di Giulia Merlo
Il Domani, 25 marzo 2021
La ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ha impresso un indirizzo decisamente diverso rispetto a quello del suo predecessore Cinque stelle, Alfonso Bonafede. Il segnale più tangibile è stata la promessa della guardasigilli di rimettere mano alla legge sullo stop alla prescrizione sia per i condannati che per gli assolti dopo la sentenza di primo grado, voluto dal Movimento 5 stelle ed entrato in vigore a gennaio 2020.
Proprio in segno di fiducia, il fronte garantista della nuova maggioranza - costituito da Azione, Più Europa, Italia viva e Forza Italia - aveva ritirato gli emendamenti presentati al disegno di legge penale. Ora, però, dopo un mese di non belligeranza, è pronto il blitz che punta a smontare pezzo per pezzo le due riforme caratterizzanti del precedente governo e bandiere dei Cinque stelle: prescrizione e intercettazioni. Lo stratega dietro le mosse è il parlamentare ex Forza Italia ora passato ad Azione, Enrico Costa, avvocato e specialista di tecniche parlamentari, nemico giurato di Bonafede in materia penale.
La prescrizione - La modifica sarà contenuta nel disegno di legge di riforma del penale: è notizia di ieri che il termine per la presentazione degli emendamenti sia slittato di un mese rispetto a quello fissato: ora la data è quella del 23 aprile. Se da un lato si attende la proposta ministeriale, a cui è al lavoro una commissione di esperti nominata da Cartabia, Costa non ha intenzione di rinunciare alle sue proposte: aveva ritirato il suo emendamento, ma ora è pronto a ripresentarlo. "Il processo deve avere durata ragionevole e per farlo il contenzioso va ridotto, quindi presenterò emendamenti su depenalizzazione, aumento dei reati perseguibili a querela e maggiori premialità per i riti alternativi", ha spiegato.
A questi emendamenti, però, se ne somma un altro che da un lato cancella lo stop alla prescrizione di Bonafede, dall'altro inserisce la cosiddetta prescrizione processuale, che consiste nella fissazione di tempi certi per ogni grado di giudizio, "superati i quali il pm decade dall'azione". Una proposta ritenuta inaccettabile dai Cinque stelle ma che sembra sovrapponibile a quella già avanzata dal Partito democratico, che dunque - in caso di voto sull'emendamento - si troverebbe davanti al dilemma di rimangiarsi una posizione già resa pubblica pur di mantenere l'asse coi Cinque stelle, ma col rischio di finire comunque in minoranza se sulla linea di Costa confluissero gli altri partiti di maggioranza, Lega compresa.
"In teoria il Pd sarebbe d'accordo, è in pratica che non decide mai", dice Costa. L'ipotesi che allo scontro non si arrivi, allora, è lasciata nelle mani di Cartabia e della proposta ministeriale che la commissione sta elaborando per depotenziare il tema della prescrizione, diluendolo in un pacchetto di norme sulla ragionevole durata del processo.
Le intercettazioni - In materia di intercettazioni - la cui utilizzabilità è stata estesa dalla legge approvata dal precedente governo - il grimaldello scovato da Costa è una legge di delegazione europea. Costa ha ripresentato (come già aveva fatto nel governo Conte) un emendamento a questa legge, che è stato sottoscritto anche da Riccardo Magi di Più Europa e da Forza Italia, mentre altri due analoghi sono stati depositati da Lucia Annibali di Italia viva e dalla Lega. L'obiettivo è di far recepire una direttiva del parlamento europeo datata 2016, che introduce alcuni elementi di rafforzamento al principio della presunzione di innocenza. La direttiva prevede che "le dichiarazioni delle autorità pubbliche non devono trasmettere l'idea che l'indagato sia colpevole", che si tradurrebbe in un limite alle conferenze stampa dei magistrati.
Costa, inoltre, chiede anche l'introduzione nella legge di quanto stabilito da una sentenza della Corte di giustizia europea del 2 marzo: l'equiparazione dei tabulati telefonici alle intercettazioni e la necessità di una autorizzazione da parte di un giudice terzo, solo per un elenco di reati gravi e con limiti più stringenti. Il pacchetto piace a Lega, Forza Italia e Italia viva e rischia di far saltare un altro pezzo delle intercettazioni di matrice grillina. "Mi è stato chiesto di inserire questi emendamenti nel ddl penale, ma la sede giusta per recepire queste indicazioni europee è la legge di delegazione europea", ha detto Costa. Anche perché il ddl avrà gestazione lunga.
Le mosse del blocco "garantista" - in particolare sulla prescrizione - sono propiziate da due elementi. Al ministero siede una ministra che già ha mostrato aperture e ad affiancarla c'è il sottosegretario forzista Francesco Paolo Sisto, che da giorni rilascia interviste per ribadire come la legge vada cambiata al più presto. Inoltre, anche il Pd, che ha annunciato proposte sulla prescrizione processuale, potrebbe lasciare i Cinque stelle in solitudine a difendere la posizione, ma per la prima volta in minoranza.
di Raffaella Malito
La Notizia, 25 marzo 2021
Bavaglio ai pm e paletti su tabulati e intercettazioni. Il Conte II è caduto alla vigilia della relazione sullo stato della giustizia che avrebbe dovuto tenere in Parlamento Alfonso Bonafede, in mancanza di un accordo tra le forze di maggioranza sul tema. Ma col governo dei migliori la situazione non è più agevole. E "la giustizia" ritorna a essere un terreno scivoloso anche per l'esecutivo Draghi. Doveva arrivare entro questa settimana, nell'aula della Camera, ma quasi certamente slitterà alla prossima la legge di Delegazione europea. "Mi pare che ci sia un nodo ancora da sciogliere", dice a La Notizia sorridendo il deputato e responsabile Giustizia di Azione, il movimento di Calenda, Enrico Costa.
