di Paolo Franchi
Corriere della Sera, 20 dicembre 2020
Anno dopo anno la "valanga di prove" contro di lui si è squagliata. Il Senato discute se togliergli il vitalizio. Tace la Cgil di cui fu numero due al tempo di Luciano Lama. Contro di lui c'era "una valanga di prove". E la carcerazione preventiva era inevitabile, visto il suo "profilo delinquenziale non comune che lascia ritenere pressoché certa la reiterazione degli stessi reati per cui si procede". L'uomo che così veniva rappresentato, lasciando incredulo almeno chi, come me e tanti altri giornalisti politici e sindacali, lo conosce da una vita, si chiamava, e si chiama ancora, Ottaviano Del Turco. Socialista fin da ragazzino. Numero due della Cgil ai tempi di Luciano Lama. Senatore. Ministro della Repubblica. E, al momento dell'arresto, il 14 luglio 2008, presidente (di centro-sinistra) della Regione Abruzzo.
Dodici anni dopo, Del Turco, malato di cancro e afflitto dall'Alzheimer, non riconosce più neanche i suoi cari. Non sono un medico, ma mi permetto lo stesso di pensare che tra il suo stato attuale e il suo calvario giudiziario qualche nesso ci sia. Anno dopo anno, sentenza dopo sentenza, la "valanga di prove" contro di lui si è quasi del tutto squagliata.
Via l'associazione a delinquere, via la corruzione e il falso, via altri reati minori, resta alla fine solo una condanna della Cassazione a tre anni per induzione indiretta. Sul fatto che una legge possa avere una applicazione retroattiva ci sarebbe parecchio da discutere. Non c'è da discutere, invece, ma solo da restare allibiti di fronte alla decisione del Senato di togliere a Del Turco il vitalizio di cui, si fa per dire, gode.
E da prendere atto con (moderata) soddisfazione della successiva decisione di prendersi un mese di tempo per stabilire se procedere o no. Quanto alle reazioni suscitate dal caso, colpiscono soprattutto i silenzi. In particolare quello della Cgil, evidentemente immemore della propria lunga storia, e del ruolo per nulla secondario che il socialista autonomista (non è una parolaccia) Del Turco vi ebbe. Specie quando si trattò, correva l'anno 1983, Craxi e Berlinguer duellavano all'ultimo sangue sulla scala mobile, di salvarne nonostante tutto l'unità.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 20 dicembre 2020
Nessuna buona fede è presunta per la continuazione del pagamento del canone e la richiesta di sanatoria conferma il dolo. Scatta il reato di invasione di edifici per chi, invitato dall'assegnatario di un appartamento Ater ad abitarvi, vi permane anche dopo la fuoriuscita del titolare.
Diventa automaticamente un occupante abusivo, anche se continua in proprio a pagare il canone e ha domandato di sanare la propria posizione attraverso l'assegnazione a sé dell'appartamento popolare. Come dice la Cassazione con la sentenza n. 36557/2020 in una tale situazione scatta il reato dal momento in cui l'occupante si comporta come dominus sul bene di cui ha di fatto il possesso.
La Cassazione contesta l'affermazione della buona fede e della conseguente assenza di dolo. Non è, infatti, prova di un incolpevole comportamento la circostanza che la ricorrente inizialmente ospitata nell'appartamento popolare vi sia rimasta dopo la fine della coabitazione col titolare al fine di assistere il figlio disabile. E anzi la domanda di sanare la propria posizione afferma la consapevolezza dell'abusività della condotta di permanenza nell'appartamento dopo il rilascio da parte del titolare.
di Fabrizio Ventimiglia e Laura Acutis
Il Sole 24 Ore, 20 dicembre 2020
Nota a margine della sentenza, Cass. Pen., Sez. V, 3.12.2020., n. 34508. Con la decisione in commento la Corte di Cassazione si è pronunciata in tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale e, in particolare, sui requisiti oggettivi minimi in base ai quali è ascrivibile ad un soggetto la qualifica di "amministratore di fatto", qualifica che, ad avviso dei Giudici di legittimità, come diffusamente si esporrà nel prosieguo, può essere desunta da "elementi logici - quali la successione nella carica a carattere meramente fittizio - e rappresentativi - quali la disponibilità e la consegna delle scritture contabili al curatore fallimentare".
