di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 26 marzo 2021
A guidare il gruppo di lavoro sarà il costituzionalista Massimo Luciani. Dovrà scrivere la riforma del Csm e, più in generale, dell'intero ordinamento giudiziario. Si completa la squadra della ministra della Giustizia Marta Cartabia per affrontare le prossime riforme. Dopo il gruppo di lavoro sul penale, guidato dal presidente emerito della Corte costituzionale Giorgio Lattanzi, e quello sul civile, presieduto dal processualista Francesco Paolo Luiso, ora è la volta di quello deputato a scrivere la riforma del Csm e, più in generale dell'intero ordinamento giudiziario.
A guidarlo sarà il costituzionalista Massimo Luciani, docente alla Sapienza e in campo da tempo con riflessioni e proposte anche sul tema "caldo" del sistema elettorale. Dove da Luciani, intervenendo pochi mesi fa a un convegno di Area, è arrivato l'avvertimento a monte, perché "la riforma del sistema elettorale del Csm non può essere l'occasione per stroncare la libertà di associazione dei magistrati qua talis, specie a fronte di un associazionismo nato e prosperato anche per la spinta di legittime pulsioni ideologiche e culturali. Un simile intento sarebbe, puramente e semplicemente, distonico con l'apertura pluralistica dell'impianto costituzionale".
E tuttavia, a valle, ha spiegato lo stesso Luciani "che vi sia o non vi sia un'organizzazione di tipo associativo, non esiste alcun procedimento elettorale complesso nel quale non si confrontino gruppi comunque organizzati di opinione".
L'appartenenza però non deve andare a detrimento della qualità degli eletti, così per Luciani. E per Luciani la preferenza deve andare a un sistema che preveda la trasferibilità del voto singolo, eliminando le distorsioni del maggioritario, aumentando il potere dell'elettore e favorendo la qualità dei candidati a scapito dei giochi correntizi.
Quanto di questa impostazione si tradurrà nelle proposte del gruppo di lavoro si vedrà; di certo la presenza di outsider come Nello Nappi, consigliere in Cassazione, ex componente del Csm e autore di un libro deliberatamente provocatorio come "4 anni a Palazzo dei Marescialli - Idee eretiche per la riforma del Csm" e del costituzionalista della Cattolica di Milano, ma anche ex ministro della Salute nel Governo Monti e componente del Csm, Renato Balduzzi, potrebbero fare emergere soluzioni innovative per una riforma strettamente collegata alla necessità di un recupero di credibilità della magistratura dopo lo scandalo delle nomine pilotate ai vertici degli uffici giudiziari (ieri Luca Palamara è stato ascoltato dal Csm).
Soluzioni innovative per molti prefigurate dalla stessa Cartabia che, nelle linee guida della sua amministrazione esposte al Parlamento, ha aperto, per esempio, all'ipotesi di un rinnovo biennale dei componenti del Csm, sia laici sia togati. Di certo non sarà facile calibrare le scelte del ministero e le aspettative delle forze politiche che sostengono la maggioranza, come plasticamente dimostrato in commissione Giustizia alla Camera, dove un asse tra Lega, Forza Italia, Italia Viva e Azione, ha permesso di fissare una data, il 23 aprile, per la presentazione degli emendamenti alla riforma penale antecedente a quella che vedrà formalizzate le proposte del Governo. Uno sgarbo a Cartabia che così si è vista scavalcata.
Il Sole 24 Ore, 26 marzo 2021
I penalisti denunciano la "sistematica, atavica e non più tollerabile compressione dei diritti dei detenuti" e preannunciano "iniziative di protesta". Sul piede di guerra le Camere Penali di Napoli, Benevento, Irpina, Napoli Nord, Nola, Santa Maria Capua Vetere e Torre Annunziata, che in maniera unanime denunciano "le gravissime condizioni in cui versa il Tribunale di Sorveglianza partenopeo". "Le gravissime e croniche disfunzioni del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, rese ancora più acute dall'attuale contesto emergenziale - tuonano - oramai non sono più tollerabili. Da troppi anni nel distretto di Corte di Appello di Napoli viene sistematicamente mortificato il diritto dei detenuti ad espiare la pena secondo principi e modalità conformi al dettato costituzionale".
