di Marco Minniti
La Repubblica, 25 marzo 2021
Migliaia di migranti partiti dalla Libia negli ultimi anni hanno cercato di raggiungere l'Europa transitando per l'Italia. Con una sequenza senza precedenti, il Mediterraneo ha visto palesarsi il più gigantesco sommovimento geopolitico degli ultimi cento anni. Il realizzarsi, quasi contemporaneo, di due antichi sogni imperiali: quello Russo e quello Turco-Ottomano. Dalla Siria alla Libia. Con una comunità internazionale sorpresa, al limite dell'impotenza. Parliamo degli Usa di Trump, sedotti dalla America First e dal conflitto con l'Europa, sempre più distinti e distanti da quel mare considerato secondario. E di un'Europa stranita, divisa, quasi colpita al cuore da tanta temeraria accelerazione.
Le elezioni americane ci hanno consegnato una nuova America. E la presenza di Biden al vertice di oggi dell'Ue, è il più icastico segnale del grande cambiamento. Il Mediterraneo non potrà non giovarsi di ciò. Un nuovo quadro dell'antico legame transatlantico rappresenta una buona notizia per quel "mare nostrum" che nel tempo è diventato sempre meno nostrum. Poi c'è l'inaspettata opportunità della formazione, dopo anni di drammatica divisione e di una sanguinosa guerra civile, di un governo unitario della Libia. La sua approvazione parlamentare con una maggioranza pressoché unanime rappresenta sicuramente un passo importante.
È come se, per una volta, l'impegno dell'uomo (una "donna" Stephanie Williams) insieme a quella che Hegel chiamava l'astuzia della ragione, avessero promosso una potenziale inversione di tendenza. Intendiamoci, la sfida del nuovo governo Dbeiba, felicemente e tempestivamente incontrato dall'Italia, è da far tremare le vene ai polsi. Mantenere e rafforzare il cessate il fuoco. Liberare il Paese dalle presenze militari straniere. E che presenze. La prima, quella turca, dichiarata. Frutto di un accordo politico e diplomatico, formalmente firmato dalle parti durante la fase più acuta della guerra civile. La seconda, mai dichiarata ma altrettanto incombente: quella della Russia. Con i contractor della Wagner, secondo modalità già sperimentate nel Donbass.
La Turchia ha avuto in concessione secolare il cruciale porto di Misurata. Fortissimo, nello stesso tempo, è l'attivismo russo con la costruzione del cosiddetto "vallo di Putin" tra Cirenaica e Tripolitania. A ciò si affianca la notizia della più vicina base di Mig-29 al cuore dell'Europa.
Se tutto ciò non bastasse, c'è, poi, il tema dello scioglimento delle milizie interne, che hanno sin qui svolto un ruolo dominante. E di riflesso la costituzione di un sistema di sicurezza e difesa unitario per l'intera Libia. Le prime scelte del nuovo governo nel comparto difesa ed il silenzio assordante di un indebolito Haftar rappresentano qualcosa di più di una semplice incognita. C'è poi, in uno scenario di drammatica emergenza pandemica, da ricostruire un Paese devastato. La cadenza temporale è senza fiato. Con l'obbiettivo di portare il Paese al voto nel dicembre di quest'anno. Intendiamoci, il voto non solo è il compimento naturale di un percorso di ricostruzione istituzionale ma è indispensabile per la stabilità della Libia. Facile a dirsi. Difficile a farsi. Come insegna il recente passato.
Le tensioni manifestate con il Parlamento di Tobruk su un percorso costituzionale ed elettorale non rappresentano un buon viatico. Ma questa è la sfida. Lasciare oggi sola la Libia sarebbe un peccato imperdonabile. Tocca all'Europa, in una rinnovata sintonia transatlantica, sostenere il nuovo governo libico. Contribuendo, così, a ridisegnare un nuovo assetto del Mediterraneo. Nel momento in cui ci si appresta a riaprire il negoziato del trattato con la Turchia, l'Ue ha l'imperativo politico di presentare un piano di ricostruzione economica, sociale, istituzionale della Libia. Un piano importante per le risorse economiche impegnate. Ambizioso nei suoi contenuti è finalità. Negoziato con il nuovo governo, ma che soprattutto sappia parlare a quel pezzo, grande, del popolo libico che in questi anni ha guardato con fiducia al Vecchio continente e non si rassegna all'idea di un'egemonia Russo-Turca.