Questa in sintesi la vicenda processuale - La Corte di Appello di Perugia confermava l'affermazione di responsabilità di un soggetto imputato dei reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e preferenziale, per avere lo stesso, in qualità di amministratore unico di una s.p.a., successivamente fallita, distratto la cassa contante ed eseguito pagamenti preferenziali in favore della società controllante.
L'imputato ricorreva per Cassazione deducendo, tra l'altro, violazione di legge e vizio di motivazione in relazione tanto all'affermazione di responsabilità per il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale quanto al ruolo di amministratore di fatto attribuito allo stesso. Il ricorrente lamentava, infatti, che l'asserita condotta di distrazione della cassa societaria non fosse a lui imputabile in quanto temporalmente verificatasi in un periodo in cui lo stesso non era amministratore di diritto.
Percorrendo l'iter motivazionale della sentenza, i Giudici affermano che, oltre a proporre una non consentita rilettura degli elementi di fatto, le doglianze sono manifestamente infondate, in quanto "sollecitano, ictu oculi, una rivalutazione di merito preclusa in sede di legittimità"; infatti, pur essendo riferite a vizi formalmente riconducibili alle categorie del vizio di motivazione e della violazione di legge "sono in realtà dirette a richiedere [alla Corte] un inammissibile sindacato sul merito delle valutazioni effettuate dalla Corte territoriale". In particolare, "il ricorrente non lamenta una motivazione mancante, contraddittoria o manifestamente illogica [...], ma una decisione erronea in quanto fondata su una valutazione asseritamente sbagliata".
La Corte afferma, inoltre che dalla ricostruzione dei fatti operata dai Giudici di merito era emerso come la Società fosse stata amministrata dall'imputato sino all'inizio del novembre 2009 e che la cassa contante, che alla fine del 2009 presentava un valore di euro 141.536, non fosse stata rinvenuta dal Curatore Fallimentare in sede di inventario. Nel confermare le sentenze di merito, i Giudici di legittimità, sottolineano inoltre come l'assunzione formale della carica gestoria da parte dell'amministratore subentrato all'imputato fosse da ritenersi fittizia "in quanto relativa ad una società ormai inattiva e priva di ricchezza patrimoniale".
Conclusione quest'ultima avvalorata, ad avviso della Corte, anche dalla circostanza che era stato l'amministratore uscente a consegnare materialmente i libri e le scritture contabili al Curatore Fallimentare. In sostanza, ad avviso della Suprema Corte sulla scorta di quanto già affermato dalle sentenze di merito, era pacificamente emerso come l'imputato, anche in seguito alla dismissione della carica formale di amministratore unico della fallita, "ha continuato ad esercitare di fatto i poteri di amministrazione", essendo il ruolo del successivo amministratore meramente fittizio. La pronuncia in commento si inserisce, dunque, nel solco di quell'orientamento giurisprudenziale più rigido e fortemente ancorato alla valutazione, da effettuarsi - sotto i profili fattuali e iure - caso per caso, per la verifica della concreta e reale operatività dei soggetti che gestiscono la società, amministratori formalmente in carica e/o meri manager fittizi, di comodo.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 20 dicembre 2020
In caso di accoglimento del ricorso l'adeguamento alla pronuncia internazionale non obbliga automaticamente alla revoca. Se in base alle regole dell'ordinamento italiano il decreto di confisca è definitivo nulla impedisce di procedere allo sgombero del bene, neanche il ricorso pendente davanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo contro la misura di prevenzione. Il Consiglio di Stato lo afferma con la sentenza n. 7866/2020. L'acquisizione del bene a cui viene impressa una nuova destinazione in base agli articoli 45 e 45 bis del Dlgs 159/2011 è legittimata dalla definitività del provvedimento di confisca come stabilito dall'articolo 27 del medesimo Dlgs.
