veronaoggi.it, 24 marzo 2021
I versi di Dante risuonano da tre anni dentro il carcere di Montorio, a Verona. La compagnia Teatro del Montorio ha dato infatti il via nel 2018 al progetto "Dante in carcere". Tre tappe in tre anni, come altrettante sono le cantiche della Commedia, per giungere nel 2021 a omaggiare i 700 anni dalla morte del Poeta. Ora, in occasione del Dantedì del 25 marzo, i partecipanti al laboratorio di teatro nella Casa Circondariale di Verona hanno registrato il videomessaggio "Libertà va cercando".
Una tappa lungo il percorso triennale che la compagnia Teatro del Montorio sta affrontando sulla Commedia grazie al progetto "Dante in carcere", progetto della Direzione del Carcere di Verona realizzato dalla compagnia teatrale Le Falìe con il sostegno della Fondazione San Zeno. La direzione artistica è del regista e autore Alessandro Anderloni, la co-direzione delle attività laboratoriali degli attori Isabella Dilavello e Paolo Ottoboni.
"In carcere le parole di Dante si incarnano nei corpi e nelle voci delle persone detenute - sottolinea Alessandro Anderloni, direttore artistico del progetto. La vicenda umana di Dante viene sentita così vicina in quegli spazi: la condanna ingiusta, la cacciata da Firenze, la pena dell'esilio, il vagare in solitudine per le città d'Italia, il mangiare pane salato e il salire faticoso le scale di coloro che diedero protezione e ospitalità a un condannato, rifugiato, migrante e infine il riscatto della Commedia, il libro in cui il Poeta ristabilisce la sua verità. Dante sapeva che di lì a settecento anni la sua storia sarebbe stata raccontata anche nel carcere di Verona e che quei luoghi sarebbero diventati una metafora del suo viaggio umano e ultraterreno. In questo anniversario sento che Dante è nelle carceri molto più che sui palcoscenici dei teatri e nelle sale delle accademie. È nelle case e nelle scuole, tra le persone".
Il progetto è nato nella Casa Circondariale di Verona nel 2018. Nel carcere di Verona il lavoro prosegue in questi mesi in vista della primavera quando con la messa in scena dello spettacolo dedicato al Purgatorio, che si terrà ancora in modalità on line, si chiuderà la seconda tappa del percorso. La terza inizierà subito dopo per riuscire a portare in scena il Paradiso entro la fine del 2021, concludendo e onorando così l'anno settimo centenario dalla morte di Dante.
amnesty.it, 24 marzo 2021
Amnesty International ha pubblicato un nuovo rapporto che documenta violazioni, commesse principalmente dall'intelligence militare libanese, nei confronti di 26 rifugiati siriani detenuti. Fra le violazioni riportate, quella al diritto a un processo equo e torture, fra cui percosse con bastoni di metallo, cavi elettrici e tubi di plastica. I detenuti hanno anche raccontato di essere stati appesi a testa in giù o costretti in posizione di stress per periodi di tempo prolungati.
"Questo rapporto fornisce un'immagine del trattamento crudele, violento e discriminatorio delle autorità libanesi nei confronti dei rifugiati siriani detenuti perché sospettati di reati di terrorismo. In molti casi, rifugiati che scappavano da guerra, repressioni spietate e torture diffuse si sono ritrovati detenuti in maniera arbitraria e in regime di incommunicado in Libano, dove subiscono molti degli stessi orrori delle prigioni siriane", ha dichiarato Marie Forestier, ricercatrice di Amnesty International sui diritti dei rifugiati e dei migranti.
"Non c'è dubbio che i membri dei gruppi armati responsabili delle violazioni dei diritti umani debbano rispondere delle loro azioni, ma l'evidente violazione del diritto al giusto processo dei rifugiati siriani da parte delle autorità libanesi mette in ridicolo la giustizia. In ogni fase, dall'arresto all'interrogatorio, alla detenzione e al giudizio durante processi iniqui, le autorità hanno completamente ignorato il diritto umanitario internazionale", ha aggiunto Marie Forestier.
