redattoresociale.it, 19 dicembre 2020
Ieri l'audizione alla Camera: la richiesta è quella di tenere distinti i fatti di lieve entità da quelli del traffico organizzato. Sono 53 mila le persone presenti nelle carceri italiane, quasi il 30% per detenzione e spaccio di droga (più di 3 mila scontano pene inferiori a due anni).
Continuano le visite del Garante nazionale dei detenuti e delle persone private della libertà personale ai diversi luoghi di privazione della libertà. Nei giorni scorsi, tre delegazioni hanno visitato in parallelo la Val d'Aosta e la parte orientale del Friuli-Venezia Giulia, monitorando strutture differenti per ambito, tipologia e motivazione della privazione della libertà.
"Luoghi diversi tra loro, ma accomunati da un unico punto di osservazione, quello della tutela dei diritti: quelli incomprimibili della persona, quelli di cittadinanza non direttamente toccati nella possibile espressione dalla contingente situazione di privazione della libertà e quelli soggettivi specifici di chi vive tali situazioni", scrive il Garante nel suo tradizionale bollettino.
In questa prospettiva, il Garante nazionale ha visitato il Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) di Gradisca d'Isonzo, in provincia di Gorizia, che ospitava 88 persone. "Un Centro che rispecchia i limiti di tutti i Cpr - scrive il Garante -: l'essere cioè un luogo vuoto privo di qualsiasi elemento che non siano sbarre e muri, in cui scorre un tempo vuoto in attesa di un rimpatrio che nella metà dei casi non avviene. In tale contesto, tuttavia, va dato atto che la gestione del Cpr di Gradisca è più accurata rispetto a quella di altri Centri analoghi in Italia. Va rilevato però che dal punto di vista dell'emergenza Covid, anche il Cpr di Gradisca soffre di carenze di personale che a volte possono non consentire di utilizzare tutti gli spazi".
Sempre nell'ambito dei migranti, il Garante nazionale ha visitato i locali della Polizia di frontiera di Gorizia e Trieste, dove affluiscono persone provenienti dalla rotta dei Balcani: "Solo a Trieste nel 2020 sono state intercettate 3514 persone - ricorda. Di queste, oltre 900 sono state avviate alla riammissione in Slovenia sulla base dell'accordo bilaterale con il nostro Paese.
Una procedura che comunque deve tenere conto del rischio, già denunciato da alcune organizzazioni, costituito da una serie successiva di riammissioni da un Paese all'altro (Italia, Slovenia, Croazia, Bosnia) che può portare i migranti a trovarsi in situazioni di estrema difficoltà. Qualche criticità è emersa poi relativamente alla procedura di accertamento dell'età dei minori, quasi mai rispettosa della legge Zampa sui minori stranieri non accompagnati".
Positiva viene definita anche la visita al carcere di Gorizia, una visita di follow up a seguito di precedenti monitoraggi: "Le condizioni materiali dell'Istituto sono radicalmente migliorate con la ristrutturazione delle sezioni, delle camere detentive, delle sale di socialità. Permane tuttavia una carenza di spazi, resa ancora più evidente in questo periodo dalle esigenze di carattere sanitario. Nell'Istituto di Tolmezzo, il focolaio che nei giorni scorsi era emerso appare ora sotto controllo: i casi di positività sono scesi tra le persone detenute da 158 il primo dicembre a 18 oggi (di cui uno sintomatico e uno in ospedale), ma va registrato il decesso di una persona detenuta". La visita ha interessato anche la Residenza per le misure di sicurezza (Rems) di Udine, una Rems provvisoria da due posti, in cui le persone sono accolte e inserite nella struttura come tappa di un percorso di reinserimento, in una prospettiva di presa in carico da parte dei servizi territoriali, affrontando pur evidenti resistenze di taluni servizi.
Sono state visitate anche le camere di sicurezza della Questura di Trieste (che saranno rese operative a gennaio 2021) e del Comando stazione dei Carabinieri di Udine.