"La sistematica, atavica e non più tollerabile compressione dei diritti dei detenuti da parte dell'Ufficio di Sorveglianza di Napoli - incalzano le Camere Penali - necessita di risposte ferme e tempestive e di un'assunzione di responsabilità da parte di tutti i protagonisti della giurisdizione". E invitano "tutti i magistrati e lo stesso presidente del Tribunale di Sorveglianza, che peraltro in numerose occasione hanno pubblicamente evidenziato le gravissime condizioni in cui versa il Tribunale di Sorveglianza partenopeo, a rendere note le eventuali ragioni ostative all'adempimento ed a valutare ogni forma di sollecitazione, ivi inclusa la possibilità di autosospendersi dal servizio per impossibilità di rispettare le norme codicistiche e costituzionali, affinché il governo disponga con assoluta urgenza tutti i provvedimenti necessari per l'immediato ripristino nella legalità costituzionale della pena".
Tra le problematiche sollevate: il tempo che intercorre tra la presentazione delle richieste di accesso ai benefici penitenziari e la loro registrazione; il tempo che intercorre tra la registrazione dell'istanza e la fissazione dell'udienza; l'elevato numero di rinvii delle udienze per carenza o assenza di istruttoria; la tempistica di invio delle impugnazioni alla Suprema Corte di Cassazione; la tempistica di decisione in merito ai permessi premio; la tempistica per la valutazione delle istanze di liberazione anticipata; la tempistica per la decisione delle istanze di riabilitazione; la tempistica per la fissazione delle udienze di reclamo; la mancata e/o tardiva registrazione delle informazioni nei sistemi informatici. In assenza di un'effettiva risoluzione delle problematiche o dell'avvio di una congiunta azione di protesta, le Camere Penali distrettuali preannunciano iniziative "di protesta necessarie per garantire ai detenuti il rispetto della dignità e dei diritti allo stato intollerabilmente calpestati".
di Riccardo Polidoro
Il Riformista, 26 marzo 2021
Il mare in burrasca della giustizia italiana continua a fare danni. Oltre a stravolgere la vita di cittadini ritenuti colpevoli, dopo molti anni assolti, a condannare altri a distanza di un lasso di tempo enorme dal fatto-reato, a non riuscire a soddisfare le richieste delle persone offese, a non garantire una detenzione rispettosa dei principi costituzionali, disperde anche enormi risorse finanziarie. Alcuni dei principi fondanti del nostro ordinamento, come la presunzione d'innocenza e la ragionevole durata del processo sono affondati negli abissi di queste acque mai calme e a volte inquinate.
Il Riformista ha evidenziato l'esborso legato alle riparazioni per ingiusta detenzione a Napoli e dintorni, il che non riguarda solo "coloro che cadono a mare" o "vi vengono gettati", ma coinvolge tutta la comunità in quanto le risorse finanziarie che garantiscono il (mal)funzionamento dell'amministrazione giudiziaria provengono dalle nostre tasche.
Lo tsunami-giustizia, dunque, colpisce l'intero Paese e lo danneggia anche perché non attira investimenti dall'estero. Alla lentezza cronica dei processi - destinati a diventare "senza fine" se non si riforma la prescrizione - e al loro costo elevato in termini di risorse umane e finanziarie, si aggiungono i risarcimenti che lo Stato è condannato a pagare agli imputati per la lunghezza dei processi e le ingiuste detenzioni.
A tali spese si sommano quelle per mantenere un sistema penitenziario non efficiente e dai costi elevati. Se la giustizia fosse un'azienda privata sarebbe fallita da tempo. Questo è il parametro che manca del tutto nelle organizzazioni statali. Non si è abituati a ragionare in termini di costi-benefici e quello che vale per i privati non è detto venga applicato anche al pubblico.
Un esempio attualissimo sono i numerosi procedimenti fissati - nonostante l'emergenza sanitaria - alla stessa ora in quasi tutte le sezioni del Palazzo di Giustizia di Napoli. Manca una visione concreta delle situazioni e a pagarne le conseguenze sono avvocati e parti private, costrette ad attendere fuori dalle aule. Tutti concordano sul fatto che il sistema non funzioni, ma non si adottano provvedimenti adeguati. Un imprenditore che vede il proprio prodotto non venire alla luce nei tempi stabiliti e/o che lo vede difettato, corre immediatamente ai ripari. Concentra tutte le risorse umane e finanziarie per migliorare la produzione, responsabilizzando dirigenza e maestranze. Non avviene così a livello statale.
