di Viviana Lanza
Il Dubbio, 22 marzo 2021
"Non c'è attività umana che non abbia controindicazioni e, paradossalmente, il rischio è la molla che spinge a osare e senza la quale si avrebbe la mediocre stagnazione. Questa è la situazione dell'Italia oggi, che da anni non cresce, in tutti i sensi, e sembra destinata ad un inarrestabile declino. Le riflessioni che ho condensato nel mio recente libro Giustizia, politica, democrazia - Viaggio nel Paese e nella Costituzione, nascono dalla convinzione - non vado oltre il mio campo, essendomi da sempre occupato di giustizia e di processo - che ciò che avviene è in qualche modo collegato al nostro sistema di giustizia".
Il professor Giovanni Verde, giurista, tra i massimi esperti di processo civile, già vicepresidente del Csm, avvocato, docente universitario e per dodici anni magistrato, accetta di fare con il Riformista una riflessione sullo stato attuale della giustizia.
"Il nostro sistema è afflitto da panpenalismo che, insieme con l'estensione incontrollabile della burocrazia, è il prodotto deteriore del giustizialismo. Purtroppo non abbiamo rimedi, se non riusciamo a correggere la nostra cultura, fondata sul sospetto e sulla sfiducia. E siamo destinati a perdere nella competizione con Paesi che hanno opposti punti di partenza".
La cultura del sospetto, negli anni, ha alimentato il groviglio di norme che spesso paralizza le decisioni della pubblica amministrazione e rende biblici i tempi del processo. "Al lettore chiedo se si è mai interrogato su che cosa pensino della nostra giustizia gli altri Paesi, avendo appreso che spesso le nostre sentenze di condanna in materia penale sono annullate in appello o cassate dalla Suprema Corte perché il fatto non sussiste o non è stato commesso.
Lo straniero si chiederà: "Ma come è possibile una condanna, se anche la vostra Corte suprema insegna che si può condannare soltanto oltre ogni ragionevole dubbio"? È evidente - ci direbbe - che i vostri giudici condannano anche in caso di dubbio e che, pertanto, si pongono fuori dalla Costituzione, se è esatto che nell'articolo 27 è implicita la presunzione d'innocenza".
"Il nostro processo simil-accusatorio - continua Verde - deve fare i conti con il giustizialismo che ci appartiene e che è latente nella stessa nostra Carta fondamentale che - unica o tra le poche al mondo - prevede l'obbligatorietà dell'azione penale. Questa è, sul piano logico, un ossimoro e, nella realtà, un'ipocrisia. Su di una contraddizione logica e su di un'ipocrisia regge l'impalcatura che ha dato ai pm un potere immenso. Le Procure sono oggi altrettanti "grandi fratelli" che penetrano, senza limite, nelle nostre vite private". Qual è il loro peso? "Le attuali vicende del Csm rendono chiaro che il problema è lì: nelle Procure. È in atto un'operazione di oscuramento o di depistaggio tendente a fare credere che il problema sia quello delle nomine e della carriera dei magistrati, da risolvere con un'ennesima (e inutile) riforma della legge con cui si eleggono i consiglieri del Csm. Non è così. Il problema delle nomine e della carriera non interessa il cittadino, che vuole giustizia rapida, prevedibile e ragionevole. Oggi vi è una sovraesposizione del potere inquirente sugli altri poteri dello Stato".
Quali soluzioni sono possibili? "Il ministro attuale, così come quelli passati, pensa che i problemi possano essere superati lasciando fermo l'attuale contesto e modificando regole, riti e procedure. Così avviene che il tema della prescrizione dei reati diventi divisivo (mentre è un non problema: dopo venti anni la condanna si trasforma in vendetta). Il ministro chiama esperti - scegliendoli tra magistrati e teorici - che in un mese dovrebbero dare consigli appropriati. Il tema richiederebbe, piuttosto, oltre che tempo adeguato, la sensibilità del cittadino e il coraggio di affrontare il male là dove ne sono le cause. Si cura la febbre, mai la malattia".
"Dal mio libro - aggiunge Verde - è possibile enucleare non poche proposte. Ne ricordo qualcuna: distinguere nell'ordinamento giudiziario lo "status" del giudice da quello del pm; scrivere una legge sulla responsabilità disciplinare del pm diversa da quella per i giudici; fare lo stesso per la legge sulla responsabilità civile; valorizzare la capacità del giudice di organizzare il processo, sanzionando l'attuale prassi per la quale il giudice studia sul serio il processo soltanto quando deve decidere (un'altissima percentuale di processi si allunga nel tempo perché non sono gestiti correttamente); introdurre filtri tesi a limitare il ricorso per Cassazione per controversie bagattellari; riesaminare il mito del doppio grado, anche perché l'attuale appello civile è un brutto doppione del giudizio di legittimità. Potrei continuare. Ma a chi parlo? A chi crede di risolvere i problemi allungando la prescrizione dei reati o costruendo modellini processuali? Auguri".
di Silvio Buzzanca
La Repubblica, 22 marzo 2021
Il segretario radicale Maurizio Turco: "Non è un fidanzamento o un matrimonio. È l'unica opportunità che abbiamo individuato per inserire la riforma della giustizia nell'agenda politica di questo paese". Nasce la Fondazione Pannella.