Un Piano che rimetta a pieno regime l'attività energetica tradizionale e insieme proponga un progetto per l'utilizzo delle fonti rinnovabili. Un Piano che coinvolga i Paesi del nord Africa confinanti con la Libia. A partire dalla cruciale Tunisia. Che contenga un nuovo patto per il governo dei flussi migratori, che, nel rispetto dei diritti umani, sia incardinato sull'apertura e promozione di canali umanitari e legali e su un impegno chiaro di contrasto al traffico di esseri umani. Un Piano, infine, che sostenga i governi nell'affrontare la sfida della pandemia.
Sapendo che la sicurezza sanitaria sarà un tema dominate per tutti i Paesi che ruotano nell'orbita del Mediterraneo allargato. Si tratta di agire in fretta. Perché se "l'inaspettata opportunità" libica di Menfi e Dbeiba dovesse fallire si precipiterebbe, inevitabilmente, in una divisione della Libia per sfere di influenza. Il che rappresenterebbe uno scacco drammatico per l'intera Europa. Il collasso libico rischierebbe un gigantesco "effetto domino", che potrebbe colpire altri Paesi del Nord Africa. L'Europa non può permetterselo. Perché, mai come adesso, il suo futuro si specchia nelle acque del Mediterraneo.
di Paolo Lambruschi
Avvenire, 25 marzo 2021
Si alza il velo sulle bugie e sul silenzio Così arrivano le prime conferme ufficiali anche sul massacro di cristiani ad Axum, mentre il segretario di Stato Usa, Blinken, parla di "pulizia etnica".
Settimana della verità per il Tigrai, dopo mesi di blackout, silenzi e menzogne ufficiali. Mercoledì della scorsa settimana il primo ministro etiope Abiy Ahmed ha fatto un brusco cambio di rotta e per la prima volta ha fatto ammissioni importanti in Parlamento e via social media, seguito da un primo, parziale riconoscimento etiope della strage di Axum, città santa della cristianità ortodossa, finora sempre negata. Abiy ha riconosciuto anzitutto che i militari etiopi hanno compiuto abusi contro i civili nello Stato regionale dal 4 novembre ad oggi, aggiungendo che i responsabili di atrocità durante l'offensiva militare saranno "chiamati a renderne conto".
Le dichiarazioni arrivano dopo che l'Onu ha acconsentito alla richiesta di un'indagine congiunta con l'Etiopia sulle accuse di violazioni dei diritti umani nel Tigrai e, soprattutto, dopo che il segretario di Stato Usa Antony Blinken aveva descritto come "pulizia etnica" le violenze anche sessuali di massa avvenute nella regione settentrionale etiope, dalle quali sono fuggite in Sudan 60mila profughi e un milione di sfollati. Inoltre, dopo 5 mesi di dinieghi e smentite ufficiali di Addis Abeba e dell'Asmara, il Nobel per la pace 2019 ha finalmente ammesso il coinvolgimento dei militari eritrei nel conflitto sul suolo etiope scaricando su di loro la responsabilità di abusi contro i civili.
Presenza e coinvolgimento che da mesi, nonostante il buio informativo che Addis Abeba ha fatto calare sull'area dall'inizio delle ostilità, era stata denunciata prima dai media internazionali (tra cui questo giornale) e poi dall'Onu attraverso le sue agenzie, dagli Usa, Ue e da molte organizzazioni umanitarie. L'autorizzazione concessa alcune settimane fa all'ingresso in aree tigrine di alcune grandi testate internazionali ha confermato tutti i racconti dell'orrore che vedono protagoniste soprattutto le truppe del regime di Isaias Afewerki. Alle truppe eritree Abiy è "comunque grato". Sempre in Parlamento ha dichiarato infatti che "il popolo e il governo eritreo hanno fatto un favore duraturo ai nostri soldati" durante la guerra, senza fornire dettagli. "Comunque - ha proseguito- dopo che l'esercito eritreo ha attraversato il confine per operare in Etiopia, qualsiasi danno abbia fatto al nostro popolo è inaccettabile. La campagna militare era contro nemici chiaramente definiti: il Fronte di liberazione del popolo del Tigrai, (l'ex partito di governo locale che ha guidato anche il governo etiope dal 1991 all'avvento di Abiy nel marzo 2018, ndr), non contro le persone. Ne abbiano discusso quattro o cinque volte con il governo eritreo".
Evidentemente senza successo. Infine un attacco all'Unhcr/Acnur sui 96mila rifugiati eritrei, almeno 15mila dei quali deportati a forza dai soldati eritrei nonostante fossero sotto la protezione del governo etiope. Il leader etiope sostiene di aver chiesto all'Alto commissariato Onu per i rifugiati, un anno prima della guerra nel Tigrai, di spostare i campi di accoglienza dei rifugiati eritrei verso l'interno, "ma questo non è avvenuto per le pressioni subite dal Tplf".