Definitivo - cioè passato in giudicato - è il decreto non impugnato nei termini, ormai ricorribile solo attraverso il meccanismo della revisione, o contro il quale il ricorso per cassazione sia stato rigettato o dichiarato inammissibile. La definitività dipende quindi dall'applicazione delle norme interne statali e non dall'eventuale prosecuzione della contestazione della misura per violazioni della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Per cui la pendenza di un giudizio davanti alla Corte Cedu non può bloccare la diretta conseguenza della confisca: lo sgombero. E non è neanche detto che, in caso di accoglimento del ricorso, la conseguenza di doversi adeguare alla pronuncia sia quella della restituzione dell'immobile sgomberato.
di Alessandra Rossi
agi.it, 20 dicembre 2020
Il direttore del penitenziario di Genova racconta come ha fronteggiato il Covid, Nella struttura che conta 650 detenuti e 370 tra agenti e dipendenti civili, registrati solo 16 casi. Seicentocinquanta detenuti, di cui 637 in carcere e i restanti al momento fuori (il decreto Ristori a fine ottobre ha introdotto la possibilità di uscire fino al 31 dicembre per chi ha un residuo di pena di 18 mesi e il permesso di non rientrare in cella di notte per i detenuti in semilibertà, ndr). Un personale che, tra polizia penitenziaria e civili, oscilla tra le 350 e le 370 unità. Un sovraffollamento che insiste anche in questo anno di pandemia Covid, visto che la casa circondariale di Marassi, a Genova, ha una capienza ottimale di 450 detenuti.
Nonostante questo, il carcere, pur con mille difficoltà, ha cercato di tenere sotto controllo il virus, arrivando a registrare tra prima e seconda ondata un solo picco di 16 casi di positività che, ad oggi, si è ridotto ad un solo caso tra detenuti e zero tra il personale: "Il monitoraggio da parte della Asl è stato eccellente. In più noi siamo stati molto prudenti", dice all'Agi Maria Milano, dal 2015 direttore della casa circondariale di Genova. Con lei abbiamo ripercorso questo quasi anno di emergenza sanitaria per capire come la pandemia, che ha stravolto tutto il mondo, sia stata vissuta tra le mura sorvegliate del carcere.
Subito sospesi i colloqui, contatti solo da remoto - "Appena è scattato il lockdown, sono stati sospesi i colloqui con l'esterno - racconta Milano - Abbiamo immediatamente dato la possibilità ai detenuti di avere colloqui da remoto. Ci siamo attrezzati da subito con telefonini, prima con i nostri in sede, poi utilizzando quelli forniti il Dipartimento. In questo modo siamo riusciti a traghettare questa situazione". Non è stato semplice: "Noi non sapevamo nulla: c'era un nemico invisibile di cui non conoscevamo le dimensioni. E anche i detenuti erano in grosse difficoltà - spiega il direttore di Marassi - Per questo abbiamo attivato un'opera capillare di informazione ai detenuti e si è cercato di arginare le situazioni più complicate, dando magari la possibilità di telefonare un po' più spesso".
I colloqui in remoto, come quelli in presenza, durano un'ora, e le telefonate 10 minuti: la tempistica è rimasta invariata rispetto al pre-covid. "Per i non abbienti, abbiamo messo a disposizione i telefonini dell'amministrazione penitenziaria", dice Milano. E così Marassi ha alzato le prime difese contro il virus, chiudendosi in una specie di "bolla", come nelle Rsa.
Ma il "nemico invisibile" poteva in qualche modo valicare anche le mura della struttura e insinuarsi tra le celle, nei laboratori, negli spazi comuni: "Le docce, ad esempio, sono in stanza in tutto l'istituto, tranne che in un piano di una sezione. Qui il problema non c'è stato. Le celle sono rimaste con una capienza massima di 6 detenuti. Quando facciamo la domiciliazione fiduciaria, i detenuti sono massimo 4 in cella. Abbiamo l'isolamento quando si presentano sintomatologie legate al Covid e, in questo caso, mettiamo insieme detenuti positivi dalla stessa data".