Il personale è costantemente sottodimensionato e si consente ad alcuni di essere posti fuori ruolo per il distacco presso Ministeri o altrove. Inoltre alla funzione ricoperta può aggiungersi un'altra, come far parte delle Commissioni tributarie, con evidenti sottrazioni di tempo all'attività principale. Non si pensa di rimediare a queste paradossali situazioni, ma si progettano riforme per diminuire le garanzie degli indagati e degli imputati, già caduti nelle onde tempestose e consapevoli di doverci restare per molto tempo. Occorre, dunque, un cambio di passo.
Una vera e propria inversione di rotta che possa calmare le acque e restituire un minimo di fiducia in una giustizia uguale per tutti, ma efficiente. In diritto non esiste il principio del mal comune mezzo gaudio. A curare questi mali vi è oggi un ministro della Giustizia, di grande competenza che ha sempre indicato la nostra Costituzione come la bussola da seguire per ogni decisione.
Nelle linee programmatiche, appena sottoscritte dalla guardasigilli, sono indicati principi che fanno sperare in un futuro migliore per la giustizia italiana. In tema di esecuzione penale è stato precisato - contrariamente a quanto sostenuto dal precedente ministro - che la certezza della pena non è la certezza del carcere, che per gli effetti desocializzanti che comporta dev'essere invocato quale extrema ratio e che occorre valorizzare piuttosto le alternative alla reclusione, già quali pene principali. In questo pensiero che ci riporta al vero diritto e non a quello del "bar sport", c'è anche la concretezza e ragionevolezza che prima è mancata a chi ha tentato, senza riuscirci, di fermare le onde di un mare continuamente in tempesta. Al giudice di merito va data la possibilità di infliggere anche misure alternative al carcere, condannando l'imputato a un percorso punitivo-rieducativo che potrà successivamente essere rimodulato dal magistrato di sorveglianza.
Tale soluzione potrebbe anche riempire di contenuti "rieducativi" la sospensione condizionale della pena, istituto privo di elementi sanzionatori e punitivi. Occorrerà far comprendere all'opinione pubblica le ragioni del necessario cambiamento, per attuare quella rivoluzione culturale che nel 1975 non accompagnò l'entrata in vigore dell'ordinamento penitenziario e, ai giorni nostri, il suo progetto di riforma. E precisare che le misure alternative sono comunque anch'esse delle pene che comportano una restrizione della libertà e, in larga percentuale, evitano il pericolo di recidiva a un costo per la collettività di gran lunga più basso. Un'equazione costi-benefici di facile comprensione.
di Nadia Cozzolino
agenziadire.com, 26 marzo 2021
È la richiesta del Garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello che ieri ha presentato la relazione finale del progetto "Corso di alfabetizzazione per detenuti stranieri nelle carceri campane". "I detenuti che non conoscono l'italiano rischiano di essere detenuti invisibili. Non sono a conoscenza dei loro diritti e questo li costringe a vivere una condizione di doppia reclusione. Oggi chiediamo alle autorità nazionali di inserire in ogni carcere, accanto alla figura dell'educatore e dello psicologo, anche quella del mediatore culturale e linguistico".
È la richiesta del garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello che oggi, nella sala multimediale del Consiglio regionale, ha presentato la relazione finale del progetto "corso di alfabetizzazione per detenuti stranieri nelle carceri campane".
Per nove mesi i mediatori sono entrati nei penitenziari di Fuorni a Salerno, Poggioreale e Secondigliano a Napoli per mettere a conoscenza i detenuti stranieri dei loro diritti. Tra febbraio e ottobre 2020 i mediatori multilingue hanno incontrato complessivamente 167 detenuti stranieri, prevalentemente africani ed europei. Ma in totale sono 877 i reclusi di origine straniera presenti in 15 istituti per adulti della Campania, prevalentemente nigeriani, marocchini e rumeni. Senza una figura di supporto tanti detenuti non sanno, ad esempio, che è possibile attivarsi per il rinnovo del permesso di soggiorno anche in carcere.
"Il ruolo del mediatore - rileva Ciambriello - è fondamentale perché funge da collegamento tra il detenuto e il carcere, lo aiuta a integrarsi nel contesto e a comprenderne le regole. Sarebbe auspicabile investire maggiormente nell'insegnamento dell'italiano e incentivare la partecipazione a questi corsi".
