di Carlo Verdelli
Corriere della Sera, 20 dicembre 2020
Alessandra Ballerini, 50 anni, si dedica al caso del ricercatore torturato e ucciso al Cairo: "Con i suoi genitori abbiamo imparato a volerci bene". Tra Italia ed Egitto "rapporti di convenienza, affari, vendita di armi. Ma nonostante tutto continuo ad avere fiducia".
Dice con pudore che Giulio è diventato un pensiero costante, da quando alle 7 e mezza si sveglia. Dice anche che in casa non tiene foto sue ("ne ho tante ma stanno nei vari faldoni dell'inchiesta"), poi si corregge, incapace a mentire, e confessa di aver appeso un poster di Mauro Biani, con Giulio trasfigurato in una collina verde, su cui giocano dei bambini guardando una colomba che vola. "Mi capita di sognarlo, sì. Sempre felice, in quelli che immagino i suoi posti, per esempio a Duino, tra Trieste e Monfalcone, lungo la passeggiata cara a Rilke".
Nella dolente tragedia di Giulio Regeni, c'è una donna che non l'ha mai visto né conosciuto ma lo spirito di lui le si è conficcato nella vita come un dolore e un dovere. Si chiama Alessandra Ballerini, avvocato votato alla difesa dei diritti umani, genovese, 50 anni appena compiuti, gli ultimi prevalentemente dedicati al primo civile italiano torturato e ammazzato all'estero in tempo di pace. Di lei esistono solo dichiarazioni riguardanti il caso Regeni. Per il resto, sempre di lato, un passo indietro ai familiari. "Se non ci fossero stati loro, papà Claudio e mamma Paola, saremmo ancora all'incidente stradale dove ha perso la vita un ragazzo di Fiumicello, provincia di Udine. Prima versione dell'Egitto e fine della storia".
E invece Giulio continua a fare cose, anche se ormai sono quasi cinque anni che l'hanno straziato. Continua a farne grazie alla forza ostinata e instancabile di tre persone. Le prime due sono proprio i genitori: Claudio, pensionato, e Paola, ex insegnante. La terza è lei, Alessandra, avvocato da battaglia, difensore dei deboli (dai migranti alle donne maltrattate ai senza dimora) e adesso guerriera legale di una causa data per persa mille volte e mille volte riacciuffata prima che venisse inghiottita nelle sabbie mobili della convenienza diplomatica.
Se il Parlamento europeo si è finalmente deciso a votare una risoluzione per pretendere dall'Egitto la verità sull'atroce fine di Regeni e la consegna all'Italia dei suoi assassini (e insieme a chiedere l'immediata liberazione di Patrick Zaki, lo studente egiziano adottato da Bologna, non per caso gemello di Giulio per età e passione civile), il merito è di quelle tre persone.
Se ad aprile si celebrerà a Roma il processo a carico dei quattro ufficiali del Cairo che avrebbero rapito e per nove giorni torturato fino alla morte un ragazzo che era stato mandato lì dall'Università di Cambridge per una ricerca sui sindacati, il merito è ancora e soltanto di quelle tre persone. Per due di loro, i genitori, è una questione di sopravvivenza a un lutto insostenibile: giustizia, almeno quella, per un figlio bellissimo e perduto.
Per l'avvocato Ballerini, non è più un lavoro, posto che lo sia mai stato: anche per lei, calarsi nel pozzo dove è stato precipitato Giulio e fare luce su una pena indicibile, ricostruendola stazione per stazione come in un calvario, è diventato qualcosa che va al di là dell'impegno professionale. "Parliamo di una storia come non ce n'è. Quando hanno fatto ritrovare il cadavere, il 3 febbraio 2016, dopo nove giorni dove l'hanno sfigurato, la madre l'ha riconosciuto dalla punta del naso. Capisce, la punta del naso".
Quando è cominciata per lei questa storia come non ce n'è?
"Il 31 gennaio mi ha chiamato una grande amica di Giulio, preoccupatissima. Faccio qualche telefonata, contatti con politici e giornalisti per provare a capirci qualcosa. Poi mi cercano i genitori, che erano già al Cairo. Accolgo la loro richiesta e da allora non ci siamo più lasciati. Ricordo un collega che mi disse: difensore dei Regeni, sarai contenta... Forse lo faceva per gentilezza, ma trovai molto stonata la parola contenta".
Poi è diventata una di famiglia...
