linkabile.it, 23 dicembre 2020
Come abbiamo sottolineato più volte, la pandemia ha esasperato tutte le criticità del sistema penitenziario, da anni zona grigia e totalmente estranea alla società. Il sovraffollamento, la promiscuità degli spazi e la carenza di condizioni igienico-sanitarie adeguate ha centuplicato il rischio del contagio e così attualmente sono più di mille i detenuti positivi al Covid-19. Lo stesso dicasi per il personale penitenziario e amministrativo, che conta più di 800 contagiati.
La Regione Campania è stata tra le più colpite e nelle sue carceri ci sono attualmente 48 detenuti positivi, di cui 44 nel solo carcere di Secondigliano, i restanti tra la casa circondariale di Poggioreale e il carcere di Benevento. Sono per fortuna soltanto tre coloro che hanno avuto bisogno di un ricovero in ospedale (e tra questi due appartengono all'area di esecuzione penale esterna), ma dall'inizio della pandemia sono già morti 4 detenuti nelle sole carceri campane, senza contare un agente di polizia penitenziaria in servizio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e il dirigente sanitario del carcere di Secondigliano. Nonostante il rischio insito negli istituti di pena fosse stato denunciato da più autorevoli voci già durante la prima ondata pandemica, le misure varate a livello governativo sono state del tutto insufficienti ed oggi, come denunciato dal Garante campano delle persone private della libertà personale Samuele Ciambriello, "la seconda ondata pandemica ha portato con sé molti più morti e contagiati". "Ma la politica continua a minimizzare e ad essere indifferente, e la pena porta con sé un sovraccarico di sofferenze e umiliazione non scritto in sentenza, ma soprattutto essa non riesce a ricostruire una nuova identità sulla quale innestare un percorso di cambiamento": questo quanto affermato da Ciambriello, che continua a ritenere il carcere "una risposta semplice a problemi complessi".
Gazzetta del Mezzogiorno, 23 dicembre 2020
Ad aprile era stato inviato ai domiciliari dal carcere di Opera, poi il nuovo arresto e la traduzione in carcere. È morto nel Policlinico di Bari lo storico boss Francesco "Ciccio" La Rocca, esponente di spicco di Cosa nostra nel Catanese, guidata dalla famiglia Santapaola, legato ai Corleonesi di Totò Riina. Aveva 82 anni ed era da tempo malato.
Durante la sua attività criminale avrebbe ospitato anche Bernardo Provenzano in un periodo della latitanza del capomafia palermitano. A metà dello scorso anno era stato trasferito dal carcere di Opera nel suo paese d'origine, San Michele di Ganzaria, agli arresti domiciliari, per gravi motivi di salute. Il provvedimento era stato revocato a settembre e La Rocca era stato condotto prima nel reparto detenuti dell'ospedale Cannizzaro di Catania, poi nel carcere di Bari, che ha una struttura clinica interna. Da circa un mese era stato trasferito nel Policlinico del capoluogo pugliese, agli arresti detentivi, per l'aggravarsi delle sue condizioni di salute.
di Nicola Munaro
Il Gazzettino, 23 dicembre 2020
Il primo tampone positivo è di giovedì scorso. Da lì il via ai test, 400 in tutto, per tracciare il contagio e ridurre la diffusione del virus. La risposta è arrivata lunedì sera con altri 23 positivi al virus, e così nel carcere di Santa Maria Maggiore di Venezia è montata la tensione.
Nessuna rivolta, ma tanti mugugni e proteste per una situazione che ora diventa di gestione delicata. Il carcere maschile di fatti è un cluster: oltre ai 24 detenuti positivi, ci sono anche 3 agenti di polizia penitenziaria in isolamento fiduciario a casa. In totale, i casi sono 27 in pochi giorni e ora le aree e le sezioni del penitenziario cittadino sono sotto stretta vigilanza medica, costringendo detenuti e operatori a osservare norme di comportamento ancora più rigide.