Nella regione della Val d'Aosta la visita ha interessato il carcere di Aosta-Brissogne. "Un Istituto profondamente segnato dall'assenza, perdurante da oltre cinque anni, di una Direzione e di un Comando del corpo di polizia stabili e da un particolare turn-over nella popolazione detenuta - ricorda il Garante -. Questa, infatti, è formata in larga parte da persone, per quasi il 70% straniere, che arrivano alla Casa circondariale da altri Istituti dell'area del Provveditorato del Piemonte-Valle d'Aosta-Liguria per scontare brevi residui di pena, per lo più segnate da problematicità manifestate nelle sedi di provenienza. Circostanze che, insieme con la paralisi determinata dall'emergenza sanitaria, rendono estremamente critica la realizzazione di programmi individualizzati di trattamento e di attività finalizzate al reinserimento sociale".
La situazione complessiva rilevata dal Garante nazionale è quella di un "carcere immobile, in cui la quasi totalità delle persone trascorrono il tempo senza impegnarlo utilmente". In questo quadro si distingue l'impegno del personale di Polizia penitenziaria nell'ascolto delle persone detenute e nell'attivazione a risolvere, per quanto possibile, i bisogni essenziali. Il Garante nazionale, inoltre, ha potuto rilevare il primo avvio del progetto "So stare fuori" finalizzato a creare disponibilità di domicilio a quanti ne sono privi e sono prossimi alla fine della pena o hanno titolo per accedere alle misure alternative alla detenzione. Visitato, inoltre, il Comando provinciale della Compagnia dei Carabinieri di Aosta che risulta l'unica forza di Polizia ad avere la disponibilità di camere di sicurezza: due, nelle quali si è comunque registrato l'esiguo numero di passaggi di 4 in tutto il 2020.
Carcere, gli ultimi numeri - Per quanto riguarda il carcere in generale, il Garante rende noto che la situazione permane grosso modo stabile: "Negli ultimi dieci giorni le persone registrate negli Istituti sono diminuite di 339 unità (passando da 54.195 del 9 dicembre a 53.856) e le persone effettivamente presenti sono oggi 53.002 (alla stessa data del 9 dicembre erano 53.266). Tra i presenti anche 32 donne con 35 figli di età 0-3 anni, di cui 18 donne con 20 bambini nelle cosiddette sezioni nido e 14 donne con 15 bambini in quattro Istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam). Sono dati poco incoraggianti rispetto alla diffusione del virus, che richiede invece - come più volte ribadito - la possibilità di individuare spazi all'interno degli Istituti per garantire quella indispensabile esigenza di separazione e isolamento non sempre assicurata. Riguardo al Covid, si registrano alcuni focolai negli Istituti di Trieste, Milano-Opera, Milano San Vittore, Bollate, Monza, Busto Arsizio, Bologna, Sulmona, Regina Coeli a Roma e Napoli-Secondigliano".
Negli Istituti penali per minorenni i numeri si mantengono bassi: sono attualmente ristretti 291 minori o giovani adulti su una capienza di 481 posti (pari al 60,50% di occupazione) e non risultano casi di positività. In questi giorni, il Garante nazionale prosegue con alcune visite mirate in Lombardia.
In particolare, il monitoraggio riguarderà un Cpr, quello di Via Corelli a Milano, l'ultimo aperto in ordine di tempo e recentemente anche riportato dalla cronaca per una serie di forti proteste, nonché una Residenza sanitaria assistenziale, nello specifico la Rsa "Istituti riuniti Airoldi e Muzzi" di Lecco, un insieme di più nuclei abitativi che costituiscono una complessiva struttura con 350 posti letto, convenzionata con la Regione. Con l'occasione, il Garante nazionale esaminerà anche un caso emerso nel corso di un programma televisivo i cui contorni richiedono maggiori approfondimenti.
L'audizione alla Camera - Nella mattina di ieri, 17 dicembre, il Garante nazionale è stato audito dalla Commissione giustizia della Camera sulle due proposte di modifica della legge sulle droghe leggere e, in particolare, della detenzione e cessione di modiche quantità, indirizzate, in modo antitetico, l'una a inasprire e l'altra a ridurre le conseguenze sanzionatorie, oltre a depenalizzare il semplice possesso.
Segnalando il dato che attualmente il 29,7% delle presenze in carcere è formato da persone detenute per detenzione e spaccio di droga e che più di 3.000 scontano pene inferiori a due anni, il Garante nazionale ha affermato il valore della gradazione dell'intervento dello Stato che tenga distinti i fatti di lieve entità da quelli del traffico organizzato, in assonanza con i pareri espressi dal Procuratore nazionale antimafia, Cafiero De Raho, e dal Direttore centrale per i servizi antidroga presso il Ministero dell'interno, Antonino Maggiore, auditi nella stessa seduta.