Il Partito radicale e la Lega discutono di una campagna referendaria sulla giustizia. Il progetto è stato annunciato da Maurizio Turco, segretario del Partito radicale non violento transnazionale e transpartito, all'assemblea degli iscritti italiani. "C'è un'interlocuzione con la Lega per vedere se ci sono i margini per una campagna referendaria sula giustizia", ha detto Turco durante la relazione che ha avviato discussione online. Un progetto che richiama un tentativo già sperimentato nel 1993 da Umberto Bossi e Marco Pannella.
Il segretario radicale non si nasconde le difficoltà che si dovranno affrontare: i tempi stretti per elaborare i quesiti e presentare la richiesta in Cassazione entro il primo luglio. Pe non parlare di una raccolta delle firme, 500 mila, durante la pandemia e l'estate per arrivare alla consegna entro il 30 settembre. Ma le sfide piacciono ai radicali, partendo dalla scrittura dei quesiti che dovrà essere fatta insieme ai leghisti.
Nella replica Turco ha spiegato di avere chiamato il leader della Lega, di avergli chiesto un incontro per chiedere la possibilità di collaborare su un progetto referendario e di avere incassato la sua disponibilità. Il segretario radicale spiega che trattandosi di una collaborazione non si parlerà solo di giustizia. Si dovrà tenere conto anche di altri temi cari ai leghisti.
Ma a noi, ha spiegato serve l'aiuto della Lega e della sua ramificazione territoriale. "Abbiamo chiesto alle Lega e non abbiamo trovato la porta chiusa, e dobbiamo fare in modo che non si chiuda. Ci sono altri che possono garantire la riuscita di una campagna referendaria? Il Pd, I Cinque Stelle? Io non vedo altri", ha concluso Turco
Dunque, adesso si dovrebbe passare alla stesura dei quesiti. Tenendo magari conto dei problemi giudiziari di Matteo Salvini e di altri dirigenti leghisti. Ma Turco cita proprio il caso del leghista Edoardo Rixi, assolto nel processo ligure sulle spese pazze dei consiglieri regionali, costretto a suo tempo a lasciare l'incarico di viceministro, come un esempio di quella giustizia che si vuole riformare. Caso evocato insieme a quello di Ambrogio Crespi, appena tornato in carcere per scontare sei anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, sentenza molto criticata, e Fabrizio Corona: anche lui ritornato in prigione per scontare diverse condanne. Casi emblematici dei temi classici dell'iniziativa politica dei radicali.
A partire dal caso di Enzo Tortora: giustizia e carceri. Turco apprezza naturalmente il cambio di passo arrivato con l'arrivo di Marta Cartabia al ministero della Giustizia. Ma il segretario radicale è pessimista sulle reali possibilità della Guardasigilli di mettere mano ad una riforma della giustizia. Nonostante il rumore mediatico sollevato dal libro di Luca Palamara sulla gestione dell'Anm e le carriere dei magistrati. Mentre Irene Testa, la tesoriera del partito, lamenta lo scarsissimo interesse suscitato dagli scioperi della fame di Rita Bernardini per attirare l'attenzione sul problema del Covid in carcere. Lo zero assoluto, dice Testa, anche sull'ultima iniziativa di Bernardini: una passeggiata quotidiana, un'ora d'aria, battezzata "memento", intorno al ministero della Giustizia per richiamare l'attenzione del ministro, prima Alfonso Bonafede, oggi Marta Cartabia, sulla condizione carceraria.
"Non è un fidanzamento, tanto meno un matrimonio con la Lega: - spiega Turco - è l'unica opportunità che abbiamo individuato per inserire la riforma della giustizia nell'agenda politica di questo paese". E che qualcosa si muova fra i due partiti sul terreno giustizia lo dimostra anche quello che oggi dice Matteo Salvini. "Non sarà questo, ovviamente, il governo che affronta in grande stile i problemi della giustizia italiana, perché è troppo disomogeneo; ma il prossimo governo, quello che verrà eletto liberamente e in presenza dal popolo italiano, avrà come primo punto all'ordine del giorno una grande, compiuta, sistematica riforma della giustizia che rimette al centro i cittadini e le imprese, che punisce i colpevoli in tempi rapidi, perché anche i colpevoli dopo 10 anni sono un po' meno colpevoli, e soprattutto libera gli innocenti in tempi altrettanto rapidi".