La tensione - comunque non esplosa in gesti clamorosi - ha iniziato a serpeggiare tra i corridoi del Santa Maria Maggiore lunedì sera ed è andata avanti per tutta la giornata di ieri. La mossa è arrivata con la notizia di altre 23 detenuti positivi che, quindi, dovevano essere isolati dal resto della popolazione carceraria. E se per la maggior parte di loro il trasloco in isolamento non ha dato origine a nulla, due detenuti hanno iniziato a protestare dicendo che non sarebbero usciti dalla loro cella, che quello era il loro posto e che lì avrebbero passato la quarantena forzata. Un comportamento che ha spinto gli agenti a spostare di peso i due riottosi per trasferirli nelle aree Covid all'interno del carcere: è stato quello il momento più critico di lunedì sera. Una tensione che si è protratta anche per la giornata di ieri con gli agenti di polizia penitenziaria impegnati a spegnere sul nascere ogni sorta di protesta da parte dei detenuti.
A far alzare la tensione anche la decisione, necessaria, di chiudere il carcere maschile di Venezia in una bolla con l'obiettivo di circoscrivere il contagio. Mentre i 23 detenuti positivi - tutti appartenenti alla sezione sinistra del penitenziario - sono stati spostati in due aree Covid all'interno del carcere già pronte all'occorrenza per affrontare eventuali casi di coronavirus, la direzione del Santa Maria Maggiore ha chiuso ogni accesso alla struttura, decisione necessaria che ha avuto come corollario quello di alzare il tasso di mal sopportazione da parte delle persone che stanno scontando la propria pena o che sono in arresto. Nessuna visita da parte dei parenti, difficili anche i colloqui con i legali e annullamento di tutti gli eventi organizzati per il Natale: niente messa del patriarca Francesco Moraglia, niente scambio di doni e niente cena di Natale offerta dalla cooperativa Il Cerchio. Se uno spiraglio di riapertura ci potrà essere, lo si saprà all'esito dei tamponi molecolari di controllo a cui i 24 detenuti verranno sottoposti il 29 dicembre: se dovessero dare esito negativo, il focolaio si potrebbe considerare come spento e la vita del carcere potrebbe tornare ad una sua normalità.
A inizio marzo, mentre nei penitenziari di tutta Italia infiammava la protesta per i primi Dpcm che vietavano le visite di parenti e avvocati, anche il carcere di Venezia aveva vissuto una mattinata di forte tensione. Tutto era iniziato al secondo piano del complesso carcerario dove una cinquantina di detenuti aveva spaccato i vetri di alcune finestre delle celle, dato fuoco a materassi e coperte lanciandoli in un'area comune, gridando a gran voce e battendo i blindi delle celle per chiedere di essere liberati. Una protesta nata, come nel resto d'Italia, per far sentire la propria voce contro i restringimenti decisi dal Governo Conte, che stava cercando di contenere il virus e non aveva ancora varato il lockdown. Da quel momento il carcere di Santa Maria Maggiore - che con l'estate aveva riaperto alle visite - era rimasto escluso dal contagio, così come il penitenziario femminile della Giudecca.
Corriere del Trentino, 23 dicembre 2020
Nella casa circondariale di Spini di Gardolo, nei giorni scorsi, si è attivato un contenuto focolaio di Covid-19, presto isolato. A ieri, su 297 detenuti 32 risultavano ancora positivi al Coronavirus. "Tutti asintomatici o paucisintomatici", spiega Chiara Mazzetti, medico responsabile del carcere. Ma già oggi sono attesi i tamponi di controllo, che faranno scendere il bollettino dei positivi in carcere. La seconda ondata è entrata nella realtà penitenziaria di Trento in misura più dirompente rispetto alla prima. Se da marzo a giugno si erano registrati solo 6 casi, dal 30 novembre ad oggi i positivi sono stati 38. Si tratta per lo più di nuovi ingressi. Persone che, prima di entrare, risultano positive al tampone, fatto d'ufficio. "Queste vengono subito isolate - spiega il medico - In più, lo screening mensile aiuta a intercettare tutti i casi". Grazie a questo protocollo è stato contenuto il focolaio degli scorsi giorni. "Tutti i detenuti sono ricoverati in un reparto gestito con zone filtro, seguendo le norme di sicurezza per il personale sanitario e penitenziario", spiega Mazzetti.
