di Davide Varì
Il Dubbio, 28 marzo 2021
Le linee guida per i magistrati. Patroni Griffi: "Necessario un uso sobrio dei social media". Sono state approvate nel corso del Plenum del Consiglio di Presidenza della Giustizia amministrativa le prime linee guida "sull'uso dei mezzi di comunicazione elettronica e dei social media da parte dei magistrati amministrativi".
La delibera - come ha sottolineato il Presidente del Consiglio di Stato Filippo Patroni Griffi, nel corso del dibattito in Cpga - vuole fornire "regole di comportamento condivise, frutto del comune sentire della magistratura amministrativa. Non si tratta di un orientamento culturale, vogliamo semplicemente sensibilizzare la nostra categoria su un uso sobrio dei social media, che vanno utilizzati con cautela.
Siamo la prima magistratura a riflettere sul tema e ad auto disciplinarsi. Le linee guida non intendono introdurre limiti alla libera manifestazione del pensiero del singolo magistrato, ma sono un richiamo alla consapevolezza all'alto ruolo istituzionale della magistratura che non può essere smarrito in nessun momento della vita quotidiana, in coerenza con i codici etici e con le linee di indirizzo della Rete europea dei Consigli di Giustizia (Encj) sull'uso dei social".
"Il testo invita alla consapevolezza della grande opportunità ma anche dei grandi rischi a cui i magistrati sono esposti quando utilizzano i social; primo fra tutti quello della perdita di controllo delle informazioni che si immettono in rete, per evitare i rischi di condivisione online di informazioni personali e dati sensibili", ha aggiunto il presidente.
Stando alle linee guida, "i magistrati amministrativi utilizzano i social media, quale forma della libertà di manifestazione del pensiero, nel rispetto dei canoni di comportamento da essi esigibili, anche nella vita privata, secondo i codici etici dei magistrati amministrativi e le vigenti norme disciplinari, al fine di salvaguardare il prestigio e l'imparzialità dei singoli magistrati e della giustizia amministrativa nel suo insieme e la fiducia di cui sia i singoli che l'Istituzione devono godere nell'opinione pubblica. I magistrati amministrativi fanno un uso dei social media ispirato a parametri di consapevolezza dei rischi e dei vantaggi derivanti dall'utilizzo di tale forma di comunicazione, e di assunzione di responsabilità individuale per comportamenti e dichiarazioni divulgati con tali mezzi".
I magistrati amministrativi "possono utilizzare i social media, nella propria vita privata, anche attraverso pseudonimi, a condizione che l'uso di uno pseudonimo non costituisca un espediente per porre in essere comportamenti illeciti". L'uso dei social media deve avvenire in maniera tale "da garantire il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali di tutti i consociati, nonché da salvaguardare la dignità, l'integrità, l'imparzialità e l'indipendenza del singolo magistrato, della magistratura amministrativa e delle istituzioni che la rappresentano".
I magistrati amministrativi "adottano elevati parametri di continenza espressiva, utilizzando un linguaggio adeguato e prudente rispetto a tutte le interazioni in essere sulle piattaforme di social media, nonché con riferimento al rischio della perdita di controllo del o dei contenuti immessi ed alla tipologia di contenuto oggetto di pubblicazione e diffusione".
Tra gli obblighi vi è quello di non comunicare con le parti, i loro rappresentanti o il pubblico in generale con riferimento a casi e controversie di propria competenza e non utilizzare i social media come strumento di pubblicità di proprie attività economiche extraistituzionali. "Le amicizie e connessioni sono create o accettate on line da parte dei magistrati ammnistrativi nel rispetto dei principi generali di diligenza e precauzione. Le amicizie sui profili social non costituiscono un elemento di per sé rilevante a manifestare la reale consuetudine di rapporto personale richiesta ai fini delle incompatibilità, la cui disciplina, di carattere tassativo, è prevista unicamente nell'art. 51 c.p.c. Le amicizie e i contatti sui social network e media, pur non equiparabili a quelli della vita reale, quando concernono persone coinvolte nell'attività professionale del magistrato devono essere contenute ovvero evitate, allorché essi possano incidere sulla sua immagine di imparzialità".
di Riccardo Mazzoni
Il Tempo, 28 marzo 2021
Qualcosa si muove sul fronte della giustizia, anche se c'è il rischio che l'appello del Capo dello Stato per velocizzare la riforma si scontri con le contraddizioni di una maggioranza eterogenea su tutto, ma che nella contrapposizione tra giacobini e garantisti trova sicuramente la più insidiosa pietra d'inciampo.
Nella Costituzione materiale che si è affermata da Tangentopoli in poi, l'equilibrio dei poteri è palesemente saltato a beneficio dell'ordine giudiziario e dei suoi terminali mediatici, con la politica relegata a un ruolo più succube che subalterno. Per cui anche le rivelazioni di Palamara, una bomba atomica che in qualsiasi altra democrazia occidentale avrebbe aperto un vero e proprio scandalo di Stato, qui hanno avuto l'effetto di una pisola ad acqua, provocando solo qualche dimissione marginale ma lasciando intatto il sistema.
La riforma del Csm, ad esempio, che dovrebbe spazzare via il peso abnorme delle correnti, è ancora in gestazione e sembra la montagna che sta per partorire un topolino, perché lo spirito di corporazione ha finora prevalso sulla necessità di voltare pagina. Riportare la giustizia italiana nell'alveo del dettato costituzionale, dopo i ripetuti strappi del ministro Bonafede a partire dal "fine processo mai", sarebbe una urgenza democratica, ma vanno anche superate le contraddizioni della riforma dell'88 che ha lasciato troppe zone grigie fra processo accusatorio e inquisitorio, un ibrido che ha spalancato le porte allo strapotere dell'accusa.
Ora ci sarebbe una duplice strada obbligata: il ripristino effettivo del principio di non colpevolezza e il ritorno al giusto processo di ragionevole durata. Così come nel processo civile vanno garantiti in tempi non biblici i diritti dei singoli e la competitività del Paese Riformare la giustizia in questo Parlamento sembra una missione impossibile, visto che la Camera non riesce nemmeno a recepire la direttiva comunitaria sulla presunzione di innocenza a causa del niet grillino.
Ma sarà difficile ignorare la sentenza della Corte di giustizia europea sulle intercettazioni, che ha posto limiti inderogabili alle incursioni delle Procure nei dati privati dei cittadini. Togliendo al pubblico ministero la possibilità di acquisire liberamente i tabulati e le chat, la sentenza ha opportunamente rimesso al centro delle indagini preliminari la presenza di un giudice imparziale, in linea con i principi espressi dalla Consulta ma in aperto contrasto con l'uso indiscriminato dei trojan introdotto dal governo Conte.
Il metodo Cartabia - mediare e rinviare - per ora ha avuto successo, ma saranno cruciali i prossimi mesi per verificare se porterà qualche risultato. Intanto la ministra ha messo sul tavolo una proposta coraggiosa, che da sola avrebbe effetti dirompenti sulla casta intoccabile dei magistrati: quella delle valutazioni di professionalità delle toghe basate su produttività e qualità delle scelte, che sono già previste ma solo formalmente, perché nel 99,6% dei casi sono immancabilmente positive. La pagella sarebbe un'inversione di rotta epocale rispetto al metodo Palamara e all'istinto di conservazione di una corporazione intoccabile.
di Matteo Indice
Il Secolo XIX, 28 marzo 2021
Nelle carceri genovesi, potenziale polveriera, sono riusciti a mantenere la bolla: nessun contagio al momento fra Marassi e Pontedecimo (in Valpolcevera si oscilla tra 0 e 1 di giorno in giorno), dove tra detenuti e personale dell'amministrazione penitenziaria si superano le 1.500 persone. Soprattutto: entro una settimana dovrebbe iniziare la vaccinazione dei reclusi, passaggio nodale per scongiurare focolai incontrollabili e però fisiologicamente controverso.