Il rapporto documenta i casi di 26 rifugiati siriani, di cui quattro minori, detenuti in Libano tra il 2014 e il 2021 per accuse di reati di terrorismo e si basa su colloqui avvenuti con ex e attuali detenuti e avvocati e sull'analisi di documenti legali. Dal 2011, sono stati centinaia i rifugiati siriani detenuti in Libano spesso in maniera arbitraria sulla base di accuse costruite di reati di terrorismo o, talvolta, di appartenere a gruppi armati.
Torture e maltrattamenti dilaganti - In 25 dei 26 casi documentati da Amnesty International, i rifugiati hanno detto di essere stati torturati durante l'interrogatorio o nel periodo di detenzione. Ciò è avvenuto perlopiù presso il centro di intelligence militare di Ablah, l'ufficio di sicurezza generale di Beirut o il ministero della Difesa. All'epoca, due dei sopravvissuti alle torture avevano solo 15 e 16 anni. Alcuni hanno detto di aver subito un pestaggio così violento da causare in quattro uomini la perdita di conoscenza e in due la rottura dei denti.
I detenuti hanno raccontato di essere stati sottoposti ad alcune delle stesse tecniche di tortura utilizzate solitamente nelle prigioni siriane come il "tappeto volante" (in cui la vittima viene legata a una tavola pieghevole), lo "shabeh" (in cui la persona viene sospesa dai polsi e picchiata) o il "balango" che comporta la sospensione di un individuo per ore con i polsi legati dietro la schiena. Bassel, un ex detenuto siriano, ha detto ad Amnesty International che, dopo il suo trasferimento nella prigione di Rihaniyyeh, è stato picchiato così violentemente ogni giorno per tre settimane che le sue ferite si erano infettate.
"Ci picchiavano sulla schiena con tubi di plastica del bagno. Le ferite aperte sulla schiena hanno iniziato a peggiorare notevolmente e alla fine c'erano dei vermi nelle ferite", ha dichiarato. Raccontando le sue traversie della detenzione presso il centro di intelligence militare di Ablah, Ahmed ha detto di essere stato percosso sugli organi genitali fino a perdere conoscenza. Un altro rifugiato detenuto ha riferito che un agente di sicurezza l'ha ferito così violentemente colpendolo sugli organi genitali da provocare la presenza di sangue nelle sue urine per molti giorni.
Mentre lo colpiva, l'agente gli ha detto: "Ti colpisco qui così che non potrai mettere al mondo altri figli, così non potranno contaminare questa comunità". Molti detenuti hanno detto che durante le percosse le forze di sicurezza libanesi hanno fatto riferimento alla loro resistenza nei confronti del presidente Bashar al-Assad, suggerendo che potessero esserci delle motivazioni politiche dietro queste aggressioni. Karim, un giornalista che era stato detenuto per otto giorni presso l'ufficio di sicurezza generale di Beirut, ha riferito che le persone che l'avevano interrogato gli avevano chiesto se sostenesse il presidente siriano e quando ha risposto negativamente lo hanno picchiato più violentemente.
Inoltre, i detenuti hanno raccontato di essere stati tenuti in condizioni durissime. "Sono rimasto tre giorni di seguito, notte e giorno, in piedi nel corridoio, ammanettato e bendato... Dovevamo pregare per andare al bagno e per avere dell'acqua. Ci facevano mangiare una volta al giorno. C'erano degli agenti che ci sorvegliavano per non farci sedere o dormire. Se qualcuno ci avesse provato, lo avrebbero costretto a rialzarsi", ha raccontato un uomo.
Non è stata condotta alcuna indagine su nessuna delle accuse di torture documentate da Amnesty International, persino in casi in cui i detenuti, anche tramite i loro avvocati, hanno riferito al giudice di essere stati torturati. In alcuni casi, gli agenti di sicurezza hanno chiesto il rinvio delle udienze, il che ha portato alla scomparsa delle cicatrici dei pestaggi o delle altre forme di tortura.
