di Marta Serafini
Corriere della Sera, 22 dicembre 2020
La vista nella prigione di Tora. Lo studente è detenuto da 318 giorni. La famiglia: "Siamo in lacrime, non sappiamo come aiutarlo". "Sono esausto fisicamente e mentalmente, non posso continuare a stare qui ancora a lungo e mi deprimo ogni volta che c'è un momento importante nell'anno accademico, mentre io sono qui invece di essere con i miei amici a Bologna". Sono parole terribili quelle che arrivano dal carcere di Tora. A pronunciarle Patrick Zaki, lo studente dell'Università di Bologna, in carcere in Egitto dal 7 febbraio scorso, che ha spiegato di uscire molto raramente dalla sua cella.
Trecento diciotto giorni, con l'ultimo rinnovo di custodia cautelare stabilito dai giudici egiziani due settimane fa. Una visita "che ci ha spezzato il cuore", ha raccontato la famiglia in una dichiarazione diffusa su Facebook dalla rete di attivisti che ne chiede la liberazione. La famiglia di Zaki spiega anche che le parole del giovane "ci hanno lasciato in lacrime, dato che siamo incapaci di aiutare nostro figlio in questa situazione straziante".
"Nostro figlio è una persona innocente e un brillante ricercatore, dovrebbe essere valorizzato, non rinchiuso in una cella. Dieci mesi fa, Patrick stava lavorando al suo master e pensava di terminarlo per poi proseguire con il dottorato di ricerca. Ora come ora, il suo futuro è completamente incerto; non sappiamo quando sarà in grado di continuare gli studi, di lavorare e persino di tornare alla sua vita sociale, un tempo ricca", recita ancora la dichiarazione rilasciata a seguito della visita della madre in carcere.
"Era quello che avevamo immaginato e che temevamo. Patrick non ce la fa più. Anche la penultima dichiarazione era stata allarmante, questa lo è ancora di più". commenta Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, commentando le parole della famiglia di Patrick Zaki. "Mi auguro - aggiunge - che all'interno del Governo italiano questo messaggio della famiglia di Patrick sia letto, circoli e produca una reazione immediata. Non possiamo perdere tempo. Il messaggio che arriva da Patrick è chiaro, bisogna reagire con la massima urgenza".
Zaki aveva già lamentato dolore alla schiena e la necessità di antidolorifici in due lettere diffuse nei giorni scorsi. Così come era stata sottolineata per il giovane l'impossibilità di stare con la sua famiglia di origine copta in occasione delle feste. Zaki si trova rinchiuso da 318 giorni in uno dei peggiori carceri del mondo.
A rendere ancora più intollerabile la sua situazione - e quella degli altri 60 mila oppositori politici - il fatto che i governi europei non sembrano intenzionati a rompere le relazioni diplomatiche con l'Egitto. Al contrario, polemiche e accuse ha suscitato la decisione del presidente francese Emmanuel Macron di insignire il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, della Legion d'Onore. Qualche spiraglio però si è aperto nelle ultime ore, in seguito alla risoluzione approvata dal Parlamento europeo in cui si chiede esplicitamente all'Egitto la liberazione di Zaki e la collaborazione sul caso Regeni, così come le parole del ministro degli Esteri di Maio che ha sottolineato di considerare il caso dello studente egiziano, come un caso italiano.
di Andrea Prada Bianchi
Il Domani, 22 dicembre 2020
Quando si arriva nella più grande tendopoli al mondo di sfollati provenienti dalle aree dell'ex Califfato è difficile capire se ci si trova in un campo profughi o in una prigione. Per entrare ad Al Hol, nella punta nordorientale della Siria, bisogna passare diversi controlli di sicurezza e avere un pass rilasciato dall'amministrazione del campo.
Recinzioni alte 2-3 metri circondano tutta l'area. Ma se nella maggior parte del campo le autorità cercano di mantenere la natura umanitaria dell'accoglienza, all'interno di questa piccola città di 66mila abitanti (in gran parte siriani e iracheni) c'è un settore che non può essere scambiato per nient'altro se non per un vero e proprio centro di detenzione.