Il nodo che tiene imbrigliata la maggioranza è quello relativo al principio della presunzione di innocenza (leggi l'intervista al presidente della commissione Giustizia della Camera Mario Perantoni). Costa, insieme con Riccardo Magi di +Europa, e Forza Italia hanno depositato emendamenti per il suo inserimento sin dai tempi del governo Conte. E qualche giorno fa ai loro si sono aggiunti quelli della Lega e della renziana Lucia Annibali. Tutti chiedono che venga accolta la Direttiva (Ue) 2016/343 del Parlamento europeo e del Consiglio del 9 marzo 2016, "sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali".
Incoraggiati anche da quanto ha dichiarato la ministra Marta Cartabia alla commissione Giustizia della Camera il 15 marzo: "C'è la necessità che l'avvio delle indagini sia sempre condotto con il dovuto riserbo, lontano da strumenti mediatici per l'effettiva tutela della presunzione di non colpevolezza". La Guardasigilli, secondo alcuni osservatori, auspicherebbe che la questione venisse affrontata in altro provvedimento.
Da Via Arenula ci spiegano che la ministra non ha spinto in nessuna direzione, ma ha chiesto semplicemente alle forze parlamentari che siano loro a trovare una soluzione condivisa. E lo ha fatto nel corso di una riunione con i capigruppo della commissione Giustizia tenuta ieri. Durante la quale il sottosegretario agli Affari europei, Enzo Amendola, avrebbe chiesto il ritiro degli emendamenti e così anche i Cinque Stelle. Forza Italia e Lega avrebbero spiegato di poter ritirare gli emendamenti solo se lo faranno tutti.
La questione è delicata e tocca un nervo scoperto dei pentastellati. Anche perché Costa ha presentato come corollario dell'emendamento, che introduce il principio della presunzione d'innocenza, altre proposte che limitano fortemente l'attività dei pm. "Basta processo mediatico, basta conferenze stampa senza il rispetto della presunzione d'innocenza, basta filmati contenenti riprese di atti d'indagine preliminare, quali intercettazioni, videoregistrazioni, fotogrammi, esecuzione di perquisizioni o di misure cautelari, dati in pasto alle tv ed alla rete prima ancora che gli indagati conoscano le accuse a loro carico, basta battezzare le inchieste con denominazioni altisonanti, basta audio delle intercettazioni diffusi prima ancora di essere vagliati all'udienza stralcio, basta pubblicazione integrale di atti prima della chiusura delle indagini", dichiaravano il 24 gennaio Costa e Magi presentando i loro emendamenti alla Camera.
E tra questi c'è anche quello che punta all'equiparazione dei tabulati telefonici alle intercettazioni: per ottenerli non basterebbe più la richiesta del pm ma servirebbe l'autorizzazione del gip. E la legge dovrebbe stilare l'elenco dei reati per i quali consentire la richiesta: solo reati gravi. Una procedura garantista, quest'ultima, che potrebbe avere l'effetto indesiderato di rallentare il cammino delle indagini. E che se scatena l'entusiasmo di Lega, azzurri e renziani appare troppo per il M5S.
A suo tempo i Cinque Stelle in commissione Giustizia sono riusciti a bloccare gli emendamenti in questione ma oggi che i garantisti fanno parte del governo la partita si complica. "Io penso che una maggioranza che nutra dei dubbi sulla presunzione d'innocenza ci metterebbe in serio imbarazzo", spiega il deputato del momento di Carlo Calenda. Il ministro Federico D'Incà si starebbe spendendo per convincere i garantisti a fare marcia indietro. Ma Costa e parte della truppa non intendono mollare.
"Sul rafforzamento della presunzione di innocenza e sul diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali non possono esserci ambiguità. La maggioranza ha l'occasione di approvare il recepimento secco della direttiva europea, subito", dichiara Annibali che sul tema ha presentato anche una proposta di legge. "Il principio di presunzione d'innocenza è contenuto in una direttiva europea e ritengo che questa - la legge di Delegazione europea - sia la sede idonea per recepirla. La ministra non ci ha chiesto di dirottare la questione altrove ma ci ha invitato a fare le nostre valutazioni e a comunicarle". Il nodo si fa sempre più stretto.
di Giorgio Spangher
Il Dubbio, 25 marzo 2021
Dal 2016 saremmo tenuti a recepire il testo che vieta ai pm di additare gli imputati come colpevoli. L'intervento di Giorgio Spangher, professore emerito di Diritto Processuale Penale alla Sapienza.