Una dichiarazione che, però, ai radicali dovrebbe evocare brutti ricordi. Il maggio del 2000 gli italiani furono chiamati a votare sul pacchetto radicale di referendum che prevedeva anche la riforma della giustizia, Ma Silvio Berlusconi incitò gli elettori ad astenersi dal voto perché le riforme le avrebbe fatte lui quando avrebbe vinto le elezioni politiche previste per l'anno successivo.
Il segretario radicale ricorda invece l'ultima campagna referendaria dell'estate del 2013, una raccolta di firme su dodici quesiti fallita per sole 20 mila firme. Una campagna segnata dalla firma da un Silvio Berlusconi "pentito", sui sei quesiti sulla giustizia. Il Leader di Forza Italia era appena stato condannato dalla Corte di appello di Milano a 4 anni di carcere e 5 anni di interdizione dai pubblici uffici che portò poi alla sua decadenza dal Senato sui sei quesiti radicali. Una firma apposta a favore di telecamere che arrivò la mattina del 31 agosto in una romana piazza Argentina assolata e con uno show mediatico della coppia Pannella- Berlusconi.
Oggi Turco dice che quella campagna fallì per l'avversione al contributo di Berlusconi di una parte dei radicali di allora. Anche se fu palese il disinteresse di una parte consistente dei dirigenti di Forza Italia. Ma il segretario radicale, si capisce chiaramente, punta il dito contro i compagni che sono poi usciti dal Partito radicale intorno ad Emma Bonino nel 2016, alla fine di un acceso congresso tenuto nel carcere di Rebibbia.
Un altro capitolo della lotta feroce che divide gli ex compagni di partito che rivendicano l'eredità di Marco Pannella. Uno dei temi dello scontro era anche il patrimonio del partito che era affidato alla lista Pannella con una gestione affidata a tre persone e accusata di opacità. A questo proposito Turco annuncia che, sempre polemicamente lui, Giuseppe Candito e Rita Bernardini hanno dato vita alla Fondazione Marco Pannella che "mette tutto il patrimonio sotto il controllo dello Stato".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 22 marzo 2021
Il calcolo vale una sola volta per gli accrediti retributivi e pensionistici già percepiti e confusi nel patrimonio. I limiti all'impignorabilità dei crediti di lavoro o pensionistici, stabiliti in materia civile, si applicano anche al sequestro preventivo di somme, finalizzato alla confisca per equivalente, nel processo penale. E in entrambi i campi vale la distinzione tra accrediti già ricevuti e quelli coincidenti con l'applicazione della misura o successivi. Così la Corte di cassazione, con la sentenza n. 10772/2021, ha respinto il ricorso della ricorrente imputata di omessa dichiarazione fiscale.
La contribuente inadempiente contestava in Cassazione di aver subito un iniquo sequestro sulle somme già presenti nel proprio conto bancario perché, nonostante l'avvenuto rispetto del limite "impignorabile" pari al triplo della pensione sociale, il calcolo era stato operato sull'intero ammontare e non sui singoli accrediti. In concreto la ricorrente sosteneva l'erronea interpretazione da parte del tribunale dell'articolo 545 del Codice di procedura civile.
La Cassazione spiega, invece, che il sequestro su stipendi e pensioni già confluiti sul conto corrente e già confusi nel patrimonio del debitore si calcola, una sola volta, con il limite del triplo della pensione sociale. Proprio in applicazione del comma 8 dell'articolo 545 Cpc, che riguarda emolumenti non futuri, ma esistenti e percepiti. Quindi nella prima applicazione della misura cautelare reale è l'intero ammontare delle somme indistinte che viene preso in considerazione ai fini del calcolo della parte impignorabile, in base alla misura fissata nel comma 8.
Non si applicano cioè i limiti stabiliti negli altri commi della disposizione e in particolare quello fissato al comma 7, che prevede il pignoramento di ogni singolo accredito di emolumenti non oltre la misura dell'assegno sociale aumentato della metà. Infatti, tale comma si riferisce alle somme accreditate a titolo di stipendio o di pensione "successivamente" all'applicazione del sequestro.
di Marco Marinaro
Il Sole 24 Ore, 22 marzo 2021
Non basta comunicare la mancata partecipazione per lettera all'organismo. Non è giustificata l'assenza all'incontro di mediazione della parte invitata, pur comunicata anticipatamente con una lettera inviata al mediatore e motivata dalla considerazione dell'inutilità della procedura conciliativa alla luce delle pretese temerarie della controparte.
Infatti, appare irrilevante la prognosi di impossibilità di un accordo. La partecipazione alla mediazione è assolutamente doverosa e l'assenza può essere giustificata solo in presenza di un giustificato motivo impeditivo che abbia i caratteri della assolutezza e della non temporaneità. Sono le conclusioni cui perviene la Corte d'appello di Genova che, con la sentenza 652/2020, ha deciso sul gravame relativo al pagamento della sanzione disposta in primo grado per l'ingiustificata assenza al procedimento di mediazione.
