di Bruno Montesano
Il Manifesto, 24 dicembre 2020
Con la riforma, rispetto ai Decreti di Salvini, non scompaiono le sanzioni alle Ong - che diventano penali e non più amministrative - e aumenta la criminalizzazione di chi si ribella nei Cpr. Il Daspo urbano per selezionare e disciplinare la popolazione viene rafforzato. La riforma dei Decreti Sicurezza segna alcuni timidi passi in avanti. Tuttavia, per far fronte al razzismo odierno - che si manifesta tanto nel discorso pubblico, quanto nella pratica istituzionale - servirebbe molto di più.
Forse sarebbe stato troppo ambizioso (ma soprattutto ingenuo) aspettarsi che questa condizione cambiasse sotto lo stesso premier che ha condotto il governo più a destra della storia del paese. Così come poco c'era da aspettarsi da un partito nazional-populista come il M5S e da un centro-sinistra che da venticinque anni fa politiche sostanzialmente uguali a quelle della destra, di cui condivide lo spirito securitario ma ne attenua la retorica.
L'ultima riforma dei Decreti sicurezza, pur se con qualche luce, rientra all'interno della lunga tradizione di leggi securitarie e repressive che hanno disciplinato le migrazioni. Come specificato da Lamorgese, la "sicurezza" rimane il contraltare con cui bilanciare le timide aperture su alcuni fronti. Infatti, Luigi Manconi e Federica Resta hanno qualificato la normativa italiana sull'immigrazione come un diritto asimmetrico e deformalizzato e, in relazione ai Decreti Minniti-Orlando - che l'attuale riforma non mette in discussione - hanno parlato di un diritto etnico, "minore".
Con la riforma, rispetto ai Decreti di Salvini, non scompaiono le sanzioni alle Ong - che diventano penali e non più amministrative - e aumenta la criminalizzazione di chi si ribella nei Cpr. Il Daspo urbano per selezionare e disciplinare la popolazione viene rafforzato. Rimangono le procedure accelerate di valutazione delle domande d'asilo, secondo l'approccio hotspot proposto dal Patto sull'immigrazione e l'asilo.
Così come rimane la norma sulla revocabilità della cittadinanza. Si accorciano "in compenso" i tempi per il rilascio della cittadinanza che però sono comunque più lunghi di quanto lo fossero prima della riforma di Salvini. L'aspetto più importante forse consiste nell'introduzione della protezione speciale e nell'ampliamento dei casi di inespellibilità, che riguarderà chi abbia una vita consolidata nel paese così come chi rischi trattamenti inumani.
Inoltre, sarà possibile convertire la protezione speciale, insieme ad altri permessi temporanei, in un permesso per lavoro. È stato inoltre tolto il tetto massimo alle quote del decreto flussi sugli ingressi per motivi di lavoro. Viene ripristinata l'accoglienza per i richiedenti asilo, nonché l'iscrizione anagrafica - che però viene subordinata al volere degli operatori dell'accoglienza.
In definitiva, questa riforma, pur introducendo alcune norme positive, non interviene sul razzismo strutturale. Le milizie e le forze di sicurezza libiche continuano a venire pagate per trattenere parte della popolazione "in eccesso" a distanza.
Chi arriva in Italia via mare - su navi spesso tenute fuori dai porti anche sotto il governo Conte II - con il pretesto della pandemia, continuerà a venir rinchiuso in navi-lazzaretto, per poi esser messo nei Cpr senza poter fare domanda d'asilo, pronto per l'espulsione. I confini della "Fortezza Europa" sono porosi e le persone non smetteranno di attraversarli ma l'accesso deve rimanere pericoloso e la detenzione e il rischio di venir deportati, devono continuare a segnare l'esperienza di chi accede allo spazio europeo.
L'esclusione dai diritti fondamentali, per via legale o de facto da parte della amministrazione o della polizia, dei non-cittadini rimane. D'altronde, la cittadinanza nazionale istituisce una discriminazione legale, che può esser radicalizzata - dietro alla apparente naturalità della differenza nazionale - per via normativa e amministrativa.