Si chiama Annex, ed è il reparto in cui vivono segregate circa 10mila persone, le mogli e i figli dei foreign fighter provenienti dall'Europa e dal resto del mondo che si erano uniti all'Isis negli anni dello Stato islamico.
La zona è circondata da un terrapieno sopra il quale le guardie armate delle Sdf (Syrian democratic forces, l'alleanza curdo-araba appoggiata dalla coalizione a guida Usa) controllano che nessuno esca. Dietro le recinzioni le donne col niqab sfilano in gruppi vicino ai bambini che giocano. Sono a tutti gli effetti cittadini britannici, tedeschi, belgi, francesi, olandesi, russi (sono 62 le nazionalità, rappresentate nell'Annex) che i rispettivi governi non vogliono riprendersi. Rinchiusi qui negli ultimi due-tre anni - da quando cioè il Califfato ha iniziato a disgregarsi sotto l'offensiva curdo-araba appoggiata dalla coalizione - senza aver ricevuto alcun processo e completamente spogliati di tutti gli essenziali diritti Guantánamo europea" è il termine efficace che l'organizzazione Rights & Security International (Rsi), impegnata nella difesa dei diritti umani, ha utilizzato in un esteso rapporto recentemente pubblicato per descrivere la condizione di illegalità nella quale si trovano queste persone.
Se molte delle donne hanno abbracciato consapevolmente gli ideali di Daesh, lo stesso non si può dire per i bambini, che rappresentano più della metà della popolazione del campo. Più della metà dei minorenni ha meno di cinque anni e la maggior parte ne ha meno di 12. Costretti a pagare per le scelte dei loro padri e delle loro madri, senza nessuna possibilità di costruirsi una vita e per i quali la strada più probabile è quella della radicalizzazione.
"Nel campo le madri stanno educando i figli alla vendetta", spiega un alto ufficiale delle Sdf nella città di Qamishli, 80 chilometri a nord di Al Hol. "Ma c'è di più: nonostante i mariti di queste donne siano nelle prigioni, il tasso delle nascite continua a salire. Riteniamo che ci siano stati casi di madri che hanno spinto gli adolescenti a fare figli. Sta crescendo una generazione di soldati che vorrà vendicare il Califfato".
Secondo il rapporto di Rsi, alcune delle gravidanze sarebbero invece attribuibili a violenze sessuali commesse da ufficiali delle Sdf. Dall'Europa per anni si sono alzate voci per la chiusura di Guantánamo, ma ora sono proprio i governi del Vecchio continente ad aver replicato lo stesso scenario. Il numero di bambini nell'Annex è quasi nove volte superiore alla popolazione massima mai raggiunta nella prigione americana a Cuba.
In Siria la situazione è ribaltata, tanto che gli Usa hanno già rimpatriato tutti i 27 cittadini americani (tra cui 15 bambini) presenti nelle strutture delle Sdf e stanno facendo pressioni sugli alleati europei perché si muovano sulla stessa linea. L'Italia sembra aver risposto all'appello. Il 29 settembre, Alice Brignoli è stata arrestata dai carabinieri del Ros nel campo di Al Hol e riportata in Italia insieme ai quattro figli. Secondo il ministero dell'Interno, sarebbero ancora due i cittadini italiani sotto tutela delle Sdf.
Il 19 dicembre, Germania e Finlandia hanno rimpatriato cinque donne, che saranno indagate al loro rientro a casa, e 18 bambini. Molti paesi europei stanno sfuggendo alle proprie responsabilità. La maggior parte, come la Francia, i Paesi Bassi o la Svezia, stanno rimpatriando solo i bambini orfani o bisognosi di cure specifiche. Alcuni, come il Belgio, hanno fatto tornare giusto un paio di donne con i figli. Il Regno Unito si sta distinguendo in negativo per la pratica di togliere la cittadinanza ai suoi sudditi nei campi e nelle prigioni.