"Contiamo - spiega Marco Salvi, direttore della struttura sanitaria creata per fronteggiare l'emergenza Covid in entrambi gli istituti - di concludere a brevissimo le somministrazioni al personale. A quel punto saranno maturi i tempi per il siero ai detenuti e capisco che in molti restino perplessi davanti a una campagna che mette in sicurezza figure particolari, mentre numerosi anziani ancora non lo sono. Ma attenzione: sebbene l'età media di metà della popolazione carceraria sia inferiore ai cinquant'anni, molti di loro hanno problemi di salute e soprattutto sono difficilmente controllabili all'esterno, dove rischiano di trasformarsi in veicoli".
I dati più aggiornati riferiscono di 644 detenuti presenti a Marassi: gli stranieri sono più della metà, 355, e la capienza regolamentare sarebbe 521. A Pontedecimo sempre i detenuti sono in vece 149 (70 donne), gli stranieri 76 e i posti disponibili sulla carta non più di 96.
"Se si diffonde l'infezione in questi luoghi- prosegue Salvi - monitoraggio e contenimento diventano proibitivi, e la percezione del carcere come luogo chiuso e impermeabile va scardinata. Si alternano educatori, avvocati, magistrati, fornitori. Il primo paziente positivo lo abbiamo registrato a causa del contatto con un legale, avvenuto nel corso di un interrogatorio". La difesa del fortino si materializza con tamponi all'ingresso e dopo dieci giorni "e solo a quel punto si dà via libera all'attività sociale; ma è chiaro che gli spazi compressi non aiutano e impongono accertamenti capillari".
Il capitolo vaccini, allora. Nei penitenziari si usa AstraZeneca e si è scelto di non andare oltre le trenta somministrazioni quotidiane agli agenti. Ancora Salvi: "L'obiettivo è quello di non scoprirsi nel caso in cui si manifestino effetti collaterali: con troppi poliziotti eventualmente out per l'insorgere di febbre o malesseri, diventerebbe difficile gestire strutture così delicate".
La necessità del richiamo imporrà un particolare screening pure nell'elenco dei detenuti, con precedenza per chi dovrà trascorrere almeno 12 settimane in cella, altrimenti il combinato prima dose-richiamo non si completa. Spiega quindi Donato Capece, segretario generale del Sappe (Sindacato autonomo della polizia penitenziaria), il più rappresentativo della categoria: "In un quadro nazionale nel quale si assiste a un aumento dei contagiati dal coronavirus tra detenuti (sono oggi 576, 116 in più rispetto al primo marzo) e agenti (738, 59 dei quali sintomatici, rispetto ai 562 d'inizio mese), a Marassi e Pontedecimo la situazione è costantemente monitorata e sotto controllo".
È inoltre stabile il numero dei positivi asintomatici nella Penitenziaria. "Soltanto due i casi, entrambi a Marassi. Il nostro auspicio è che si arrivi quanto prima alla copertura dell'intero personale, con ogni garanzia e sicurezza.
Per il Sappe - insiste Capece - resta indispensabile il tracciamento costante, attraverso una regolare programmazione di tamponi molecolari. Serve inoltre una congrua dotazione di dispositivi di protezione, come guanti, occhiali, visiere, maschere facciali filtranti e copri-scarpe, a tutela dei poliziotti, degli altri operatori e degli stessi detenuti: è palese che la promiscuità nelle celle favorisca la diffusione delle malattie infettive".
La direttrice del principale penitenziario genovese è Maria Isabella De Gennaro, che da pochi giorni ha lasciato la reggenza di Pontedecimo a Paola Penco. E proprio dalla direzione delle Case Rosse ribadiscono come l'attuale risultato sia frutto d'un lavoro certosino condotto ormai da oltre un anno, in piena sinergia con Asl e personale amministrativo (è stata programmata una sessione di recupero per i dipendenti, che hanno aderito alla vaccinazione per oltre l'80%).
Non tutti gli istituti italiani sono nelle condizioni di Genova. L'ultimo report del ministero della Giustizia individua una serie di centri con oltre 20 detenuti positivi: Catanzaro (50), Pesaro (46), Chieti (25), Bollate (30), Pavia (25), Asti (39) e Volterra (63).
di Rossella Grasso
Il Riformista, 28 marzo 2021
"Quando l'ho visto nella videochiamata mi ha detto che gli facevano male le costole per le botte. Mi ha anche fatto vedere i lividi sul collo". Gilda Di Biasi dopo l'ultima videochiamata del 26 marzo con il marito Salvatore Basile, 29 anni, ha subito denunciato tutto ai Carabinieri del Rione Traiano di Napoli.
"Scontano le loro colpe con il carcere, non devono pagare con la vita", ha detto. Gilda racconta che il 19 marzo il marito, detenuto a Secondigliano già da 5 anni, è stato trasferito al carcere di Trapani. "È stato trasferito perché all'inizio di febbraio mi ha chiesto di registrare una videochiamata in cui denunciava la situazione in cui stavano i detenuti in quel periodo". Il video circolò rapidamente tra i familiari dei detenuti creando non poca ansia e qualche tensione all'interno del carcere.
"Salvatore durante la video chiamata mi ha detto che da quando è arrivato al carcere di Trapani è in isolamento sanitario - racconta la donna preoccupata per il marito. Mi ha detto che tutti i giorni è vittima di percosse da parte della Polizia Penitenziaria. Gli danno schiaffi e pugni, tanto che gli fanno male le costole. Mi ha fatto vedere la parte destra del collo tutta arrossata e viola". Il suo racconto è tutto riportato nella denuncia che ha fatto ai carabinieri. Ma c'è anche un'altra questione che preoccupa Gilda: "Salvatore sta sempre con la stessa tuta del Napoli addosso dal 19 marzo - racconta - non gli portano vestiti, coperte e nemmeno la carta igienica. Mi ha detto che da quando è arrivato gli hanno dato solo una barretta da mangiare".
Nel video, raccolto dal Riformista ai primi di febbraio, Salvatore raccontava di essere chiuso in cella dal 17 novembre, dopo aver contratto il Covid. "Quindici giorni fa c'è stata una persona con il Covid e ci tengono chiusi in stanza. Dicono che è per prevenzione del Covid. Ma siamo stati tutti insieme eppure chiudono in stanza solo noi della quarta sezione", diceva nel video.
E ancora: "Uno dei poliziotti penitenziari ci ha minacciati dicendo che dobbiamo stare in stanza senza protestare. Questo è un abuso. Vogliamo pagare per gli errori che abbiamo commesso nelle nostre vite e non chiediamo sconti, ma vogliamo che la nostra dignità non venga calpestata.". "Vi faccio vedere la sezione - aveva detto - casini non ce ne sono, ci minacciano inutilmente. Noi abbiamo sbagliato e siamo qui per pagare ma non vogliamo farlo con la dignità che è la cosa più importante per un uomo".