In quello che sempre più si configura come un'apartheid europeo - come lo hanno chiamato Étienne Balibar e Sandro Mezzadra - le discriminazioni e la retorica dello scontro di civiltà non servono tanto ad impedire l'ingresso dei migranti, quanto piuttosto ad inserirli in una posizione subalterna nelle società europee. Non a caso, anche dopo questa riforma, a resistere è il nesso tra politiche migratorie, di sicurezza e del lavoro. Si vuole, da un lato, produrre forza lavoro precaria e vulnerabile, espellibile all'occorrenza e regolarizzabile nelle emergenze - come con la parziale sanatoria di maggio. Dall'altro, si intende riprodurre un'identità nazionale altrimenti fragile e esposta alla sua contingenza.
A tal fine, si strumentalizza il rancore sociale attraverso la logica della priorità nazionale, utile al disciplinamento della società. C'è infine l'esigenza di tranquillizzare la popolazione nazionale sulla persistenza del potere sovrano a fronte dei fenomeni di erosione e trasformazione dello stesso. Si crea così un circuito di reciproca legittimazione tra illegalizzazione, discriminazioni a mezzo di legge e violenza nella società. Per interrompere questa spirale servirebbe una politica dell'eguaglianza radicale, ma si preferisce mantenere lo status quo.
di Giuseppe Sarcina
Corriere della Sera, 24 dicembre 2020
Condannato per omicidio, si è sempre dichiarato innocente. L'annuncio di Di Maio. Chico Forti ora potrà tornare in Italia perché il governatore della Florida ha accettato di trasferirlo. Il detenuto, già campione di windsurf, stava scontando l'ergastolo per il delitto di un giovane americano a Miami. "Ho una bellissima notizia da darvi: Chico Forti tornerà in Italia. L'ho appena comunicato alla famiglia e ho informato il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio. Il Governatore della Florida ha infatti accolto l'istanza di Chico di avvalersi dei benefici previsti dalla Convenzione di Strasburgo e di essere trasferito in Italia". Lo annuncia il ministro Luigi Di Maio su Facebook.
Enrico "Chico" Forti, 61 anni, originario di Trento e più volte campione italiano di windsurf, era rimasto coinvolto alla fine degli anni 90 in una oscura vicenda di criminalità comune: il 15 febbraio del 1998 era stato trovato ucciso su una spiaggia poco lontano da Miami, in Florida, un cittadino americano, Dale Pike. Per quell'omicidio era stato arrestato il cittadino italiano, poi condannato all'ergastolo nel 2000. Il movente del delitto dal quale Forti si è sempre dichiarato del tutto estraneo, sarebbe da ricercarsi in un tentativo di truffa: il padre di Pike e l'italiano erano in trattativa per l'acquisto di un hotel a Ibiza. Appelli per la liberazione dell'ex windsurfer e per la revisione del processo sono fino a oggi caduti nel vuoto. Forti, in base alla convenzione di Strasburgo, tornerà in Italia da detenuto e qui continuerà a scontare la pena salvo pronunciamenti della magistratura italiana.
"Si tratta di un risultato estremamente importante, che premia un lungo e paziente lavoro politico e diplomatico. Non ci siamo mai dimenticati di Chico Forti, che potrà finalmente fare ritorno nel suo Paese vicino ai suoi cari - aggiunge il ministro Di Maio. Sono personalmente grato al Governatore De Santis e all'Amministrazione Federale degli Stati Uniti. Un ringraziamento speciale al Segretario di Stato Mike Pompeo, con il quale ho seguito personalmente la vicenda e con il quale ho parlato ancora nel fine settimana, per l'amicizia e la collaborazione che ha offerto per giungere a questo esito così importante. Il Governo seguirà ora i prossimi passi per accelerare il più possibile l'arrivo di Chico. Erano vent'anni che aspettava questo momento e siamo felici per lui, per i suoi cari, per la sua famiglia, per tutta la città di Trento. È un momento commovente anche per noi".
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 24 dicembre 2020
Un nuovo fronte di scontro si è aperto tra l'Europa e la Turchia, dopo la notizia della condanna a 22 anni della deputata curda dell'HDP, Leyla Guven, per ragioni esclusivamente politiche con la presa di posizione fortemente critica delle istituzioni di Bruxelles, ieri la Corte europea per i diritti dell'uomo (Cedu) ha intimato ad Ankara di rimettere in libertà il leader dello stesso HDP, Selahattin Demirtas.
Si tratta del politico che guidava il Partito democratico dei popoli, formazione di sinistra filo- curda il più importante oppositore allo strapotere di Erdogan, capace nel 2015 di ottenere un grande risultato elettorale (il 10% al parlamento turco) tale da attirare intorno a se una coalizione progressista che mise in minoranza il padre padrone della Turchia.