Sta andando in scena alla Commissione Giustizia della Camera qualcosa di surreale. Si tratta del recepimento della cosiddetta legge europea della direttiva Ue 2016/234 del Parlamento europeo e del Consiglio del 9 marzo 2016, leggasi duemila sedici, relativa al rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto dell'imputato di presenziare al processo nei procedimenti penali. Com'è scritto nelle considerazioni iniziali (1), si tratta di quanto previsto, relativamente al diritto ad un equo processo ed alla presunzione di innocenza, dagli artt. 47 e 48 della Carte dei diritti fondamentali dell'Unione europea ("Carta") e dall'art. 6 della Cedu, dall'art. 14 del Patto internazionale sui diritti civili e politici e dall'art. 11 della dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.
Dopo 51 premesse, l'articolato si struttura in 11 articoli e fissa al 1° aprile 2018 il termine entro il quale gli Stati membri devono dare attuazione alle disposizioni della direttiva. Come emerge dalla intitolazione, sono due le aree tematiche di intervento: la presunzione di innocenza e il diritto di presenziare al processo. Nel delineare l'ambito di applicazione della direttiva, si precisa che la direttiva si applica a ogni fase del procedimento, dal momento in cui una persona sia indagata o imputata per aver commesso un reato o un presunto reato sino a quando non diventa definitiva la decisione che stabilisca se la persona abbia commesso il reato, cioè, ai sensi dell'art. 3, sino a quando non sia stata legalmente provata la colpevolezza.
Il nucleo centrale della direttiva è racchiuso nell'art. 4, comma 1, ove si dispone che "Gli Stati membri adottano le misure necessarie per garantire che, fino a quando la colpevolezza di un indagato o imputato non sia stata legalmente provata, le dichiarazioni pubbliche rilasciate da autorità pubbliche e le decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza non presentino la persona come colpevole.
Ciò lascia impregiudicati gli atti della pubblica accusa volti a dimostrare la colpevolezza dell'indagato o imputato e le decisioni preliminari di natura procedurale adottate da autorità giudiziarie o da altre autorità competenti e fondate sul sospetto o su indizi di reità". Al comma 2 della stessa disposizione si dispone che a garanzia del rispetto di queste previsioni deve essere assicurato agli indagati e imputati un ricorso effettivo. I riferiti limiti informativi (art. 4, comma 3) non impediscono alle pubbliche autorità di divulgare informazioni sui procedimenti penali qualora non sia strettamente necessario per motivi connessi all'indagine penale o per l'interesse pubblico.
Nella prospettiva qui considerata, all'art. 5 si prevede che "Gli Stati membri adottano le misure appropriate per garantire che gli indagati e imputati non siano presentati come colpevoli, in tribunale o in pubblico, attraverso il ricorso a misure di coercizione fisica. Il paragrafo 1 non osta a che gli Stati membri applichino misure di coercizione fisica che si rivelino necessarie per ragioni legate al caso di specie, in relazione alla sicurezza o al fine di impedire che gli indagati o imputati fuggano o entrino in contatto con terzi".
Con ulteriori disposizioni si precisano i temi dell'onere della prova della colpevolezza che incombe all'accusa, del diritto alla prova (art. 6), del diritto al silenzio e del diritto di non autoincriminarsi (art. 7), nonché gli artt. 8-9 disciplinano il diritto di presenziare al processo, e il diritto ad un nuovo processo in caso di mancata presenza al processo. Dopo l'art. 10 che, come visto, richiede la predisposizione di un ricorso effettivo in caso di violazione dei diritti di cui alla direttiva, l'art. 11 prevede che entro il 1° aprile 2020 e successivamente ogni tre anni, gli stati membri trasmettano i dati con cui si è data attuazione alla direttiva e entro il 1° aprile 2021 sia presentato al Parlamento europeo ed al Consiglio una relazione sull'attuazione della direttiva. Quanto esposto, impone una riflessione preliminare sull'europeismo ad intermittenza ed a parole: una direttiva del 2016, non solo non è stata recepita ma sembra sussistano difficoltà per il suo recepimento.
Pochi giorni fa la Corte di Lussemburgo ha precisato che per i tabulati è necessaria l'autorizzazione del giudice, essendo il pm una parte processuale contrapposta alla difesa. Ieri la Cedu ha condannato (per la seconda volta) l'Italia per la durata delle indagini che abbia impedito alla persona offesa di costituirsi parte civile, a pochi mesi di distanza da una decisione di contrario avviso della Corte costituzionale (C. cost. n. 249 del 2020). Pochi mesi fa, il Parlamento non ha ritenuto di aderire al protocollo 16 della Cedu.
Tornando alla direttiva, sono chiare le resistenze per la sua approvazione ove si considerino le esternazioni della polizia giudiziaria e dei pubblici ministeri, la fuga sapiente di notizia, di interviste, di processi mediatici, con possibili condizionamenti sull'attività dei collegi giudicanti e disorientamenti dell'opinione pubblica. A tacer d'altro, basterebbe considerare che la presunzione d'innocenza, con le sue implicazioni che la direttiva evidenzia in termini maggiormente contenutistici, figura già nella nostra Carta costituzionale. Cosa impedisce un rapido recepimento? Un retro pensiero sulla disciplina della sospensione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado?
di Alessandro Parrotta*
Il Dubbio, 25 marzo 2021
Il processo digitale è stato affinato durante l'emergenza ma non può diventare la normalità. Sarebbe prezioso se nel dopo covid si riuscisse a rendere stabile la parte telematica della stessa attività penale. Ma neppure si può correre il rischio, nello stesso processo civile, di una disumanizzazione cartolare. Tenere la persona al centro di tutto, come chiede pure la guardasigilli, è la chiave per trovare il giusto limite fra tecnologia e diritti.