"Spero che Mattarella o il ministro della Giustizia vengano a vedere come siamo messi in questi carceri - continuava il video - Dicono che le prigioni sono come alberghi ma non è così". E mostrava la sua cella e soprattutto il bagno, senza finestra e con l'aeratore che diceva essere rotto. "Spero che il mio appello possa arrivare lontano", concludeva.
di Claudio Comirato
Corriere Adriatico, 28 marzo 2021
Si tagliano le vene dopo aver saputo del dramma di un detenuto marocchino, deceduto nel cuore della notte precedente. Quello di ieri è stato un pomeriggio pieno di tensione al carcere di Montacuto dove quattro detenuti di origini marocchine e tunisine si sono tagliati con delle lamette la parte esterna delle braccia.
Un gesto autolesionistico molto probabilmente collegato al decesso di un ragazzo di origini marocchine morto per cause naturali nella notte compresa tra venerdì e sabato. Sta di fatto che i quattro molto probabilmente si sono messi d'accordo in mattinata e nel tardo pomeriggio, in contemporanea, hanno messo in scena questa protesta. Ad accorgersi di quello che stava accadendo è stato il personale della polizia penitenziaria in servizio all'interno del carcere che ha subito avvertito il personale medico presente all'interno della struttura.
Nel frattempo era stata allertata anche la centrale operativa del 118 che ha inviato sul posto l'automedica, due mezzi della Croce Gialla di Ancona e una terza ambulanza della Croce Rossa. I quattro magrebini, una volta medicati e assistiti dal personale medico e infermieristico, sono stati caricati nelle tre ambulanze e trasportati con un codice di media gravità al pronto soccorso dell'ospedale regionale di Torrette. Mezzi di soccorso che durante il trasferimento sono stati scortati dal personale della polizia penitenziaria.
Una volta in ospedale ai quattro sono stati applicati alcuni punti di sutura, essendo le ferite superficiali. Non è la prima volta che al carcere di Montacuto accadono fatti del genere. A gennaio un 34enne di origini tunisine si era procurato delle ferite con alcune lamette arrivando anche ad aggredire due poliziotti, mentre nel novembre del 2019 un altro detenuto si era cucito labbra e palpebre riuscendo ad ingerire anche due pile.
di Elena Del Mastro
Il Riformista, 28 marzo 2021
Quando il perdono vale più di una pena. La storia di Matteo, che vuole aprire una Comunità. Matteo Gorelli ha 29 anni ed è un educatore della comunità Kayròs guidata da Don Claudio Burgio. È giovanissimo ma la sua storia racconta quanto il perdono può essere una lezione più grande di qualsiasi altra pena. Protagoniste insieme a lui sono sua mamma, Irene Sisi e Claudia Santarelli, la moglie del carabiniere che uccise in una notte di follia.
Il nome di Matteo è legato a un'orribile pagina di cronaca nera: l'omicidio del carabiniere Antonio Santarelli, 43 anni, la notte del 25 aprile 2011. Matteo era a bordo di un'auto con altri 4 adolescenti di ritorno da un rave party dalle parti di Grosseto. Due carabinieri li fermarono per un controllo. Matteo era appena 19enne, il più grande della comitiva. Risultò positivo al test delle sostanze per cui gli fu ritirata la patente. Preso da un momento di collera, scattò la violenza sui due carabinieri a colpi di calci e spranghe. Uno dei due perse un occhio, l'altro, Antonio, finì in coma e morì un anno dopo.
Matteo ricorda perfettamente la data: "L'11 maggio 2012, il giorno più brutto della mia vita. Ho pensato che il gesto che avevo compiuto, per quando potessi sforzarmi di rimediare, conteneva l'irreparabile", ha detto intervistato dal Corriere della Sera. Finì in carcere a Bollate. Ed è qui che inizia la seconda vita di Matteo. Ha preso una laurea in Pedagogia alla Bicocca con 110 e lode e si è iscritto per una seconda laurea in Economia. Intanto gode dei permessi di lavoro con cui ogni giorno va alla comunità Kayròs dove è educatore. Lavora a stretto contatto con minori in area penale e con loro ha un bellissimo rapporto.
Insieme a tre ragazzi (Chiara, Yassa e l'ultimo si chiama proprio Antonio) ha appena vinto un bando della Scuola dei quartieri del Comune: il loro progetto, Attitude Recordz, prevede un nuovo centro giovanile che previene la devianza e dove si insegnerà la musica, la scrittura, il video-making, la poesia. "Stiamo cercando una sede e una sala di registrazione che ci ospiti", ha detto con entusiasmo Matteo. In 10 anni è una persona nuova, vive di sogni e si impegna a realizzarli, aiutando chi ora è quello che lui è stato tempo fa.
Tutto questo lo deve a due donne coraggiose che non lo hanno mai lasciato solo: Irene, sua mamma e Claudia, la moglie del carabiniere che uccise. All'inizio fu Irene ad avvicinarsi a Claudia per aiutare suo figlio a capire l'errore fatto: "Ero gli occhi e le orecchie di Matteo, mio figlio doveva vedere e ascoltare le vittime, per potersi pentire fino in fondo. Lui era recluso in carcere, così andavo io da loro", ha raccontato al Corriere della Sera. Claudia negli anni lo ha perdonato, quasi adottato. "Forse non è un caso che quella notte abbia incontrato proprio il mio Antonio. Credeva con tutto se stesso nel recupero degli adolescenti, per questo faceva il carabiniere. Pensando a come questo ragazzo è diventato oggi, un senso a tutto questo ora lo trovo", ha detto Claudia.
ildispaccio.it, 28 marzo 2021
"Con sentimenti di soddisfazione, si constata che, nella giornata odierna sono iniziate le vaccinazioni per la popolazione detenuta presso la Casa circondariale di Crotone. Circa una sessantina di persone recluse hanno avuto la prima dose di somministrazione vaccinale". È quanto afferma in una nota Federico Ferraro, garante delle persone detenute o private della libertà personale del Comune di Crotone.
"La preoccupazione e la doverosità dell'inclusione nel piano regionale anti Covid per la Calabria, espressa sia nell'appello lanciato dal Garante regionale per la Calabria dei detenuti Avv. Agostino Siviglia, e poi dal Garante comunale di Crotone Avv. Federico Ferraro, ha trovato concreta e fattiva risposta nelle prime vaccinazioni in corso. Si esprime ugualmente soddisfazione per l'avvio delle procedure di somministrazione su cui si è soffermato il neocommissario all'emergenza; il Generale Francesco Paolo Figliuolo, considerando i detenuti tra le categorie prioritarie in quanto soggetti in condizione di particolare vulnerabilità, a motivo delle restrizioni alla libertà personale e dunque al distanziamento e movimento in spazi delimitati.