Amnesty International ha documentato il maltrattamento di due donne che sono state molestate sessualmente e aggredite verbalmente durante la detenzione. Una è stata costretta a guardare gli agenti di sicurezza che torturavano il figlio e un'altra donna ha dovuto guardare il marito che veniva picchiato. Il Libano ha approvato una legge contro la tortura nel 2017 ma non è mai riuscito ad attuarla e le denunce di tortura raramente raggiungono il tribunale. "Le autorità libanesi devono immediatamente attuare le proprie norme contro la tortura e rispettare i propri obblighi previsti dal diritto internazionale dei diritti umani. Devono assicurare che siano svolte appropriate indagini sulle accuse di tortura e che i responsabili di queste abominevoli violazioni siano chiamati a risponderne", ha commentato Marie Forestier.
Violazioni del processo equo - A tutti i 26 detenuti documentati nel rapporto è stato negato l'accesso a un avvocato durante il primo interrogatorio, in violazione delle stesse leggi libanesi e dei principi e delle norme di diritto internazionale. Ciò ha compromesso la loro capacità di difendersi o di contestare la legittimità della detenzione. Dopo l'arresto, i rifugiati hanno spesso riferito di aver dovuto attendere molte settimane prima di comparire dinanzi al giudice responsabile del caso, e in nove casi, i processi hanno subito dei rinvii fino a due anni, in violazione del diritto internazionale.
In molti casi, i giudici si sono basati principalmente su confessioni estorte sotto tortura o su prove ottenute da informatori inattendibili e le condanne si sono basate su accuse di reati di terrorismo vaghe e troppo generiche. Almeno 14 detenuti hanno detto ad Amnesty International di aver "confessato" crimini che non avevano commesso dopo essere stati torturati o minacciati.
In 23 dei casi documentati, i detenuti, due dei quali minori, sono stati processati dinanzi a tribunali militari, in violazione dei principi internazionali che proibiscono i procedimenti di civili dinanzi a tribunali militari. In almeno tre casi, sono stati emessi ordini di deportazione forzata di detenuti in Siria e in un caso l'ordine è stato anche eseguito, in violazione del principio di non respingimento previsto dal diritto internazionale, che vieta agli stati di rimandare persone in paesi in cui sarebbero a rischio di gravi violazioni dei diritti umani.
Amnesty International chiede alle autorità libanesi di garantire che tutti i detenuti siriani abbiano un processo equo in linea con i principi internazionali. Inoltre, le autorità devono mettere fine con urgenza alla pratica di processare i civili nei tribunali militari.
In 14 dei casi documentati, Amnesty International ha riscontrato che le accuse di terrorismo nei confronti dei rifugiati siriani sono state basate su motivazioni discriminatorie, tra cui le affiliazioni politiche. In nove casi, il solo esprimere l'opposizione politica nei confronti del governo siriano è stata considerata una prova sufficiente per una condanna per reati di "terrorismo".
Numerosi siriani che vivono nel Libano del nord sono stati arrestati sulla base del loro reale o presunto coinvolgimento nella battaglia di Arsal del 2014 quando appartenenti a Jabhat al-Nusra e al gruppo armato dello Stato islamico hanno attaccato l'esercito libanese e rapito 16 membri delle forze di sicurezza. La battaglia di Arsal è terminata con un accordo di cessate il fuoco che ha permesso a migliaia di combattenti di Jabhat al-Nusra e ai loro familiari di fare rientro a Idlib, in Siria. Tra i casi esaminati figurano anche quelli di donne siriane detenute per le presunte attività dei loro familiari di sesso maschile o per esercitare pressioni sui familiari di sesso maschile affinché confessassero o si costituissero.
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 24 marzo 2021
Il paese sta affondando tra disastro finanziario, liti al vertice, immigrati, Beirut ancora devastata dall'esplosione. L'economia in un anno ha perso il 26 per cento. Una moneta che ha perso il 90% del suo valore. La capitale, affascinante e misterioso ponte tra oriente e occidente, ancora deturpata dalla devastante esplosione chimica dell'agosto 2020. Nelle strade dimostrazioni e posti di blocco, ma non c'è più l'entusiasmo delle proteste contro tutti i politici dell'autunno 2019: ora manca il pane, è diverso. Le tre principali fazioni, i sunniti, gli sciiti e i cristiani, che pur di non perdere potere si bloccano reciprocamente.