"Loro non sono la mia famiglia né io la loro figlia. Nessun transfert. Certo non sono dei clienti, ma io non considero nessuno un cliente. Li assisto, accompagno il loro viaggio. Ecco, abbiamo imparato a volerci bene: condividere tante emozioni nello stesso momento è una forma d'amore. Ridiamo anche, sa? Un po' di ironia allenta la tensione. Abbiamo dato dei soprannomi in codice ai vari personaggi che ci siamo trovati sulla strada: Cicciobomba, i Magnifici 7, la Bionda, Sancho Panza, ma non mi chieda a chi corrispondono".
Che persone sono, i Regeni?
"Sono due esseri straordinari e perfettamente complementari. Sanno benissimo che niente colmerà il vuoto di Giulio. Ma un'altra cosa sanno: che non vogliono adesso targhe nelle vie. Non è ancora il momento della memoria. Questo è ancora il momento della lotta. Come per la scarcerazione di Patrick Zaki, ma è meglio non dire perché temo che ogni volta che il suo nome viene accostato a quello di Regeni la sua situazione rischi di peggiorare".
E lei perché lotta?
"Perché mi farebbe male assistere inerme a un'ingiustizia. Provare a riparare dei torti è una cosa che dà senso al vivere. E poi Giulio era Giulio. Dolce, educato, cittadino del mondo, aveva studiato ovunque, dal New Mexico all'Inghilterra. Ed era sveglio. Quella era la terza volta che andava in Egitto. Conosceva i pericoli. No foto, perché magari riprendi un obiettivo sensibile e ti fermano subito. Mai due volte con lo stesso tassista".
Perché proprio lui, allora?
"È la domanda che ci tormenta. Metti insieme tanti tasselli ma il quadro non torna mai. I colleghi del Cairo me l'hanno detto tante volte: smettila o diventi pazza, tu sei nativa democratica, qui la vita conta zero, eliminare qualcuno non ha lo stesso valore come da voi, e poi il regime è paranoico, vede spie dappertutto, elimina tre o quattro persone al giorno magari giusto per un sospetto, e Regeni era sospettabile, raccoglieva informazioni sui sindacati governativi e indipendenti, e cosa vuoi che interessi se lo faceva per studio o perché lavorava per qualche nemico, nel dubbio lo cancellano".
Prima di cancellarlo, però, sono passati nove giorni. Possibile che il nostro governo non sia riuscito a liberarlo prima?
"Il presidente del Consiglio era Renzi, in buoni rapporti con Al Sisi, il comandante in capo egiziano. In un'audizione parlamentare dirà di aver saputo della sparizione di Regeni il 31 gennaio, sei giorni dopo. Mi pare poco credibile, e se fosse vero sarebbe ancora più grave. Torniamo sempre ai rapporti di convenienza, agli accordi economico-militari, armi in cambio di soldi. Come l'ultimo: a noi un miliardo di dollari, a loro 6 fregate, 40 jet, un satellite a scopi bellici, più i sistemi di spionaggio. E questa è proprio pazzesca: gli vendiamo gli strumenti per individuare le persone che poi catturano e torturano grazie a noi".
La cosa che le ha fatto più male in questi anni?
"Sono tante. Quando il premier Gentiloni rimandò al Cairo l'ambasciatore Gianpaolo Cantini dopo averlo richiamato. La non risposta ai genitori di Giulio di ritirarlo adesso. Ma su tutte il pensiero che più angoscia i signori Regeni è che cosa deve aver provato loro figlio quando ha realizzato che non ne sarebbe uscito vivo, che l'avevano abbandonato e mai più nessuno sarebbe venuto a salvarlo".
L'ingresso nella stanza numero 13, quella dei supplizi, in una delle caserme del servizio segreto civile egiziano...
"Non voglio essere costretta a vedermelo dentro quella stanza. Un paio d'anni fa, ero al Cairo per delle indagini, quando mi prelevano e mi portano in una camera con una scusa di un problema sul passaporto. I poliziotti mi stanno addosso, mi fumano in faccia, sono grossi e brutti, hanno gli occhi come se fossero drogati, parlano arabo in modo concitato. Venti minuti dura il trattamento, li ricordo uno per uno, e sono uscita senza un graffio. Faccia lei il paragone con i nove giorni di Giulio".
Che cosa l'ha spinta a diventare quello che è diventata, avvocato per i diritti civili?
"L'esempio di mia madre, una casalinga. Aiutava tutti, dava l'elemosina a chiunque incontrasse, i mendicanti venivano direttamente a casa nostra a chiedere, e la porta si apriva sempre".
