di Alberto Negri
Il Manifesto, 18 dicembre 2020
La caduta dei raìs apriva una nuova fase di tragedie. La fine di alcuni regimi era ingannevole: c'era continuità tra l'intervento Usa nel 2003 in Iraq e la disgregazione successiva. Che nelle piazze di Tunisi, del Cairo e di Bengasi affiancava le rivolte e i Fratelli Musulmani, poi saliti al potere in Egitto e sbalzati dal golpe di Al Sisi del 2013. In realtà andava in scena un esteso e profondo conflitto sociale che fu prima inghiottito dalle derive estremiste poi dalla reazione conservatrice e infine da devastanti guerre per procura (mai terminate) come in Siria, in Libia e in Yemen, o represse come in Bahrain da un intevento militare saudita e degli Emirati.
Quelli che oggi ci appaiono come i sogni spezzati di una generazione - illusioni sfiorite dopo gli interventi militari internazionali - allora rappresentavano l'inizio un viaggio straordinario tra i giovani, gli uomini e le donne con il loro straordinario protagonismo, del Medio Oriente e del Nordafrica. Non tutto comunque è finito nel decennio scorso come si vuole far credere, anzi le proteste sono continuate, in Iraq, in Libano, in Sudan, con il movimento Hirak in Algeria e la resistenza al regime egiziano del generale Al Sisi.
Chi scrive si trovò catapultato in poche settimane da Tunisi al Cairo poi a Bengasi, attraversando il deserto egiziano e la Cirenaica, per finire in Siria e ai confini con la Turchia e il Libano. Nelle strade di Tunisi e della provincia profonda di Kasserine il regime di Ben Alì, fuggito il 14 gennaio 2011, tentava gli ultimi sanguinosi colpi di coda mentre gli islamisti di Ennhada, pur ben presenti, erano ancora dietro le quinte. A Piazza Tahrir era sceso in piazza il mondo, dai nasseriani socialisti ai Fratelli Musulmani: uscito di scena Mubarak l'11 febbraio, fu l'esercito con l'anziano generale Tantawi che sfilò impettito lungo il Nilo alla testa dei blindati a riprendere in mano la situazione con il beneplacito di Obama e dell'ufficio della Cia piazzato al Semiramis Intercontinental con le finestre a piombo su piazza Tahrir.
A Bengasi la rivolta, cominciata il 17 febbraio, fu appoggiata dai raid di americani, francesi e britannici cominciati il 19 marzo sulle colonne dei tank di Gheddafi. Ma ci vollero mesi prima che i ribelli arrivassero alla Sirte con il sostegno militare occidentale e dell'Italia, senza il quale forse il regime del nostro maggiore alleato sarebbe ancora lì. In Siria la rivolta era divampata il 18 marzo a Daraa per poi propagarsi a Damasco, Homs e Hama. Bashar Assad, con il suo regime repressivo, alleato dell'Iran, della Russia e degli Hezbollah libanesi, appartenente alla minoranza alauita osteggiata dai sunniti, era il nemico perfetto di una guerra per procura. Il via venne dato a luglio 2011 dalla passeggiata dell'ambasciatore americano Ford tra i ribelli di Hama: fu il segnale dell'allargamento della guerra civile alle potenze esterne con l'afflusso di migliaia jihadisti dalla Turchia e dall'Iraq. Cadevano i raìs ma cominciava una nuova fase di tragedie, con migliaia di morti e di profughi. La fine di alcuni regimi da decenni in sella era ingannevole: c'era una continuità tra l'intervento americano nel 2003 in Iraq contro Saddam Hussein e la disgregazione successiva.
Una lettura delle primavere arabe è limitata se non si valutano gli effetti di quel conflitto che sbriciolò un intero Paese nel cuore della Mesopotamia, occupato dagli americani, percorso dalla resistenza popolare e dal terrorismo di Al Qaida da cui poi nacque anche il Califfato. Fu la caduta di Saddam a spingere nel dicembre del 2004 Gheddafi a rinunciare alle sue armi di distruzione di massa e la Siria di Assad fu percorsa da una sotterranea destabilizzazione di origine irachena, aggravata poi dal conflitto tra il Libano e Israele nel 2006. Il jihadismo dall'Afghanistan era passato all'Iraq e dall'Iraq agli altri Paesi della regione: la deriva montante dell'Isis non nasceva dal nulla ma trovava precedenti e terreno fertile ovunque.