L'attenzione ed il monitoraggio sulla problematica continuerà ad essere comunque costante considerato che, a livello nazionale, la positività al Covid risulta in aumento nelle carceri. Secondo il report settimanale del monitoraggio del Ministero della Giustizia su Carceri e coronavirus, su un totale di 52.572 presenze in cella, sono 576 i detenuti attualmente positivi al Covid, mentre 7 giorni fa risultavano essere 458. In aumento purtroppo sono anche i casi di positività tra gli agenti: 738 su un organico di 36.939 unità, a fronte dei 659 rilevati la scorsa settimana.
di Leonardo Fiorentini
Il Manifesto, 28 marzo 2021
Quest'anno ne occorrerebbero 3 tonnellate ma la produzione nel polo farmaceutico fiorentino è al palo. Allarme degli operatori sanitari. La carenza dei farmaci potrebbe essere risolta dando seguito a una norma del 2017. Tre tonnellate. Questo il fabbisogno italiano di cannabis terapeutica per l'anno in corso (insieme a San Marino e Città del Vaticano) previsto dall'Incb (International narcotics control Board), il cane da guardia delle convenzioni internazionali sugli stupefacenti. In aumento del 50% sull'anno precedente, oltre il doppio di quanto previsto nel 2018. Peccato che probabilmente a fine anno si farà fatica a raggiungere i 1000 kg di cannabis dispensata effettivamente. In Italia la cannabis terapeutica è ormai un miraggio per troppi pazienti.
Sono 16 le Regioni in cui, negli ultimi 60 giorni, ci sono stati problemi di approvvigionamento di cannabis terapeutica, come documentato dagli stessi pazienti su monitorcannabis.it. Del resto, basta farsi un giro nei gruppi specializzati sui social per incappare in messaggi disperati di malati che non trovano la tipologia prevista dal piano terapeutico e rischiano di interrompere la terapia. Un problema irrisolto che persiste oramai dal 2017, nonostante gli impegni e le norme di legge.
"Sto diventando matto, decine di telefonate e centinaia di messaggi di pazienti che non trovano la preparazione che ho prescritto e sono giustamente in ansia per la loro terapia", ci racconta fra un turno e l'altro Francesco Crestani, medico anestesista e presidente dell'Associazione Cannabis Terapeutica che festeggia quest'anno il ventennale. "Ciclicamente manca la materia prima, ed ora è il caso della Fm2 (la varietà prodotta dallo stabilimento farmaceutico militare di Firenze, ndr) che non si trova più. Per me, che avevo dato fiducia alla produzione italiana, suona come una beffa". Il problema non è solo la ricetta: "Sì certo tocca rifare le ricette, ma questo è il minore dei mali. Bediol e Fm2, pur essendo titolati con analoghe percentuali di Thc, sono farmaci diversi perché provengono da piante diverse. Bisogna ricalibrare le dosi, a volte rifare interi piani terapeutici. Questo significa spesso tornare dallo specialista, con un aggravio di tempo e di costi per i malati".
E poi c'è il problema della Circolare ministeriale del 23 settembre 2020, che di colpo ha escluso alcuni tipi di preparazioni. "La circolare ha creato notevoli problemi - ricorda Crestani - ad esempio vietando il collirio per il glaucoma, che è stata una delle prime applicazioni della cannabis medica e che permetteva a chi non risponde ai farmaci tradizionali di tenere sotto controllo la pressione oculare. Bastavano un paio di gocce, con effetti collaterali nulli". Una circolare che "non ha alcun senso dal punto di vista scientifico e normativo", conclude Crestani, ma che nonostante le segnalazioni al ministro Speranza da parte della società civile ed un digiuno con quasi 400 adesioni in corso, non è stata ancora ritirata.
Sulla Circolare ministeriale Marco Ternelli, farmacista galenico ed uno dei punti di riferimento per la preparazione di cannabis terapeutica in Italia, è chiaro. "È un disastro. La spedizione non è più possibile, così alcuni pazienti si sono organizzati con gruppi per prelevare in blocco una serie di ricette. Ma la maggior parte rimane scoperta". E ancora: "Abbiamo sospeso colliri, creme, e tutte le preparazioni non per via orale. Questo ha causato la disperazione di tanti malati". In assenza di qualsiasi riscontro da parte del ministero della Salute alle sollecitazioni, i farmacisti hanno incaricato gli avvocati: "I primi di maggio abbiamo udienza al Tar del Lazio per il ricorso che ho presentato insieme ad altre 12 farmacie", annuncia sconsolato Ternelli.
Dal suo laboratorio, Ternelli conferma poi i problemi di approvvigionamento: "Il 2021 è iniziato malissimo. Prima fornitura solo il 10 febbraio, che ha dovuto coprire una carenza dei 2 mesi precedenti per cui si è esaurita subito. Poi più nulla. La prossima fornitura è attesa per dopo Pasqua, e si preannuncia una riduzione dei quantitativi dall'Olanda". Le prospettive per l'anno in corso sono quindi pessime: "Anche perché va a scadere l'appalto di importazione straordinaria del 2019 (vinto dalla canadese Aurora) che comunque è stato utilizzato con il contagocce". E la produzione italiana? "I militari da novembre non hanno più Fm2 - riporta Ternelli - e la prossima fornitura, inizialmente annunciata a marzo, si dice che arriverà effettivamente a maggio".
E proprio la produzione italiana è il grande interrogativo. Pur avendo avuto finanziamenti e autorizzazioni per arrivare a produrre fino a 500 kg l'anno, la produzione dello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze è al palo. I dati ufficiali dal sito del ministero della Salute sono sconfortanti: nel 2017 lo Stabilimento avrebbe prodotto e distribuito circa 60 kg, nel 2017 e 2018 in media circa 150. Come sottolinea però Ternelli "fra la quantità distribuita c'è anche la cannabis importata con il bando straordinario": quindi l'effettiva produzione nazionale si fermerebbe a soli 60 kg nel 2018 e 140 nel 2019. Nemmeno il 5% del fabbisogno teorico del 2021.
Ma la soluzione esiste ed è legge sin dalla conversione del decreto fiscale 2017: autorizzare anche altri soggetti, pubblici o privati, a coltivare e produrre cannabis terapeutica. Ne gioverebbero i pazienti in primis, ma anche tutto il Paese che così potrebbe disporre di un prodotto di qualità a costi inferiori rispetto a quello importato. Un Paese che storicamente la cannabis l'ha sempre coltivata e che, un secolo dopo, potrebbe tornare ad esserne esportatore, aprendo la strada ad una nuova filiera in un settore ad alta specializzazione e forte espansione globale. Anche l'Onu a dicembre ha rotto il tabù, riconoscendo il pieno valore terapeutico della cannabis: se ne accorgeranno a Palazzo Chigi?
di Dafne Roat
Corriere del Trentino, 28 marzo 2021
Alcuni rinunciano: "Non siamo privilegiati". Personale amareggiato. Il disappunto degli avvocati. L'azienda: erano già nel piano. "Il comparto giustizia non va avanti solo con i magistrati". Il disappunto degli avvocati è espressione chiara del clima di amarezza e malcontento che ieri si respirava a palazzo di giustizia. La decisione dell'azienda sanitaria di smarcarsi dal piano di Draghi, applicando il precedente del governo Conte e procedendo alla vaccinazione dei magistrati e non del personale che lavora all'interno dei tribunali, ha scatenato un terremoto nei palazzi della giustizia. Anche alcuni magistrati, pm e giudici, dopo aver saputo che i cancellieri, gli amministrativi e tutti gli altri lavoratori che ogni giorno danno il proprio contributo per il buon funzionamento della giustizia a ogni livello non erano compresi nel piano, hanno deciso di fare un passo indietro e rinunciare alla somministrazione del siero, prevista per ieri e oggi.