L'anno successivo andò in scena il cosiddetto golpe attribuito a Gulen che aprì la strada però ad una repressione generalizzata che portò in carcere anche lo stesso Demirtas, attualmente condannato a 142 anni di prigione. L'ex capo dell'HDP è un avvocato di 47 anni che ha lavorato sui i diritti umani, un volto carismatico che ha cambiato la stessa opposizione anti Erdogan costruendo una coalizione composta da altri partiti di sinistra, ambientalisti e non solo curdi. Nello stesso tempo aveva accreditato il suo partito come forza moderata. Su questa base l'HDP assunse il ruolo di mediazione tra il governo e la guerriglia del PKK. Probabilmente un pericolo troppo grande per Erdogan che ben presto interruppe i colloqui di pace e accusò i mediatori di attività terroristica.
Proprio per questo motivo, dopo una prima condanna per propaganda sovversiva, all'inizio del 2017 Demirtas ha dovuto affrontato nuove accuse, tra cui la leadership di un'organizzazione terroristica armata, istigazione e organizzazione di manifestazioni illegali.
Imputazioni che lo portarono in carcere ma che non furono mai supportate da prove. La Cedu ha già ordinato alla Turchia di liberare il politico curdo nel 2018, Erdogan rispose che l'istituzione europea non avesse nessuna giurisdizione in merito rifiutando ogni ipotesi di rilascio. Ankara aggiunse che la Corte per i diritti dell'uomo non ha un potere vincolante con le sue sentenze nonostante la Turchia faccia parte del Consiglio d'Europa, in cui gli Stati membri accettano di seguire proprio le decisioni della Cedu.
Anche questa volta dunque difficilmente Demirtas potrà uscire dal penitenziario nel quale è rinchiuso e che si trova al confine con la Bulgaria. Una situazione che assume anche contorni paradossali tipici dei regimi autoritari. ù L'HDP infatti continua a rappresentare la terza forza politica all'interno dell'Assemblea Nazionale con 56 seggi su 600. Sicuramente lontana dal predominio dell'AKP di Erdogan ma ancora capace di rappresentare un'alternativa.
Non a caso la Corte europea ha scritto nel dispositivo della sua sentenza che la detenzione di Demirtas è completamente illegale. Impossibilitato a partecipare alle competizioni elettorali del 2017 e 2018, ha avuto lo scopo dichiarato di "colpire il pluralismo e ridurre la libertà del dibattito politico" e "ha privato migliaia di elettori della loro rappresentanza nell'assemblea nazionale".
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 24 dicembre 2020
Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan dettano le regole del gioco tramite i loro militari schierati nel Paese. S'indebolisce la speranza che nasca un governo unitario. In Libia torna la crisi della diplomazia, mentre riprende piede la logica della forza. A meno di tre mesi del cessate il fuoco dichiarato tra Tripolitania e Cirenaica, grazie alla mediazione dell'Onu, sono oggi più che mai Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan a dettare le regole del gioco tramite i loro militari schierati nel Paese.
S'indebolisce così la speranza della nascita di un governo unitario e cresce invece l'opzione di una divisione a metà del Paese sotto l'influenza a est russa e ad ovest turca.
Almeno tre elementi emersi nelle ultime ore sembrano condurre verso questo scenario. In primo luogo, la rinuncia ieri del diplomatico bulgaro, Nickolay Mladenov, al ruolo di inviato speciale Onu per la Libia. Mladenov avrebbe dovuto cominciare il suo lavoro a gennaio, ma ha gettato la spugna adducendo "motivi personali e famigliari".
In realtà, era già stato criticato con durezza nei circoli legati al premier Fayez Sarraj del governo di Tripoli per essere "troppo legato" agli Emirati Arabi Uniti, che sponsorizzano finanziariamente l'uomo forte della Cirenaica, maresciallo Khalifa Haftar. Prima di lui era stato lo scorso marzo il politologo libanese Ghassan Salamè ad abbandonare l'incarico dopo tre anni di sforzi fallimentari. Resta dunque temporaneamente in carica la numero due della missione Onu, la diplomatica americana Stephanie Williams, che però vede seriamente pregiudicati i suoi tentativi di rilancio del dialogo.