"Con l'alfabetizzazione - sottolinea la vicepresidente del Consiglio regionale della Campania Loredana Raia - i detenuti hanno la possibilità di integrarsi meglio nella società. Una volta usciti dal carcere, saranno uomini e donne libere di potersi costruire un futuro migliore. Questo progetto è finanziato dall'assessorato alle Politiche sociali della Regione Campania che ha voluto scommettere su un progetto che si propone di umanizzare le condizioni di vita dei detenuti".
"Può succedere che la non conoscenza della lingua - dice Antonio Fullone, provveditore della Campania - causi situazioni di ulteriore emarginazione. È necessario pensare all'integrazione partendo proprio da questi segmenti, quelli già di per sé più emarginati".
di Andrea Nicolosi*
Il Riformista, 26 marzo 2021
Coltivare la speranza, ottenere una pronuncia di assoluzione o la grazia per un uomo che ha aiutato a riabilitare tante persone. L'idea di un Comitato Per Ambrogio Crespi è germogliata naturalmente, dall'attività di Nessuno Tocchi Caino, la notte del 9 marzo 2021, quando non si dormiva, per la condanna in Cassazione di Ambrogio Crespi, a 6 anni di reclusione per "concorso esterno in associazione mafiosa".
Il Comitato è nato dalla ferma convinzione che Ambrogio Crespi sia innocente. Al di fuori del processo, l'incompatibilità tra Ambrogio e il reato che gli viene attribuito è sancita dalla sua vita, dalle sue opere cinematografiche, dalla opinione di chi lo conosce persona per bene, sensibile, generoso, pacifico, contro ogni violenza e, ancor più, contro le violenze delle organizzazioni criminali, alle quali ha opposto la forza della sua arte, la sua ferma condanna, la sua lotta culturale a viso aperto, a rischio della sicurezza e della propria vita.
Ho conosciuto per primo, tra le opere di Ambrogio, il capolavoro artistico di Spes Contra Spem - Liberi Dentro, manifesto della lotta alla mafia, cominciamento di rivoluzione culturale e giuridica, che testimonia realisticamente, senza finzioni né sofisticazioni, il percorso di maturazione interiore e rieducazione al senso etico e sociale dei condannati al "fine pena mai" detenuti nel carcere di Opera. Un capolavoro artistico che ha contribuito senz'altro alla fioritura della sentenza Viola contro Italia della Corte europea dei diritti dell'uomo, la sentenza che ha ribadito il divieto inderogabile di trattamenti inumani e degradanti e riconquistato ai condannati all'ergastolo senza speranza il diritto alla speranza.
Qualche giorno fa, Gaetano Puzzangaro, uno dei protagonisti di Spes Contra Spem, ha incontrato la voce di Ambrogio, detenuto nello stesso carcere di Opera, in una cella nei pressi della sua. Chissà quale tuffo al cuore, quale commozione a sentire l'uomo che si era piegato sulle sue sofferenze di detenuto senza speranza, riuscendo a farla emergere una speranza, nei lievi bagliori di bellezza che cominciavano a sbucare, come timidi fiori di campo, dalle "macerie della sua esistenza".
Così lui stesso ha definito la sua vita dopo l'omicidio del giudice beato Rosario Livatino, per il quale oggi prega e con il quale oggi parla. Chissà quale senso di separazione interiore a vedere uno Stato, l'Italia, che - dopo aver rinunciato, in nome dell'emergenza, alla dignità del condannato al carcere ostativo ed a valorizzarne i segni reali di cambiamento - incarcera un uomo che ha contribuito così fortemente a riabilitare la speranza nella risocializzazione sua e dei condannati come lui.
Chissà cosa avrà provato Gaetano Puzzangaro a vedere uno Stato che cade nel gigantesco errore e misfatto di divenire Caino (come lo è stato lui del beato Livatino) di un innocente Abele, di processare e condannare Ambrogio Crespi. A vedere uno Stato eseguire una pena - che ai sensi della Costituzione dovrebbe essere volta alla riabilitazione - nei confronti di una persona come Ambrogio che ha riabilitato persone e non richiede di essere riabilitata.
Ho conosciuto l'uomo Ambrogio, la sera della pronuncia della Cassazione. Un uomo oppresso dal dolore ma che teneva alta la sua grande dignità e si diceva grato, infinitamente grato, per la solidarietà che riceveva in quel momento così drammatico.