All'interno delle carceri prendono anche il via iniziative di rieducazione e reinserimento lavorativo che ieri Procuratore capo di Trento Sandro Raimondi ha voluto omaggiare (vedi foto), offrendo in regalo ai sostituti procuratori e al personale di cancelleria della Procura di Trento i panettoni realizzati da circa 40 detenuti dell'istituto penitenziario "Due palazzi" di Padova, che producono 60 mila panettoni artigianali all'anno.
La Stampa, 23 dicembre 2020
Caro direttore, in una situazione già complicata si intrecciano gli effetti della pandemia dietro le sbarre: regole di distanziamento impossibili da rispettare, pur volendo, a causa di celle sature e docce comuni; contagi che aumentano e la difficoltà di tracciamento che si evidenzia giorno dopo giorno all'esterno, figurarsi qui dentro. Ricordiamo che l'epidemia ha richiesto l'applicazione di misure particolarmente stringenti anche sulla popolazione detenuta allo scopo di contenere i contagi. Purtroppo non sono servite così come servono a ben poco gli articoli inseriti nel "decreto ristori".
Aumentano i contagi, aumenta l'angoscia, s'incrementa la rabbia e la sfiducia. Siamo come un malato a cui il proprio medico nega le cure. Il medico dovrebbe essere lo Stato? Lo stesso Stato che ha approvato un decreto legge che crea diseguaglianza rispetto al diritto di tutela della salute. Principi cardine della Costituzione messi in secondo piano da questi decreti: Coloro che sono condannati con il 4bis; al 41 bis; con una pena superiore ai 18 mesi non sono a rischio? Hanno meno diritti di altri anche di fronte all'emergenza sanitaria?
Facciamo presente che qui a Torino solo 16 stanze sono state dichiarate ammissibili, rientrano cioè nei "requisiti" che richiede il decreto legge, a fronte di 1300-1400 detenuti. Il sovraffollamento non si riduce. I contagi galoppano. Il "decreto ristori" non basta. Non ci basta. C'è, inoltre, il nostro diritto all'affettività che risente moltissimo di un secondo lockdown, pur essendo una tutela anche per i nostri cari, un blocco di colloqui e permessi grava sui nostri stati d'animo e su quelli dei nostri affetti. Questo sacrificio non era previsto nelle nostre sentenze, almeno in un momento di straordinaria emergenza ci aspettiamo di più.
Ci aspettiamo civiltà. Chiediamo che vengano prese in esame misure meno afflittive estese a tutta la popolazione detenuta. Ampliamento della libertà anticipata-amnistia-indulto. Sosteniamo i nostri compagni che stanno protestando pacificamente. Sosteniamo la proposta di aumentare la libertà anticipata con effetto retroattivo a quando venne sospesa (2015) e per tutti i detenuti. L'emergenza e i rischi a essa connessi non ti chiedono se hai o non hai il 4bis. A tutti quelli che credono ancora che esista per tutti il diritto ad avere diritti chiediamo di aderire al nostro appello.
Seguono 446 firme di detenuti
Gazzetta di Modena, 23 dicembre 2020
Rivolta in carcere e nove morti: ieri la Procura ha ascoltato due dei cinque firmatari della denuncia sui maltrattamenti e i pestaggi dell'8 e 9 marzo e sulla morte di Salvatore Sasà Piscitelli, il detenuto 40enne attore di teatro trovato senza vita nella cella di Ascoli dopo il trasferimento da Modena.