"Il 16 dicembre è stato assegnato all'esame della Camera il disegno di legge di conversione del decreto-legge 137/2020, cosiddetto Ristori, che comprende alcune misure sulla detenzione penale indirizzate a produrre effetti deflattivi sull'affollamento carcerario - conclude il Garante -. Con il disegno di legge approvato dal Senato sono stati inseriti due emendamenti alle norme relative ai permessi premio e alla detenzione domiciliare, finalizzati a protrarne l'efficacia alla data del 31 gennaio 2021 e, per quanto riguarda i primi, a estenderne la portata considerando disgiuntamente i presupposti della concessione precedente di permessi e del lavoro esterno. Si tratta soltanto di due del più ampio articolato di proposte emendative presentate dal Garante nazionale e, in parte, condivise da esponenti della maggioranza parlamentare, il cui concreto effetto deflattivo, pur da non trascurare, risulta nelle prospettive inferiore a quanto necessario per affrontare le emergenze dettate dalla crisi pandemica negli Istituti penitenziari".
Infine, il Garante nazionale ha concluso un accordo di cooperazione con il suo omologo argentino, il Comitato nazionale per la prevenzione della tortura (Cnpt). Il National preventive mechanism argentino coordina un sistema reticolare di prevenzione della tortura che prevede l'istituzione di figure di garanzia (i local preventive mechanism) per ognuna delle province in cui è diviso il Paese sudamericano. L'accordo di cooperazione, nell'ottica di promuovere i diritti e la dignità delle persone private della libertà personale, principalmente mira a scambiare e condividere buone prassi, strumenti formativi e di ricerca nonché tecniche di visita e monitoraggio. L'idea è quella di rafforzare le rispettive istituzioni, promuovendo sinergie e innalzando i livelli complessivi di tutela.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 19 dicembre 2020
Con 434 sì, l'Europarlamento approva la risoluzione sulle violazioni dei diritti umani del regime egiziano e chiede sanzioni ai responsabili. Il deputato Pierfrancesco Majorino (S&D): "Un messaggio chiaro". Sul regime egiziano più brutale che la storia contemporanea ricordi ieri l'Europarlamento si è espresso con voce forte e chiara: con 434 voti favorevoli, 49 contrari e 202 astenuti ha approvato la risoluzione sulle violazioni dei diritti umani nel paese nordafricano, un testo avanzato, coraggioso, che supera nelle richieste le risoluzioni precedenti, adottate dal marzo 2016 in poi a seguito del sequestro e l'omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni.
Un testo che raccoglie alcuni dei capitoli più amari della natura di un regime nato violando le istanze democratiche e di giustizia sociale che milioni di egiziani portarono nelle strade del loro paese esattamente 10 anni fa. I deputati hanno votato un testo che chiede espressamente alle istituzioni europee di intervenire. Non con condanne a parole, come spesso avvenuto dal 2013, anno del golpe dell'atuale presidente al-Sisi, ma con azioni concrete che delegittimo un regime finora fin troppo legittimato: un'indagine indipendente sugli abusi di Stato (partendo dai casi di Giulio Regeni e dello studente dell'Università di Bologna Patrick Zaki), sanzioni e misure restrittive nei confronti dei responsabili di violazioni dei diritti umani e sospensione della vendita di armi, tasto dolente che tocca paesi fondatori della Ue, come Italia e Francia.
Capitoli centrali quelli riguardanti Regeni e Zaki: l'Europarlamento chiede alla Ue di esortare Il Cairo a collaborare nella procedura giudiziaria avviata dalla Procura di Roma contro quattro agenti dei servizi segreti, ritenuti responsabili del sequestro, le torture e l'omicidio del ricercatore, e chiede pressioni che conducano al rilascio dello studente egiziano. Ne abbiamo parlato con Pierfrancesco Majorino, deputato del gruppo S&D, che insieme a Renew e Verdi ha promosso la risoluzione.
Un commento sul voto?