Per quanto riguarda i Dpi, ci sono state varie fasi: "In un primo momento venivano utilizzati solo dal personale e dai detenuti che svolgevano attività lavorativa - spiega Milano - Poi in una seconda fase, quando il Dap ha stabilito che per uscire dalla propria sezione tutti dovevano avere mascherina, abbiamo raccolto i dpi necessari, con una grandissima risposta anche dal territorio. La grande attenzione si è rivolta ai nuovi detenuti, che provenivano da una situazione di libertà, e per tutti coloro che incontravano persone provenienti dall'esterno quali avvocati, magistrati, interpreti, parenti".
Aumentati i controlli: arrestata una 80enne che portava droga a un detenuto - A maggio poi sono ripresi i colloqui in presenza, ben monitorati e con le giuste precauzioni, in primis i parafiati: "Ma abbiamo notato un abbattimento dei colloqui - sottolinea Milano - Si è passati da 50-60 al giorno, a 10, massimo 18. Responsabilmente, come si fa con gli ospiti delle Rsa, molti parenti hanno scelto di non venire. Alcuni di quelli che vengono, abbiamo notato, di solito sono 'costretti'. Qualcuno magari si comporta da corriere, provando a portare stupefacenti, e dietro ci sono storie tragiche, donne costrette a farlo: ci è capitato di arrestare una signora di 80 anni, per esempio. Venendo meno persone i controlli sono ancor più capillari".
Ma le misure messe in atto per arginare il Covid hanno portato anche a qualche piccolo miglioramento: "Di fronte all'esplosione della pandemia - racconta il direttore di Marassi - molti detenuti hanno manifestato la propria preoccupazione, perché da un lato, sebbene avessero a disposizione i mezzi di informazione, non riuscivano a capire cosa stesse succedendo fuori, un po' come tutti noi.
Dall'altro temevano per i propri parenti. I colloqui da remoto, le telefonate, hanno in questo senso aiutato tante persone a ristabilire contatti con familiari che non vedevano da tempo, perché magari in Nord Africa, in altri stati. Qualcuno, tramite quel video, poteva entrare di nuovo a casa sua, vedere che magari erano state fatte ristrutturazioni. Un detenuto ci ha mostrato la sua abitazione, un altro il suo gatto che aveva lasciato cucciolo e che ora era un bel micione. Insomma, abbiamo conosciuto tante piccole storie di quotidianità".
Ad aiutare Marassi a tenere sotto controllo il virus è stata anche l'applicazione di protocolli ben più rigidi di quelli stabiliti a livello centrale: "Siamo stati molto prudenti, anche se è stato complicato riuscire a far capire come mai ci fosse una nota governativa che diceva una cosa e da noi invece venivano applicate misure ancor più restrittive", dice Milano.
In particolare, "quando un detenuto risultava debolmente positivo, o anche il personale, ed erano passati 21 giorni, la persona continuava ad essere isolata e l'agente non rientrava in servizio. Anche per quanto riguarda lo screening, abbiamo vissuto due fasi: una prima in cui sono stati fatti test sierologici a tutti. È stata una parte molto faticosa, perché erano emersi diversi casi di positività. La seconda fase ha visto invece la creazione di un protocollo con la Asl, secondo il quale i detenuti all'ingresso sono sottoposti a tamponi e poi vengono messi in domiciliazione fiduciaria per 8 giorni".
"Il tampone viene fatto sia all'inizio che alla fine dell'isolamento. Inoltre, tutte le volte che i detenuti vengono trasferiti in una comunità terapeutica o in un luogo esterno, vengono tamponati sia all'uscita che nel caso in cui rientrino. Per quanto riguarda il personale -prosegue - è altamente consigliato che dopo 7 giorni all'esterno si sottopongano a tampone. Essendo su base volontaria, nel caso in cui non facessero il tampone, devono lavorare con mascherine ffp2. A corollario di questo, vi è uno screening sul personale ogni 15 giorni".