Bilancio dei suoi primi 50 anni?
"Quando li ho compiuti, a fine novembre, ho pensato: speriamo di arrivare fino alla fine del processo di Giulio. La signora Alpi e suo marito sono morti prima di avere giustizia per Ilaria. I processi, specialmente questi, sono lunghi. Il nostro comincerà con gli imputati in assenza, rappresentati da avvocati d'ufficio. Poi ci saranno i vari gradi e chissà quante interferenze. Ma nonostante tutto io continuo ad avere fiducia. Sono state le confessioni di persone che hanno sentito di non poter più tacere a portarci alle quattro incriminazioni. E altre ancora forse parleranno. Se lo faranno davvero, ciò che resta del muro della vergogna cadrà giù".
E quando cadrà? La tomba di Giulio si trasformerà in una collina verde come nel disegno che tiene in casa?
"Io non ho figli, ma non credo sia necessario averli per intuire, almeno intuire, che cosa significherebbe per i genitori di Giulio arrivare, dopo questo immenso dolore, alla verità. Basta un po' di cuore per capirlo".
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 19 dicembre 2020
"Ogni uomo reca in sé, in germe, tutte le qualità umane, e talvolta ne manifesta alcune, talvolta altre".
Qualche giorno fa, ho riletto, citata in una bella intervista dal professor Giovanni Fiandaca, una riflessione di Lev Tolstoj tratta dal romanzo Resurrezione. Vale la pena di riportarla, perché pare che nel mondo odierno si sia persa traccia di un pensiero serio sulla complessità della natura umana: "Una delle superstizioni più frequenti e diffuse è che ogni uomo abbia solo certe qualità già definite, che ci sia l'uomo buono, cattivo, intelligente, stupido, energico, apatico eccetera. Ma gli uomini non sono così. Possiamo dire di un uomo che è più spesso buono che cattivo, più spesso intelligente che stupido, e viceversa. Ma non sarebbe la verità se dicessimo di un uomo che è buono o intelligente e di un altro che è cattivo, o stupido. Gli uomini sono come fiumi: l'acqua è in tutti uguale e ovunque la stessa, ma ogni fiume è ora stretto, ora rapido, ora ampio, ora tranquillo, ora limpido, ora freddo, ora torbido, ora tiepido. Così anche gli uomini. Ogni uomo reca in sé, in germe, tutte le qualità umane, e talvolta ne manifesta alcune, talvolta altre e spesso non è affatto simile a sé, pur restando sempre unico e sempre lo stesso".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 dicembre 2020
Il coordinamento delle toghe: i nostri uffici al collasso. "La situazione non è più sostenibile con le forze umane e le risorse materiali a disposizione, anche valutato il sempre in crescita sovraffollamento nelle carceri". È quanto denuncia il Coordinamento nazionale dei magistrati di sorveglianza (Conams), rappresentando la "grave situazione in cui versano" gli uffici per la "carenza di risorse umane e materiali che già impediva di fronteggiare adeguatamente l'attività ordinaria ma che, nell'attuale prolungata pandemia, sta rendendone ulteriormente difficile la gestione, con dirette e gravi ricadute sui tempi di evasione delle istanze", ed esprimendo "preoccupazione per l'attuale situazione delle carceri" per cui auspica che "la popolazione detenuta e tutto il personale amministrativo e di polizia impiegato negli istituti siano inseriti tra i primi destinatari, con priorità pari a quella delle altre categorie già individuate come più prossime, dell'ormai imminente campagna di vaccinazione da Covid- 19".
di Simona Musco
Il Dubbio, 19 dicembre 2020
Giancarlo Coraggio lancia l'appello appena eletto presidente della Consulta. Il numero uno della Consulta invoca soluzioni contro il sovraffollamento e aggiunge: "Mai invadere l'autonomia del legislatore. Ma il maxi-emendamento è un obbrobrio".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 19 dicembre 2020
Carcere e virus. Appello di Liliana Segre, De Petris e Marilotti: "Vaccini, detenuti e agenti tra i primi". Al contrario di quanto avvenuto nella prima ondata, il contagio da Covid-19 nelle carceri non ha trovato definitivi ostacoli, soprattutto perché la densità di popolazione "è grosso modo stabile", come ha sottolineato ieri il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 19 dicembre 2020
Nelle ultime settimane c'è stata una pioggia di sentenze assolutorie: personaggi cosiddetti eccellenti hanno visto infine dichiarata la loro estraneità ai fatti che, secondo l'accusa pubblica, avrebbero denunciato la loro responsabilità. Si è trattato spesso di tribolazioni durate anni: sette anni, quindici anni, trent'anni... Ma questo perché? Perché era difficile raccogliere le prove? Perché era complicato istruire i processi? Perché eserciti di garantisti pelosi disseminavano di ostacoli il corso della giustizia? No.