La mancata partecipazione era stata giustificata con una lettera inviata al mediatore in cui si esponeva che ogni questione era già stata risolta con altra sentenza e che la procedura conciliativa appariva inutile alla luce delle pretese temerarie della controparte. I giudici d'appello, dopo aver precisato che le sanzioni per la mancata partecipazione in mediazione senza giustificato motivo (articolo 8, comma 4-bis, Dlgs 28/2010), nel solco di quanto chiarito dalla Cassazione, sono impugnabili con l'appello, hanno respinto l'impugnazione e confermato la sanzione.
Invero, si rileva preliminarmente nella sentenza, che la valutazione di manifesta infondatezza delle ragioni della controparte è stata clamorosamente smentita dall'esito del giudizio. Resta in ogni caso del tutto irrilevante "la prognosi di impossibilità di una conciliazione, in quanto l'introduzione di tale istituto è stata determinata dalla necessità di consentire alle parti di trovare un accordo amichevole, proprio laddove questo non sia raggiungibile coni soli mezzi di cui i contendenti e i loro procuratori dispongono".
La Corte d'appello di Genova evidenzia che nello spirito della norma sul procedimento di mediazione "la partecipazione delle parti, sia al primo incontro che agli incontri successivi, rappresenta una condotta assolutamente doverosa, che le stesse non possono omettere, se non in presenza di un giustificato motivo impeditivo che abbia i caratteri della assolutezza e della non temporaneità". Al riguardo, alcuni tribunali avevano già chiarito come non fossero rilevanti le giustificazioni attinenti al profilo relativo alla ritenuta utilità o meno del tentativo di mediazione o, comunque, all'infondatezza degli assunti dell'altra parte (Tribunale di Verona, sentenza del 25 maggio 2019, e ordinanza del 13 maggio 2016).
D'altronde, ragionando diversamente, sussisterebbe sempre in ogni causa un qualche giustificato motivo di non partecipazione, posto che se la parte istante condividesse la tesi del suo avversario la lite non sarebbe neppure insorta: "È proprio tale diversità di opinioni che costituisce al tempo stesso la ragion d'essere sia della lite e sia della mediazione" (Tribunale di Roma, sentenza del 23 febbraio 2017).
di Viviana Mazza
Corriere della Sera, 22 marzo 2021
Condannata a un anno e mezzo di carcere. L'accusa: "Ha pubblicato notizie false sulla diffusione del coronavirus nelle prigioni e offeso un ufficiale". La famiglia: aiutateci- Per la festa della mamma, che in Egitto era ieri, Laila Soueif riceverà in regalo la possibilità di far visita ai suoi due figli in carcere una volta in più del previsto: oggi vedrà Sanaa, dopodomani Alaa. Di solito - ci dice al telefono dal Cairo - è possibile solo una volta al mese, per venti minuti, e per un solo membro della famiglia. "Giustificano queste restrizioni con il coronavirus".
La sua è la famiglia di attivisti più nota dell'Egitto. Mercoledì scorso, Sanaa Seif, 27 anni, la più giovane dei suoi tre figli, è stata condannata a un anno e mezzo di carcere: un anno per aver "pubblicato fake news" sulla pandemia in Egitto e la diffusione del virus nelle prigioni; sei mesi per offesa ad un ufficiale di polizia. La giovane aveva criticato su Facebook la gestione del Covid da parte delle autorità carcerarie. Non era l'unica. Un rapporto di esperti delle Nazioni Unite lo scorso agosto sollevava sospetti sullo scoppio di focolai in diverse prigioni e stazioni di polizia egiziane e Human Rights Watch aveva "notizie credibili" sulla morte per Covid di almeno 14 prigionieri tra marzo e luglio.
Lo scorso giugno, Sanaa, con la sorella Mona e la madre Laila, avevano dormito per due notti davanti al carcere di Tora in attesa di ricevere una lettera di Alaa Abdel Fattah, il fratello imprigionato dal settembre 2019 con l'accusa di aver organizzato proteste contro il regime di Al Sisi (è solo l'ultimo dei suoi periodi di detenzione; Alaa non ha potuto né veder morire il padre né veder nascere il figlio di 9 anni). La madre e le sorelle non lo vedevano dal marzo 2020: le visite erano state vietate, anche allora per Covid, ma i guardiani avevano promesso di recapitare la lettera. Mentre le attiviste dormivano davanti al carcere, sono state aggredite e derubate da donne che sospettano siano state mandate dalle autorità. Il giorno dopo, il 23 giugno, si sono recate tutte e tre in procura, insieme con i loro avvocati, per fare denuncia e mostrare i lividi, ed è allora che Sanaa è stata "rapita in strada da agenti in borghese".