Abiy ha ricordato che nella regione c'erano quattro campi d'accoglienza per rifugiati eritrei, due dei quali a 20 chilometri dal confine tra i due Paesi "completamente fuori dagli standard internazionali". Ha motivato inoltre la richiesta del loro spostamento in una zona più sicura perché in essi "si faceva attività politica volta ad addestrare gruppi antigovernativi eritrei", azione che il premier etiope ascrive al Tplf e perché "con l'appellativo di rifugiato eritreo, facilitato da lingua e cultura simile, facevano in modo di mandare all'estero un grande numero di giovani tigrini dicendo fossero rifugiati eritrei".
Abiy, però, ha omesso di parlare del tentativo di chiudere uno dei campi già nel settembre 2020 e alla sua scelta di non accogliere più profughi in fuga dalla confinante eritrea dopo la pace del 2018. Quanto alla falsa nazionalità dei rifugiati, più volte l'agenzia governativa etiopica Arra che si occupa dei rifugiati ha affermato che da anni il problema era stato risolto con accertamenti rigorosi. Nulla invece è stato detto sulla deportazione di almeno 15mila eritrei dei campi di Hitsats e Shimelba, distrutti dalle truppe del dittatore eritreo, altro crimine contro l'umanità come ha ricordato l'Alto commissario Onu Filippo Grandi. Il quale assieme al Sottosegretario generale per le questioni umanitarie (Ocha) delle Nazioni Unite Mark Lowcock, al direttore generale dell'Oim Antonio Vitorino e all'Alto commissario per i diritti umani Michelle Bachelet ha lanciato un appello per far cessare stupri e "altre orribili forme di violenza indiscriminata contro i civili mentre la situazione umanitaria sta peggiorando".
Significative le prime ammissioni etiopiche sulla strage di fedeli e civili ad Axum compiuta a fine novembre sempre dalle truppe eritree in un'ordalia di violenze e saccheggi. Dopo i report di Amnesty international e Human Rights Watch, ieri un rapporto preliminare della Commissione nazionale etiope per i diritti umani istituita dal governo accusava i soldati di Isaias dell'uccisione di oltre 100 civili a novembre (almeno 800 per gli altri report, ndr), che "potrebbe costituire un crimine contro l'umanità". Intanto dall'Ue primo passo ufficiale contro l'Eritrea. I 27 ministri degli Esteri europei hanno approvato sanzioni contro dirigenti dei servizi di intelligence di Asmara con cui vengono congelati conti correnti in Europa e imposti blocchi ai visti di ingresso nell'Ue perché responsabili in Eritrea di "gravi violazioni dei diritti umani con arresti arbitrari, esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate e torture". E le truppe eritree sono state segnalate da organismi Onu persino al confine tra Etiopia e Sudan, nel conteso triangolo di al-Fashqa, dove negli ultimi mesi c'è stata un'escalation di tensione con ripetuti scontri. Altri segnali di contagio del conflitto del Tigrai in tutto il Corno d'Africa.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 25 marzo 2021
Le motivazioni della sentenza che ha annullato la condanna all'ex presidente. Per i giudici della Corte suprema il magistrato è stato "parziale" Con lo scopo di impedire la candidatura alle elezioni del 2018. Una vittoria su tutta la linea per l'ex presidente brasiliano Ignacio Lula da Silva: la Corte suprema ha chiarito le motivazioni che l'8 marzo scorso hanno portato, da parte del tribunale presieduto da Edson Fachin, all'annullamento di tutte le accuse. Per i giudici la condanna del 2017 che ha portato in carcere, per 580 giorni (fino alla liberazione dopo il processo di appello del 2019), il 75enne leader del Partito dei Lavoratori è stata viziata e determinata dalla condotta non imparziale del magistrato anticorruzione Sergio Moro.