I due milioni di rifugiati siriani fuggiti dalla loro guerra che non sanno più dove e come sopravvivere. L'insieme dell'economia che in un anno ha registrato una decrescita del 26 per cento. Le Forze Armate che hanno difficoltà a nutrire i loro soldati. Manca la fuga di capitali dei pochi ricchi rimasti in patria, ma possiamo fermarci qui. Il Libano sta affondando, lo vedono tutti. Lo vede il Fondo Monetario che non vuole venir meno alle sue regole sui sussidi. Lo vede l'ONU, che schiera al confine con Israele una forza di interposizione e sorveglianza (Unifil II) forte di mille militari italiani. Lo vedono i vicini mediorientali, la Siria, Israele, l'Iraq, l'Iran, e ognuno ha un diverso interesse, due soprattutto: quello israeliano, di contenimento e blocco delle forniture di armamenti iraniani a Hezbollah e a Hamas; e quello iraniano, di rafforzare l'alleanza con gli sciiti di Hezbollah sempre più influenti a Beirut.
Assistiamo a uno straordinario esempio di cecità collettiva. Se il Libano affonda, gli equilibri geopolitici in Medio Oriente e nel Mediterraneo risulteranno sconvolti. Si tratta di evitare una guerra e le ripercussioni potrebbero essere sgradite a molti di quelli che oggi aspettano. Per questo i continui appelli della Francia, ex potenza mandataria, dovrebbero essere accolti dagli altri europei e dagli USA: servono aiuti, ma anche sanzioni contro l'egoismo delle grandi famiglie politiche che vedono tranquillamente disgregarsi il loro Paese.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 24 marzo 2021
Leonard Peltier è nelle prigioni statunitensi da oltre 43 anni, condannato a due ergastoli per l'omicidio di due agenti federali, a seguito di un processo nel quale la pubblica accusa ha nascosto prove a discarico, ne ha fabbricate a carico e ha spinto testimoni a fornire false testimonianze.
Peltier ha ormai 76 anni e soffre di gravi problemi di salute, tra cui il diabete e un aneurisma dell'aorta addominale. Già un anno fa, Amnesty International aveva denunciato il rischio che potesse essere contagiato dal Covid-19. Il dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti ha recentemente autorizzato la Direzione federale delle carceri a rilasciare detenuti anziani e malati.
Peltier ha ricevuto la solidarietà da parte di numerose personalità di livello internazionale, tra cui Nelson Mandela, il Dalai Lama, Mikhail Gorbaciov, Rigoberta Menchu, Desmond Tutu e Shirin Ebadi. Il suo rilascio è sostenuto anche da leader tribali eletti negli Stati Uniti e dal Congresso nazionale degli indiani d'America, che hanno approvato risoluzioni per chiedere clemenza. La campagna per la grazia a Leonard Peltier chiede al presidente degli Usa Joe Biden che il detenuto sia trasferito nella sua abitazione nella Turtle Mountain Chippewa Reservation, North Dakota.
di Marco Perduca
Il Manifesto, 24 marzo 2021
Nuovi ostacoli per l'accessibilità alla pianta. Il voto all'Onu del 2 dicembre 2020 avrebbe dovuto chiudere il capitolo "addosso alla cannabis", invece da un paio di mesi, a porte chiuse, si stanno creando nuovi ostacoli per l'accessibilità alla pianta. Il 22 gennaio, e poi dall'8 al 23 marzo, l'Organismo internazionale di controllo sugli stupefacenti (Incb) ha convocato una serie di riunioni e seminari per discutere al proprio interno, e successivamente con le autorità nazionali, i requisiti di controllo e monitoraggio della cannabis e delle sostanze correlate per "aiutare gli Stati membri a migliorare le loro capacità di controllo e comunicazione sulla materia". All'incontro di gennaio hanno partecipato 16 esperti di tutto il mondo e ai seminari successivi un centinaio di paesi.