L'Amministrazione autonoma della Siria del nordest, che governa la regione conosciuta come Rojava, sta facendo pressioni sulle capitali straniere affinché rimpatrino i loro cittadini, chiarendo che è l'unica via possibile per il loro rilascio. Diversi stati europei sostengono che riportare i propri connazionali in patria sia logisticamente complesso. Oppure che non hanno rappresentanze diplomatiche ufficiali in Siria, e che non vogliono trattare con le autorità curde siriane perché considerate vicine al Pkk.
Motivazioni prive di reale sostegno, considerato che funzionari e militari di paesi europei circolano senza difficoltà nel nordest della Siria e che i rapporti tra curdi-siriani e Pkk non hanno mai impedito di allacciare relazioni tra il Rojava e l'occidente. Il timore La verità è che i governi temono di non riuscire ad avere gli strumenti legali per condannare queste donne in patria con la sola accusa di essere state al fianco dei mariti nello Stato islamico. E di ritrovarsi così con persone altamente radicalizzate all'interno del territorio nazionale.
"A inizio settembre quattro donne e sei bambini sono stati trovati dalla polizia dentro un camion cisterna per l'acqua", racconta Fatima, che ha lavorato per diversi mesi nell'Annex e ora fa la traduttrice, "cercavano di scappare, ma stavano soffocando e hanno iniziato a bussare contro la lamiera". Gli abitanti del campo vivono nella paura: solo nel 2020 sono stati registrati dai 30 ai 35 omicidi ad Al Hol e ultimamente sono sempre più comuni. Non si sa con esattezza in quanti muoiano dentro l'Annex, a volte i corpi vengono seppelliti dentro il reparto.
Le donne più vicine all'Isis o uomini coperti dal niqab sparano da sotto il vestito con pistole silenziate o usano il coltello. Le vittime sono per la maggior parte dei casi coloro che sono accusati di collaborazionismo con le forze di sicurezza curde oppure donne considerate dai costumi troppo leggeri.
Ad Al Hol si vive un costante scontro tra chi è rimasto legato alle idee dell'Isis e chi invece le ha ripudiate o ne è stato vittima. Alcune aree sono diventate così pericolose che né gli operatori umanitari né le forze di sicurezza possono accedere. Ai problemi legati alla violenza bisogna aggiungere quelli legati all'assistenza sanitaria.
L'attività delle strutture ospedaliere è ridotta a sole quattro ore al giorno e l'accesso a servizi specifici per i pazienti al di fuori di Al Hol è frenato dai permessi che le autorità del campo devono rilasciare: nessuno può uscire senza una scorta di sorveglianza. "I pazienti che necessitano di servizi al di fuori del nordest della Siria sono in attesa di trasferimento da quasi un anno", spiega Maria P., medicai advisor di Un Ponte Per, ong italiana che insieme alla Mezzaluna rossa curda ha messo in piedi il primo centro clinico nel campo quattro anni fa e ne ha aperto un secondo nel 2019. Nella zona di attesa attrezzata tra i container che formano la clinica, decine di donne e bambini aspettano il proprio turno.
"Una ragazza che aveva un piccolo nodulo al seno non ha avuto i permessi per andare a curarsi a Damasco", continua Maria, "e ora il nodulo è diventato un grosso tumore". I casi sospetti In una spianata adiacente all'Annex, l'Oms ha fatto costruire quattro capannoni per fronteggiare l'ultima emergenza entrata ad Al Hol: il Covid-19. Da settembre sono stati effettuati circa 43 tamponi. Tredici i casi confermati, di cui nove guariti e quattro morti. Attualmente nei capannoni, divisi per maschi e femmine, casi sospetti e confermati, non ci sono pazienti. Ma non bisogna farsi ingannare da questi numeri.
"Il 10 dicembre sono usciti i risultati preliminari di un'indagine effettuata sulla popolazione", spiega Maria, "circa 1'8 per cento delle famiglie intervistate ha riportato almeno tre dei sintomi sospetti per il Covid-19, e la cosa preoccupante è che i dati arrivano da punti sparsi per tutto il campo". Mahmoud Ali, il responsabile di Krc ad Al Hol, è seduto nel suo ufficio prefabbricato: "Spesso chi ha i sintomi ha paura dello stigma sociale e cerca di nascondere la malattia. Per non parlare del fatto che molti non pensano a prendere alcuna protezione, fatalisticamente convinti di essere nelle mani di Dio".