Ambrogio era incredulo, stupefatto, smarrito per la condanna ma bisognoso di voler capire, di sperare, di poter credere ancora nella giustizia "...perché, perché?!...Non capisco perché!?", continuava a chiedere con una voce rotta dal pianto, senza mai proferire parole di squalifica o sdegno verso i giudici, nonostante si sentisse ingiustamente offeso, tradito, pugnalato.
La verità è che questa drammatica storia non riguarda solo Ambrogio e la sua famiglia ma ciascuno di noi: a ogni innocente può capitare lo stesso destino infausto. La condanna di Ambrogio è una ferita sociale - proprio come quella di "Enzo Tortora, una ferita italiana" - trasversale, che mina i principi del giusto processo e la certezza del diritto e può pericolosamente rompere la fiducia collettiva nelle istituzioni e nella giustizia. Insinua una insicurezza sociale che smarrisce e paralizza.
Il Comitato per Ambrogio Crespi ha lo scopo di coltivare la speranza e ripristinare la verità. Di collaborare con Ambrogio, i suoi legali, la sua famiglia per far riemergere la sua innocenza, con tutti i mezzi possibili contemplati dall'ordinamento giuridico, per ottenere una pronuncia di assoluzione o la grazia del Presidente della Repubblica.
Ravvisa, per altro verso, la necessità di aprire un pacifico e approfondito dibattito collettivo che miri alle riforme della Giustizia strumentali a ripristinare in via più sostanziale lo stato di diritto, una giustizia più giusta, informata al senso di umanità, protesa al rispetto del valore universale della dignità umana.
La necessità è posta dal senso di considerazione e tutela dei tanti Ambrogio Crespi che scontano condanne carcerarie in via preventiva o definitiva e che, sconosciuti ai più, non hanno alcun comitato che li sostenga, alcuna cassa di risonanza che faccia risuonare il silenzioso lamento di un innocente.
*Presidente Comitato di Nessuno tocchi Caino per Ambrogio Crespi
anconatoday.it, 26 marzo 2021
"Abbiamo avuto conferme sul focolaio registrato a Villa Fastiggi di Pesaro con 47 contagiati. Larga parte degli stessi detenuti contagiati sarebbero risultati asintomatici ed alcuni si sarebbero già negativizzati". Lo dice in una nota il Garante regionale dei diritti delle Marche, Giancarlo Giulianelli, che in questi giorni ha effettuato una ricognizione negli istituti penitenziari della regione. A Pesaro, dove già nei giorni scorsi si era registrata la presenza di un focolaio, la situazione più critica.
"La situazione è stata determinata dall'ingresso di un nuovo detenuto che, dopo aver presentato sintomi riconducibili al Coronavirus, è stato subito trasferito in ospedale- continua Giulianelli-. Le sue condizioni sarebbero attualmente in via di miglioramento". Giulianelli fa anche presente che sono stati attivati prontamente tutti i protocolli per il contenimento della pandemia, anche attraverso il trasferimento delle sezioni interessate e una rivisitazione della logistica complessiva. "Teniamo conto- prosegue- che a Villa Fastiggi la situazione va attentamente monitorata, anche perché l'istituto deve fare i conti con un sovraffollamento ciclico, che al momento si attesta su una trentina di detenuti".
Nelle altre realtà carcerarie presenti sul territorio regionale (Montacuto, Barcaglione, Fossombrone, Fermo e Marino del Tronto di Ascoli Piceno) la situazione sarebbe sotto controllo. "Ne abbiamo avuto conferma in questi giorni - specifica Giulianelli - dopo aver chiesto tutte le informazioni del caso. È ovvio che la guardia deve restare sempre alta e che contestualmente andranno affrontate, come ho avuto modo di ribadire in altre occasioni, diverse problematiche, a partire da quelle delle vaccinazioni di detenuti e Polizia penitenziaria, sulla base delle disposizioni nazionali e regionali".
di Federico Fubini
Corriere della Sera, 26 marzo 2021
Finora l'Unione ha trattato per risparmiare sull'acquisto. E ora, divisi per qualche fiala chiediamo ancora una volta all'alleato americano di salvarci, come dopo la guerra. Per la seconda volta in dodici mesi, l'India ha deciso di bloccare le esportazioni di prodotti essenziali per la salute di noi europei. Il 3 marzo di un anno fa una nota uscita all'improvviso da un ministero vietò l'esportazione di ventisette ingredienti farmaceutici, inclusi gli antibiotici più usati contro le polmoniti. Bastarono poche righe di un funzionario di Nuova Delhi e l'onda d'urto si propagò in tutto il mondo.