Il coronavirus ha colpito più duramente la popolazione anziana, non da meno quella del carcere: "In realtà abbiamo avuto solo un anziano ricoverato con Covid - ha precisato Milano - poi è tornato in carcere. Quel che abbiamo constatato è che molto spesso i detenuti anziani non hanno familiari. E anche quando avrebbero potuto usufruire del differimento della pena nella forma della detenzione domiciliare, non avendo domicilio o parente che li accogliesse, a pensare a loro siamo rimasto solo noi".
Il carcere non è solo pena, ma rieducazione: Marassi ha tantissimi laboratori attivi e un teatro. Il Covid ha però rallentato tutto questo: "Le attività di contatto si svolgono per via telematica - ha spiegato Milano - Molte delle iniziative vanno avanti coinvolgendo detenuti che appartengono alla stessa sezione, con l'obiettivo di evitare promiscuità. Anzi, in alcuni casi si svolgono con detenuti dello stesso piano. Vi è un afflusso minore di volontari: arrivano uno per volta perché cerchiamo di ridurre al massimo i contatti con l'esterno".
Per Natale un pacco dono a ogni detenuto - E anche per quanto riguarda il Natale, "sarà ridimensionato, come in tutto il mondo - fa notare Milano - Il tradizionale pranzo di sant'Egidio non ci sarà, ma la Comunità regalerà un pacco dono con generi alimentari più speciali per ogni detenuto. Da Coop e Caritas sono arrivati i panettoni. Poi ci sarà la tradizionale Messa con l'arcivescovo di Genova, Mons. Tasca.
Consentiremo anche un po' di socialità, ovvero la possibilità per i detenuti di andare sullo stesso piano nella cella di un altro detenuto, a mangiare insieme". Il 2021 invece è visto come l'anno del vaccino, con l'obiettivo di mettere fine all'incubo pandemia. In questo senso, Marassi - paragonato ad una Rsa, quindi teoricamente tra le prime realtà ad usufruire dei vaccini a gennaio - in realtà attende indicazioni sulla tempistica.
di Chiara Carlino
cronachedellacampania.it, 20 dicembre 2020
"Subito un piano di vaccinazioni per i detenuti delle carceri di Poggioreale e Secondigliano dove sono reclusi più della metà dei detenuti della Campania e dove in questi mesi si è registrato il più alto numero di contagi e si è verificato, purtroppo, anche il decesso di detenuti, di un medico e di un agente della polizia penitenziaria". Il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello torna a sottolineare l'importanza di un piano di vaccinazioni contro il Covid che includa, tra le priorità, anche chi vive e chi lavora all'interno degli istituti di pena e chiede l'intervento concreto della politica.
"Venite ad ascoltare le nostre ragioni sabato mattina, in occasione del presidio davanti a Poggioreale. Venite a comprendere il disagio del mondo penitenziario. Il mio invito - afferma Ciambriello - è di venire ed entrare anche nel carcere. Perché non si può più perdere tempo per adottare provvedimenti che possono ridurre la presenza nelle carceri sovraffollate e consentire a quante più persone possibile di scontare, con misure alternative al carcere, la propria pena. Si può fare - sostiene il garante - senza alcun pericolo sociale, allarmismi e falso giustizialismo, nel rispetto della Costituzione e anche di tutte le vittime perché la pena non deve essere mai vendetta e non può essere contraria al senso di umanità e di giustizia".