I pm Lucia De Santis e Francesca Graziano hanno sentito i due detenuti, ora a Sant'Anna in isolamento, come persone informate sui fatti: non sono indagati neppure per la rivolta. Venerdì avevano sentito il primo del cinque, subito dopo trasferito in un altro carcere. Non si conosce il contenuto delle informazioni fornite ai pm ma è noto il contenuto dell'esposto da loro presentato alla Procura Generale di Ancona: asseriscono di essere tutti e cinque testimoni oculari dei gravi fatti riferiti e delle ultime ore di Piscitelli.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 23 dicembre 2020
"Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere hanno intimato alle detenute del Senna di non scrivere più lettere ai garanti per farle poi pubblicare", denuncia il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello. Se non è proprio censura, è sicuramente un invito alla riservatezza che sembra decisamente stonare con le adesioni allo sciopero della fame per sensibilizzare politica e opinione pubblica sul dramma negli istituti di pena, sciopero cominciato il 10 novembre dalla leader dei Radicali e anima di Nessuno Tocchi Caino Rita Bernardini e dal quale è nata una staffetta che ha previsto giornate di digiuno a cui hanno aderito garanti, avvocati, professionisti, parroci e cappellani delle carceri, volontari, rappresentanti del mondo dell'associazionismo locale, oltre appunto a centinaia di detenuti in tutta Italia.
Sabato scorso, a Napoli, il garante Ciambriello e il cappellano di Poggioreale don Franco Esposito hanno guidato una marcia attorno al carcere cittadino. "Un giorno di digiuno per la dignità di chi è in carcere" e per sostenere la necessità di inserire anche i detenuti e chi, come gli agenti della penitenziaria, lavora nelle carceri tra le persone da sottoporre con priorità alla campagna di vaccinazione contro il Covid. In questo contesto, dunque, la censura all'interno degli istituti di pena colpisce.
"Ci adoperiamo anche per chi lavora nelle carceri", spiega Ciambriello evidenziando come, tra le vittime del Covid nelle celle della Campania, oltre due detenuti, ci siano stati finora anche un medico e un agente della penitenziaria. E invece è arrivato nel carcere casertano l'invito a evitare lettere e interviste. "Addirittura a una detenuta, il cui parente aveva fatto un'intervista denuncia, per un giorno hanno fatto visite e controlli e poi hanno consigliato di non far ripetere la cosa", aggiunge Ciambriello.
Ma cosa hanno scritto nelle loro lettere le detenute del Senna? Hanno scritto della loro intenzione di aderire allo sciopero della fame: "Aderiremo noi tutte sabato, speranzose che anche il nostro contributo possa essere d'aiuto in questa battaglia alla sensibilizzazione del valore della vita di ogni singolo detenuto". "Purtroppo - si legge nella lettera - dell'universo carcere ci sono idee confuse e percezioni distorte e non aver mai toccato con mano certe realtà può rendere disumani.
Un detenuto viene guardato dall'esterno per i crimini che ha commesso e non viene vista la sua natura di essere umano. Qualcuno si ferma mai ad ascoltare cosa si nasconde dietro ciò che ha commesso? Oppure cosa accade nella vita quotidiana di queste persone?". Poi c'è un riferimento alla pandemia e alle preoccupazioni che sta generando: "Anche la morte di un detenuto dovrebbe provocare lo stesso dolore di ogni singolo essere umano".
Il garante regionale ha attivato da ieri una serie di colloqui con i reclusi dei vari istituti di pena campani: si tratta di colloqui telefonici e in videochiamata. Intanto il Covid in cella continua a fare paura. Secondo i dati più aggiornati, i detenuti contagiati nelle carceri della regione sono 49: di questi, il numero più alto è nel carcere di Secondigliano (44 positivi), 2 a Benevento e sono scesi a 3 a Poggioreale, un risultato che incoraggia e premia gli sforzi messi in campo all'interno del più grande penitenziario cittadino. I numeri, però, non consentono di abbassare la guardia: tra agenti della penitenziaria e operatori socio-sanitari si contano ancora 82 positivi al virus.
