corso in comunità. Nessuno mi ha fatto presente che è una "struttura carceraria" in cui, per di più, il lavoro dovrebbe essere obbligatorio. Se si pensa che io sono riconosciuto inabile al lavoro al 65 % per cui percepisco pure una pensione, questo potrebbe suonare quasi come una ulteriore beffa" (da "La voce di Vittorio", deceduto subito dopo la fine dell'internamento).
"Il lavoro? Nessun lavoro particolare se non i soliti di ordinaria amministrazione che si fanno in qualsiasi carcere (pulizie, scopino, spesino, cucina...ecc). Pochi eletti, a turno, nell'azienda agricola interna. Io mai stato scelto" (Da "Le voci di Marco e Pasquale", ex internati).
La distinzione tra la pena detentiva scontata e l'internamento nella casa di lavoro - il cui presupposto applicativo, oltre all'istanza di difesa sociale dovrebbe essere la "cura" - non sussiste se non quando risulta evidente a chi è vi è ristretto che l'unica via per uscire dal circuito penale para-carcerario è "l'autosufficienza" rispetto alla costruzione di un progetto per il proprio reinserimento sociale.
Il libro curato da De Vanna - che dopo la prefazione di Thomas Casadei e Gianfrancesco Zanetti fondatori del Crid, raccoglie i contributi del Presidente emerito della Corte costituzionale Valerio Onida, del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Milano Francesco Maisto ma anche quelli di Emilio Santoro e Tatiana Boni, nonché le testimonianze di Fedora Martini e Roberta Elmi e, come si è accennato, anche di ex internati o di persone tutt'ora internate - offre un importante occasione per tornare a discutere di misure di sicurezza dopo la conclusione dei lavori degli Stati Generali sull'esecuzione penale (19 maggio 2015 - 5 febbraio 2016). Il volume indica con molta chiarezza la necessità di una riforma istituzionale, ma attraverso un approccio che sostiene le ragioni di questa urgenza respingendo la marginalizzazione delle persone considerate marginali e che volge la ricerca scientifica, in generale, e la riflessione giusfilosofica, in particolare, al raggiungimento di tale obiettivo.
Chi leggerà il libro comprenderà che la pericolosità sociale può essere anche un costrutto mantenuto per puntellare un "fine pena forse", che alla stregua di "un fine pena mai", sgretola ogni progettualità esistenziale. E riceverà l'impressione che la vulnerabilità non sia soltanto uno stato comune a tutti gli esseri umani o una caratteristica attribuibile ad alcune categorie di persone, ma anche il risultato di specifiche condizioni di vita (o, di fatto, di non vita).
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