Secondo la sentenza l'accusatore avrebbe agito per motivazioni politiche eliminando dalla corsa presidenziale del 2018 Lula, in vantaggio per qualsiasi sondaggio, a favore dell'outsider di estrema destra Jair Bolsonaro. I sospetti su Moro potrebbero essere poi avvalorati dal fatto che nel 2019 divenne ministro della Giustizia, nominato proprio dall'ex capitano dell'esercito che ancora governa il paese. A ribaltare le ipotesi di colpevolezza è stata la giudice Carmen Lucia il cui voto è stato determinante per la decisione della Corte suprema in favore di Lula. Inoltre un altro componente della Corte, Gilmar Mendes, ha votato per portare Moro in giudizio (a causa di una serie di intercettazioni pubblicate da The Intercept dalle quali emergerebbero manovre oscure e pressioni dai pubblici ministeri). Sebbene sia stato annunciato un processo, una data specifica per l'udienza non è stata ancora confermata. Se il campione dell'anticorruzione verrà condannato, tutte le prove raccolte verranno eliminate, rendendo improbabile il tempo sufficiente per riesaminare completamente il caso di Lula prima delle elezioni del prossimo anno.
In realtà l'intramontabile leader della sinistra brasiliana non ha ancora confermato se si ricandiderà, ragioni di opportunità politica ma soprattutto un'intricata vicenda giudiziaria ancora in piedi potrebbero cambiare nuovamente il quadro. Nel luglio 2017 infatti Lula venne ritenuto colpevole di riciclaggio e corruzione riguardo i lavori di un appartamento sulla costa di San Paolo, secondo il tribunale si trattava di una tangente proveniente da una società di costruzioni.
La vicenda venne collegata alla famosa "Operazione Car Wash (Lava Jato)", una poderosa inchiesta anti- corruzione che coinvolse la compagnia petrolifera statale Petrobras. L'indagine provocò la caduta di numerose teste, centinaia tra i politici e i dirigenti d'azienda più potenti del Brasile. Ad occuparsi del procedimento giudiziario fu la giurisdizione di Curitiba.
Gli avvocati difensori hanno sempre affermato che Lula all'epoca dei fatti era residente a Brasilia e che il caso di corruzione non era collegato a Petrobras. Per cui tutto il procedimento giudiziario era di competenza della capitale. Un duello legale durato 5 anni e che ora potrebbe portare tutta l'inchiesta al punto di partenza a meno che, appunto, Moro non venga giudicato a sua volta.
Molti gli osservatori ritengono improbabile l'apertura di un nuovo processo, la decisione del giudice Fachin infatti, sempre secondo stampa ed addetti ai lavori, sarebbe stata impossibile senza l'appoggio della Corte suprema. Ma rimane, in ultima istanza, un altro elemento di natura squisitamente politica che potrebbe sbarrare la candidatura di Lula. Bolsonaro e la destra potrebbero modificare la legge elettorale facendo cambiare idea alla Corte suprema così come a Brasilia si potrebbe arrivare ad un eventuale nuovo giudizio in tempi molto più rapidi. Si comprendono dunque le titubanze di Lula che ha già annunciato un tour attraverso il paese per parlare con i suoi sostenitori prima di prendere una decisione definitiva.
"La mia testa non ha tempo per pensare alla candidatura del 2022 - ha detto Lula - Quando arriverà il momento di discutere avremo l'immenso piacere di annunciare al Brasile che stiamo pensando al 2022". Su tutto peserà l'andamento della pandemia che sta facendo aumentare a dismisura nuove infezioni e morti con la rete sanitaria del paese al limite del collasso. Più delle vicende giudiziarie di Lula è questo il punto debole di Bolsonaro, negazionista convinto del Covid- 19, che ha fatto precipitare il paese in una crisi sanitaria fuori controllo. Ad oggi più di 300mila persone sono morte in Brasile a causa dell'infezione (più di 3251 decessi solo ieri), secondo i dati della Johns Hopkins University, mentre sono stati segnalati oltre 12 milioni di casi.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 24 marzo 2021
L'Avv. Figliolia: "Eliminare ogni automatismo". Udienza pubblica in Corte costituzionale, oggi la sentenza. Un varco c'è, nell'abolizione dell'ergastolo ostativo. Ad agevolare la spinosa decisione della Corte costituzionale - attesa per oggi - chiamata dalla Cassazione a pronunciarsi sulla legittimità dell'unica pena del nostro ordinamento che preclude ogni possibile liberazione condizionale, comminata a quei condannati che non collaborano con la giustizia, ci ha pensato la stessa avvocatura dello Stato.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 marzo 2021
Il chiarimento dopo che si era diffuso l'allarme per lo stop delle dosi ai detenuti. Proprio nel giorno in cui i Garanti regionali denunciano la lentezza nelle vaccinazioni, da fonti interne si era appreso che Francesco Paolo Figliuolo, il Commissario straordinario per l'emergenza Covid-19, avrebbe stoppato la campagna nelle carceri e avrebbe chiesto che vengano autorizzati i vaccini solo in presenza di focolai. In serata da fonti del Commissariato straordinario è stato fatto trapelare che "a chiarimento di erronee interpretazioni si precisa che l'attuale piano di vaccinazione contempla e prevede la vaccinazione della popolazione, la quale rientra nelle categorie prioritarie previste dal ministero della Salute".