Sono queste le due giornate scelte dall'azienda sanitaria per la vaccinazione di tutti i magistrati trentini, sia del Tribunale ordinario che di quello amministrativo, Corte dei Conti e anche giudici di pace. Sono un centinaio circa. "La categoria dei magistrati non è migliore delle altre o della media dei cittadini italiani", scrive in un post il pm Pasquale Profiti.
"Abbiamo preso consapevolezza che le prenotazioni comunicateci erano solo per noi, per i magistrati, con esclusione di chi ci lavora a fianco, il personale amministrativo, spesso con maggiore esposizione a rischio", continua. Un gesto di responsabilità e grande rispetto verso persone che ogni giorno si spendono al fianco dei pubblici ministeri e dei giudici e anche dei cittadini che attendono con ansia il proprio turno per il vaccino.
"Non siamo dei privilegiati", continua Profiti. Un collega giudice ha inviato un'email alla Croce Rossa, che si occupa delle vaccinazioni nel fine settimana, spiegando le ragioni della propria rinuncia e assicurandosi che le dosi non siano perse ma vengano utilizzate per altre categorie. "Il personale amministrativo - scrive - ha un'età media superiore alla mia (53 anni) e con fattori di rischio, per contatti di lavoro analoghi o superiori al mio".
Una scelta appoggiata dall'Anm sezione del Trentino che, appena saputa la notizia delle dosi "riservate" ai magistrati ha inviato un'email a tutti i colleghi spiegando la situazione. "Come Anm non posso obbligare i colleghi a fare una scelta, ma personalmente ho deciso di rinunciare perché i vaccini devono essere per tutti", spiega la presidente Consuelo Pasquali.
"Giovedì siamo stati contattati per l'adesione, poi ieri (venerdì ndr) ho scoperto che erano riservati solo a noi e così ho avvertito tutti e ho subito contattato l'azienda sanitaria", spiega. L'associazione nazionale magistrati del Trentino aveva chiesto il siero per tutti, come era previsto nel precedente piano. Il governo Conte aveva infatti inserito il comparto della giustizia tra i servizi essenziali, come le forze dell'ordine, e pertanto destinatario di una lista prioritaria, ma con comparto della giustizia si intendeva tutto il personale.
Poi Draghi ha modificato il piano escludendo il sistema giustizia dalle categorie essenziali. La Provincia però ha applicato il piano vecchio. "Quando era stato effettuato l'incontro con le forze dell'ordine c'era anche il procuratore Raimondi - spiega l'assessora Stefania Segnana - nelle altre regioni i magistrati sono già stati vaccinati, erano già in programma per questo abbiamo proceduto, come da piano". Ma l'Anm ribadisce la necessità di vaccinare tutti gli operatori comprese le guardie giurate, tirocinanti e gli addetti alle pulizie.
"I responsabili degli uffici avevano trasmesso la lista completa le convocazioni sono arrivate giovedì pomeriggio, abbiamo pensato fosse solo l'inizio poi solo ieri sera (venerdì ndr) alle 18 abbiamo saputo che la situazione era diversa. Qualche collega ha forse deciso comunque di aderire per non creare disservizi".
Sono amareggiati anche gli avvocati. "Se si decide di vaccinare si devono comprendere nel piano tutti gli attori della giustizia", afferma il presidente dell'Ordine, Michele Russolo. "Vaccinare solo una parte è poco utile, lo scrissi a Fugatti e Benetollo ma alla lettera non mi hanno mai risposto. Vaccinare solo i magistrati non garantisce l'efficienza di un comparto che è già in grande sofferenza e anche gli avvocati hanno un ruolo primario nella giustizia".
di Giovanna Pavesi
it.insideover.com, 28 marzo 2021
Riprogrammare tutto. Dalla lingua al modo di pensare, fino ad arrivare a ridefinire la propria identità culturale. Educare di nuovo, attraverso processi di apprendimento forzato e attività coercitive. Nessun tipo di libertà e una serie di imposizioni che servono a controllare la persona, obbligata a seguire rigide regole su tutto, dalla pulizia personale all'uso del bagno.
Si ottengono punteggi che, in base alla padronanza della (nuova) lingua e al processo d'apprendimento, determinano un eventuale ritorno a casa o un trattamento migliore. La Cina li definisce "Centri di istruzione e formazione professionale" per prevenire forme di terrorismo, ma mezzo mondo li riconosce come veri e propri campi di rieducazione. Per "purificare i cuori", sostenere "il giusto" e "rimuovere ciò che è sbagliato". Al loro interno sono detenute oltre un milione di persone, tutte appartenenti a minoranze etniche, la maggior parte delle quali di fede musulmana. Documenti riservati hanno dimostrato che si tratta di veri e propri centri segreti di forzata rieducazione ideologica e comportamentale. Ma i campi di rieducazione, in Cina, somigliano più a delle prigioni.
Il 24 novembre 2019, il Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi ha pubblicato il China Cables, sei documenti che confermano l'esistenza di un "manuale operativo" per la gestione dei campi e un uso dettagliato dell'intelligence artificiale per colpire le persone e regolare la loro vita all'interno degli istituti di rieducazione. Che esistono ufficialmente dal 2014 e, come riportato da Foreign Policy sono dislocati nella regione autonoma uigura dello Xinjang, appartenente alla Repubblica popolare cinese. Sebbene non esistano dati pubblici verificabili riguardo al numero esatto dei centri, la documentazione relativa ai campi è stata accertata grazie anche ad alcune immagini satellitari e a documenti governativi. Nel novembre del 2018, l'International cyber policy center dell'Australian strategic policy institute ha riferito l'esistenza di 28 campi sospetti nella regione, anche se altre organizzazioni presenti nel Turkestan orientale ne denunciano un numero più alto.
I "gulag etnici" - I campi di rieducazione hanno iniziato a diffondersi nello Xinjiang (la tumultuosa area di confine occidentale del Paese), dopo l'annuncio di Xi Jinping nel 2014 di una "guerra del popolo al terrorismo", dopo che le bombe fatte esplodere da alcuni militanti uiguri avevano distrutto la stazione ferroviaria della capitale della regione, poche ore dopo la sua visita di Stato nell'area. Da quel momento, il Partito comunista cinese ha implementato le strutture che in molti definiscono dei "gulag etnici". "Costruire mura d'acciaio e fortezze di ferro. Installare reti sopra e le trappole sotto. Colpire duramente i terroristi", disse il presidente ai media locali. Chen Quango, un ufficiale della linea dura proveniente dal Tibet, segretario del Partito nello Xinjang e governatore della regione dall'agosto del 2016, è ritenuto l'architetto di questo programma di sicurezza. Che, ufficialmente, doveva servire a soffocare l'attività di alcuni terroristi della zona, ma che invece ha costretto alla privazione della libertà migliaia di persone ritenute innocenti. Così, la guerra al terrore dello Xinjang si è trasformata in una straordinaria campagna di detenzione di massa, con utilizzo di tecnologia di tipo militare. I centri sarebbero gestiti segretamente, al di fuori del sistema legale. I detenuti sono per la maggior parte uiguri, la minoranza etnica turcofona e musulmana oggetto da anni dell'attenzione delle autorità cinesi per varie vicende legate al terrorismo, che conta più di 10 milioni di cittadini. E non solo. Secondo quanto denunciato da Human Rights Watch nel 2018 molti dei prigionieri uiguri sono stati rinchiusi nelle strutture senza alcun processo e soprattutto senza capi d'accusa validi. Le autorità giustificano la detenzione delle minoranze etniche musulmane con lo scopo di contrastare l'estremismo, ma si stima che i funzionari cinesi abbiano rinchiuso in queste strutture migliaia di uiguri, kirghisi, hui e altre etnie turcofone musulmane e cristiane, oltre ad alcuni stranieri con cittadinanza kazaka, come rivelato da Independent. La maggior parte degli edifici che ospitano le "prigioni" sono stati riconvertiti da scuole esistenti o altre strutture ufficiali. Grazie alla sorveglianza capillare che caratterizza la regione, fermare e imprigionare gli uiguri non è stato particolarmente complicato. Nel 2017, per esempio, gli arresti nello Xinjang rappresentavano il 21% di tutti i fermi del Paese, nonostante l'area comprenda meno del 2% della popolazione nazionale. Descritti come luoghi preposti alla rieducazione dei separatisti, i centri di rieducazione ospitano più di frequente persone che poco hanno a che vedere con l'estremismo. Lo ha confermato anche l'economista Victor Shih, il quale, nel luglio del 2019, ha definito gli internamenti di massa formalmente inutili, visto che nell'area non c'era traccia di insorti attivi, ma soltanto episodi terroristici isolati.