Il mese dopo, in pieno lockdown, la Società italiana di farmacia ospedaliera dovette mandare al governo la lista di diciotto farmaci dei quali c'era "carenza" (fra questi tre antibiotici, due anestetici e l'eparina sodica usata contro le trombosi). Un anno dopo, ci risiamo: ieri il governo di Nuova Delhi ha proibito l'esportazione di vaccini verso il resto del mondo.
Non è una sorpresa. E non è una cosa da poco. Il più grande produttore di vaccini Covid al mondo è il Serum Institute of India, che ha un contratto per 550 milioni di dosi Novavax e soprattutto ne ha uno per altrettante fiale di AstraZeneca. Una parte della materia prima trasformata dalla Catalent di Anagni viene da lì e oggi in Italia, Francia o Germania si trovano centinaia di migliaia di persone vaccinate con il prodotto degli stabilimenti del Serum Institute nel Maharashtra.
È solo un passaggio di questa saga, uno di più. Ma racchiude messaggi per un'Unione europea sempre più afflitta da quello che Thierry Breton, il commissario incaricato del dossier, chiama il "nazionalismo dei vaccini". Il primo messaggio è che le catene globali del valore da cui dipendiamo per la nostra salute sono fragili e lo resteranno, perché così abbiamo scelto noi stessi europei nella nostra miopia. C'è infatti una contraddizione di fondo nel nostro pretendere di comprare da AstraZeneca vaccini a meno di due euro a dose eppure stupirsi quando poi la produzione viene delocalizzata in India. Se davvero vogliamo la "sovranità strategica" di cui parliamo tanto in Europa, dobbiamo essere disposti a pagare di più per ciò che ci serve.
Invece noi europei - la Commissione, sostenuta dall'Italia e da altri sette governi - abbiamo passato l'estate scorsa a tirare sui centesimi di euro per fiala con il gruppo britannico. Non ci è venuto in mente che ogni mese di più passato in zona rossa fa perdere all'Unione europea un centinaio di miliardi di reddito (e all'Italia poco meno di dieci)? I negoziatori europei hanno persino cercato di ottenere dalle case farmaceutiche solo opzioni - cioè diritti - di acquisto, senza dar loro ordinativi certi. È naturale che poi Pfizer o AstraZeneca abbiano dato la precedenza alle forniture non solo agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna o a Israele, ma anche al Cile. Il governo di Santiago non è il più ricco e potente del mondo, però ha avuto le idee più chiare di noi europei e ora metà della popolazione cilena è già vaccinata.
Il secondo messaggio del blocco indiano è che dobbiamo essere disposti, noi europei, a rischiare i nostri soldi investendo. Dobbiamo anche essere pronti a perderne, pur di innovare. A Washington, Donald Trump ha impegnato sui vaccini oltre dieci miliardi di dollari nella primavera di un anno fa. A Londra Boris Johnson a marzo scorso ha deciso in poche ore di spendere centinaia di milioni di sterline per formare l'Oxford Vaccine Consortium, che avrebbe portato alle dosi di AstraZeneca. Noi europei ci siamo sempre sentiti superiori a entrambi, per stile e cultura. Ma ora metà della popolazione britannica è vaccinata, da noi a stento un settimo e dobbiamo sperare che Joe Biden si dimostri più generoso di Trump nel toglierci dai guai.
Questo stato di debolezza obbliga noi europei a chiederci non tanto perché, l'estate scorsa, abbiamo negoziato così male con Pfizer o AstraZeneca. C'è una domanda più seria: perché non abbiamo sviluppato vaccini completamente nostri? Un'economia avanzata da 13 mila miliardi di euro, con un'industria del farmaco da quasi duecento miliardi di fatturato l'anno, non ce l'ha fatta. Ci sono riuscite le altre grandi piattaforme globali - Stati Uniti, Cina, Gran Bretagna, Russia - ma noi no.
La tedesca BioNTech ha finito per collaborare con l'americana Pfizer, per sviluppare la propria invenzione. La Irbm di Pomezia ha contribuito al progetto di Oxford ma il governo italiano di Giuseppe Conte, molto generoso con aziende obsolete come Alitalia o Ilva, non ha messo un euro per affiancare Boris Johnson. Anche in Francia l'Istituto Louis Pasteur e Sanofi sono in ritardo, per ora. Così noi europei ora ci vantiamo di aver esportato 77 milioni di dosi, ma la realtà è che ci siamo ridotti al rango di trasformatori di prodotti altrui. Le nostre minacce di embargo sono velleitarie, perché siamo terzisti.