di Gian Carlo Caselli
Il Fatto Quotidiano, 24 marzo 2021
Il mondo è cambiato, ma la mafia non ha fatto che adattarsi; essa è oggi quella che è sempre stata fin dalla sua origine: una società segreta cementata dal giuramento che insegue il potere e il denaro coltivando l'arte di uccidere e di farla franca".
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 24 marzo 2021
Oggi la Corte Costituzionale deciderà sull'ergastolo ostativo. Cioè stabilirà se sia o no costituzionale l'articolo 4bis dell'ordinamento penitenziario che impedisce ad alcuni detenuti di uscire dal carcere, anche dopo aver scontato 26 anni, e di ottenere i benefici carcerari se non si pentono e non collaborano con la magistratura.
di F.A.
quotidianosanita.it, 24 marzo 2021
L'iniziativa promossa dalla Smspe e sostenuta da Healthcare prevede di eseguire test rapidi congiunti come screening Hiv-Covid-19, seguiti da test di conferma molecolari/genetici in caso di positività degli stessi, oltre ad incontri, anche in remoto tramite webinar, di educazione sanitaria sulla patologia da coronavirus e sulla malattia da HIV sia con la popolazione detenuta che con il personale sanitario e l'amministrazione penitenziaria.
Ci sono tante sfaccettature che, giorno dopo giorno, impariamo a conoscere nella lunga maratona della pandemia Covid-19. Esistono esigenze specifiche per le diverse popolazioni, con manifestazioni di patologia che variano, aspetti sintomatologici sempre diversi, studi sui meccanismi fisiopatologici che offrono evidenze nuove, da integrare con le conoscenze acquisite.
Poi esiste una dinamica di "setting", ovvero di realtà in cui occorre affrontare la pandemia attraverso modelli di formazione e informazione mirati, per poter rispondere alle necessità di una determinata popolazione. Gli Istituti Penitenziari rappresentano un "mondo" in questo senso.
"Le misure di contenimento applicate hanno permesso di superare la Fase 1 della pandemia - spiega Luciano Lucania, Presidente della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria (SIMSPe). Ma durante il lockdown sono state sospese le consulenze specialistiche, anche infettivologiche e le attività di screening sulle malattie a trasmissione ematica (HIV, HCV, HBV) che, come è noto, sono presenti nella popolazione detenuta in percentuali maggiori rispetto alla popolazione generale. E la seconda ondata sta proponendo problematiche nuove, diverse ma estremamente impattanti".
C'è bisogno insomma di sviluppare strategie specifiche per la popolazione carceraria, sia per i detenuti che per gli operatori. "Come SIMSPe abbiamo chiesto di attivare le vaccinazioni per Covid-19 e puntiamo sul progetto E.D.I.SON. (frEe coviD hIv priSON), sostenuto da ViiV Healthcare, come pilota per ampliare poi il modello formativo sul territorio nazionale - sottolinea Lucania".
L'iniziativa prevede di eseguire test rapidi congiunti come screening HIV-COVID 19, seguiti da test di conferma molecolari/genetici in caso di positività degli stessi, oltre ad incontri, anche in remoto tramite webinar, di educazione sanitaria sulla patologia da coronavirus e sulla malattia da HIV sia con la popolazione detenuta che con il personale sanitario e l'amministrazione penitenziaria. E.D.I.SON, in questa fase pilota che andrà avanti per 12 mesi, si baserà su diversi strumenti di connessione e di interazione, per favorire lo scambio di informazioni ed esperienze, e coinvolgerà inizialmente alcuni Istituti di Lazio, Abruzzo e Molise.
Un impegno che dura nel tempo - L'impegno di SIMSPe nel promuovere progettualità di questo tipo non inizia però solo ora ma fa parte di un percorso di attenzione e formazione nei confronti delle persone in carcere portato avanti con il sostegno non condizionato di ViiV Healthcare.