Volendo avere uno sguardo ottimista sul presente, si può dire che la crisi pandemica, tra i molti negativi e devastanti effetti, ha avuto perlomeno il merito di porre in risalto il tema della digitalizzazione, ambito in cui l'Italia è storicamente in ritardo rispetto ad altri Paesi della zona euro. C'è dunque una seria possibilità che dall'emergenza sanitaria derivi un processo di miglioramento delle infrastrutture digitali e informatiche, in particolare all'interno della Pubblica amministrazione, che potrebbe giovarsi enormemente dell'emancipazione dalla lenta e vetusta burocrazia cartolare che ancora la attanaglia.
Anche il sistema giustizia non è rimasto immune da simili cambiamenti, al punto che dal primo lockdown del marzo dello scorso anno i procedimenti hanno iniziato a svolgersi (anche) tramite collegamenti telematici su piattaforme di comunicazione video, sia in ambito civile che penale. Simili modalità sarebbero state adottate in modo particolarmente esteso anche in ambito penale, se non fosse intervenuta la corretta ferma opposizione delle parti processuali, private e pubbliche.
Non solo: ancora oggi gli uffici giudiziari sono impegnati nel tentativo non sempre efficace di digitalizzare i processi, da una parte per evitare il proliferare di occasioni di contagio e, dall'altra, anche per motivi di semplice economicità e celerità delle procedure, le quali, grazie all'aiuto di nuovi sistemi informatici, risultano meno gravose per le cancellerie. Il procedimento di digitalizzazione degli uffici giudiziari, per quanto risulti, a parere di chi scrive, negativo e non consono alle attività difensive, presenta comunque aspetti positivi che sarà bene mantenere e migliorare anche nel periodo post-Covid. In particolare, assolutamente apprezzabili sono le recenti direttive ministeriali che, nel tentativo di rendere più sicure dal punto di vista sanitario le attività giudiziarie, hanno stabilito tutta una serie di nuove modalità per lo svolgimento delle udienze e il deposito atti. Ma procediamo con ordine.
Innanzitutto, risulta necessario porre in risalto le differenze tra i procedimenti civili e penali. Infatti, mentre i primi risultano oramai quasi del tutto digitalizzati, il processo penale da poco sta iniziando ad adeguarsi al mezzo informatico. Riguardo al civile, assolutamente apprezzabili sono le modalità di deposito degli atti tramite il sistema telematico. Non solo alleggeriscono enormemente le cancellerie da tutto il lavoro che comporta la gestione dell'immensa mole di carta portata alla loro attenzione, ma rendono il procedimento anche più "sicuro".
Tutto quanto rimane registrato su un sistema informatico, ministeriale, entro il quale le parti possono adeguatamente e facilmente mantenerne traccia, senza tutti quelli che sono i rischi legati alla conservazione di una copiosa mole cartolare. Pertanto, non può che essere di segno positivo la valutazione in ordine alla gestione dei fascicoli e deposito atti con il sistema telematico.
Tuttavia, assai meno apprezzabile è la recente tendenza dei giudici nel civile di mutare lo svolgimento delle udienze dalla forma fisica a quella figurata. Sempre nel nome dell'emergenza Covid, si sta riducendo l'attività difensiva a un mero scambio cedolare, ove le parti non hanno modo di vedersi, capirsi, parlarsi, se non tramite semplici file depositati su un sistema telematico.
Siffatte udienze figurate, purtroppo, vanno inevitabilmente a sacrificare tutta la parte umana che comporta un procedimento, parte che non può e non deve essere così nettamente compressa. Se si sceglie di operare in tal modo, riducendo la discussione a un semplice scambio di memorie, si finisce per ridurre il contraddittorio in un asettico scambio di opinioni scritte, con evidente sacrificio delle garanzie costituzionali così come previste dall'articolo 111.
Per quanto concerne il settore penale, questo è accaduto con lo svolgimento delle udienze in telematico. Il processo penale, tendenzialmente tra i più delicati del sistema giudiziario per come è strutturato e per quelle che sono le sue finalità, non può in alcun modo rimpiazzare il contraddittorio fisico con quello telematico e, tanto meno, con una versione cartolare. Tuttavia, al momento, le disposizioni ministeriali, consapevoli di quanto detto poc'anzi, si sono limitate a prevedere il processo penale telematico solo durante il periodo della pandemia, allorquando la necessità di tutelare la salute pubblica a fronte di un male sconosciuto poteva giustificare il sacrificio del contraddittorio, nonché disporre tutta una nuova disciplina per il deposito in via telematica degli atti.
È ottima l'iniziativa di creare un portale telematico penale, sulla falsa riga di quello civile, presso il quale depositare atti indirizzati alla Procura, come atti di nomina o denunce-querele. Lo è a condizione che, diversamente da quanto denunciato negli ultimi giorni, quell'infrastruttura funzioni. C'è da augurarsi che si mantenga e migliori tutta la disciplina relativa al deposito degli atti, civili e penali, nel segno della celerità, snellezza, imparzialità ed uniformità. Non altrettanto può dirsi, invece, per quanto concerne la salvaguardia del contraddittorio, il quale non potrà mai essere sostituito da modalità telematiche, recidendo di netto la necessaria componente umana. Fortunatamente la stessa neo guardasigilli aveva esordito ad inizio mandato con l'apprezzabile affermazione per la quale la giustizia dovrebbe sempre avere un volto umano. L'uomo, dunque, prima di ogni altro adempimento.