Coprifuoco e distanziamento sociale sono concetti inapplicabili nel contesto di Al Hol, e la possibilità che il virus inizi a circolare liberamente è alta. "Non siamo assolutamente preparati", spiega Mahmoud. "Se l'epidemia esplodesse sarebbe un disastro totale".
A partire da inizio ottobre, l'amministrazione del Rojava ha dato il via a un piano di trasferimenti per far tornare gradualmente le famiglie siriane alle loro case. Diversa la situazione per i cittadini provenienti dall'Iraq, che da anni rifiuta i rimpatri. I governi europei hanno i mezzi per garantire alle donne un regolare processo nel paese di origine e ridare ai bambini un futuro. Facciano la loro parte.
di Enrico Deaglio
Il Domani, 21 dicembre 2020
Il 9 marzo 2020 il premier Conte decretò il lockdown totale, primo paese al mondo. Ci furono proteste in tutti i penitenziari italiani. Nel carcere Sant'Anna di Modena si verificarono fatti gravi e misteriosi: la tv mostrò colonne di fumo e venne riferito di scontri con le guardie, di feriti. La mattina dopo, con un'operazione militare top secret, tutti i detenuti del Sant'Anna vennero trasferiti e venne comunicato: "L'ordine regna al S. Anna". Ma nelle 48 ore che seguirono, strani fiori sbocciarono, sparsi nelle carceri del centro e del nord Italia: erano altri cadaveri, che venivano da Modena.
di Luigi Mastrodonato
Il Domani, 21 dicembre 2020
Cinque detenuti denunciano in procura le violenze delle forze dell'ordine durante le rivolte di marzo che sono costate la vita a 13 persone. La versione ufficiale: sono morti di overdose. Sono passate poche settimane da quando è stato fissato il primo processo in Italia per tortura a carico di pubblici ufficiali, riguardo ai fatti nel carcere di San Gimignano.
Il Dubbio, 21 dicembre 2020
Il deputato dem Alfredo Bazoli annuncia l'approvazione di un emendamento alla legge di Bilancio che prevede il finanziamento di strutture alternative per detenuti con figli al seguito. "Finalmente non vedremo più bambini innocenti in carcere con le loro madri".
di Lucia Cappelluzzo
bergamonews.it, 21 dicembre 2020
L'interrogazione arriva proprio pochi giorni dopo la notizia di casi Covid anche nel carcere di Bergamo e di un ordine del giorno appena approvato in Consiglio regionale inerente al sovraffollamento nelle carceri. A pochi giorni dalla fine del 2020, tutto il mondo si trova su un filo sospeso e guarda con un misto di apprensione e speranza verso il 27 dicembre, data fissata per l'inizio delle vaccinazioni contro il coronavirus in Italia e in Europa, come riportato in un post Twitter dal ministro della Salute Roberto Speranza.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 21 dicembre 2020
"Ogni uomo reca in sé, in germe, tutte le qualità umane, e talvolta ne manifesta alcune, talvolta altre".
Qualche giorno fa, ho riletto, citata in una bella intervista dal professor Giovanni Fiandaca, una riflessione di Lev Tolstoj tratta dal romanzo Resurrezione. Vale la pena di riportarla, perché pare che nel mondo odierno si sia persa traccia di un pensiero serio sulla complessità della natura umana: "Una delle superstizioni più frequenti e diffuse è che ogni uomo abbia solo certe qualità già definite, che ci sia l'uomo buono, cattivo, intelligente, stupido, energico, apatico eccetera. Ma gli uomini non sono così. Possiamo dire di un uomo che è più spesso buono che cattivo, più spesso intelligente che stupido, e viceversa. Ma non sarebbe la verità se dicessimo di un uomo che è buono o intelligente e di un altro che è cattivo, o stupido. Gli uomini sono come fiumi: l'acqua è in tutti uguale e ovunque la stessa, ma ogni fiume è ora stretto, ora rapido, ora ampio, ora tranquillo, ora limpido, ora freddo, ora torbido, ora tiepido. Così anche gli uomini. Ogni uomo reca in sé, in germe, tutte le qualità umane, e talvolta ne manifesta alcune, talvolta altre e spesso non è affatto simile a sé, pur restando sempre unico e sempre lo stesso".