Il vaso di Pandora aperto dall'Occidente nel 2003 non fu più, volutamente, richiuso. In Libia, dopo l'intervento di Francia, Gran Bretagna e Usa (poi della Nato), la guerra civile si è allargò con l'innesto dell'Isis. Così come in Siria, percorsa da interventi esterni a raffica e da una distruzione infinita: terreno di battaglia tra chi voleva abbattere il regime di Assad - oggi da 20 anni al potere - come la Turchia, le monarchie del Golfo, gli stessi Stati Uniti e chi voleva salvarlo, come l'Iran e la Russia.
In Iraq, tre anni dopo le primavere arabe, il Califfato era arrivato alle porte di Baghdad è a fermarlo non furono gli occidentali ma le milizie sciite del generale iraniano Qassem Soleimani ucciso quest'anno dagli americani. Nei vuoti di potere in Tripolitania dal 2019 si è insediata la Turchia, in Siria dal 2015 la Russia e l'Iran rimane potenza di primo piano dal Libano all'Iraq. Il Medio Oriente e il Nordafrica, a un decennio da allora, rimane una delle regioni del pianeta con maggiori disuguaglianze: la ricchezza è in mano a clan o gruppi familiari oppure concentrata in impresentabili monarchie assolute che con la rendita petrolifera e finanziaria hanno sostenuto prima Saddam Hussein, poi i gruppi radicali anti-sciiti e anti-Assad, quindi i regimi contrari ai Fratelli musulmani come quello egiziano di Al Sisi e adesso, con il patto di Abramo, stanno convincendo gli arabi, a colpi di dollari, a diventare amici di Israele e clienti del suo sistema militare e securitario. Altro che Sessantotto.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 dicembre 2020
Il Covid ha colpito 1.030 detenuti (compresi quelli al 41bis) e 824 agenti di polizia penitenziaria. Se da una parte i focolai nelle carceri si ritraggono, dall'altra si espandono. Non c'è pace in questa seconda ondata dove il Covid 19 non ha risparmiato nessuna tipologia di detenzione in carcere, perfino i luoghi considerati "sicuri" come il regime del 41bis.
di Carlo Cefaloni
Città Nuova, 17 dicembre 2020
Intervista sulla situazione carceraria a Claudio Paterniti Martello dell'associazione Antigone. Urgono misure per evitare il contagio negli istituti di pena rispettando la sicurezza e il recupero delle persone detenute. Sono in pochi ad occuparsi dei diritti delle persone che si trovano in carcere. Un microcosmo separato dove si aggravano le diseguaglianze esistenti nella società. Il sovraffollamento negli istituti di pena rappresenta un serio problema per la diffusione del Covid 19 non solo tra i detenuti.
di Tullio Padovani
Il Riformista, 17 dicembre 2020
Il d.d.l. del ministro Bonafede, di delega al Governo per l'efficienza del processo penale, include, nella selva di innovazioni "rivitalizzanti", una disposizione volta a "garantire l'efficace e uniforme esercizio dell'azione penale", attraverso l'individuazione di "criteri di priorità trasparenti e predeterminati, da indicare nei progetti organizzativi della procura della repubblica, al fine di selezionare le notizie di reato da trattare con precedenza rispetto alle altre".
di Alessandro Parrotta*
Il Dubbio, 17 dicembre 2020
Ancora una volta, come già fatto in occorrenza della cosiddetta prima ondata relativamente alle prime misure restrittive che il governo aveva assunto per fronteggiare la - purtroppo - ancora attuale emergenza sanitaria, appare utile esaminare dal punto di vista tecnico-giuridico le conseguenze pratiche di alcune norme inserite nel recente decreto Ristori bis, predisposte al fine di contenere il contagio e la diffusione del Covid anche nei Palazzi di giustizia.
di Liana Milella
La Repubblica, 17 dicembre 2020
L'ha eletta la Cassazione con 186 voti contro Giorgio Fidelbo che ne ha avuti 133. Domani giura al Quirinale. Venerdì la Corte elegge il presidente. Sarà Giancarlo Coraggio, già al vertice del Consiglio di Stato. In Cassazione vince il cartello delle toghe conservatrici che mandano alla Consulta la civilista Maria Rosaria Sangiorgio che sconfigge Giorgio Fidelbo, il collega penalista schierato con i giudici progressisti. Sangiorgio, fino a due anni fa componente togata del Csm e capogruppo di Unità per la Costituzione, il gruppo di cui faceva parte Luca Palamara, attualmente era presidente di una delle sezioni civili della Suprema corte. Mentre Fidelbo era al vertice della sesta penale.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 17 dicembre 2020
L'ex togato non demorde: ricorso al Consiglio di Stato contro la decadenza sancita dal plenum dopo quello dichiarato inammissibile dal Tar del Lazio. Piercamillo Davigo non demorde e reclama il proprio posto al Csm. Dopo che il Tar del Lazio, lo scorso 11 novembre, ha declinato la propria competenza in favore del giudice ordinario, e ha conseguentemente dichiarato inammissibile il suo ricorso, l'ex pm di Mani pulite ha deciso di rivolgersi al Consiglio di Stato. Già oggi dovrebbe rispondergli il plenum del Csm, chiamato a deliberare la costituzione in giudizio contro l'ex consigliere.