Basti ricordare in questo senso "Free to live well with HIV in Prison", una partnership tra SIMSPe, NPS Italia Onlus e Università Ca' Foscari Venezia, mirata a prevenire il contagio e migliorare la gestione delle persone con HIV in un ambiente complesso com'è quello del carcere, grazie all'informazione sui rischi e all'offerta di test e assistenza. Serena Dell'Isola dell'Unità di Medicina Protetta-Malattie Infettive dell'Ospedale Belcolle di Viterbo e coordinatrice del progetto, racconta quali sono stati gli obiettivi di un'iniziativa unica ed innovativa, perché basata sull'educazione tra pari ma soprattutto perché ha introdotto per la prima volta in Italia i test rapidi per HIV negli istituti penitenziari.
"Il progetto è volto ad implementare le conoscenze dei detenuti, per consentire loro di compiere scelte responsabili e consapevoli riguardo alla propria salute già durante la detenzione, promuovendone il benessere fisico soprattutto nell'ottica del loro ritorno in società oltre ad offrire al personale sanitario, agli agenti di polizia penitenziaria, agli educatori e ai volontari presenti in carcere la possibilità di sviluppare esperienze e competenze per un'adeguata gestione in sicurezza del loro lavoro quotidiano - spiega Dell'Isola. In forma non tradizionale siamo riusciti ad offrire adeguate informazioni sui comportamenti a rischio nell'ambito di una convivenza forzata anche su temi ancora oggi molto difficili da trattare, perché permeati da stigma, come l'HIV, grazie all'alleanza tra società civile, comunità scientifica, attivisti nella lotta all'HIV e personale penitenziario".
Una visione al femminile - "Free to live well with HIV in Prison" è stato seguito da un progetto espressamente dedicato alla popolazione femminile. Si chiama ROSE-HIV ed è basato sulla realizzazione di un network nazionale di infettivologi che seguono le donne detenute con infezione da HIV. Nel primo anno del progetto sono stati raggiunti 17 istituti penitenziari, campione rappresentativo del 43% dell'intera popolazione carceraria femminile; è stato possibile osservare una prevalenza del 5% dell'infezione da HIV (circa il doppio di quella osservata negli uomini detenuti e quasi 30 volte la percentuale delle donne non detenute) con la presenza di coinfezione da HCV del 30%.
"Abbiamo raccolto dati che ci hanno aiutato a conoscere l'infezione da HIV in questo specifico setting per poter poi agire sulle criticità rilevate, come ad esempio il 10% di rifiuto della terapia antiretrovirale"- segnala Elena Rastrelli, medico infettivologo dell'Unità di Medicina Protetta-Malattie Infettive dell'Ospedale Belcolle di Viterbo, ideatrice della rete nazionale sulla salute delle donne detenute nell'ambito della Società di Medicina e Sanità Penitenziaria (RoSe, rete donne simspe) e coordinatrice responsabile del progetto RoSe-HIV. Dal primo progetto, che ha offerto risultati tanto significativi, è stata proseguita l'osservazione con il progetto ROSE-HIV 2 che, sebbene abbia subito delle forti limitazioni nella parte di formazione e comunicazione proattiva, ha potuto osservare l'evoluzione dell'infezione da HIV di pari passo a quella della terapia antiretrovirale, ed ha permesso un ampliamento del network dei centri partecipanti allo studio stesso".
L'importanza della responsabilità sociale del mondo Pharma - "A sostegno di questoprogetto all'interno degli Istituti penitenziari, c'è la disponibilitàdi un'azienda come ViiV Healthcare. "Occorre combattere lo stigma attraverso la formazione e l'informazione: da qui la nostra decisione di sostenere queste iniziative di SIMSPe a favore della popolazione carceraria, consci che in questi ambiti la prevenzione e il trattamento dell'HIV e di altre malattie infettive sono particolarmente difficili - afferma Maurizio Amato, Amministratore delegato di ViiV Healthcare. La nostra strategia, dalla ricerca fino all'impegno di responsabilità sociale, prevede che "nessuno resti indietro" e consideriamo fondamentale supportare attività che fanno realmente la differenza per le persone che vivono con HIV".
di Francesco Grignetti
La Stampa, 24 marzo 2021
Il capo dello Stato: "Soluzioni condivise per diritti comuni". Cartabia: "Leale cooperazione". Il nome, Eppo, nel tempo ci diventerà familiare, come per Ema, l'agenzia europea del farmaco. Eppo sta per procura europea. È. il primo passo di una magistratura della Ue, ovvero segna l'affacciarsi dell'Europa unita anche nel settore delle inchieste giudiziarie.