Non siamo audaci. Vent'anni fa l'industria farmaceutica americana investiva due o tre miliardi all'anno più di quella europea in ricerca e sviluppo, ma alla vigilia della pandemia ne investiva già venti di più. Non siamo audaci in un secolo in cui i grandi choc globali, la rivalità con la Cina e la corsa delle tecnologie richiedono capacità di innovazione radicale. Noi invece preferiamo ancora gli aggiustamenti incrementali. Non è un caso se fra le prime diciotto aziende tecnologiche per fatturato al mondo ce ne sono nove americane, tre cinesi, tre giapponesi, due coreane, una di Taiwan, ma non una europea.
La conseguenza è nella scena del vertice di ieri e di oggi. Eccoci qua, divisi come i polli di Renzo per qualche fiala. Eccoci ansiosi di farci salvare ancora dall'alleato americano, come quando l'Europa era in macerie dopo la guerra. Ma ora anche privi a volte di senso del ridicolo, come il premier austriaco Sebastian Kurz che cerca di rimediare ai propri errori sui vaccini esigendo una solidarietà europea che lui stesso ha sempre sdegnato. Se la pandemia fosse una guerra, noi europei la staremmo perdendo. Ma non lo è. È una (durissima) lezione. Riflettiamoci su.
notiziediprato.it, 26 marzo 2021
La procura ha inviato gli avvisi di conclusione indagine. L'accusa per tutti è resistenza aggravata. La rivolta scoppiò in molti penitenziari d'Italia. Alla Dogaia materassi dati alle fiamme, telecamere di videosorveglianza distrutte, zampe dei tavoli usate come spranghe, olio sui pavimenti per impedire l'intervento degli agenti, brandine impilate come muri di difesa.
Sono 42 gli avvisi di conclusione indagine inviati dalla procura ad altrettanti detenuti che il 9 marzo dello scorso anno misero a ferro e fuoco il carcere della Dogaia per protestare contro lo stop, in piena emergenza coronavirus, ai colloqui con i familiari. L'inchiesta è arrivata al traguardo nei giorni scorsi, a un anno esatto dai disordini che scoppiarono in tutta Italia all'interno degli istituti penitenziari. I 42 detenuti - tra loro italiani, marocchini, albanesi e nigeriani - sono accusati di resistenza aggravata. La rivolta prese corpo poche ore dopo l'annuncio dei provvedimenti restrittivi varati per limitare il rischio che il Covid potesse colpire la popolazione carceraria. Da Modena a Foggia, da Bologna a Rieti, da Trapani a Milano, i detenuti devastarono celle e intere sezioni.
Alla Dogaia, la situazione più critica in un quadro generale di violenze, fu nella quarta sezione. Decine i reclusi fuori controllo: zampe dei tavoli usate come spranghe, olio buttato sul pavimento per impedire l'intervento degli agenti, brande impilate l'una sull'altra come muri di difesa, vetri infranti, materassi dati alle fiamme, telecamere di videosorveglianza distrutte per ostacolare la successiva ricostruzione dei fatti utile ad attribuire responsabilità. Alla Dogaia arrivarono polizia, carabinieri e guardia di finanza per aiutare gli agenti della penitenziaria a placare i disordini. L'inchiesta fu aperta poche ore dopo i fatti, arricchita nel tempo con le dichiarazioni dei testimoni.
calabria7.it, 26 marzo 2021
Il gip del tribunale di Reggio Calabria Antonino Foti, accogliendo l'opposizione proposta dall'avvocato Pierpaolo Albanese, ha disposto la prosecuzione delle indagini dirette ad accertare le cause della morte di Antonino Saladino, il giovane deceduto nel marzo 2018 nella casa circondariale di Arghillà dove si trovava ristretto in attesa di giudizio.
Saladino, stando alle testimonianze rese dai compagni di cella, accusava già da parecchi giorni malesseri e disturbi fisici che sono culminati nel tragico epilogo del 18 marzo 2018 quando il detenuto è morto, a soli 29 anni, nell'infermeria del carcere.