La storia è nota. Davigo a ottobre aveva compiuto settant'anni, età massima per il trattenimento in servizio dei magistrati, ed era stato dichiarato decaduto dalla carica di consigliere del Csm. Un provvedimento erroneo per il magistrato fondatore di Autonomia & indipendenza in quanto il mandato di consigliere, avendo durata quadriennale, sarebbe sganciato dall'età anagrafica. L'appello è del 26 novembre. Dal plenum di oggi dovrebbe arrivare il mandato all'Avvocatura dello Stato per resistere contro Davigo.
La tesi dell'ex togato punta inizialmente a dimostrare l'erroneità della motivazione con la quale i giudici del Tar hanno declinato la loro giurisdizione. Poi, chiedendo il cautelare, evidenzia "la non risarcibilità, per equivalente, del pregiudizio derivante dall'illegittima cessazione dell'incarico" e la circostanza che è stata convalidata l'elezione del consigliere subentrante Carmelo Celentano. Davigo osserva inoltre che, stante la durata quadriennale dell'incarico, decorrente dal 2018, la decisione sul merito, visti i tempi della giustizia, giungerebbe "verosimilmente in prossimità o addirittura dopo la conclusione della consiliatura, troppo tardi perché egli possa essere reintegrato nelle sue funzioni", con la conseguenza di non poter "mai ottenere il bene della vita illegittimamente sottrattogli con la deliberazione impugnata".
Come ribadito dall'Avvocatura dello Stato, l'eventuale presenza nell'organo consiliare di componenti estranei all'ordine giudiziario e non eletti dal Parlamento vulnera l'equilibrio voluto dal Costituente, comportando un'alterazione della proporzione tra componente togata e laica.
E tale effetto verrebbe sicuramente a determinarsi qualora fosse consentito al consigliere posto in pensione nel corso della consiliatura (o dimessosi) di proseguire il mandato. Il pensionamento (come le dimissioni) determina, secondo la tesi opposta dal Csm a Davigo, la cessazione dall'appartenenza all'ordine giudiziario, con la conseguenza che il consigliere perde la qualità di membro togato e, non potendo essere incluso nella categoria dei componenti laici, in quanto non eletto dal Parlamento, verrebbe a configurare un "tertium genus" non esistente nel sistema e, quindi, inammissibile.
Questo aspetto fu oggetto di discussione durante l'Assemblea costituente. L'ipotesi di consentire ai magistrati collocati a riposo una partecipazione all'attività consiliare fu, infatti, espressamente esaminata con varie tesi. Nel dibattito sulla composizione del Csm venne avanzata la proposta di prevedere che il presidente dell'organo fosse coadiuvato da due vicepresidenti, nelle persone del procuratore generale della Cassazione e di un magistrato collocato a riposo col titolo onorifico di primo presidente di Cassazione eletto dai magistrati o di includere i magistrati in pensione tra i componenti laici. Tale proposta fu però abbandonata, e nel prosieguo del dibattito si arrivò all'adozione del testo attuale.
Portando alle estreme conseguenze la tesi di Davigo del diritto a conservare la carica dopo la fuoriuscita dall'ordine giudiziario, si dovrebbe ammettere che, qualora dopo le elezioni per il Csm, tutti i togati si dimettessero o fossero collocati a riposo (si pensi a un'adesione in massa a "quota 100"), il Consiglio possa continuare a svolgere le proprie attività avendo come unici componenti togati il primo presidente e il procuratore generale. Se, invece, il Consiglio di Stato dovesse sposare la tesi di Davigo, la prima conseguenza si avrebbe sulla Sezione disciplinare, invalidando le attività svolte in queste settimane da Celentano che, come detto, ha sostituito il magistrato milanese.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 17 dicembre 2020
La protesta della magistratura onoraria per veder riconosciuto il loro operato come lavoro subordinato non si ferma. E il sottosegretario grillino promette una "decretazione d'urgenza". La protesta della magistratura onoraria per veder riconosciuto il loro operato come lavoro subordinato non si ferma: in tutta Italia - Gorizia, Torino, Vasto, Larino, Santa Maria Capua Vetere, Napoli, Palmi, Locri, Messina - aumentano i flash mob davanti ai Palazzi di Giustizia e l'annuncio di astensione dalle udienze.