L'hanno portata via in un minibus bianco alle 2 del pomeriggio. Due ore dopo, è apparsa alla procura della Sicurezza di Stato che ha ordinato la sua detenzione preventiva con l'accusa di incitamento al terrorismo, diffusione di notizie false e uso improprio dei social media. Accuse simili a quelle che hanno raggiunto, tra gli altri, Patrick Zaki, rinchiuso a Tora.
Docente di matematica, Laila è sorella della scrittrice Ahdaf Soueif e suo marito era l'avvocato dei diritti umani Ahmed Seif Al Islam, a sua volta imprigionato quattro volte sotto i presidenti Anwar Sadat e Hosni Mubarak e morto nel 2014. Mona, la sorella di Sanaa, è stata la leader della campagna contro i processi militari ai quali l'esercito dopo la rivoluzione del 2011 sottopose almeno 1.200 civili.
La scorsa settimana 31 Paesi, tra cui l'Italia, hanno dichiarato preoccupazione per i diritti umani in Egitto, inclusa "l'applicazione di norme anti terrorismo a chi solleva critiche pacifiche". Il Cairo ha replicato che hanno ricevuto "informazioni inaccurate". "Voi italiani - dice Laila Soueif - dovete fare pressione perché il vostro governo non venda armi ad Al-Sisi". Se le chiedi se intenda continuare il suo attivismo, risponde: "Finché i miei figli sono in prigione, non ho scelta".
di Titti Di Salvo
Il Dubbio, 22 marzo 2021
Durante il lockdown con lo smart working è aumentato per le donne non solo il carico di lavoro ma anche la fatica e lo stress. Di nuovo il Paese si ferma. Di nuovo quasi ovunque le scuole chiudono, i negozi abbassano le saracinesche. Così come i bar e i ristoranti. Le città si spengono. Un nuovo governo è chiamato alla prova di provvedimenti che sostengano l'economia, le persone, le lavoratrici e i lavoratori, le famiglie e tengano insieme emergenza e prospettiva.
Già nell'anno che abbiamo alle spalle lo smart working ha consentito la continuità produttiva e il distanziamento sociale necessario per battere la pandemia. E ha cambiato la vita delle persone, delle imprese e delle città. Sarà un cambiamento certamente non transitorio. Il carattere del cambiamento però non è già scritto e non è neutro. Dipenderà dalla lungimiranza delle scelte con cui se ne affronteranno i limiti e se ne valorizzeranno i vantaggi.
Certo ciò che abbiamo visto in questi mesi assomiglia più al telelavoro, ma è stato sufficiente per valutarne l'impatto, per apprezzarne i vantaggi e leggere i limiti. Che dal punto di vista delle lavoratrici, dei lavoratori e dell'impresa andranno affrontati con la contrattazione collettiva aziendale e territoriale e con una legge leggera di sostegno. Senza smarrire nell'emergenza tre punti fermi decisivi perché il cambiamento sia positivo: lo smart working non fa rima con home working. Non è uno strumento di conciliazione dedicato alle donne. E soprattutto è una modalità flessibile di lavoro. Lo smart working cioè è lavoro e a chi lo svolge vanno riconosciuti gli stessi diritti e richiesti gli stessi doveri previsti per chi non lavora da remoto. Come peraltro dice la legge 81/ 2017.
Per questo è un errore d'impostazione negare il bonus baby sitter a chi è smart. Come fa il Decreto sostegni appena varato. Come se il lavoro da remoto fosse in sé uno strumento di conciliazione e che per questo a chi lo svolge non siano riconosciuti gli stessi supporti al lavoro di cura destinati a chi non lavora da remoto. Un errore per l'oggi: nega la realtà di donne (o uomini) che si trovano, in queste ore e in questi giorni, strette tra la tenaglia dello smart working, della chiusura delle scuole e della Dad, della cura in generale. In case spesso prive degli spazi e della connessione necessaria. E un errore d'impostazione carico di conseguenze per il futuro.
Perché fuori dal lockdown la coincidenza dello smart working con l'home working non è per nulla obbligatoria. Sono sempre più diffusi i coworking, spazi condivisi di lavoro, attrezzati con servizi, dotazioni informatiche e standard di sicurezza accertati e accertabili. Che rispondono alla esigenza di socialità delle persone e alla necessità di qualità di servizi di connessione di cui le singole abitazioni sono prive.
In secondo luogo. Durante il lockdown totale con lo smart working è aumentato per le donne non solo il carico di lavoro ma anche la fatica e lo stress per la somma in contemporanea di più lavori: da quello al computer al ragù, alla Dad, all'aspirapolvere, alla cura dei figli. Non sarebbe stato obbligatorio che toccasse solo alle donne caricarsi del lavoro di cura, che in tempi normali è già sulle loro spalle per più del 70%.
Non è lo smart working che l'ha determinato ma gli stereotipi nella divisione dei ruoli: alle donne la cura, il lavoro riproduttivo cioè, e agli uomini il lavoro produttivo fuori casa. Non è cambiata la sostanza anche quando sono cambiate le condizioni. Si può cambiare. Gli stereotipi possono essere aggrediti da politiche pubbliche adeguate: per sostenere in modo deciso la condivisione delle responsabilità della cura con tre mesi di congedo di paternità obbligatorio.