A fronte dell'impasse diplomatico, è da seguire invece con attenzione la ripresa dell'offensiva militare da parte di Haftar. Le sue colonne hanno occupato nelle ultime ore la città di Ubari nel deserto sud-occidentale. Al loro fiancò è rilevata la presenza russa. I suoi soldati minacciano adesso le aree petrolifere di Sharara. Nell'aprile 2019 Haftar aveva lanciato proditoriamente una violenta offensiva mirata a conquistare il sud della Tripolitania e poi prendere la stessa capitale. Ma l'intervento turco a fianco delle milizie legate a Sarraj aveva bloccato l'attacco lo scorso giugno. Ora il governo di Ankara rinnova il mandato del proprio contingente di altri 18 mesi.
Il Foglio, 23 dicembre 2020
Docenti e intellettuali chiedono al governo di adottare provvedimenti idonei per fronteggiare l'emergenza coronavirus.
di Marco Iasevoli
Avvenire, 23 dicembre 2020
La pandemia è andata ad aggravare una situazione già pessima per il sovraffollamento. Venti intellettuali chiedono alla massima carica dello Stato di promuovere iniziative di ampio respiro. La richiesta al capo dello Stato Sergio Mattarella è di dare un "impulso politico-culturale" al legislatore e "persino educativo-persuasivo per la collettività tutta", affinché si adottino "strumenti di svolta" per risolvere la pesante situazione nelle carceri italiane.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 dicembre 2020
È durato 40 minuti l'incontro tra il presidente del Consiglio e l'esponente del Partito Radicale Rita Bernardini reduce da 36 giorni di sciopero della fame. Ora non resta che convincere il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Il tema dell'urgenza di ridurre la popolazione carceraria ai tempi del Covid, compreso quello dell'amnistia e indulto, è stato discusso ieri mattina a Palazzo Chigi per ben 40 minuti tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e l'esponente del Partito Radicale Rita Bernardini reduce da ben 36 giorni di sciopero della fame. L'azione nonviolenta di pannelliana memoria, che aveva come obiettivo quello di trovare un dialogo con il governo, ha avuto i suoi effetti.
di Liana Milella
La Repubblica, 23 dicembre 2020
Con un Ordine del giorno del Radicale Magi la richiesta entra nella Legge di bilancio. Ieri l'incontro di Rita Bernardini con il premier Giuseppe Conte sulle carceri. Dopo un mese di sciopero della fame la protagonista di tante battaglie a fianco di Marco Pannella chiederà concrete misure per diminuire il numero dei reclusi. E ripresenterà le richieste di Roberto Saviano.
Da una parte Rita Bernardini, dall'altra Riccardo Magi. Entrambi notissimi esponenti Radicali. Che sulle carceri non hanno mai smesso di fare battaglie. Stavolta, nella stessa giornata, Bernardini e Magi cercano di assestare due colpi. Da una parte lei, pasionaria di tante battaglie a fianco di Marco Pannella, alle 9 ha incontrato il premier Giuseppe Conte. Dopo uno sciopero della fame durato un mese, Bernardini porta a palazzo Chigi il puntuale elenco delle sue richieste per far calare il numero dei detenuti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 dicembre 2020
Tra le categorie alle quali il vaccino anti Covid 19 sarà somministrato prioritariamente figurano medici e infermieri, ultrasessantenni, malati cronici, pazienti affetti da più patologie, addetti ai servizi essenziali come insegnanti e forze dell'ordine e chiunque viva in condizioni nelle quali non possa essere garantito il distanziamento fisico. Tutti loro, tranne la comunità penitenziaria.
di Chiara Francesca Caraffa
eurocomunicazione.com, 23 dicembre 2020
Intervista a Cosima Buccoliero, dirigente penitenziario della II Casa di Reclusione di Milano - Carcere di Bollate e del carcere minorile Beccaria. Ieri mattina il presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, ha incontrato Rita Bernardini, presidente dell'Associazione Nessuno Tocchi Caino.
La sua protesta contro la situazione nelle carceri italiane è diventata un lungo sciopero della fame, interrotto pochi giorni fa, una volta accolto l'invito all'incontro odierno che si è da poco concluso. Nell'intervista rilasciata a Lanfranco Palazzolo, corrispondente di Radio Radicale dalla Camera dei Deputati, Rita Bernardini ha sottolineato la disponibilità a ragionare e discutere del premier, definendo l'incontro soddisfacente.
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