*Avvocato, direttore Ispeg - Istituto per gli studi politici, economici e giuridici
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 25 marzo 2021
Il varo della procura europea Eppo spaventa l'antimafia alla Di Matteo. Che il percorso di Marta Cartabia, ministro della Giustizia, non sarebbe stato una discesa era evidente dal primo momento. Le polemiche rinnovate attorno alla possibile abolizione dell'ergastolo ostativo ("stanno per dare il colpo di grazia a Paolo Borsellino e a Giovanni Falcone, stanno per pagare l'ultima e più pesante cambiale sottoscritta nel corso della trattativa", ha detto al limite della farneticazione Salvatore Borsellino) o le baruffe sulla prescrizione, nodo al momento intoccabile, sono lì a dimostrarlo.
Si sa però che il vero e più urgente dossier sul tavolo della responsabile di via Arenula è quello che riguarda le riforme, in gran parte civilistiche e organizzative, che l'Europa ha esplicitamente richiesto all'Italia affinché il nostro paese possa accedere agli aiuti del Next Generation Eu. Rapidità dei processi, snellimento delle procedure, certezza del diritto sono riforme non più rimandabili. C'è inoltre la necessità di armonizzare il lavoro della magistratura all'interno di un contesto sempre più strettamente comunitario.
E, quando i fondi del Recovery plan saranno operativi, ci sarà ovviamente la necessità di controllarne il buon uso. Non è un caso che assuma una particolare importanza la nascita della Procura europea (Eppo) perché, nelle parole di Sergio Mattarella, "uno spazio di comuni diritti impone la ricerca di pervenire a soluzioni condivise". Il modello di pubblico ministero europeo prevede un ufficio unico a struttura decentrata: sarà cioè attivo nei vari paesi. Il suo compito sarà indagare i reati che colpiscono gli "interessi europei".
Un cambiamento cruciale. Ma fa specie come, anche in questo caso, le voci di protesta e di allarmismo contro la nuova giustizia comunitaria vengano dall'antimafia chiodata. Nino Di Matteo teme che la procura europea "rappresenti nel nostro paese un depotenziamento dell'altissimo livello di contrasto alle mafie finora assicurato dall'attribuzione in esclusiva alle direzioni distrettuali e della procura antimafia". Fidarsi dei giudici della Trattativa, ma non di quelli europei.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 25 marzo 2021
L'ex presidente dell'Anm Eugenio Albamonte replica a Ermini: "ll cittadino non ha bisogno di pochi giudici eccellenti che trattino le cause più importanti; al contrario necessitano di magistrati che arrivino ad un livello di adeguatezza".
Prosegue anche dalle pagine di questo giornale il dibattito sulla valutazione professionale dei magistrati. Dopo l'intervista di ieri al professor Giuseppe Di Federico per cui "l'attuale Csm non effettua da tempo le valutazioni di professionalità ai fini dell'avanzamento in carriera", essendo esse sempre positive in un range che varia tra 99,1% ed il 99,5%, oggi ci confrontiamo con il dottor Eugenio Albamonte, pubblico ministero a Roma, già presidente dell'Anm, e attuale Segretario generale di Area Democratica per la Giustizia.
Dottor Albamonte, le faccio la stessa domanda che ho posto al professor Di Federico: cosa pensa della proposta del vice presidente Ermini?
Concordo con il presidente Santalucia che ha sostenuto che non è una proposta accettabile, soprattutto perché così come è stata posta sui giornali manca di approfondimento. Sembra una proposta ritagliata sull'emotività del momento, in relazione ad alcune vicende giudiziarie che hanno fatto scalpore a livello mediatico. Non è opportuno utilizzare un caso singolo per portare la discussione sul piano generale. Andando nel merito della questione: una valutazione della performance giudiziaria dei provvedimenti come parametro di valutazione professionale del magistrato porta al paradosso che gli unici che avranno la valutazione positiva saranno quelli della Cassazione perché sono gli ultimi a giudicare. Credo che il vice presidente Ermini non stesse pensando ad una simile eventualità. Quindi le sue parole potrebbero essere lette come una provocazione per lanciare il sasso nello stagno.
Il quadro che ha delineato invece il professor Di Federico lo trova corrispondente alla realtà?
Ho letto con grande attenzione l'intervista al professor Di Federico. La valutazione di professionalità dei magistrati non si basa su criteri di eccellenza, bensì sulla necessità di garantire uno standard professionale adeguato a tutti i cittadini in relazione a tutti i processi che vengono celebrati. Il cittadino non ha bisogno di pochi giudici eccellenti che trattino le cause più importanti; al contrario necessitano di magistrati che arrivino ad un livello di adeguatezza. È anche per questo che le valutazioni sono in larga parte positive. Quello che il nostro sistema prevede è di andare a cercare la caduta di professionalità.
Quindi un discorso al contrario...
Esattamente: la questione va capovolta.