di Ciro Cuozzo
Il Riformista, 23 dicembre 2020
"Ha tre figli, cambiato vita e lavorato onestamente". Giustizia lumaca. Così dopo 21 anni finisce in carcere un uomo di 47 anni che aveva cambiato vita iniziando a lavorare onestamente. È la storia di Giuseppe Marziale, 47enne napoletano raggiunto nei giorni scorsi da un ordine di carcerazione emesso dall'Ufficio Esecuzioni Penali del Tribunale di Napoli ed emesso dalla Squadra Mobile.
Dovrà scontare 11 anni, 11 mesi e 16 giorni di reclusione perché ritenuto responsabile di associazione di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti commessi a Napoli dal settembre 1999 al luglio 2000. L'uomo, dopo un'attività investigativa, è stato rintracciato presso uno stabilimento dell'area industriale di Pascarola, frazione del comune di Caivano.
Non ci sta il suo legale, l'avvocato Sergio Pisani che chiede la grazia al presidente della Repubblica Sergio Mattarella "perché la funzione rieducativa della pena non si trasformi in una mera funzione punitiva, annullando, di fatto, un percorso di vita che ora viene incredibilmente stroncato".
Giuseppe, infatti, dopo un primo arresto venne scarcerato dal Tribunale del Riesame per mancanza di esigenze cautelari. Nell'arco degli ultimi 20 anni ha cambiato vita "lavorando onestamente" e vivendo con la moglie e i tre figli.
Nel 1999 faceva parte di un gruppo malavitoso dei Quartieri Spagnoli di Napoli, precisamente nella zona di Sant'Anna a Palazzo, i cui componenti, fatta eccezione per lui, che ha cambiato strada, sono tutti finiti ammazzati. La carcerazione di Giuseppe, da tutti chiamato Pippo, "rappresenta il fallimento totale dell'attuale sistema giustizia. Che senso ha, dopo 21 anni da un fatto reato, far scontare 11 anni di reclusione ad un soggetto che in un ventennio si è totalmente riabilitato lavorando onestamente e mettendo su famiglia" si chiede l'avvocato Pisani.
Corriere di Taranto, 23 dicembre 2020
Una bella ed encomiabile iniziativa di solidarietà è quella che oggi, martedì 22, vedrà protagonisti i detenuti della locale casa circondariale "Carmelo Magli", grazie al coordinamento del Banco Alimentare e all'incoraggiamento della direttrice della struttura penitenziaria dott.ssa Stefania Baldassari.
Ogni anno i detenuti sono soliti donare un cospicuo quantitativo di generi alimentari, acquistati allo spaccio della "Carmelo Magli", a una parrocchia della diocesi jonica per la distribuzione, attraverso la propria Caritas, alle famiglie più bisognose.
Quest'anno la scelta ha riguardato la parrocchia tarantina di Sant'Antonio da Padova, in via Duca degli Abruzzi che, spiega il parroco don Carmine Agresta, presenta un numero particolarmente elevato di famiglie indigenti, peraltro provate dalla mancanza di lavoro per le conseguenze della pandemia. Inoltre una certa percentuale di componenti di queste famiglie è ristretta alla casa circondariale tarantina. Motivo per il quale la decisione di destinare quest'anno i generi alimentari alla Sant'Antonio è stata pressoché accettata all'unanimità dai detenuti.