di Leandro Del Gaudio
Il Mattino, 21 dicembre 2020
Rivendicano l'importanza di tutelare l'immagine della magistratura, chiedono chiarezza sulla candidatura a sindaco e sulle possibili interlocuzioni con esponenti politici del panorama regionale e nazionale. Tornano sull'argomento principe di ogni campagna elettorale, quello sulla linea di confine che separa magistratura e politica, o meglio, la possibilità di candidare una toga nella stessa città in cui ha esercitato funzioni di inquirenti.
Ma proviamo a seguire il ragionamento dei vertici del parlamentino dei magistrati, guidato dal presidente Marcello Amura e dal segretario Marco Puglia, a proposito della posizione di Catello Maresca: "Si avverte il bisogno di esprimere la propria posizione in ordine al battage mediatico alimentato dalle notizie di stampa che riferiscono di una sua possibile candidatura alla carica di sindaco di Napoli e di suoi eventuali contatti con politici, anche di rilevanza nazionale.
Sul tema la giunta ha già espresso al diretto interessato, a mezzo del suo Presidente, ed intende ribadire, anche con il presente comunicato, l'opportunità che il dottor Maresca, a tutela dell'immagine professionale sua e della intera magistratura, provveda in tempi brevissimi a far chiarezza sulla questione e ciò sia in ordine alla decisione di accettare la candidatura che in ordine all'esistenza di interlocuzioni con esponenti politici e o partiti che appoggerebbero o favorirebbero la stessa".
Una posizione che cade all'indomani della decisione dello stesso Maresca di inoltrare una lettera di dimissioni all'Anm (notizia riportata ieri dal quotidiano La Repubblica), in segno di dissenso per le strategie dei vertici della stessa associazione. Nessun commento da parte di Catello Maresca, che non è l'unico magistrato napoletano ad aver spedito una lettera di dimissioni al sindacato. Pochi giorni fa infatti erano stati Dario Raffone, Giuseppe Sassone, Paolo Itri, Michele Caccese, Federica Colucci a spedire una nota di dissenso nei confronti del presidente Anm Giuseppe Santalucia, per la sua apertura alla tesi del professor Francesco Giavazzi sull'opportunità di far gestire i Tribunali ai manager.
Ai cinque magistrati (si tratta di pm e giudici penali), ora si aggiungono le dimissioni di Maresca, in un periodo in cui il nome dell'ex pm anticamorra (sue le indagini nella cattura dei latitanti Iovine e Zagaria) resta al centro del dibattito mediatico.
È di ieri su Il Mattino l'intervento del consigliere del Csm Antonio D'Amato (veterano dell'azione investigativa anticamorra), che sul caso chiarisce un principio di fondo: "Bisogna eliminare zone d'ombra; in linea di principio non trovo giusta la candidatura di un magistrato nel distretto in cui lavora. È un problema di opportunità, in attesa di una legge in grado di disciplinare questo tema (chiaro riferimento al disegno di legge Bonafede)". Ma torniamo al comunicato della Anm distrettuale: "È esigenza prioritaria mettere il mondo della giustizia al riparo anche solo dal sospetto di impropri condizionamenti e indebite influenze, riaffermando con forza i valori di indipendenza ed imparzialità che la Costituzione affida alla magistratura".
Dunque, torna la questione dell'opportunità: "L'Anm, pur rispettando e riconoscendo la legittimità di scelte che non si pongano in conflitto con il regime delle ineleggibilità e delle incompatibilità stabilite dalle normative in materia, si identifica in un modello di magistrato che evita qualsiasi coinvolgimento in centri di potere partitici o affaristici che possano condizionare l'esercizio delle sue funzioni o comunque appannarne l'immagine e che, nel territorio dove esercita la funzione giudiziaria, evita di accettare candidature e di assumere incarichi politico-amministrativi negli enti locali.