Così, mentre sul piano politico è già iniziato lo scontro per il piano di attribuzione dei vaccini nella prima fase e per la ripartizione fra le Regioni (ripartizione che ha sollevato il dissenso del governatore De Luca che insisterà nella richiesta di commisurare il piano di attribuzione dei vaccini a criteri oggettivi per evitare disparità di trattamenti e competizioni territoriali), sul piano locale si continua a fare i conti con i bollettini Covid anche all'interno delle carceri. Per quel che riguarda il mondo dietro le sbarre, i dati più aggiornati fanno riferimento a un totale di 73 detenuti positivi (due dei quali ricoverati in ospedale) e 93 contagi fra il personale che lavora all'interno degli istituti di pena. In particolare, ci sono 10 positivi nel carcere di Poggioreale, 61 nel carcere di Secondigliano, 2 in quello di Benevento.
Garante e penalisti da tempo sostengono la necessità di considerare tra le priorità, oltre a medici, infermieri e anziani ricoverati nelle residenze sanitarie assistenziali come finora previsto dal piano nazionale, anche un piano di vaccinazioni in tempi rapidi all'interno delle carceri. "Il presidente del Consiglio regionale Gennaro Oliviero l'ha chiesto per tutti i detenuti e il personale delle carceri campane - spiega Ciambriello - Propongo di cominciare almeno dai due principali istituti cittadini dove i contagi hanno provocato già dei decessi".
Sicurezza, salute e dignità in carcere, di questo si parla. In nome di questi diritti domani alle 11 scatteranno un presidio davanti a Poggioreale e una giornata di sciopero della fame a cui ha già aderito la Diocesi di Napoli e a cui Ciambriello chiede che si uniscano anche i politici.
All'appello del garante Ciambriello, della pastorale carceraria e di don Franco Esposito, cappellano di Poggioreale, hanno finora aderito il cardinale Crescenzio Sepe, frati e parroci di frontiera, cappellani delle carceri e volontari. "Sarà un giorno di digiuno per la dignità dei detenuti, affinché nessuno sia dimenticato, affinché chi ha sbagliato possa pagare il suo debito ma non a prezzo della vita, affinché chi è detenuto abbia diritto alla tutela della propria vita e affinché il carcere non sia un luogo separato dalla società". "Ogni vita - conclude il garante - dev'essere salvata da un virus che non conosce limiti né barriere".
torinotoday.it, 20 dicembre 2020
"Considerare la comunità penitenziaria tra i destinatari prioritari della somministrazione del vaccino anti Covid". È quanto chiede il garante regionale dei detenuti Bruno Mellano nella lettera indirizzata al presidente della Giunta regionale Alberto Cirio, all'assessore alla Sanità Luigi Icardi e al commissario generale dell'Unità di crisi Vincenzo Coccolo.
"Come tutti i luoghi chiusi, a cominciare dalle Rsa - spiega - anche il carcere è un ambiente particolarmente a rischio per il diffondersi del Covid-19. Si tratterebbe, quindi, di tutelare i circa 4.300 detenuti e i circa 3.500 operatori penitenziari tra agenti e collaboratori amministrativi: un'azione per prevenire l'esplosione di focolai di contagio assai difficili da gestire per la mancanza di spazi d'isolamento e di distanziamento sociale e per disinnescare possibili tensioni e timori che facilmente possono innescarsi nell'ambiente penitenziario".
Il Gruppo tecnico interistituzionale sanità penitenziaria (Gtisp) - organismo istituzionale dell'Assessorato alla Sanità cui partecipano la Magistratura, l'Amministrazione penitenziaria e i responsabili sanitari e regionali del settore - ha formalmente condiviso l'appello di Mellano.
"I detenuti al momento positivi nelle carceri piemontesi - conclude - sono al momento 37: 13 a Cuneo, 12 a Saluzzo, 11 a Torino e 1 ad Alessandria; gli operatori penitenziari sono invece 22: i 9 a Torino, 7 ad Alessandria, 3 a Cuneo e 1 rispettivamente a Fossano, Biella e Verbania".
anconatoday.it, 20 dicembre 2020
Per i consumatori ci sarà la possibilità di creare il proprio pacco di Natale per un regalo all'insegna del gusto e della qualità. Tutte le novità previste. L'orto sociale del carcere di Barcaglione e l'azienda agricola dell'Istituto Agrario Morea Vivarelli di Fabriano tra i protagonisti del mercato di Natale che Coldiretti Ancona allestirà domani, dalle 9 alle 19, in piazza Cavour (angolo lato Inps).