Dopo il sostegno ufficiale da parte dell'Anm nazionale, arrivano anche messaggi di appoggio alla mobilitazione da parte delle giunte locali, come quella del Trentino Alto Adige, la cui presidente Consuelo Pasquali ha sottolineato "la necessità e urgenza, proprio in questo periodo di pandemia, che ha colpito indistintamente in ogni settore lavorativo, di riconoscere un vero status giuridico ed economico a questa categoria di magistrati, che fa parte dell'ordine giudiziario e contribuisce da più di vent'anni, in maniera seria e professionale, ad amministrare il servizio giustizia".
Intanto ieri, in una nota, i senatori del Partito Democratico Valeria Valente e Franco Mirabelli, rispettivamente relatrice del provvedimento sulla magistratura onoraria e capogruppo in commissione Giustizia a Palazzo Madama, hanno annunciato la necessità di convocare al più presto "un tavolo delle forze di maggioranza per affrontare in maniera più complessiva e organica i nodi aperti in modo da individuare rapidamente il percorso più utile per dare finalmente risposte adeguate, a partire dalla individuazione delle ulteriori risorse necessarie a completare la riforma" della magistratura onoraria.
"Come Pd - aggiungono i due - abbiamo lavorato per portare avanti, in commissione Giustizia al Senato, una riforma della magistratura onoraria in grado di affrontare i nodi rimasti aperti dalla riforma del 2017, soprattutto per i magistrati in servizio ai tempi dell'approvazione della riforma Orlando. Il calendario dei lavori parlamentari purtroppo da diverse settimane è bloccato essendo possibile solo il varo dei provvedimenti che riguardano l'emergenza covid e le conseguenti misure economiche per aiutare il nostro Paese a superare la pandemia. Ma la riforma dovrà comunque andare in aula nelle prossime settimane nei tempi necessari per evitare intrecci con la possibile entrata in vigore della riforma del 2017".
A stigmatizzare le dichiarazioni dei dem ci pensano i togati onorari di Assogot: "L'ipotesi di convocare un tavolo giunge fuori tempo massimo. Non è più tempo di estenuanti trattative che finiscono nel nulla, come è avvenuto nella vicenda del tavolo tecnico del precedente governo. Ribadiamo la necessità di provvedere con decretazione d'urgenza a fornire soluzioni immediate e in linea con i principi costituzionali in materia di giusta retribuzione e con le norme comunitarie e nazionali che tutelano i lavoratori. In epoca di Covid non possiamo attendere oltre, se la politica ci vuole dare un riscontro lo faccia subito, così avremo avuto dal 2020 almeno un risultato positivo".
Di "decretazione d'urgenza" ha parlato ieri in una nota anche il sottosegretario alla Giustizia del Movimento Cinque Stelle, Vittorio Ferraresi: "Penso che non sia più rinviabile un intervento immediato che possa dare tranquillità alla magistratura onoraria, modificando la disciplina attuale con dei correttivi indispensabili, in una situazione già critica.
Con adeguati correttivi e risorse aggiuntive, partendo da quelle già oggetto di proposte di maggioranza, possiamo dare un segnale importante di tutela per chi ha svolto e continua a svolgere un'attività fondamentale per lo Stato, e ragionare successivamente di una complessiva riforma di un settore essenziale per il nostro sistema giudiziario".
Nel frattempo ieri dopo 14 giorni di sciopero della fame i giudici onorari del Tribunale di Palermo, Sabrina Argiolas e Vincenza Gagliardotto, hanno interrotto la loro iniziativa nonviolenta "a seguito dei recenti contatti istituzionali e politici qualificati, riponendo fiducia nell'impegno assunto - in tale fase di emergenza pandemica ancora in atto - per una risoluzione celere e con decretazione d'urgenza" che consenta di riprendere l'attività lavorativa con la serenità e le legittime tutele giuslavoriste.
di Chiara Baldi
La Stampa, 17 dicembre 2020
Il numero più alto di detenuti contagiati dal coronavirus è in Lombardia, dove i positivi tra coloro che scontano la propria pena in un istituto penitenziario sono ancora in salita: 402 le persone in carcere ad oggi positive, di cui 374 asintomatici, 16 con sintomi e 12 ricoverati in ospedale. Solo qualche giorno fa, l'11 dicembre, i contagiati tra la popolazione carceraria erano 350. Il penitenziario lombardo con più positivi resta Bollate, dove se ne contano 108, di cui 99 asintomatici, 8 con sintomi e un ricoverato in ospedale, seguito da Opera, che ne ha invece 78, di cui 8 in ospedale e 66 asintomatici. Al terzo posto del podio c'è la casa circondariale di Monza, che ad oggi ha 73 persone positive tutte asintomatiche.