Il parlamento europeo ha dato un segnale molto chiaro. Non è una risoluzione generica o una dichiarazione di principi all'acqua di rose.
La risoluzione più coraggiosa votata finora...
È un pacchetto molto nutrito: fa riferimento alla necessità di sanzioni mirate a funzionari responsabili di violazioni di diritti umani e allo stop alla vendita di armamenti, un richiamo rivolto ai governi; condanna l'attribuzione di onorificenze a chi si macchia di abusi dei diritti umani; chiede la liberazione di Zaki e sostiene lo sforzo della famiglia Regeni e della Procura di Roma. Chiede cioè una svolta netta nei rapporti con l'Egitto alle istituzioni europee e agli Stati membri.
Si sono astenuti in 202...
Non ci sono state barricate, un fatto positivo. Avevamo qualche timore alla vigilia, ma anche chi astenendosi ha garantito che passasse si è assunto una responsabilità.
Non è vincolante, le istituzioni Ue ne terranno conto?
È un messaggio politico rivolto innanzitutto all'Egitto di al-Sisi e a chi vuole la libertà. E poi alla Ue. È importante che il Consiglio d'Europa non lo lasci cadere nel vuoto e che la Commissione non ignori il parlamento. E chiede coerenza ai governi. Rivendichiamo e rivendicheremo il messaggio politico: vedremo cosa faranno i governi rispetto a una decisione condivisa su sanzioni e armi. Anche il nostro governo sia coerente, metta in campo azioni ineludibili di una pressione che giunga forte in Egitto.
Può stupire è che gli stessi partiti che in Europa promuovono un voto così forte, in Italia approvino vendite militari senza precedenti...
Il parlamento europeo ha espresso un messaggio forte anche grazie al dialogo continuo con cittadini, ong, associazioni di cui abbiamo ben interpretato la riflessione. Su Regeni non si può esibire una solidarietà a giorni alterni, ci vuole un'assunzione di responsabilità continua.
di Tommaso Di Francesco
Il Manifesto, 19 dicembre 2020
Quel che risulta davvero sbagliato di fronte ai sequestri internazionali di persone, è il vanto governativo per la loro liberazione e, insieme, le accuse urlate dalla destra - più forti se xenofoba e sovranista - per i "ritardi" e per i "tradimenti patrii". Sia dietro il vanto che dietro l'accusa di "tradimento" si nasconde infatti il fallimento bipartisan della politica estera italiana, meglio, la sua inesistenza. Quando ci sono in gioco vite umane sequestrate, non c'è prezzo che tenga. Lo sappiamo bene noi de il manifesto e lo rivendichiamo, avendo a mente, e dentro di noi, la drammatica vicenda che ha riguardato il rapimento della nostra inviata Giuliana Sgrena in Iraq nel 2005 - come i rapimenti in zone di guerra di tante e tanti cooperanti in questi anni - per la quale si sono sprecate ricostruzioni e accuse indegne quanto fasulle. Ogni trattativa anche "costosa" per liberare vite umane nelle mani di sequestratori è una mediazione di pace, una eccezione preziosa dentro la guerra dominante.
Dunque è davvero buona cosa la liberazione di 18 pescatori, non solo italiani, sequestrati per sconfinamento in acque territoriali, vale a dire perché lavoravano in condizioni proibitive pescando fin dove è possibile. Né bisogna sorprendersi che nel Mediterraneo dalle sponde in guerra e dove impera la disperazione dei migranti cacciati da tutte le parti quando non sequestrati e usati come merce di scambio, regni anche sulla pesca la militarizzazione del mare: più a nord il democratico Boris Johnson, cammin facendo sulla scellerata Brexit, ha schierato in questi giorni la Marina militare britannica "a difesa delle zone di pesca".
Ma quel che risulta davvero sbagliato di fronte ai sequestri internazionali di persone, è il vanto governativo per la loro liberazione e, insieme, le accuse urlate dalla destra - più forti se xenofoba e sovranista - per i "ritardi" e per i "tradimenti patrii". Sia dietro il vanto che dietro l'accusa di "tradimento" si nasconde infatti il fallimento bipartisan della politica estera italiana, meglio, la sua inesistenza. La rivendicazione del governo Conte e della sua coalizione se corrisponde alla felicità delle famiglie di Mazara Del Vallo, è comprensibile e perfino condivisibile: è una gioia immensa quello che stanno provando in questo momento, difficile non esserne contagiati. Ma se vuol essere un fiore all'occhiello da gettare sul piatto della bilancia dell'agone politico e della a dir poco, ambigua crisi di governo in corso, il gioco non regge né vale la candela.