Oltre 20 aziende agricole con tutti i prodotti di qualità dal campo alla tavola: salumi, olio extravergine di oliva, vino, miele, legumi, cereali, verdure, formaggi, visciola e dolci natalizi alla visciola con la possibilità anche di allestire pacchi natalizi da mettere sotto l'albero. Per i consumatori ci sarà la possibilità di creare il proprio pacco di Natale per un regalo all'insegna del gusto e della qualità.
Acquisto che significa anche aiutare l'economia locale. Se da un lato la vendita diretta cresce del 26%, con una spesa media passata nel 2020 da 27 euro a 34 euro secondo uno studio Coldiretti/Ixé, trainata da una riscoperta dei cibi salutari da parte degli italiani, è anche vero che questo aumento non riesce a compensare le perdite subite a causa delle chiusure di bar e ristoranti bar, ristoranti e trattorie che realizzano quasi 1/5 del fatturato durante le feste di fine anno.
Un calo drastico che si ripercuote poi su tutta la filiera agroalimentare e che i consumatori possono alleviare preferendo i prodotti locali e Made in Italy: oltre ad avere maggiori garanzie di qualità in tavola, possono così aiutare l'economia nazionale e garantire maggiori opportunità di lavoro a sostegno della ripresa in un momento di grande difficoltà".
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 20 dicembre 2020
Tre-quattrocento grammi di pane, un litro di latte, la pasta, il formaggio, la verdura. Per Natale ci sarà pure il panettone. Fra 3.500 e 4.000 sono le persone a cui la Onlus Pane Quotidiano, fornisce un pacco alimentare a ogni giornata, in Lombardia, fra le sedi di Monza e Milano. In viale Toscana la strada sale leggermente, in basso, dal semaforo, si può osservare il sinuoso tracciato del marciapiede che porta alla sede milanese della organizzazione umanitaria: per anni gli automobilisti la strada la hanno percorsa in fretta, pure se c'era il rosso stavano distratti, non guardavano al travaglio umano che si dipanava sul rialzo di lato alla carreggiata.
Di chi fosse quella gente non importava tanto, nemmeno la si notava, i pochi a scorgerla tiravano su i finestrini anche se fosse agosto: le facce di quelli in coda erano di un altrove che un mare del sud aveva scaricato a Milano, magari da un altro pianeta. C'erano i migranti, un po' di clochard. Ora le foto delle file, davanti al Pane Quotidiano per il pacco alimentare, montano le pagine dei giornali, si lasciano cliccare sui siti online. Adesso lo sanno tutti che la fila è fatta di affamati. I finestrini, anche se è dicembre, vanno giù, per vedere meglio, quasi per sentire l'odore della povertà che proviene dalla fila. Tutto ha una sua dignità, ogni gesto umano, dipende da come lo si porge. Anche nel chiedere, nell'accettare c'è nobiltà, se ci si rivolge o si acconsente con la risolutezza del non dovere nulla in cambio se non la riconoscenza.
La fila in viale Toscana, insieme all'altro, comprende un mondo nostrano che molti vorrebbero venisse anch'esso da un pianeta lontano. Invece gli occhi di chi passa incrociano nella fila sguardi familiari: sembrano quelli di un qualunque vicino, di un amico con cui i contatti si sono persi da un po'.
I migranti, i soliti clochard, e sempre più gente come chi ancora monta su una macchina per passare sul viale, gente che qualche tempo fa passava distratta, teneva il finestrino su. Eravamo noi anche prima, in quella fila, ma non ci riconoscevamo, perché avevamo volti più scuri, pelle cotta dal sole, vestiti laceri. È cambiato che ora ci riconosciamo facilmente, negli abiti che sono esattamente come i nostri, nei visi perfettamente identici ai nostri. Non ci distraiamo più. Siamo talmente concentrati che se qualcuno non ci suona da dietro, restiamo inchiodati all'asfalto anche col verde.