Però a parità di curriculum come si sceglie a chi assegnare un incarico direttivo? Qualcuno sostiene che interviene il potere della corrente più forte...
Convengo che questo è un punto critico: se la valutazione si basa sul livello di adeguatezza standard per tutti, è chiaro che quando si deve operare una selezione per gli incarichi direttivi ci si trova dinanzi ad una situazione di equivalenza. A questo punto o ripensiamo al sistema di valutazione di professionalità, secondo il quale un magistrato cresce di passaggio in passaggio con il suo curriculum a differenza di un altro che ha meno meriti. E allora la valutazione si trasforma in un percorso di selezione della futura dirigenza. Si tratterebbe di una modalità completamente differente rispetto a quella per cui è nata la valutazione di professionalità.
Al momento non si può tirare la monetina, però...
È vero allora che c'è un'altra questione: la selezione potrebbe essere fatta sulla capacità di un magistrato di organizzare l'ufficio in futuro.
Anche il Ministro Cartabia sembra orientata ad una periodica valutazione sulla formazione dei candidati o di chi già svolga ruoli direttivi e semidirettivi degli uffici giudiziari...
Esatto. Se però una persona non ha mai organizzato un ufficio e non lo si mette alla prova diventa molto difficile capire in anticipo quali saranno le sue capacità di organizzare un ufficio. Quello che forse bisognerebbe fare è trovare un modo, come dice anche la Ministra, per spingere molto sulla formazione di una classe dirigente.
La Ministra Cartabia nell'esporre le sue linee programmatiche sia alla Camera che al Senato ha detto che da un lato occorre "ridurre il peso delle correnti nella scelta dei candidati e nella determinazione dei componenti dell'organo di autogoverno" preservando tuttavia l'"ineliminabile pluralità delle culture della magistratura". Lei è d'accordo?
Condivido pienamente le considerazioni della Ministra. La magistratura deve insistere allo strenuo delle forze affinché il legislatore, nel tempo concesso da qui al rinnovo del Csm, cambi l'attuale legge elettorale. Quest'ultima venne concepita con le stesse intenzioni di cui parla la Ministra ma poi ha prodotto un effetto distorsivo opposto. Essa per una serie di alchimie legate al sistema elettorale non solo ha rafforzato il potere delle correnti ma ha consentito che all'interno delle stesse si creassero delle sorti di satrapie, di principi elettori che, al di là della stessa democrazia interna alle correnti, sono stati in grado di orientare il voto.
Le soluzioni?
Bisogna da un alto ridurre la possibilità delle correnti di orientare il voto e dall'altro invece aumentare la capacità di scelta dei magistrati, ampliando il più possibile il numero dei candidati. Potrebbe essere forse più valido il sistema dei collegi territoriali, grazie ai quali l'elettore sarebbe in grado di conoscere meglio le caratteristiche del candidato.
Lei ritiene che sia un problema che talvolta dei pm abbiano intrapreso delle iniziative che già in partenza era chiaro fossero infondate?
Il problema c'è ma non si lega alla questione dell'obbligatorietà dell'azione penale perché il pm ha la facoltà di archiviare. Il professor Franco Cordero scriveva che il vero pubblico ministero richiesto dal nuovo codice di procedura penale è quello che alla fine delle sue indagini riesce a fare un'operazione culturale, che sicuramente è difficile, ma che è quella giusta: spogliarsi del ruolo di pm, assumere il metro di giudizio del giudice e valutare il suo lavoro dall'esterno come se fosse il giudice. È l'esercizio al quale tutti noi siamo chiamati e rispetto al quale dobbiamo essere all'altezza. Un pm si giustifica come parte nella stessa giurisdizione dei giudici proprio in quanto riesca a compiere questo cambio di prospettiva.
Se il pm non ci riesce cosa si può fare affinché un processo si istruisca solo quando necessario? Rendere più stringente la regola del rinvio a giudizio?
Innanzitutto c'è un problema di formazione: non tutti i magistrati vengono abituati a ragionare in questi termini. Poi se questa capacità venisse a mancare dovrebbe subentrare un momento di controllo giurisdizionale successivo. Una delle soluzioni, prevista anche dalla riforma Bonafede, è quella di potenziare l'udienza preliminare: essa nasce nel contesto del nuovo codice come un vero filtro e poi nel tempo questa funzione si è andata perdendo.
In questi giorni si è discusso molto di mediaticità dei pubblici ministeri, soprattutto in relazione al processo Rinascita Scott. Qual è il suo pensiero in merito?
Nessuno mette in discussione l'impegno profuso dalla magistratura requirente sul territorio, dove è impegnata in indagini molto delicate. E nessuno deve mettere in discussione il diritto/dovere degli organi inquirenti di rappresentare all'opinione pubblica, in occasione di iniziative giudiziarie importanti e quando molte persone sono state private della libertà personale, il significato di quello che si sta facendo. Tuttavia è fondamentale che questa comunicazione venga effettuata con la massima accortezza in relazione alle dinamiche che sono ancora da svilupparsi. È evidente che la procura può rappresentare solo un esito provvisorio della sua iniziativa. Deve stare molto attenta a non ingenerare nell'opinione pubblica la convinzione che ci si trovi già in una fase di giudizio definitivo sulle persone e sui fatti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 marzo 2021
Depositate mercoledì scorso le motivazioni della sentenza con cui la Consulta ha "promosso" il blocco della prescrizione durante il lockdown. "Noi abbiamo deciso di essere persone oneste, che perseguono il bene e che si comportano nella piena legalità. Voler emettere in evidenza quella che è la biografia di nostro padre, è stato squallido e non ha nulla a che fare con il contesto di riferimento". Così, a Il Dubbio, le avvocate Francesca e Giovanna Araniti spiegano con forza il motivo per cui si sono sentite colpite e denigrate per un articolo de Il Fatto on line.