La discussione di merito ha passato in rassegna i problemi di controllo e conformità internazionale relativi alla cannabis nonché "le buone pratiche di coltivazione della pianta e alla sua produzione e commercio internazionale e quella di prodotti ad essa correlati". Stando alle comunicazioni ufficiali si è sottolineata l'importanza di garantire la disponibilità di sostanze a base di cannabis per scopi medici sottolineando che la raccolta dei dati che la interessano dovrebbe migliorare per riflettere adeguatamente le esigenze dei sistemi sanitari. Grande attenzione è stata data anche alle "disparità nelle capacità di controllo e monitoraggio dei paesi in diverse regioni del mondo".
Sono state elaborate delle linee-guida perché l'INCB possa "sostenere gli Stati membri nel miglioramento delle capacità di controllo e segnalazione" della produzione assicurando "la disponibilità di cannabis e suoi derivati per scopi medici e scientifici prevenendo la deviazione verso canali illeciti e abusi". Il linguaggio utilizzato per comunicare l'iniziativa e le sue conclusioni è rintracciabile - tale e quale - nei comunicati dell'Onu di Vienna degli ultimi 30 anni: giustificare il lavoro sui dati e le buone pratiche politico-legislative per evitare che la cannabis sia consumata da chi non ne fa uso terapeutico.
Malgrado la cancellazione della cannabis dalla IV Tabella della Convenzione del 1961, nell'organo deputato al monitoraggio dell'applicazione delle Convenzioni sulle droghe si insiste con la promozione dell'interpretazione più proibizionista dei documenti internazionali, un approccio che ha messo fuori legge consumi e produzioni personali, anche in minima quantità, creando danni collaterali e ostacoli alla ricerca scientifica e all'uso terapeutico di piante e derivati che le convenzioni dovevano promuovere.
All'interno dell'INCB ci sono divisioni dovute alla provenienza geografica dei membri e alle specializzazioni, 13 esperti che non "dettano legge" ma monitorano l'applicazione delle Convenzioni Onu sugli stupefacenti del '61, '71 e '88 possono comunque condizionare il dibattito con documenti tecnici che creano scuse e alibi per i proibizionisti di tutto il mondo.
Se da una parte ogni confronto istituzionale è da salutare, la riunione a porte chiuse del gruppo di esperti di gennaio e le consultazioni occorse successivamente sembrano non tenere in considerazione il voto sulla cannabis del dicembre scorso. Quando si deciderà che i contributi di esperti, governi, società civile e aziende devono esser condivisi pubblicamente per facilitare l'accesso alle piante sotto controllo, avviare nuove ricerche, finanziare trial clinici, ampliarne la produzione e il commercio secondo i protocolli previsti? Senza questi confronti si persisterà con la violazione del diritto alla salute di milioni di persone in tutto il mondo.
di Raimondo Bultrini
La Repubblica, 24 marzo 2021
Save the Children: almeno 20 minori uccisi e 17 arrestati dall'inizio delle proteste dopo il golpe dei militari del primo febbraio. In tutto sono almeno 261 i morti. Le proteste che da settimane sconvolgono il Myanmar sono costate oggi la vita a una bimba di 7 anni. Era in casa sua a Mandalay, la seconda città più importante del Paese. Dal golpe del primo febbraio sono morte almeno 261 persone nella repressione di manifestanti e attivisti. Oltre 20 i minori che hanno perso la vita, e almeno 17 si trovano in stato di detenzione: lo riferisce Save the Children, esortando a proteggere bambini e ragazzi e a fermare la violenza contro i manifestanti pacifici nel Paese. Solo ieri risulta siano stati uccisi due minorenni, tra cui un ragazzo di 14 anni a Mandalay. Save the Children conferma che il ragazzo è stato ucciso a colpi di arma da fuoco mentre era in casa o nei pressi, senza alcun coinvolgimento diretto nelle proteste. Avrebbe dovuto compiere 15 anni a luglio.