L'esigenza di trasparenza e chiarezza è resa, peraltro, ancor più impellente ed improcrastinabile dalle recenti vicende che hanno visto il mondo della politica e della magistratura al centro di dilanianti polemiche (chiaro il riferimento al caso Palamara della primavera del 2019), commistioni e contrapposizioni ed a partire dalle quali l'Anm ha avviato un faticoso percorso volto a favorire il recupero di credibilità e affidabilità nella giustizia da parte dei cittadini, compito di cui tutti i magistrati devono sentirsi responsabili, a prescindere dall'essere o meno iscritti all'Anm".
Intanto, sul caso Maresca (e sullo strepito mediatico di questi giorni), il procuratore generale Luigi Riello ha informato il Ministro, il Csm e il procuratore generale della Cassazione, perché valutino eventuali (e non scontati) profili disciplinari.
di Francesca de Carolis
remocontro.it, 21 dicembre 2020
"Buongiorno Gesù, sono Madonna! Una bambina rom incarcerata insieme alla mamma. Sicuramente ti ricordi di me, vero? Ho lo stesso nome della tua mammina e sono certa che stai vedendo tutto quello che ci stanno facendo, anzi credo che conosci bene questa storia perché hanno perseguitato anche te da piccolo... Nel bel mezzo della notte mi sveglio piangendo e sentendo la nostalgia della nonna e dei miei nove fratellini. Caro Gesù, noi sappiamo che le nostre mamme hanno sbagliato, ma noi cos'abbiamo fatto? ... e poi come farà Babbo Natale a lasciarci i regali, se alla finestra ci sono le sbarre...? Lo sai Gesù?! Io, Christian, Giosuè e Kimberly abbiamo deciso di fare come gli adulti, lo sciopero del pianto..."
Florisbela Inocencio de Jesus e lo sciopero del pianto - Frugando fra carte e cartoline e segni dei natali che furono... ritrovo l'appunto di questa lettera, di due lustri fa, dal racconto di Florisbela Inocencio de Jesus, il suo sguardo di ex detenuta sull'inferno del carcere, quello femminile che brucia nei suoi gironi anche innocentissimi figli di mamme detenute...
E ora mi è difficile non pensare alle sbarre che chiudono l'ingresso alle grotte del loro Natale.
Sono 35, in Italia, i bambini da 0 a 3 anni di fatto prigionieri con le loro mamme. Quasi la metà, certo, di quelli che erano in carcere all'inizio dell'anno, "liberati" insieme alle madri per effetto delle raccomandazioni dell'Oms e delle misure prese per tutelare in tempi di covid le persone più fragili. 35 piccolissimi, distribuiti fra le cosiddette sezioni nido e Istituti a custodia attenuata per detenute madri. Comunque carcerazioni. E se nessuno li ha ancora portati fuori, devono proprio essere figli di mamme cattivissime, se le colpe dei padri sono tragedie dei figli... Pensando ai due bambini del carcere di Torino, nel novembre scorso positivi al covid...
E chissà se anche loro, come la piccola rom della letterina a Gesù, nel mondo adulto al quale sono condannati, hanno deciso di fare uno sciopero. E se il loro è ancora sciopero del pianto...
Una grotta sbarrata di grate - Un tempo nei presepi capitava che ci fosse lo spazio di un pensiero anche per i carcerati. A Pompei, appena nel secolo scorso, persino si allestiva il presepe dei figli dei carcerati. Oggi, i figli, come i padri, sono lontani dai nostri pensieri, come i manufatti di cemento che li imprigionano, respinti lontano dagli occhi, fuori dalle città.
Bisognerebbe restituire, ai nostri presepi, cenni di verità perdute, e una verità (bisognerebbe suggerirlo ai magici maestri dei presepi di san Gregorio Armeno) potrebbe essere il silenzio del pianto di questi bambini, davanti a una grotta sbarrata di grate.