Cosa è accaduto? L'altro ieri c'è stata l'udienza alla Consulta sulla preclusione della liberazione condizionale a chi non collabora con la giustizia. Ad assistere l'ergastolano ostativo Francesco Pezzino, il caso di cui la Cassazione ha sollevato l'illegittimità costituzionale, è l'avvocata Giovanna Araniti: il Fatto ha voluto sottolineare che lei è figlia di un boss della 'ndrangheta che sta scontando un ergastolo.
Eppure non si capisce il nesso per svariati motivi, a partire dal fatto che la colpa dei padri non può ricadere sui figli. Ed essere figli di boss, non equivale ad essere destinati al pubblico ludibrio. "Quello che ci ha dato fastidio è aver inserito la biografia di nostro padre in un contesto che non c'entrava assolutamente nulla. Se uno va da un medico per curarsi o da un architetto per fare una casa, certamente nessuno va a chiedergli chi è suo padre. La responsabilità penale dovrebbe essere personale. Ma evidentemente per alcuni giornali così non è".
Eppure è interessante la biografia di Giovanna Araniti. È lei che, davanti alla consulta, con passione ha motivato l'illegittimità costituzionale della preclusione assoluta della liberazione condizionale nei confronti del suo assistito. Una donna che si è laureata all'università di Messina in brevissimo tempo. Infatti svolge la sua professione da più di 25 anni, pur avendo 48 anni. Sarebbe stato più utile, forse, soffermarsi su chi è l'avvocato, non su chi è il padre.
"Un articolo denigratorio - spiegano le avvocate Araniti - perché i clienti possono anche pensarci bene prima di fare la nomina ad un avvocato preso di mira del tutto gratuitamente da un giornalista". Articoli così, in effetti, non fanno altro che aumentare il pregiudizio che si ha nei confronti delle persone che purtroppo nascono in contesti difficili, nonostante con le sole loro forze siano riuscite ad intraprendere nobili professioni. "Nessuno di noi decide dove nasce, però ciascuno di noi decide chi essere. E noi abbiamo deciso di essere persone oneste", chiosano le avvocate.
lavocediasti.it, 25 marzo 2021
"Occorre anticipare i focolai - ha rimarcato Bruno Mellano - non inseguirli come accaduto ad Asti". "La popolazione carceraria è stata finalmente inserita tra le categorie prioritarie previste dal Ministero della Salute per la vaccinazione anti Covid". Lo ha dichiarato con soddisfazione il garante regionale dei detenuti Bruno Mellano.
"Le indicazioni fornite ieri dal Commissario nazionale - ha aggiunto - superano definitivamente la visione secondo cui le vaccinazioni devono farsi solo a seguito della presenza di focolai all'interno del carcere come è recentemente accaduto ad Asti. Occorre anticipare i focolai, non inseguirli".
"Troppe incertezze e false partenze - ha aggiunto - hanno riguardato la campagna informativa di raccolta delle disponibilità volontarie e poi vaccinale nell'ambito della comunità penitenziaria italiana e, di conseguenza, piemontese. Occorre però registrare come altre regioni abbiano già iniziato la vaccinazione anche delle persone ristrette, dopo l'inizio già avviato per la polizia penitenziaria, ma in contemporanea è partito un piano vaccinale ad hoc per gli altri operatori penitenziari (compresi i volontari) e per i detenuti".
"Come garante regionale e responsabile del Coordinamento dei garanti comunali piemontesi - ha concluso Mellano - ho fiducia che il chiarimento di queste ore sia definitivo e si possa finalmente dare inizio alle procedure organizzative dei presidi sanitari regionali penitenziari".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 25 marzo 2021
Reclusi in una Casa lavoro ma senza lavoro. È il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello a denunciare l'ennesima contraddizione del sistema penitenziario e accendere i riflettori sulle condizioni dei cosiddetti "internati", cioè di coloro i quali hanno finito di scontare la pena ma, essendo considerati ancora socialmente pericolosi, devono trascorrere del tempo in un'istituzione da sempre ignorata, la Casa lavoro.
"Sono 335 le persone sottoposte a misure detentive nelle 6 strutture di Casa lavoro presenti nel Paese - spiega il garante - In Campania c'è un'unica Casa lavoro ed è ad Aversa, conta 42 internati ma il lavoro che dovrebbe caratterizzarla manca. Queste persone rischiano di diventare invisibili, senza casa e senza lavoro, in una condizione di sostanziale ingiustizia che non può essere ignorata".
Di qui l'idea di un confronto con la direzione della casa di reclusione Filippo Saporito sul tema del lavoro di pubblica utilità per i reclusi. L'incontro si è svolto ieri e ha portato alla firma di un protocollo che potrebbe segnare un primo cambio di passo in Campania. Erano presenti la direttrice del carcere Stella Scialpi, il comandante Francesco Serpico, l'educatore Angelo Russo, la delegata del provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria Assunta Borzacchiello, la responsabile dell'archivio storico di Napoli Candida Carrino e il sindaco Alfonso Golia.