Certo un plauso va al lavorio dei Servizi segreti, ma poi c'è da mettere in conto pure le scarse capacità "segrete" emerse con la gaffe del portavoce del premier. Soprattutto il governo sa bene che stavolta il prezzo che ha dovuto pagare è politico - trattando non con terroristi clandestini ma con un terrorista di Stato - con il riconoscimento del ruolo del nemico del "nostro" governo libico alleato, guidato a Tripoli dal fatiscente Serraj. Vale a dire il generale della Cirenaica Khalifa Haftar, sostenuto, perché dimenticarlo, dal golpista Al Sisi, dalla Francia, dagli Stati uniti, dalla Russia e soprattutto dall'Arabia saudita.
Perché c'è una guerra intestina nella Libia divisa in tanti fronti e devastata, che dura da quasi nove anni dopo la caduta di Gheddafi ad opera dei bombardamenti della Nato - voluti da Francia in primis ma poi anche dagli Usa e con contributo decisivo delle basi italiane. Lì l'Italia ha accreditato e protetto militarmente i vari governi che via via si sono succeduti, sempre "riconosciuti dalla comunità internazionale" e sempre alle prese con la guerra e i ripetuti fallimenti delle Nazioni Unite.
La Libia, a differenza delle altre rivolte arabe di dieci anni fa, da subito è diventata una guerra per procura. Ora alla fine il nostro vero interlocutore nell'area è il "democratico" Sultano atlantico che si chiama Erdogan, arrivato armi e bagagli a partecipare alla guerra contro Haftar per rilanciare sulle sponde del Mediterraneo la sua strategia ottomana e ad occupare la Tripolitania: è lui che abbiamo "tradito"?
Con due obiettivi libici nemmeno malcelati dall'Italia: difendere le fonti primarie di approvvigionamento energetico e contenere la tragedia dei migranti in fuga da guerre e miserie dell'Africa dell'interno. Concedendo al fatiscente Serraj il controllo dei confini italiani ed europei, abbiamo in buona sostanza esternalizzato la questione migranti offrendo soldi alla mano alle milizie libiche, coordinate dal governo "ufficiale" di Tripoli, la falsa veste di "guardia costiera". Così il governo libico "buono" è diventato, per l'Italia ma anche per l'Unione europea, il garante del "posto sicuro", la Libia in guerra e con i suoi campi di concentramento e carceri.
Questo orrore e questa nefasta pratica di governo, che dura tuttora, è stata elaborata dall'ex ministro degli interni Minniti, quando governava Renzi, ed è diventata pratica eletta del "signor voglio i pieni poteri", Matteo Salvini. Come fa ora a parlare criticando i troppi mesi della detenzione dei pescatori, ci si chiede, un ex ministro che dal Viminale scelse di sequestrare a mare per una settimana 133 persone stremate e alla fame su una nave della Marina militare italiana e in un porto italiano, per gettare questa iniziativa criminale sul tavolo dello scontro e del potere politico?
E la Meloni perché parla, lei che ad ogni pié sospinto chiede il "blocco navale", cioè una azione di guerra contro i disperati a mare fortunatamente soccorsi dalla flotta di navi delle Ong e ancora, a volte, da navi internazionali e militari? Qualcun si ricorda le parole di Salvini sulle menzogne e i ricatti di Al Sisi per la verità su Giulio Regeni, sequestrato, torturato, assassinato dagli organismi polizieschi di Stato dell'Egitto? Disse che "è soltanto una questione di famiglia" e che per l'Italia è "fondamentale avere buone relazioni con un Paese importante come l'Egitto". Cioè con un golpista sanguinario: altro che subalternità e riconoscimento di ruolo. Un aperto disprezzo dei diritti umani.