Oltre che a scuola, educando al rispetto. Nel Family Act lo smart working è definita come misura per aiutare l'occupazione femminile e anche questo però va cambiato chiarendo che si tratta di una modalità di lavoro che riguarda donne e uomini. Per questo chi lavora in smart working deve avere a disposizione tutte le misure e le risorse di sostegno previste per la genitorialità e la cura: dai voucher baby-sitter ai congedi. E anche per questo il decreto sostegni va rapidamente cambiato.
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 22 marzo 2021
Il terzo romanzo del costituzionalista Michele Ainis è candidato allo Strega su proposta di Sabino Cassese. Che tipo di reazione si dovrebbe avere ritrovandosi di fronte a un'altra persona, dopo essersi specchiati? Nessun panico. Si deve imparare ad abitare nella nuova persona, diversa rispetto a quella di prima. È questa la prima misura da prendere per non farsi inghiottire dal vortice della disperazione. È quello che fa Oscar, protagonista del nuovo romanzo di Michele Ainis.
In "Disordini" (La nave di Teseo, collana Oceani, pp. 160, euro 17) il costituzionalista, lasciati manuali e codici, indaga sulla profondità e sulle mille sfaccettature dell'io. Oscar è professore associato di giurisprudenza - uno degli elementi di contatto tra chi si muove tra le pagine del romanzo e chi l'ha scritto - e nel momento in cui nello specchio vede un altro pensa a una allucinazione, cade nello sconforto. Amici, conoscenti e colleghi non lo riconosceranno più. Ma poi si carica di buona volontà.
Dovrà adattarsi alla nuova persona che è diventato. Sembra quasi una traccia per affrontare questo periodo di pandemia, dove ognuno di noi dovrebbe essere impegnato a trarre il massimo delle forze per evitare di sprofondare nella paura e perdere definitivamente la fiducia verso il futuro. Trovatosi di fronte a un'altra persona Oscar inizia il suo viaggio. Parte verso una meta che si presentava ogni anno, d'estate: il paese di mare Roseto degli Abruzzi.
Nella pensione Cacioli viene riconosciuto dalla proprietaria. Non tutto, quindi, è perduto. Le sembianze sono cambiate, ma altri elementi distintivi della sua persona sembrano essere stati conservati. Alcune atmosfere piene, ma al tempo stesso riempite dalla solitudine delle ambientazioni, sembrano ricordare l'attesa e l'inquietudine dei quadri di Edward Hopper. A Roseto iniziano gli incontri di Oscar. Come quello con la vecchia fidanzata e con altri personaggi fuori dalla norma. Da qui prende il via lo stravolgimento collettivo con al centro il protagonista del romanzo. Oscar si rende conto che la metamorfosi ha interessato tante persone da quelle a lui più vicine a quelle meno importanti.
È un morbo che avvolge tutti, intacca e disgrega la società civile, senza risparmiare la politica, sempre cara a noi italiani. La politica la si può contestare, detestare, far finta di ignorarla, ma ritorna sempre nei nostri ragionamenti. La si caccia dalla porta per farla poi ritornare dalla finestra; entra sempre nella vita di tutti noi e si ritaglia uno spazio significativo pure nella letteratura. Quello di Ainis è un viaggio tra fughe d'amore e nostalgie profonde, tra smarrimenti individuali e crisi generali. Tra regole assurde e libertà promesse, in un mondo a sua volta assurdo. Ma tanto, tanto simile alla nostra realtà.
"Oscar - dice al Dubbio il professor Ainis - non è il mio alter ego. Nessuno scrittore costruirebbe la propria faccia allo specchio per poi modificarla. Nel mio romanzo ho dato vita ad un'operazione di genere che ha richiesto molto impegno". Nel suo terzo romanzo Michele Ainis propone il tema dell'identità. "In Disordini - riflette l'autore - sdoppio l'identità e creo un rapporto tra letteratura e vita. Proprio come ho fatto in uno dei miei romanzi che mi stanno più a cuore, Risa, propongo un gioco di scambi e di doppie sembianze. Oscar quando nota i cambiamenti che l'hanno riguardato fa di tutto per restare fermo e distaccato. Cerca di essere razionale come risposta a una situazione imprevedibile. Scopre di avere inclinazioni e di provare sentimenti che non avrebbe mai immaginato".
Il rapporto di un giurista con la narrativa non è detto che sia sempre armonico. "Posso dire - afferma Ainis - che per quanto mi riguarda è piuttosto impegnativo. Quando devi scrivere un pezzo giuridico parti sempre da una base, da qualcosa, da un testo che esiste già. Per un artista invece tutto è ingegno e fantasia. Quest'ultimo elemento lo ritengo importante per un giurista come spinta energetica per argomentare al meglio e fino in fondo".