Sono stati discussi progetti proposti dal garante, finanziati con i soldi delle Regione e finalizzati a consentire ai reclusi di svolgere lavori di pubblica utilità presso il Comune di Aversa: 50 detenuti, di cui 5 internati, si occuperanno della cura del verde pubblico e della manutenzione di segnaletica stradale e arredo urbano.
Inoltre sono previsti progetti per i reclusi finalizzati a riordinare l'archivio dell'ex Opg (attività per cui si prevede l'impiego di 5 internati) e valorizzare il terreno agricolo del carcere (un progetto che vedrà coinvolti i detenuti della casa di reclusione).
"Questo protocollo - sottolinea il sindaco Golia - è un passo in avanti per la definizione di un percorso comune volto alla promozione di opportunità di inserimento lavorativo per i detenuti e gli internati della casa di reclusione di Aversa. Si sono individuate le specifiche attività lavorative da realizzare nella città e sono stati selezionati i soggetti in stato di detenzione, compresi gli internati ristretti nella Casa lavoro, con l'obiettivo di accrescerne le competenze professionali per un futuro inserimento nel mercato del lavoro".
Al di là dei buoni propositi resta però la criticità di un'istituzione, la Casa lavoro, che per il garante è ormai fuori tempo: "Bisogna andare oltre queste strutture che sono in piedi dal 1930 e rispondono a un'idea terapeutica di lavoro superata - conclude Ciambriello - Occorre pensare a luoghi non detentivi, case che siano veramente tali e contesti di lavoro e di inclusione sociale che coinvolgano sempre di più gli enti locali. Insomma delle vere misure alternative di reinserimento sociale".
bolognatoday.it, 25 marzo 2021
I sindacati: "Impossibile isolare i contagiati". Chiedono di procedere allo screening di tutta la popolazione detenuta e di tutto il personale e di completare la vaccinazione- da poco iniziata- dei dipendenti in tutti gli istituti della regione".
Mantenere il distanziamento all'interno di un carcere sovraffollato è pressoché impossibili, così i sindaci di Polizia Penitenziaria lanciano nuovamente un SOS per "la situazione che si sta determinando negli istituti penitenziari dell'Emilia-Romagna a causa dell'emergenza Covid, sia tra il personale dipendente che tra i detenuti, visto l'importante numero di infetti presenti".
Attualmente i detenuti alla Dozza sarebbero 750 a fronte di una capienza di 492 quindi Fp Cgil chiede "misure e provvedimenti immediati per scongiurare un ulteriore pesante deterioramento della situazione".
A far rischiare un aumento dei contagi da Covid nelle carceri della regione, secondo i sindacati, è in particolare "il pesante sovraffollamento all'interno degli istituti, aggravatosi negli ultimi due mesi" e che "compromette ogni procedura e protocollo di prevenzione Covid, con grave pericolo per la salvaguardia della salute dell'intera comunità carceraria".
Le caratteristiche degli ambienti carcerari, la "condizione di promiscuità, la difficoltà ad assicurare un adeguato distanziamento e la quasi impossibilità di garantire l'isolamento delle persone contagiate", scrivono infatti le tre organizzazioni confederali, "determinano un rischio inaccettabile per chi vive o lavora all'interno degli istituti".
Da qui la convinzione che sia "estremamente urgente procedere allo screening di tutta la popolazione detenuta e di tutto il personale, completare la vaccinazione- da poco iniziata- dei dipendenti in tutti gli istituti della regione, assegnare criterio di priorità e urgenza alla vaccinazione dei detenuti e verificare la corretta attuazione dei protocolli di isolamento Covid e di tutte le misure di prevenzione".
Secondo il sindacato S.P.P., i detenuti positivi sarebbero in aumento e la regione che vede più contagi sarebbe proprio l'Emilia-Romagna con 92 positivi: "Il piano vaccinale per le carceri continua molto a rilento con alcune regioni in cui i vaccini realmente ancora non vengono effettuati. Per la popolazione detenuta ancora peggio
con solo 2500 unità vaccinate. Siamo molto preoccupati perché se il virus, ma soprattutto le sue varianti, dovessero entrare nelle carceri il pericolo sarebbe altissimo - si legge nella nota - abbiamo provveduto in queste ore ad allertare l'Amministrazione ma soprattutto le Asrem ed i Prefetti per velocizzare al massimo l'effettuazione dei vaccini per i poliziotti penitenziari ed i detenuti" quindi "se il piano vaccinale non viene portato avanti in modo più veloce, il rischio contagio potrebbe essere di grave pregiudizio all'incolumità di detenuti e poliziotti".
- Lombardia. Studio della Commissione regionale sulla salute psichica nelle carceri
- Reggio Emilia. "Focolaio Covid fuori controllo, il carcere di rischia di scoppiare"
- Napoli. "Tribunale di Sorveglianza in tilt, reclusi senza diritti"
- Salerno. Nasce il giardino urbano di "Jhonny", un'occasione per i detenuti in affido
- Pisa. Dante on air: quindici detenuti reinterpretano la Divina Commedia in radio