In molti casi l'irrevocabilità di quelle assoluzioni tardava a venire perché l'accusa pubblica, già responsabile di aver accusato senza fondamento, si incaparbiva nel suo intento persecutorio impugnando i provvedimenti favorevoli all'imputato. E infatti sono stati questi i titoli di giornale a descrizione e dell'esito: "La Cassazione conferma l'estraneità...", "Riaffermata l'innocenza...", e simili. Vuol dire che all'ultimo grado di giudizio non si è arrivati per il ricorso del colpevole che tentava di farla franca, ma per la pervicacia punitiva dell'accusa pubblica che non si arrendeva davanti agli accertamenti di giustizia del giudice di merito.
È ben strano che il diritto di confidare nella valutazione di un giudice superiore sia trattato come un espediente da mascalzoni quando a ricorrervi è la vittima di una condanna, mentre rappresenta una sacrosanta affermazione di giustizia quando l'impugnazione è fatta dal candore togato del pubblico ministero. Ed è anche più strano considerando il ruolo che l'accusa pubblica rivendica a sé nell'amministrazione della giustizia, vale a dire il ruolo di contribuzione giurisdizionale che obbliga a tenere conto degli elementi di prova a favore dell'imputato e anzi persino a ricercarne. Un compito di portata più che altro teorica nel sistema della giustizia militante che non riconosce innocenti ma solo colpevoli ancor da scoprire.
Di fatto, il cittadino che nei giorni scorsi abbia appreso di quelle definitive riabilitazioni e dei massacri umani che le hanno precedute, sappia che una simile giustizia, che interviene così tardi a denunciare di essersi esercitata malamente per così tanto tempo, è l'effetto dell'impuntatura inquirente che resiste, resiste, resiste pur quando è evidente l'inconsistenza dell'accusa, e quindi impugna e ricorre perché vuole carcere, carcere, carcere anche se vi si rinchiude l'innocenza. Perché quello, il carcere, è la loro vittoria e l'altra, l'innocenza, è la loro sconfitta.
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 19 dicembre 2020
Trovarsi dall'altro lato della "barricata" deve aver allargato gli orizzonti agli ex pm Antonio Di Pietro e Antonio Ingroia. Dismessa la toga per intraprendere, dopo alterne esperienze politiche, l'attività forense, i due magistrati hanno cambiato opinione in tema di giustizialismo "spinto", di cui Di Pietro, in particolare, è stato il più celebre portabandiera.
Il primo a intervenire nei giorni scorsi sull'argomento era stato proprio l'ex pm di Mani pulite: "Io ho fatto politica sulla paura che le manette incutono agli altri - aveva dichiarato in una intervista ai microfoni di Radio Cusano - purtroppo, spesso, nel nostro Paese, chi sbaglia non paga, anche perché tante volte il magistrato parte con la montagna di accuse, per poi partorire il topolino".
"Io sono consapevole di avere creato dei dipietrini nella magistratura e me ne pento", aveva poi aggiunto, evidentemente consapevole dei danni che il populismo giudiziario, quello per intenderci del "non esistono innocenti ma solo colpevoli che l'hanno fatta franca", ha causato in questi decenni nella società italiana.
Sul punto è quindi intervenuto ieri l'ex procuratore aggiunto di Palermo, il magistrato che ha incardinato la discussa indagine sulla "trattativa Stato- mafia". "Che ci siano stati e ci siano spesso provvedimenti di qualche pm un po' avventati che rubano la scena mediatica e poi si rivelano inconsistenti, purtroppo è una realtà cui assistiamo in questi ultimi anni, che sono anni, obiettivamente, di declino e non di progresso della magistratura.
"Non so se Di Pietro si riferisca a qualcuno in particolare - ha poi aggiunto Ingroia - non faccio l'interprete delle sue intenzioni più o meno occulte, però non credo sia lontano dalla verità, lo vedo oggi nella pratica quotidiana mia di avvocato. Forse c'erano in nuce anche quando facevo il pm, per carità, ma oggi sono più eclatanti".