"Sceneggiata libica" ha titolato un "giornale" della destra, quella che batteva le mani quando partivano i jet della Nato a bombardare nella "sceneggiata" dell'ultima guerra nella "nostra" Libia? Quello è stato tra i più grandi disastri della nostra politica estera che si ripercuote fino ai nostri giorni; chi applaudiva alla nuova avventura militare non ha davvero alcun "titolo". E pesca nel torbido.
di Francesco Verderami
Corriere della Sera, 19 dicembre 2020
Quarantott'ore prima che Conte e Di Maio volassero da Haftar, il premier della Libia al Serraj era ancora a Roma. Così la storia che ruota attorno alla liberazione dei pescatori italiani rischia di trasformarsi in una pochade. Non è chiaro il motivo per cui il rappresentante del governo libico riconosciuto dall'Onu abbia soggiornato "vari giorni" nella capitale: la tesi sostenuta da fonti accreditate è che le autorità italiane abbiano voluto informarlo per tempo dell'operazione in programma a Bengasi. Chissà se sapeva anche che la missione sarebbe stata guidata dal premier e dal ministro degli Esteri della settima potenza mondiale, che i due avrebbero stretto la mano al suo acerrimo rivale in Cirenaica e che addirittura l'incontro sarebbe stato ufficializzato.
L'irritazione del premier libico in ogni caso non sarà superiore allo sconcerto che si avverte nel governo, nelle istituzioni e nelle forze politiche italiane per come è stata gestita la vicenda. Autorevoli esponenti del Pd spiegano che "con un gesto senza precedenti Conte e Di Maio hanno procurato in un solo colpo uno smacco diplomatico, politico e militare al Paese", rendendo evidente che l'Italia ha perso il ruolo di potenza regionale nel Mediterraneo, esponendo ingiustamente i servizi segreti nazionali al ludibrio degli altri servizi segreti, e mettendo persino a repentaglio la sicurezza della missione.
Ecco qual è il prezzo pagato per quella stretta di mano. Ed è vero che bisognava restituire alla libertà i diciotto pescatori detenuti illegalmente per tre mesi dai libici, ma non è così che si gestiscono certi dossier. Già il titolare della Difesa si era opposto all'idea di "assoggettarsi ai voleri di Haftar", additato come regista di un atto di pirateria orchestrato nel tentativo di riscattarsi, dopo esser stato sconfitto sul campo e nelle trattative per gli assetti di potere in Libia. E insieme a Guerini altri ministri del Pd si domandavano se fosse necessaria questa delegazione: "Perché muoversi in due? È già troppo mandarcene uno".
I vertici dem lamentano una drammatica spettacolarizzazione della sfida politica lanciata da Renzi nell'Aula del Senato e raccolta da Conte senza badare ai contraccolpi. In Parlamento il leader di Iv la scorsa settimana aveva ricordato al premier che, quando sedeva a Palazzo Chigi nel 2015, aveva riportato in Italia un peschereccio bloccato dai libici: "Nel giro di sei ore il caso fu risolto grazie all'intervento dell'autorità delegata", allora gestita da Minniti. Renzi aveva messo il dito nella piaga, sollevando pubblicamente un problema che il Pd pone fin dall'inizio del governo giallo-rosso: l'accentramento dei poteri da parte di Conte sui servizi segreti.
È questo il tema più delicato nel governo, più della gestione del Recovery fund. E la missione a Bengasi ha fatto da detonatore anche negli apparati. Come riferisce un rappresentante dem al governo, "i vertici delle nostre Agenzie sono neri come la cromatina per le scarpe". E chissà quale sarà l'umore alla Farnesina, che già aveva dovuto mettere una toppa all'incidente diplomatico provocato a gennaio, quando Conte pensò di incontrare lo stesso giorno Haftar e Sarraj, e subì il rifiuto sdegnato del premier libico.
Ora che il Mare Nostrum non è più nostro, l'epicentro della crisi si sposta nelle istituzioni. Il gesto del presidente del Copasir Volpi di ringraziare per la missione solo il direttore dell'Aise, glissando sul governo, segna nel Comitato per i servizi la rottura della coesione nazionale, che pure aveva resistito alla guerra fredda, al bipolarismo muscolare e persino all'avvento del grillismo: "Un tale punto di conflitto sul piano operativo - dicono nel Pd - non si era mai registrato". E adesso che il Copasir vuole convocare Conte per conoscere i dettagli del caso, i dem minacciano di abbandonare i lavori se il premier mandasse ancora una volta in sua vece il capo del Dis Vecchione. Altro che una banale crisi di governo.
di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 19 dicembre 2020
I marinai di altre due imbarcazioni che erano riuscite a scappare pestati per vendicare l'affronto. "Trattati come terroristi. Domani a casa". "All'inizio, ci hanno rinchiusi in un bunker sottoterra, ma Giacomo e Bernardo non c'erano. "Che gli è successo?", ci siamo detti. All'improvviso, li abbiamo visti arrivare con il volto insanguinato".