L'origine di tutto: il conflitto nello Xinjang - Per comprendere come si è arrivati a questa forma di rigido controllo nei confronti della minoranza uigura in Cina, è necessario conoscere le dinamiche dei conflitti che hanno interessato l'area dello Xinjang nel corso degli anni. La regione moderna passò sotto il dominio cinese a seguito dell'espansione verso ovest della dinastia Qing dei Manciù, con l'annessione di Mongolia e Tibet. Nel 1928, dopo l'assassinio di Yang Zengxin (il governatore del semi-autonomo Khanato Kumul nello Xingjang orientale sotto la Repubblica di Cina), al comando arrivò Jin Shuren. Il quale, alla morte di Kamul Khan nel 1930, abolì completamente il Khanato, prendendo il controllo della regione come "signore della guerra". Nel 1934, la prima repubblica separatista del Turkestan orientale, fondata l'anno prima, fu conquistata da Sheng Shicai con l'aiuto dell'Unione Sovietica. Nel 1944, la ribellione di Ili portò alla costituzione della seconda repubblica del Turkestan orientale, dipendente dai russi per il commercio e le armi. Dagli anni Cinquanta agli anni Settanta, il governo cinese sponsorizzò una migrazione di massa di cinesi Han nella regione e con quei primi movimenti venne promossa un'uniformazione culturale che puniva le espressioni più tipiche dell'identità uigura. Ne conseguì la creazione di una serie di organizzazioni separatiste militanti, spesso appoggiate dall'Unione Sovietica. Durante gli anni Settanta, i russi sostennero il Fronte rivoluzionario unito del Turkestan orientale, che aveva un unico scopo: combattere i cinesi.
Il periodo degli attentati - I rapporti tra Stato centrale e regione rimasero tesi per tutto il corso del secondo Novecento. Nel 1997, una retata della polizia e l'esecuzione di 30 sospetti separatisti durante il periodo di ramadan portarono a un'ondata di manifestazioni, che provocarono, a loro volta, ciò che storicamente è riconosciuto come "l'incidente di Ghulja", ovvero la repressione dell'Esercito popolare di liberazione, che causò diversi morti. Alla fine del febbraio del 1997, un attentato su un autobus a Ürümqi uccise nove persone e ne ferì 68: in quella circostanza, ogni responsabilità venne attribuita ai gruppi esiliati uiguri.
Nel marzo dello stesso anno, un'autobomba uccise due persone e l'attacco venne rivendicato dalla minoranza musulmana e dall'Organizzazione per la libertà del Turkestan orientale, con sede in Turchia. La Cina, per decenni, ha lottato per controllare lo Xinjang, dove gli uiguri contestano l'ingerenza di Pechino. Dopo l'11 settembre, alcuni funzionari cinesi iniziarono a giustificare le dure misure di sicurezza prese nei confronti della minoranza musulmana, come anche le restrizioni religiose, con la scusa di respingere il terrorismo, sostenendo che i giovani sarebbero stati più suscettibili all'influenza dell'estremismo islamico. Nel 2009, le rivolte scoppiate in risposta a una violenta disputa tra uiguri e lavoratori cinesi Han in una fabbrica della regione costarono la vita a oltre cento persone. E fino al 2016, gruppi di estremisti uiguri sarebbero stati i responsabili riconosciuti del decesso di decine di cinesi Han. Molti degli attacchi furono organizzati dal Partito islamico del Turkestan (ex Movimento islamico del Turkestan orientale), ritenuto un gruppo terroristico dalle Nazioni Unite e da diversi Paesi (Russia, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti).
Le imposizioni cinesi sulle minoranze - Il primo a limitare le espressioni culturali più tipiche e la religione locale fu Wang Lequan, che sostituì la lingua uigura (parlata quasi unicamente fino agli anni Novanta) con il mandarino standard e che vietò l'utilizzo di barba per gli uomini e foulard per le donne, il digiuno religioso e la preghiera in orario di lavoro. Il suo successore politico, Zhang Chunxian, rafforzò le sue posizioni repressive e nel 2011 cancellò, di fatto, l'identità uigura dalla cultura locale. Nel 2012 affermò, per la prima volta, di essere intenzionato a eliminare l'estremismo, iniziando a educare gli imam ritenuti "selvaggi" e radicali. Questo accadde anche perché la Repubblica popolare cinese adotta ufficialmente l'ateismo di Stato e ha condotto, nel corso degli anni, vere e proprie campagne antireligiose per riuscire a raggiungere questo scopo. Infine, dal 2014 il Partito comunista cinese ha rafforzato le sue politiche a favore della sinicizzazione totale del Paese e delle minoranze etniche e religiose.
La fuga di notizie e i leaks - Il 16 novembre 2019, il New York Times ha pubblicato un vasto leak di circa 400 documenti provenienti da un membro del governo cinese, il quale chiedeva che Xi Jinping fosse ritenuto responsabile delle sue azioni nei confronti delle minoranze. Il materiale sarebbe stato consegnato al Consorzio internazionale di giornalisti d'inchiesta da una fonte anonima e il l'ICIJ li avrebbe verificati esaminando i resoconti dei media statali e le notizie di fonte aperte dell'epoca, consultando esperti, effettuando un controllo incrociato e confermando le risultanze con ex dipendenti impiegati nei centri di rieducazione. Le carte arrivate a New York consisterebbero in una nota che fornisce le linee guida per i campi, quattro bollettini su come usare la tecnologia per colpire le persone e un caso giudiziario che si è concluso con la condanna a un membro uiguro del Partito comunista a dieci anni di carcere per aver detto ai colleghi di non dire parolacce, di non guardare pornografia e di non mangiare senza pregare. I documenti erano stati distribuiti ai funzionari dall'influente Commissione Affari politici e legali del Partito comunista dello Xinjang, la massima autorità della regione che sovrintende alla polizia, ai tribunali e alla sicurezza dello Stato. Sono stati redatti sotto l'allora capo Zhu Hailun, che li ha firmati personalmente e in base a quanto dimostrato dalla fuga di notizie, il materiale rappresenterebbe una clamorosa conferma di quanto si ipotizzava sui campi. Nei documenti, infatti, spesso è stato riconosciuto che i detenuti nei centri di rieducazione non avevano commesso alcun crimine e che il motivo della loro prigionia era legato al fatto che "il loro pensiero era stato infettato da pensieri malsani". Ma per Pechino, i documenti trapelati rappresenterebbero soltanto false notizie: "Le autorità cinesi sostengono che nello Stato a maggioranza uigura la libertà religiosa e personale dei detenuti è pienamente rispettata".