A dire il vero Ingroia da tempo, da quando è diventato avvocato, ha avviato un percorso di "resipiscenza". In una intervista di qualche anno fa a questo giornale, infatti, aveva affermato che "da avvocato" vede "cose che prima faticavo ad immaginare", criticando il fatto che i gip accoglievano nella quasi totalità dei casi le richieste del pm. "Il giudice ormai svolge una funzione notarile rispetto alle Procure", aveva precisato Ingroia, forse dimenticandosi che il "copia& incolla" è una prassi - purtroppo consolidata da molto tempo.
Tensioni "postdatate" e tra le toghe in servizio - I pentimenti tardivi, che giungono anche in una età matura - Di Pietro ha recentemente compiuto i settanta anni - possono essere letti come conseguenza di una perdita di autorevolezza della magistratura, perdita che ha comunque come positivo risvolto uno sforzo autocritico a cui in passatoi si è assistito raramente. E per rispondere alla profonda crisi delle toghe, messa in luce dal caso Palamara, si segnala la risposta, tutta interna alla magistratura, del gruppo "Articolo 101", la lista nata per andare contro il sistema delle correnti e che è all'opposizione nel Comitato direttivo centrale dell'Anm.
La disaffezione per l'associazionismo giudiziario, invece, è un fenomeno in crescita nell'ultimo periodo. Dopo l'astensione circa il 30 per cento degli aventi diritto non ha votato alle recenti elezioni dell'Anm - il dissenso contro l'attuale compagine associativa è l'ultima frontiera. Secondo una lettera aperta, che sta facendo molto discutere, di alcuni magistrati in servizio al Tribunale di Napoli, che hanno deciso in questa settimana di lasciare l'associazione, l'Anm sarebbe incapace di andare "oltre il bla bla sulla questione delle correnti, sul caso Palamara e sulla moralizzazione del fenomeno dei fuori ruolo".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 dicembre 2020
L'Osservatorio Lucio Bertè propone l'adozione di un protocollo per i colloqui telefonici in questo periodo in cui non sono possibili le visite. "Un anno senza te" è il titolo di un evento organizzato dall'Osservatorio Lucio Bertè che si terrà lunedì prossimo, 21 dicembre, alle 20 e 30 tramite webinar. Ha un doppio significato: un anno senza il militante radicale scomparso il 24 dicembre del 2019, ma è anche un anno che in quasi tutte le carceri lombarde i minori di 12 anni non svolgono più i colloqui in persona con i genitori reclusi. Ed è proprio di questo che parleranno, assieme alla partecipazione di Rita Bernardini del Partito Radicale e presidente di Nessuno Tocchi Caino, Luigi Pagano, già Provveditore lombardo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, e Lia Sacerdote, presidente di" Bambini Senza Sbarre".
Ricordiamo che l'Osservatorio, dedicato appunto al militante radicale Lucio Bertè, scomparso oramai un anno fa e da sempre impegnato nella difesa dei diritti del detenuto ignoto, si propone di monitorare le condizioni delle carceri lombarde nello spirito della storica battaglia di Marco Pannella "Spes contra Spem", attraverso la partecipazione delle diverse anime radicali del territorio accomunate dall'intento di tenere accesa l'attenzione sulle condizioni della comunità carceraria e sulle sue criticità. Il tutto sotto l'ala dell'associazione Nessuno Tocchi Caino. E non è quindi un caso che si occupino anche dell'affettività in carcere.
In questa pandemia è negata soprattutto ai minori, i quali inevitabilmente subiscono una ripercussione psicologica non indifferente. Che fare quindi? Da qui l'iniziativa di spedire, lunedì prossimo, una lettera al Provveditore Dap Lombardia e a tutti i direttori delle carceri Lombarde. La lettera propone l'adozione di un protocollo per attivare una serie di colloqui telefonici quotidiani, fra i minori e i genitori detenuti, ai quali è impedita - in questo periodo - qualsiasi visita.
Questa proposta elaborata nella lettera nasce sulla scorta di un'esperienza già fatta dall'avvocata e componente dell'Osservatorio Simona Giannetti, per la minore figlia di un suo assistito detenuto. Per questo ha pensato che sia doveroso estenderla a tutti i minori.
La proposta è innovativa, ma in realtà si adegua perfettamente su ciò che è scritto sulla Carta dei Diritti dei figli dei genitori detenuti dove il ministro della Giustizia si impegna a favorire il mantenimento dei rapporti tra i genitori detenuti e i loro figli nella salvaguardia dell'interesse del minore; a promuovere provvedimenti, che tengano conto della necessità della relazione genitoriale e affettiva di questi minori senza creare stigmatizzazioni o discriminazioni; a tutelare il diritto dei minori al legame continuativo e affettivo con il genitore anche se sia detenuto.