Una piccola grandissima verità che a molte altre rimanda... come la realtà dei tanti minori, bambini, ragazzini, ragazzi, dietro le sbarre di tutto il mondo. Perché l'indecenza non ha confini, e trova mille motivi per rinchiudere vite che non vogliamo fra i piedi. Ma se il Natale, come recita la retorica delle nostre parole, è la festa dei bambini, anche a tutti questi "ultimi" bisogna pensare. E comporre una geografia di domande che attraversa tutto il pianeta. Partendo da quella Terra di Palestina alla quale i nostri presepi pur rimandano...
I ragazzini palestinesi e i bambini clandestini Usa - Quanti saranno ancora in carcere, questo Natale, dei 160 bambini palestinesi che in ottobre Save the Children ha denunciato essere in prigione in attesa di interrogatorio? "Soli, inascoltati, esposti ad enormi rischi a cui ora si aggiunge anche il Coronavirus". E quale sarà il Natale dei 500-600 bambini palestinesi della Cisgiordania che ogni anno, ancora la denuncia, vengono processati e detenuti secondo la legge militare israeliana? Per lo più, per lancio di pietre...
Quale Natale per i centomila bambini detenuti negli Stati Uniti "perché immigrati"...
E i bambini anche di soli 10 anni che continueranno ad essere condannati e detenuti in Australia, dopo l'ultimo rinvio dell'esame del ricorso che chiedeva l'innalzamento dell'età minima a 14 anni? Sono centinaia in carcere, in grande maggioranza piccoli aborigeni...
Secondo il Fondo della Nazioni Unite per l'infanzia nel mondo sono in carcere più di un milione di bambini e bambine. In alcuni paesi arrestati e detenuti, ricorda Human Right Watch, per futili motivi, come scappare di casa, dormire in strada, saltare la scuola, alle volte vengono processati come se fossero adulti, scontano la pena in galere per adulti e come questi vengono trattati.
E quale Natale per i minori che si trovano in quella moderna indecenza che sono i centri di detenzione per profughi? Sommando il numero dei ragazzini ospiti di questi e di quelli (centri per profughi, immigrati e istituti per detenuti), in tutto il mondo si arriva all'affollatissima cifra di 7 milioni.
Il nostro mondo a misura d'Erode - Mi piacerebbe raccontare a tutti loro, che entri nei loro sogni, la favola che Oscar Wilde scrisse con un gesto. Pagando, per i bambini incontrati nel carcere di Reading, arrestati per furto di conigli, l'ammenda per farli liberare. Ma non sono previste ammende, anche a volerle pagare, per i bambini prigionieri del nostro mondo a misura d'Erode.
Come non c'erano ammende, anche a volerle pagare, per Abou Diakite e Abdallah Said, i due ragazzi morti quest'anno, prigionieri sulle navi della nostra quarantena.
La verità di un cenno, nei nostri presepi, allo sciopero del pianto di quei bambini, a tante altre verità rimanderebbe. Bambini, e non solo...
Non erano minori, ma non posso non pensare anche loro, che pure questo Natale non sono arrivati a vedere. Hafedh Chouchane, Lofti Ben Masmia, Ali Bakili, Erial Ahamdi e Slim Agrebi... morti con le rivolte della scorsa primavera (https://www.remocontro.it/2020/03/15/lordine-che-produce-disordine-se-tredici-morti-vi-sembrano-pochi).
Questo Natale, non so se avete letto, porta alla loro memoria il dono delle denunce di cinque persone detenute nel carcere di Modena che dicono di aver visto "caricare detenuti in palese stato di alterazione psicofisica dovuta ad un presumibile abuso di farmaci, a colpi di manganellate al volto e al corpo, morti successivamente a causa delle lesioni e dei traumi subiti, ma le cui morti sono state attribuite dai mezzi d'informazione all'uso di metadone".
Nella denuncia c'è molto molto di più (leggete questo puntuale articolo de Il Dubbio https://www.ildubbio.news/2020/12/14/detenuti-sulla-rivolta-di-modena). Solo a voler voltarsi dall'altra parte si è potuto credere alle versioni ufficiali senza che un dubbio ci sfiorasse. Certo, sarà la magistratura a vagliare, ma intanto c'è chi ha avuto il coraggio di denunciare, e provate a immaginare quanto coraggio ci voglia.