È una fila che c'è da anni, che ogni anno nuovo si ingrossa, che il covid19 sta allungando a dismisura, così, fra qualche mese si dovrà impegnare pure il marciapiede che arriva dall'altro viale, Tibaldi. Così fra qualche mese saranno più i nostri degli altri, che magari riusciremo a sentire anch'essi nostri ché il bisogno è la colla sociale più forte, il più grande demolitore di muri. Sul viale Toscana si dipana un'umanità che è un atto d'accusa, la prova di un meccanismo sociale rotto, che si occulta da anni: un ruscello che è diventato fiume e che adesso svanisce nel letto carsico di una pandemia che dopo i vaccini mostrerà un disastro a cui non siamo preparati. L'ascensore sociale è caduto fragorosamente giù dall'ultimo piano e si sono aperte infinite porte girevoli fra la sussistenza e la povertà. Ne nascerà un dramma che colpirà forte, sarà l'ultima ondata dell'infezione.
di Oscar De Simone
Il Mattino, 20 dicembre 2020
"Fame di giustizia e sete di verità" è questo l'appello lanciato dal presidio, promosso dalla Pastorale carceraria della Diocesi di Napoli e dal garante campano Samuele Ciambriello, che stamattina dalle 11 si è tenuto davanti al carcere di Poggioreale a Napoli. Un giorno di digiuno perché "nessuno sia dimenticato, perché chi ha sbagliato possa pagare non a prezzo della vita e perché il carcere non sia un luogo oscuro e separato dalla società".
Queste - in sintesi - le ragioni alla base della manifestazione organizzata dalla Pastorale carceraria della Diocesi di Napoli, presieduta da Don Franco Esposito cappellano del carcere di Poggioreale, e dal Garante campano per i detenuti Samuele Ciambriello. Un presidio, tramutatosi poi in marcia attorno le mura della casa circondariale, che ha visto la partecipazione di associazioni territoriali, rappresentanti del mondo della chiesa e dei familiari dei reclusi.
Ma non solo. Durante la giornata di solidarietà, anche il ministro per gli affari europei Vincenzo Amendola ha visitato la struttura, ribadendo l'importanza della prossima vaccinazione anti-covid per gli operatori carcerari. "La condizione carceraria - ha affermato il ministro - è al centro dell'azione di questo governo. Anche in questa campagna di vaccinazione il personale sanitario e delle carceri, entrerà nelle categorie di protezione.
Ecco perché bisogna essere, soprattutto in questo momento, molto uniti e coesi in ogni settore in cui ci troviamo ad operare. Inoltre pensiamo che si debba investire nella qualità delle carceri e nella ricchezza umana che già da tempo, vediamo all'opera proprio all'interno degli istituti di pena".
Qualità della vita che proprio adesso, è particolarmente attenzionata dai garanti per i detenuti Samuele Ciambriello e Pietro Ioia che chiedono attenzione sui numeri. Sono 73 infatti, i detenuti attualmente positivi in Campania. 5 a Poggioreale ed 1 esterno in ospedale, 66 a Secondigliano e 2 a Benevento. "Proprio sui numeri non bisogna minimizzare - ricorda il garante per i detenuti campani Samuele Ciambriello - perché se sono morti 4 detenuti in regione, un agente di polizia penitenziari (a Santa Maria Capua Vetere) ed un medico a Secondigliano mi chiedo cosa sia stato fatto per evitare questa situazione. Noi oggi vogliamo dire che il carcere non può essere la vendetta della giustizia e che si può coniugare la certezza della pena con la sua qualità. Ecco perché oggi digiuneremo. Per far sentire la nostra voce insieme a quella di chi sembra averne per questa società. Anche per questo siamo felici dell'adesione alla nostra causa, dell'arcivescovo di Napoli Mons. Domenico Battaglia".
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