Non solo, nella lettera si fa anche una osservazione importante: è previsto che i contatti aggiuntivi (telefonia mobile, chat e webcam), riconosciuti nella Carta dei Diritti dei figli di genitori detenuti, non sono considerati "premi", assegnati in base al comportamento del detenuto, in quanto - si sottolinea nella lettera dell'osservatorio Lucio Bertè - "esclusivamente rivolti alla tutela del diritto del minore: per questo motivo dovranno essere riconosciuti a tutti i detenuti, anche a coloro che si trovino in regimi di alta sorveglianza. L'obiettivo è la tutela del minore, della sua salute, del diritto di affettività col genitore, della non discriminazione rispetto ai coetanei".
Quindi cosa si propone per garantire l'affettività recisa a causa della pandemia? L'attivazione di un protocollo che preveda almeno 5 colloqui telefonici aggiuntivi a settimana per i minori da utilizzare con il genitore, secondo tempi e modalità previste dal singolo Istituto Penitenziario. Sempre secondo la proposta dell'osservatorio, il genitore detenuto, avvisato con una circolare del carcere, potrà farne richiesta e ottenerne l'autorizzazione senza ritardo: l'osservatorio ci tiene a sottolineare che l'autorizzazione non dovrà avere fonte discrezionale ma riguardare tutti i figli dei detenuti, che sono inibiti al colloquio in presenza.
"Sollecitiamo - scrive l'osservatorio Bertè nella lettera sottoscritta anche da Rita Bernardini e Luigi Pagano - che la realizzazione del presente protocollo, in attuazione del sopra citato art.3 della Carta dei Diritti dei figli di genitori detenuti, avvenga senza ritardo nell'interesse supremo dei minori coinvolti, che per le festività natalizie potranno fin da subito iniziare a usufruire della restituzione del loro Diritto alla continuità affettiva col genitore".
Ovviamente, come precisa sempre l'osservatorio, il protocollo dovrà restare in vigore per tutto il tempo in cui i colloqui saranno vietati in presenza. Si rimarca il fatto che i colloqui telefonici aggiuntivi non dovranno essere concessi come premio, cioè con riguardo al comportamento del detenuto, ma automatici. La colpa dei padri non può ricadere su quella dei figli piccoli. I bambini non devono scontare alcuna pena.
romagnaoggi.it, 19 dicembre 2020
A commentare i riflessi dell'emergenza Covid nelle carceri dell'Emilia-Romagna è il Garante dei detenuti Marcello Marighelli, che ha portato in commissione Parità (presieduta da Federico Amico) i numeri del panorama detentivo regionale.
"Dopo le rivolte di marzo e le prime difficoltà nella gestione della pandemia, possiamo dire che oggi la situazione in tutti gli istituti penitenziari è sotto controllo e i casi di positività sono in linea con i numeri dell'esterno. Il carcere della Dozza di Bologna è quello più problematico, con un numero di positivi tra i 50 e i 70 che è stabile da qualche giorno". A commentare i riflessi dell'emergenza Covid nelle carceri dell'Emilia-Romagna è il Garante dei detenuti Marcello Marighelli, che ha portato in commissione Parità (presieduta da Federico Amico) i numeri del panorama detentivo regionale.
Al 30 novembre sono 3.176 le persone detenute in tutta la regione, di cui 421 in attesa di primo giudizio. "Sono numeri importanti, perché durante una pandemia il distanziamento fisico è fondamentale per il contenimento del virus", ha spiegato Marighelli. "Considerato che Modena non è al massimo della sua capienza - la struttura ha visto danneggiamenti e riduzione degli spazi dopo la rivolta - fatta qualche eccezione, le presenze in diversi istituti non si discostano molto dalle capienze regolamentari".
Il carcere durante la pandemia. Rispetto alla prima fase dell'emergenza Covid, spiega il Garante, la situazione si sta stabilizzando e molte criticità sono risolte: sono stati adottati protocolli dall'amministrazione penitenziaria con le Ausl per organizzare la presenza di detenuti negli spazi e per garantire l'isolamento di quelli che entrano o che vengono trasferiti, con tamponi all'ingresso, quarantena obbligatoria, screening costante sugli operatori e dispositivi di protezione per il personale.