Non è un caso, allora, se per un parere del Csm ieri, che doveva deliberare il trasferimento di venti magistrati a Eppo, si siano mossi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la ministra Marta Cartabia per dare massimo risalto a questo passaggio che a suo modo sarà storico. "Uno spazio di comuni diritti impone la ricerca di pervenire a soluzioni condivise", rimarca il Capo dello Stato, sottolineando che quello europeo "è un percorso ancora in atto", senza perdere di vista la necessità di una riforma della giustizia italiana.
Mattarella, con l'occasione, encomia le capacità della ministra, sia per "gli adempimenti nell'ambito del Recovery plan sul settore della giustizia, sia per quanto riguarda le attese di necessari e importanti interventi riformatori oggetto di confronto in Parlamento". "A livello europeo - aggiunge il vicepresidente David Ermini - è un momento fondamentale nella cooperazione giudiziaria.
Non si pecca di enfasi nell'affermare che anche attraverso l'istituzione della Procura europea passa la costruzione di un'Europa finalmente libera da gelosie nazionali". Spetta alla ministra Marta Cartabia sintetizzare: "Il modello di pubblico ministero europeo venutosi a delineare nel corso della lunga gestazione si configura come Ufficio unico a struttura decentrata, organizzata in un livello centrale e un livello locale. Quest'ultimo è, appunto, affidato ai procuratori europei delegati, aventi sede negli Stati membri e tributari di uno "status speciale", una sorta di "doppio cappello"". Saranno 20 magistrati, dunque, che si divideranno l'Italia in nove macroregioni, incardinati in altrettanti uffici giudiziari, ma dipendenti da Bruxelles.
Avranno la competenza esclusiva di portare avanti indagini e poi eventualmente celebrare processi per ogni reato che colpisca gli "interessi finanziari" della Ue. Dice la Cartabia: "I procuratori delegati europei sono magistrati nazionali ad alta specializzazione, interpreti, nella dimensione interna, dell'esigenza di un dialogo diretto con le autorità nazionali, ma anche protagonisti della vocazione sovranazionale".
Sarà una novità assoluta, la procura europea. Che avrà subito il suo battesimo del fuoco con la vigilanza sul Recovery Plan. E si dovrà registrare in corsa la coabitazione con la magistratura ordinaria; a questo proposito sono già al lavoro presso la procura generale della Cassazione, come ha spiegato il procuratore generale Giovanni Salvi, per dirimere i prevedibili conflitti di potere. "La leale cooperazione - conclude Cartabia - sarà la condizione indispensabile per sciogliere tutti i nodi e tutti i possibili intrecci e le sovrapposizioni di competenze che inevitabilmente l'immissione della nuova struttura potrà determinare".
Tanti i problemi all'orizzonte. Uno su tutti: dato che spesso l'aggressione ai fondi europei è opera delle mafie, come si divideranno il lavoro i magistrati? Il consigliere Nino Di Matteo, che per anni è stato a Palermo, si è astenuto perché non sottovaluta i rischi.
"Dobbiamo evitare - ha osservato - che l'avvio delle attività della procura europea rappresenti in concreto nel nostro Paese un depotenziamento dell'altissimo livello di contrasto alle mafie finora assicurato dall'attribuzione in via esclusiva alle competenze delle direzioni distrettuali e della procura nazionale antimafia".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 marzo 2021
Il carcere può alimentare il circolo vizioso della sofferenza psichica? Può diventare una sorta di amplificatore dei disturbi mentali e dove non si è in grado di assistere i detenuti adeguatamente? Alcuni fatti possono darci qualche indizio. "Ho chiesto di poter andare in bagno a fumare, mi hanno dato un accendino. Sono controllato a vista da tre uomini della polizia penitenziaria. Mi siedo sul water e mi metto a fumare a torso nudo, i pantaloni tirati su. Vedo sul mio braccio destro la ferita del giorno prima, due punti di sutura che mi sono fatto pugnalandomi con una penna".
Così scrive Fabrizio Corona in una missiva indirizzata a Massimo Giletti, conduttore di Non è l'Arena. Dopo essersi provocato delle ferite in segno di protesta contro le decisioni del giudice di revocargli gli arresti domiciliari, Corona ha iniziato a mordersi la ferita provocandosi altro sanguinamento. Era piantonato e sorvegliato 24 ore su 24 nel reparto di psichiatria dell'Ospedale Niguarda, poi lunedì sera è stato riportato in carcere a Monza.