La struttura dei campi - Nelle aree urbane dello Xinjang, le prigioni sono vecchie scuole professionali e ordinarie, ex istituti appartenuti al partito o altri edifici ufficiali. La situazione cambia nelle aree rurali, dove secondo quanto riportato dal Guardian la maggior parte dei campi è stata appositamente costruita. I centri sono sorvegliati da forze armate o da membri dei corpi speciali di polizia e somigliano molto a un qualsiasi penitenziario, con cancelli e muri che circondano gli edifici, recinzioni di sicurezza, torri di guardia e rigidi sistemi di sorveglianza. Nel 2018, il magazine Bitter Winter, una rivista sulla libertà religiosa in Cina, ha pubblicato tre video girati all'interno di due campi nell'area di Yining. Le immagini mostrano come la struttura abbia le stesse caratteristiche di un carcere, confermando la tesi che non si tratta di scuole o di istituti professionali.
Cosa succede dentro ai campi: le testimonianze - In base a quanto riportato da alcune testimonianze fornite da detenuti ed ex internati, la vita all'interno dei centri di rieducazione non rispetta i diritti umani, nonostante il governo cinese affermi il contrario. L'uso dei telefoni cellulari tra i detenuti (che Pechino chiama "tirocinanti") è severamente vietato per impedire qualsiasi "collusione tra interno ed esterno" e persino l'igiene personale e le pause per i bisogni fisiologici sono monitorate con rigore "per prevenire possibili fughe". Kayrat Samarkand, un cittadino kazako emigrato dallo Xinjang, sarebbe stato detenuto in una di queste strutture per tre mesi a causa di una visita in Kazakistan. Per farlo scarcerare, nel febbraio del 2018, è intervenuto il ministro degli Esteri kazako, Kairat Abdrahmanov, inviando una nota diplomatica al suo omologo cinese. Dopo la sua liberazione, Samarkand avrebbe dichiarato di aver subito umiliazioni, numerosi lavaggi del cervello e di essere stato costretto recitare slogan di propaganda, augurando lunga vita all'attuale presidente Xi Jinping. Come riportato da Rainews24, Erzhan Qurban, di etnia kazaka ora tornato a vivere in Kazakistan, fu arrestato dalla polizia durante un viaggio di ritorno in Cina per far visita alla madre con l'accusa di aver commesso crimini all'estero. Protestò dicendo di essere un semplice pastore e che non era l'autore di alcun reato, ma per le autorità cinesi, il periodo in Kazakistan costituiva già un motivo sufficiente per la detenzione. Qurban, rimasto detenuto per nove mesi, ha raccontato di essere stato "trattato come un animale", rinchiuso in una cella con altre dieci persone, tutte costrette a sedersi su sgabelli di plastica, mantenendo posture rigide per ore. Era assolutamente vietato parlare e a sorvegliarli, per 24 ore al giorno, c'erano due guardie. Gli ispettori verificavano periodicamente che le unghie fossero tagliate e che barba e baffi, tipici della tradizione islamica, fossero rasati. Chi disobbediva era costretto a inginocchiarsi o a trascorrere una giornata di isolamento in una stanza molto fredda.
Il centro di formazione Artux è stato definito un campo di indottrinamento - Nonostante Pechino insista nel dire che le strutture sono soltanto centri di formazione per persone più povere e meno istruite appartenenti alle minoranze etniche, svariati documenti dimostrano come tra i detenuti ci siano anche funzionari di partito e docenti universitari. Solitamente, i resoconti delle persone fermate vengono esaminati attentamente e i sottoposti agli interrogatori, spesso, sono spinti a denunciare i nomi di amici e parenti. Mamattursun Omar, cuoco ugiruo arrestato dopo aver lavorato in Egitto, sarebbe interrogato in quattro strutture di detenzione diverse per nove mesi nel 2017 e ai giornalisti che hanno ascoltato la sua testimonianza avrebbe riferito che la polizia cinese gli chiedeva continuamente di rivelare le identità di altri uiguri in Egitto. Come raccontato dallo chef, Omar sarebbe stato torturato con l'intenzione di indurlo a confessare che altri studenti appartenenti alla sua stessa etnia sarebbero andati nel Paese nordafricano per prendere parte al jihad. Legato a un dispositivo chiamato "sedia da tigre", Omar avrebbe subito l'elettroshock e sarebbe stato picchiato e frustato con dei cavi per il computer.
"Non ne potevo più e gli ho detto ciò che volevano sentirsi dire", ha dichiarato il cuoco. Subito dopo, infatti, altri sei studenti che lavoravano in un ristorante egiziano sono stati individuati e fermati. "Fuggire era impossibile", ha confermato la kazaka Sayragul Sauytbay, membro del Partito comunista, arrestata dalla polizia nell'ottobre del 2017 e costretta a diventare un'insegnante di mandarino all'interno di uno dei centri, che lei ha definito "un campo di concentramento, assai peggio di una prigione".
La donna ha parlato di stupri e di torture e un altro ex prigioniero, Zumrat Dawut, ha detto che agli internati sarebbero state somministrati farmaci in grado di renderli innocui e più "arrendevoli". "Non ci vedevano come esseri umani. Ci trattavano come animali: come maiali, mucche, pecore", ha dichiarato un giornalista ed ex detenuto.
I lavori forzati - Secondo quanto ricostruito dallo studioso Adrian Zenz, i centri di rieducazione funzionerebbero anche come campi di lavoro forzato, dove gli uiguri lavorerebbero a vari prodotti pensati per l'esportazione. Nel 2018, il Financial Times ha riferito che il centro di formazione professionale della contea di Yutian Keriya, tra le più grandi strutture di rieducazione dello Xinjang, aveva aperto una struttura di lavoro forzato che includeva otto fabbriche, le quali si occupavano di calzature, assemblaggio di telefoni cellulari e imballaggi di tè. Ogni detenuto riceveva uno stipendio mensile corrispondente a circa 190 euro. E il problema esiste, non soltanto nell'area della regione autonoma, ma anche in altri punti del Paese.
La "nuova" educazione - Tra gli obiettivi di questi centri di rieducazione c'è quello di reimpostare il pensiero, attraverso un tentativo esplicito di cambiare il modo in cui i detenuti agiscono e ragionano. E, infatti, la prima materia elencata come parte del curriculum di queste strutture è l'educazione ideologica, un'idea radicata già nell'antico credo cinese della trasformazione degli individui attraverso la didattica e l'apprendimento.