All'esito delle indagini, durate oltre due anni, il legale della famiglia Saladino, grazie anche al contributo del consulente Antonino Trunfio, ha contestato gli esiti degli accertamenti medico-legali del pubblico ministero chiedendo ulteriori approfondimenti investigativi. Il gip ha disposto la restituzione degli atti al pm per la prosecuzione delle indagini. L'avvocato Albanese ed i familiari di Antonino Saladino, confermando piena fiducia nella magistratura, auspicano che in tempi rapidi si possa giungere ad accertare la verità.
di Rossella Grasso
Il Riformista, 26 marzo 2021
La famiglia ha denunciato le violenze ai carabinieri. "Se in un carcere di massima sicurezza come quello di Parma lo picchiano io di chi mi devo fidare?". Nunzia Toto è nell'angoscia più totale pensando alle sorti di suo fratello Giuseppe, 42 anni. "Mercoledì ho videochiamato mio fratello come sempre - racconta Nunzia - e lui era da solo e con il volto tumefatto dalle botte. Gli occhi neri e il naso rotto. Mi ha detto che due detenuti lo avevano prelevato dalla sua cella per portarlo in lavanderia dove lo hanno picchiato in presenza di un poliziotto penitenziario".
"Mi ha detto che forse aveva gridato troppo forte per chiedere le medicine e magari i due detenuti si erano indispettiti - continua Nunzia - Poi mi ha supplicato di non denunciare quello che mi aveva appena raccontato. Ma io ho detto tutto ai carabinieri perché non è possibile che in carcere succeda tutto questo. Se continua così a fine mese lo trovo morto? Ed è anche un carcere di massima sicurezza, dove sta la sicurezza per mio fratello?"
Nunzia racconta che Giuseppe è in carcere già da 12 anni, prima a Poggioreale, poi tre anni fa è stato trasferito a quello di massima sicurezza di Parma, lo stesso dove anche Cutolo è stato recluso. Giuseppe da quando è entrato in carcere per la prima volta ha cominciato a stare male. "È anoressico, pesava più di 100 chili, ora ne pesa 38 e non cammina manco più, è bloccato sulla sedia a rotelle".
Ha una condanna a 34 anni per concorso in omicidio. La famiglia ha denunciato più volte che era stato vittima di maltrattamenti in carcere. "Ha sempre avuto paura - continua Nunzia - Quando era a Poggioreale ha anche tentato il suicidio. Lo ha salvato la volontà di Dio e la bontà di un detenuto suo amico che è arrivato in tempo nella sua cella. È vivo per miracolo e oggi sembra sempre che sta sedato, lo riempiono di farmaci, non sta bene".
"Non lo sentivo da 15 giorni - continua tra le lacrime Nunzia - perché l'ultima volta non c'era più spazio per la prenotazione della nostra videochiamata. Poi quando l'ho visto ieri in videochiamata così pieno di lividi non ci ho visto più. Ho cominciato a gridare, volevo parlare con uno dei poliziotti penitenziari ma non c'era nessuno con lui.
Forse non me lo hanno fatto vedere per 15 giorni perché aveva ilo volto troppo tumefatto? Bisognava aspettare che i lividi si assorbissero prima di farlo parlare con me? Voglio sapere cosa gli è successo e dove stavano le guardie quando lo hanno picchiato. O non importa a nessuno perché i detenuti sono carne da macello?".
Nunzia ha parlato in videochiamata con il fratello che le ha raccontato tutto. Una conversazione insolitamente lunga e apparentemente senza la sorveglianza di nessuno. "Giuseppe ha minacciato nuovamente il suicidio se io avessi denunciato perché lui ha paura - ha concluso Nunzia - E se la settimana prossima lo trovo morto, chi me lo dice, visto che qua nessuno si muove e nessuno sa niente? Chi me lo dice a me? Non mi fermerò, continuerò finché non esce la verità".
La denuncia della famiglia di Giuseppe Toto è stata raccolta da Pietro Ioia, garante dei detenuti del Comune di Napoli. "Dopo la segnalazione che ho avuto come garante, non voglio credere che un poliziotto penitenziario chieda a due detenuti di picchiarne un altro - ha detto Ioia. Non posso crederlo, se fosse così significherebbe tornare indietro di secoli e io non ci credo. Spero che nel supercarcere di Parma si faccia luce su questo episodio. Spero che si analizzino le telecamere che ci sono in quel carcere per appurare tutta la verità".
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