Diversi istituti della regione hanno mantenuto alcune attività rieducative e scolastiche con partecipazione dall'esterno e le attività di volontariato (rispettando le raccomandazioni anticovid) e assicurato i colloqui con i familiari: "Fin dalla prima ondata ci si è attrezzati con la possibilità di effettuare videocolloqui - ha raccontato Marighelli - all'inizio con alcune perplessità e poi con buonissimi risultati, riuscendo a garantire incontri online soprattutto a chi ha la famiglia lontana. Anzi ci auguriamo che si continueranno a fare anche in futuro".
Parma e Reggio Emilia, le realtà più complesse. L'ultima visita in regione del Garante nazionale dei detenuti ha restituito nel complesso un bilancio abbastanza positivo, ma ha evidenziato alcune criticità nelle strutture di Parma e Reggio Emilia: Parma è un centro clinico per detenuti con patologie gravi e croniche, che accoglie detenuti da tutta Italia e per questo ospita molte persone vulnerabili; a Reggio Emilia è presente una articolazione di salute mentale, ma che al momento ospita più delle persone previste.
"Siamo stati tra i primi a chiudere gli ospedali psichiatrici giudiziari, ma la riforma è rimasta incompleta. Così succede che oggi a Reggio i progetti riabilitativi non abbiano un reale sbocco verso l'alleggerimento detentivo, perché non tutti hanno gli adeguati collegamenti con il nostro territorio. Servono nuovi spazi pensati per le attività di riabilitazione psichiatrica," rimarca Marighelli.
Mancano spazi e personale. Il Garante ha poi sottolineato come tutti gli istituti penitenziari abbiano forte necessità di spazi e di personale: "Servono strutture e attrezzature per le attività sanitarie, impianti di climatizzazione, spazi verdi e luoghi dove svolgere progetti e laboratori. Possiamo dire che a oggi l'offerta di formazione professionale per i detenuti c'è, ma il carcere non ha gli spazi per poterla accogliere tutta. E poi manca personale, operatori penitenziari e soprattutto educatori: cinque o sei educatori per struttura come possono seguire centinaia di detenuti? Il diritto alla salute è un diritto fondamentale riconosciuto a tutti, a prescindere dalla loro condizione di libertà o di reclusione".
L'attività del Garante. Sono 191 le segnalazioni gestite dal Garante al 30 novembre 2020, di cui il 31 per cento (59) tra marzo e aprile in pieno lockdown: in questo contesto le richieste hanno riguardato anche soprattutto familiari preoccupati per la situazione dei propri cari all'interno e la ripresa delle comunicazioni tra familiari e detenuti del carcere di Modena dopo le rivolte e l'evacuazione. I colloqui effettuati sono stati 54, 46 in modalità telematica.
Grande attenzione da parte dell'ufficio del Garante anche alle detenute donne, alle sezioni femminili e alla presenza di minori (nel 2020 sono state 10 le presenze di bambini in carcere insieme alle madri con tempi di permanenza fino a 30 giorni). "È un dato migliore di quello del 2019 conclude il Garante - in stretta collaborazione con l'assessorato ai Servizi sociali e con la Garante per l'infanzia della Regione siamo molto impegnati per la ricerca di soluzioni che possano superare questa situazione, come l'istituzione di una casa famiglia protetta".
Roberta Mori (Pd) ha elogiato l'attività del Garante, la grande capacità di resilienza e il monitoraggio attento delle situazioni: "Ha un ruolo importante di rappresentanza di chi non ha voce e di tutela dei diritti. Ci sono criticità importanti, dovremo intervenire. La Regione interviene già all'interno del carcere per formazione, scuola e cultura con progettualità specifiche. Poi abbiamo scoperto che la tecnologia può accorciare le distanze, bisogna investire sull'innovazione."
Soddisfatto dell'informativa anche Simone Pelloni (Lega): "C'eravamo visti dopo le rivolte e siamo contenti che, nonostante la pandemia, la situazione sia migliorata e in parte rientrata". Poi un'attenzione particolare agli operatori penitenziari: "Alcuni lamentano la mancanza di dispositivi di protezione e di non ricevere ristori come le altre forze dell'ordine. E rimangono problemi strutturali, una sola casa lavoro in tutta la regione è troppo poco se la pena deve tendere alla rieducazione".
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 19 dicembre 2020
Oggi si chiede: "Come rimedierò al fango che mi hanno gettato addosso?" È finito dopo cinque anni e mezzo il calvario mediatico-giudiziario di Lorenzo Diana, tre volte parlamentare per il centrosinistra dal 1994 al 2006, ex segretario della commissione Antimafia, paladino della lotta alla criminalità organizzata, costretto a vivere sotto scorta per vent'anni a causa delle minacce di morte dei casalesi.