La voce di Fabio Giacalone rimbalza via radio dal peschereccio Antartide in navigazione al largo della Libia fino al porto di Mazara. "Li hanno picchiati - dice - perché le loro barche erano riuscite a scappare. Un affronto per i libici".
Quel drammatico primo settembre, furono fermati non solo Medinea e Antartide, ma anche Anna Madre e Natalino. I comandanti vennero convocati sulla motovedetta con i documenti delle imbarcazioni. Poco dopo, due pescherecci riuscirono a fuggire. "E se la sono presa con Giacomo e Bernardo", sussurra Marika Calandrino, la moglie di Giacomo Giacalone, il comandante di Anna Madre: "Già quando era arrivata la prima fotografia dalla Libia dopo il sequestro avevo capito. Mio marito aveva il volto gonfio, un occhio quasi chiuso, e il collo rosso.
Quando ci siamo sentiti dopo la liberazione gli ho chiesto subito: "Tutto bene?". E mi ha fatto capire che era successo qualcosa di brutto". Il cognato di Bernardo Salvo, Vito Gancitano, è amareggiato: "Lui non è neanche il comandante del Natalino, è il timoniere. Quando i libici li hanno fermati, si è ritrovato ad andare a bordo della motovedetta. Lo avranno scambiato per il comandante, e su di lui si sono vendicati". Anche la famiglia di Bernardo Salvo ha capito guardando le prime fotografie giunte in Italia dopo il sequestro: "Fino ad oggi non abbiamo detto nulla - spiega Vito - il momento era delicato, ma in quelle immagini si vedono chiaramente il viso gonfio e un braccio nero. Ora vogliamo sapere cos'è successo".
Il padre di Fabio Giacalone, Pietro, anche lui pescatore per tanti anni, stringe i pugni mentre il figlio racconta ancora dei suoi compagni col volto insanguinato. "Perché dalla Farnesina continuavano a dirci che i nostri ragazzi erano trattati bene? - si arrabbia - Non era vero". Il fruscio delle "onde corte" porta altri racconti drammatici. "Gli italiani li hanno infilati tutti in una stanza buia, larga quattro metri per quattro", dice ancora Fabio Giacalone.
"Subivamo continue umiliazioni e violenze psicologiche. Arrivavano nel cuore della notte e ci urlavano: "Adesso, vi liberiamo". E invece ci portavano in un'altra prigione. Quattro ne abbiamo cambiate, i tunisini di più. Solo nell'ultimo mese, ci hanno trasferiti in un palazzo, che era un posto più decente". La voce va e viene, la comunicazione è disturbata. Il papà di Fabio non si dà pace: "L'avevo detto a mio figlio che non dovevano spingersi fin lì, è troppo pericoloso. L'avevo detto la sera prima della partenza. E, poi, mentre erano in viaggio, ho visto sul computer dov'erano arrivati, ho subito chiamato il comandante per metterlo in guardia".
Ora, sulla stessa frequenza corrono anche i racconti di Piero Marrone, il comandante del Medinea: "Ce la siamo fatta addosso per lo spavento - dice all'armatore, Marco Marrone - pensavamo di non farcela. Dentro quelle celle buie ci hanno trattato come se fossimo dei terroristi, umiliazioni su umiliazioni. Adesso, siamo tanto stanchi e abbiamo solo bisogno di tornare a casa". L'armatore chiede: "Vi facevano mangiare?".