Da giurista a giurista il romanzo Disordini è stato candidato al Premio Strega su proposta di Sabino Cassese. "Sono grato alla generosità di Sabino Cassese", commenta Ainis. "Mi ha fatto molto piacere prosegue - il suo apprezzamento. Le sue sono parole importanti perché provengono da una persona che ha un angolo visuale molto ampio". Il giudice emerito della Corte costituzionale in effetti parla in maniera entusiastica di Disordini.
"Nel racconto, che nasconde molti risvolti e sorprese - scrive Cassese - si intrecciano una riflessione eraclitea sul mutamento prodotto dal tempo sull'uomo e un apologo sul disordine che sembra dominare il presente. Stendhal ha distinto il raccontare narrativamente dal raccontare filosoficamente. Ainis, alla terza prova con il genere, sa raccontare narrativamente una vicenda che nasconde una più profonda narrazione filosofica, riprendendo la linea di svolgimento che va da Ovidio a Kafka".
Comunicato stampa, 22 marzo 2021
Il 26 marzo evento in diretta streaming per il progetto Per Aspera ad Astra. Testimoni di un tempo durissimo per il teatro, che cerca nuove strade per reinventarsi e si interroga sul futuro. C'è anche la siciliana Baccanica, fondata dalla regista palermitana Daniela Mangiacavallo, tra le associazioni e gli artisti che il 26 marzo, in occasione della Giornata Mondiale del Teatro porteranno il loro contributo di idee e ispirazioni al grande evento streaming "Rigenerazione. Nuove sperimentazioni teatrali dentro e fuori il carcere" che ha tra i propri ospiti anche il ministro della Cultura, Dario Franceschini.
Il progetto "Per Aspera ad Astra - Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza" è promosso da Acri e sostenuto da dieci fondazioni associate: da tre anni coinvolge circa 250 detenuti, di dodici carceri italiane, in percorsi di formazione professionale nei mestieri del teatro. Per partecipare all'evento è richiesta la registrazione, entro il 23 marzo, a questo link: https://www.acri.it/peraspera21/
Il convegno, che si terrà in diretta streaming, dalle 10.30 alle 12.30, è condotto da Andrea Delogu. Interverranno i testimoni dell'iniziativa: Enrico Casale, Associazione culturale Scarti; Ibrahima Kandji, attore Compagnia della Fortezza; Micaela Casalboni, Teatro dell'Argine. A seguire, Francesco Profumo, presidente di Acri; Bernardo Petralia, capo dipartimento dell'amministrazione penitenziaria; Aniello Arena, attore; Giorgia Cardaci, attrice, vicepresidente Associazione Unita - Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo. Concluderà il ministro Franceschini.
Per l'occasione verrà anche proiettato il video di azione collettiva "Uscite dal mondo", diretto dal regista Armando Punzo, ideatore dell'acclamata Compagnia della Fortezza, con la drammaturgia musicale di Andrea Salvadori e la partecipazione di: Ivana Trettel - Opera Liquida, Enrico Casale - Compagnia Scarti, Daniela Mangiacavallo - Associazione Baccanica, Franco Carapelle ed Elisabetta Baro - Teatro e Società, Micaela Casalboni -Teatro dell'Argine, Vittoria Corallo - Teatro Stabile dell'Umbria, Alessandro Mascia - Cada Die Teatro, Sandro Baldacci - Teatro Necessario, Marco Mucaria e Grazia Isoardi - Voci Erranti Onlus, Alessia Gennari - FormAttArt, Leonardo Tosini e Marco Mattiazzo -Teatro Stabile del Veneto.
Un'occasione di riflessione in un momento in cui lavorare in presenza è difficile per il rispetto delle norme anti Covid, ma l'amore e la passione per il teatro non si fermano. Formatasi all'interno della Compagnia della Fortezza di Volterra, primo Centro Nazionale di teatro e carcere, fondato trent'anni fa dal regista e drammaturgo Armando Punzo, Daniela Mangiacavallo ha importato a Palermo, al carcere Pagliarelli-Lo Russo, il modello Punzo, creando un dialogo profondo tra istituzioni, pubblico e detenuti stessi. L'obiettivo è fare del lavoro di attore un'autentica professione per i detenuti e non semplicemente un'attività riabilitativa, tanto che in questi anni Baccanica ha avviato all'interno dell'istituto corsi professionali per imparare i mestieri del teatro. Per ulteriori informazioni o chiarimenti: 0668184.286
di Elisabetta Testa
La Stampa, 22 marzo 2021
Sono circa 200 i detenuti che grazie all'Asl di Asti sono stati vaccinati contro il Coronavirus dopo che in carcere a Quarto era scoppiato un focolaio. Alcuni sono in isolamento. Non tutti i carcerati hanno però accettato il vaccino, alcuni hanno rifiutato. Tamponi molecolari al personale della polizia penitenziaria e dell'istituto.