Nel luglio 2015 nei suoi confronti si era abbattuta l'accusa più infamante per un simbolo della lotta alle cosche: concorso esterno in associazione mafiosa. Per l'allora pm della Dda di Napoli, Catello Maresca, Diana aveva agito da "facilitatore" di un presunto patto tra la coop Cpl Concordia e i clan mafiosi nel progetto di metanizzazione dell'agro aversano.
Dopo quattro anni di sofferenze e umiliazioni, nel maggio 2019 Diana ha ottenuto l'archiviazione della propria posizione su richiesta della stessa procura. L'accusa si basava sulle rivelazioni di due pentiti, poi rivelatesi del tutto infondate. Pochi giorni fa si è chiuso con un'archiviazione anche l'altro filone di indagine che vedeva coinvolto Diana, incentrato su un presunto abuso d'ufficio compiuto dall'ex senatore in qualità di amministratore del Centro agroalimentare di Napoli.
Per questa accusa, Diana era stato interdetto per un anno dai pubblici uffici e aveva subito un divieto di dimora in Campania. "Per cinque anni e mezzo la mia vita privata, sociale, politica e istituzionale è stata sospesa - racconta Diana al Foglio - Nessuno mi potrà restituire questi cinque anni e mezzo. Ma può la vita di un cittadino essere sospesa per un semplice avviso di garanzia?".
"All'inizio ho fatto fatica a crederci, anche perché per quindici anni avevo combattuto per il mio territorio, al fianco delle forze dell'ordine, dei magistrati, delle istituzioni. Passare da un giorno all'altro da simbolo della lotta alla mafia a sospetto colluso è stato terrificante", aggiunge l'ex senatore. "Per affrontare le spese legali ho dovuto vendere due immobili.
Una sera ho dovuto fare le valigie in mezz'ora perché dovevo abbandonare la Campania. Queste sono cicatrici che non scompariranno mai". Per l'ex simbolo antimafia, la vicenda che lo ha visto protagonista dovrebbe imporre riflessioni su diversi fronti. "La mia rabbia è prima di tutto nei confronti del legislatore, che non trova il modo di fare una seria riforma della giustizia per renderla efficiente e garantista", spiega Diana.
"Una seconda riflessione si impone alla stessa magistratura. C'è un uso abnorme delle misure cautelari e la lentezza del sistema giudiziario determina una sospensione lunghissima dei diritti di molti cittadini. È normale che un procedimento venga archiviato cinque anni dopo un avviso di garanzia? Se invece di essere archiviato fossi finito a processo, il mio calvario giudiziario sarebbe durato più di un decennio".
Un'ulteriore riflessione si impone agli organi di informazione: "L'avviso di garanzia si è trasformato in una sentenza di condanna mediatica, senza possibilità di appello e di difesa. Quale spazio mi sarà offerto ora per pareggiare il conto del fango mediatico che mi è stato gettato addosso in tutti questi anni?", si chiede Diana, che non risparmia critiche neanche al mondo dell'associazionismo antimafia, che durante la vicenda giudiziaria lo ha abbandonato.
"Qualcuno mi ha sostenuto, ma in tanti hanno preferito l'attendismo e l'allontanamento. L'esaltazione acritica della magistratura fa un brutto servizio allo stesso mondo antimafia. Tutti i corpi istituzionali sono fatti di essere umani, sono luoghi di potere, pertanto soggetti a tutte le contraddizioni umane. Se persino il Papa ha dovuto fare pulizia fra i cardinali, che sono votati alla santità, figuriamoci se possono essere esenti da fenomeni del genere gli altri corpi, compresa la magistratura. Bisognerebbe avere una visione più realista ed esercitare fino in fondo il principio di presunzione di innocenza".
La vicenda che ha travolto Diana, tuttavia, rischia di avere risvolti ancora più paradossali. Uno dei pm che ha svolto le indagini nei suoi confronti, poi finite nel nulla, vale a dire Catello Maresca (oggi sostituto procuratore generale della Corte d'appello di Napoli), sembra infatti destinato a diventare il candidato sindaco di Napoli per il centrodestra. "Mi astengo dal valutare le scelte personali del dottor Maresca - afferma Diana - Resto convinto, però, che i magistrati non dovrebbero candidarsi nel territorio in cui hanno esercitato il proprio ruolo, fosse anche per un solo giorno".
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