"Save the Children ritiene il numero crescente di morti tra i bambini e gli adolescenti estremamente allarmante, teme anche per la sicurezza di almeno 17 minori - tra cui una ragazzina di 11 anni - che sarebbero detenuti arbitrariamente. Al 22 marzo, l'Organizzazione e i suoi partner hanno registrato un totale di 146 casi di arresti o detenzioni di minori. Oltre a questi bambini e adolescenti detenuti, altri manifestanti, molti dei quali giovani studenti, continuano a essere arrestati. Secondo le ultime stime sono circa 488 gli studenti attualmente detenuti, di cui almeno venti sono delle scuole superiori la cui età è sconosciuta, ma alcuni di loro potrebbero anche avere meno di 18 anni".
"Siamo inorriditi dal fatto che i bambini continuino a essere tra gli obiettivi di questi attacchi fatali contro manifestanti pacifici", afferma la ong ricordando che "la sicurezza dei bambini deve essere garantita in ogni circostanza", e chiedendo "ancora una volta alle forze di sicurezza di porre fine immediatamente a questi attacchi mortali contro i manifestanti".
I dissidenti, per evitare la brutale repressione della polizia, stanno cercando nuove forme di protesta. Per domani, mercoledì, il movimento di disobbedienza civile si prepara a uno sciopero del silenzio: tutti in casa, i negozi chiusi, e nessun veicolo nelle strade, se si realizzerà il piano degli organizzatori.
di Daniela de Robert*
Il Riformista, 23 marzo 2021
Adottate nel 2015 dall'Assemblea generale dell'Onu, dopo anni di lavoro, sono dedicate all'ex presidente del Sudafrica che in carcere ha trascorso ben 27 anni della propria vita. Cinque principi base, 122 regole. Indicano gli standard minimi delle condizioni di detenzione, ma in realtà puntano a ottenere livelli di tutela sempre più alti per le persone private della libertà. Sono dedicate proprio a lui, Nelson Mandela, le Regole delle Nazioni Unite che stabiliscono gli standard minimi delle condizioni di detenzione.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 marzo 2021
Oggi l'esame della Consulta dell'illegittimità costituzionale, in caso di non collaborazione, della liberazione condizionale sollevato dalla Cassazione. È costituzionale vietare l'accesso alla liberazione condizionale per la mancata collaborazione con la giustizia? Questo è il quesito che oggi sarà al vaglio della Consulta. Parliamo dell'ergastolo ostativo ai benefici penitenziari che esclude l'accesso alle misure alternative al carcere, rendendo questa pena un effettivo "fine pena mai" e impone al recluso di scegliere due opzioni: o stai dentro fino alla morte oppure collabori con la giustizia.
di Liana Milella
La Repubblica, 23 marzo 2021
Oggi arriva alla Corte il caso sollevato dalla Cassazione contro la detenzione definitiva senza chance per la liberazione condizionale. Oggi la Consulta affronta un tema molto importante ma anche fortemente divisivo. Il cosiddetto ergastolo ostativo. Che Marco Ruotolo, costituzionalista dell'università Roma Tre e direttore del master in "Diritto penitenziario e Costituzione" definisce così: "È la situazione nella quale si trovano i condannati a una pena perpetua per reati di particolare gravità, soprattutto terrorismo e mafia, i quali, se non collaborano con la giustizia, non possono accedere alla misura della liberazione condizionale".
di Davide Varì
Il Dubbio, 23 marzo 2021
L'intervento del procuratore generale della Cassazione in attesa della Consulta. "Nella pena come retribuzione vi è un importantissimo significato di garanzia. Perché la rieducazione è senza fine, per sua stessa natura. Può essere senza fine, può essere terrificante", come "i campi di rieducazione dell'Unione sovietica o di altri regimi che hanno l'idea della conformazione ad un modello sociale come base della punizione. L'idea che ci sia un minimo e un massimo nella pena è importante, perché ci consente di dire che oltre quello non si va, se non ti rieduchi è colpa tua. Non ti costringo a rieducarti".
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