Intanto i sindacati Osapp (Domenico Favale); Sappe (Domenico Profeta); Uil Pa (Missimei Marco); Sinappe Bruno Polsinelli; Uspp (Roberto Cecere); Cgil (Angelo De Feo); Cisl (Domenico De Sensi); Cnpp Angelo Santoru hanno scritto al sindaco Rasero, al prefetto Alfonso Terribile, ai dirigenti del Dap di Torino e Roma perché intervenga il Gruppo operativo mobile (Gom). Questo anche in seguito ad "Una protesta di alcuni detenuti che nei giorni scorsi si sono rifiutati di rientrare in cella e hanno dormito sui materassi in corridoio per poi insediarsi nel box riservato all'agente di polizia penitenziaria in servizio".
E aggiungono: "Se la situazione ad Asti sta reggendo è solo grazie al poco personale di polizia penitenziaria che con orari ben oltre l'ordinario si sacrificano per la sicurezza dell'istituto". Nella mattinata di oggi 21 marzo, in carcere c'è stata anche la visita della Garante comunale dei detenuti Paola Ferlauto. Sergio Rovasio e Mario Barbaro, Presidente e Coordinatore dell'Associazione Marco Pannella di Torino, hanno scritto al Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio e all'assessore regionale alla Sanità Luigi Icardi, perché si possano scongiurare rischi di ulteriori contagi. Nei prossimi giorni l'associazione potrebbe anche indire una protesta non violenta con lo sciopero della fame.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 22 marzo 2021
Sulla carta il carcere dovrebbe essere il rimedio straordinario, l'extrema ratio, e le misure alternative quello ordinario. Nella realtà accade esattamente il contrario, per cui i più finiscono in cella e a pochi sono concesse misure alternative alla reclusione. Eppure il sistema, nel suo complesso, funzionerebbe in maniera molto più efficace se si rispettasse quello che prevede la Costituzione, evitando di alimentare oltremodo questa proporzione al contrario.
Dall'ultimo report sullo stato delle carceri in Campania emerge che la popolazione carceraria è composta da 6.570 detenuti, 2.349 ancora in attesa di giudizio, mentre sono 8.426 le persone sottoposte a misure alternative o sanzioni di comunità. Quest'ultimo dato è in calo rispetto al 2019. E il garante regionale Samuele Ciambriello, nel suo report annuale, spiega che il numero è anche "sintomatico del debole sforzo compiuto dal legislatore per contrastare il sovraffollamento carcerario in un periodo in cui tale esigenza è stata avvertita in modo ancora più impellente a causa dell'esplosione del contagio da Covid-19".
"Per contrastare efficacemente il rischio che le carceri divenissero veri e propri focolai epidemici - ragiona il garante - sarebbe stato necessario incrementare l'utilizzo delle misure alternative nei confronti di quanti devono scontare una pena inferiore a 4 anni, o residuo di essa, per reati non ostativi. L' emanazione del Decreto Cura Italia e le successive proroghe non hanno sortito gli effetti sperati".
Degli 8.426 soggetti sottoposti alle misure alternative in Campania, 4.829 sono a Napoli, 1.380 a Caserta e il resto diviso tra Salerno e Avellino. In particolare, a Napoli, si contano 1.471 casi di messa alla prova al servizio sociale, 1.714 in detenzione domiciliare, 223 in semilibertà, 354 in libertà vigilata. Quando si parla di Uffici dell'esecuzione penale esterna si parla di uffici territoriali del Ministero della Giustizia che si occupano di persone che devono scontare una condanna penale e, dal 2014, anche di imputati o indagati, quindi persone in attesa di giudizio, e di persone che chiedono di accedere all'istituto giuridico della messa alla prova. Il nodo cruciale resta però quello delle risorse messe a disposizione, cioè del personale.
Attualmente, in Italia, sono operativi 58 Uffici dell'esecuzione penale esterna. In Campania ci sono una sede a Napoli, una a Salerno e uffici locali ad Avellino, Benevento e Caserta. Rispetto alla mole di lavoro il personale impiegato è carente: complessivamente si contano 44 operatori amministrativi, 19 unità di Polizia penitenziaria, 79 assistenti sociali, 23 esperti e consulenti.
"Irrisorio - aggiunge il garante - è il numero dei volontari, ulteriormente ridotto anche a causa dell'interruzione dei progetti di fondamentale valenza trattamentale realizzati all'interno delle carceri, una riduzione che è conseguenza della pandemia e della necessità di ridurre gli ingressi per diminuire i rischi di contagio". La carenza più grave si riscontra nel personale destinato al supporto psicologico: presso l'ufficio dell'esecuzione penale esterna di Napoli, che ha la gran parte dei soggetti presi in carico, operano soltanto due psicologi, un solo funzionario pedagogico e nessun operatore amministrativo.
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