Il suo avvocato Ivano Chiesa ha chiesto al Tribunale di Sorveglianza, che gli ha revocato i domiciliari, la sospensiva dell'esecuzione e ha anche fatto ricorso in Cassazione sul provvedimento. Aggiungendo: "Vorrei parlare con la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, perché ho delle cose da dirle e non riguardano solo Fabrizio Corona, ma anche gli altri detenuti come lui. "Fabrizio può far male solo a se stesso. Non mangia da 12 giorni e non stava in piedi: erano 8 contro uno, come se lui fosse pericolosissimo".
A chi gli chiedeva se l'ex fotografo dei vip sia intenzionato a continuare lo sciopero della fame, l'avvocato Chiesa ha risposto: "Lo conosco, so come è fatto e so che è un uomo che non si piega. Va a morire. Perché ritiene di essere vittima di un'ingiustizia. L'ho supplicato di bere o mangiare almeno qualcosa perché ho bisogno che lui sia in forze". Il legale fa presente infine: "Non ho ancora visto il foglio di dimissioni, spero che ce lo daranno. Questo Tribunale di Sorveglianza lo ha rimesso in carcere senza nemmeno una perizia psichiatrica".
Il caso di Corona e il clamore mediatico che ne è conseguito fa emerge ancora una volta il problema della patologia psichiatrica e della possibilità di cura nei contesti carcerari. Su questo punto interviene Carlo Lino, Garante dei detenuti di Regione Lombardia. "Ricordo - commenta il garante regionale - che la salute e la dignità delle persone ristrette in carcere è affidata all'Istituzione e farsene carico nel migliore dei modi è un dovere e, al contempo, un indice che qualifica la nostra società".
Lio prosegue: "L'esperienza che ho maturato mi porta ad affermare che, all'interno degli istituti di pena, le persone a cui è stato diagnosticato un disturbo psichiatrico difficilmente riescono ad ottenere trattamenti adeguati".
Sempre il garante rileva come "i Garanti sono costantemente impegnati nel tentativo di risolvere le criticità che si riscontrano nelle strutture carcerarie e alcuni macroproblemi impongono di riflettere non sulla gestione del quotidiano ma sul sistema nel suo complesso. La finalità della pena è sempre la riabilitazione degli individui ed è orientata, per principio, al reinserimento dei condannati in un possibile contesto socio- lavorativo". In realtà, il tema della psichiatria in carcere è ritornato alla ribalta anche con un caso denunciato dall'associazione Antigone e riportato da Il Dubbio. Qualche mese fa un famigliare di M. si rivolge al Difensore civico di Antigone. L'uomo è detenuto nel reparto di osservazione psichiatrica, "Il Sestante" del carcere di Torino.
Verso la fine di agosto, la famiglia di M. viene informata di un tentativo di suicidio del ragazzo a seguito del quale sembrerebbe essere trasferito in una 'cella liscia', denudato, senza materasso né coperta e con l'acqua chiusa. La 'cella liscia' si chiama così perché è vuota e i detenuti vengono lasciati senza niente che non siano le quattro mura lisce della stanza. M., stando a quanto riferito, avrebbe passato diversi giorni in questa cella, e con l'acqua chiusa, ci è stato riferito, avrebbe addirittura bevuto dallo scarico del wc. La situazione peggiora, si agita, e la prassi che ci viene narrata è quella di frequenti iniezioni intramuscolari per cercare di sedare il detenuto.
M. subisce un trattamento sanitario obbligatorio che non risponderebbe a nessuna perizia psichiatrica. Trascorre nove mesi continuativi nella sezione dedicata a soggetti in acuzie del reparto di osservazione psichiatrica, in cui la permanenza massima prevista dalla legge è invece di trenta giorni. Del caso si è subito interessato il Garante nazionale delle persone private della libertà effettuando una visita ad hoc nel carcere di Torino.
Si è recato nel penitenziario per incontrare una rappresentanza delle persone ristrette nella sezione femminile che avevano indirizzato nei giorni scorsi una lettera - pubblicata recentemente su Il Dubbio - con osservazioni sulla realtà della propria esecuzione penale e con proposte circa la possibilità di ridurre il persistente sovraffollamento.
Come scrive il Garante, "l'occasione ha fornito la possibilità di verificare anche la permanenza di condizioni assolutamente inaccettabili nella parte dell'Istituto che ospita persone in osservazione psichiatrica". Più volte, infatti, il Garante nazionale ha segnalato che le condizioni previste per chi si trova in condizioni di disagio psichico, spesso molto rilevante, all'Interno della sezione prevista non sono rispettose né della dignità e della sofferenza delle persone coinvolte, né della dignità di coloro che operano nella sezione con compiti di garanzia e sicurezza in una situazione di grave difficoltà.
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