Buon Natale a loro, e a tutti quelli che vogliano prestare un attimo d'attenzione, insieme al silenzio di tanto pianto, anche alle loro parole...
di Viviana Lanza
Il Riformista, 21 dicembre 2020
I magistrati e la politica. È il binomio di cui si parla in questo periodo, a Napoli, in relazione al caso Maresca (in ambito politico si continua a fare il suo nome come candidato a sindaco della città ma lui, sostituto della Procura generale, sceglie di non sbilanciarsi ancora evitando per ora conferme o smentite). Ed è il binomio cui si fa riferimento anche per motivare lo strappo con l'Associazione nazionale magistrati (Anm) da parte di cinque magistrati napoletani che, in una lettera, hanno spiegato il perché della loro scelta di uscire dal sodalizio con "irrevocabili dimissioni".
I magistrati sono Dario Raffone, presidente di sezione, Paolo Itri, pm in forza alla Dda, Giuseppe Sassone, giudice in Corte d'Assise, e i giudici Federica Colucci e Michele Caccese. La miccia è stata innescata dalla risposta del presidente dell'Anm, Giuseppe Santalucia, all'intervento di Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera a proposito di giustizia e riforme.
"Pensavamo, in tanti lustri di servizio in trincea, di avere visto tutto. Ci sbagliavamo. Non conoscevamo l'attuale presidente dell'Anm il quale, evidentemente, per essere stato per troppo tempo lontano dalla trincea, non ha colto la superficialità e l'arroganza delle affermazioni di Giavazzi", scrivono i cinque dimissionari prendendo le distanze da Santalucia. Ed eccolo il tasto dolente, il nervo scoperto che i cinque magistrati napoletani hanno toccato.
"Quello che ha detto Giavazzi è noto ed è la solita tiritera sulla giustizia che non funziona, sulla necessità che i Tribunali debbano essere organizzati come un'impresa al cui vertice sieda un manager che controlli che i giudici vadano in ufficio tutti i giorni e altre amenità del genere", si legge nella lettera. Ma a completare la frattura, più che le tesi di Giavazzi è la risposta del loro ormai ex presidente.
"Fa, a noi, molto più effetto leggere la risposta del presidente dell'Anm il quale, concordando sulla necessità di moduli imprenditoriali per la nostra giustizia, obietta sostanzialmente che noi ci adegueremmo prontamente se solo ci dessero le risorse per farlo.
Non una parola sul fatto che esistono settori della convivenza civile che non possono rispondere alla logica della valorizzazione del capitale, non una parola sul contenuto arrogante e offensivo di tali affermazioni per tanti magistrati che ogni giorno sacrificano tanto di sé per fare il proprio dovere. Non una parola per informare Giavazzi che i magistrati in ufficio ci vanno eccome, senza limiti di orario".
L'episodio, a sentire i firmatari della lettera di dimissioni, è espressione di una crisi più ampia. "Purtroppo, il fatto, ormai irrimediabilmente acclarato, è che questa Anm (alla cui recenti elezioni non ha partecipato il 30°% dei magistrati) è irrimediabilmente immersa in scenari e ideologie di tipo giavazziano, senza alcuna capacità di critica e di autonoma elaborazione.
E ciò non solo sull'efficienza come strumento di giustizia, e non già come valore in sé, ma, più che altro, per l'incapacità di andare oltre il bla bla sulla questione delle correnti, sul caso Palamara e sulla moralizzazione del fenomeno dei fuori ruolo.
Infatti, in perfetta coerenza con ciò, è stato eletto e nominato presidente un magistrato che ha fatto grande esperienza come fuori ruolo a contatto con il sistema politico". E concludono: "Pertanto, per questa incapacità di un pensiero diverso, per questo sostanziale tradimento dei valori per cui per tanti anni ci siamo battuti, presentiamo le nostre irrevocabili dimissioni dall'Anm".
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