Per quanto riguarda invece il dato nazionale, si registra un aumento, con la cifra di positivi che torna sopra il migliaio: 1023 per la precisione, secondo i dati aggiornati a ieri sera. Qualche giorno fa erano stati invece 996. Ma la buona notizia, se così si può chiamare, è che 950 sono asintomatici, mentre 43 hanno sintomi riconducibili al Covid19 e 30 sono invece ricoverati in ospedale. Fuori dalla Lombardia, continuano a preoccupare alcuni focolai, come quello di Sulmona, in provincia de L'Aquila, dove aumentano ancora i positivi, (93, di cui 6 in ospedale e 86 asintomatici). A Bologna sono 61 i positivi, di cui 58 asintomatici e tre ricoverati, mentre in Friuli Venezia Giulia i numeri sono in calo: se a Trieste diminuiscono appena i contagiati - sono 77, tutti asintomatici - a Tolmezzo c'è una variazione significativa, passando dai 54 detenuti positivi dell'11 dicembre ai 18 attuali, di cui 16 asintomatici e due in ospedale.
Intanto in Lombardia c'è grande attesa per i vaccini contro il virus: secondo quanto comunicato dall'ufficio del commissario Domenico Arcuri, alla regione più colpita dal virus toccheranno 304.955 dosi. Sarà quindi la regione che, per quanto riguarda la prima consegna, riceverà il numero più alto di vaccini Pfizer: in tutta Italia saranno 1,9 milioni le dosi di anti-Covid della Pfizer che saranno distribuite. Al secondo posto c'è l'Emilia-Romagna con 183.138 dosi, poi il Lazio (179.818), il Piemonte con 170.955 scatole, il Veneto con 164.278 e la Campania, con 135.890. In fondo alla classifica, la Valle d'Aosta che riceverà 3.334 dosi di Pfizer.
news-town.it, 17 dicembre 2020
"Anche gli istituti penitenziari dell'Abruzzo e del Molise stanno pagando l'amaro prezzo di questa terribile pandemia, visti i numeri di contagiati, tra detenuti e personale, specie a Sulmona".
A darne notizia sono Paola Puglielli, Antonio Amantini e Giuseppe Merola della Funzione Pubblica Cgil Abruzzo Molise che, da tempo, lanciano l'allarme sul sistema penitenziario. Ad oggi, fa sapere il sindacato, sono 111 i positivi al Covid tra detenuti e personale nelle carceri abruzzesi e molisane.
"La situazione è sicuramente sotto controllo, tenendo conto degli indefessi sforzi quotidiani di tutti, senza tralasciare i discreti approvvigionamenti di DPI e protocolli definiti sulla prevenzione e sicurezza, ma resta comunque troppo alto il numero dei positivi e la legittima paura tra i nostri lavoratori che chiedono garanzie e tutele - continuano i sindacalisti - Negli ultimi giorni, abbiamo registrato anche l'ospedalizzazione di alcuni detenuti, presso alcuni nosocomi, con relative difficoltà logistiche ed organizzative per la Polizia Penitenziaria".
"Servono immediati e seri interventi politici sulle carceri, a difesa di tutta la collettività, vista la presumibile scientifica "terza ondata - chiosano senza mezzi termini Puglielli, Amantini e Merola - prima che sia troppo tardi. L'apparato penitenziario generale già presentava delle peculiarità affannose e critiche - conclude il sindacato - e in questo storico momento di crisi, purtroppo, si fanno i conti con la realtà. Bisogna cambiare rotta ed investire efficacemente sulle risorse umane, mezzi e strutture".
- Lo Stato sprint in Calabria è solo quello delle manette
- Bologna. Troppi detenuti in poco spazio, il Covid avanza
- Albenga (Sv). Morto nella cella dei carabinieri: quel buco di sette ore e il testimone chiave
- Albenga (Sv). Le manette e le botte: poi muore in caserma. Un nuovo caso Cucchi?
- Venezia. Rivolta e fuoco in carcere, 23 detenuti a giudizio