Risponde: "Solo un pasto decente abbiamo fatto, la mattina che è arrivato Conte". E con i vestiti come vi siete organizzati? "Siamo rimasti con le stesse cose per settimane. Poi qualche detenuto, che era lì chissà per cosa, ci ha dato magliette, mutandine e un pezzo di sapone". La navigazione è ancora lunga. "Arriveranno domenica mattina - spiega Marco Marrone - e sarà una grande gioia". Prima di riabbracciare i loro familiari, però, i pescatori dovranno essere sottoposti al tampone per il Covid. Solo se positivi, ci sarà una quarantena. "Sarà il Natale che abbiamo desiderato per cento giorni, tutti insieme a casa", dice Marika Calandrino.
di Simona Maggiorelli
Left, 18 dicembre 2020
"Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni" scriveva Dostoevskij. In Italia dunque è bassissimo. Trascuratezza, abbandono, violazione di diritti umani ancora segnano la condizione carceraria, come denuncia Rita Bernardini.
Mentre scriviamo arriva la notizia che la leader radicale ha interrotto lo sciopero della fame "come atto di fiducia nei confronti del presidente Conte" fino al 22 dicembre data del loro incontro. Siamo sollevati perché eravamo preoccupati per la sua salute. Anche se, insieme a lei, ben sappiamo che sarà ancora lunga la lotta per umanizzare le carceri e per chiedere un maggior ricorso alle pene alternative ma anche provvedimenti di amnistia e di indulto.
di Alessio Scandurra
Left, 18 dicembre 2020
Quasi ovunque l'istruzione, la formazione professionale, le attività culturali e ricreative e il lavoro dei detenuti sono molto rallentati o fermi da ormai 10 mesi. La pena è regredita a uno stato di costante isolamento, interrotto solo per alcuni dai contatti con i familiari.
La pandemia da Covid-19, che ha messo in crisi le nostre società, il nostro modo di vivere e la nostra idea di sicurezza ha colpito quasi ogni aspetto della nostra vita privata, ma anche e soprattutto il nostro vivere associato, e di conseguenza quasi tutte le istituzioni pubbliche.
di Carmine Gazzanni
Left, 18 dicembre 2020
Tra malattie non diagnosticate e suicidi è lunga la scia di drammi che si consumano dietro le sbarre e che si sarebbero potuti evitare. A cominciare da quello di Valerio, morto suicida a Regina Coeli a 22 anni sebbene fosse già disposto il suo trasferimento in un luogo di cura.
"Le istituzioni hanno soppresso mio figlio". Ester Morassi è una donna forte e determinata. Lo si legge nelle sue parole e nel suo viso, incorniciato in lunghi capelli biondi e segnato dal dramma di perdere un figlio. È il 24 febbraio 2017 quando Valerio Guerrieri si suicida nel carcere di Regina Coeli. Aveva solo 22 anni. Ester da allora - e insieme all'associazione Antigone che le è sempre stata accanto - non si è mai arresa. Perché quello che potrebbe sembrare una tragica fatalità nasconde molto altro: Valerio, infatti, non doveva essere in carcere.
di Claudia Dario, Alessio Giampà e Francesca Padrevecchi
Left, 18 dicembre 2020
Quando si affronta il trattamento degli autori di reato affetti da patologia mentale sorge il grande problema di dover mettere insieme la pena con la cura. Ma garantire percorsi terapeutici adeguati (come psicoterapia e progetti riabilitativi) è pressoché impossibile.
Il sistema carcerario, realtà già di per sé complessa, è stato messo a dura prova dalla natura "democratica" della pandemia. Il coronavirus infatti non fa distinzioni di reddito, colore della pelle, pena da scontare e non risparmia luoghi usualmente dimenticati o lasciati ai margini della società.
di Federica Farina
Left, 18 dicembre 2020
Il tasso di recidiva tra i detenuti è il triplo rispetto a quello di chi accede a misure alternative, spiega Luigi Manconi e aggiunge: "Questo è solo uno dei sintomi più evidenti del fallimento di un sistema che vuole garantire la sicurezza sociale attraverso la detenzione dietro le sbarre".
Luigi Manconi, intellettuale e politico, fondatore e presidente della Onlus "A buon diritto", è un interlocutore obbligato quando si parla di emergenza carceraria. Promotore di importanti battaglie di civiltà, è da sempre uno strenuo difensore dei diritti dei detenuti e in un momento in cui la pandemia da Covid-19 ne aggrava ulteriormente le condizioni un libro come il suo "Abolire il carcere" è quanto mai attuale e prezioso.
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