Nel mostrare agli "studenti" gli errori compiuti in precedenza, le strutture promuoverebbero "il pentimento e la confessione", come si legge nei documenti arrivati a New York. Oltre a una forma di indottrinamento, è prevista anche l'educazione alle buone maniere, dove il comportamento è improntato a "un cambio regolare dei vestiti", "tagli e rasature tempestive" e a "un bagno una o due volte alla settimana". Un ex membro della televisione della regione dello Xinjang era stato selezionato per insegnare il mandarino durante la sua detenzione di un mese nel 2017: secondo la sua testimonianza, due volte al giorno, i carcerati venivano messi in fila e ispezionati dalla polizia, poi alcuni (scelti a caso) venivano interrogati in mandarino.
Chi non era in grado di rispondere nella lingua ufficiale poteva essere percosso o privato del cibo per giorni. I prigionieri, infatti, sarebbero testati continuamente su lingua, ideologia e disciplina, con una piccola verifica settimanale, un test medio al mese e una prova a fine stagione. I punteggi ottenuti vengono inseriti in un elaborato sistema e chi dimostra di comportarsi correttamente può essere ricompensato con le visite ai familiari o la possibilità di laurearsi. Chi, invece, registra scarsi risultati ha più spesso tempi di detenzione più lunghi e, in alcuni casi, può essere sottoposto a punizioni come la privazione del cibo, le manette, l'isolamento e forme di tortura. Gli internati uiguri più anziani risulterebbero i detenuti più svantaggiati, perché meno inclini all'apprendimento della nuova lingua e delle nuove abitudini.
Cosa accade ai bambini uiguri? Tra le conseguenze delle detenzioni di massa delle minoranze, i primi a essere lasciati soli sono spesso i bambini, cioè i figli dei prigionieri che, senza la presenza dei loro genitori, sono vengono sottoposti al controllo del governo cinese. Il quale provvede alla loro educazione e al loro mantenimento spostandoli in collegi e strutture apposite. L'intento? Rieducare anche loro, cancellando le radici e quel poco di cultura appresa prima dell'arresto dei familiari. Chi è scappato o chi si trova in esilio non sempre è al corrente della sorte dei propri cari, né sa dove siano ubicati i propri figli.
La tecnologia che controlla tutto - Ma è nella gestione tecnologica di questi prigionieri che la Cina si è dimostrata (ancora una volta) all'avanguardia, sfruttando una nuova forma di controllo sociale attraverso l'uso dell'intelligenza artificiale. Come emerso dai documenti in possesso dal consorzio giornalistico, in una sola settimana, attingendo a dati raccolti da queste tecnologie di sorveglianza di massa, i computer avrebbero mostrato i nomi di decine di migliaia di persone da interrogare o da arrestare. Il sistema, che rappresenta il più sofisticato dispositivo di controllo contemporaneo, monitora e classifica intere etnie per sottometterle con la forza.
Si chiama Integrated Joint Operations Platform (IJOP) ed è stato realizzato da una società di proprietà dello Stato legata all'esercito. Nato come uno strumento di intelligence per la condivisione di informazioni, è stato sviluppato dopo che analisti militari cinesi avevano studiato l'uso delle tecnologie informatiche da parte dell'esercito degli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan. "Non c'è nessun altro posto al mondo in cui un computer possa mandarti in un campo di internamento. Si tratta di un sistema senza precedenti", ha spiegato Rian Thum, esperto di Xinjang dell'università di Nottingham, riportato da Rainews24.
La tecnologia cinese è quindi riuscita a riconoscere nomi e identità di persone ritenute sospette dal governo, come migliaia di imam "non autorizzati" perché non registrati. I comportamenti ritenuti estremisti sono stati definiti in modo talmente ampio da poter includere tantissime azioni quotidiane, come per esempio quella di recarsi all'estero, chiedere di pregare o usare applicazioni per cellulari che non potessero essere controllate da Pechino.
La tecnologia ha iniziato a monitorare gli utenti che utilizzavano Kuai Ya, un'applicazione simile ad Airdrop di iPhone, diventata molto popolare nella regione uigura perché consente agli utenti di scambiarsi video e messaggi privatamente. Un resoconto cinese avrebbe mostrato come le autorità siano riuscite a identificare circa 40mila fruitori dell'app, messi poi sotto inchiesta e potenzialmente candidati all'arresto. Di questi 32 sarebbero finiti in una lista di persone appartenenti a organizzazioni terroristiche. Dopo la raccolta di nomi, le liste con le persone oggetto di attenzione passano alle prefetture che, a loro volta, li inoltrano ai capi di distretto.
Poi, i nominativi sono inviati alle stazioni della polizia locale e infine ai vigilanti di quartiere e ai quadri del Partito comunista. Un bollettino, emerso tra i documenti arrivati al consorzio di giornalisti, avrebbe rilevato che, in una sola settimana, nel giugno del 2017, l'IJOP avrebbe identificato 24.612 "persone sospette" nel sud dello Xinjang, con 15.683 cittadini inviati in strutture di "istruzione e addestramento", 706 in carcere e 2.096 agli arresti domiciliari.
Il sistema di controllo cinese ha tenuto sotto stretto controllo anche le persone che ottenevano passaporti o visti stranieri. E ai funzionari sarebbe stato richiesto di verificare le identità anche delle persone al di fuori dei confini nazionali, un fatto che dimostra quanto il Paese osservi gli uiguri anche al di fuori della regione cinese. Negli ultimi anni, Pechino ha esercitato una certa pressione su quei Paesi in cui si sarebbero rifugiate più facilmente le minoranze, come la Thailandia e l'Afghanistan, con lo scopo di estradare i cittadini.
Le reazioni internazionali - Secondo quanto indicato da alcuni dati delle Nazioni Unite, citati da Reuters, nell'agosto del 2018, in tutta la regione dello Xinjiang, sono state trattenute contro la loro volontà all'interno di questi campi da uno a tre milioni di persone. Un fatto inaccettabile per l'Onu, che nel luglio del 2019, tramite i suoi ambasciatori di 22 nazioni, tra cui Australia, Canada, Francia, Germania, Giappone e Regno Unito ha firmato una lettera di condanna della detenzione di massa, esortando il governo a chiudere queste strutture perché allarmati per la diffusa sorveglianza e repressione al loro interno. Al contrario, invece, sempre come segnalato da un altro articolo di Reuters, una dichiarazione congiunta a firma di 37 Stati (tra cui Algeria, Repubblica Democratica del Congo, Russia, Arabia Saudita, Siria, Pakistan, Corea del Nord, Egitto, Nigeria, Filippine e Sudan), che non è mai stata mostrata al pubblico, avrebbe espresso approvazione nei confronti del programma antiterrorismo cinese dello Xinjang. Nell'ottobre del 2019, 23 Paesi hanno firmato un'altra lettera, sollecitando la Cina a chiudere i campi.
Pechino, nel tempo, ha negato la loro esistenza, almeno fino alla loro legalizzazione (nell'ottobre del 2018). Attualmente Pechino rivendica ottimi risultati, visto che, in base a quanto riportano fonti governative, nella regione non si sarebbe verificato alcun attacco terroristico. Tuttavia, l'esperto di Xinjang Zenz, i documenti arrivati ai giornalisti americani confermerebbero un vero e proprio "genocidio culturale" perpetrato ai danni dei musulmani dello Xinjang. "Fin dall'inizio, il governo cinese aveva un piano ben preciso", ha concluso lo studioso.
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