Saranno i volontari del Banco Alimentare, presieduto da Gigi Riso, a consegnare oggi le derrate al parroco don Carmine Agresta. Tante famiglie bisognose della parrocchia potranno così festeggiare dignitosamente il Santo Natale. Ciò inoltre sarà occasione per diversi nuclei familiari di essere in comunione di affetti con i propri cari tuttora ristretti alla "Carmelo Magli", in attesa di riabbracciarli al più presto.
di Leonardo Fiorentini e Marco Perduca
Il Manifesto, 23 dicembre 2020
Il governo italiano s'è distinto per il silenzio di fronte a queste importanti modifiche di orientamento. Le scaramucce interne alla maggioranza di governo hanno evitato prese di posizione sullo storico voto delle Nazioni unite che ha riconosciuto il valore terapeutico della cannabis. Nessuno dubita che il Ministro Speranza sia molto impegnato in questi mesi, ma se quanto accaduto in primavera col coronavirus era una prima volta per tutti, quel che stiamo vivendo con la "seconda ondata" non può esser considerato come un'emergenza che mette tutto in secondo piano.
Proprio come i suoi predecessori, tutti sollecitati dalla Società Civile italiana per anni in merito alle scelte politiche sulle "droghe", anche Roberto Speranza ha ritenuto di non dover rispondere a chi si è mobilitato affinché non si facessero passi indietro, almeno sulla cannabis terapeutica.
La quotidiana colluttazione governativa, degna del miglior Tyson - oggi noto coltivatore di cannabis nella sua tenuta - non lo ha purtroppo immunizzato da decisioni di regresso politico circa la pianta maledetta: prima una circolare ministeriale con arbitrari limiti all'uso e alla distribuzione dei medicinali a base di cannabis, poi una decisione improvvida della Agenzia dei Monopoli sull'incompatibilità di cannabis light e svapo, infine il noto decreto di inserimento del Cbd nella tabella dei medicinali psicotropi del Testo unico sulle droghe poi sospeso per evitare figuracce scientifiche e politiche.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità supportata da studi scientifici inattaccabili è determinata nel suggerire una revisione onnicomprensiva dell'impianto anti-terapeutico che negli anni è stato imposto alla cannabis. La Corte di Giustizia dell'Unione europea ha preso atto stabilendo che il Cbd non è una sostanza da includere tra quelle psicoattive aprendo alla sua registrazione continentale come "novel food" e la Commissione europea s'è adeguata.
Il governo italiano s'è distinto per il silenzio di fronte a queste importanti modifiche di orientamento. Le scaramucce interne alla maggioranza di governo hanno evitato prese di posizione sullo storico voto delle Nazioni unite che ha riconosciuto il valore terapeutico della cannabis. Pur avendo votato a favore il nostro governo non ha chiarito come intende rendere "domestica" quella decisione...
Riproponiamo alcuni punti ineludibili: cancellazione della circolare ministeriale del 26 settembre; ritiro definitivo del decreto sul Cbd; aumento della produzione nazionale di cannabis con apertura a partnership pubblico-privato senza pregiudizio a imprese private; liberalizzazione dell'importazione per sopperire al fabbisogno nazionale; finanziamento della formazione del personale socio-sanitario e campagne informative per il pubblico; allargamento delle patologie e garanzia della rimborsabilità dei prodotti; investimenti in ricerca sulla pianta e avvio di sperimentazioni cliniche innovative.
In attesa di una necessaria riforma strutturale tutto quanto qui ricordato è possibile a legislazione vigente, senza alcun passaggio parlamentare e quindi senza la necessità di comporre maggioranze ad hoc. Tra l'altro, domenica scorsa, la Camera ha approvato l'emendamento Magi per incrementare i fondi per l'approvvigionamento di cannabis per il 2021.
Esattamente due mesi fa è iniziato un digiuno di dialogo su temi legati alla cannabis. Si tratta di un'iniziativa ancora in corso con oltre 300 aderenti e un calendario che arriva fino alla fine dell'anno. Si tratta di persone coinvolte a vario titolo nella richiesta di rispetto del loro diritto alla salute che vanno ringraziate per la loro partecipazione a quest'opera di convincimento e che aspettano almeno un cenno d'interesse. Non è mai troppo tardi per corrispondere a richieste di buon senso, anche perché non ci sono più alibi scientifici, giuridici o politici per non fare qualcosa di sinistra - o che ci possa rendere finalmente liberi e uguali nel poter godere dei nostri diritti.
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